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31 dicembre 2014

Un passo avanti, due passi indietro


L’anno vecchio stancamente si consuma e ci lascia la più grave crisi politica dell’Italia repubblicana. L’Italia non cresce, arretra e perde terreno, le aziende chiudono, la disoccupazione si espande, il debito aumenta, le tasse falcidiano le piccole imprese, saltano le piccole economie delle famiglie ed un giovane su due non trova lavoro.
Il campo è rimasto a chi, tra una gag e l’altra, con poche idee, ma senza grande coraggio, assieme ad un nugolo di cortigiani che chiamare ministri sarebbe osar tanto, si spaccia per l’uomo della provvidenza e si sbraccia per far credere in ciò che in Italia non c’è.
Ci sarà pure una ragione perchè l’Italia è ferma e perchè non è al passo con le altre economie industriali del mondo. E’ che, per dabbenaggine e presunzione o per cinico calcolo, in Italia, invece di cambiare ciò che non va, si gira al largo delle cause, ci si impunta sulle parole d’ordine, ci si arrocca dietro ai principi ideologici. 
Tutto questo non ha senso. E’ come la tela di Penelope in cui la notte si disfà ciò che di giorno si fa. Sembra d’assistere ad un gioco delle parti in cui si inseriscono le rendite di posizioni e le ambizioni di chi non ci sta a restare solo a guardare. 
Nessuno s’accorge che nel mondo c’è una realtà economico-sociale in mutamento e che nel terzo millennio si sta rafforzando un mercato che, piaccia o non piaccia, diventa sempre più articolato e globale. 
Le chances  migliori dell’Italia sono nel “Made in Italy”. Nel mercato globale, infatti, contano ancora la qualità, il gusto e la bellezza, ma gli italiani sono così abili che, col giornalismo di inchiesta, sulla TV di Stato pagata dai contribuenti, invece di fare domande, ad esempio, per scoprire chi e perchè ha dissipato 17 miliardi di Euro del MPS o per far luce sulle altre ricche carognate a danno del Paese, prova a tirar giù la serranda ai marchi di qualità del Made in Italy. 
Che bravi! Italiani brava gente!
La stessa struttura costituzionale del Paese è obsoleta. Altro che la Costituzione più bella del mondo! 
Anche i valori fondanti di una civiltà matura, in cui si è sempre riconosciuto il nostro popolo, sono stati annullati nella retorica dei nuovi scenari sulle origini e sui generi. Va in onda il “politicamente corretto” che è una sorta di “nuova” filosofia in cui il metodo della democrazia vale all’incontrario ed il libero pensiero rischia d’esser etichettato come fobico-ossessivo. 
Anche la democrazia, tra primarie mafio-dirette e governi messi in piedi a dispetto della volontà popolare, è diventata un miraggio. 
Siamo un Paese di ladri e di corrotti: in Italia lo dicono tutti, anche coloro che hanno voluto e alimentato la rete di gestione del territorio, e che sono parte attiva e governano la ramificazione del sistema di gestione. Dignità, lealtà, senso dello Stato e coerenza hanno lasciato il posto all’ipocrisia. 
C’è una rete di interessi che si ramifica in tutto lo stivale e che si sviluppa con una organizzazione molto simile a quella del sistema della lupara, con le “famiglie”, i “mandamenti”, i “summit”, la “spartizione”, il “monopolio”. Cooperative, onlus e associazioni sono ora il “mondo di mezzo”, e sono diventate le nuove cinghie di trasmissione degli interessi particolari, delle pubbliche amministrazioni e … dei partiti.

“Un passo avanti, due passi indietro” scriveva Lenin nel 1904 per spiegare le difficoltà della rivoluzione socialista nel districarsi tra le beghe, la democrazia borghese e la lotta di classe.
E un passo avanti e due passi indietro fa l’Italia, nel districarsi tra l’etica e le scelte di indipendenza e libertà, mentre si allontana la speranza di ritrovare i valori ideali, la fiducia e un percorso coerente verso il futuro.
Vito Schepisi

26 gennaio 2013

Neoplasie maligne


La sinistra gode da sempre di buona stampa e di buona magistratura, ma nella realtà è come un'associazione a delinquere.
E' organizzata in modo invasivo: si dirama come un tumore maligno.
Si occupa di tutto, direttamente o attraverso una rete di associazioni, di patronati, di sindacati, di cooperative o di semplici militanti.
Lo scopo è quello tipico delle associazioni mafiose: occupare il territorio.
Anche il metodo è simile a quello delle organizzazioni malavitose: consiste nella penetrazione dei loro uomini nei luoghi in cui si informa, si forma, si stabilisce, si discute e si esegue.
La sinistra, come fa la mafia con lo Stato, mira a introdurre i suoi uomini nei luoghi delle decisioni per godere di appalti e di protezione; coopta e sistema i suoi militanti ovunque ci sia rilevanza e attenzione: nella magistratura, nei giornali, nell’università, nella scuola, nell’industria, nel commercio, nell’artigianato, nell’editoria, nella finanza, nelle televisioni, nelle banche, tra gli studenti, nelle categorie, nelle associazioni, nei movimenti, nei comitati, negli apparati burocratici dello Stato, nel pubblico impiego, nei comitati dei disoccupati, nelle commissioni e nelle consulte femminili, nei movimenti di liberazione della donna.
S’introduce ovunque ci sia spazio nella società civile, ma soprattutto nelle Istituzioni.
L'azione non è mai quella di interpretare la società con i suoi bisogni, né quella di trovare le soluzioni alle questioni irrisolte del Paese, ma quella di occupare e influenzare.
Anche le difficoltà delle famiglie, il disagio dei giovani, la crisi delle piccole imprese e persino le calamità naturali fanno parte di quel “tanto peggio, tanto meglio”, già tipico atteggiamento del Pci di Togliatti, che era ed è parte integrante della cultura comunista come strategia leninista di attacco al cuore degli stati borghesi.
Confida nell’ignoranza, nella disinformazione, nel malcontento. A volte si avvale dell’invidia, della frustrazione e dell’odio.
La sinistra attua una sorta di mobilitazione permanente dei suoi militanti, come se ci fosse una costante calamità naturale a cui far fronte. Estremizza e ideologizza ogni contrasto su qualsiasi scelta di governo, come se fosse l’ultima spiaggia o l’ultimo baluardo da difendere. Si pone di traverso su tutto e, pur di farlo, è disposto a ribaltare le sue posizioni.
La sinistra parcellizza tutti: professionisti, giovani e militanti. Lo fa utilizzando soprattutto i fondi pubblici, con incarichi, consulenze, programmi di lavoro socialmente utili e nomine.
Dove la sinistra ha il pieno controllo amministrativo e politico, non c'è spazio per nessuno. Si pensi, ad esempio, alla libera impresa in Emilia. Chi non è con loro, nel modo tipico di ogni pensiero autoritario e illiberale, è indicato contro di loro, come un nemico da abbattere, e non avrà mai accesso a niente, come un uomo senza diritti.
La sinistra influenza e finanzia anche la violenza e mette a disposizione di chi inciampa nella rete della giustizia, per episodi di scontri e violenze di piazza, sia l’assistenza legale e sia una bombardante difesa mediatica, utile a far passare per mammolette i vandali e i delinquenti e, per feroci criminali, invece, i poliziotti che rischiano la vita.
Approfittando della crisi italiana, con la complicità della magistratura e delle Istituzioni, la sinistra si sta ora giocando la partita del secolo.
Sotto mira è la conquista del potere. In corsa c’è un tandem con Bersani e Vendola: due vecchie espressioni della diaspora di sempre tra revisionismo e ortodossia comunista.
Gli elettori dovrebbero fare molta attenzione.
Potrà essere sempre facile liberarsi della gente incapace, come Monti e i suoi tecnici, ad esempio, ma liberarsi di questa gente potrebbe essere molto difficile: sono come cellule tumorali che si diffondono in neoplasie maligne. 
Vito Schepisi

09 febbraio 2010

La giustizia in mano ai pentiti


C’è di che essere inquieti per ciò che, coinvolgendo il partito fondato da Silvio Berlusconi, ha detto in tribunale, a Palermo, Ciancimino Junior. Ci si chiede per quanto tempo ancora la reazione della magistratura politica vorrà sottoporre a gogna giudiziaria il partito di Forza Italia che nel ‘94 ebbe l’ardire, d’un sol colpo, alla prima uscita, da Milano a Trapani, d’essere indicato dagli elettori come partito di maggioranza relativa.
Il nuovo soggetto politico nel ‘94 era sorto per sottrarre l’Italia, mentre il vecchio socialismo reale precipitava nella vergogna del suo fallimento, dalla presa già data per acquisita dei post comunisti italiani. Il partito che si ispirava alla libertà ed al buongoverno e che, in coalizione con la Lega di Bossi al nord e con Alleanza Nazionale al sud, nell’anno della “macchina da Guerra” di Occhetto, aveva sottratto il giocattolo premio, rilasciato dal pool di mani pulite, dalle mani ancora sporche di rosso per averle ripetutamente strette, senza provare ribrezzo, con cinismo e supponenza morale, a quelle macchiatesi del sangue degli oppressi nei paesi del dominio sovietico.
Sembra che non si lasci niente di intentato nell’ordito di vendetta contro Berlusconi, si prova di tutto per metterla a segno, finanche in modo trasversale, per aver questi osato contendere alle caste, alle famiglie dei salotti buoni d’Italia ed ai gruppi di potere mediatico, industriale, finanziario e burocratico, il governo del Paese. Berlusconi è reo d’aver osato abbattere il controllo autoritario che, dopo la caduta del fascismo, era stato assunto con logica spartitoria dal consociativismo partitico, sindacale, industriale e confessionale.
C’è una voglia di vendetta che si estende anche agli elettori che sostengono oggi il Pdl, dopo aver sostenuto in passato FI, attratti dalla visione moderata di un partito che ha assolto un ruolo di forza centrale nella dialettica politica italiana, per la sua interpretazione equilibrata delle istanze popolari e dei bisogni del Paese. Il 2009 ed il 2010 sono gli anni che, dopo le politiche del 2008, hanno segnato e segnano importanti appuntamenti politici, e che hanno visto e vedono una strategia d’insieme messa in campo con accanimento e violenza giudiziaria senza precedenti. Le dichiarazioni di Ciancimino a Palermo fanno un tutt’uno ben calibrato con quelle di Spatuzza a Torino. Il filo conduttore dei magistrati di Palermo sembra quello di legare Berlusconi ad un teorema, tanto assurdo quanto irreale, che lo vedrebbe ispiratore e mandante delle stragi mafiose del 1992 (due anni prima che Berlusconi entrasse in politica), nonché colluso con le attività di mafia ed interlocutore politico per i patteggiamenti della mafia con lo Stato, miranti ad ottenere salvacondotti per il controllo mafioso del territorio e per la gestione della rete di affari economici in Italia.
Un teorema assurdo che, prima che dai riscontri oggettivi, è smentito dai fatti e dall’azione parlamentare e di governo di Forza Italia, di Berlusconi, del Pdl e degli uomini che si sono assunti responsabilità politiche e amministrative nel partito di Berlusconi.
All’attacco sul versante penale si è associata nel 2009 una sentenza civile di cui sfuggono le motivazioni logiche, e la cui imponenza economica spaventa. Una sentenza di risarcimento da capogiro a danno di una azienda. Un pronunciamento, immediatamente esecutivo, di un giudice unico, le cui simpatie politiche sono emerse senza ombre di dubbio, che comporterebbe il pagamento di ben 750 milioni di Euro a favore dell’avversario storico di Berlusconi: quel Carlo de Benedetti che è l’editore dei giornali “La Repubblica” e “L’Espresso” che da anni conducono una campagna senza risparmio di inchiostro, e soprattutto senza risparmiare contenuti ed occasioni contro Berlusconi.
Se la magistratura debba parlare con le sentenze, nessuno si è mai accorto che sia mai stato così. Eravamo abituati ad ascoltare i magistrati che parlavano dappertutto: sui giornali, nelle tv, nei convegni e nei salotti d’Italia. Ora parlano anche attraverso i pentiti. C’è qualcuno che si è assunto la delega di prendere il loro posto. Ci sono i pentiti che parlano e dicono ciò che neanche i magistrati hanno osato finora dire.
La Giustizia è ora in mano ai presunti pentiti. Si consente in Italia, senza riscontri oggettivi, e con una ben orchestrata scena mediatica, in cui non mancano gli annunci e le puntate, come per le fiction tv, di gettare fango non solo sugli uomini che hanno il consenso degli elettori, ma anche sugli italiani che per rispetto dei diritti e doveri previsti dalla Costituzione, ed assolvendo ad un diritto civile di grande rilevanza sociale, aderiscono ad un partito politico. E’ troppo!
Vito Schepisi

04 dicembre 2009

Edita dalle Procure Riunite: La nuova Storia D'Italia


Ieri ho incontrato Giovanni: è un pozzo di informazioni Giovanni. Siamo stati insieme due ore e me ne ha dette tante di cose che se dovessi ripeterle tutte mi riuscirebbe difficile farlo. Cose esplosive. Bombe atomiche. Giovanni è uno che parla poco ma quando parla non le manda a dire. Sembra uno di quegli uomini di onore, quelli che più che parlare emettono sentenze: di poche parole, ma taglienti come una lama, micidiali come una sventagliata di mitra, velenose come il curaro, esplosive come il tritolo.
Non ci vedevamo da tempo. Diciamo pure che l’ho sempre evitato perché di lui non si parla sempre un granché bene. Si diceva che era stato in galera per reati di mafia. L’ho incontrato per caso, mi ha salutato, mi ha abbracciato e baciato, ed ho pensato subito al bacio di Riina con Andreotti. Mi sono guardato intorno, per istinto, immaginando un qualcuno col telefonino che riprendeva la scena, per vedere se c’erano in giro testimoni che un domani mi potevano coinvolgere.
Ma coinvolgere in cosa? In Italia bisogna stare sempre attenti, prima di salutare qualcuno, figuriamoci un saluto così caloroso!
Dopo i primi convenevoli (Che fai? Come te la passi? Matrimonio, figli, etc.etc) passa subito al dunque. Sembrava che bramasse dalla voglia di raccontare le sue storie e le sue avventure. Mi dice che è stato in galera per diversi reati, tra cui l’omicidio. Roba passata, però! “Ora ho confessato tutto. Non mi tiro indietro dalle mie responsabilità. Sono tutte cose vere, ma mi sono pentito”.
Mi toglie la parola di bocca dinanzi alla mia espressione perplessa per continuare e dirmi: “sono fuori perché sono inserito in un programma di ravvedimento per collaboratori di giustizia. In poche parole sono un pentito, sono un dichiarante e godo di un programma di protezione e di mantenimento per me e per la mia famiglia. Detto tra noi – mi svela- è stato come un terno secco al Lotto, anzi che dico almeno un 5+1 al Superenalotto!”.
Giovanni mi dice di sapere tante cose e d’essersi sempre trovato al punto giusto nel momento giusto, sostiene che nella vita bisogna avere fortuna, ma qualche volta la fortuna la si può anche aiutare : “ Serve che abbia visto Berlusconi e Rosy Bindi nel lettone di Putin? Io c’ero! Ero lì a guardare. Capisci a me? ”.
Ma sono cose incredibili! - sostengo - Come si fa a poterci credere?
“Ma tu pensavi – mi ribatte – che Marrazzo….?”
No! Certo, non l’avrei mai pensato!
“L’importante – continua - è essere disponibili a dire ciò che serve … e che importa se poi non è tutto vero?”
Giovanni mi riferisce che il suo è un vero lavoro perché per un dichiarante serio è fondamentale documentarsi, bisogna annotare tutto ciò che accade nella vita. Bisogna prendere esempio da Andreotti che si annotava tutto sulle sue agende. Se ad esempio in un determinato giorno una pattuglia ci ferma per un controllo di documenti sull’Autostrada Salerno - Reggio Calabria, non si può dire che si era presenti a Palermo o Milano, mentre, chessò, Dell’Utri concordava con i fratelli Graviano la bomba da mettere a Via dei Giorgofoli a Firenze. Anche le cazzate devono seguire una certa etica professionale. Come se ci fosse un vero codice deontologico. Mi svela che sia una professione difficile quella del pentito professionista.
Giovanni mi racconta di Antonio, ad esempio. Un uomo in galera per tre omicidi. Un uomo violento, condannato all’ergastolo, oramai già avanti in età, con la salute precaria: “Se gli danno un altro ergastolo non gli cambia la vita! Ma serve a scagionare Francesco che mi è stato raccomandato da Luigi. Francesco a sua volta serve per il processo a Lui. Capisci a me?”.
Ma, quando chiedo “a Lui chi?” – Mi guarda sorridendo, come se fossi un ingenuo, come se non potesse che essere una sola persona quel “Lui” - Intuisco e gli chiedo: “Ti riferisci a Silvio?”. Annuisce e continua a raccontarmi di trame e di inganni.
Mi svela la storia d’Italia a cui è stato chiamato a collaborare per i tipi delle procure riunite italiane.
Vito Schepisi su il legno storto

30 luglio 2009

Il Partito del Sud


Se c’è una cosa di cui gli italiani non sentono assolutamente il bisogno questa è la creazione di un nuovo partito. Se nell’Italia repubblicana, per ogni nuovo partito fondato, fosse stata invece realizzata un’opera pubblica non staremmo ancora oggi a denunciare le carenze infrastrutturali, la precarietà degli edifici, la mancanza di strade, scuole, ospedali, linee ferroviarie, porti, aeroporti, verde pubblico, carceri e case popolari. I costi dei partiti sono enormi. Tutti sanno o sospettano che questi costi vadano sempre a carico dei contribuenti, anche di quelli a cui viene l’orticaria solo a sentir parlare di un nuovo partito.
In questo scorcio d’estate in cui il Mezzogiorno, per mostrare le sue straordinarie bellezze, si illumina con il cielo più terso ed il sole più limpido d’Italia, le voci insistenti della formazione di un Partito del Sud, tolgono la tranquillità ed il sonno, più dello scirocco che, di sera, soffia dall’Africa.
Chi è meridionale conosce quali siano davvero le politiche per il Sud. Sa molto bene che la soluzione non è nei soldi, alimento spesso di mafie e clientele. La sicurezza, le strutture adeguate, i trasporti veloci ed i servizi efficienti sono invece i bisogni primari. I diritti e la legalità devono subentrare alla gestione arrogante e clientelare del territorio.
Chi è meridionale rifletta sui soldi spesi per anni a Napoli per l’emergenza “monnezza”, o a Bari con l’affare “sanità” ed avverta il bisogno della fiducia nelle funzioni dello Stato, perché siano sempre al servizio della legalità, perché sappiano erogare giustizia con rapidità, senza sollevare polveroni che finiscono col celare le responsabilità, intorpidire le acque o favorire una parte politica.
La gente del sud chieda Giustizia!
Non servono alla trasparenza le gesta erotico-sputtananti di compiacenti “signorine” se finiscono per coprire, con le pruderie di una cultura provinciale, la questione morale del centro-sinistra pugliese. Il Meridione ha bisogno di liberare le sue energie dalle catene dei soprusi e dalle acque melmose di interessi, vendette e ripicche. Il Mezzogiorno deve affrancarsi dalle furbizie della burocrazia, della politica e del malaffare.
Il Sud deve liberarsi dall’usura, dal pizzo e dall’abuso.
Bisogna essere chiari, anche a costo di sembrare sbrigativi e rozzi. Il Partito del Sud nasce, se nasce, per chieder danaro. Attorno all’idea si sono subito formate cordate, più o meno palesi, tra chi fiuta l’opportunità e chi mira al riciclaggio. Nell’un caso e nell’altro, sarà sempre una raccolta differenziata. E’ bene che si sappia, però, che la politica non è solo spesa e gestione, ma soluzioni.
La lotta tra poveri, ed il braccio di ferro per contare di più, è stato il risultato di oltre 60 anni di politiche con la questione della “centralità del mezzogiorno” in piedi. Questa “centralità” è stata tra gli obiettivi primari di quasi tutti i 66 governi italiani del dopoguerra . La Questione meridionale ha saturato la letteratura politica, sociale ed economica, come sosteneva Leonardo Sciascia: “Sappiamo bene che c'era già una "Questione meridionale: ma sarebbe rimasta come una vaga leggenda nera dello Stato italiano, senza l'apporto degli scrittori meridionali”.
Niente è cambiato, però, da quel “c’era già”: perché non è cambiato il modo di affrontarla la "Questione".
Basterebbe riportare la contabilità dei costi di questa politica per il mezzogiorno e dimostrare che con la spesa sostenuta sarebbe stata assicurata una vita agiata a tante generazioni di meridionali. La classe dirigente doveva solo astenersi dal fare qualsiasi cosa, per non combinare ulteriori guai, come è accaduto all’Ospedale di Agrigento, posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria, con le strutture portanti di calcestruzzo realizzate con la sabbia.
Lombardo e Miccichè, anziché al Partito del Sud, pensino ora ai 1400 degenti che non si sa dove potranno essere diversamente dislocati!
Vito Schepisi