21 dicembre 2007

Signor Prodi governare il Paese non Le si addice

L’attacco dei giudici e la campagna del gruppo Repubblica – L’Espresso ci avvertono che la resa dei conti è vicina. Il partito della rissa e della diffamazione si schiera con la sua artiglieria. L’ordine è partito e si spara ad altezza d’uomo. Il bersaglio? Sempre lo stesso: Berlusconi!
Tra l’amarezza nel constatare il barbaro riproporsi del malcostume politico-giudiziario, tra lo sconforto per il riemergere dei toni aspri a sinistra e del reiterarsi di una politica fatta di odio e di delegittimazioni, s’avverte all’incontrario una bella sensazione: è quella di pensare che a breve Prodi, voglia o non voglia, si debba far da parte.
Non tutti ricevono i regali da Babbo Natale, molti sono tradizionalmente legati alla Befana, ed il dono di un Prodi che ritorna finalmente a casa, che venga da babbo Natale o dalla Befana fa poca differenza: l’importante è che venga!
Prodi è come la carestia, come il tormento…come l’agonia. E perché non dare serenità alla signora anziana in piazza Colonna a Roma che supplicava il Presidente del Consiglio di tornarsene a casa perché sta rovinando il Paese? Se la signora Flavia vuole così bene a suo marito, e lo ammira, se lo tenga vicino, vicino…ma per cortesia lo allontani da noi! A noi non (ci) piace!
Parafrasando le parole di Don Luigi Sturzo “la libertà è come l'aria: si vive nell'aria; se l'aria è viziata, si soffre; se l'aria è insufficiente, si soffoca; se l'aria manca si muore”, potremmo dire che con Prodi l’aria è viziata, spesso insufficiente ed a volte manca del tutto. Il professore è asfittico, è soffocante, è allergico agli italiani:
Prodi è indigesto, per conformazione, per modi, per comprensione. E’ l’idea dell’esatto contrario della sensazione di libertà. Prodi è come un regime: quando c’è, ci si accorge che c’è, perché si avverte, si soffre…fa male!
Nessuno vorrebbe essere triste ma… se lo si guarda, lo si sente, lo si subisce: Prodi rattrista!
Si è aperta una fase nuova per la politica italiana. Il senatore diniano D’Amico ha dichiarato in Senato: "Consideriamo conclusa una fase della vita politica nazionale. Da oggi in poi svilupperemo una libera iniziativa politica affinché il salto si possa compiere". Parole che annunciano che il tormento è finito e che l’Italia può riprendere il suo cammino verso scelte di crescita e di libertà. Sarà il voto o un nuovo governo, sarà ciò che dovrà, ma è già un gran risultato rimuovere Prodi
Questa maggioranza ha dunque concluso il suo percorso. Era ora! Il voto sull’ultima fiducia al Senato è stato garantito dal voto compatto dei 6 senatori a vita presenti. Tra questi anche da coloro che hanno dichiarato di voler mantenere in vita questa maggioranza solo per il tempo necessario ad assicurare una qualsivoglia legge finanziaria per il 2008. E’ prevalso solo il senso di responsabilità e la volontà di evitare l’esercizio provvisorio. Pezzi della vecchia maggioranza hanno preso le distanze da questo esecutivo pasticcione e confuso. L’Unione, che non è mai stata tale nelle scelte politiche, si è definitivamente sfaldata. Si è dissolta, come la neve caduta nei giorni scorsi, scaldata dal tepore di questa piccola primavera meteorologica che s’è affacciata in Italia.
Il senatore Fisichella ha annunciato che il suo voto alla finanziaria è l’ultimo voto concesso a questa maggioranza perché “il rapporto di fiducia con il Governo è esaurito”. E Mastella che dichiara "di fronte alla ritrosità di senatori come Fisichella e Dini prendi atto e vai al voto", da simbolo negativo dell’Italia furbesca, diviene persino simpatico.
Liberarci da Prodi vale un 25 aprile per chi ama l’Italia e la libertà. Prodi per le sue ambizioni può solo trascinare l’Italia nel baratro: avevano ragione in Europa a considerarlo inadeguato. Aveva ragione la Bonino a ritenerlo un cervello piatto.
E’ apparso un uomo disposto a tutto pur di incollare il suo sedere sulla poltrona più alta: ci ha persino riportati sulla scena politica i comunisti, ormai reperti archeologici negli altri paesi occidentali. L’ha fatto quando il comunismo, fallito, è rimasto imbrigliato dalla sua storia e dalle sue colpe. Li ha condotti per mano al Governo mentre il comunismo veniva condannato dalle società civili e dalle democrazie europee. Se nel gennaio del 2006 a Bruxelles il Consiglio d’Europa approvava una risoluzione di condanna del comunismo che, alla pari del nazismo, veniva considerato crimine contro l’umanità, pochi mesi dopo venivano chiamati al governo il simpatizzante castrista Bianchi ed il rifondarolo Ferrero. Alla Presidenza della Camera veniva eletto il neo comunista Bertinotti ed alla Presidenza della Repubblica il post comunista Napolitano.
Con la fiducia sulla finanziaria al Senato si è solo voluto scongiurare il timore che alla precarietà del Paese sullo scenario economico-politico internazionale, ed alla grigia tristezza dell’era Prodi, su cui già si era soffermato l’autorevole quotidiano di New York, si aggiungessero la difficoltà di uno Stato, tra le economie industriali più avanzate del mondo, priva della sua legge di indirizzo finanziario per il prossimo imminente esercizio.
“Sarebbe quasi da non votarla – ha dichiarato Dini - Diamo un giudizio di non soddisfazione, ma riteniamo per il Paese pericoloso restare senza Finanziaria, in particolare in un momento di turbolenza sui mercati finanziari internazionali". Se la parole hanno un senso, questa è proprio la fine di Prodi. Viene meno, oltre che la maggioranza politica, anche quella numerica, garantita finora solo dall’apporto dei senatori a vita. Anche Napolitano ora prende atto che vi sono “molte inquietudini e manifestazioni di sfiducia tra i cittadini”.
Signor Prodi a questo punto ne prenda atto anche Lei, si faccia le vacanze di Natale a casa e ci resti! Governare il Paese non Le si addice! Non Le sembra più dignitoso andarsene con le sue gambe anziché farsi cacciare?
Vito Schepisi
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20 dicembre 2007

Un 2007 da dimenticare

A sinistra non sanno che pesci pigliare! La maggioranza ed il Governo, i partiti ed il Parlamento sono imbrigliati in una morsa stringente. Si muovono in affanno alla ricerca di soluzioni per uscire dall’impasse in cui si sono addentrati. Osservano impotenti le sorti dell’Italia che per la loro insipienza scivola verso un inesorabile declino. Hanno impantanato il Paese in una palude di sabbie mobili, con l’economia che perde colpi, il debito pubblico che cresce ed i redditi dei lavoratori insufficienti a star dietro al crescente costo della vita reale. Uno Stato che perde competitività ed indietreggia ed è risucchiato sempre più giù in Europa. Un’Italia che s’intristisce e che con collaudata pazienza aspetta che passi anche quest’ondata di pessimo tempo.
Nelle stanze del centrosinistra hanno tutti gli occhi fissi nel vuoto. Guardano con sadica rassegnazione l’inevitabile procedere di questo Governo in bilico su di un sentiero buio e senza via d’uscita. Sono impotenti a tracciare margini ad un declino inesorabile, persino inermi e arresi nella rassegnazione fatalistica dell’inevitabile, convinti che rimediare sia impossibile, specialmente quando si ritiene che non esista la necessaria coesione nelle possibili soluzioni da adottare.
Ora la maggioranza sa solo farsi del male da sola: ma causa malanni anche ai cittadini italiani. Il Governo, tra le sue contraddizioni e le sue velleità, è in completa balia delle onde: ma ciò che è più grave è che trascina nella sofferenza tutto il Paese. La sinistra italiana è insicura ed incerta come un soggetto infantile che stenta a sollevarsi, e che non è in grado di mantenersi sulle proprie gambe. La sua crisi per ignoranza, demagogia ed infingarda supponenza trascina tutto: è come un fiume in piena che tracima e che, impetuoso, scorre e travolge tutto ciò che incontra sulla sua strada.
Il Governo di Prodi vive ormai alla giornata. Non può fare programmi, non ha una linea politica, non un percorso condiviso, non ha un’anima che s’ispiri ai bisogni del Paese: è la lotta di tutti contro tutti.
Dopo le preoccupazioni dello scorso anno, dopo l’emergere delle falsità dette agli italiani in campagna elettorale, dopo aver torchiato i contribuenti con una pressione fiscale da spavento, all’inizio del 2007 si era riunita a Caserta, in conclave, per consentire a Prodi di dettare le sue 10 regole. Doveva essere il programma del 2007 per rilanciare l’iniziativa politica. Mai lancio, però, fu più effimero, debole e di basso profilo, e sui risultati è meglio stendere un velo pietoso.
Alla reggia, il Prodi, imperatore della sinistra italiana, si era rivolto ai sudditi convenuti imponendo i suoi editti, a cui tutti si dovevano strettamente attenere. La confusione, infatti, era già tale da far paventare, già allora, un repentino crollo dell’impero Romano. A porte chiuse aveva detto che gli dovevano obbedienza, come si conviene ad un condottiero di nome Romano. Aveva alzato la voce e gridato che, senza la sua guida, per la sinistra c’era solo la sconfitta e lo sfaldamento della maggioranza: c’erano, insomma, le elezioni anticipate e Berlusconi.
Era un insieme quello di Caserta, animato da un’unione di partiti delle sinistre italiane, senza respiro politico, disperso nei protagonismi. Un’Unione che trovava coesione solo nel timore di perdere le poltrone e di dover dar ragione al “nemico” di Arcore. E così, mentre si elevava ancora forte il richiamo alla coesione, già i suoi sottoposti interpretavano con diversa misura e tensione il significato dei comandamenti del prode Romano. L’eco era ancora nell’aria, quando il suo imperativo categorico si sfaldava ed il diluvio evocato travolgeva illusioni e speranze.
Le sue 10 tavole sono state spazzate, arse dal fuoco della follia di ritenere che si possa governare contro il popolo e malgrado l’indignazione degli uomini. Aveva proprio ragione Boselli, dopo Caserta, a sostenere che “non c’è stato un briciolo di coraggio per affrontare i nodi che vanno sciolti. Si è imboccata solo la strada del rinvio”. E come dar torto, così, al segretario di Rifondazione Comunista Giordano quando, dopo la gita a Caserta, trionfante affermava: "Li abbiamo fermati. Partita chiusa."?
Con quello che va a chiudersi sarà passato un anno dal conclave nella reggia vanvitelliana dove, non il re borbone, ma il principe imbroglione si impegnava al rilancio dell’iniziativa di governo. E se gli italiani nelle piazze reclamavano meno tasse e più sicurezza, Prodi con la sua corte di cortigiani e ministri ci ha offerto più insicurezza e più tasse. Se il popolo chiedeva chiarezza e trasparenza, la sinistra si è invece distinta prima con un golpe alla Rai, sostituendo il Consigliere Petroni, e poi con la rimozione del Generale Speciale dal comando della Gdf, “colpevole” di aver ostacolato la rimozione di ufficiali integerrimi e capaci che indagavano sulle scalate bancarie, dove erano coinvolti uomini di punta dei DS. Provvedimenti che il Tar del Lazio ha giudicato illegittimi, quindi autoritari ed illeciti.
I cittadini hanno quindi chiesto risparmi e rigore e la risposta del Governo è stata quella di dilatare la spesa e di mercificare persino il voto sulla fiducia al Senato, concedendo a uomini e gruppi politici ingenti risorse sottratte ai contribuenti.
E’ stata invocata più giustizia e imparzialità e, mentre si infanga il leader dell’opposizione con accuse infondate e senza rilevanza penale, sono posti sotto procedimento disciplinare i magistrati che hanno indagato su episodi di malcostume in cui sono coinvolti uomini di governo.
Traendo un bilancio dell’anno trascorso, a Prodi non gli rimarrebbe così niente di più dignitoso che rassegnare le dimissioni, per il rispetto che deve al popolo Italiano.

L'Udc vuole ricostituire la "balena bianca"

La lezione di Follini deve pur servire a qualcosa. L’Udc è irrecuperabile: è da un po’ che segue un percorso diverso e spesso ambiguo. Ha un’idea diversa della società e della politica rispetto alla stragrande maggioranza degli italiani. Nostalgici del dirigismo politico sulle opzioni degli elettori, infatti, non se ne trovano. La politica dei compromessi, delle mediazioni e dell’immobilismo non provoca alcuna crisi di astinenza nel Paese. Al contrario c’è una gran parte di cittadini che vorrebbero scelte più dirette e semplici e senza il filtro rappresentativo di mestieranti e manovratori. Gli italiani sono stufi dei politicanti che rendono le soluzioni più complesse, incomprensibili e spesso anche improduttive.
E’ sempre più evidente che il partito di Cesa, Casini e Tabacci è rimasto all’opposizione solo perchè i loro parlamentari non sono sufficienti a sostituire quelli della sinistra alternativa, e non possono neanche essere aggiunti a quelli di Diliberto, Caruso, Giordano, Pecoraro Scanio e Luxuria.
Non è difficile capire che i centristi di Casini e compagni sono all’opposizione di Prodi solo perché non sono determinanti. Non si aggiungono solo perché potrebbe tornar loro dannoso. Sarebbe improducente almeno per due ragioni: la popolarità del governo è ai minimi storici; l’elettorato moderato e gli ambienti cattolici non riuscirebbero a comprendere una confluenza a sinistra senza moderarne il percorso. Solo per questi motivi il centrodestra non li ha già definitivamente persi. Se, invece, fossero stati determinanti, già starebbero a fianco del centrosinistra. Prodi avrebbe già assegnato alla truppa di Buttiglione, Cesa, Baccini e Tabacci due ministeri di medio peso, ridistribuiti tra quelli tolti a Bianchi, Pecoraro e Ferrero, o un ministero di rango per Casini. Un piccolo nugolo di Udc, forse anche Cosimo Mele, avrebbero già occupato un pacchetto di poltroncine, tra viceministeri e sottosegretariati.
Altro che elezioni e lealtà verso gli elettori, ed il richiamo all’etica del Presidente del Consiglio. Altro che rispetto della volontà popolare quando il Professore di Scanziano minaccia i partiti della sua maggioranza che dopo di lui ci sono solo le lezioni anticipate. Prodi le sue chiappe dalla poltrona più alta del Governo non vorrebbe assolutamente sollevarle, costi quel che costi.
I voti dell’Udc non sono sufficienti, però: quel che si poteva è stato già fatto. Quando è stato utile Follini, per la fredda logica dei numeri, l’operazione è stata fatta senza scrupoli di sorta, anche se “io c’entro” politicamente non ha smosso una virgola.
La strategia dell’Udc è chiara, ed è la stessa iniziata dall’ambiguo Follini già nella legislatura passata: demolire Berlusconi ed il bipolarismo. Ed è chiaro a tutti, anche alle pietre, che Casini abbia una gran voglia di ricostituire la Democrazia Cristiana. La sua aspirazione è di raccogliere tutti gli spezzoni della vecchia “balena bianca”. L’obiettivo è quello di occupare stabilmente, ed in via prevalente, lo spazio politico di centro, per poi porsi in bilico tra i due schieramenti e privilegiare ora l’uno ora l’altro, a seconda dei vantaggi fruibili. Un fine da perseguire a tutti i costi prima che lo spazio da occupare, già stabilmente frequentato da FI, non sia diffusamente presidiato a pieno titolo dal nuovo soggetto politico che si andrà a formare su iniziativa di Berlusconi.
La strategia di Casini, però, è destinata a fallire. Il popolo moderato è con Berlusconi: ed è per questa ragione che l’Udc è persa. Dinanzi al fallimento della strategia tentata, le truppe di Casini e compagni non potranno che ripiegare nel centrosinistra. Un contenitore, quest’ultimo, già abbastanza confuso per le strategie diverse dei partecipanti e per la presenza ancora massiccia di una visione comunemente centralistica dell’azione politica, retaggio di cultura post marxista. In quest’area, e soltanto in questa, l’integralismo post democristiano può recuperare spazio e credibilità politica ed uscire dall’isolamento in cui si sta avviando.
Il partito di Casini, con il pretesto di ostacolare la soluzione bipartitica della riforma elettorale, intende ostacolare invece la soluzione bipolare. L’auspicio per loro è il proporzionale della prima repubblica, il sistema che rende indispensabile le coalizioni ed il potere di veto dei piccoli partiti. Anche aver dichiarato da tempo l’opzione per la soluzione tedesca è un depistaggio. La bozza Bianco, sul modello tedesco, l’Udc ora non la vuole neanche discutere specie se corretta con l’indicazione dello schieramento prima delle elezioni. Il sistema tedesco distribuisce i seggi al 50% con il maggioritario ed al 50% con il proporzionale e con lo sbarramento al 5%. Un sistema che consentirebbe ad un piccolo partito come quello di Casini di mantenere la sua identità, ma non d’essere determinante.
Il sistema tedesco non garantisce la governabilità, se non corretto con le indicazioni sulle alleanze prima del voto. I correttivi e le indicazioni su leader e coalizioni costringerebbero, però, l’Udc ad abbandonare la strategia della formazione di un partito neocentrista autonomo, spingerebbero addirittura a ricercare la confluenza o la federazione nel C.D.
Discutere ancora con l’Udc non ne vale la pena. Casini ed i suoi vanno lasciati perdere. La riforma elettorale va ricercata bipolare, anche se rispettosa della pluralità democratica. Da soli i post democristiani non rappresentano niente, il loro elettorato non li seguirebbe. E’ persino utile per la chiarezza e la semplificazione che, ad esempio, Buttiglione vada a porgere l’altra guancia a coloro che finora l’hanno sempre guardato con ironia e diffidenza: non l’hanno mai voluto né ad un ministero e né alla Commissione Europea. Uomini come il presidente Udc non hanno valore aggiunto, allontanano persino le coscienze intelligenti e dinamiche del moderatismo liberale. Con l’ipocrisia e l’ermetismo furbesco non si va da nessuna parte. L’Italia liberale, moderata, cattolica e laica non può riproporre personaggi già sufficientemente logorati dalla loro spesso impudente mutabilità politica.
Gli elettori sapranno cosa fare al momento di scegliere tra la voglia di rilanciare il Paese in un percorso di modernizzazione e di crescita, nelle certezze dei valori e delle tradizioni comuni, o consentire alla sinistra di modificare ed azzerare il patrimonio della nostra civiltà e l’origine della nostra identità nazionale. Gli Italiani sapranno respingere le scelte che mortificano l’uomo, la famiglia. Sapranno schierarsi con coloro che richiamano le nostre tradizionali collocazioni in un contesto occidentale e di democrazia liberale, e allontanare la confusione dei neutralismi supini e le nuove ideologie che si ispirano a civiltà diverse: a valori che non ci appartengono, per storia e cultura, e che minacciano di prevalere per inedia e pavida viltà.
Vito Schepisi

17 dicembre 2007

Declino e tristezza

Anche sulla tristezza a sinistra non c’è accordo. Mentre Napolitano e Prodi si affrettano a smentire il New York Times sul declino ed il grigiore dell’Italia d’oggi, Veltroni commentando le osservazioni del prestigioso quotidiano statunitense, afferma che "non ha scritto cose infondate: il Paese ha i fondamentali per farcela, ma è il contesto, la farraginosità del sistema politico e istituzionale, il clima d’odio e di contrapposizione che determina lo stato non sereno al quale il quotidiano statunitense ha fatto riferimento".
Si potrebbe persino pensare che il Sindaco di Roma sia una persona che ragiona, e senza che si preoccupi di far solo politica, malgrado si conosca abbastanza bene il suo culto per la fiction. Ma è anche legittimo il dubbio che sia effettivamente così, e non che invece, anche questa volta, il cinefilo voglia recitare a soggetto ed interpretare il suo ruolo.
Si diceva di Berlusconi che prima di parlare consultasse i sondaggi, Veltroni in questo sembra il suo clone più puntuale. Ogni sua parola è destinata a provocare un effetto, come in un film in cui la sceneggiatura si adegua alle emozioni che si vogliono richiamare. Veltroni è un animale da ciak, un regista di se stesso. La sua è una storia che è scritta per le sensazioni da divulgare, come una favola, un racconto di buone intenzioni, di pensieri virtuosi, di sentimenti da valorizzare. La sua è una sceneggiatura scritta per tutti. E’ pensata per grandi e bambini, ricchi e poveri, fantasiosi e grigi, capaci ed incapaci, sinceri e furbi, tra buoni propositi e posizioni piuttosto sfumate, con l’espressione del serio tra il drammatico ed il fiducioso, tra l’ultima spiaggia e le distese di fertili praterie.
L’ex comunista Veltroni è alla conquista di un potere da esercitare, di uno spazio politico da conquistare: si preoccupa di dar credibilità complessiva al suo ruolo che stenta e rendersi pienamente autorevole. Coltiva così le sue rinnovate ambizioni.
Anche questa volta, per scrollarsi il peso di un’eredità fastidiosa, arriva l’ennesima conferma che il leader del PD voglia prendere le distanze dal Governo. Prodi ed i suoi ministri restano sempre più isolati su tutto. Anche sulla questione Speciale (il Generale della Gdf rimosso da Padoa Schioppa per coprire l’arroganza di Visco) il PD fa marcia indietro e riconosce gli sbagli, isola Prodi, difeso “senza se e senza ma” solo da una parte della sinistra di Pecoraro Scanio e Diliberto.
L’Italia di Prodi, in verità, ha proprio ragione il NYT, è quanto di meno felice si possa immaginare: è quasi sempre triste e sconsolante e non è un bello spettacolo! L’Italia può vincere il campionato mondiale di calcio, può assistere in tv alla lettura di Benigni della Divina Commedia di Dante, esaltarsi per il genio e l’arte dei suoi figli nei secoli, ma poi vedi Prodi in tv e perdi tutto l’entusiasmo.
C’è sempre un Celentano che ti riporta alla miseria della quotidianità, che ti fa pensare alla stupidità, che ti fa capire che il Paese sta male davvero!
Troppo frettolosa ed interessata è apparsa la prontezza con cui Napolitano, ospite negli USA, ha voluto smentire le impressioni che l’Italia offre di se all’esterno. Troppo frettolosa ed istintiva per poter analizzare i riferimenti generali a cui un osservatore straniero, per essere disinteressato alla quotidianità di un confronto politico che in Italia è spesso incivile, è più attento.
Non si può addebitare al Presidente Napolitano la difesa d’ufficio del Paese. Sarebbe ingeneroso. Non poteva fare altrimenti, specialmente in terra straniera, che difendere il Paese e l’integrità della sua espressione democratica e rappresentativa ai diversi livelli, dal politico all’imprenditoriale. Non poteva esimersi dall’affermare che l’Italia fosse capace di dare risposte sensate alla domanda di fiducia e tranquillità dei suoi cittadini. Sappiamo, però, che la verità è tanto diversa! E pensiamo che il Presidente degli Italiani possa fare qualcosa di più per l’Italia, persino ammonire la politica e sostenere che la fiducia formale che si ottiene in Parlamento non sia sufficiente a nascondere la sfiducia sostanziale nel Paese. C’è un Presidente della Camera che ha persino dichiarato il fallimento di questo Governo!
Il Capo dello Stato non può non comprendere che quando si fa cenno ai limiti del Paese non ci si riferisce alle sue potenzialità e neanche all’intelligenza del saper fare e del realizzare. I limiti sono invece nelle possibilità che si offrono ai cittadini, in relazione ai mezzi ed ai sostegni. Sono nell’effettiva coerenza del suo programma di sviluppo. Gli ostacoli rivengono da un Paese reso obsoleto nelle infrastrutture e nei servizi e che, come la cronaca ogni giorno ci documenta, non funziona nei suoi elementari strumenti della vita civile, come si deve pretendere in una società rivolta al progresso ed alla civiltà.
Le difficoltà del Paese risiedono in un sistema in cui la politica e le funzioni dello stato privilegiano metodi e strumenti da regime poliziesco, oppressivo ed illiberale per affermare presunte ragioni politiche. La beffa, ad esempio, viene nel constatare che a Napoli, con i tanti problemi che ci sono in quella città, s’indaghi su presunte corruzioni del capo dell’opposizione, definite da tutti prive di rilevanza penale, mentre si assiste dall’altra parte ad esercizi di equilibrismo, persino campanilistico, dove spesso l’interesse particolare di gruppi, fazioni e singoli si sovrappone al diritto di tutti.
Questo Governo sembra sempre più impegnato a trovare le ragioni del durare, ed ad attivarsi nella ricucitura di una maggioranza che scivola via, che all’azione coerente di gestione e riforme. E’ senza un programma davvero condiviso e coerente. Si assiste a pressioni su uomini e gruppi, pur di mantenere una maggioranza. Si fa persino ricorso ad un collante che spesso sa di ricatto.
La politica finanziaria del Governo assomiglia più ad un bazar di merci scambiate che ad una seria ipotesi di sviluppo del Paese. Prevalgono le forme surrettizie di finanziamento a uomini, gruppi o rappresentanti di minoranze, in cambio del voto sulla fiducia. E’ un bazar dove si acquista il consenso politico nel Palazzo, allontanandosi dai bisogni e dagli interessi del Paese.
Vito Schepisi

15 dicembre 2007

Un Paese normale!



Che il nostro non sia un Paese normale l’aveva già detto D’Alema nel 1994, pur se partendo da intuizioni diverse dalle nostre. Non è normale, infatti, perché è affetto da inarrestabili contraddizioni e da attitudini all’intrigo. E’ strano perché enfatizza la discordia e demolisce i ponti della collaborazione e del dialogo.
Il leader ex comunista insediandosi alle segreteria del Pds, dopo la sconfitta della macchina da guerra di Occhetto nel ’94, affermava a sostegno della sua idea di normalità che la dialettica democratica nei paesi pluralisti si manifesta nel consentire alla sinistra il governo della Nazione:“Il compito della mia generazione è portare la sinistra italiana al governo del paese. Altre generazioni hanno fatto cose fondamentali: hanno riconosciuto la democrazia, hanno rinnovato il paese. Ora, per noi,il problema è il governo: vogliamo essere messi alla prova".
E’utile, ma anche malignamente sarcastico, rileggere le presuntuose affermazioni di D’Alema. Questi, ex comunista e combattente su fronti diversi da quelli su cui si erano impegnate le democrazie occidentali; distintosi più nel tentativo di trascinare l’Italia nell’orbita della follia comunista, mentre da altre parti si rinnovava il Paese e si costruiva la democrazia; sconfitto dalla storia e smascherato nelle menzogne, chiede di passare a riscuotere il compenso del tradimento di quei valori invece, fortunatamente, prevalsi. Alla prova, però, sono stati messi, ed in modo davvero deludente!
Appare ancora più istruttivo rileggere oggi cosa affermava sempre l’attuale Ministro degli Esteri, un anno dopo nel ’95 sull’Unità, dopo che la sinistra aveva occupato il potere con un colpo di mano di Scalfaro: “Si è dunque riaperta la sfida. Contemporaneamente, si è anche fatta strada l'idea che le squadre in campo si diano delle regole comuni, valide per tutti. Proprio come accadrebbe in un paese normale”.
La storia ci insegna, e molti italiani ne sono più che convinti, che per la sinistra e D’Alema la vera normalità sia barare al gioco. Barare in tutti i modi, persino con i brogli elettorali, se non con la magistratura compiacente.
Gli anni sono passati ma le regole della sinistra rimangono sempre quelle. Il confronto democratico vale solo quando è funzionale a distribuire le carte perdenti agli avversari: altrimenti, come nel più classico western, si punta la pistola contro l’avversario per prevalere comunque.
Bisogna ritenere normale, ad esempio, l’azione di impiegati dello Stato che intervengono per rendere più torbido il rapporto tra le forze politiche e per minare il dialogo e l’avvio di un confronto per la costruzione di regole condivise?
L’avvio di un confronto leale è voluto soprattutto dal popolo. Gli italiani chiedono chiarezza e reclamano responsabilità e pongono condizioni di trasparenza per ricambiarla con la loro fiducia.
E se fosse vero anche il 10% di ciò che afferma il leader dell’opposizione sull’azione dei magistrati alla vigilia della fiducia al Senato sulla Legge Finanziaria, mossasi per convocare una decina di senatori per intimorirli su un possibile voto di sfiducia al Governo, il nostro non sarebbe neanche lontanamente un paese normale. Al contrario sarebbe un paese decisamente in pericolo.
Se chi esercita una funzione in nome del popolo si arroga il diritto di interferire con chi è deputato a rappresentarlo ed assume funzioni diverse dal lavoro per il quale è pagato dalla collettività, pretendendo di interpretare la giustizia come se fosse un’idea, stravolge due pilastri della nostra democrazia: quello del diritto e quello della libertà.
La storia d’Italia è scritta nelle parole dei suoi leader. Se i suoi leader, però, sono di sinistra è necessario leggerle al contrario. E’ questa una convinzione che si va consolidando. La doppiezza di Togliatti non è episodica e relativa all’uomo: è un metodo ed una cultura solidificata nel leninismo e nella sua teoria dell’inganno.
E’ sufficiente leggere ancora le normalità di D’Alema per rendersene conto. Siamo ancora nel ’95 e D’Alema, ancora segretario, dopo il famoso ribaltone che capovolse i risultati elettorali del 1994 afferma sull’Unità “Ora si può tentare un bilancio di quest'anno vissuto pericolosamente. E si può guardare avanti, con fiducia e speranza . Fiducia in un'Italia oggi meno nervosa di ieri, più ottimista, che chiede alla sua classe dirigente cose semplici e chiare: stabilità, tranquillità, normalità. Nella speranza che finalmente possa arrivare il cambiamento: un cambiamento dolce che dia agli italiani la certezza di un futuro sicuro”. E l’esempio del nostro futuro sicuro l’abbiamo avuto nella settimana appena trascorsa con l’Italia adagiata pesantemente per terra, imbrigliata da un esercito di camionisti “incazzati”, indispettiti da un Governo e da un ministro di simpatie cubane che si è concesso il lusso a spese della collettività di ignorare i disagi della categoria e rifiutare il confronto.
Stabilità, tranquillità e normalità affermava D’Alema. Con la sinistra al Governo, la stabilità, dal 1996 al 2001, l’abbiamo vista con i tre governi di Prodi, D’Alema ed Amato e nel corso di questa legislatura con una maggioranza che traballa ed ha perso la rotta; la tranquillità con l’Italia strozzata dalla pressione fiscale e con le famiglie in serie difficoltà finanziarie; la normalità con la magistratura che detta le regole del gioco. Bel risultato!
E cosa pensare quando si rilegge lo slogan di Prodi “La serietà al Governo”? Se non è questa una grande bugia!
Vito Schepisi

14 dicembre 2007

Intercettazioni e Giustizia

Il Consiglio Superiore della Magistratura sta per trasferire, e forse per rimuovere dalle funzioni di giudice monocratico, il magistrato, Gip di Milano, Clementina Forleo e, dopo due giorni di contenuto dibattito, sulla notizia è passato l’omertoso silenzio.
Repubblica, quotidiano dell’ulteriore partito occulto della sinistra, rivela un’azione della Procura di Napoli diretta ad indagare su Berlusconi per presunte corruzioni. Una nei confronti di Agostino Saccà, direttore di Raifiction, per aver chiesto di valutare la possibilità di far lavorare in Rai alcune soubrette. L’altra corruzione nei confronti del senatore dell’Unione Nino Randazzo, eletto nel collegio australiano, invitato a passare nello schieramento dell’opposizione per far cadere il Governo. Assolutamente niente di nuovo rispetto a ciò che sappiamo succede da ambo le parti. E nessuna delle soubrette segnalate lavora per la Rai, come Randazzo è rimasto fermo al suo posto a votare la fiducia a Prodi ed al suo Governo.
Dalla pubblicazione su Repubblica, però, questa notizia, senza sosta e con grande evidenza, circola su tutti i quotidiani e su tutte le reti televisive nazionali e locali.
Nel Paese aleggia la convinzione che la Forleo sia entrata in disgrazia per essersi addentrata nella verifica delle responsabilità penali di uomini di punta dei DS, quali D’Alema, Fassino e Latorre. Ed i media, Repubblica in testa, minimizzano, nascondono, eludono, sottovalutano.
E’ la stessa Repubblica che da giorni riporta con grande evidenza i chiacchiericci ed i pettegolezzi, ritenuti da più parte senza alcuna rilevanza penale, conversazioni su “puttanate”, come le definisce il Sindaco di Venezia Cacciari, contenuti in telefonate private dell’ex Presidente del Consiglio e leader dell’opposizione Silvio Berlusconi.
Il CSM, che si divide sul trasferimento di De Magistris dalla Procura di Catanzaro, magistrato che si è occupato di loschi affari in cui sono risultati coinvolti personaggi vicini a Prodi e Mastella, trova persino il tempo e l’opportunità di ergersi a difesa della Procura di Napoli per il presunto attacco di Berlusconi alle toghe “rosse”. Lo spunto è dato dall’opinione espressa dal Cavaliere in cui fa rilevare come puntualmente, nei momenti importanti della politica italiana, la magistratura intervenga a fomentare lo scontro politico, con lo scopo di sabotare i tentativi di condurre alla normalità il confronto tra i partiti.
Il Paese è preoccupato per l’odore di regime che emerge quando le istituzioni convergono a delegittimare la parte politica dell’opposizione. Il sospetto che si sia in un regime preoccupa maggiormente quando gli organi di governo presieduti dalle stesse istituzioni si adoperano a trasferire magistrati impegnati ad indagare su uomini della maggioranza, ponendo di fatto ostacoli alla verifica ed alla eventuale sanzione degli aspetti di illegalità che sono emersi. E non può che alimentare ancor più, sia il sospetto che il legittimo timore della compiacenza politica, sapere che i fatti, noti, in cui personale di primo piano della sinistra è coinvolto in ipotesi di reato penalmente rilevanti, non hanno avuto per protagonisti magistrati schierati. Non esiste infatti l’assoluto dubbio di alcuna assonanza politica di questi magistrati con l’opposizione.
In Italia anche le pareti sono intrise di un solo sospetto. Tanti uomini liberi non riescono a fugare la cattiva impressione che ci sia una giustizia spesso mirata, sempre pronta a ricercare responsabilità e rilevanza penale, anche dove questa non esiste, pur di screditare l’immagine e la credibilità politica del Cavalier Berlusconi.
Persino il Presidente della Repubblica ha ritenuto di dover intervenire per ammonire al reciproco rispetto. E se chiede alla politica di avere misura, chiede alle toghe solo di rispettare i limiti della loro funzione ed alla stampa di astenersi dal diffondere notizie coperte dal segreto istruttorio. Un colpo diversamente calibrato a ciascuno, e così pensa di lavarsi le mani. Ma non è così!
L’uso illegale della notizia di stampa va perseguita se si vuole che le notizie private, senza rilevanza penale, non siano diffuse invadendo la privacy del cittadino. Pubblicare notizie private, quantunque sconvenienti, con lo scopo di mortificare i protagonisti è metodo incivile che nessun paese democratico dovrebbe poter consentire. E chi più che il garante supremo delle Istituzioni dovrebbe diffondere questo monito?
Ma la delegittimazione della politica è altrettanto preoccupante quanto quella della Magistratura. Il Presidente della Repubblica, invece che invocare il rispetto della politica per la magistratura, farebbe bene a richiamare principalmente il rispetto della magistratura per le garanzie costituzionali dei cittadini.
Non si possono tollerare, infatti, queste continue invasioni nella privacy dei cittadini. E cos’è questo controllo vigile e minuzioso nella vita privata del Capo dell’opposizione se non un tentativo persecutorio tipico di un regime? Presidente Napoletano, cosa sono questi chilometri di nastri registrati di intercettazioni di relazioni telefoniche private che circolano nelle Procure d’Italia? Come definire questo connubio tra alcune procure ed alcuni giornali, mirati spesso al tentativo di screditare l’onore e la legittimità dei cittadini?
Presidente Napoletano, cosa dobbiamo aspettarci ancora da quest’Italia di tanti uomini liberi ed onesti, ma anche di tanti forcaioli, intolleranti e spioni?
Vito Schepisi

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13 dicembre 2007

Tir(o) al Governo

La questione degli autotrasportatori si è risolta. L’Italia dovrebbe esultare perché alla vigilia delle feste più sentite si sono liberati i trasporti e si aspetta che si riempiano gli scaffali dei mercati alimentari.
I tanti lavoratori autonomi che si affannano a guadagnare giorno per giorno le loro risorse economiche per sopravvivere riprendono così il loro lavoro. Lo fanno con rassegnazione ponendosi alle spalle le piccole e grandi difficoltà attraversate: persino soddisfatti per il diradarsi del pericolo di veder compromessa la propria attività ed affrancati dal rischio di non poter onorare i propri impegni economici.
E’ salvo il tacchino ed il pesce, sono salve le mozzarelle di bufala e la verdura, le primizie e la frutta esotica, i vini pregiati e lo spumante doc: tutti nuovamente in bella mostra sui banchi dei mercati per arricchire di gusto e di calore il pranzo di Natale. Anche il rientro a casa dei lavoratori dal nord al sud, dalle fabbriche alle campagne, dalla nebbia al sole è assicurato per le autostrade senza blocchi e per i distributori di carburante riattivati.
E’ scongiurato, per tanti lavoratori lontani dai loro paesi di origine, il pericolo di trascorrere le feste ai margini delle grandi città del nord, spesso nella tristezza e nel grigiore delle periferie abbandonate tra il degrado e l’indifferenza ed a dispetto della vitalità e dell’opulenza delle ricche metropoli del nord. Sono attesi con umanità e simpatia dalle comunità popolari del sud, e già pregustano le sagre, i canti e le bevute del buon vino primitivo. Pensano agli agrumi colti direttamente dai giardini ed alla parentesi di felicità nel trascorrere le feste più sentite tra le tradizioni più antiche e la gioia dei bambini. Pensano già alle provviste da portare, dallo zirro di olio vergine di oliva spremuto dinanzi ai loro occhi nei frantoi, alla damigiana del vino artigianale con i metodi e le tradizioni popolari tramandate nei millenni da padri a figli a nipoti. La gioia di un ritorno al passato tra usi, abitudini che lentamente vanno spegnendosi.
Un grido di gioia, uno sfogo esultante di liberazione dovrebbe attraversare l’Italia intera: come una vittoria ai mondiali di calcio!
Non è così, invece! E’ durata 3 giorni ed è la lezione più amara impartita a tutto il Paese: la lezione più impegnativa della nostra cultura popolare. Tre giorni per passare dalla coscienza di traguardi di civiltà a quella della leggerezza sottile del precipizio dei valori che quotidianamente affermiamo.
Un abuso dei diritti, un falso convincimento di libertà reclamate, un ingiusto criterio di lotta e di rivendicazioni per l’ affermazione di alcune istanze economiche e normative di una categoria può offrire l’aspetto più nero di un precipizio. La visione più cruda di un inferno di umanesimo, civiltà e sensibilità che si abbatte inaspettatamente, all’improvviso come un cataclisma meteorologico devastante, sulla popolazione inerme. L’Italia si è svegliata la mattina con il frigorifero vuoto, senza generi di prima necessità, con la macchina a secco di carburante, impossibilitata a recarsi al lavoro. Ci è sembrato di vivere in uno stato ancora più precario di una società medioevale, senza l’orto dietro casa, senza le galline per le uova fresche e la pecora per il latte, senza il calesse coi cavalli per spostarsi.
Il mondo industriale è come una grande macchina. E’ un meccanismo complesso che funziona grazie ai suoi complicati ingranaggi. Tutto è funzionale, anche la piccola ed insignificante vite che unisce i suoi meccanismi. Tutti i rapporti sono connessi tra loro e ciascuno per proprio conto agisce solo apparentemente in piena autonomia, ma in realtà tutto deve essere pensato come componente di un insieme che assicura il sincronismo e la funzionalità.
Il mondo civile è come un computer: se si toglie l’energia non si muove più niente, tutte le sue potenzialità restano immobili e diventa un oggetto del tutto inutile.
Ci chiediamo ora se sia lecito tutto questo e se sia giusto che in una vertenza di lavoro si arrivi a questo punto. Sappiamo che le ragioni o i torti, quasi sempre, non sono mai solo da una sola parte e che arrivare agli estremi implica responsabilità rilevanti di tutti, ed anche in questo caso è stato così.
Ci sono delle difficoltà oggettive oggi nel Paese dovute alla lievitazione dei costi che incidono sul bilancio quotidiano di tutte le famiglie. Le scelte politiche sono sempre più complicate di quanto apparentemente si pensi, ed incidere su aumenti di tasse, accise, pedaggi, oneri, diritti può creare difficoltà enormi ad intere categorie di lavoratori. Ci sono, nello specifico della vertenza degli autotrasportatori abusi, concorrenze sleali e scorrette, margini esigui di guadagni che finiscono per indurre al massacro i lavoratori, stretti tra i tempi e le percorrenze al limite delle possibilità umane, e non è possibile che le istanze siano ignorate e respinte sdegnosamente come è avvenuto.
Non è neanche, però, possibile che si arrivi a ledere i diritti degli altri, come non è possibile che si assumano comportamenti violenti. Le minacce, i blocchi, la voglia di far del male in modo indiscriminato, per far prevalere i propri egoismi, quantunque diritti sacrosanti, è un reato, ma ancor prima che un illecito penale è un abuso umano e sociale.
Non è neanche possibile, però, che il Governo, che dovrebbe avere la dignità di rappresentare l’intero Paese, anche nella valutazione della legittimità dei comportamenti di ciascuno, si distingua prima per una disattenzione al problema, poi con una precettazione disattesa ed infine con il cedimento, con le mani alla gola, alle istanze degli autotrasportatori.
Non si doveva arrivare a questo punto. Assolutamente non si doveva!
Vito Schepisi

12 dicembre 2007

Camionisti e Parlamentari

Si pensava che ci fosse una profonda differenza tra i camionisti ed i parlamentari dei partiti minori del centrosinistra, ma sembra che non sia così.
I camionisti sono in rivolta per la scarsa attenzione del Governo nei loro confronti. I parlamentari dei piccoli partiti della maggioranza sono anche loro in rivolta e sempre per la scarsa attenzione del Governo nei loro confronti. I camionisti scioperano, rallentano il traffico stradale, allungano i tempi di percorrenza dei trasporti su ruota; i parlamentari in esame non scioperano - non è previsto per la loro funzione - ma rallentano il traffico legislativo in Parlamento e allungano i tempi di percorrenza della legge finanziaria. Gli uni hanno gli occhi della gente esasperata puntati per i disagi e per i danni economici provocati, gli altri hanno gli occhi della gente altrettanto esasperata puntati per gli sprechi, le chiacchiere e le furbizie della politica.
Gli autotrasportatori lottano per la loro sopravvivenza, preoccupati dai margini insufficienti della loro attività; i parlamentari delle forze minori lottano anche loro per la sopravvivenza perché, cancellati i piccoli partiti, verrebbe meno anche la loro carriera politica.
Sarebbe interessante sapere se tra parlamentari ed autotrasportatori le funzioni possano essere anche fungibili. Diliberto, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Boselli e Mussi guiderebbero un Tir per portare a casa il pane per i loro congiunti? E se i dubbi per i politici sussistono certamente non è così per i camionisti che, invece, siederebbero volentieri in Parlamento per assicurarsi non solo il presente, ma anche il futuro.
E se i parlamentari citati si pensa che non siano capaci, e soprattutto si dubita che siano disponibili ad attraversare l’Italia sui Tir, siamo proprio sicuri che i camionisti non sarebbero capaci di essere responsabili ed utili nel Parlamento almeno alla pari dei primi?
Verdi, Comunisti Italiani, Udeur e Sinistra Democratica hanno oggi abbandonato i lavori dei capigruppo dell’Unione alla Camera per protesta, e minacciano così di bloccare i lavori della finanziaria. Se i camionisti mettono i Tir di traverso, i partiti minori del centrosinistra si mettono loro di traverso a bloccare il percorso della riforma elettorale facendo pressione su Prodi ed il Governo.
Il motivo della rivolta è dunque la bozza di riforma elettorale presentata dal Presidente della Commissione parlamentare per gli Affari Costituzionali al Senato, Enzo Bianco, considerata penalizzante per i piccoli partiti.
Bene! Ma è proprio ciò che il Paese chiede!
Il Paese, in verità, userebbe anche altri metodi un po’ meno civili e non solo con i piccoli partiti del centrosinistra, ma anche con i protagonisti più corposi dell’esecutivo in carica. E’ infatti dall’inizio della legislatura che si parla di semplificazione del quadro politico e di come scoraggiare la nascita di nuovi partiti, spesso diversi solo per protagonismo politico.
Non se ne può più dei giochi e delle astuzie, e persino dei ricatti di quei gruppi che fanno pesare il loro manipolo di parlamentari in modo spropositato rispetto alla consistenza della loro rappresentanza popolare. Non si può continuare a dar credito a coloro che rappresentano poco più di se stessi e/o che mercanteggiano il loro voto e la loro collocazione politica.
Mastella vale l’uno per cento, Diliberto, Boselli e Pecoraro Scanio più o meno lo stesso. Tutti insieme pesano anche meno di Rifondazione Comunista, pressappoco quanto la Lega di Bossi.
Ora la proposta di Bianco, modellata sul sistema tedesco, prevede lo sbarramento del 5%. In Germania è così e nessuno parla di truffa. L’attenzione da porre è alla governabilità ed ad assicurare che i numeri diano ad uno schieramento, piuttosto che all’altro, una maggioranza solida e sufficiente a realizzare, senza frenate o modifiche, l’enunciato programma politico. Solo così l’elettorato è messo in grado di valutare la capacità dei partiti di mantenere fede agli impegni ed, altresì, valutare la bontà delle scelte.
Se dal punto di vista del calcolo elettorale è comprensibile la posizione di Mastella, Pecoraro, Diliberto, Borselli e quant’altri, meno comprensibile appare la voce grossa di Cesa. Questi con Casini ha chiesto fino all’ossesso l’adozione del modello tedesco e la bozza Bianco ne riassume tutta la tipicità. Ora che prevale e trova consensi più larghi, verrebbe da chiedersi il motivo della contrarietà dell’Udc.
A differenza della Lega che della bozza critica l’indecisione sui collegi, sul recupero dei resti e sugli sbarramenti, ovvero sui voti disgiunti nei collegi tra uninominale e proporzionale, il diniego dell’Udc è incomprensibile. Sarebbe il caso che Casini spiegasse agli Italiani le perplessità riscontrate e soprattutto spiegasse cosa intendeva il suo partito quando parlava di modello tedesco.
Gli elettori sono stanchi dei giochi e delle furbizie e gradirebbero scelte più chiare per non rischiare di tornare a votare a scatola chiusa. E’ ora di finirla con gli atteggiamenti alla Follini, adottati nella legislatura precedente, e poi con quelli dei tanti piccoli partiti della sinistra nella legislatura attuale. Se la richiesta di avere l’indicazione del premier prima delle elezioni è ora il motivo del contrasto, del resto è l’unica ipotizzabile, sarebbe opportuno che emerga chiara e se ne spieghi la ragione senza infingimenti.
La lealtà e la correttezza verso gli elettori sono valori da recuperare e se a Casini, all’Udc ed a Cesa sembrano scelte da scongiurare, per altri appaiono come necessità da pretendere.
Vito Schepisi

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10 dicembre 2007

Fini e il Popolo

Se si domandasse agli elettori dell’Italia moderata cosa desiderano di più per essere rappresentati in Parlamento ed al Governo, in massa risponderebbero che gradirebbero un grande partito dell’Italia laboriosa e cosciente, strutturato in modo tale da poter stabilire una grande affinità con le questioni quotidiane della gente.
Pochi si infilerebbero in ragionamenti astratti, un numero esiguo sulla divisione in diversi partiti, pochissimi si inoltrerebbero in strategie di coalizioni per dare visibilità ad una parte più che ad un’altra. Sulla opzione elettorale nessuno, o solo pochi addetti ai lavori, sarebbero oggi in grado di valutare le diverse scelte in discussione ed indicar preferenze, a prescindere dalle indicazioni più semplici, quali proporzionale o maggioritario, ad esempio.
Una stragrande adesione, però, ci sarebbe sulla semplificazione del quadro politico. Molto consenso otterrebbe una legge che offrisse opportunità di scelte chiare tra diverse sensibilità su cui si sviluppa la coscienza democratica del Paese.
Ora dinanzi a questa realtà che emerge dal popolo, una volontà diretta senza filtri o mediazioni, dinanzi alla domanda di partecipazione in scenari chiari e senza ambiguità, cosa vuole Fini che valga il suo arroccamento nella difesa dell’identità del suo partito? Non è, come sostiene, la sua una difesa dei valori da privilegiare rispetto alla forma: i valori che richiama sono comuni. Appare, al contrario, il suo, un modo ben definito della volontà di salvaguardare una forma partito. Scelta, la sua, che si mostra persino anacronistica, per essere ormai superata dall’affievolirsi delle più nette divisioni ideologiche d’un tempo.
Oggi ciò che divide un nazionalista di destra di una volta, da un liberale, non è più un sentimento nostalgico di un ideale smarrito tra leggi razziali, violenza ed autoritarismo, non è più la visione dirigistica e statalista dell’economia e dello Stato corporativo, non è l’autarchia antimassonica, antiplutocratica, antiamericana di un sentimento social-fascista ormai defunto. Ciò che differenzia al massimo, a parte l’origine e la cultura patrimonio ideale del patriottismo risorgimentale dei liberali, è l’accento sui percorsi ritenuti più adatti per raggiungere un obiettivo comune.
Oggi persino gli ex marxisti sono diventati liberisti in economia ed i cattolici diventati tolleranti verso coloro che respingono le fondamenta cristiane della nostra civiltà. Il Presidente del Consiglio in carica è un democristiano della prima repubblica. La caduta di quest’ultima, per ironia del buon senso e per vocazione trasformista, ha cementato il connubio tra i protagonisti, e monopolisti di maggioranza ed opposizione, di un tempo.
Tra i contendenti, una volta radicati sulle convinzioni ideologiche di una visione antagonista delle scelte politiche, è sopraggiunto un nuovo “pactum” in cui si è compattata a sinistra quella che un tempo erano considerate l’ala cattolico-conservatrice e l’ala marxista-massimalista della scena politica italiana. Si è andata trasformando la vecchia “conventio ad excludendum” (sistema chiuso con la secolarizzazione in regime di monopolio tra i ruoli di governo ed opposizione), sancito di fatto nella prima repubblica, con la “conventio contra personam”, formatasi dal ’95 in poi, grazie all’opera di Scalfaro, allora Presidente della Repubblica, intimorito dall’azione travalicante della magistratura militante.
E’ dal 1995 che la politica delle scelte, ha modificato le sue funzioni trasformando queste in politiche delle preclusioni e delle delegittimazioni.
La politica spesso è mestiere ed arte del divenire, in particolare se è affidata a coloro che lavorano nell’esclusiva immagine del partito, quale ente di interesse primario rispetto alla gente ed alle strategie di governo. Una visione partitocratrica in cui emerge il privilegio della forma sulla sostanza, dell’interesse particolare o di bottega sul benessere per la popolazione.
Le parole di Fini ci ricordano così Togliatti ed il vecchio pci. Il Migliore, come i suoi compagni di partito lo chiamavano era, ed è, storicamente famoso per la sua doppiezza. Per il leader comunista del primo dopoguerra, la verità non era mai un libero modo di acquisire le diverse ragioni che formavano una o l’altra convinzione, ma era la ragione unica e sola, propria dei principi massimalisti: la ragione di partito.
AN non si scioglie - sostiene il leader di Alleanza nazionale - per confluire nel nuovo soggetto politico. Resti com’è allora! Se ha chiesto le mani libere con la sua lettera al Corriere, nello stesso momento in cui si votava al Senato per la Finanziaria, e Berlusconi si batteva per far cadere questo Governo fallito, abbia le mani libere. Ma libere devono averle anche gli altri! Perché allora alzare la voce e polemizzare un giorno si e l’altro ancora con chi ha scelto di rivolgersi al popolo, pur restando fermo nella sua area politica di sempre, ed ha stabilito di affrancarsi dal condizionamento degli alleati?
Vito Schepisi

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08 dicembre 2007

Il Dito e la luna

Tra le tante del politico più sgrammaticato d’Italia, finalmente una che ha senso. La metafora è già usata, ma è ciò che conta di meno. Se l’eroe di mani pulite afferma che stanno tutti a guardare il dito e che nessuno pensa più alla luna, si riferisce a quella sua immagine ripetuta fino alla noia, forse l’unica che gli sia riuscita di comprendere bene, in cui Antonio Di Pietro sostiene che, se un uomo punta un dito verso la luna, c’è chi si ostina a guardare il dito e non ciò che indica.
L’ex magistrato questa volta parla della questione Forleo e, fuori dalla metafora, avverte che l’attenzione sia stata abilmente deviata sul Gip di Milano (ancora per poco per quanto se ne sappia), invece che sulla questione Unipol-Bnl e le scalate bancarie. I media ed il Palazzo, abbastanza compatti tra maggioranza ed una tiepida opposizione (sulla questione della Giustizia, FI in particolare, opta per un basso profilo su intercettazioni ed effetti mediatici), distolgono lo sguardo dagli interessi che hanno determinato le mosse del trasferimento del magistrato, proprio come accade a chi si ferma a guardare lo strumento (il dito) puntato e non il fenomeno (la luna) indicato. Fuori dalla metafora, i metodi ed i comportamenti della Forleo e non i presunti reati commessi.
La definizione è tutta nei termini della inopinabilità delle regole della matematica. Lo diceva anche Totò: la matematica non è un’opinione.
Se la Forleo è diversa dal corretto esercizio della giustizia, ed i tre diessini (ora fusi nel PD) Fassino, D’Alema e Latorre sono stati i bersagli della sua poco corretta gestione della giustizia, appare abbastanza deduttivo che si debba supporre che Fassino, D’Alema e Latorre siano soggetti diversi dalle responsabilità. Se Clementina Forleo sulla gestione degli atti di Unipol, per il fatto che nella Giustizia la forma è sostanza, ha un risultato uguale a zero e se per l’elementare aritmetica ogni rapporto o prodotto che abbia un denominatore uguale a zero è nullo: anche i tre parlamentari possono azzerare i reati ipotizzabili. E se la Forleo non si interesserà più alle scalate bancarie ed ai reati connessi, anche la Giustizia non si interesserà più a D’Alema, Fassino e Latorre. Tutto chiaro? O no? E chi avrà più il coraggio o l’incoscienza di riprendere i fascicoli in mano dopo tanta evidente sensazione che chi tocca i fili dell’alta tensione ci rimette di sicuro le penne?
Il 31 ottobre scorso, in una intervista apparsa su La Stampa, il giudice Imposimato sosteneva: “So di sicuro di pressioni sul Procuratore Generale perché fosse avviato un procedimento disciplinare contro la Forleo, al pari di quanto ha fatto contro De Magistris”. Ora il tono è cambiato e la sostanza persino ribaltata. Quel “so di sicuro” dell’ex magistrato, ed ex parlamentare comunista, è diventato: “La mia convinzione derivava dalla lettura dei giornali che riportavano quanto stava succedendo intorno alla Forleo”. Un po’ troppo poco ed anche sostanzialmente diverso da quanto riferito a La Stampa appena un mese prima.
Ma non è solo l’intervista a La Stampa che coglie in contraddizione l’ex magistrato Ferdinando Imposimato. A smentire le sue “smentite” c’è Oliviero Beha, giornalista, che riporta sul blog di Roberto D’Agostino Dagospia la sua testimonianza diretta delle rivelazioni di Imposimato. Beha conferma quanto sostenuto da Clementina Forleo: «Imposimato – scrive infatti Beha - mi ha detto esplicitamente di pesanti influenze sul Csm da parte dei coinvolti dei Ds, il solito trio (adesso nel Pd), e persino del Quirinale, affinchè la Forleo venisse delegittimata”.
Accuse gravissime. Ancora più gravi per il coinvolgimento del Presidente della Repubblica. Il Quirinale si affretta a smentirle, in tempo reale, parlando di “insinuazioni diffamatorie”. Beha accoglie con soddisfazione civica le smentite, ma chiede al Quirinale di chiarire due dettagli: “Le insinuazioni diffamatorie di cui parla il comunicato quirinalizio a chi si riferiscono? A me che ho citato parole di Imposimato ripetute anche di fronte ad altre persone compresa la Forleo (a detta naturalmente della Forleo), oppure a Imposimato stesso?”. E l’altro quesito: “vista la delicatezza di una faccenda fosca di cui ancora a distanza di sei mesi dalla richiesta del Gip Clementina Forleo di poter interrogare i sei parlamentari intercettati al telefono con Consorte, Fiorani e c. si sa poco o nulla, un cittadino specchiato come il Presidente della Repubblica che cosa avrebbe fatto nei miei panni? Avrebbe taciuto per non disturbare il “derby d’opinione” sulla Forleo (peraltro impari…) che sembra oggettivamente prezioso per non parlare invece del caso “scalate bancarie” forse di rilevanza politico-penale assai maggiore? Oppure – chiede ancora Beha - approva il mio contributo pro veritate? – e conclude Beha - Aspetto risposte con la stessa tempestività soprattutto per sapere come regolarmi in futuro.”
E’ probabile che le risposte, Beha le aspetterà per un pezzo ed è persino molto probabile che non arrivino mai. Resta da chiedersi se quanto già accaduto alla Forleo, come sembra, debba accadere anche a De Magistris, PM di Catanzaro, che indagava su Mastella e Prodi, cosa si deve pensare che siano coincidenze o che si è instaurato un regime?
Noi vorremo guardare la luna, ma tempeste di sabbia formano nuvole impenetrabili che si alzano ad intorpidire e nascondere la sua luce e così …la luna non riusciamo proprio a guardarla!
Vito Schepisi

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05 dicembre 2007

Un Governo fallito

Ci sono molte differenze tra la crisi del primo governo Prodi nel 1998 e la recente dichiarazione di Bertinotti sul fallimento del governo in carica, sempre condotto da Romano Prodi. Tra le tante, una differenza di significato consiste proprio nelle finalità.
Se nell’ottobre del 1998 Bertinotti si sfilò nella convinzione di dare significato e sostanza ad un progetto politico di rottura ed alternativo all’Ulivo, questa volta la denuncia del fallimento serve a porre fine all’agonia di una maggioranza scollacciata ed incapace di assumere iniziative condivise.
Nel 1998, con lo strappo, Bertinotti ed il suo partito della rifondazione comunista reagivano al pericolo di restare schiacciati nello sviluppo di un programma riformista di impronta essenzialmente eurocratica che si andava delineando. Un’azione di governo con prevalenza di indirizzi su scelte finanziarie e di mercato, con l’attenzione ai conti ed alle compatibilità della spesa. I comunisti di Bertinotti allora reagirono al pericolo di doversi misurare con interventi di tagli alla spesa e di macelleria sociale che sarebbero serviti a preparare il Paese alla svolta europea. La mossa dell’attuale Presidente della Camera, nel 1998 emerse dalla convinzione che la base comunista non avrebbe compreso né l’adozione di parametri rigidi per l’introduzione della nuova moneta e neanche i prevedibili controlli sulle politiche della spesa.
Questa volta, dopo le difficoltà create al Senato dalla pattuglia di Dini e dai dissidenti Manzione e Bordon, è sopraggiunta invece la convinzione che niente potrà più essere come prima nell’Unione.
Avvertendo i mugugni della base, Bertinotti trae così la consapevolezza che restare fermi può solo portare al massacro da parte dall’antagonismo militante e può favorire il disperdersi, a vantaggio dei movimenti dell’antipolitica, della primogenitura del dissenso e della lotta al sistema.
Chiudersi a difesa del governo di Prodi, soprattutto nella prospettiva del consolidamento dell’identificazione del governo nel progetto del PD, per il capo storico dei neo comunisti comporta il pericolo di non poter più esser credibile come leader di un movimento di lotta e di governo, e di rendere altresì non credibile la stessa Rifondazione Comunista come partito di confine e fabbrica attiva per l’elaborazione delle proposte per le diversità. Il Partito di Bertinotti ha l’esigenza di mantenere il suo protagonismo e di riposizionarsi nel suo spazio di funzione critica ed alternativa alle globalizzazioni ed alle strategie diplomatiche sugli scenari internazionali.
Come allora Bertinotti ed il Partito della Rifondazione Comunista poteva rinunciare a ritenere fallito il progetto dell’Unione?
La nascita del Partito Democratico, in verità, ha contribuito a creare ulteriori scompensi nel centrosinistra. Molte più difficoltà: più di quelle già presenti per la mancanza di coesione programmatica. Se alla criticità delle convergenze sulle scelte, soprattutto in campo sociale ma anche sugli obiettivi per la crescita e lo sviluppo, legati alle politiche fiscali ed agli interventi sulla competitività, una volta si contrapponevano le ragioni dello stare insieme, come spesso si andava sostenendo, per battere Berlusconi e scongiurare il suo ritorno al Governo, la nascita del PD ha creato una reazione a catena e molte fibrillazioni nei piccoli partiti.
La maggior parte delle formazioni minori, senza marcata identità, prive persino di radici storiche nella tradizione popolare, senza precisi riferimenti territoriali, rischiano ora di veder dissipare l’appeal più squisitamente personale che politico. E’ opinione diffusa, infatti, che possa prevalere l’attrazione dell’elettorato alla logica dei grandi numeri ed esiste nel Paese una sensibile voglia di semplificazione della politica.
Bertinotti, da politico astuto, ha avvertito questa difficoltà. Ha meditato sull’immagine del suo partito appiattito sul Governo ed apparso spesso moderato e prudente nel sopportare sacrifici e rinunce per non farlo cadere, ed è ora convinto che Prodi abbia ormai vita breve.
Ma più che rendersi responsabile ancora una volta della caduta di Prodi, togliendo la fiducia all’unica maggioranza parlamentare che potesse scongiurare il ritorno alle urne con la conseguente vittoria certa del centrodestra e di Berlusconi, quale modo migliore aveva Bertinotti per prendere le distanze da questo esecutivo? La risposta è: dichiararlo fallito e proporre la disponibilità ad un diverso esecutivo, d’impronta istituzionale, che possa traghettare il Parlamento all’approvazione della riforma della legge elettorale ed alle modifiche costituzionali. Tutto concorda!
Dal suo punto di vista è la cosa più intelligente che il Presidente della Camera potesse fare. La sinistra ha da intraprendere un percorso di unificazione. E’un tragitto che si presume lento e complesso. L’obiettivo di Bertinotti è una riforma elettorale sul modello tedesco, con sbarramento al 5%: una soluzione che rende inevitabile la convergenza sulla “cosa rossa”.
Il nuovo soggetto politico potrebbe così presentarsi alle elezioni in modo autonomo e giocarsi la possibile partecipazione ad alleanze, su programmi concordati, dopo le elezioni.
Vito Schepisi

04 dicembre 2007

Un magistrato scomodo

Tutto dev’essere iniziato nel gennaio di quest’anno, quando la signora Forleo ad un convegno organizzato a Milano dall’Unione delle Camere Penali dal tema: “Giudice e pubblico ministero. Due soggetti diversi nel processo, nell’ordinamento, nella Costituzione» si era espressa in modo disallineato sul progetto di riforma Mastella sull’ordinamento giudiziario.
Indifferente alla consapevolezza che la riforma era stata imposta dalla stessa associazione dei magistrati, la Forleo andava sostenendo le sue perplessità proprio sulla parte più discussa delle norme: quelle che regolano le carriere e le funzioni dei magistrati. Il magistrato perorava la separazione delle carriere tra requirenti e giudicanti.
Una posizione quella del Gip di Milano che rivalutava lo spirito della riforma coraggiosamente voluta dal centrodestra. Una riforma per l’ordinamento giudiziario pensata per uniformare la giustizia italiana alle scelte di civiltà giuridica già in esser in gran parte dei paesi liberali e democratici d’occidente.
Il Gip di Milano, sostenendo la necessità della separazione delle carriere si era, così, messa di traverso all’ANM. Da quel momento il magistrato già noto per il discusso provvedimento di scarcerazione di presunti terroristi definiti “guerriglieri”, atto giuridico che aveva persino esaltato la sinistra radicale italiana, è entrata nel mirino di chi intende la giustizia alla stregua di un’arma politica da utilizzare per scardinare il sistema delle certezze democratiche e rappresentative e predisporre il Paese alle avventure dell’antipolitica e della sommarietà dei giudizi.
Se Speciale è stato rimosso da Generale della Guardia di Finanza per essersi messo per traverso alla pretesa di Visco di rimuovere i vertici della Gdf di Milano che avevano indagato sull’affare Unipol-Bnl, non si capirebbe la ragione che dovrebbe impedire ora la rimozione della Forleo dall’Ufficio di Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano! E la ragione sembra tutta nella gestione prevalentemente politica del CSM.
La seconda volta la sua colpa è ancora più grave. Il giudice ha voluto toccare i fili della corrente elettrica ad alta tensione, ed è opinione corrente che chi tocca i fili, muore. E’ scritto persino sui tralicci dell’Enel!
La desolante impressione è che anche questa volta la “casta” abbia fatto quadrato intorno agli interessi della politica. E resta tutta la preoccupazione per i cittadini di sentirsi ancora una volta traditi dalle ramificazioni di una logica di potere che si chiude a riccio per impedire che emergano inganni, bugie e privilegi dei soliti noti. L’antipolitica nasce anche da qui!
Forse, però, conviene entrare nel merito delle “colpe” della signora Forleo. Le sue responsabilità consistono prevalentemente nell’aver formulato al Parlamento una richiesta d’autorizzazione all’utilizzo di alcune intercettazioni telefoniche acquisite ai fini di un’indagine penale in corso. Nelle intercettazioni si materializzavano strategie e suggerimenti di parlamentari DS di alto profilo che si accordavano sui metodi e sugli strumenti da utilizzare per l’acquisizione della Banca Nazionale del Lavoro.
Dalla trascrizione sono emersi intrecci e metodi, ritenuti illegali per la scalata alla BNL, tra D’Alema, Fassino, Latorre e Consorte. Quest’ultimo all’epoca era Presidente dell’Unipol, gruppo assicurativo legato alla Lega delle Cooperative, altro colosso produttivo, imprenditoriale, e distributivo ritenuto molto vicino alla sinistra. Ai tempi del Pci la Lega delle Cooperative era considerata persino parte integrante del movimento politico. Le “cooperative rosse” appaltano tuttora in percentuali bulgare tutte le attività della fascia rossa del Paese.
Alla Forleo, giudice per le indagini preliminari, viene persino imputata una formulazione esorbitante dalle sue prerogative per l’atto di richiesta dell’autorizzazione alle Camere. Viene ipotizzato l’inserimento di ipotesi di reato, prerogative invece dei pubblici ministeri, laddove Cicu, Comincioli, D’Alema, Fassino e Latorre vengono definiti: “consapevoli complici di un atto criminoso di ampia portata”.
Il compito della Giustizia è di venire a capo, seguendo un processo di competenze e di prerogative, alle responsabilità penali imputabili ai diversi soggetti interessati. La richiesta del Gip di autorizzazione all’uso delle intercettazioni, per essere privilegio riservato ai membri del Parlamento e non ai cittadini comuni, non potrebbe che essere pertanto motivata. Qualora non ci siano valide motivazioni, si dovrebbe presupporre che l’uso delle intercettazioni in cui compaiono parlamentari non debbano essere autorizzate. E cos’è una motivazione se non la segnalazione d’indizi e comportamenti illeciti che possano motivare persino una successiva iscrizione sul registro degli indagati? Senza l’utilizzo delle intercettazioni non è possibile formulare un atto d’accusa, ma senza un’ipotesi di reato non è possibile richiedere l’acquisizione delle intercettazioni! Delle due l’una!
Il provvedimento di rimozione della Forleo, già preannunciato, come sostiene Letizia Vacca, esponente laico del partito dei comunisti italiani nel CSM, “servirà è riportare la serenità negli uffici di Milano”. Il popolo italiano, però, nel nome del quale si eserciterebbe la giustizia in Italia, avrebbe idee del tutto diverse sulla sua serenità; ma sembra che di questo il CSM non si faccia carico.
Vito Schepisi
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03 dicembre 2007

Lenzuolate e coperte

Quando il Governo di Prodi aveva ancora i pantaloni corti, si annunciavano con grande entusiasmo le liberalizzazioni di Bersani. Dovevano esercitare la più grossa rivoluzione all’immagine di una sinistra fautrice di una politica dirigistica. Dovevano dissipare l’idea stantia e vetero socialista di un’area politica mossa esclusivamente da pulsioni populistiche e fuori dalle leggi del mercato. Avevano lo scopo di rimuovere lo stereotipo di una sinistra indisponibile alle regole della libera iniziativa e dell’impresa, principi economici ritenuti da sempre di impronta prevalentemente liberale e liberista.
Il centrosinistra accusava così il centrodestra d’aver disatteso nei 5 anni precedenti le politiche di liberalizzazione e d’aver contraddetto persino i propositi e gli indirizzi economici tipici delle politiche di movimenti e partiti di ispirazione occidentale.
Con le liberalizzazioni di Bersani, l’immagine della sinistra doveva apparire quella di un movimento rinnovato, aperto ai nuovi principi e fautore di valori di libero mercato e di più diffuso liberismo economico.
Le hanno chiamate lenzuolate ma non per il loro candore. Le lenzuola danno sempre l’idea di qualcosa di fresco e pulito. Le hanno definite così perché hanno costituito un insieme di provvedimenti, forse affrettati ma anche demagogici ed in alcuni casi dimostratisi inutili, se non dannosi, su materie diverse e non sempre trasparenti, tanto da suscitare più di un sospetto sull’impronta autenticamente liberale.
Spostare l’interesse da una parte all’altra dei soggetti economici, od introdurre elementi di vessazione tributaria, magari celata, non ha niente di liberale, spesso invece è più opportunismo, se non l’introduzione di ulteriori elementi di privilegio e di sottomissione alle pressioni delle caste.
In Italia, è noto, ci sono gli intoccabili da sempre. Ci sono coloro che possono tutto, anche configgere con l’interesse generale, o con quello particolare, senza destare preoccupazioni, indignazione e sgomento. L’abuso, tanto si sa per regola, è sempre e soltanto da una sola parte. Dall’altra al massimo o si sbaglia per caso e da soli (i famosi compagni che sbagliano) oppure se c’è qualcuno che azzarda l’approfondimento degli sbagli è ritenuto così pazzo da doversi provvedere a rimuoverlo dai suoi uffici. C’è sempre, insomma, chi sa e chi trova come provvedere alla bisogna. C’è chi può, sempre e comunque!
Sui risparmi degli italiani per le lenzuolate di Bersani non c’è nessuno che ne abbia preso coscienza: sono tanti i dubbi che effettivamente ce ne siano stati! In converso, invece, sembra che ogni costo sia lievitato sia per effetto dell’aumento dell’inflazione, ovvero della pressione fiscale, sia per effetto del caro petrolio.
Quando i mercati erano fermi, per la congiuntura internazionale successiva alla tragedia delle Torri Gemelle a New York, durante l’amministrazione di centrodestra della scorsa legislatura, nessuno faceva sconti al Governo. Anche la concorrenza sleale di paesi asiatici veniva persino ignorata dal Presidente della Commissione Europea. La responsabilità era indifferibilmente di Berlusconi.
Se il prodotto interno lordo non cresceva e se i salari non garantivano i mezzi indispensabili per la sussistenza fino alla fine del mese, la responsabilità era sempre di un Governo disattento alle questioni sociali e, benché non avesse aumentato la pressione fiscale a carico dei lavoratori, la responsabilità del minore potere di acquisto dei salari era sempre di Berlusconi: per definizione!
Ora piacerebbe a tanti sapere di chi sia la responsabilità, oggi, se i lavoratori dipendenti, che prima arrivavano a nutrirsi per tre settimane, oggi si trovano a farlo solo per poco più della metà di ogni mese.
Se l’inflazione falcidia i salari e se le materie di prima necessità subiscono aumenti di gran lunga superiori ai tassi di inflazione ufficiali, non sarà mica colpa dell’opposizione? In questo caso a molti italiani sfuggirebbe qualcosa, e non si tratta soltanto delle espressioni colorite che il 60% della popolazione vorrebbe indirizzare a Prodi ed a questo Governo.
Sfugge la logica, ad esempio, di promesse, programmi ed impegni come la “felicità degli italiani” o la “serietà al governo”. Sfugge ancora la logica di provvedimenti che fanno lievitare la spesa, come l’abolizione dello scalone, ad esempio, o quelle politiche di vessazione fiscale che hanno frenato la domanda interna e rischiano di creare stagnazione e regressione della crescita.
C’è, tra la sinistra alternativa, chi vorrebbe toccare la legge Biagi per eliminare il precariato. C’è persino un sistema semplicissimo per farlo ed in modo radicale che è quello, ad esempio, di eliminare del tutto il lavoro. Senza occupazione, infatti, non ci sarebbe neanche il precariato: un “bingo” ideologico per rendere immensamente felici Giordano, Diliberto e Cremaschi.
La prossima lenzuolata di Bersani riguarderà elettricità, gas e trasporto ferroviario, già gravati di aumenti nell’ultimo anno, pari dal doppio al triplo del tasso di inflazione, e già c’è chi si dispera prevedendo un ulteriore aumento delle tariffe anziché maggiori servizi, maggiore offerta e razionalizzazione dei costi.
Ministro Bersani questa volta invece delle lenzualate procuri le coperte agli italiani: c’è un intero inverno da attraversare ed i lavoratori il riscaldamento se lo potranno permettere solo fino alla metà del mese!
Vito Schepisi
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30 novembre 2007

La spallata del Cavaliere

A Piazza San Babila a Milano il cavalier Berlusconi la spallata l’ha data. L’annuncio del nuovo partito del popolo delle libertà ha avuto l’effetto di una spinta politica, almeno pari ad una vittoria parlamentare sulla maggioranza.
Per prevalere in Parlamento servono intese, spesso trattative e rigida gestione dei gruppi: a volte veri compromessi. In Parlamento con l’azione delle caste, e tra gli interessi particolari, può passare di tutto e persino il suo contrario. Anche il voto di scambio non ha ostacoli di valenza penale. Per prevalere nel Paese, invece, servono chiarezza, decisione e coraggio. Fuori dai palazzi della politica, infatti, servono parole chiare e saper interpretare i sentimenti del popolo.
Prodi fino ad oggi ha mostrato la capacità di prevalere in Parlamento dove agita la clava del dopo di me il v(u)oto, ed infila un voto dopo l’altro utilizzando di tutto: dai senatori a vita precettati, persino bloccati per votare, nonostante i loro impegni scientifici in giro per il mondo, agli avvertimenti minacciosi ed alle costanti pressioni. Tra il popolo, invece, Prodi trova fischi, proteste e tanto sconforto.
Berlusconi, lasciato solo dai suoi alleati, deluso dai “parrucconi” della politica, ha provato invece a confrontarsi direttamente con gli elettori: ed il popolo della libertà ha risposto compatto. Sono state, infatti, otto milioni le firme raccolte contro questo Governo, ritenuto inadeguato e dannoso e privo del consenso politico dei cittadini.
E mentre il popolo firma in massa, fa la fila ai gazebo, sottoscrive gli appelli su internet per chiedere a Prodi ed alla sua maggioranza di togliere il disturbo, Fini e Casini, sollecitati persino dalla stampa sempre critica, se non proprio avversaria, spinti a voler essere protagonisti contro la strategia di Berlusconi, covano l’idea di mettere nell’angolo l’ex premier. Azzardano una spallata al contrario, all’interno dell’opposizione, per assumere protagonismo e visibilità, per aumentare il peso politico ed elettorale dei loro partiti.
Dopo il voto favorevole al Senato, sul testo finale della finanziaria, incassato da Prodi, è emerso il significato dell’enfasi che giornali e persino gli alleati del centrodestra hanno voluto dare al voto. La crisi interna nella maggioranza, con alcuni gruppi che hanno dichiarato di votare a favore solo per senso di responsabilità, anche se non è sfociata nella caduta del Governo, è stata comunque una vittoria politica dell’opposizione. La presa d’atto nell’aula parlamentare dell’implosione della maggioranza di centrosinistra, è stata l’affermazione delle ragioni di una minoranza parlamentare che ritiene dissolta ed esaurita questa maggioranza politica.
Per alcuni non è stato così! Ed invece che esibire la vittoria per il cedimento della credibilità della sinistra di governo, per alcuni Berlusconi ha sbagliato ad annunciare e denunciarne l’implosione. Persino il difficile percorso della maggioranza, in piedi ancora una volta per il rotto della cuffia, viene così imputato a carico del leader di Forza Italia. Qualcuno tra i suoi ex alleati ha parlato persino di fallimento di una strategia politica.
Le mani libere! Ma libere da cosa? Quando si è all’opposizione, in particolare, le mani si liberano solo quando si è concordi nel contrastare le iniziative ritenute sbagliate. Se la maggioranza, come quella di Prodi, ha occupato il potere con sofismi e contraddizioni, facendo ritenere un’unione che nella sostanza non è mai esistita, avere le mani libere significa contrastarla con ogni mezzo.
Cosa vuole Casini o Fini che interessi al popolo delle libertà, arricchito da tanti ex elettori del centrosinistra, la loro necessità di visibilità politica? Mentre il popolo in massa firma, e firma anche a sostegno della loro opposizione, non è corretto rilasciare interviste con cui si prendono le distanze dalle strategie adottate e se ne annunciano nuove e divergenti, con l’evidente intenzione di isolare la leadership dell’opposizione e, soprattutto, con l’idea di rendersi protagonisti di stagioni politiche diverse.
Ciò che non si capisce è cosa, a loro avviso, dovesse fare invece l’opposizione? Forse augurarsi che la maggioranza fosse compatta ed a ranghi pieni, e votare contro solo per un esercizio formale? Nessuno si chiede ma scusate il Paese che dice? Il Paese che pensa? Il Paese che vuole?
C’è stato un voto circa 20 mesi fa in cui l’elettorato s’è diviso in due. Da quel momento i rappresentanti del 50% del paese, ignorando le promesse fatte agli elettori, e tra queste persino quelle della serietà, hanno ritenuto di governare contro il Paese . Alcuni, ispirati dal desiderio di vendetta sociale “anche i ricchi piangano”, hanno premuto per sommergere di tasse i contribuenti, col risultato contrario di far continuare a gioire l’alta finanza ed i capitali e far piangere ancora di più la povera gente.
Ora tocca al popolo delle libertà esprimersi, e Berlusconi non dia l’impressione di far marcia indietro. Il popolo è unito nel chiedere compattezza e coerenza e soprattutto la caduta di questo governo. ”La situazione dell’Italia non è buona”: sicurezza, giustizia, pressione fiscale, debito pubblico, sanità, servizi, infrastrutture, occupazione giovanile, precariato sono come tante ferite che se non curate diventano piaghe. E’ populismo volerle porle all’attenzione dei cittadini e provvedere a risolverle con il consenso dei diretti interessati? Sia populismo allora!
Al popolo non interessano i giochi della politica, ma le questioni di tutti i giorni, quelle che vive sulla propria pelle, interessa la forza e la coerenza dell’azione, senza i giochi ed i tatticismi della visibilità politica.
Vito Schepisi

28 novembre 2007

La riforma elettorale tra alchimie e furbizie

E’ opinione comune che le alchimie elettorali, più che essere un modo per assicurare al Paese governabilità e maggioranze omogenee e coese, servano ai partiti per tentare di assestare meglio la propria consistenza parlamentare e per poter esercitare pressioni politiche ben oltre il proprio peso specifico, anche contro il mandato della maggioranza del corpo elettorale.
Tra le scelte, alla base c’è già un intreccio iniziale da sciogliere: se optare per un sistema maggioritario o per un sistema proporzionale.
Mentre il primo, senza correzione proporzionale, favorisce prevalentemente il bipolarismo, rendendo necessario l’accordo tra partiti collocati in aree larghe (centrodestra, ovvero centrosinistra), pena il rischio di restare fuori dalla rappresentanza parlamentare; il secondo, quello proporzionale, favorisce la frammentazione e persino la convenienza a porre motivi di divisione.
Tra le opportunità del proporzionale per i gruppi minori, oltre ad esserci quella della possibilità di esercitare pressioni sulla maggioranza o sulle scelte del Governo, persino al limite di ogni decenza, c’è la possibilità di favorire di volta in volta l’adeguamento dei regolamenti parlamentari, anche attraverso deroghe di cui è divenuto costume l’abuso, onde creare diversi gruppi con tanto di sedi e rappresentanze, con costi sempre a carico dei contribuenti, ed ancora, fatto ritenuto di grande importanza, la possibilità di poter accedere al finanziamento pubblico.
Sia il maggioritario che il proporzionale sono scelte che rispettano in pieno i principi della democrazia: sono ambedue legittime espressioni del popolo. Appare però evidente che l’opzione proporzionale sia quella che più possa riflettere compiutamente le diverse anime del Paese e che più possa essere legittimata a sostenerne le istanze. Se si potesse trarre un giudizio di merito sulle regole di una democrazia parlamentare, si potrebbe affermare che il proporzionale puro possa essere la scelta più equa. La suddivisione in perfetta percentuale riflette, infatti, i limiti ed i confini di ciascuna forza ed offre l’immagine precisa del Paese.
Tutto questo in teoria ma, come si è detto, e soprattutto si è visto dal vero, la realtà è purtroppo diversa. L’obiettivo non deve essere, allora, quello di comprendere cosa ci sia di diverso, ad esempio, tra Casini e Mastella, o tra questi e Dini, o ancora tra Diliberto e Giordano. Una volta compresa la ragione del loro diverso sentire, se mai si possa comprendere, resta il fatto che ove l’uno, o l’altro prenda un “piccio”, se il loro apporto di voti parlamentari dovesse essere indispensabile, il Paese si troverà a dover attendere i comodi loro per poter adottare provvedimenti o varare riforme.
Ma la democrazia non può essere questa! Non si può ridurre il mandato popolare all’esercizio delle schermaglie di nicchia o agli interessi particolari e neanche, come abbiamo visto di recente tra Di Pietro e Mastella, alle rivalità personali. Se la civiltà del confronto richiede il massimo rispetto per le istanze delle minoranze e per il pluralismo delle posizioni, è vero anche che si debba prendere atto che c’è una maggioranza che ha un diverso sentire e che ha diritto di prevalere, laddove il suo diritto non sia lesivo di quello degli altri. Ed inoltre, se c’è una maggioranza nel Paese sugli indirizzi generali, non la si può ricercare continuamente persino sulle istanze particolari. Niente funziona in questo modo. Se si pigia sul freno, e si ferma la macchina che procede ad andatura continua e costante, a conti fatti, si rischia di consumare più energie e di arrivare in ritardo agli appuntamenti che nel caso di un governo sono quasi sempre i bisogni.
Tra i principi delle democrazie elettorali, per ovviare alle tante questioni, ce ne sarebbero alcuni abbastanza validi, sperimentati con successo in altri paesi. Ma non è detto che si possa importare un sistema che altrove funziona e presumere di farlo funzionare anche da noi. Le realtà sono diverse e sono differenti persino i profili costitutivi dei diversi stati. In Spagna ed Inghilterra, ad esempio, c’è la monarchia. In Francia e negli USA il presidente è eletto dal popolo ed ha ampi poteri. Sarà per questa ragione che l’occhio è continuamente puntato sul sistema tedesco dove il Cancelliere è espressione della maggioranza parlamentare.
Quello della Germania è un sistema elettorale misto: i parlamentari sono eletti metà col maggioritario e metà col proporzionale. Su questa seconda metà, però, c’è una soglia di sbarramento: i partiti che non raggiungono il 5% restano fuori dal parlamento. Non è detto, però, che col sistema tedesco si garantisca la governabilità: dopo le ultime elezioni, vinte di misura dalla Merkel, si è fatto ricorso alla grande coalizione per consentire la governabilità. In Italia. Invece, pur non avendo vinto le elezioni in entrambi i rami del Parlamento, Prodi ha respinto la proposta di un esecutivo dalle larghe intese. E’ interessante osservare, però, che in Germania non si può con un colpo di mano sfiduciare il governo in carica. Esiste, infatti, l’istituto della sfiducia costruttiva che prevede la proposta di un diverso premier e di una diversa maggioranza con cui sostituire il cancelliere e la maggioranza già in carica.
E’ opinione comune, come si diceva all’inizio, che le alchimie elettorali servano anche ad altri fini. Sono in molti, infatti, oggi in Italia a chiedersi se l’iniziativa del centrosinistra sia ispirata dai buoni propositi di dotare il Paese di una efficiente riforma elettorale più idonea alla governabilità e non, come da più parti si sospetta, per prendere tempo e superare le difficoltà di una maggioranza senza una vera e credibile proposta politica.
Sarà per questo che Berlusconi ha deciso di sedersi al tavolo per vedere le carte ed eventualmente smascherare il bluff di Veltroni.
Vito Schepisi

21 novembre 2007

Ognuno ora si assuma le sue responsabilità

Il più delle volte i percorsi più difficili si dimostrano i più facili e viceversa. Quante volte tra gli elettori del centrodestra si è diffusa rabbia e delusione nel vedere annacquare la forza d’urto dell’opposizione per la corsa verso la visibilità di leader molto ambiziosi ma confusionari, incoerenti e senza il necessario consenso popolare?
Dalla scorsa legislatura c’è ancora chi si chiede cosa avesse voluto dire Follini, ad esempio, quando parlava di “soluzione di continuità” ogni qualvolta il Presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, lanciava una nuova iniziativa politica. La forza di coesione del centrodestra aveva rappresentato uno dei pilastri su cui si era radicato il consenso politico del 2001. Ed è bastato un Follini che si fregiava del riparo di un Presidente della Camera, collocato in quel posto per grazia ricevuta, per disperdere credibilità e coesione e diradare altresì un patrimonio di voti che ha poi consentito al centro sinistra di vincere le elezioni politiche del 2006.
Sono bastati solo 24mila voti all’armata politica di Prodi, la più sgangherata dal dopoguerra ad oggi, per occupare ogni spazio del Paese. Ed è bastata una possibile difficoltà di Prodi al Senato per vedere Follini, senza indugio, saltare dall’altra parte della barricata.
I percorsi più difficili si mostrano invece i più facili quando si ha la percezione d’esser dalla parte del popolo e di interpretarne gli umori. E’ così che Berlusconi, frenato dai suoi alleati nel condurre un’opposizione decisa al Governo del declino, si è smarcato da coloro che spesso si sono dimostrati più palle al piede, o politicanti di un sacco ed una sporta anziché coerenti alleati. L’ha fatto alla sua maniera, dimostrando che il suo rapporto con pezzi della maggioranza non può che essere privilegiato, rispetto ai goffi tentativi dei “furbetti” di turno di scavalcare la sua leadership.
Anche Fini, sdoganato assieme al suo vecchio partito, il vecchio movimento sociale italiano, ritenuto più a ragione che a torto erede dei principi e delle simpatie del ventennio fascista, si è lasciato prendere da eccessi di ambizioni. Ha ritenuto di dover rilasciare interviste in cui si discostava dalle iniziative dell’opposizione, rilanciando persino la disponibilità a dialoghi separati con la maggioranza su riforma elettorale, sconfessando di fatto la richiesta di nuove elezioni su cui Berlusconi aveva investito impegni organizzativi e credibilità politica e per la quale milioni di italiani avevano appena posto la firma.
Cosa crede Fini che senza il sostegno e la copertura politica delle componenti liberali e democratiche del Paese il suo passato non gli sarebbe stato rinfacciato ad ogni piè sospinto? I voti alla destra missina erano considerati una volta “voti a perdere”, senza peso politico. Per espressa volontà di una consistente parte di quello che si definiva “arco costituzionale” il Msi era stato espressamente estromesso dal gioco del governo e delle maggioranze. Fini questo non dovrebbe dimenticarlo.
Alleanza Nazionale, dopo la caduta dei partiti tradizionali, nella cosiddetta seconda repubblica, ha potuto realizzare la sua evoluzione democratica tanto che ad oggi Fini ed AN si sono spinti fino a voler ricercare spazi in famiglie di più vasto respiro europeo, come il PPE. I novi tragitti sono il frutto del lavoro e del sostegno di forze politiche che si sono impegnate a far girare le pagine della storia sviluppando nuove strategie politiche che, nonostante le canee retoriche, chiudevano le pagine ed i capitoli della vecchia politica. Si è sviluppato un contesto in cui le vecchie ideologie totalitarie, in un’accezione larga e condivisa, venivano definitivamente condannate come crimini contro l’umanità, liberando così alle regole della democrazie espressioni più conservatrici che reazionarie
Le vecchie chiusure venivano così superate dalle fasi nuove dei rapporti tra i popoli dove i principi della democrazia e del pluralismo si costituivano come basi irrinunciabili di un lavoro e di un impegno comune. Su questa nuova prospettiva i componenti della vecchia Cdl hanno lavorato gomito a gomito, come sinceri alleati, per aprire nuove pagine e scrivere nuovi capitoli della storia d’Italia. Sono stati così dischiusi nuovi orizzonti e realtà diverse si sono affacciate ai nuovi contenuti e, slegate dai vecchi principi limitativi, si sono potute rivolgere ai concetti ed alle strategie delle forze politiche moderne.
Di chi è stato il merito di questa evoluzione, se non di una strategia di alleanze che toglieva ad ogni forza politica pezzi di passato stantio per unificare valori, come è emerso, negli spazi comuni di principi di libertà in cui il cittadino potesse sviluppare il suo ruolo di individuo responsabile?
Se questa strategia subisce una frenata perché sulle idee e sulla spinta propulsiva qualcuno si sfila, per ricercare collocazioni diverse, non si può poi pretendere che gli altri aspettino immobili che si facciano esperimenti, o si prendano iniziative divergenti, senza che di contro vengano percorse strade alternative, ritenute persino cautelative rispetto alle iniziative di altri.
Vito Schepisi

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