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21 luglio 2010

La fabbrica di nichi



Vendola, dopo aver devastato la Puglia, si muove per demolire anche il Paese. Ha lanciato la sua proposta di candidarsi per competere da premier. Il largo anticipo, però, desta qualche sospetto. Una candidatura troppo anticipata rischia d’essere bruciata. Vendola ha dovuto anticiparla per almeno tre ragioni. Forse anche per quattro. Sgombriamo subito il campo dalla quarta, che è quella di dar modo a De Benedetti di spianargli la strada con i suoi giornali ed i suoi contatti industriali e finanziari.
La prima ragione, invece, è quella di mantenere viva la sua popolarità. Vendola è sempre un personaggio che si muove in una scena minore, quale può essere quella di una delle 20 regioni italiane.
La seconda è che l’ex rifondarolo ha vinto le elezioni pugliesi ma non ha convinto. Le ha vinte solo per la spaccatura dell’elettorato moderato. Tra l’altro ha già i suoi problemi. L’opposizione nel complesso ha preso più voti di lista. Due consiglieri eletti con la sinistra (uno del PD e l’altro dell’Idv), con un altro consigliere eletto nel centrodestra, hanno costituito un gruppo che si è collocato all’opposizione. L’Idv di Di Pietro, infine, è determinante per la maggioranza in Consiglio e si pensa che, prima o poi, in una Regione con tanti problemi, anche giudiziari, farà pesare la sua presenza, sottraendo visibilità e popolarità al leader di socialisti e libertà.
La terza ragione è che Vendola non è proprio convinto che alla lunga la Puglia mantenga la visione di quella magica oasi nella realtà politico-amministrativa meridionale che vorrebbe far passare. I giornali locali e le pagine pugliesi delle testate nazionali sono state troppo tenere con lui. Le sceneggiate ora contro Fitto, ora contro Tremonti, perdono pian piano la loro eco dinanzi ai problemi non risolti. Il Governatore teme, inoltre, il progressivo logoramento politico della sinistra pugliese, pensa ai danni fatti nei 5 anni precedenti i cui costi cadranno sui contribuenti pugliesi, riflette sul degrado ambientale, sociale, produttivo che si accresce a spese dei giovani ed, in senso più largo, della complessiva qualità della vita nella Regione.
Vendola avverte così l’esigenza di un palcoscenico diverso da calcare. Prepara il suo distacco dai problemi che ha creato. Ha paura del futuro pugliese e di essere travolto dal dissesto amministrativo e ambientale, come è capitato a Bassolino in Campania e Loiero in Calabria.
I suoi stati generali a Bari si sono aperti con la simbologia fantasiosa del vulcano islandese, evocato come “eruzione di buona politica”, con il giovanilismo inteso come valore aggiunto della politica, con l’immagine del “Berlusconi - Cesare” che impedisce un confronto politico reale. E’ da lì che parte, come da copione, con tutta una serie di immagini successive che fanno parte del suo consueto bagaglio delle apparenze e dell’immaginario. Parte la sua funambolica furbizia con cui spaccia per salvifica poesia un verbalismo inconcludente e con cui fa passare per idee le sue fumosità verbali e le sue certezze ideologiche, prive invece di un qualsivoglia spessore politico.
Il Pullman di Prodi e Veltroni, il treno di Franceschini, la fabbrica sempre di Prodi, il loft di Veltroni e non poteva mancare, pur se non originale, anche la fabbrica di Nichi, l’abile fabulatore e tracciatore di illusioni, il realizzatore di fantasticherie e di buoni propositi spacciati per poetar di politica. Vendola: lo stesso uomo ben posto tra i politici cialtroni dal Ministro Tremonti.
C’è una Puglia ideale che è molto diversa dalla Puglia reale. Quella ideale è anche quella che diventa ideologica, esclusiva, immutabile, eterna nei racconti del Governatore Vendola. Una Puglia in cui la passione, il sacrificio, il sangue, il sudore, l’impegno si mischiano alla natura, al mare, ai paesi lastricati di pietre, agli odori di una cucina deliziosa che profuma di terra e di mare, alle case ai monumenti, agli ulivi millenari, ai colori intensi di una natura prorompente. La Puglia della musica, dei canti e dei balli popolari. Quella delle feste estive della tradizione popolare fatta di mostre e degustazioni di vini e di prodotti tipici. La Puglia che si fa amare da chi la conosce da sempre e da chi la scopre per la prima volta. La puglia delle barche che portano a riva il pesce appena pescato, dei pescatori che seduti per terra sui moli dei piccoli porti dei paesi marinari riparano le reti per la nuova giornata di lavoro, la Puglia della cortesia, della semplicità, dei sorrisi, della arguzia popolare, della modestia e della mesta rassegnazione dei suoi abitanti.
Ma ci chiediamo, a ragione, se questa che tutti vorrebbero ritrovare intatta nella sua magnifica semplicità sia la stessa Puglia violentata invece dall’incuria, dai pannelli fotovoltaici che sostituiscono gli alberi e le piantagioni dell’uva e degli ortaggi. Se sia la stessa delle “foreste” di pale eoliche che deturpano i paesaggi. La Puglia dove la differenziata non esiste ancora, quella delle discariche a cielo aperto, quella delle pulizie delle strade … solo quando mi ricordo. La Regione dove l’igiene nelle città è spesso un’opinione. La Puglia sitibonda in cui l’erogazione dell’acqua potabile, come accade in alcuni paesi del Salento, è razionata o manca del tutto. La stessa a cui manca l’acqua per l’irrigazione.
Ci chiediamo se la Puglia della poesia di Vendola sia la stessa Regione del Levante d’Italia delle condutture che saltano, delle fogne che scoppiano, della desertificazione di vaste zone, delle devastanti ed intollerabili dispersioni dalla rete idrica e dei furti dell’acqua. Se è, insomma, la stessa Puglia delle comunicazioni stradali insufficienti, dei trasporti che mancano, degli asfalti gruviera. Ci chiediamo, inoltre, se questa Puglia ideale sia la stessa di quella che è indicata come luogo di una sanità tribale. Sull’argomento c’è oramai una letteratura cospicua fatta di abusi, di violenze, di umiliazioni, di squallore, di mafia, di degrado, di precarietà e di incuria. E’ la sanità dei ticket che dovevano essere aboliti ed ora ci sono anche per patologie invalidanti, delle liste di attesa che dovevano essere anch’esse abolite e che ora sono lunghe per mesi ed a volte per anni. Quella pugliese è la sanità dei debiti oltremisura contratti per un servizio da terzo mondo.
Ma quella di Vendola è anche la Puglia dove non esistono posti di lavoro per i giovani, e dove non esiste nessuna idea in cantiere per lo sviluppo delle attività imprenditoriali e produttive che possano assorbire le domanda di occupazione. Investimenti non fatti, fondi non utilizzati. Una colposa responsabilità per le occasioni perdute.
La fabbrica di nichi è solo un opificio di chiacchiere, un involucro vuoto, come vuote sono le idee del suo capo fabbrica.
Vito Schepisi

09 febbraio 2010

La giustizia in mano ai pentiti


C’è di che essere inquieti per ciò che, coinvolgendo il partito fondato da Silvio Berlusconi, ha detto in tribunale, a Palermo, Ciancimino Junior. Ci si chiede per quanto tempo ancora la reazione della magistratura politica vorrà sottoporre a gogna giudiziaria il partito di Forza Italia che nel ‘94 ebbe l’ardire, d’un sol colpo, alla prima uscita, da Milano a Trapani, d’essere indicato dagli elettori come partito di maggioranza relativa.
Il nuovo soggetto politico nel ‘94 era sorto per sottrarre l’Italia, mentre il vecchio socialismo reale precipitava nella vergogna del suo fallimento, dalla presa già data per acquisita dei post comunisti italiani. Il partito che si ispirava alla libertà ed al buongoverno e che, in coalizione con la Lega di Bossi al nord e con Alleanza Nazionale al sud, nell’anno della “macchina da Guerra” di Occhetto, aveva sottratto il giocattolo premio, rilasciato dal pool di mani pulite, dalle mani ancora sporche di rosso per averle ripetutamente strette, senza provare ribrezzo, con cinismo e supponenza morale, a quelle macchiatesi del sangue degli oppressi nei paesi del dominio sovietico.
Sembra che non si lasci niente di intentato nell’ordito di vendetta contro Berlusconi, si prova di tutto per metterla a segno, finanche in modo trasversale, per aver questi osato contendere alle caste, alle famiglie dei salotti buoni d’Italia ed ai gruppi di potere mediatico, industriale, finanziario e burocratico, il governo del Paese. Berlusconi è reo d’aver osato abbattere il controllo autoritario che, dopo la caduta del fascismo, era stato assunto con logica spartitoria dal consociativismo partitico, sindacale, industriale e confessionale.
C’è una voglia di vendetta che si estende anche agli elettori che sostengono oggi il Pdl, dopo aver sostenuto in passato FI, attratti dalla visione moderata di un partito che ha assolto un ruolo di forza centrale nella dialettica politica italiana, per la sua interpretazione equilibrata delle istanze popolari e dei bisogni del Paese. Il 2009 ed il 2010 sono gli anni che, dopo le politiche del 2008, hanno segnato e segnano importanti appuntamenti politici, e che hanno visto e vedono una strategia d’insieme messa in campo con accanimento e violenza giudiziaria senza precedenti. Le dichiarazioni di Ciancimino a Palermo fanno un tutt’uno ben calibrato con quelle di Spatuzza a Torino. Il filo conduttore dei magistrati di Palermo sembra quello di legare Berlusconi ad un teorema, tanto assurdo quanto irreale, che lo vedrebbe ispiratore e mandante delle stragi mafiose del 1992 (due anni prima che Berlusconi entrasse in politica), nonché colluso con le attività di mafia ed interlocutore politico per i patteggiamenti della mafia con lo Stato, miranti ad ottenere salvacondotti per il controllo mafioso del territorio e per la gestione della rete di affari economici in Italia.
Un teorema assurdo che, prima che dai riscontri oggettivi, è smentito dai fatti e dall’azione parlamentare e di governo di Forza Italia, di Berlusconi, del Pdl e degli uomini che si sono assunti responsabilità politiche e amministrative nel partito di Berlusconi.
All’attacco sul versante penale si è associata nel 2009 una sentenza civile di cui sfuggono le motivazioni logiche, e la cui imponenza economica spaventa. Una sentenza di risarcimento da capogiro a danno di una azienda. Un pronunciamento, immediatamente esecutivo, di un giudice unico, le cui simpatie politiche sono emerse senza ombre di dubbio, che comporterebbe il pagamento di ben 750 milioni di Euro a favore dell’avversario storico di Berlusconi: quel Carlo de Benedetti che è l’editore dei giornali “La Repubblica” e “L’Espresso” che da anni conducono una campagna senza risparmio di inchiostro, e soprattutto senza risparmiare contenuti ed occasioni contro Berlusconi.
Se la magistratura debba parlare con le sentenze, nessuno si è mai accorto che sia mai stato così. Eravamo abituati ad ascoltare i magistrati che parlavano dappertutto: sui giornali, nelle tv, nei convegni e nei salotti d’Italia. Ora parlano anche attraverso i pentiti. C’è qualcuno che si è assunto la delega di prendere il loro posto. Ci sono i pentiti che parlano e dicono ciò che neanche i magistrati hanno osato finora dire.
La Giustizia è ora in mano ai presunti pentiti. Si consente in Italia, senza riscontri oggettivi, e con una ben orchestrata scena mediatica, in cui non mancano gli annunci e le puntate, come per le fiction tv, di gettare fango non solo sugli uomini che hanno il consenso degli elettori, ma anche sugli italiani che per rispetto dei diritti e doveri previsti dalla Costituzione, ed assolvendo ad un diritto civile di grande rilevanza sociale, aderiscono ad un partito politico. E’ troppo!
Vito Schepisi

22 ottobre 2009

Chi intimidisce il giudice Mesiano?

Ottenuta la bocciatura in Europa sull’ipocrisia del pericolo per la libertà di stampa in Italia, naturalmente per colpa di Berlusconi, la sinistra ripiega su d’un altro obiettivo: le presunte intimidazioni verso il magistrato che ha inflitto una condanna da 750 milioni di euro alla Fininvest.
La condanna è stata molto discussa per tante ragioni, soprattutto per il passaggio con procedura esecutiva di una somma da capogiro dalle casse di Fininvest a quelle del suo concorrente e nemico di sempre: la Cir dell’ingegner Carlo De Benedetti.
Gli osservatori, la stampa, gli avvocati, il mondo giudiziario, tutti insieme si sono posti alcuni quesiti sulla sentenza. I dubbi e le obiezioni vertono sulle sensazioni di una sostanza giuridica che ribalta le sentenze già emesse, che investe nuove e diverse interpretazioni sulle assoluzioni avvenute, che osserva sulla presenza di responsabilità non inequivocabilmente individuate, che si sofferma sul valore giuridico di accordi intervenuti con la clausola del null’altro a pretendere. E’ emerso un grosso dubbio che appare non privo di reale e fondamentale importanza: la competenza del magistrato nel calcolare un risarcimento di tale portata, senza l’ausilio di una perizia tecnica e di una specifica professionale che faccia risalire all’esatta ragione dei conteggi. Perché la giustizia sia coerente e risponda a certezze documentate e non solo ad una convinzione di un giudice unico.
Settecentocinquantamilioni di euro non sono noccioline e sono più che sufficienti a destabilizzare l’equilibrio industriale, occupazionale e produttivo di una grande azienda come la Fininvest. Non può non preoccupare il dubbio che quanto stabilito dal giudice sia motivato da un calcolo del tutto personale e poco attinente coi fatti, dato che il valore di capitalizzazione dell’intera Mondadori è nettamente al di sotto della cifra riconosciuta al presunto danneggiato, che poi è sempre l’ingegner Carlo De Benedetti, un pregiudicato che in Italia gode di opinioni e sentimenti controversi.
Sulla sentenza, sui precedenti giudiziari, sul Lodo Mondadori, sugli accordi successivi è già stato detto tutto e c’è libertà di pensarla come si crede, anche se in campo giudiziario le sentenze sono le uniche verità che contano. Ma non per questo tutto il resto può ritenersi infondato, almeno fino al terzo grado di giudizio, ed anche oltre, se è l’elaborazione intellettuale della propria convinzione.
Esiste o no la libertà di parola e la libertà d’espressione della propria opinione?
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” – art 21 della Costituzione Italiana. Certamente c’è un limite al diritto previsto dalla carta Costituzionale ed è l’oltraggio, il falso e la calunnia verso terzi.
Ma dov’è allora l’oltraggio, dove la calunnia, dove il falso? Che diritto ha il CSM della magistratura a condannare la libera convinzione dei cittadini? Dov’è l’intimidazione nel pensarla in modo diverso? La preoccupazione è invece per una deriva più marcatamente politica della Magistratura che finisce con l’essere in contrasto con la giurisdizione del diritto oggettivo dell’Ordinamento Giudiziario, previsto sempre dalla nostra Carta Costituzionale.
Una sentenza della magistratura va certamente rispettata, ma non si può pretendere che non sia discussa e criticata, nessuno è possessore del diritto d’essere l’espressione suprema ed infallibile. Non si vuole togliere niente alla sentenza ed al magistrato che l’ha emessa, ma c’è un altrettanto diritto di tutti di pensarla diversamente, d’esprimere un concetto diverso nelle forme della correttezza, del rispetto, della buona educazione e delle motivazioni. Nel caso specifico le motivazioni del dubbio esistono e sono pesanti come il peso economico di 750 milioni di Euro.
Anche il giudice Mesiano non è infallibile, come tutti, a prescindere che indossi i calzini turchesi o le mutande lilla. Ciò che non si capisce è dove siano le intimidazioni? Perché tanto zelo da parte del Consiglio Superiore della Magistratura e del suo Presidente Mancino?
C’è, invece, un’intimidazione quotidiana contro chi pensa che la democrazia in questo Paese debba essere tutelata attraverso la trasparenza e l’indipendenza dei suoi organismi istituzionali. Gli organismi di garanzia previsti dalla Costituzione non possono essere trasformati in succursali della aule parlamentari in cui, approfittando delle spinte corporative di ordinamenti trasformatisi in caste, si pensa di doversi prendere la rivincita delle sconfitte politiche.
Vito Schepisi su Il Legno Storto

19 ottobre 2009

Calzini turchesi per Franceschini


Se un segretario uscente di un partito, in corsa per la rielezione, indossa i calzini turchesi, per far parlare di se, finisce col rendere inconsistente la sua intera proposta politica ed assolutamente mortificante la sua rielezione. I calzini dal colore stravagante, indossati dal magistrato che ora passa per vittima, dopo aver conquistato il primato italiano nell’uso della giustizia come arma di vendetta politica, sono diventati così il nuovo simbolo dell’intero spessore politico di Franceschini.
L’attuale segretario PD, però, dovrebbe avere ben altro da proporre al Paese, ma non risulta di contro alcuna sua chiara proposta politica, se non il solito antiberlusconismo che lo accomuna, con poche varianti tattiche, ai suoi rivali nella scalata alla riconquista della segretaria del PD.
Sembra che si imponga da noi una sorta di pregiudizio libertario per il quale possa essere consentito a chiunque di guardare, scrivere, spiare, sfruculiare nella vita privata del Capo del Governo, se questi si chiama Berlusconi, mentre diventa pestaggio mediatico, ed atto intimidatorio e politicamente scorretto, osservare le stravaganze di un magistrato che, per sua sentenza immediatamente esecutiva, chiede il passaggio di 750 milioni di Euro, il valore di circa 10.000 appartamenti costruiti nelle zone terremotate dell’Aquila, dalla Fininvest della famiglia Berlusconi alla Cir di De Benedetti.
"Oggi questi – dice Franceschini, riferendosi ai calzini turchese - sono la cosa più importante". Ma se un leader di partito per dare il meglio di se ricorre agli effetti mediatici, si capisce perché abbia poi bisogno di un simbolo, di parole d’ordine, di démoni, di feticci per polarizzare l’attenzione dei suoi possibili sostenitori. La richiesta di Franceschini “tutti coi calzini turchesi”, e l’indicazione di Mesiano a simbolo della giustizia italiana, non è un bel vedere per un partito che si propone per la guida del governo e che dovrebbe responsabilmente sapere che tra i mali italiani ci sia una giustizia che trova difficoltà ad essere tale.
I cittadini italiani, infatti, avvertono con preoccupazione la presenza di una corporazione, quella dei magistrati, che indugia più nella ricerca della notorietà e dell’invasione sul terreno della politica, che nell’assolvere al ruolo previsto dalla Costituzione d’essere autonoma ed indipendente. Assistiamo da tempo a manifestazioni di tifo e di pregiudizio politico da parte di un ordinamento che gode di assoluta insindacabilità e che ha un suo proprio organismo di autogoverno. Dovrebbe essere inquietante sapere che ci sia un magistrato che brinda pubblicamente per un risultato elettorale negativo per una parte politica su cui, come giudice unico di primo grado, sta per emettere un verdetto. Sarebbe difficile, infatti, pensare che dopo aver esultato, il verdetto non debba essere di assoluta condanna. Come è stato. Ma è strana anche la preventiva levata di scudi di un’associazione, come l’ANM, che manifesta fastidio al solo sentir parlare di riforma dell’ordinamento giudiziario, la cui necessità è invece diffusamente sentita.
C’è una ‘casuale’ coincidenza, anche fisionomica, tra il segretario dell’ANM Palamara e quello della FNSI Franco Siddi, sono entrambi segretari dei sindacati unici: Il primo dei magistrati ed il secondo dei giornalisti. Il primo reagisce per le critiche di giornalisti e politici contro la corporazione dei giudici ed il secondo quando i giornalisti vengono querelati da una parte politica per diffamazione o quando alcuni servizi focalizzano perplessità sulle “stranezze” caratteriali di un magistrato. Entrambi però tacciono e minimizzano se i comportamenti inusuali e le esternazioni di magistrati, le sentenze astruse, le interpretazioni faziose, i proclami politici, le manifestazioni di non imparzialità, ovvero se le intimidazioni, le querele, la faziosità, l’aggressione mediatica e l’uso improprio dell’informazione vengono usate da una parte politica contro l’altra, non casualmente sempre la stessa.
Un modo d’essere dei due segretari, nei modi e nei toni, che brilla per assoluta carenza d’autocritica. Non è certo questo il modo migliore per rappresentare sindacati unici che dovrebbero, invece, offrire una visione d’insieme di tutte le opinioni. Se un sindacato unico diventa strumento di parzialità, elude la sua piena rappresentatività, mortifica le diversità e denota scarso interesse per la stessa democrazia.
Vito Schepisi sul Il Legno Storto

05 ottobre 2009

Una "mortale" intimidazione


Se a Roma alcune decine di migliaia di cittadini provenienti dalle varie regioni d’Italia sono stati convogliati a Piazza del Popolo per manifestare a favore della libertà dell’informazione, messa a loro dire in discussione dal Presidente del Consiglio Berlusconi, c’è chi si chiede, invece, se in questo Paese ci sia agibilità politica.
I fatti contano molto di più delle parole e di ciò che si vorrebbe asserire con le proteste di piazza: tacitare la libera scelta, mortificarla, negarla, omologarla al pensiero unico, per indicare un modo, il solo “politicamente corretto”, viene ribaltato dai fatti che pesano molto più di mille parole e che rischiano di travolgere persino le regole della democrazia, infondendo la sensazione dell’assenza di una vera agibilità politica.
C’è chi in Italia, da tempo, pensa che la politica sia una guerra di bande, e forse per quel che accade non ne avrebbe tutti i torti. S’avverte senza dubbio la sensazione che i metodi usati prevarichino il confronto politico e lo stesso pensiero sulle regole di un sistema democratico. E’ diffusa la sensazione di una lotta politica finalizzata alla mera gestione del potere: non quindi per affermare un proprio progetto politico, ma per conquistare qualcosa. C’è chi si batte con ogni mezzo, tra cui anche quello di annientare l’avversario. Una lotta che si trasforma in odio e pregiudizio, e nell’uso di ogni strumento di offesa, ignara del consenso e con il gusto di demolire e di sopraffare. Una lotta che vede due tifoserie contrapposte, come in un campo di calcio, due tifoserie agguerrite che vorrebbero calci di rigore a favore della propria squadra, anche senza un motivo apparente, anche contro le regole del campo dove chi gioca meglio, ed è più efficace, prevale.
La mannaia della punizione passa così dal vociare di una folla convocata a protestare, anche contro la logica dei numeri, al bavaglio del colpo mortale. Nel nostro caso, il vero bavaglio alla libertà “tout court” consiste proprio nella stroncatura del nemico politico. Non c’è riuscita la magistratura penale, ora ci prova quella civile. Una condanna al risarcimento di 750 milioni di Euro è l’arma. E’ come una bomba ad alto potenziale, come un colpo mortale inferto ad un’azienda ed al suo indiscusso leader. Una somma che per l’ammontare e per i modi non ha precedenti nella storia mondiale. Un risarcimento per una faccenda già chiusa 20 anni fa con un accordo tra le parti “senza altro a pretendere”.
Se ne ricava una lezione terribile. E’ la riprova che in Italia alcuni poteri sono davvero forti. E’ un monito orrendo, truce e severo: se non si può colpire l’avversario con la democrazia delle scelte, se non in una regolare competizione elettorale, se non sul piano del consenso politico e per il giudizio del popolo sovrano, restano solo i metodi della vendetta, dei sicari, della sopraffazione fisica, dell’uso violento della giustizia.
E’ uno spettacolo che si replica da 15 anni, come una commedia di grande successo. A volte cambiano i protagonisti e la coreografia, ma la storia è sempre uguale ed è invariato il fine che si vuole raggiungere. Si ha quasi l’impressione che ci sia una regia: come di un Grande Vecchio che dica “qui comando io”. Si agisce con ogni mezzo e con una concentrazione di forze e di risorse che ha dell’incredibile, attraverso i più disparati tentativi di colpire il fatidico “mostro”.
Berlusconi diventa l’uomo sempre in prima pagina, come il classico mostro da sbattere, come una piovra gigantesca dai mille tentacoli, come un vero ed ingordo onnivoro. Assistiamo basiti alla rappresentazione di un uomo descritto così apparentemente rapace ed onnipresente su scene così disparate del male da far perdere credibilità all’intera commedia. L’essere descritto come il Male assoluto fa però sorgere più di un sospetto sull’uso politico della giustizia: il sospetto che contro il Premier in Italia ci sia una vera persecuzione giudiziaria. Il leader del Pdl viene accusato di tutto: sembra che l’unico reato di cui non sia stato ancora accusato sia quello della rapina delle vecchiette all’uscita dell’ufficio postale.
Si fa così strada l’idea che nell’Italia “post” di tutto ( democristiana, comunista, fascista) non possa esistere una democrazia pluralista senza l’omologazione di De Benedetti e delle sue creature politiche, editoriali, industriali e finanziarie. Ma quella di un gruppo che stabilisca, anche contro la volontà del popolo, chi abbia la facoltà di governare il Paese, non può essere certo una scelta di democrazia e di pluralismo, non può essere un’opzione di libertà e di legalità, ma di abuso e d’arroganza, di violenza e di prevaricazione.
Tante proteste per le citazioni i giudizio e le richieste risarcitorie di Berlusconi definite intimidazioni alla stampa libera. Dove sono ora le proteste contro questa vera e “mortale” intimidazione?

Vito Schepisi su Il Legno Storto