Visualizzazione post con etichetta Alfano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alfano. Mostra tutti i post

14 ottobre 2013

Letta sta portando l'Italia al collasso



Il Consiglio dei Ministri sta per presentare la legge di stabilità. Le polemiche, i moniti, gli aut aut, le mani in avanti si susseguono a ritmo più serrato man mano che ci si avvicina alla vigilia della presentazione.
Niente di diverso. Prima accadeva la stessa cosa con la legge finanziaria che, a differenza di quella attuale di stabilità, regolava le poste di bilancio, invece che le scelte economiche del Paese.
Dalle indiscrezioni sembra di capire che la legge per l’economia e la finanza italiana si muoverà attorno ad alcune questioni come:
- la trasformazione dell’IMU nella Service tax che sostituirà anche la Tares in una tassa unica sugli immobili, prima o seconda casa che siano, su aliquote che non si discosteranno dall’incidenza voluta da Monti per l’IMU del 7,6 per mille per la prima casa e del 10,6 per mille per le altre. Una patrimoniale mascherata che vedrà l’unificazione della tassa sulla proprietà degli immobili con quella sui rifiuti e sui servizi comunali, con la variante del coinvolgimento degli inquilini alla nuova imposta;
- la rivisitazione delle aliquote IVA. Sembra che sia allo studio l’aumento dell’aliquota, su alcuni beni di consumo, dall’attuale minima del 4% a quella tutta nuova del 7%. Non sono pervenute, invece, ipotesi di riduzione di quella massima del 22%, in vigore già dal primo ottobre di quest’anno per il “colpo di genio” di Letta che in Consiglio dei Ministri ha recitato da offeso;
- la riduzione selettiva del cuneo fiscale alle imprese che assumono e investono (ma quante tra le piccole e medie sono ancora in grado di farlo?) per un costo complessivo di 2,5 miliardi di euro; 
- la distribuzione in busta paga dei lavoratori, anche questa selettiva, di tasse per 150/250 euro l’anno per stimolare gli acquisti;
- il taglio su alcuni capitoli di spesa dei ministeri. (Si parla anche di sanità e le regioni sono in subbuglio. Vendola manda a dire al Governo che i tagli alla sanità sarebbero “inaccettabili”. Lo stesso Vendola che ha consentito che sotto la sua gestione si sperperassero due miliardi di Euro. Una faccenda con responsabilità penali ancora tutte da definire, ma con “responsabilità” finanziarie già addossate ai contribuenti pugliesi;
- rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e alcune misure di stimolo alla crescita economica, come la deducibilità del costo del lavoro ai fini dell’IRAP.;
- Allentamento del patto di stabilità degli enti di governo locale con adeguamento alla capacità di spesa creata ai comuni con la “Services tax”.
Saranno sufficienti le misure su esposte a ribaltare le difficoltà economico-finanziarie dello Stato?
Rispondere di si vorrebbe dire solo continuare a prenderci in giro.
L’Italia con queste misure nel 2014 si troverà a navigare in un mare ancora più tempestoso di quello attuale.
Si vuole ancora nascondere al cittadino la gravità della cosa. L’Italia, progressivamente, perde pezzi d’impresa e di lavoro. E’ un’emorragia che non accenna ad arrestarsi perché si pensa di fermarla con interventi superficiali, perché non si ha il coraggio di dire ciò che in Italia non va.
Finché si penserà di coprire le spese aumentando le entrate, non sarà possibile discostarsi dalla discesa verso il baratro.
Vanno fermate le spese. 
Il nostro è un Paese che per pagare solo gli interessi sul debito e per la spesa energetica, fuori dai nostri confini, spende quasi quanto le intere entrate irpef dei lavoratori dipendenti.
E’ in moto un processo maniacale che ci sta portando al collasso. Molti lo sanno, ma lo nascondono. Tra un po’, però, non sarà più possibile nascondersi dietro un dito.
Letta basta a giocare! Lei fa come il prestigiatore che all’angolo della piazza fa il gioco delle tre carte. Carta che vince e carta che perde. Ma è pazzesco! Renzi fa le battute e Alfano fa finta di arrabbiarsi. Sulla nostra pelle! O sono tutti pazzi o non hanno capito una mazza.
A questo punto non bastano più le forbici, ci vuole la scure. Tagliare, tagliare, tagliare. Altro che resistere, resistere, resistere. Tagliamo le regioni, ad esempio. Le regioni sono la fonte più proficua del malaffare. Per la spesa sono pozzi senza fondo.
Pensiamo ad una architettura costituzionale della democrazia rappresentativa più snella e più parsimoniosa in cui le autonomie siano attente ai servizi sul territorio, ma con un sistema di controllo sulla congruità della spesa.
Il governo delle larghe intese poteva avere un significato se fosse stato usato per due cose: adottare le misure impopolari, prima di trovarsi fuori tempo massimo, e fare le riforme (Giustizia, Stato, Lavoro).
Doveva portare alla pacificazione sociale, invece ci ha regalato il “ricatto” del PD sulla responsabilità di tenere forzatamente in piedi un Governo d’incapaci. 
Vito Schepisi

02 maggio 2013

L'auspicio della svolta liberale



Se non ci fosse stata la legge dei numeri preponderanti, il governo Letta – Alfano sarebbe apparso come un governo a guida Pdl.
Basterebbe soffermarsi sulla sostanza del discorso pronunciato da Letta in Parlamento.
Se si ripulissero le sue parole dalla retorica dell’occasione, dalla difesa degli atteggiamenti del suo partito, dal richiamo ad una identità politica da rivendicare e da tutte le cose che doveva necessariamente dire, per il modo della sinistra di voler apparire sempre più “politicamente corretto”, Il discorso di Letta potrebbe anche sembrar scritto dal Cavalier Berlusconi.
La guida di questo governo è, però, del PD.
Il partito della sinistra ha anche la maggioranza assoluta dei ministri. Il Pdl ne ha solo 5 su ventidue, 3 sono di Scelta Civica di Mario Monti, un radicale e 4 tecnici, ma di area naturalmente vicina alla sinistra.
Sembra che il Pdl non abbia posto nessun ostacolo sui numeri e sui nomi, al contrario del PD che ne ha bocciati alcuni del centrodestra. Tutta roba di lana caprina per soddisfare la sete di astio di una base eccitata dai capipopolo, avvezzi a scaldare le piazze e le tribune televisive indicando i nemici da abbattere. Gli idioti non mancano mai e serviva anche questo per celare il carattere pretestuoso degli atteggiamenti già visti con Bersani.
E’ facile fare i prepotenti con un sistema elettorale che, pensato per un confronto bipolare, ha consentito al PD, con solo lo 0,36% dei voti in più del Pdl, di avere alla Camera invece del 30%, il 55% dei seggi, con un premio di maggioranza del 25% di seggi in più. Per questo Bersani aveva ostacolato, negli sgoccioli della passata legislatura, ogni tentativo di modifica della legge elettorale, compresa la soglia per accedere al premio di maggioranza.
In virtù di questo vantaggio la sinistra ha provato a fare il pieno occupando il 100% delle istituzioni. Voleva fare così anche con il Governo, ma il grande slam a Bersani non è riuscito.
E’ stato varato, invece, un Governo dalle larghe intese.
Ha vinto il buon senso.
E’ prevalso l’invito di Napolitano ai partiti di ricercare la pacificazione nazionale e di assumersi le responsabilità verso il Paese.
L’Italia non si poteva ancora permettere di proseguire con i pregiudizi ideologici. L’alternativa alle larghe intese, dopo che il Capo dello Stato aveva respinto ogni soluzione pasticciata e confusa, sarebbero state solo le nuove elezioni. Ma con il Pdl decisamente in testa nei sondaggi, per la sinistra un nuovo ricorso alle urne sarebbe stato un massacro, dopo 60 giorni di impasse, senza idee, sfiancato dall’antipolitica e con un partito diviso, e incapace di fare sintesi su scelte condivise.
L’antiberlusconismo non è un programma di governo, né dà soluzioni alla crisi del Paese. Anche le iniziative, comuni con il M5S, di liberarsi per legge dell’avversario politico, sono apparse deliranti e tali da inquietare gli elettori moderati del centrosinistra per il riemergere della sinistra post-comunista che cambia pelle ma che resta legata ai metodi illiberali.
Il Governo Letta ha, invece, un programma di governo.
Il PD non l’aveva.
Solo il Pdl in campagna elettorale ha proposto un programma per cambiare il Paese senza avventure. E l’ha fatto con l’indicazione di provvedimenti su questioni vere.
Enrico Letta ha recepito le indicazioni del Popolo della Libertà. C’è la cancellazione dell’IMU sulla prima casa che fa da apripista alla questione fiscale ed ai problemi delle famiglie.
C’è lo stop all’aumento, previsto per luglio, di un punto dell’Iva, poi gli sgravi fiscali per le imprese che assumono.
La rivisitazione della riforma Fornero, per rivederne le rigidità, accoglie le perplessità del Pdl. Il programma del Pdl chiedeva la cancellazione dei rimborsi elettorali e la riduzione dei costi della politica, recepite da Letta, e poi c’è l’idea della “Convenzione” per le riforme, per cambiare la seconda parte della Costituzione e riportare la centralità della nostra democrazia sulla sovranità popolare.
Ce n’è in abbondanza per comprendere che c’è condivisione sulla ricetta liberale per uscire dalla crisi economica, strutturale e politica e l’Italia.
Vito Schepisi
 

08 marzo 2012

Il Ministro Riccardi e la vecchia politica


Il Ministro Riccardi s'è lasciato andare a valutazioni inusitate per un Ministro che è là soprattutto per il sostegno del maggior partito della coalizione. Sembra che riferendosi alla rinuncia di Alfano a partecipare ad un vertice dei partiti a Palazzo Chigi, per discutere (solo) di Rai e giustizia, abbia detto "Alfano mi fa schifo".
C'è invece chi è schifato per i tentativi di rinnovare il metodo delle spartizioni e degli inciuci.
Sulla Rai non c'è niente da discutere tra i partiti.
Se ne stiano fuori!
Per la Giustizia non ci sono accordi che tengano per compiacere chi è in fibrillazione per la responsabilità civile dei magistrati, ad esempio.
Le priorità di questo Governo sono tutte riferite ai provvedimenti sull'economia e sul lavoro: nessun compromesso politico su altro.
Il Governo tecnico nasce per la necessità di dare al Paese una larga maggioranza per portare a termine riforme strutturali in tema di tagli alla spesa e di politiche di sviluppo.
Per la Giustizia le priorità sono quelle di sempre: separazione della carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti; responsabilità civile dei magistrati; maggiori garanzie per la difesa (la parte più debole del sistema processuale); la legge anticorruzione; la questione ancora aperta delle intercettazioni.
Su questi temi non sono ammissibili compromessi con i partiti ed il Governo. Questi temi siano affrontati in Parlamento e se ne discuta in quella sede. Ci sono, infatti, già iniziative e proposte di legge su cui confrontarsi alla luce del sole.
Ebbene se al Ministro Riccardi fa schifo Alfano, perchè il segretario del Pdl rifiuta le logiche spartitorie e i "teatrini della politica", ci sono altri a cui fa schifo chi non riesce a capire, e fa il ministro, o addirittura chi si mostri connivente con questi metodi della vecchia politica.
Si parla di trasparenza e poi .... c'è ancora chi si schiera con Bersani e Casini?
Vito Schepisi

22 ottobre 2010

Una legge ad personam



Diciamolo subito! Così sgombriamo il campo da ogni infingimento, dalle tante ipocrisie e da tutti le possibili accuse di giustificazionismo. Diciamolo! Così ci spogliamo anche dalla tentazione del politichese, dai “ma anche” e da tutti quei ragionamenti che suonano un po’ come l’Alice nel paese delle meraviglie. Il cosiddetto “Lodo Alfano”, finalmente per legge costituzionale, servirà a cautelare il Premier dalla reiterata tentazione della magistratura politicizzata di trascinarlo dinanzi ad una sentenza di condanna penale da parte di un Tribunale della Repubblica. Più chiaro di così!
E’ una legge, quindi, che ha un chiaro riferimento “ad personam”.
Ed ora che l’abbiamo detto possiamo anche ragionarci sopra. Sosteniamo subito che è una legge con un forte imprimatur politico e che è fondamentale in un Paese così poco normale come l’Italia. E diciamo, anche, che è un provvedimento costituzionale che recepisce la volontà dei costituenti di tutelare l’agibilità politica nel Paese dalle possibili tentazioni autoritarie di corporazioni giudiziarie.
La legge recepisce sostanzialmente ciò che nel 1947 era stata la preoccupazione dell’Assemblea Costituente. Con l’art 68 della Costituzione si intendeva infatti stabilire, nell’Italia democratica e postfascista, il primato della politica. La modifica nel 1993 dell’art 68, troppo frettolosa e con la pressione del clima giustizialista e forcaiolo alimentato dalla stagione di “tangentopoli” - di cui la storia si dovrà occupare per comprenderne anche gli aspetti eversivi – ha finito con l’avvelenare il confronto tra i partiti. L’uso politico della Giustizia ha leso la sovranità popolare, contrapponendogli la cultura del sospetto e la prevalenza dei poteri burocratici e giudiziari. Sono figlie di questo clima le stagioni dei complotti e dei ribaltoni, le congetture e le trappole televisive, i tentativi di spallata extraparlamentare, le fabbriche delle calunnie e persino il gossip.
Se continuassimo a ragionare, ci sembrerebbe più grave ciò che fa richiedere la presenza di una legge che tuteli dall’aggressione giudiziaria le alte cariche dello Stato, piuttosto che la “personalizzazione” della legge. Anche la lamentela sulla retroattività apparirebbe come un mero esercizio di ipocrisia. La legge, infatti, serve a tutelare le alte cariche dello Stato dalle aggressioni giudiziarie, e non dalla responsabilità dei reati commessi. Non serve affatto a cancellare i reati!
Senza retroattività non si risolverebbe nulla. Alla magistratura anti Premier non interessa il reato, e tanto meno il momento della sua realizzazione, ma solo il Premier e la sua eventuale condanna. Un Lodo Alfano che decorra da oggi non servirebbe a risolvere i problemi del presente. Non servirebbe a consentire al centrodestra di portare avanti la legislatura senza doversi occupare dei procedimenti a carico del Premier.
Ma è persino opportuno che si prenda atto che questa legge è anche oggettiva: varrà, infatti, per tutti coloro che potranno trovarsi nelle stesse condizioni dell’attuale Premier. Con la legge approvata, nessun magistrato potrà stabilire la legittimità o meno di una coalizione o di un leader a governare. Solo Il Parlamento potrà esercitare il diritto-dovere di togliere o confermare la fiducia al Presidente del Consiglio dei Ministri.
La legge, inoltre, si riflette con le legislazioni di altri paesi democratici, europei e non. E nei paesi dove la tutela per legge non esiste, di massima accade o che la magistratura sia espressione essa stessa di democrazia, cioè è eletta dal popolo, o che sia il governo ad esercitare un controllo diretto sulla magistratura. In Italia, invece, la magistratura è autonoma ed indipendente ed è governata da un organismo di autogestione, il CSM, in cui prevale la componente togata.
Il Lodo Alfano (Lodo è un termine improprio che si riferisce ad un accordo tra le parti che, come è invece evidente, non c’è) non è che l’ultima rielaborazione di quello che partì già nel 2002 come Lodo Maccanico e che nel 2003 il parlamentare della Margherita sconfessò quando, presentato come Lodo Schifani, trovò l’opposizione pregiudizialmente schierata. La motivazione della marcia indietro, sostanzialmente politica ed ispirata dalla stessa magistratura, fu data dalla modifica dell’art 1 che prevedeva la tutela temporanea delle alte cariche dello Stato per tutta la durata della legislatura, anziché per solo 6 mesi.
La legge, approvata dal Parlamento come legge ordinaria due volte, e con la seconda dopo aver recepito le motivazione della prima sentenza della Corte Costituzionale, è stata bocciata da quest’ultima per ben due volte: l’ultima sostenendo che fosse necessaria una legge costituzionale. Eccola!
Vito Schepisi

29 gennaio 2010

La Giustizia italiana all'ultimo posto in Europa

La serietà impone che quando si parla di temi complessi che richiedano interventi legislativi di riforma, si abbia una visione quanto più larga possibile di tutta la questione, e si abbia l’accortezza di comprendere che il nostro contesto di riferimento debba, per coerenza prospettica, essere quello intero europeo.
Se si parla di scuola ed università, se si parla di difesa, se si parla di lavoro e di previdenza sociale, ma anche se si parla di giustizia.
Le differenze tra l’Italia e l’Europa ci sono in molte questioni. Sono differenze che rivengono da situazioni diverse, da culture diverse e da politiche diverse. L’Italia ha sofferto l’immobilismo sostanziale delle trasformazioni, l’obsolenza degli strumenti, le soluzioni pasticciate del consociativismo opportunista. In Italia vigeva il principio che tutti fossero da accontentare nelle loro richieste, anche le più corporative, anche le più insostenibili e controproducenti. Era più facile così! C’era meno fatica e più consensi elettorali così!
Questo metodo si è tradotto nella convenienza della conservazione operativa in cui le caste si sono fortificate attrezzandosi ad ostacolare ogni ricerca del nuovo. Perché, infatti, abbondare i privilegi e gli agi? Perché rinunciare all’esercizio di un potere di interdizione e di controllo? Perché farlo, se l’obiettivo era quello di imbrigliare un sistema che, se si liberava invece, avrebbe fatto a meno di fannulloni e capipopolo?
Perché rinunciare, allora, anche ad una giustizia populista, distratta e spesso assente?
L’Italia è cresciuta in una cultura di governo diversa da quella della tradizione democratica europea, legata, invece, a modelli quali il mercato, l’efficienza e l’alternanza politica. Anche nelle scelte sociali, le iniziative in Europa sono state vincolate a precise scelte di economia di mercato, di equilibrio, di compatibilità, di realismo politico e di efficienza. In Europa si è pensato al concreto, al rinnovamento, alle riforme, allo sviluppo dei modelli di democrazia liberale: meno ideologia e più pragmatismo, meno dirigismo e più libertà, meno automatismo e più competizione.
In Italia no! In Italia dominava la follia del “meno lavoro e più salario”. I lavoratori sindacalizzati, anche in giudizio, avevano sempre ragione, anche se non lavoravano, se remavano contro l’azienda, se rubavano, se erano violenti, se erano assenteisti e facevano un secondo lavoro, magari in concorrenza.
Si diceva della giustizia come uno dei temi complessi di una società in equilibrio tra doveri e diritti, tra garanzie e certezze, tra indipendenza e responsabilità. La giustizia negli stati autoritari può essere lo strumento di una società repressiva che stabilisca ciò che si deve o meno fare, ovvero dire o pensare, e che imponga il rispetto di un pensiero ideologico ovvero, come accade tuttora in Italia, essere lo strumento della volontà delle caste dei poteri burocratici-finanziari-mediatici-industriali.
Ma la giustizia può anche essere l’espressione di una volontà democratica che attraverso il Parlamento stabilisca le scelte legislative, i diritti ed i doveri di ciascuno e persino lo spazio di tempo in cui il prodotto “giustizia” debba essere erogato. Nelle legislazioni europee prevale quest’ultimo orientamento e la giustizia funziona. In Europa, infatti,la giustizia registra minori criticità, rispetto a ciò che accade in Italia. In Europa c’è minore confusione, c’è fiducia da parte dei cittadini e non si parla, come da noi, di utilizzo politico.
Se ciascuno si limitasse ad assolvere il suo compito, anche nel mondo della giustizia, verrebbe meno il sospetto che ci siano privilegi ed accanimenti nell’ambito giudiziario.
La pretesa di essere giudici anche del pensiero, e del modello di società da imporre nel Paese, fa pensare ad un modo improprio di esercitare il ruolo di magistrato. Il giudice che si voglia sostituire al Parlamento, ad esempio, è come l’ingegnere che si voglia sostituire al medico, come il tramviere che invece si ostini a pretendere di voler costruire un palazzo, è come l’imbianchino che si improvvisi pilota di aereo o come il pescatore che si alzi la mattina con l’idea di fare a sua volta anche il magistrato.
Tutto questo è devastante per la democrazia. Ha ragione il ministro Alfano nel sostenere che "i giudici sono soggetti soltanto alla legge e la legge la fa il Parlamento, libero, sovrano, democratico, espressione del popolo italiano. Quello stesso popolo il nome del quale i giudici pronunciano le loro sentenze".
Tornando all’Europa, in queste condizioni, non deve sembrare un caso che la giustizia italiana, a parità di risorse, sia la più disastrata di tutta quella europea. E neanche che nel mondo, su 181 paesi, sia al 150° posto.
Vito Schepisi su L' Occidentale

22 dicembre 2008

Avviso di garanzia al PD

Che abbia ragione Andreotti!
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.
E’ da qualche settimana che c’è un pensiero che circola, anche se non chiaramente espresso.
E’ come la sensazione di un avviso di garanzia virtuale che la magistratura avesse inviato al PD.
Il complottismo in Italia è uno sport ben praticato, al pari della dietrologia più fantasiosa, ma questa volta c’è l’impressione di qualcosa di più rispetto alle solite trame immaginarie. C’è qualcosa che si materializza più facilmente rispetto a quel solito evocare il grande vecchio, quando l’illusionista politico di turno voglia aumentare la tensione e fomentare le piazze, alludendo a manovratori e possibili pericoli di derive autoritarie.
Per capirci non è la dietrologia pecoreccia, come la P2 evocata da Di Pietro o le trame fasciste, razziste o autoritarie attribuite a Berlusconi.
Non è roba da populisti e demagoghi che, privi di argomenti validi per farsi capire ed accettare dal popolo, ricorrono alle suggestioni.
Questa volta c’è la concretezza di episodi reali, e tutti convergenti verso un preciso obiettivo. Anche gli attori giocano un ruolo troppo coerente con il fine da perseguire da potersi pensare che sia una semplice coincidenza.
Si ha la sensazione che ogni qualvolta ci sia in Italia una possibile convergenza del Parlamento sulla riforma della giustizia accade sempre qualcosa che faccia venir meno il possibile accordo.
Il Senatore Cossiga, per ogni governo che si forma, presta particolare attenzione al ministro della giustizia. Per l’ultimo, Angelino Alfano, al momento della sua nomina ha detto: “attento che arrestano tua moglie”. Ha tenuto a ricordargli di prestare molta attenzione per se e per la sua famiglia. L’ha informato che in Italia chi fa il ministro della giustizia è in serio pericolo giudiziario. L’ex Presidente della Repubblica è uomo che parla per iperboli ma, da profondo conoscitore degli uomini e dei sistemi della politica, dei servizi e degli ordinamenti dello Stato, mostra sempre di sapere molto bene ciò che dice.
In Italia c’è una vera emergenza giustizia.
Con la bufera giudiziaria cascata sul PD, sembra che sia stato inviato un virtuale avviso di garanzia a Veltroni e compagni per diffidarli dal consentire il varo della riforma del sistema giudiziario, per diffidarli dal voler consentire di sottrarre alla magistratura il potere di stabilire la legittimità della politica.
La casta, come ogni corporazione che esercita un potere reale, attiva la sua autodifesa e lo fa coi mezzi che meglio conosce: un avviso di garanzia.
C’è nella magistratura la preoccupazione che la politica, col consenso democratico e nell’esercizio del potere legislativo, possa con la riforma stabilire, com’è normale per tutto ciò che è esercitato in nome e per conto del popolo, l’imparzialità e la legittimità anche degli atti giudiziari.
La giustizia in Italia è rimasta quella corporativa ed autoreferente del regime fascista. L’avvento della democrazia non trascina per automatismo la trasformazione di uno strumento di regime in uno di giustizia. Se col fascismo la parvenza dell’autonomia serviva al potere come paravento di equità, mentre imponeva un pensiero unico e possedeva l’autorità per rimuovere tutto ciò che si poneva in contrasto, con la democrazia i paraventi non servono e non esiste la facoltà di rimuovere ciò che l’esecutivo non dovesse gradire.
Ma un potere senza controllo esercita anche atti senza controllo.
Se dev’essere considerata giusta l’autonomia della magistratura dal potere politico, per il rispetto delle regole della democrazia non si può ritenere invece legittimo il controllo della magistratura sulla politica, con intereventi che stabiliscono, com’è accaduto, persino il consenso o meno alla formulazione e promulgazione delle leggi in Parlamento.
Ci sono delle regole da osservare per poter dire che gli ordinamenti dello Stato siano conformi alla volontà del popolo. In caso contrario non si può parlare di democrazia ma, appunto, con l’azione prevalente della magistratura, di stato etico, alla stregua di quelli fondamentalisti di tipo islamico.
Sono anni che, con il sostegno della sinistra, la riforma viene osteggiata dai magistrati: sembra che tangentopoli abbia motivato un compromesso giustizialista tra la magistratura e la stessa sinistra.
Quello delle procure, pertanto, appare come un avviso di garanzia al PD, per informare che ciò che non è stato fatto in passato potrà esser fatto in futuro, e che sia sufficiente un Di Pietro per prendere le redini del fondamentalismo giudiziario, con il suo partito dei giudici che arraffa i voti in libera uscita dal PD.

Vito Schepisi

25 luglio 2008

Dopo il Lodo Alfano, sia consentito al Governo di lavorare

Con la firma del “Lodo Alfano” il Presidente Napolitano ha reso legge in vigore il provvedimento che tutela le quattro più alte cariche istituzionali ed esecutive dello Stato.
Una firma che sancisce almeno due successi della democrazia rappresentativa:

- l’azione di un Capo dello Stato garante dell’efficacia delle istituzioni e fedele interprete della volontà del Parlamento e dei cittadini;

- la supremazia del potere popolare su quello esercitato dalla magistratura, pur conservando alla funzione giurisdizionale la prevista autonomia.

Quando si parla di democrazia s’intende, o si dovrebbe intendere, per l’appunto questo.
Come, infatti, ci si può proclamare democratici ed antifascisti quando le funzioni dello Stato, interpretando male i limiti della propria autonomia, vengono utilizzate per sovvertire la sovranità popolare?
Non vuole essere retorica quella di ribadire che l’autonomia della magistratura debba riferirsi alla capacità di essere indipendente dai diversi poteri, ma anche dalle ideologie o dalle correnti politiche.
Un magistrato che senta come suoi nemici alcuni politici non è un servitore dello Stato che esercita la sua funzione nell’interesse del popolo, ma un appendice piuttosto disgustosa di partiti e fazioni e per di più extraparlamentare: una terza Camera che vaglia l'operato dell'esecutivo, priva però del suffragio popolare. Una magistratura siffatta, a giusta ragione, è definita persino eversiva.
Come non ricordare certi episodi di giustizia spettacolo e l’uso “violento” delle prerogative inquisitorie del carro armato giudiziario con le sue implicazioni politiche sulle scelte elettorali e sull’opinione pubblica? Di Pietro osannato come un eroe per la sua ferocia!? E come può essere ignorata la mortificazione mediatica verso presunti colpevoli, molti successivamente risultati innocenti, spesso vittime di denigratorie campagne di stampa per indagini "misteriosamente" sfuggite al segreto istruttorio?

Nel 1994 è stato persino montato un “ribaltone” elettorale con un “avviso di reato”, misteriosamente “notificato” dal Corriere della Sera al Capo del Governo italiano in carica, mentre era impegnato a Napoli in un vertice internazionale sulla sicurezza. Per quella accusa Berlusconi è risultato innocente. Ed innocente il leader del centrodestra è risultato per tutte le altre accuse per le quali è stato oggetto di “avida” attenzione da parte di una magistratura sempre più visibilmente agguerrita ed intransigente contro di lui.
Non manca la solita retorica della sinistra giustizialista sulle prescrizioni. Circola su tutti i siti di sinistra in internet l’elenco di tutti i processi intentati al Presidente del Consiglio, dove appaiono giudizi estrapolati da contesti più ampi delle sentenze di assoluzione, tali da far apparire comunque la presenza di una colpa, e dove vengono riportate le prescrizioni come se fossero condanne non comminate.
C’è un maestro di stralci di atti giudiziari che appaga i sogni giustizialisti di una sinistra senza una precisa strategia e miseramente contigua all’antipolitica che con l’antiberloscunismo ha trovato la sua miniera d’oro.
L’antipolitica, del resto, non è altro che un qualunquismo perfido e cattivo che si affida all’indole forcaiola di quel popolo che affoga le proprie frustrazioni nell’attribuire a qualcosa o qualcuno le responsabilità della propria mediocrità.
L’intervenuta prescrizione, invece che un limite della macchina giudiziaria, è diventata una colpa dell’imputato. Molti ignorano che invece è uno strumento utilizzato da alcuni magistrati, interessati più a lasciar sospeso il giudizio che a dimostrare l’innocenza dell’imputato e la relativa sua assoluzione. Una prescrizione di solito sopraggiunge quando mancano le prove sufficienti per dimostrare la colpevolezza dell’imputato, o quando i processi vengono trascurati dalla macchina giudiziaria, e quest’ultimo caso non è proprio attribuibile ai processi contro Berlusconi.

Finalmente dunque il “Lodo Alfano” che sottrae alla magistratura militante le armi per battersi contro il capo della maggioranza. Finalmente per porre fine ad una guerra che dura ormai da 14 anni, e cioè da quando il leader di centrodestra ha scippato dalle mani di Occhetto e della sua “macchina da guerra” il governo del Paese.
C’è in Italia un gusto masochista di farsi del male.
Sono state utilizzate le funzioni dello Stato, più che per promuovere la splendida immagine italiana nel mondo, per renderla incerta ed inquietante. Si è permesso persino ad un politico della sinistra belga, attuale presidente del gruppo parlamentare socialista nel Consiglio Europeo, di offendere e villanamente infangare il nostro Paese quando Berlusconi, allora Capo del Governo italiano, s’accingeva ad inaugurare il semestre italiano della Presidenza del Consiglio Europeo.
La sinistra italiana in contiguità con l’ala giustizialista della magistratura e sulla base di una lotta politica protesa unicamente a scalfire l’immagine dell’avversario politico, utilizzando soprattutto le sue vicende giudiziarie, non si è sottratta in alcun momento dall’utilizzare la stampa ed il personale politico di paesi stranieri.
Questo modo di agire ha una sola parola per essere definito: viltà!
La sinistra italiana si comporta come la classe politica dei paesi dell’Est europeo sotto il socialismo “reale”, quando si sopprimeva l’avversario politico attribuendogli pesanti ed impopolari reati, ovvero facendolo passare per folle, o ancora rendendolo vittima di un incidente mortale per eliminarlo fisicamente.
Anche con il decreto sicurezza si è tentato di applicare gli stessi metodi della denigrazione: come se l’Italia, invece di un problema di clandestinità e di inadeguati controlli per i flussi extracomunitari, avesse problemi di xenofobia e di razzismo.
I partner dei paesi europei dove, invece, vigono controlli rigidi e maglie chiuse con severità per frenare l’immigrazione clandestina, ispirati dai soliti (anti)italiani hanno persino intentato una censura alle nuove norme del decreto sicurezza, anche se la nuova legislazione permette di rendere più efficaci i controlli e persino conformi alle direttive della stessa comunità europea.
La lealtà del confronto politico è venuta meno da tempo.
Se qualcuno pensava che la sinistra fosse cambiata, sbagliava previsione.
Sarà per questo che la sinistra in Italia si è sfaldata e continua a sfaldarsi, perdendo credibilità ed elettori, mentre il Paese avrebbe bisogno di una sinistra propositiva e democratica per rendere effettivo il principio della democrazia compiuta e dell’alternanza.
Vito Schepisi