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18 settembre 2013
L'anticamera della dittatura
Se Silvio Berlusconi abbia mai pensato che la vittoria elettorale del 2008, con cui il centrodestra prese la maggioranza assoluta alla Camera ed al Senato, gliela avrebbero fatta passare liscia e senza una reazione feroce, alla luce di ciò che poi è accaduto, politicamente e giudiziariamente, è evidente che si sia sbagliato di grosso.
Persino i tradimenti ricevuti rientrano in una complessa e inquietante strategia di demolizione e di persecuzione. Chi ha tradito ha fatto una misera fine, quella di tutti gli utili idioti, ma era prevedibile: non poteva non essere messa nel conto da chi della politica ne aveva fatto un mestiere.
Non che la vita privata e imprenditoriale di Berlusconi, con i suoi interessi economici, non fossero già stati, prima del 2008, il bersaglio preferito di truppe d’assalto di magistrati politicizzati, collaterali a quella sinistra post comunista che nel leader del centrodestra vedeva il nemico da abbattere ad ogni costo. Berlusconi dal 1994 è stato, infatti, l’ostacolo insormontabile che si è frapposto, con successo, alla conquista del potere assoluto, come, per inderogabile obiettivo, è stampato nel manuale ideale di ogni buon marxista.
Le contraddizioni e l’incapacità di coniugare la propaganda con la realtà hanno sempre impedito alla sinistra italiana, camuffata dietro la maschera della democrazia, la continuità nel consenso. La sinistra italiana è rimasta quella di sempre: illiberale, antidemocratica, reazionaria, corrotta, violenta, ipocrita, cinica e falsa. Come lo era ai tempi di Togliatti.
La necessità di liberarsi del “nemico” rientra nel dna politico e storico dei marxisti-leninisti. Eliminare l’avversario toglie anche il fastidio di dover rispettare le promesse, il popolo e il Paese.
C’è la convinzione, a sinistra, penso a ragione, che dopo Berlusconi non ci saranno più ostacoli. Se la giocheranno in casa tra chi è più ipocrita e falso tra loro. E con questo PD confuso, idealmente disorientato dalle esibizioni del lessico strumentale dei suoi rocamboleschi personaggi, fra rottamati e rottamatori, smacchiatori e asfaltatori, finiranno con essere rottamati, smacchiati e asfaltati tutti quegli italiani che s’impegnano nel lavoro e che non sono abituati a mendicare niente a nessuno.
E’ il popolo che pagherà il conto di tutto questo insistente imbroglio sociale d’imprese collassate, di banche saccheggiate, di burocrazia esosa ed asfissiante, di famiglie affamate, di donne e uomini caricati di tasse e privati dei propri diritti, di milioni di giovani disoccupati. I fannulloni, i galoppini sindacali e politici, i ruffiani e gli impostori, gli imbroglioni, i corrotti e le caste degli intoccabili continueranno, invece, indisturbati, a prendersi beffa delle persone per bene.
Se, all’eliminazione politica di Berlusconi, si unirà anche l’esproprio del suo patrimonio, sarà impartita una lezione tremenda a chi non gorgheggia nel coro. Un monito che non potrà che destare preoccupazione per chiunque ci voglia ancora provare. Chi avrà, infatti, ancora la forza e il coraggio di denunciare le ingiustizie e di battersi contro la nuova barbarie autoritaria? Si pensi allora a quanto possa valere, per la propaganda comunista, questa lezione! Almeno 100 delle loro menzogne.
Nel silenzio di chi non avrà più voce, la sinistra potrà concludere il suo processo di appiattimento dell’informazione televisiva e cartacea. Come nei regimi più classici, ci sarà chi si occuperà della dispersione e della criminalizzazione del dissenso: avremo un altro servizio pubblico di agenti provocatori che snideranno e denunceranno i “disfattisti”. I “compagni” di provata fede occuperanno tutti i centri decisionali del Paese. Il “Partito” eserciterà il controllo dei vertici delle funzioni di sicurezza dello Stato. Il governo potrà infierire su tutti o su alcuni con tasse e patrimoniali. La sinistra potrà continuare a saccheggiare il Paese, invadendolo con i suoi famelici galoppini, con i fannulloni che vivono sul lavoro degli altri, sindacalizzando le imprese, uniformando l’informazione, disperdendo e criminalizzando il dissenso.
Ciò che sta succedendo al leader del centrodestra non è che la nuova rappresentazione autoritaria di una trama che già conosciamo, in cui il grottesco si sposa con la viltà e l’indifferenza di tanti.
Siamo nell’anticamera della nuova dittatura.
Vito Schepisi
09 febbraio 2013
Il Giorno del Ricordo delle vittime di Tito e dei suoi complici italiani
Qualche anno fa sono stato a Pola, in Istria. Una città bellissima e malinconica.
Pula in Croato. Si perché a Pola l’Italia non c’è più. A Pola l'Italia si avverte nelle cose che mancano. E' un po' come il pensiero per qualcuno o per qualcosa che è venuto meno.
In Città c'è un anfiteatro che si affaccia sulla zona del porto. Se ti distrai per un attimo, ti sembra di stare a Roma, dinanzi al Colosseo.
La nostra storia non può inoltrarsi nella nebbia degli opportunismi e delle ipocrisie e restarci come un oggetto senz'anima, come un corpo che vive senza sentimenti. Una Città italiana se la vedi la senti tua, e se la senti ti manca.
E' necessario conoscere, vedere, sapere. Ho visitato quei luoghi da Trieste a Basovizza , sono sceso fino a Fiume e poi in Istria da Pola per risalire fino a Capodistria e tornare a Trieste. Terre bellissime dove c’erano gli odori ed i sorrisi di casa.
I racconti dei pochi sopravvissuti trasudano rabbia e amore per l'Italia e s’affaccia la malinconia per ciò che non c'è più. Nelle parole si percepisce l’amore misto alla rabbia per essersi sentiti abbandonati nelle mani di chi li aveva spogliati di tutto. I racconti sono quelli delle tragedie, delle umiliazioni, dei soprusi, degli espropri; quelli delle mortificazioni e delle privazioni, ma tutto col tempo passa nel silenzio della rassegnazione.
I nostri connazionali dell’Istria, della Dalmatia e della Venezia Giulia non solo si sono sentiti abbandonati dall’Italia, ma si sono sentiti rimossi: una vergogna, un’infamia, una viltà.
Ha avuto un nome questa ignominia: Palmiro Togliatti.
Ha avuto una responsabilità politica questa viltà: quella del partito comunista italiano.
Ha avuto un sicario questa mattanza: il Maresciallo Josip Broz Tito.
Non si sono mai conosciuti i numeri esatti delle vittime italiane che abitavano quelle terre. La pulizia etnica ha agito in diverse forme. C’è gente che è sparita nel nulla. Non se n’è saputo più niente: i segreti delle foibe “tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi ed il silenzio dei morti”.
E poi l’esodo verso l’Italia, con la propaganda comunista che descriveva i profughi come i “fascisti” che scappavano dalle loro responsabilità. Era gente, invece, a cui era stato tolto di tutto, gente che non aveva alternative e che scappava dalla pulizia etnica e dalla morte.
Togliatti è stato sempre un cinico bugiardo. Non sapeva come spiegare agli italiani che “i liberatori” slavi al comando di Tito non erano gli amici del popolo, come li aveva sempre descritti, ma bande di spietati assassini, mosse da un dittatore sanguinario, che avevano saccheggiato e depredato i nostri connazionali costringendoli a scappare.
Per tanti anni, con la complicità dei governi consociativi, ci hanno nascosto la storia, ci hanno celato i delitti, hanno rimosso le responsabilità, hanno minacciato e ammutolito i superstiti. Vigliacchi! Vigliacchi come tutti quelli che si adoperano a sostenere i regimi che soffocano la libertà dei popoli.
Le responsabilità storiche e le viltà, purtroppo, sono sempre scritte col sangue di chi non ha alcuna colpa. Le vittime delle brutalità non sono mai i regimi vinti, ma le donne e gli uomini che non avevano nulla da vincere, se non il proprio diritto alla vita nei luoghi in cui erano nati.
Nel 1936 la popolazione italiana nell'Istria, registrata dal censimento del Governo Italiano dell’epoca, era di 294.000 cittadini: nel 1961, dai dati del censimento slavo, era scesa a 14.354. Due dati presi in tempi diversi ma che non comprendono per intero il fenomeno. L’esodo e le foibe non hanno interessato solo l’Istria ma tutto il territorio italiano passato sotto il controllo della Jugoslavia di Tito. Una cifra realistica, ma approssimativa potrebbe essere quella di circa 350.000 cittadini interessati.
Tutte vittime senza responsabilità: quelle destinate a perdere sempre.
Non è mai giusto così!
Vito Schepisi
Pula in Croato. Si perché a Pola l’Italia non c’è più. A Pola l'Italia si avverte nelle cose che mancano. E' un po' come il pensiero per qualcuno o per qualcosa che è venuto meno.
In Città c'è un anfiteatro che si affaccia sulla zona del porto. Se ti distrai per un attimo, ti sembra di stare a Roma, dinanzi al Colosseo.
La nostra storia non può inoltrarsi nella nebbia degli opportunismi e delle ipocrisie e restarci come un oggetto senz'anima, come un corpo che vive senza sentimenti. Una Città italiana se la vedi la senti tua, e se la senti ti manca.
E' necessario conoscere, vedere, sapere. Ho visitato quei luoghi da Trieste a Basovizza , sono sceso fino a Fiume e poi in Istria da Pola per risalire fino a Capodistria e tornare a Trieste. Terre bellissime dove c’erano gli odori ed i sorrisi di casa.
I racconti dei pochi sopravvissuti trasudano rabbia e amore per l'Italia e s’affaccia la malinconia per ciò che non c'è più. Nelle parole si percepisce l’amore misto alla rabbia per essersi sentiti abbandonati nelle mani di chi li aveva spogliati di tutto. I racconti sono quelli delle tragedie, delle umiliazioni, dei soprusi, degli espropri; quelli delle mortificazioni e delle privazioni, ma tutto col tempo passa nel silenzio della rassegnazione.
I nostri connazionali dell’Istria, della Dalmatia e della Venezia Giulia non solo si sono sentiti abbandonati dall’Italia, ma si sono sentiti rimossi: una vergogna, un’infamia, una viltà.
Ha avuto un nome questa ignominia: Palmiro Togliatti.
Ha avuto una responsabilità politica questa viltà: quella del partito comunista italiano.
Ha avuto un sicario questa mattanza: il Maresciallo Josip Broz Tito.
Non si sono mai conosciuti i numeri esatti delle vittime italiane che abitavano quelle terre. La pulizia etnica ha agito in diverse forme. C’è gente che è sparita nel nulla. Non se n’è saputo più niente: i segreti delle foibe “tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi ed il silenzio dei morti”.
E poi l’esodo verso l’Italia, con la propaganda comunista che descriveva i profughi come i “fascisti” che scappavano dalle loro responsabilità. Era gente, invece, a cui era stato tolto di tutto, gente che non aveva alternative e che scappava dalla pulizia etnica e dalla morte.
Togliatti è stato sempre un cinico bugiardo. Non sapeva come spiegare agli italiani che “i liberatori” slavi al comando di Tito non erano gli amici del popolo, come li aveva sempre descritti, ma bande di spietati assassini, mosse da un dittatore sanguinario, che avevano saccheggiato e depredato i nostri connazionali costringendoli a scappare.
Per tanti anni, con la complicità dei governi consociativi, ci hanno nascosto la storia, ci hanno celato i delitti, hanno rimosso le responsabilità, hanno minacciato e ammutolito i superstiti. Vigliacchi! Vigliacchi come tutti quelli che si adoperano a sostenere i regimi che soffocano la libertà dei popoli.
Le responsabilità storiche e le viltà, purtroppo, sono sempre scritte col sangue di chi non ha alcuna colpa. Le vittime delle brutalità non sono mai i regimi vinti, ma le donne e gli uomini che non avevano nulla da vincere, se non il proprio diritto alla vita nei luoghi in cui erano nati.
Nel 1936 la popolazione italiana nell'Istria, registrata dal censimento del Governo Italiano dell’epoca, era di 294.000 cittadini: nel 1961, dai dati del censimento slavo, era scesa a 14.354. Due dati presi in tempi diversi ma che non comprendono per intero il fenomeno. L’esodo e le foibe non hanno interessato solo l’Istria ma tutto il territorio italiano passato sotto il controllo della Jugoslavia di Tito. Una cifra realistica, ma approssimativa potrebbe essere quella di circa 350.000 cittadini interessati.
Tutte vittime senza responsabilità: quelle destinate a perdere sempre.
Non è mai giusto così!
Vito Schepisi
26 gennaio 2013
Neoplasie maligne
La sinistra
gode da sempre di buona stampa e di buona magistratura, ma nella realtà è come
un'associazione a delinquere.
E' organizzata in modo invasivo: si dirama come un tumore maligno.
Si occupa di tutto, direttamente o attraverso una rete di associazioni, di patronati, di sindacati, di cooperative o di semplici militanti.
Lo scopo è quello tipico delle associazioni mafiose: occupare il territorio.
Anche il metodo è simile a quello delle organizzazioni malavitose: consiste nella penetrazione dei loro uomini nei luoghi in cui si informa, si forma, si stabilisce, si discute e si esegue.
La sinistra, come fa la mafia con lo Stato, mira a introdurre i suoi uomini nei luoghi delle decisioni per godere di appalti e di protezione; coopta e sistema i suoi militanti ovunque ci sia rilevanza e attenzione: nella magistratura, nei giornali, nell’università, nella scuola, nell’industria, nel commercio, nell’artigianato, nell’editoria, nella finanza, nelle televisioni, nelle banche, tra gli studenti, nelle categorie, nelle associazioni, nei movimenti, nei comitati, negli apparati burocratici dello Stato, nel pubblico impiego, nei comitati dei disoccupati, nelle commissioni e nelle consulte femminili, nei movimenti di liberazione della donna.
S’introduce ovunque ci sia spazio nella società civile, ma soprattutto nelle Istituzioni.
E' organizzata in modo invasivo: si dirama come un tumore maligno.
Si occupa di tutto, direttamente o attraverso una rete di associazioni, di patronati, di sindacati, di cooperative o di semplici militanti.
Lo scopo è quello tipico delle associazioni mafiose: occupare il territorio.
Anche il metodo è simile a quello delle organizzazioni malavitose: consiste nella penetrazione dei loro uomini nei luoghi in cui si informa, si forma, si stabilisce, si discute e si esegue.
La sinistra, come fa la mafia con lo Stato, mira a introdurre i suoi uomini nei luoghi delle decisioni per godere di appalti e di protezione; coopta e sistema i suoi militanti ovunque ci sia rilevanza e attenzione: nella magistratura, nei giornali, nell’università, nella scuola, nell’industria, nel commercio, nell’artigianato, nell’editoria, nella finanza, nelle televisioni, nelle banche, tra gli studenti, nelle categorie, nelle associazioni, nei movimenti, nei comitati, negli apparati burocratici dello Stato, nel pubblico impiego, nei comitati dei disoccupati, nelle commissioni e nelle consulte femminili, nei movimenti di liberazione della donna.
S’introduce ovunque ci sia spazio nella società civile, ma soprattutto nelle Istituzioni.
L'azione non
è mai quella di interpretare la società con i suoi bisogni, né quella di
trovare le soluzioni alle questioni irrisolte del Paese, ma quella di occupare
e influenzare.
Anche le difficoltà delle famiglie, il disagio dei giovani, la crisi delle piccole imprese e persino le calamità naturali fanno parte di quel “tanto peggio, tanto meglio”, già tipico atteggiamento del Pci di Togliatti, che era ed è parte integrante della cultura comunista come strategia leninista di attacco al cuore degli stati borghesi.
Confida nell’ignoranza, nella disinformazione, nel malcontento. A volte si avvale dell’invidia, della frustrazione e dell’odio.
Anche le difficoltà delle famiglie, il disagio dei giovani, la crisi delle piccole imprese e persino le calamità naturali fanno parte di quel “tanto peggio, tanto meglio”, già tipico atteggiamento del Pci di Togliatti, che era ed è parte integrante della cultura comunista come strategia leninista di attacco al cuore degli stati borghesi.
Confida nell’ignoranza, nella disinformazione, nel malcontento. A volte si avvale dell’invidia, della frustrazione e dell’odio.
La sinistra
attua una sorta di mobilitazione permanente dei suoi militanti, come se ci
fosse una costante calamità naturale a cui far fronte. Estremizza e ideologizza
ogni contrasto su qualsiasi scelta di governo, come se fosse l’ultima spiaggia
o l’ultimo baluardo da difendere. Si pone di traverso su tutto e, pur di farlo,
è disposto a ribaltare le sue posizioni.
La sinistra parcellizza tutti: professionisti, giovani e militanti. Lo fa utilizzando soprattutto i fondi pubblici, con incarichi, consulenze, programmi di lavoro socialmente utili e nomine.
Dove la sinistra ha il pieno controllo amministrativo e politico, non c'è spazio per nessuno. Si pensi, ad esempio, alla libera impresa in Emilia. Chi non è con loro, nel modo tipico di ogni pensiero autoritario e illiberale, è indicato contro di loro, come un nemico da abbattere, e non avrà mai accesso a niente, come un uomo senza diritti.
La sinistra parcellizza tutti: professionisti, giovani e militanti. Lo fa utilizzando soprattutto i fondi pubblici, con incarichi, consulenze, programmi di lavoro socialmente utili e nomine.
Dove la sinistra ha il pieno controllo amministrativo e politico, non c'è spazio per nessuno. Si pensi, ad esempio, alla libera impresa in Emilia. Chi non è con loro, nel modo tipico di ogni pensiero autoritario e illiberale, è indicato contro di loro, come un nemico da abbattere, e non avrà mai accesso a niente, come un uomo senza diritti.
La sinistra
influenza e finanzia anche la violenza e mette a disposizione di chi inciampa
nella rete della giustizia, per episodi di scontri e violenze di piazza, sia
l’assistenza legale e sia una bombardante difesa mediatica, utile a far passare
per mammolette i vandali e i delinquenti e, per feroci criminali, invece, i
poliziotti che rischiano la vita.
Approfittando
della crisi italiana, con la complicità della magistratura e delle Istituzioni,
la sinistra si sta ora giocando la partita del secolo.
Sotto mira è la conquista del potere. In corsa c’è un tandem con Bersani e Vendola: due vecchie espressioni della diaspora di sempre tra revisionismo e ortodossia comunista.
Gli elettori dovrebbero fare molta attenzione.
Potrà essere sempre facile liberarsi della gente incapace, come Monti e i suoi tecnici, ad esempio, ma liberarsi di questa gente potrebbe essere molto difficile: sono come cellule tumorali che si diffondono in neoplasie maligne.
Sotto mira è la conquista del potere. In corsa c’è un tandem con Bersani e Vendola: due vecchie espressioni della diaspora di sempre tra revisionismo e ortodossia comunista.
Gli elettori dovrebbero fare molta attenzione.
Potrà essere sempre facile liberarsi della gente incapace, come Monti e i suoi tecnici, ad esempio, ma liberarsi di questa gente potrebbe essere molto difficile: sono come cellule tumorali che si diffondono in neoplasie maligne.
Vito Schepisi
30 giugno 2009
La manovra d'estate

La manovra d’estate, com’è stata definita, ha avuto buona accoglienza da più parti dei settori interessati al rilancio degli investimenti ed alla ripresa economica. Quando si parla di misure economiche e di parti sociali e si parla di buona accoglienza bisogna intendersi. Come per tutti i provvedimenti che hanno più parti interessate, ed a volte contrapposte, per gradimento si intende soprattutto mancanza di risoluto contrasto. L’apprezzamento moderato è arrivato anche da alcune organizzazioni sindacali, quelle più preoccupate al mantenimento dell’occupazione, mentre quella parte dei rappresentanti del mondo del lavoro, interessata invece a porre ostacoli ideologici al governo “delle destre” e di “Berlusconi”, come sempre, ne ha assunto una scontata e poco costruttiva posizione critica.
In nessuna parte del mondo c’è tanta acredine da parte dell’opposizione contro un governo democratico, impegnato ad affrontare la tempesta del crollo di un sistema finanziario e produttivo globale. L’Italia, come gli altri paesi , subisce per effetto stesso della crisi un minor gettito fiscale per 37 miliardi di euro, mentre ha di converso maggiori esigenze di risorse finanziarie per rilanciare gli investimenti e ridar slancio all’economia, oltre che per far fronte alle ulteriori emergenze finanziarie per la ricostruzione dell’Aquila e dei paesi colpiti dal terremoto in Abruzzo. Le difficoltà dell’Italia, come tutti sanno, sono poi aggravate dalla presenza di una voragine di debito pubblico pregresso. In questo quadro di oggettiva difficoltà, solo sostenere posizioni pregiudiziali, e non avere il buon senso di collaborare per sostenere il Paese, è già segno di grande malessere ideale. Aprire poi campagne di delegittimazione, montate sulla sabbia e sul gossip, non è solo schizofrenico ed immorale, ma è anche violento e meschino.
Le difficoltà italiane sono radicate in un sistema stantio, in infrastrutture obsolete, in carenze di servizi essenziali, specie al sud, in mancanza di trasparenza amministrativa in cui si annidano il malaffare e gli sprechi, in un pubblico impiego elefantiaco, burocratico e molto costoso, in una giustizia lenta e parziale, in una stampa spesso asservita alle caste ed alle lobbies del potere finanziario – editoriale – politico, fino a costituirne preoccupazione per forme tumorali invasive con pericoli di metastasi.
L’equilibrio ed il buon senso consiglierebbero collaborazione per superare la recessione produttiva. Sarebbe serio trasmettere fiducia alle famiglie ed assicurare, come il Presidente del Consiglio ripete in ogni circostanza, che nessuno sarà lasciato solo. Quella italiana è la stessa crisi che nel resto del mondo industrializzato, più che in Italia, si manifesta con effetti devastanti che si riverberano a catena in una visione di caduta precipitosa del mercato globale. L’Italia ne subisce solo il riflesso che condiziona anche e soprattutto la fiducia dei consumatori. Le preoccupazioni per il futuro, il richiamo alla prudenza, la propensione al risparmio sono tutte sensazioni vere e comprensibili. Meno invece la sfiducia, il catastrofismo ed i richiami all’insostenibilità del sistema Italia. Ed è invece su questa parte del Paese e con queste forme di terrorismo psicologico che viene condotta la lotta che mira a rendere vani gli sforzi di questo governo.
Non si è mai visto altrove tanto pregiudizio ideologico. L’opposizione politica, la sua cinghia di trasmissione nel mondo del lavoro, l’opposizione intellettuale e mediatica, le caste finanziarie e giudiziarie, sono invece tutte impegnate ad aumentare la portata psicologica della crisi ed a contenere la forza propulsiva del governo, con lo scopo di poter speculare sui suoi presunti insuccessi politici.
Ma il muro di Berlino è caduto anche in Italia? Assistiamo alla reiterazione della politica del “tanto peggio tanto meglio”. Come nel dopoguerra di Togliatti e della guerra fredda! Tramare contro il proprio Paese, per opportunismo, reitera perfettamente la logica della priorità del partito sulla condizione del popolo.
La crisi non tocca le fasce garantite, non tocca i salariati ed i pensionati che paradossalmente ne ricevono vantaggi per la stabilizzazione dei costi, la riduzione delle tariffe e le occasioni per gli acquisti, ad esempio di immobili, auto ed elettrodomestici. La crisi però tocca le famiglie per le difficoltà di trovare occupazione, specialmente al sud, per i precari che rischiano di vedersi tagliato il lavoro, per chi va in cassa integrazione dovuta alle aziende che riconvertono la produzione, la riducono, ovvero cessano le attività.
Soffiare sulla crisi è così lottare contro il lavoro, contro il popolo, contro l’Italia.
In nessuna parte del mondo c’è tanta acredine da parte dell’opposizione contro un governo democratico, impegnato ad affrontare la tempesta del crollo di un sistema finanziario e produttivo globale. L’Italia, come gli altri paesi , subisce per effetto stesso della crisi un minor gettito fiscale per 37 miliardi di euro, mentre ha di converso maggiori esigenze di risorse finanziarie per rilanciare gli investimenti e ridar slancio all’economia, oltre che per far fronte alle ulteriori emergenze finanziarie per la ricostruzione dell’Aquila e dei paesi colpiti dal terremoto in Abruzzo. Le difficoltà dell’Italia, come tutti sanno, sono poi aggravate dalla presenza di una voragine di debito pubblico pregresso. In questo quadro di oggettiva difficoltà, solo sostenere posizioni pregiudiziali, e non avere il buon senso di collaborare per sostenere il Paese, è già segno di grande malessere ideale. Aprire poi campagne di delegittimazione, montate sulla sabbia e sul gossip, non è solo schizofrenico ed immorale, ma è anche violento e meschino.
Le difficoltà italiane sono radicate in un sistema stantio, in infrastrutture obsolete, in carenze di servizi essenziali, specie al sud, in mancanza di trasparenza amministrativa in cui si annidano il malaffare e gli sprechi, in un pubblico impiego elefantiaco, burocratico e molto costoso, in una giustizia lenta e parziale, in una stampa spesso asservita alle caste ed alle lobbies del potere finanziario – editoriale – politico, fino a costituirne preoccupazione per forme tumorali invasive con pericoli di metastasi.
L’equilibrio ed il buon senso consiglierebbero collaborazione per superare la recessione produttiva. Sarebbe serio trasmettere fiducia alle famiglie ed assicurare, come il Presidente del Consiglio ripete in ogni circostanza, che nessuno sarà lasciato solo. Quella italiana è la stessa crisi che nel resto del mondo industrializzato, più che in Italia, si manifesta con effetti devastanti che si riverberano a catena in una visione di caduta precipitosa del mercato globale. L’Italia ne subisce solo il riflesso che condiziona anche e soprattutto la fiducia dei consumatori. Le preoccupazioni per il futuro, il richiamo alla prudenza, la propensione al risparmio sono tutte sensazioni vere e comprensibili. Meno invece la sfiducia, il catastrofismo ed i richiami all’insostenibilità del sistema Italia. Ed è invece su questa parte del Paese e con queste forme di terrorismo psicologico che viene condotta la lotta che mira a rendere vani gli sforzi di questo governo.
Non si è mai visto altrove tanto pregiudizio ideologico. L’opposizione politica, la sua cinghia di trasmissione nel mondo del lavoro, l’opposizione intellettuale e mediatica, le caste finanziarie e giudiziarie, sono invece tutte impegnate ad aumentare la portata psicologica della crisi ed a contenere la forza propulsiva del governo, con lo scopo di poter speculare sui suoi presunti insuccessi politici.
Ma il muro di Berlino è caduto anche in Italia? Assistiamo alla reiterazione della politica del “tanto peggio tanto meglio”. Come nel dopoguerra di Togliatti e della guerra fredda! Tramare contro il proprio Paese, per opportunismo, reitera perfettamente la logica della priorità del partito sulla condizione del popolo.
La crisi non tocca le fasce garantite, non tocca i salariati ed i pensionati che paradossalmente ne ricevono vantaggi per la stabilizzazione dei costi, la riduzione delle tariffe e le occasioni per gli acquisti, ad esempio di immobili, auto ed elettrodomestici. La crisi però tocca le famiglie per le difficoltà di trovare occupazione, specialmente al sud, per i precari che rischiano di vedersi tagliato il lavoro, per chi va in cassa integrazione dovuta alle aziende che riconvertono la produzione, la riducono, ovvero cessano le attività.
Soffiare sulla crisi è così lottare contro il lavoro, contro il popolo, contro l’Italia.
Vito Schepisi
09 febbraio 2009
10 febbraio 2009 Il Giorno del Ricordo: la Storia fatta di silenzi
Oltre 60 anni di silenzi e di omissioni. Ma nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!
Sono stato a Basovizza due anni fa. E’ una località appena fuori Trieste in cui è presente una cavità utilizzata tra l’aprile ed il maggio del 1945 dalle milizie comuniste di Tito per occultare i cadaveri di italiani, in particolare triestini, contrari al comunismo ed all’invasione degli slavi a Trieste.
A Basovizza c’è una delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano (anche se, a differenza di altre, in origine la cavità di Basovizza era un vecchio pozzo minerario di carbone). Dal 1992 è monumento nazionale.
Ho girato per quei luoghi, sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, già terre italiane. Ed è facile in quei posti lasciarsi trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho raccolto così il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di queste terre italiane, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta. E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata da subito dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione.
Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche, e ciò è ancora più doloroso, nella disattenzione della politica e della informazione italiana.
La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975.
Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come dimenticare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito?
I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento. 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia: uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere percossi, trucidati, ammazzati.
Il ricordo dei martiri ricorda la Shoah, l’Olocausto infame verso il popolo ebraico, e come questa tragedia ha valore universale, per non dimenticare, perché non sia solo il consueto e generico omaggio alle vittime, ma un monito alle coscienze.
Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare soltanto come le azioni di comune viltà che ogni conflitto propone.
Il tentativo, per molti anni, di nascondere, di far finta di niente, di sottacere e di compiacere è stato vile. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo l’occasione per tentare la conquista del potere, il pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche: è la verità della storia che emerge!
Non fu vile, infatti, l’azione di Togliatti quando spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile il cosiddetto “Migliore” nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile, oltre che falso, affermare che “la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua affermazione sulle vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero e fino in fondo. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. In verità, sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo ben curato, come accade per i sacrari in Italia. Ma non ho avuto, invece, la percezione della sacralità e dell’invito a riflettere. Solo la sensazione di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia, ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. Ho avuto l’idea che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge invece quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui! Tutto qui a Basovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato per la follia del fascismo e per la viltà del comunismo.
Che pericolo l’Italia ha corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido gelido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero!
Il 10 febbraio di ogni anno è ciò che ci resta. E’ il giorno del ricordo per non dimenticare. Per non dimenticare la storia dei profughi. Per non dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro di Bologna che impedirono la sosta del treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma. Per non dimenticare il vile giudizio, severo e sommario, che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore.
Così scriveva l’Unità, organo ufficiale dei comunisti italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”.
Eserciti liberatori …la milizia comunista di Tito? …se non fu questa viltà?
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani, se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà ed il riconoscimento della propria identità nazionale?
A Basovizza c’è una delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano (anche se, a differenza di altre, in origine la cavità di Basovizza era un vecchio pozzo minerario di carbone). Dal 1992 è monumento nazionale.
Ho girato per quei luoghi, sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, già terre italiane. Ed è facile in quei posti lasciarsi trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho raccolto così il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di queste terre italiane, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta. E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata da subito dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione.
Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche, e ciò è ancora più doloroso, nella disattenzione della politica e della informazione italiana.
La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975.
Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come dimenticare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito?
I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento. 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia: uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere percossi, trucidati, ammazzati.
Il ricordo dei martiri ricorda la Shoah, l’Olocausto infame verso il popolo ebraico, e come questa tragedia ha valore universale, per non dimenticare, perché non sia solo il consueto e generico omaggio alle vittime, ma un monito alle coscienze.
Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare soltanto come le azioni di comune viltà che ogni conflitto propone.
Il tentativo, per molti anni, di nascondere, di far finta di niente, di sottacere e di compiacere è stato vile. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo l’occasione per tentare la conquista del potere, il pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche: è la verità della storia che emerge!
Non fu vile, infatti, l’azione di Togliatti quando spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile il cosiddetto “Migliore” nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile, oltre che falso, affermare che “la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua affermazione sulle vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero e fino in fondo. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. In verità, sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo ben curato, come accade per i sacrari in Italia. Ma non ho avuto, invece, la percezione della sacralità e dell’invito a riflettere. Solo la sensazione di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia, ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. Ho avuto l’idea che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge invece quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui! Tutto qui a Basovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato per la follia del fascismo e per la viltà del comunismo.
Che pericolo l’Italia ha corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido gelido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero!
Il 10 febbraio di ogni anno è ciò che ci resta. E’ il giorno del ricordo per non dimenticare. Per non dimenticare la storia dei profughi. Per non dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro di Bologna che impedirono la sosta del treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma. Per non dimenticare il vile giudizio, severo e sommario, che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore.
Così scriveva l’Unità, organo ufficiale dei comunisti italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”.
Eserciti liberatori …la milizia comunista di Tito? …se non fu questa viltà?
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani, se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà ed il riconoscimento della propria identità nazionale?
“tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi
ed il silenzio dei morti”
ed il silenzio dei morti”
Vito Schepisi
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vito schepisi
23 giugno 2008
L'opposizione dei magistrati
Le democrazie si reggono su regole condivise. Quando le regole non lo sono accade che diventi difficile assolvere a tutti i compiti di uno Stato democratico senza fermenti e senza che vi siano disconoscimenti e riserve di legittimità.Che ci sia una parte del Paese incline ad andare fuori delle regole e che le reclama solo per garantire le prerogative della propria parte politica è evidente. Ma ciò che preoccupa è che non sia rappresentata esclusivamente dai movimenti massimalisti ed ideologicizzati. Altra parte, infatti, è costituita da gruppi politici che hanno raccolto sia il malessere antisistema di stampo “fascista” o “marxista” (che poi sono la stessa cosa) dell’intolleranza e sia quello dell’antipolitica furba di una certa sinistra, per intendersi alla Grillo ed alla Santoro.
Quest’ultima corrente fa breccia nel PD per condurlo alla lotta cieca ad oltranza su una presunta illegittimità del leader del PDL che ha raccolto, come è normale in una democrazia, la maggioranza dei voti nel Paese. Normale sarebbe pure che fosse messo in grado di governare e rispettare il mandato che il popolo ha voluto affidargli. Anormale sarebbe, invece, l’intervento di ordinamenti dello Stato scesi in campo, ostentatamente, a dar man forte all’opposizione contro iniziative che sono avvertite forse più dalla popolazione che dalla politica.
La sicurezza, l’efficienza dei servizi, la certezza della pena, la riduzione dei tempi dei processi, come le questioni fiscali, salariali, la sanità, le regole sull’immigrazione, la soppressione di quella clandestina, sono, ad esempio, problemi che gli italiani vivono sulla propria pelle da tanto tempo, per poter comprendere e condividere gli interventi di coloro che sulla base della lettura, spesso faziosa, degli articoli della Costituzione o di altri principi europei o internazionali vanno alla ricerca di ragioni di ogni tipo per bloccare il processo di cambiamento del Paese.
Inutile dire che questo cambiamento è richiesto a gran voce da coloro che sono sovrani anche dei loro ordinamenti e delle regole per la loro attuazione. Si dice sempre, infatti, che il popolo sia sovrano ma quando si tratta di rispettarne i voleri c’è sempre chi è disposto a dimenticarsene. Anche la Giustizia si pretende sia resa in nome del Popolo e non dei magistrati o tanto peggio dei loro referenti politici. Ma non sempre è così!
I magistrati che firmano appelli, che prendono cappello e lo posano su scanni impropri, che ritengono di dover essere garanti delle istituzioni e che si azzardano in deliranti proclami, scendano in politica, se ritengono di poter e dover offrire il loro “esclusivo” contributo, e si confrontino sui problemi del Paese, magari in modo diverso da Di Pietro, che fa solo ciò che può e sa fare: il torvo inquisitore.
L’opposizione avrebbe il compito di pungolare, osservare, proporre alternative. Tutto dovrebbe essere finalizzato a risolvere le questioni. In un modo o nell’altro, ma a risolverle. Non sempre, però, si ha l’impressione che sia così ed a chi non è abituato a presupporre che il “fattore B” sia inadeguato per principio e senza alcun beneficio di controprova, accade di restare allibito nell’osservare quanto cinica e sconclusionata sia un’opposizione che concorra unicamente a rendere il Paese ingovernabile.
Ma il popolo è davvero stanco d’essere preso per il “lato B”! Perché l’alternativa è l’immobilismo in cui le caste bivaccano allegramente a spese ed a danno del Paese e della sua immagine.
Far ricorso, come abbondantemente faceva un grande giornalista scomparso di recente, all’episodio del marito che per far dispetto alla moglie si evirava, può sembrare ormai superato per quanto sia oramai diffusa l’opinione che le mogli d’oggi, coi liberi costumi, abbiano ampie possibilità di cercare fuori di casa ciò che non arrivassero a ricevere dal marito, ma ricordare il metodo togliattiano del “tanto peggio tanto meglio” può assolvere egregiamente l’immagine di un’opposizione trascinata per convenienza politica, per ridicola concorrenza, per timore d’essere scavalcata a coltivare l’istinto canaglia di far del male al Paese.
La madre di tutte le questioni, come sempre, è la giustizia. E’ dal 1994 con l’avvio di garanzia a Napoli al leader del centrodestra, vincitore a sorpresa delle elezioni politiche di quell’anno, che una parte della magistratura italiana ha sotto mira chi ha impedito alla sinistra post comunista di occupare il Paese. Vanamente sotto mira perché 14 anni di accuse lo vedono ancora a quel posto e più determinato di prima.
Il Presidente Cossiga è una persona estremamente intelligente e straordinariamente incorreggibile, ed è colui che ha detto, senza peli sulla lingua, come è sua abitudine, che oggi il Ministero della Giustizia è il luogo più a rischio d’Italia. Se non t’allinei alla casta dei magistrati t’arrestano la moglie. Figuriamoci, ci mettono davvero poco! L’hanno fatto con Mastella che a molti è sembrato sufficientemente allineato!
E’ necessario, invece, restituire agli italiani l’autorevolezza delle scelte indicate. La Magistratura da ordinamento della Repubblica non può trasformarsi in controparte del potere esecutivo. Deve essere, invece, uno strumento delle Istituzioni per offrire certezze e garanzie a tutti i cittadini, senza distinzioni di censo, di origine, di religione, di militanza politica.
La magistratura deve essere indipendente soprattutto dall’influenza degli altri poteri dello Stato e tenersi fuori, in quanto a presidio di un diverso ed autonomo ordinamento, dagli strumenti democratici che concorrono alla formazione del potere politico e legislativo. Quest’ultimo, infatti, grazie al mandato popolare, è il solo che è investito del diritto-dovere di formulare ed emanare i provvedimenti che attengono la gestione, le regole e le scelte che approvate in Parlamento diventano l’insieme di leggi che l’intero Paese ha l’obbligo di rispettare ed il cui esercizio è disposto, come nelle aule dei tribunali, in nome del popolo italiano.
Vito Schepisi
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09 febbraio 2008
10 febbraio: la Giornata del Ricordo

60 anni di silenzi e di omissioni. Ma
nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!
nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!
Sono stato a Bassovizza lo scorso anno. E’ una località appena fuori Trieste, sede di una cavità utilizzata dalle milizie comuniste di Tito per occultare i cadaveri di italiani, in particolare triestini, contrari al comunismo ed all’invasione dei miliziani di Tito a Trieste.
Bassovizza è una delle localizzazione delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano, ed è monumento nazionale. Ho girato per quei luoghi e sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, una volta terre italiane. Mi sono lasciato trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho così raccolto il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di questo pezzo di terra italiana, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Bassovizza è una delle localizzazione delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano, ed è monumento nazionale. Ho girato per quei luoghi e sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, una volta terre italiane. Mi sono lasciato trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho così raccolto il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di questo pezzo di terra italiana, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata sin dai primi giorni dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione. Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche e ciò è ancora più doloroso nella disattenzione della politica e della informazione italiana.
La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975. Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come non ricordare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito? I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento e 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia. Uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere ammazzati.
La memoria dei martiri in questo caso non può essere solo il consueto omaggio alle vittime delle guerre in genere. Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare solo come le azioni di viltà che ogni conflitto ripropone. Così risulta vile anche il tentativo di nascondere, di far finta di niente, di sottacere…di compiacere. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia di Tito e dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo un’occasione per tentare la conquista del potere, un pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche. Non fu vile Togliatti che spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile la sua affermazione, naturalmente falsa, “la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua espressione nel giustificare le vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975. Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come non ricordare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito? I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento e 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia. Uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere ammazzati.
La memoria dei martiri in questo caso non può essere solo il consueto omaggio alle vittime delle guerre in genere. Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare solo come le azioni di viltà che ogni conflitto ripropone. Così risulta vile anche il tentativo di nascondere, di far finta di niente, di sottacere…di compiacere. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia di Tito e dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo un’occasione per tentare la conquista del potere, un pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche. Non fu vile Togliatti che spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile la sua affermazione, naturalmente falsa, “la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua espressione nel giustificare le vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Ho reso così omaggio lo scorso anno alle vittime delle foibe. Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. Sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo curato, tenuto bene come accade per i sacrari in Italia. Invece non ho avuto l’impressione della sacralità e dell’invito a riflettere. Anzi l’idea di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. E l’impressione che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere si è così consolidata.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui. Tutto qui a Bassovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato sia per la follia del fascismo che per la viltà del comunismo. Se si pensa a quale pericolo l’Italia abbia corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero! Come poi dimenticare la storia dei profughi? Come dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro che impedirono la sosta a Bologna al treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma? Come dimenticare il giudizio severo e sommario che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore? Ecco ciò che scriveva l’organo del pci, l’Unità: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”. Se non fu questa viltà!
Mi aspettavo un luogo curato, tenuto bene come accade per i sacrari in Italia. Invece non ho avuto l’impressione della sacralità e dell’invito a riflettere. Anzi l’idea di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. E l’impressione che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere si è così consolidata.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui. Tutto qui a Bassovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato sia per la follia del fascismo che per la viltà del comunismo. Se si pensa a quale pericolo l’Italia abbia corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero! Come poi dimenticare la storia dei profughi? Come dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro che impedirono la sosta a Bologna al treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma? Come dimenticare il giudizio severo e sommario che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore? Ecco ciò che scriveva l’organo del pci, l’Unità: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”. Se non fu questa viltà!
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani,
se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà
ed il riconoscimento della propria identità nazionale?
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15 dicembre 2007
Un Paese normale!

Che il nostro non sia un Paese normale l’aveva già detto D’Alema nel 1994, pur se partendo da intuizioni diverse dalle nostre. Non è normale, infatti, perché è affetto da inarrestabili contraddizioni e da attitudini all’intrigo. E’ strano perché enfatizza la discordia e demolisce i ponti della collaborazione e del dialogo.
Il leader ex comunista insediandosi alle segreteria del Pds, dopo la sconfitta della macchina da guerra di Occhetto nel ’94, affermava a sostegno della sua idea di normalità che la dialettica democratica nei paesi pluralisti si manifesta nel consentire alla sinistra il governo della Nazione:“Il compito della mia generazione è portare la sinistra italiana al governo del paese. Altre generazioni hanno fatto cose fondamentali: hanno riconosciuto la democrazia, hanno rinnovato il paese. Ora, per noi,il problema è il governo: vogliamo essere messi alla prova".
E’utile, ma anche malignamente sarcastico, rileggere le presuntuose affermazioni di D’Alema. Questi, ex comunista e combattente su fronti diversi da quelli su cui si erano impegnate le democrazie occidentali; distintosi più nel tentativo di trascinare l’Italia nell’orbita della follia comunista, mentre da altre parti si rinnovava il Paese e si costruiva la democrazia; sconfitto dalla storia e smascherato nelle menzogne, chiede di passare a riscuotere il compenso del tradimento di quei valori invece, fortunatamente, prevalsi. Alla prova, però, sono stati messi, ed in modo davvero deludente!
Appare ancora più istruttivo rileggere oggi cosa affermava sempre l’attuale Ministro degli Esteri, un anno dopo nel ’95 sull’Unità, dopo che la sinistra aveva occupato il potere con un colpo di mano di Scalfaro: “Si è dunque riaperta la sfida. Contemporaneamente, si è anche fatta strada l'idea che le squadre in campo si diano delle regole comuni, valide per tutti. Proprio come accadrebbe in un paese normale”.
La storia ci insegna, e molti italiani ne sono più che convinti, che per la sinistra e D’Alema la vera normalità sia barare al gioco. Barare in tutti i modi, persino con i brogli elettorali, se non con la magistratura compiacente.
Gli anni sono passati ma le regole della sinistra rimangono sempre quelle. Il confronto democratico vale solo quando è funzionale a distribuire le carte perdenti agli avversari: altrimenti, come nel più classico western, si punta la pistola contro l’avversario per prevalere comunque.
Bisogna ritenere normale, ad esempio, l’azione di impiegati dello Stato che intervengono per rendere più torbido il rapporto tra le forze politiche e per minare il dialogo e l’avvio di un confronto per la costruzione di regole condivise?
L’avvio di un confronto leale è voluto soprattutto dal popolo. Gli italiani chiedono chiarezza e reclamano responsabilità e pongono condizioni di trasparenza per ricambiarla con la loro fiducia.
E se fosse vero anche il 10% di ciò che afferma il leader dell’opposizione sull’azione dei magistrati alla vigilia della fiducia al Senato sulla Legge Finanziaria, mossasi per convocare una decina di senatori per intimorirli su un possibile voto di sfiducia al Governo, il nostro non sarebbe neanche lontanamente un paese normale. Al contrario sarebbe un paese decisamente in pericolo.
Se chi esercita una funzione in nome del popolo si arroga il diritto di interferire con chi è deputato a rappresentarlo ed assume funzioni diverse dal lavoro per il quale è pagato dalla collettività, pretendendo di interpretare la giustizia come se fosse un’idea, stravolge due pilastri della nostra democrazia: quello del diritto e quello della libertà.
La storia d’Italia è scritta nelle parole dei suoi leader. Se i suoi leader, però, sono di sinistra è necessario leggerle al contrario. E’ questa una convinzione che si va consolidando. La doppiezza di Togliatti non è episodica e relativa all’uomo: è un metodo ed una cultura solidificata nel leninismo e nella sua teoria dell’inganno.
E’ sufficiente leggere ancora le normalità di D’Alema per rendersene conto. Siamo ancora nel ’95 e D’Alema, ancora segretario, dopo il famoso ribaltone che capovolse i risultati elettorali del 1994 afferma sull’Unità “Ora si può tentare un bilancio di quest'anno vissuto pericolosamente. E si può guardare avanti, con fiducia e speranza . Fiducia in un'Italia oggi meno nervosa di ieri, più ottimista, che chiede alla sua classe dirigente cose semplici e chiare: stabilità, tranquillità, normalità. Nella speranza che finalmente possa arrivare il cambiamento: un cambiamento dolce che dia agli italiani la certezza di un futuro sicuro”. E l’esempio del nostro futuro sicuro l’abbiamo avuto nella settimana appena trascorsa con l’Italia adagiata pesantemente per terra, imbrigliata da un esercito di camionisti “incazzati”, indispettiti da un Governo e da un ministro di simpatie cubane che si è concesso il lusso a spese della collettività di ignorare i disagi della categoria e rifiutare il confronto.
Stabilità, tranquillità e normalità affermava D’Alema. Con la sinistra al Governo, la stabilità, dal 1996 al 2001, l’abbiamo vista con i tre governi di Prodi, D’Alema ed Amato e nel corso di questa legislatura con una maggioranza che traballa ed ha perso la rotta; la tranquillità con l’Italia strozzata dalla pressione fiscale e con le famiglie in serie difficoltà finanziarie; la normalità con la magistratura che detta le regole del gioco. Bel risultato!
E cosa pensare quando si rilegge lo slogan di Prodi “La serietà al Governo”? Se non è questa una grande bugia!
Il leader ex comunista insediandosi alle segreteria del Pds, dopo la sconfitta della macchina da guerra di Occhetto nel ’94, affermava a sostegno della sua idea di normalità che la dialettica democratica nei paesi pluralisti si manifesta nel consentire alla sinistra il governo della Nazione:“Il compito della mia generazione è portare la sinistra italiana al governo del paese. Altre generazioni hanno fatto cose fondamentali: hanno riconosciuto la democrazia, hanno rinnovato il paese. Ora, per noi,il problema è il governo: vogliamo essere messi alla prova".
E’utile, ma anche malignamente sarcastico, rileggere le presuntuose affermazioni di D’Alema. Questi, ex comunista e combattente su fronti diversi da quelli su cui si erano impegnate le democrazie occidentali; distintosi più nel tentativo di trascinare l’Italia nell’orbita della follia comunista, mentre da altre parti si rinnovava il Paese e si costruiva la democrazia; sconfitto dalla storia e smascherato nelle menzogne, chiede di passare a riscuotere il compenso del tradimento di quei valori invece, fortunatamente, prevalsi. Alla prova, però, sono stati messi, ed in modo davvero deludente!
Appare ancora più istruttivo rileggere oggi cosa affermava sempre l’attuale Ministro degli Esteri, un anno dopo nel ’95 sull’Unità, dopo che la sinistra aveva occupato il potere con un colpo di mano di Scalfaro: “Si è dunque riaperta la sfida. Contemporaneamente, si è anche fatta strada l'idea che le squadre in campo si diano delle regole comuni, valide per tutti. Proprio come accadrebbe in un paese normale”.
La storia ci insegna, e molti italiani ne sono più che convinti, che per la sinistra e D’Alema la vera normalità sia barare al gioco. Barare in tutti i modi, persino con i brogli elettorali, se non con la magistratura compiacente.
Gli anni sono passati ma le regole della sinistra rimangono sempre quelle. Il confronto democratico vale solo quando è funzionale a distribuire le carte perdenti agli avversari: altrimenti, come nel più classico western, si punta la pistola contro l’avversario per prevalere comunque.
Bisogna ritenere normale, ad esempio, l’azione di impiegati dello Stato che intervengono per rendere più torbido il rapporto tra le forze politiche e per minare il dialogo e l’avvio di un confronto per la costruzione di regole condivise?
L’avvio di un confronto leale è voluto soprattutto dal popolo. Gli italiani chiedono chiarezza e reclamano responsabilità e pongono condizioni di trasparenza per ricambiarla con la loro fiducia.
E se fosse vero anche il 10% di ciò che afferma il leader dell’opposizione sull’azione dei magistrati alla vigilia della fiducia al Senato sulla Legge Finanziaria, mossasi per convocare una decina di senatori per intimorirli su un possibile voto di sfiducia al Governo, il nostro non sarebbe neanche lontanamente un paese normale. Al contrario sarebbe un paese decisamente in pericolo.
Se chi esercita una funzione in nome del popolo si arroga il diritto di interferire con chi è deputato a rappresentarlo ed assume funzioni diverse dal lavoro per il quale è pagato dalla collettività, pretendendo di interpretare la giustizia come se fosse un’idea, stravolge due pilastri della nostra democrazia: quello del diritto e quello della libertà.
La storia d’Italia è scritta nelle parole dei suoi leader. Se i suoi leader, però, sono di sinistra è necessario leggerle al contrario. E’ questa una convinzione che si va consolidando. La doppiezza di Togliatti non è episodica e relativa all’uomo: è un metodo ed una cultura solidificata nel leninismo e nella sua teoria dell’inganno.
E’ sufficiente leggere ancora le normalità di D’Alema per rendersene conto. Siamo ancora nel ’95 e D’Alema, ancora segretario, dopo il famoso ribaltone che capovolse i risultati elettorali del 1994 afferma sull’Unità “Ora si può tentare un bilancio di quest'anno vissuto pericolosamente. E si può guardare avanti, con fiducia e speranza . Fiducia in un'Italia oggi meno nervosa di ieri, più ottimista, che chiede alla sua classe dirigente cose semplici e chiare: stabilità, tranquillità, normalità. Nella speranza che finalmente possa arrivare il cambiamento: un cambiamento dolce che dia agli italiani la certezza di un futuro sicuro”. E l’esempio del nostro futuro sicuro l’abbiamo avuto nella settimana appena trascorsa con l’Italia adagiata pesantemente per terra, imbrigliata da un esercito di camionisti “incazzati”, indispettiti da un Governo e da un ministro di simpatie cubane che si è concesso il lusso a spese della collettività di ignorare i disagi della categoria e rifiutare il confronto.
Stabilità, tranquillità e normalità affermava D’Alema. Con la sinistra al Governo, la stabilità, dal 1996 al 2001, l’abbiamo vista con i tre governi di Prodi, D’Alema ed Amato e nel corso di questa legislatura con una maggioranza che traballa ed ha perso la rotta; la tranquillità con l’Italia strozzata dalla pressione fiscale e con le famiglie in serie difficoltà finanziarie; la normalità con la magistratura che detta le regole del gioco. Bel risultato!
E cosa pensare quando si rilegge lo slogan di Prodi “La serietà al Governo”? Se non è questa una grande bugia!
Vito Schepisi
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