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28 settembre 2013

Letta ha stabilito che per salvare il PD debba pagare l'Italia



Ciò che è grave è che il Presidente Letta, complice il PD, dinanzi ad una scelta del Pdl - politica, legittima e responsabile - di protesta verso la sinistra intollerante che mira a liberarsi dell'avversario politico, barricandosi dietro una sentenza che lascia perplessi, si vendica penalizzando il Paese.
Come se in Italia si debba sempre subire in silenzio, come se la democrazia non debba consentire a ciascuno di dissentire nei modi, urbani, che più ritiene opportuni e che siano proporzionati all'offesa subita. Dimettersi dal Parlamento è un atto di grande rilevanza politica. E’ il termometro di un disagio. Deve far riflettere. E’ da intendere come la misura estrema contro la prepotenza.
Ci sono i margini politici e procedurali per ragionare sulla decadenza di Berlusconi, invece si preme in modo sbrigativo per farlo fuori. E’ già pronto e schierato il plotone di esecuzione che aspetta di mettere in atto la sentenza di condanna a morte della democrazia. In Italia siamo ai limiti, se non si sono già superati, della tolleranza democratica. Il Presidente Napolitano, invece di lasciarsi prendere dall’ingiustificata indignazione, rifletta.
C'è sete di vendetta, in un clima di odio che neanche "le grandi intese", nell'interesse della Nazione, hanno minimamente scalfito.
Non si può non osservare che ciò che si vede da noi accade solo nei paesi totalitari. La magistratura, ad esempio, che, invece d’essere al di sopra delle parti, gioca in un campo dell'arena politica, la legge che non è uguale per tutti, la ragione che si riversa contro la tradizione e la civiltà dei sentimenti e dell'organizzazione sociale di un modello che si è sempre salvato dalle orde barbariche e dai totalitarismi degli uomini e delle ideologie, la stessa democrazia degli uomini liberi che si pretende debba sottostare alla pressione mediatica ed al popolo del web.
Sono tutti sordi e tutti rivolti verso l’obiettivo di far fuori chi da 20 anni mette in discussione lo strapotere della sinistra e dei suoi complici in Italia, nonostante che giuristi e costituzionalisti, persino di area di sinistra e del PD, ritengano ingiustificata tanta fretta e tanto sbrigativo semplicismo.
Gli italiani temono che, in questo modo, la parte politicizzata della magistratura, si possa liberare di tutti i politici scomodi. Pensano che sia in corso una manovra intimidatoria sottile e pericolosa. I tempi sono quelli che ci vede impegnati, con una richiesta referendaria, a mettere in discussione l’irresponsabilità della magistratura.
La riforma complessiva della corporazione, anche nella coscienza del popolo è diventata, però, improcrastinabile. L’Ordinamento giurisdizionale non può trasformarsi in potere: si deve mettere al servizio del Paese e delle sue leggi, autonomamente e indipendentemente, come previsto dalla Costituzione. Non può sostituirsi a niente e nessuno, perché non ha la legittimità democratica per farlo. Il potere in democrazia è solo del popolo, e il popolo si è espresso nel febbraio di quest’anno, attribuendo 10 milioni di voti, quasi quanti quelli del PD, al partito di Berlusconi.
Dove sono le coscienze democratiche del Paese? Dove sono gli indignati? Che sia pelosa questa coscienza democratica o che sia ipocrita l'indignazione di cui si sente parlare? 
Gli italiani, i giovani, i disoccupati, la gente che perde il lavoro, le famiglie prese a bersaglio da ciò che chiamano il nuovo ed il progresso e che invece è cosa vecchia ed è reazione, sono così serviti da questa sinistra senza pudore: non slitterà l’aumento dell’IVA.
Il nuovo balzello partirà dall'1 ottobre e passerà DAL 21% AL 22%.
Letta irresponsabilmente ha bloccato il decreto nel Consiglio dei Ministri. Una vendetta senza senso, folle, che trascinerà l'Italia in un dramma ancora più serio. Avrà l’effetto di deprimere ulteriormente i consumi. Rallentare il mercato in questo momento è cosa grave per l'economia del Paese, per lo sviluppo, per le famiglie, per l'occupazione e per i giovani.
Solo la sinistra italiana ed il PD potevano arrivare a tanto.
Vito Schepisi

16 settembre 2013

Epifani e Kim Yong



Nei regimi totalitari niente del popolo e dei sudditi è segreto. Persino il capo condomino di un fabbricato ha l'obbligo di origliare e di riferire sulle abitudini e sui sospiri degli inquilini. E’ riservato, invece, l’esercizio incondizionato del potere ed è riservata la conoscenza della realtà sociale ed economica dello Stato.
I regimi illiberali si reggono sul ricatto e sulla discrezionalità degli apparati. Tutto deve essere convergente per l'esercizio indiscusso ed esclusivo del potere. Nei paesi totalitari, nelle dittature militari o in quelle populiste o, ancora, nelle altre emanazioni politico-amministrative di estrazione etica e fondamentalista, c'è l'odio e la repressione per tutto ciò che è plurale: non esiste la libera espressione del pensiero, né l'autonomia della propria coscienza. C’è la necessità dell'omologazione totale del pregiudizio verso gli avversari. Questa componente ideologica è come se fosse la sostanza stessa dell'azione politica e della strategia sociale e culturale del Paese. Si odia il capitalismo piuttosto che il liberalismo, ed i regimi diventano centri di rieducazione e divulgatori dei principi dell’etica e della morale.
In democrazia, invece, soprattutto il giudizio che incide sulla "dignità" delle persone, cioè sulla sua sfera individuale, non può ridursi ad un voto di opportunità politica, quanto, invece, ad una espressione ragionata della propria coscienza. Pensare e dire, come ha fatto Epifani, per il voto in Giunta sulla decadenza di Berlusconi, che il PD, compatto, voterà si alla decadenza del leader del centrodestra lo fa apparire, invece, come un mero voto di opportunità politica.
Ma la Giunta per le immunità schierata come riflesso dei partiti a che serve?
Se non servisse far prevalere la coscienza dei componenti la Giunta, basterebbe far votare i capigruppo con il peso dei propri parlamentari ed il gioco sarebbe già fatto, senza perdere ulteriore tempo e denaro.
Se il Parlamento, però, perdesse, anche formalmente, la sua funzione di rappresentare i cittadini, la nostra non sarebbe più democrazia. Potremmo anche deputare alla magistratura, scalpitante e bramosa di esercitare un potere, il compito di pensare e di agire per tutti! Così diverrebbe anche tutto più evidente. Sarebbe la traduzione visibile di ciò che sta avvenendo oggi in Italia. Ed il regime che si sta instaurando nel nostro, invece di apparire e di dirsi democratico, per onestà intellettuale, sarebbe più visibilmente autoritario e illiberale.
Mi chiedo ancora a cosa valga una Giunta per le immunità il cui Presidente si è espresso prima ancora che fosse stata convocata la Giunta, se non una parvenza di democrazia, ove l’azione democratica sarebbe sola quella di ratificare ciò che già si è stabilito?
Quella del senatore Stefàno è solo una smania di protagonismo, alla "Esposito", o è una forma d’incultura della democrazia?
Nel primo caso, l'Italia alla "Esposito" avrebbe un che di burlesco che non può piacere, anzi sarebbe disgustosa, nel secondo dovremmo incominciare a chiederci se 65 anni di retorica democratica ed antifascista non siano serviti che a reincarnare l'orrore.
Se quello della giunta diventasse un voto politico, con i segretari dei partiti che indicassero la strada da seguire, il ruolo del segretario del PD sarebbe doppiamente ingannevole. Epifani renderebbe visibile la doppia intenzione del PD: liberarsi dello scomodo avversario politico, dopo averci provato per 20 anni - senza riuscirci - e bocciare l'alleanza di governo con il Pdl a guida di un uomo dello stesso PD.
Quando c'è il PD di mezzo la confusione regna sempre sovrana, e se non c'è il saccheggio materiale del Paese, c'è quantomeno il consueto tentativo del saccheggio delle coscienze e della democrazia liberale. E siccome non si fidano dei loro uomini, come accade a tutti i dittatori, ad Epifani piacerebbe il voto palese sulla decadenza di Berlusconi, per potere esercitare il potere di condizionamento del partito sulle coscienze dei suoi senatori.
Come ad un Kim Yong qualsiasi.
Vito Schepisi

11 settembre 2013

Il PD sta facendo di tutto per far cadere il Governo Letta



Il governo Letta è nato tra mille difficoltà. Il Pd con lo 0,3% di voti in più del Pdl alla Camera, in accordo con il Sel di Vendola e con le pattuglie dei principianti allo sbaraglio di Grillo, aveva già occupato tutte le Istituzioni.
Bersani aveva cercato invano, e insistendo, una maggioranza con il M5S, respingendo invece le offerte di disponibilità del Pdl ad una maggioranza dalle larghe intese. L’aggravamento della crisi, innescato dalle misure fiscali di Monti, consigliava, però, di mettere in piedi, con premura e per responsabilità, un governo solido, con una larga maggioranza in Parlamento, per fronteggiare le serie difficoltà del Paese (recessione e disoccupazione).
Trovatosi dinanzi ad una strada chiusa che portava direttamente verso un nuovo test elettorale che l’avrebbe visto perdente, Il PD, dopo oltre due mesi dall’esito elettorale, cedeva, finalmente, alle insistenze del Presidente della Repubblica.
E’ nato così il Governo Letta. Il Capo dello Stato, mostrando più lucidità, nonostante l'età, dei suoi vecchi compagni di partito, aveva indicato il tragitto delle larghe intese, ritenendole, a ragione, più che un percorso politico, una necessità di responsabilità democratica, resa inevitabile dall'esito delle elezioni che avevano visto i due principali protagonisti, PD e Pdl, attestarsi sullo stesso livello di voti, con solo una leggera preferenza per i primi.
Anche in questa fase, con il Paese in difficoltà, gli uomini nel PD avevano continuato a fare solo ciò che hanno sempre mostrato di saper ben fare (sin da quando militavano nella Dc e nel Pci): occupare poltrone. Facendo valere la legge dei numeri, gonfiati dal premio di maggioranza, il PD si allargava nei ministeri, mentre il Pdl si concentrava sugli aspetti programmatici su cui intervenire. Bisognava dare risposte alle domande di crescita e alle difficoltà delle famiglie: il Pdl si batteva così per l'abolizione dell'IMU sulla prima casa e si predisponeva a battersi per lo stop all’aumento dell’IVA. Se il Pdl mostrava coi fatti di credere nella riduzione della pressione fiscale in Italia, per rendere competitive le nostre aziende e per mirare alla crescita ed all’occupazione, il PD si mostrava, invece, impegnato ad ostacolare la riduzione delle tasse e gli alleggerimenti fiscali sulle famiglie, sostituendoli con la consueta retorica sul lavoro o sullo “ius soli” della Kyenge.
Sta ora assumendo precisi contorni politici il muro contro muro, nella Giunta per le elezioni e per le immunità del Senato, sulla decadenza di Berlusconi. Il PD si rifiuta di valutare il ricorso alla Corte Costituzionale, come sarebbe nelle prerogative della Giunta, si rifiuta di attendere l’esito del ricorso in Europea, e tanto meno sembra disposto a discutere sulla pregiudiziale di non retroattività della legge Severino.
Se il PD mostra la volontà di eliminare il suo avversario di sempre, cavalcando una sentenza giudiziaria che ha destato molta sorpresa e tantissimi dubbi, il Pdl e Berlusconi non ci stanno ad assecondare il percorso extra-elettorale e giustizialista del PD. Il Pdl non ci sta a soddisfare la voglia di conquista del potere (assoluto) di quel partito che ha ancora al suo interno, e tra i suoi alleati, gli eredi del comunismo italiano, e che, soprattutto, ancor oggi, non mostra di volersi discostare dai metodi tipici dei regimi totalitari.
Se, sempre il PD, mostra rabbia e vendetta verso chi non gli ha mai consentito di (con)vincere, né ha mai reso possibile, smascherandoli nelle furbizie e nelle ipocrisie, una loro ben precisa gestazione identitaria, nella chiarezza degli ideali e della collocazione politica, il Pdl non ci sta a subire ed a far da comparsa. Se l’identità politica del PD è stata sempre incerta e mutevole, e se lo stesso PD non ha mai avuto una leadership credibile e condivisa da mostrare con orgoglio al Paese, facendo di volta in volta ricorso a leader di apparato, o a consumati gestori del potere economico-finanziario, mandatari e garanti delle caste, il Pdl non ci sta a consentire che la maggioranza di larghe intese a guida PD prosegua, come se niente fosse successo.
Non sarebbe serio, né responsabile, governare fianco a fianco con chi si attiva per la scomparsa politica degli alleati di governo, né con chi non mostra di porsi dubbi e non si fa domande sulla persecuzione giudiziaria di venti anni contro il leader dello schieramento alleato.
Vito Schepisi

05 settembre 2013

I licenziamenti e la corsa degli idioti


I partiti godono di mille privilegi, vivono tra l'altro con i soldi dei contribuenti e non hanno tanti obblighi se non quello di presentare un bilancio alla presidenza delle Camere, ma senza che si possa entrare nel merito, né nella destinazione e né nella congruità delle poste, tanto che c'è stato chi si è comprato alcuni appartamenti e li ha affittati al partito, pagando con i ricavi le rate del mutuo. 
Ma questa è altra storia che da una parte la partitocrazia, vera fabbrica degli impuniti, e dall’altra la magistratura, braccio armato della casta, hanno consentito in modo selettivo.
Per restare impuniti in Italia occorre un requisito essenziale, consigliato a voce, al massimo per telefono: abbaiare contro Berlusconi. 
Il "non ci sto" è riservato solo ai pochissimi personaggi - a cui sono anche stati permessi passati torbidi - che assolvono con conveniente merito il loro meretricio compito. 
Non è consentito, però, né a voce e né per telefono, licenziare un dipendente. 
E' vero che nel nostro Bel Paese ciascuno può fare ciò che crede, purché lo faccia dalla parte giusta, mentre se lo fa dalla parte sbagliata prima o poi gli arrivano guai giudiziari, ed è anche vero che, sempre in Italia, spesso son guai anche per chi non fa niente di male, ma non tace, anzi scrive, denuncia e protesta, ma non bisogna esagerare. 
Sarebbe stato consentito ad un partito licenziare un dipendente per iscritto, motivandone le ragioni, ma non farlo a voce e per telefono. Avrebbero fatto una brutta figura politica, ma con una corretta procedura legale. A voce, però, non ci sarebbe stata traccia: forse così l’hanno pensata. 
Se il partito di Berlusconi, ad esempio, licenziasse un dipendente per telefono la cosa farebbe cadere il mondo. Il leader del centrodestra sarebbe accusato d’essere un padrone freddo e insensibile, abituato all’arroganza e all’abuso, ed il Pdl di tollerare la trasgressione e l’illegalità. L’episodio avrebbe alimentato il clamore, scatenando sentimenti di odio, quantunque non possa essere considerata una vera notizia per un Pdl già ampiamente tratteggiato dalla stampa come un partito di trasgressori della legalità. 
La verità è che tutti i partiti lo sono (trasgressori della legalità) perché i vuoti di legge ed i privilegi di cui godono agevolano gli abusi. Non dovrebbe far notizia, come quella classica della scuola di giornalismo del cane che morde il suo padrone, mentre farebbe invece notizia quella del padrone che morde il suo cane. 
Ma se lo facesse il partito di Epifani, vecchio e duro sindacalista della Cgil, dovrebbe far notizia, dovremmo, invece, trovarci nella seconda ipotesi, in quella del padrone che morde il suo cane. 
Perché invece non la fa? 
Anzi, dovrebbe far notizia due volte: la prima perché il suo partito, il PD, si comporta da datore di lavoro che senza giusta causa, adotta un atto discriminatorio verso un suo dipendente; la seconda perché un partito che si dice dei lavoratori dovrebbe sapere che licenziare a voce, addirittura per telefono, è contro ogni interpretazione delle leggi sul lavoro e non può essere consentito a nessuno. Neanche al PD. Neanche ai prepotenti e agli amici dei media e dei giudici. 
Ma del PD oramai non ci meraviglia più niente. Le contraddizioni sono tante e le domande da porsi altrettante. Non ci meraviglia, pertanto, neanche assistere periodicamente alla sagra nazionale della corsa degli idioti. 
Cosa è questa novità? Ve la spiego. 
A differenza delle sagre strapaesane in cui si organizzano le corse coi sacchi, tra scene buffe e agonismo vero, nella corsa degli idioti è tutto buffo, ed anche l'agonismo è falso. E' come un concorso immediato. C'è la corsa a chi scatta prima. 
Se c'è qualcuno in odore di “santità”, si verifica uno smottamento umano. 
I concorrenti partono in tutte le condizioni in cui si trovano: alcuni ancora con le mutande tra le gambe, perché sorpresi mentre già fornicavano con altri. 
E’ un po’ la filosofia della “cosa” nuova. La storia si ripete sempre. 
In Italia, però, la chiamano diversamente: la chiamano la corsa sul carro del vincitore. Non cambia, però, la sostanza, e soprattutto non cambiano i protagonisti: gli idioti. 
Vito Schepisi

02 maggio 2013

L'auspicio della svolta liberale



Se non ci fosse stata la legge dei numeri preponderanti, il governo Letta – Alfano sarebbe apparso come un governo a guida Pdl.
Basterebbe soffermarsi sulla sostanza del discorso pronunciato da Letta in Parlamento.
Se si ripulissero le sue parole dalla retorica dell’occasione, dalla difesa degli atteggiamenti del suo partito, dal richiamo ad una identità politica da rivendicare e da tutte le cose che doveva necessariamente dire, per il modo della sinistra di voler apparire sempre più “politicamente corretto”, Il discorso di Letta potrebbe anche sembrar scritto dal Cavalier Berlusconi.
La guida di questo governo è, però, del PD.
Il partito della sinistra ha anche la maggioranza assoluta dei ministri. Il Pdl ne ha solo 5 su ventidue, 3 sono di Scelta Civica di Mario Monti, un radicale e 4 tecnici, ma di area naturalmente vicina alla sinistra.
Sembra che il Pdl non abbia posto nessun ostacolo sui numeri e sui nomi, al contrario del PD che ne ha bocciati alcuni del centrodestra. Tutta roba di lana caprina per soddisfare la sete di astio di una base eccitata dai capipopolo, avvezzi a scaldare le piazze e le tribune televisive indicando i nemici da abbattere. Gli idioti non mancano mai e serviva anche questo per celare il carattere pretestuoso degli atteggiamenti già visti con Bersani.
E’ facile fare i prepotenti con un sistema elettorale che, pensato per un confronto bipolare, ha consentito al PD, con solo lo 0,36% dei voti in più del Pdl, di avere alla Camera invece del 30%, il 55% dei seggi, con un premio di maggioranza del 25% di seggi in più. Per questo Bersani aveva ostacolato, negli sgoccioli della passata legislatura, ogni tentativo di modifica della legge elettorale, compresa la soglia per accedere al premio di maggioranza.
In virtù di questo vantaggio la sinistra ha provato a fare il pieno occupando il 100% delle istituzioni. Voleva fare così anche con il Governo, ma il grande slam a Bersani non è riuscito.
E’ stato varato, invece, un Governo dalle larghe intese.
Ha vinto il buon senso.
E’ prevalso l’invito di Napolitano ai partiti di ricercare la pacificazione nazionale e di assumersi le responsabilità verso il Paese.
L’Italia non si poteva ancora permettere di proseguire con i pregiudizi ideologici. L’alternativa alle larghe intese, dopo che il Capo dello Stato aveva respinto ogni soluzione pasticciata e confusa, sarebbero state solo le nuove elezioni. Ma con il Pdl decisamente in testa nei sondaggi, per la sinistra un nuovo ricorso alle urne sarebbe stato un massacro, dopo 60 giorni di impasse, senza idee, sfiancato dall’antipolitica e con un partito diviso, e incapace di fare sintesi su scelte condivise.
L’antiberlusconismo non è un programma di governo, né dà soluzioni alla crisi del Paese. Anche le iniziative, comuni con il M5S, di liberarsi per legge dell’avversario politico, sono apparse deliranti e tali da inquietare gli elettori moderati del centrosinistra per il riemergere della sinistra post-comunista che cambia pelle ma che resta legata ai metodi illiberali.
Il Governo Letta ha, invece, un programma di governo.
Il PD non l’aveva.
Solo il Pdl in campagna elettorale ha proposto un programma per cambiare il Paese senza avventure. E l’ha fatto con l’indicazione di provvedimenti su questioni vere.
Enrico Letta ha recepito le indicazioni del Popolo della Libertà. C’è la cancellazione dell’IMU sulla prima casa che fa da apripista alla questione fiscale ed ai problemi delle famiglie.
C’è lo stop all’aumento, previsto per luglio, di un punto dell’Iva, poi gli sgravi fiscali per le imprese che assumono.
La rivisitazione della riforma Fornero, per rivederne le rigidità, accoglie le perplessità del Pdl. Il programma del Pdl chiedeva la cancellazione dei rimborsi elettorali e la riduzione dei costi della politica, recepite da Letta, e poi c’è l’idea della “Convenzione” per le riforme, per cambiare la seconda parte della Costituzione e riportare la centralità della nostra democrazia sulla sovranità popolare.
Ce n’è in abbondanza per comprendere che c’è condivisione sulla ricetta liberale per uscire dalla crisi economica, strutturale e politica e l’Italia.
Vito Schepisi
 

30 aprile 2013

Ora le rioforme per liberare l'Italia dai parassiti e dagli imbroglioni


La questione italiana non è solo nel rigore dei conti pubblici. Tanto più che, se rigore doveva esserci, doveva incidere sulla spesa e non sull'aumento delle entrate attraverso la fiscalità.
L'Italia con questo governo fa marcia indietro dal vicolo chiuso e riparte verso la responsabilità e la coscienza sociale. 
Dopo essersi trovata nelle mani di un gelido "ragioniere", amico delle banche e della finanza, con il nuovo governo recepisce proprio le indicazioni di chi è uscito dalla morsa di Monti, convinto che bisognasse liberare risorse per i consumi, ridurre la pressione fiscale e favorire la ripresa economica. 
A cose fatte, però, è bene parlare di cosa sia accaduto in Italia, perché se ne faccia tesoro.
Dopo la vittoria di Berlusconi, nel 2008, il Governo e la maggioranza s’è trovata a gestire una fase molto acuta di recessione internazionale, con l'Italia più esposta degli altri per il suo enorme debito. 
Le difficoltà, però, non sono state solo nel gestire i bisogni delle famiglie, nella difesa del lavoro, nel reperire le risorse per la cassa integrazione rifinanziata ed allargata nel tempo e nei percettori per sostenere chi perdeva il lavoro. L’attacco agli italiani e alle loro scelte è stato più profondo. La magistratura si è scatenata contro il premier votato dagli italiani. L’opposizione, quasi sempre in modo pregiudiziale, è stata dura e insensibile ai problemi che si andavano creando. Sembrava una gara al tanto peggio. Se l’Italia aveva bisogno di concordia e di fiducia, si scatenava la discordia e la diffamazione per il solo gusto di far male e di danneggiare l’immagine del Paese. 
A tutto questo modo disgustoso, inusitato in tutti i paesi normali del mondo, si è unita la scellerata opera di un alleato politico che, insediatosi per sua scelta alla Presidenza della Camera, si è messo a boicottare ogni iniziativa politica della maggioranza, tra cui provvedimenti e proposte di riforme. 
Un modo reiterato, fastidioso, stupido, taffaziano, un modo troppo scoperto per non essere voluto e mirato, un modo per il quale non ci sono motivazioni diverse da quelle della smodatezza delle ambizioni e dalla malafede. 
L’Italia è così entrata in un buco nero con la maggioranza in Parlamento diventata traballante. I mercati si sono messi in allarme. I tedeschi sono partiti spingendo le loro banche a liberarsi dei titoli pubblici italiani. La finanza si è mossa trovando nell’Italia e nei titoli italiani l’anello debole su cui speculare. La vendita dei titoli italiani sui mercati ne ha deprezzato il valore. 
Per sostenere la spesa l’Italia è stata costretta a mettere sul mercato titoli rappresentativi del debito pubblico, a lungo termine, con rendimenti molto alti. Paghiamo oggi 85 miliardi l’anno solo per gli interessi sul nostro debito pubblico. 
I principali responsabili di quest’opera di demolizione a danno dell’Italia non sono soltanto nel PD, partito senza idee, interessato solo alla gestione del potere e incapace di amare il Paese, a conti fatti le maggiori responsabilità le ha quel signore che gli italiani hanno già gettato fuori dal Parlamento, assieme ai suoi miseri scudieri. 
Fini voleva correre avanti ai tempi, si sentiva il migliore. Ora ha tempo di pensare ai suoi errori. Non è ancora dato di sapere se la svolta avutasi con questo governo si tramuterà in una speranza ben riposta. 
E’ tempo, però, che per il futuro gli italiani aprano gli occhi. L'Italia ha rischiato già molto.
Il passo che è stato fatto richiede costanza e ragione perché sia tradotta in azioni concrete.
Ci vogliono le riforme. 
Senza, il Paese non va avanti. 
Ci vogliono per liberare il Paese dai parassiti e dagli imbroglioni, per la trasparenza della gestione politica, per le responsabilità della politica e per il rispetto degli elettori. 
Chi non vuole le riforme, è bene dirlo, si è già mostrato molto abile nella gestione mediatica.
La sinistra confida sempre nella sua macchina della propaganda, alla cui guida mostra tutta la sua abilità nell’accusare gli altri delle loro furbizie. 
Non hanno mai amato l’Italia ed hanno sempre fatto così! 
Vito Schepisi

29 marzo 2013

Modi da prima repubblica


Le fasi di questo incarico esplorativo che il Presidente della Repubblica aveva affidato a Bersani e che si è concluso in modo “non risolutivo”, con la temporanea “rinuncia” del leader del PD, sa tanto di prima repubblica. 
Ricorda le formule astruse che i cittadini non riuscivano a comprendere, e che poi hanno capito sin troppo bene. 
Questa volta, però, non funziona. 
Il fallimento di Bersani oggi si capisce con sufficiente chiarezza. E’ il tentativo di un imbroglio. 
Nel 2006, Prodi vinse per 24 mila voti alla Camera e, nonostante i 250.000 voti in meno al Senato, grazie ai senatori a vita ed a Follini, occupò l’Italia con grande protervia. 
Bersani vorrebbe fare altrettanto. 
La sinistra nel 2006 occupò di tutto e di più: Presidenza della Repubblica, Camera, Senato, CSM, Corte Costituzionale, Rai, Polizia, sostituì persino il Comandante della Guardia di Finanza che si era messo di traverso alla richiesta del Vice Ministro Visco di trasferimento dei vertici della GdF della Lombardia che avevano indagato su Unipol e sulla questione Consorte, d’Alema e Fassino. 
Una brutta esperienza che sappiamo com’è andata a finire. Da non ripetere. 
Questa volta avrebbero la questione del MPS da insabbiare. Dovremmo chiederci da subito, cosa accadrà quando i 3,9 miliardi che sono andati a coprire le falle della truffa del secolo, sottratti ai contribuenti italiani, non dovessero essere restituiti. 
In questa legislatura al PD non basteranno i senatori a vita. 
Il PD non ha vinto niente. Se il Presidente Napolitano lo facesse capire anche a Bersani, che ha difficoltà a comprenderlo, se gli dicesse sul muso che ha perso, sarebbe utile e meritorio.
Il PD che fa la voce grossa, e che gioca all’asso piglia tutto, ha perso le elezioni o, se si preferisce, non le ha vinte. Le ha perse perché le proposte di Bersani sono apparse confuse e contraddittorie. Non si salva, infatti, il Paese senza intervenire sul costo del lavoro, senza ridurre le tasse, senza allentare la stretta creditizia, senza snellire la burocrazia, senza ridurre le spese dello Stato, senza tagliare gli abusi e i privilegi della politica, senza ridimensionare gli sperperi degli enti locali, senza mettere a disposizione delle famiglie le risorse per i consumi necessari, senza un sistema giudiziario che non scoraggi gli investimenti e non renda precaria la Giustizia. 
Non fidarsi di questo PD è cosa buona e il Pdl fa bene a non fidarsi ad occhi chiusi. 
Il Paese è diviso e, purtroppo, non è nelle condizioni di poterselo permettere. Servirebbe una tregua, un momento di pacificazione nazionale. Per la tregua, però, sono necessarie reciproche garanzie e la lealtà di aprirsi al confronto: è necessario riconoscere a tutti gli spazi di responsabilità, di partecipazione e di controllo. 
Non si può pensare di usare gli altri, né che siano stupidi. L’Italia val bene un sacrificio da parte di tutti, ma il suicidio di alcuni, no! Senza garanzie, no! 
Chi può pensare che si possa lasciare a Bersani, a D’Alema, alla Bindi e a Franceschini, con Vendola e la Camusso, la guida incontrollata del Paese con il 30% dei voti? 
E quale forza rappresentativa di un terzo degli elettori può essere così sprovveduta da consentire la nascita di un governo senza neanche chiedere una garanzia istituzionale? 
Ha fatto male il PD ad usare “la forza” per prendersi le Presidenze della Camera e del Senato, senza neanche tentare di instaurare un dialogo, se non con il M5S che è un gruppo reazionario e che si sta mostrando del tutto confuso.
L’ostentazione dei muscoli non risolve niente. Non si può continuare a pensare d’essere al centro di tutto e a criminalizzare che la pensa in modo diverso! E basta! 
Il PD ha preso lo 0,36% dei voti in più del Pdl, ma continua a sostenere che il centrodestra sia impresentabile e dice di non voler governare con loro. 
Vogliono i loro voti, però! 
Vogliono trattare sotto banco, però! 
Non si può pretendere la responsabilità a senso unico, né che il Pdl, con tatticismi parlamentari, faccia governare Bersani per senso di responsabilità verso l’Italia. 
Sarebbe invece irresponsabile lasciare che Bersani occupi il Paese. Basterebbe dare un’occhiata ai suoi 8 punti per capirlo. 
Gli elettori non hanno stabilito così. 
Meglio, molto meglio, fare tutto alla luce del sole. 
Se Bersani non ha la capacità di mettersi al servizio del Paese, si faccia da parte. E se nessuno sarà in grado di avere un po’ di umiltà e di pensare all’Italia, meglio nuove elezioni e fare chiarezza.
Vito Schepisi

28 marzo 2013

Si continua a ... emaculare maculatos



Non è sufficiente chiamarsi Migliore per capire le cose. 
Il capogruppo del Sel di Vendola, sentito da Bersani nella sua veste di incaricato a sondare la possibilità di un suo ministero, lamenta che il Pdl vincoli il sostegno ad un governo Bersani alla possibilità del Pdl di scegliere il prossimo Presidente della Repubblica. 
Migliore dovrebbe fermarsi a riflettere. 
Bersani chiede il sostegno, ma non un governo di coalizione con il Pdl. 
Vuole solo i voti! Per capirci ... ha ancora voglia di ... pectere pupas. 
Poverino! da questa esperienza deve esserne uscito frustrato! 
La coalizione PD-Sel ha già eletto un Presidente della Camera (Sel) ed un Presidente del Senato (PD). 
Vorrebbe la Presidenza del Consiglio con i voti del Pdl. 
Vorrebbe tutti i ministri ... e vorrebbero pure il Presidente della Repubblica. 
In cambio Bersani cederebbe la presidenza della Commissione per le riforme. 
Capirai! Con il premio di maggioranza alla Camera e la composizione percentuale rispetto ai gruppi parlamentari, sarebbe solo un ostaggio. 
Ma che voto a San Pietro e San luigi messi assieme ha fatto il Pdl per doversi sottoporre a tanta penitenza? 
E che garanzie avrebbe su un programma di governo condiviso? 
Quali sulla trasparenza? 
Quali sui controlli? 
Quali sulle riforme? 
Quali garanzie su un leale percorso parlamentare nell'interesse dell'Italia, compresa la gestione corretta della Giustizia? 
Il PD e la sinistra controllano già il CSM, controllano la Tv di Stato, hanno i giornali dalla loro parte per il 90%. 
Ma Bersani la finisca di ... emaculare maculatos! 
Si accontenti che i Pdl sono cosa diversa dai grillini e che non lo abbiano ancora mandato a fanc... 
Allora caro Migliore o si fa un governo politico in cui responsabilmente si affrontino i problemi del Paese, un governo che sia creato sull'equilibrio delle responsabilità e della pari dignità o andiamo dinanzi agli elettori a dire che a sinistra voi non siete stati capaci di uscire dagli steccati ideologici e dalla vostra prepotente presunzione. 
Tutto deve avvenire alla luce del sole. Senza buffonate...di uscire dall'aula per far calare il quorum. Forse non l'ha capito che è tempo di responsabilità e non di furbate. 
Naturalmente se si fa un governo politico di responsabilità si devono rilasciare garanzie. E quale garanzia più naturale che quella di una responsabilità istituzionale da affiancare ad una altrettanto esecutiva? 
La soluzione, tra l'altro, garantirebbe una giusta alternanza, dopo 21 anni di gestione di parte della Presidenza della Repubblica. 
Migliore se vuole ... mi dica lei la lingua perché riesca a capirlo meglio. 
Posso anche dirglielo in dialetto barese così il suo capo lo capisce meglio. 
Vito Schepisi

04 marzo 2013

Bersani è un perdente


E’ evidente che Bersani si debba togliere di mezzo. Le motivazioni sono tantissime, ma ne basterebbe solo una per comprenderne le ragioni.
Il leader della sinistra è un perdente. Non lo è per natura, non si nasce semplicemente perdenti. Lo è per un limite. E’ perdente perché non è capace di fare le scelte giuste e perché non ha l’elasticità per comprendere le situazioni e tradurle a proprio vantaggio.
Un leader deve essere prudente ed avere buon senso. Deve saper capire quando fermarsi. Bersani, invece, è un umorale per indole. Ha quei modi da retrobottega di bar, dove è più facile lasciarsi andare nei detti popolari, tra un bicchiere di birra e l’altro.
Voleva fare il premier ad ogni costo. Pensava d’aver le carte buone, e le ha giocate sbattendole sul tavolo con beffarda arroganza, come nei retrobottega di un bar della sua natia Bettola.
Cinico. Tra le sue colpe c’è anche quella di aver soffiato sul fuoco della crisi recessiva mondiale. Ha provato, riuscendoci, a mettere in difficoltà il Paese quando, per superare le turbolenze, l’Italia, con le sue difficoltà finanziarie, aveva bisogno di fiducia e di compattezza.
L’obiettivo era di far cadere il governo in carica, costasse quel che poi è costato all’Italia.
Ha bucato. Una legge elettorale, però, ora gli consente di far valere l’ultima occasione che ha. Messo da parte per lui tutto finirebbe qui: un altro arnese politico da rottamare.
E’ un politico al capolinea, però, incapace d’essere vincente. E’ l’uomo che ha perduto ciò che sembrava avesse già vinto. Un dramma per l’uomo Bersani, ma si è cacciato dentro da solo.
Alzare la voce ora, con lo 0,36% di voti in più sul suo avversario Berlusconi, dopo essere stato in vantaggio di oltre 20 punti nei sondaggi, rasenta il ridicolo. In un paio di mesi, Bersani ha perso dal 10 al 12% di voti, mentre il suo avversario ne ha guadagnati altrettanti. Una disfatta.
Ora corre come un disperato dietro a Grillo che, invece si fa beffe di lui.
Un giorno si e l’altro ancora Bersani chiedeva a Berlusconi di dimettersi, facendone un tormentone, quasi fosse un mantra del suo pensiero.  Si sentiva vincente sui problemi degli altri, confortato dai sondaggi che vedevano il Pdl, dopo lo strappo di Fini, dilaniato ed in caduta libera. Troppo poco per chi pretende d’essere premier. Bisogna avere idee per farlo.
Gli elettori di centrodestra non sono militanti da zoccolo duro, come quello che mantiene il PD fermo al suo 25%. Dinanzi alle buffonate e ai litigi, a destra non si soffermano a pensare di chi sia la colpa. S’incazzano e basta e, per bene che vada, non vanno a votare. Quando va male, invece, riversano i loro consensi sui partiti che più alzano la voce e che fanno casino.
Ne ha beneficiato Grillo. Il comico ha raccolto la reazione di chi si è sentito tradito e di chi pensa che il modo migliore sia quello di mandare tutto in malora, come se in questo bistrattato Paese non si debba realizzare il loro futuro e quello dei figli e nipoti.
Sulla disfatta del Pdl, Bersani aveva programmato la vittoria. Senza idee, ha fatto campagna elettorale solo sulla “guerra” al Pdl.  Appiattito sul disastro di Monti, benché con il PD diviso nelle primarie con Renzi, Bersani pensava di vincere facile.
Non aveva più bisogno dell’inaffidabile Di Pietro, fatto dissolvere in tv sulla storia delle case già nota da anni. Anche il traballante livello morale dell’Idv era noto prima del caso Maruccio.  Bersani non voleva altri gruppi della sinistra. Per assicurarsi il Senato aveva provato accordi sottobanco con Ingroia, senza riuscirci. Si sentiva vincente e voleva il controllo di tutto, premio di maggioranza compreso, dopo aver impedito ogni modifica del “porcellum”.
Senza fare i conti con gli elettori, Bersani, aveva programmato le cose, come le campagne del grano russo durante il regime sovietico. Teneva aperto il dialogo con Monti, per legittimare il suo Governo. Teneva a distanza Fini e Casini, due volpi, già usate contro Berlusconi.
Li ha trascinati tutti nel baratro, però. Il terzo polo ha rischiato di scomparire. Il solo Monti si è salvato per il rotto della cuffia, sostenuto dall’Europa, dalle banche, dalla finanza e dai media, a spese dei suoi compagni di viaggio cancellati o quasi dal palcoscenico politico.
Vito Schepisi

11 ottobre 2012

L'albero delle riforme è fiorito?



Del capogruppo del gruppo Pdl della Regione Lazio, Fiorito si è già detto tutto.
Si conoscono le sue abitudini, i suoi metodi, la sua vita lussuosa, la sua esuberanza, il suo soprannome, la sua mole fisica, la sua arroganza, le sue spese folli con i soldi pubblici, la sua dote di voti ed anche i suoi sponsor politici.
Si sa che all’ingordigia non c’è limite, se nel conto c’è anche un sistema che consente di far entrare il goloso nel laboratorio del pasticciere.
Si dice sempre che si vuole cambiare il “sistema”, ma poi si fa sempre tutt’altro.
Nell’Italia repubblicana non è mai fatta una riforma seria in nessun campo, tanto meno nell’architettura dello Stato, per la semplificazione burocratica e per la trasparenza.
Dell’esercizio responsabile dei poteri e della riforma dello Stato non se ne può neanche parlare, senza scatenare una guerra.
Parlare di ruolo e d’indipendenza della magistratura o pensare di snellire il percorso parlamentare delle leggi o di attribuire maggiori facoltà di scelta al capo del Governo o, ancora, pensare di poter arrivare all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, in Italia, sarebbe come parlare delle corna del diavolo.
Eppure negli altri paesi è così, c’è maggior spazio per la democrazia e per le scelte del popolo, e questi stati funzionano decisamente meglio del nostro.
Tutti, solo a parole, sostengono che l’Italia dovrebbe essere girata come un calzino. Le regioni, ad esempio, distribuiscono soldi in misura esorbitante ai gruppi politici. Tutti lo sapevano ma nessuno se n’è mai occupato. Poi è arrivato Fiorito e tutti ora ne parlano.
Si sa da sempre che girano troppi soldi in politica e che se ne faccia un suo improprio, ma non è previsto che qualcuno controlli. E ora cadono tutti dalle nuvole. Tutti sembrano come Alice nel paese delle meraviglie.
Vado contro corrente, ma dico che è sbagliato parlare di ritorno alle preferenze. Beninteso, è sbagliato anche l’attuale sistema delle nomine, ma le preferenze sono ancor più pericolose.
Con le preferenze vincerebbero gli Zambetti, adusi al voto di scambio, e vincerebbe chi ha più soldi da spendere o più potere da gestire.
Si facciano le primarie, si facciano i collegi uninominali, ma il ritorno alle preferenze sarebbe un altro errore.
L’Italia, invece, ha bisogno delle riforme, come un qualsiasi edificio ha bisogno delle manutenzioni periodiche, perché di eterno non c’è niente sulla Terra, se non la stupidità, l’incoerenza e la presunzione degli uomini in ogni tempo. E i risultati si vedono.
Se non c’è un sistema che individui chi è responsabile e di che, e che metta in trasparenza ogni atto pubblico, compresi gli spostamenti di denaro e i costi della macchina burocratica e della gestione politica, ci saranno sempre i Fiorito, gli Zambetti e i Maruccio.
Il mariuolo non è una categoria antropologica ed è anche diverso dal criminale che intraprende la strada del crimine.
Le motivazioni del criminale sono direttamente proporzionali all’ambiente in cui cresce, al degrado in cui vive, alla scarsa cultura, alla mancanza di valori di riferimento, alla cattiva educazione ricevuta, ai cattivi esempi, al culto del lusso, alle frequentazioni, all’abitudine alla violenza, alla ricerca del piacere materiale, ovvero all’ostentazione di ciò che il criminale individua come il potere di imporre le sue regole.
Il mariuolo, invece, è una persona scaltra che fiuta l’opportunità e s’impegna a coglierla. E quando la coglie allunga le mani e s’ingegna per trarne vantaggi. La politica per il mariuolo diviene lo strumento migliore per raggiungere il suo fine. Lo vediamo anche con la compravendita dei parlamentari, con la frammentazione dei partiti e con la partitocrazia che spinge a mettersi in proprio, lo vediamo con l’abitudine degli italiani a cambiare giacchetta e a salire sul carro del vincitore.
Un ostacolo alla linearità e alla trasparenza è sempre la burocrazia. Fiorito si è anche giovato del disastro della cancellazione della lista Pdl a Roma nelle ultime consultazioni regionali. Come sappiamo, a due allocchi funzionari delegati del Pdl romano, presenti nei locali della Corte di Appello di Roma, fu impedito di presentare la lista del Pdl. I due, nell’attesa di essere ricevuti dal funzionario addetto per il deposito degli atti della lista, si erano appartati a mangiarsi un panino.
Dura lex, sed lex. E se la motivazione lascia ancora increduli, quando ci si mette d’impegno prevale sempre la forma, mai la sostanza. E in quel caso la forma prevalse.
Attenzione, però, il Fiorito è solo la punta dell’iceberg di un sistema che coinvolge tutti. Nel Lazio ora è entrato nel ciclone anche un uomo di punta di Di Pietro, Maruccio ,avvocato di fiducia dello stesso Di Pietro e coordinatore dell’Idv laziale. Un uomo molto più vicino ai vertici della politica italiana di quando non lo sia stato Fiorito. Si è dimesso da tutto, ma oramai questo trucco lascia il tempo che trova.
Non c’è, dunque, nessuno che può chiamarsi fuori, ci potrebbe essere, però, un impegno per le riforme: solo quelle possono cambiare civilmente il Paese.
Vito Schepisi

08 giugno 2011

Il grande imbroglio

Il grande imbroglio di questo scorcio di vita politica italiana è nella disparità dell’informazione. Non ci sono nei media a grande diffusione nazionale, soprattutto negli spazi televisivi, gli approfondimenti completi e obiettivi. Non si diffondono informazioni e dati, ma solo spunti parziali di giudizio che inevitabilmente condizionano le scelte. L’informazione sui quesiti referendari ne è un esempio: una farsa senza senso perché si chiede di esprimersi su cose diverse da quelle che appaiono o che si vogliono far credere. Ma nessuno lo sa.
La faziosità e il tentativo di porre pregiudiziali politiche e ideologiche hanno buon gioco sul pluralismo sostanziale che non è solo la presenza di una voce discorde, accanto a quella che esprime un’altra opinione, ma è soprattutto nell’imparziale rappresentazione delle diverse soluzioni, o nella presenza o meno di proposte diverse, atteso che le opposizioni dovrebbero avere il buon senso di contrapporre anche soluzioni alternative, oltre che opporsi a quelle proposte dalle maggioranze.
Non può ritenersi, infatti, obiettivo e dignitoso un servizio pubblico che interpreti la democrazia solo come spazio di presenza di una parte e dell’altra, quando poi, persino con filmati sceneggiati densi di carica emotiva, e con l’enfatizzazione documentata di situazioni di parte, si spinge verso l’inevitabile giudizio negativo su alcuni e, invece, assolutorio su altri. Nella Tv pubblica è accaduto anche questo, con lo spazio informativo che si trasforma in un tribunale in cui non si cerca la ragione oggettiva, ma lo stato emotivo istantaneo di condanna o di assoluzione.
Accade su tutti i provvedimenti, a volte con atteggiamento diffamatorio, su tutte le scelte legislative e su qualsiasi modifica normativa. L’ipocrisia si taglia a fette. Tutti, ad esempio, oggi sono ad applaudire la riforma del federalismo fiscale. Tutti parlano della cedolare secca come di un provvedimento legislativo straordinario, attesa l’attitudine del Parlamento italiano a varar leggi che finiscono col complicare le cose. Durante la sua discussione, però, questa legge è stata osteggiata tenacemente da tutta la sinistra, sia in Parlamento e sia nei salotti televisivi.
In Italia, sulla stampa e in tv trovano spazio più i motivi del dissenso che non quelli per scelte di opportunità, di necessità o di cambiamento. E’ la ragione per la quale le tante attese e invocate riforme non sono state mai varate, e per la quale ha avuto buon gioco la reazione delle caste che si servono della politica e dei mezzi d’informazione per allontanare lo spettro del cambiamento. Far cenno alle riforme e invocarle come l’espediente salvifico della nostra democrazia, rappresentandole come il cambiamento di marcia del Paese per accrescere i diritti e per creare maggiore efficienza, è diventato solo un modo nominale per attirare consensi. Ciascuno, poi, le vorrebbe fare a suo modo e, tra questi, molti le vorrebbero così inadatte a modificare abusi e privilegi, da farle apparire persino inutili.
Tutte le trasmissioni di approfondimento politico, economico e sociale poi ricadono solo e sempre un unico argomento, con le diverse varianti. Se si parla di politica in Italia, si finisce col parlare solo e sempre di Berlusconi. Ne viene che la fortuna e la perdita d’immagine del Premier è dovuta al centralismo delle sue questioni, politiche o personali che siano. E non ci sembra che la questione di un Paese tra i più industrializzati del mondo, per quanto sia stata importante la svolta politica impressa da Berlusconi, possa limitarsi solo al giudizio sulla sua persona o su ciò che fa e dice.
Sul futuro politico, alcune riflessioni le ha poste Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. L’editorialista si chiedeva se, con il Cavaliere, fosse destinato a tramontare anche il bipolarismo e cioè il metodo di scegliere prima delle elezioni un programma e una coalizione di governo, in modo tale da farsi giudicare, politici e partiti, col voto degli elettori su ciò che viene proposto e su ciò che è stato fatto.
Legata a questa scelta è pensabile che si possa aprire un’altra stagione d’instabilità nelle alleanze politiche ed è pensabile che, se cadesse il bipolarismo, possano emergere gli stessi fattori d’instabilità, già registrati nella prima repubblica, comprese le divisioni in correnti organizzate, con cui è facile ipotizzare anche costi di gestione e finanziamenti illeciti che, in termini più comprensibili, si tradurrebbero in maggiore corruzione ed in nuove cordate lobbistiche. Finanza, industria, media e magistratura avrebbero maggiori poteri di condizionamento e il cittadino sarebbe, come sempre, chiamato solo a pagare il conto della spesa, trovandosi a godere di minori diritti.
In questi termini si spiega il continuo e ossessivo tentativo della sinistra di demolire la leadership di Berlusconi. Senza il Leader del centrodestra è possibile ipotizzare le difficoltà di tenuta della coalizione moderata e, in tutti gli scenari, bipolari o proporzionali, a trarne vantaggio sarebbe solo il centrosinistra, disposto a tutto, pur di arrivare a mettere le mani sul Paese. La preoccupazione è che, quando l’ha fatto, ha solo svenduto risorse, aumentato le tasse e ridotti i diritti.
Panebianco ha ragione: “Il Pdl è nato con il bipolarismo e ne ha bisogno per continuare a esistere”. Per i moderati, pertanto, è necessario rilanciarlo e rafforzarlo, ed è necessario che gli altri protagonisti dell’area moderata facciano da subito le loro scelte. L’idea può essere quella di aprire a una maggioranza capace di varare le riforme e di cambiare in senso bipolare il Paese, anche con il varo di una legge elettorale che premi le ragioni dello stare insieme, che abbia un’ampia valenza maggioritaria e che serva, anche, a risolvere la domanda degli elettori di poter scegliere gli uomini che li dovranno rappresentare in Parlamento.
Vito Schepisi