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21 agosto 2013
Uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà…
Franco Nero mi ricorda “Il giorno della civetta”, il romanzo del 1960 di Leonardo Sciascia, uno dei pochi veri intellettuali siciliani impegnati a mettere la sua cultura d’ostacolo contro la mafia.
Nel 1968, infatti, ne è stato tratto un film con Franco Nero che ha interpretato, in modo magistrale, il ruolo del capitano dei carabinieri Bellodi, protagonista principale del film.
Del libro e del film è rimasta come una pietra miliare il dialogo tra il Capitano Bellodi (Franco Nero) ed il Padrino don Mariano a cui Sciascia fa dire:
« Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo… ».
Un ritaglio crudo di una scena del finale. Un dialogo che, per intensità e pregnanza etica, varrebbe da solo l’intero film.
Indimenticabile, così come tale dovrebbe restare questa storia d’oggi, in cui l’attore Nero è chiamato a ricordare alcuni comportamenti incredibili e dai contorni inquietanti, in cui si rivela una giustizia arrogante, usata per soddisfare l’edonismo giustizialista di una categoria d’impiegati pubblici a cui la Costituzione affida compiti di estrema delicatezza e di particolare riservatezza.
Un potere, quello giudiziario, che nelle mani di chi ha solo vinto un concorso, in mancanza di regole di trasparenza e senza obblighi di responsabilità, si può trasformare in resa dei conti, senza che se ne debba dar giustificazione ad alcuno, tantomeno al popolo a cui la Costituzione assegna la sovranità dello Stato ed in nome del quale la stessa Costituzione stabilisce che la Giustizia debba esprimersi.
In Italia c’è una categoria di lavoratori, pagati da tutti noi, a cui non è assegnata una precisa responsabilità nel loro lavoro ed a cui sono invece assegnati poteri enormi che possono incidere in modo determinante sulla vita degli uomini, sulla loro serenità familiare e sulle loro relazioni sociali.
Come si farebbe così a non riflettere sullo stato della nostra democrazia?
Se nel ventennio squadristi e gerarchi s’imponevano e sottomettevano il popolo, comportandosi con arroganza e adottando metodi violenti, che dire di chi minaccia chi gli sta sulle palle dicendo pubblicamente “se mi capiti a tiro ti sfascio”?
Mi ricorda un episodio di Di Pietro, allora magistrato di mani pulite (testimonianza del Procuratore Capo Borrelli) che riferendosi a Berlusconi sembra che a quel tempo abbia detto … “io a quello lo sfascio”.
Vivesse ancora Leonardo Sciascia! Vivesse ancora l’intellettuale che visse da uomo libero in Sicilia e che, tra l’altro, definì “professionisti dell’antimafia” gli affannati “indignati” a tassametro, di cui l’Italia era ed è piena, come erano e son oggi piene e stracolme le categorie dei “pigliainculo” e dei “quaquaraqua”.
Vito Schepisi
19 giugno 2013
Desirèe chi ama la Giustizia è con te
Le motivazioni della prima commissione del CSM per l'avvio della procedura per incompatibilità ambientale a carico della PM Desirèe Digeronimo lasciano allibiti.
Com’è noto, tutto è iniziato con una lettera riservata dei PM Digeronimo e Bretone ai Capi della Procura e al Presidente del Tribunale di Bari.
Nella lettera, finita "misteriosamente" sulla stampa, i due PM segnalavano circostanze che, a loro avviso, avrebbero dovuto indurre il magistrato che aveva assolto Vendola ad astenersi dal Giudizio.
La pubblicazione della lettera ha mosso 26 magistrati di “Area”, corrente della sinistra ideologica della magistratura, a censurare e chiedere il trasferimento della sola Digeronimo per incompatibilità ambientale.
Nell’istruttoria aperta, la prima commissione del CSM ha formulato alcune ipotesi di responsabilità. Tra queste, imputa alla Dr. Digeronimo conflittualità con esponenti del Foro barese.
Come se le dispute tra accusa e difesa siano sempre state serene discussioni tra amici.
Avendo in memoria la lettera aperta di Vendola dell'estate del 2009: «La sua indagine sta diventando lo strumento di una campagna che mira a colpire la mia persona», sarebbe interessante conoscere i nomi degli assistiti dei legali che hanno lamentato questa conflittualità.
Ma sarebbe ancora più interessante sapere, magari dal CSM, cosa debba fare un magistrato onesto che non ci sta ad usare la giustizia facendosi dominare dalle passioni e dai pregiudizi.
La prima commissione del CSM rileva, inoltre, che la PM Digeronimo ha per amica il medico Dr. Paola D’Aprile che a sua volta è amica del Direttore Generale delle Asl pugliesi Lea Cosentino, ma gli Ordinamenti democratici della nostra Repubblica non vietano ad un magistrato il diritto di vivere la normale vita sociale della propria città.
Avere un'amica è tutt'altro che un fatto disciplinarmente rilevante. Sarebbe, invece, più rilevante avere rapporti di amicizia con un imputato o con un suo parente stretto, e poi giudicarlo.
Nel caso specifico, non si può sostenere che l'amicizia con una persona possa aver messo in pericolo l'imparzialità del PM, quando la persona in questione non ha nessun conto da chiarire con la giustizia. E non risulta, infine, che il PM Digeronimo abbia avuto occhi di riguardo per il Direttore delle Asl pugliesi Lea Cosentino, quando, come appare dagli atti giudiziari compiuti, l'ha indagata e trascinata in giudizio per rispondere di ipotesi di reato.
Vito Schepisi
05 luglio 2010
Il quotidiano on line Il legno Storto rischia d’essere chiuso

LETTERA DA DIFFONDERE
Carissimi lettori de Il Legno Storto, con grandissima amarezza vi annunciamo che in questi giorni il nostro giornale sta correndo il pericolo di essere chiuso.
Negli ultimi tempi, infatti, ben due magistrati, cioè il dr. Luigi Palamara e il dr. Pier Camillo Davigo, ci hanno querelato. Per l'esattezza la Procura di Roma ci ha comunicato (attraverso il quotidiano la Repubblica, divenuto ormai il "postino" e il "megafono" delle procure) che ha aperto un fascicolo per le minacce che noi avremmo formulato con questo articolo nei confronti del dr. Palamara. Sono in corso indagini (siamo stati già chiamati dalla Digos di Milano) che, al momento, non sappiamo come e quando finiranno: ma è facile immaginare il peggio...
Giorni fa abbiamo poi ricevuto una citazione dal dr. Davigo che ci chiede 100.000 € per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa per quest'altro articolo , pubblicato da noi il 21 giugno 2009.
Per completare il quadro di quella che a noi pare una manovra per farci fuori dalla rete, circa due mesi fa abbiamo ricevuto un'altra querela dal sindaco di Montalto di Castro – Salvatore Carai del Partito Democratico – che si è sentito diffamato da questo articolo che abbiamo pubblicato su il 27 ottobre 2009.
Al di là di ogni considerazione sul merito degli articoli, che agli occhi di chiunque li legga senza volontà punitive riterrebbe duri, certo, ma sempre nell'ambito del diritto di critica, la cosa che lascia esterrefatti è la rapidità con la quale sono state notificate le querele e/o l'avvio di indagini, quando si tratta di magistrati. Una denuncia per diffamazione di un qualunque cittadino verso qualcuno che non appartenga alla casta della magistratura, in Italia, impiegherebbe sicuramente anni per giungere a destinazione. Noi invece siamo chiamati a giudizio (querela del dr. Davigo) il prossimo 28 luglio per un articolo pubblicato il 21 giugno 2009. La giustizia insomma, quando vuole – cioè quando si tratta di uno di "loro" – dà prova di grande celerità ed efficienza: poco più di un anno. Nell'atto di notifica del dr. Davigo c'è applicata un'etichetta con la scritta: "Urgente". Chiaro il concetto: visto che si tratta di un "pezzo da novanta" della casta (la citazione del dr. Davigo comincia così: «L'odierno attore, attualmente in servizio presso la II sezione della Suprema Corte di Cassazione in qualità di Consigliere...») la giustizia deve fare il suo corso in tempi rapidissimi...
Sappiamo bene che, se il nostro giornale fosse schierato sul fronte delle Sinistre, a questo punto, davanti ad un episodio analogo, sarebbe già partita una crociata in nostra difesa, a sostegno della libertà di stampa e di opinione. L'Ordine dei Giornalisti farebbe fuoco e fiamme, il Sindacato minaccerebbe sfracelli. Ma noi non apparteniamo a questo schieramento, e dobbiamo aspettarci che in nostra difesa insorgano, forse, solo i nostri lettori, e qualche singolo amico e compagno di avventura. Chi si straccia le vesti per i provvedimenti in discussione intorno alle intercettazioni ed alla "libertà" negata tenga conto del fatto che qui su Il Legno Storto si cerca di difendere la libertà di discutere e di criticare, di contribuire alla crescita di una società politicamente "adulta". Là si lotta per il diritto di pubblicare gossip o accuse ancora tutte da dimostrare.
Questa è la situazione. E siccome non possiamo permetterci di confrontarci – a nostre spese – con forze tanto preponderanti, indipendentemente dalla ragione che pensiamo di avere non ci resta che valutare l'ipotesi di chiudere. Con buona pace di chi ancora ritiene che davvero il monopolio mediatico sia nelle mani di Silvio Berlusconi.
In questi anni abbiamo cercato sempre di offrire ai nostri lettori materiale utile per un approfondimento dei dibattiti e delle idee. Abbiamo cercato di evitare sciocchi appiattimenti e adesioni acritiche, ma ci siamo anche sforzati di combattere quella cultura dominante del conformismo di sinistra, che tanto nuoce al nostro Paese.
Da domani il Web potrà avere una voce libera e liberale in meno, e l'ordine regnerà ancor più indisturbato intorno a una Magistratura che non ammette critiche. È una sconfitta per noi, certo, ma è anche un colpo per tutti coloro che ritengono sacrosanta la raccomandazione di Voltaire: battersi per consentire, a chi la pensa diversamente da noi, di esprimere liberamente la propria opinione. Oggi gran parte della magistratura combatte, non applica la legge, in omaggio al principio etico-politico che spetta ai magistrati il compito di raddrizzare il Legno Storto dell'umanità.
Adesso è arrivato il nostro turno. Il motivo principale per il quale nel 2002 aprimmo Il Legno Storto fu proprio tentare di denunciare e arginare, (nel nostro piccolo) la deriva giustizialista ormai dominante nel nostro Paese. Ora siamo cresciuti, e cominciamo davvero a dar fastidio. Le denunce che abbiamo ricevuto in questi giorni hanno come obiettivo principale di farci scomparire dal web. E più in fretta possibile.
A voi, nostri affezionati utenti ed amici, chiediamo di dare, come faremo anche noi, la massima diffusione alla notizia. È l'unica cose che possiamo fare per difenderci.
Un cordiale saluto,
Antonio Passaniti
Marco Cavallotti
Negli ultimi tempi, infatti, ben due magistrati, cioè il dr. Luigi Palamara e il dr. Pier Camillo Davigo, ci hanno querelato. Per l'esattezza la Procura di Roma ci ha comunicato (attraverso il quotidiano la Repubblica, divenuto ormai il "postino" e il "megafono" delle procure) che ha aperto un fascicolo per le minacce che noi avremmo formulato con questo articolo nei confronti del dr. Palamara. Sono in corso indagini (siamo stati già chiamati dalla Digos di Milano) che, al momento, non sappiamo come e quando finiranno: ma è facile immaginare il peggio...
Giorni fa abbiamo poi ricevuto una citazione dal dr. Davigo che ci chiede 100.000 € per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa per quest'altro articolo , pubblicato da noi il 21 giugno 2009.
Per completare il quadro di quella che a noi pare una manovra per farci fuori dalla rete, circa due mesi fa abbiamo ricevuto un'altra querela dal sindaco di Montalto di Castro – Salvatore Carai del Partito Democratico – che si è sentito diffamato da questo articolo che abbiamo pubblicato su il 27 ottobre 2009.
Al di là di ogni considerazione sul merito degli articoli, che agli occhi di chiunque li legga senza volontà punitive riterrebbe duri, certo, ma sempre nell'ambito del diritto di critica, la cosa che lascia esterrefatti è la rapidità con la quale sono state notificate le querele e/o l'avvio di indagini, quando si tratta di magistrati. Una denuncia per diffamazione di un qualunque cittadino verso qualcuno che non appartenga alla casta della magistratura, in Italia, impiegherebbe sicuramente anni per giungere a destinazione. Noi invece siamo chiamati a giudizio (querela del dr. Davigo) il prossimo 28 luglio per un articolo pubblicato il 21 giugno 2009. La giustizia insomma, quando vuole – cioè quando si tratta di uno di "loro" – dà prova di grande celerità ed efficienza: poco più di un anno. Nell'atto di notifica del dr. Davigo c'è applicata un'etichetta con la scritta: "Urgente". Chiaro il concetto: visto che si tratta di un "pezzo da novanta" della casta (la citazione del dr. Davigo comincia così: «L'odierno attore, attualmente in servizio presso la II sezione della Suprema Corte di Cassazione in qualità di Consigliere...») la giustizia deve fare il suo corso in tempi rapidissimi...
Sappiamo bene che, se il nostro giornale fosse schierato sul fronte delle Sinistre, a questo punto, davanti ad un episodio analogo, sarebbe già partita una crociata in nostra difesa, a sostegno della libertà di stampa e di opinione. L'Ordine dei Giornalisti farebbe fuoco e fiamme, il Sindacato minaccerebbe sfracelli. Ma noi non apparteniamo a questo schieramento, e dobbiamo aspettarci che in nostra difesa insorgano, forse, solo i nostri lettori, e qualche singolo amico e compagno di avventura. Chi si straccia le vesti per i provvedimenti in discussione intorno alle intercettazioni ed alla "libertà" negata tenga conto del fatto che qui su Il Legno Storto si cerca di difendere la libertà di discutere e di criticare, di contribuire alla crescita di una società politicamente "adulta". Là si lotta per il diritto di pubblicare gossip o accuse ancora tutte da dimostrare.
Questa è la situazione. E siccome non possiamo permetterci di confrontarci – a nostre spese – con forze tanto preponderanti, indipendentemente dalla ragione che pensiamo di avere non ci resta che valutare l'ipotesi di chiudere. Con buona pace di chi ancora ritiene che davvero il monopolio mediatico sia nelle mani di Silvio Berlusconi.
In questi anni abbiamo cercato sempre di offrire ai nostri lettori materiale utile per un approfondimento dei dibattiti e delle idee. Abbiamo cercato di evitare sciocchi appiattimenti e adesioni acritiche, ma ci siamo anche sforzati di combattere quella cultura dominante del conformismo di sinistra, che tanto nuoce al nostro Paese.
Da domani il Web potrà avere una voce libera e liberale in meno, e l'ordine regnerà ancor più indisturbato intorno a una Magistratura che non ammette critiche. È una sconfitta per noi, certo, ma è anche un colpo per tutti coloro che ritengono sacrosanta la raccomandazione di Voltaire: battersi per consentire, a chi la pensa diversamente da noi, di esprimere liberamente la propria opinione. Oggi gran parte della magistratura combatte, non applica la legge, in omaggio al principio etico-politico che spetta ai magistrati il compito di raddrizzare il Legno Storto dell'umanità.
Adesso è arrivato il nostro turno. Il motivo principale per il quale nel 2002 aprimmo Il Legno Storto fu proprio tentare di denunciare e arginare, (nel nostro piccolo) la deriva giustizialista ormai dominante nel nostro Paese. Ora siamo cresciuti, e cominciamo davvero a dar fastidio. Le denunce che abbiamo ricevuto in questi giorni hanno come obiettivo principale di farci scomparire dal web. E più in fretta possibile.
A voi, nostri affezionati utenti ed amici, chiediamo di dare, come faremo anche noi, la massima diffusione alla notizia. È l'unica cose che possiamo fare per difenderci.
Un cordiale saluto,
Antonio Passaniti
Marco Cavallotti
02 luglio 2010
Non scherziamo con la Giustizia
Non scherziamo con la Giustizia! Si sentono e si leggono sui media interpretazioni fantasiose sul presunto bavaglio, sul diritto dei cittadini d’essere informati, sulla libertà di stampa. Si diffondono appelli accorati in difesa della libertà d’informazione, con toni carichi di tensione. Quasi tutti da ultima spiaggia.
Minacce di disobbedienza, annunci di referendum, accuse di voler nascondere disegni torbidi di potere. Si ha l’impressione che la pubblicità sugli aspetti più frivoli e morbosi della vita privata degli uomini sia l’alimento quotidiano dei cittadini italiani e che l’illegittimità, stabilita dalla legge, della diffusione degli atti giudiziari sottoposti al segreto istruttorio siano, invece, la risoluzione per tutti i mali della giustizia italiana.
Sappiamo che non è così! Sappiamo, anche, che ci sono personaggi più o meno noti che finiscono nel tritacarne del pettegolezzo, se non della diffamazione. Sono normali persone come tutti, e molti non sono colpevoli di niente, ma vengono rovinati per sempre, perché alcuni sostengono che il solo sospetto sia l’anticamera della colpa, ovvero perché sono messi a nudo nelle loro debolezze private, negli eccessi passionali, nei vizietti particolari. Sbeffeggiati spesso da coloro che hanno gli armadi pieni di scheletri.
Non tutti si chiamano Marrazzo con il percorso già segnato per passare alla storia come vittima della brutalità di poliziotti corrotti. Ci sono quelli che, invece, per tutta la vita saranno considerati almeno un po’colpevoli e quelli a cui d’improvviso cambia tutto nella loro esistenza. Uno tsunami che modifica radicalmente la vita, i riferimenti d’un tempo, le relazioni sociali, la serenità e persino la salute. Cambia tutto negli affetti, nelle amicizie, nel lavoro, nella vita quotidiana. Non tutti reagiscono nella stessa maniera e c’è chi non sopporta il risolino alle spalle del giornalaio o del salumiere di fiducia. Cambia tutto nei rapporti umani e nei progetti per il futuro, e cambia anche per tutte le persone che sono vicine, cambia la tranquillità e la serenità di un’intera famiglia. Uomini, donne e bambini a cui si spegne il sorriso dal volto.
Per il clamore, e pensando che 3 anni fa la necessità di un rimedio era avvertito in modo bipartisan, ci sarebbe oggi da provare fastidio, ma non ci si può rifiutare di soffermarsi a pensare. Per certe cose l’attenzione vale più delle convinzioni ideali, e vale soprattutto perché c’è sempre quel dubbio che alimenta la preoccupazione che ad un metodo sbagliato si possa applicare un principio altrettanto sbagliato.
C’è l’art.15 della Costituzione Italiana che al riguardo è chiarissimo: “ La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”. Ci sarebbe quasi da dire non ne parliamo più! L’autorità giudiziaria può limitare la segretezza delle comunicazioni private solo con “atto motivato”, ma anche con le “garanzie stabilite dalla legge”.
Ma pubblicare le intercettazioni sulle pagine di un giornale è un atto motivato? E dove sono le garanzie di riservatezza garantite dalla legge, se i PM si affrettano a passarle alla stampa?
C’è l’art 21, sempre della Costituzione Italiana, 2° comma, che sostiene “La stampa non può essere assoggettata ad autorizzazioni o censure”. Benissimo! Ma, nel momento in cui tra gli uffici della Procura e la stampa v’è un passaggio di copie di documenti sottoposti al segreto istruttorio, c’è o non c’è un reato che si sta compiendo? Se il corpo del reato fosse un monile prezioso, non ci sarebbe un reato di sottrazione (furto?) e di ricettazione. Non si tratta pertanto di autorizzazioni o di censure, ma di veri reati!
Ma, in questo caso, non sono due le persone che commettono un illecito penale? Possiamo ipotizzare che siano un impiegato della procura ed un fattorino del giornale, ma anche un magistrato ed un giornalista. Ma perché il ddl prevede il carcere solo per i giornalisti? Riflettendo ancora, ci sembra che tra ciò che non vada nel ddl è che sia anche l’editore a pagare. E questo si che ci sembra in contrasto con l’art 21 della Carta!
Se possiamo suggerire un rimedio, contrari come siamo alle condanne penali per reati che si spera non siano finalizzati all’illecito arricchimento o alla brutalità criminale, pensiamo che fermo restando i limiti alle intercettazioni previsti dal ddl e le garanzie di collegialità per limitarne l’abuso, si potrebbero abolire i riferimenti alle sanzioni penali verso i giornalisti e pecuniarie verso gli editori, magari con l’impegno dell’Ordine a sottoporre a procedimento disciplinare i giornalisti che si rendessero responsabili della violazione della deontologia professionale. Pensiamo, infatti, che quest’ultima, non possa prescindere dal rispetto della legalità anche nel momento dell’acquisizione della notizia.
Vito Schepisi
17 marzo 2010
Il disagio e la libertà

Sono in grande disagio. Non so se posso telefonare, se posso scrivere, se posso parlare con qualcuno. Vorrei farlo per sfogarmi, per poter dire ciò che un qualsiasi cittadino sereno, libero, rispettoso, amante della democrazia direbbe in questo momento. Vorrei poter esprimere in modo composto, ma con forza e indignazione, tutto ciò che mi passa per il cervello. In un Paese libero tutto questo dovrebbe essere consentito, anzi dovrebbe essere garantito, soprattutto quando lo si fa in modo civile.
Mi chiedo, pertanto, se in Italia ci possa essere qualche potere che abbia la facoltà di limitare questa libertà. Più che una domanda, però, la mia è la conferma di un dubbio che mi assale da tempo. Il quesito è divenuto dubbio perché, con la modifica, sulla scia di un disagio politico, intervenuta nel 1993 all’art 68 della Costituzione e con l’interpretazione estensiva dei ruoli assunti dalla magistratura e dal suo organo di autogoverno, su questa domanda, trasformatasi in ragionevole dubbio, ruota tutta la kermesse dell’inganno.
Chiediamoci, dapprima, che cosa sia la libertà. E, per non divagare, limitiamoci, in uno sforzo di sintesi, alla definizione costituzionale. La libertà di un Paese, in primo luogo, consiste nella libertà dei cittadini di potersi esprimere, e non solo in modo formale, come con la libertà di comunicare, con la libertà di parola, con la libertà di scrivere, ma anche in modo sostanziale attraverso le scelte. Tra quest’ultime la più importante è quella elettorale. Tutti i cittadini italiani, tranne i pochi condannati alla interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici, hanno diritto di esprimersi col voto e sono eleggibili.
Per l’articolo 13 della Costituzione, inoltre, “la libertà personale è inviolabile”. L’ipotesi contraria è consentita solo “per atto motivato dell’autorità giudiziaria”. Mentre per l’art.15 della Carta Costituzionale anche “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. L’ipotesi contraria “può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria”.
Solo l’autorità giudiziaria, pertanto, può limitare la nostra libertà. Tutto sarebbe, così, lecito, anche se non abbiamo ancora dissipato i molti dubbi nel merito. Ma ciò che la Costituzione sancisce serve senz’altro ad affermare che l’unico ordinamento che abbia il potere di limitare le libertà nel paese è quello giudiziario. E, siccome in Italia non mi sembra che ci sia stato un colpo di stato e che, per effetto di questo “golpe”, i poteri, compresi quelli giurisdizionali, siano stati assunti dal Capo del Governo, l’unico pericolo per la nostra libertà, e penso anche per la nostra democrazia, può arrivare solo dalla politicizzazione della magistratura.
Nel merito, infatti, ci sarebbe da chiedersi se la magistratura esercita correttamente i suoi poteri. Se lo facessimo, però, entreremmo in un’area che in questi giorni si manifesta molto pericolosa: quella del dubbio circa la correttezza nell’esercizio del mestiere di alcuni magistrati. Ma se entrassi in quest’area siamo certi che ne uscirei indenne? Non ho soldi da dare alla casta! Ecco dunque i motivi, accennati in apertura, del mio “grande disagio”. Un disagio come cittadino, come soggetto pensante e come comunicatore.
Non credo che chi ha scritto la Costituzione Italiana, scegliendo la separazione dei poteri, abbia proprio voluto attribuire ad un ordinamento burocratico, privo della legittimità democratica, il potere di intervenire significativamente sulla libertà del Paese.
Non penso che i Padri Costituenti abbiano voluto attribuire all’Ordinamento Giurisdizionale il primato del rispetto delle regole della democrazia ed il controllo del suo ordinato esercizio.
Non penso, ancora, che ci si debba arrivare a sentirsi a disagio nell’esprimersi in privato, nell’esternare il proprio disappunto, nell’assumere la difesa della propria dignità personale, nell’osservare d’essere vittima di una puntuale e metodica aggressione mediatica, com’è capitato al Presidente del Consiglio Berlusconi, e d’essere per questo sottoposto ad indagini giudiziarie.
Dicono, ad esempio, che il premier manovri l’informazione, che abbia un controllo mediatico quasi totalitario, che intimidisca e che eserciti un potere incontrollato. I più analfabeti, soprattutto per ignoranza della Costituzione Italiana, dicono anche che sia un dittatore. Ma se è così, perché c’è un’informazione invadente che riempie le pagine dei giornali e le tante trasmissioni televisive Rai contro il premier?
Non è che in Italia ci sia una parte che può dire, e l’altra che debba tacere? Ed il mio disagio riviene proprio dalla consapevolezza che possa trovarmi dalla parte di chi debba essere indotto a tacere.
Vito Schepisi
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04 dicembre 2008
Dichiarazioni destabilizzanti di un magistrato
Ci sarebbe da non crederci. Un PM di Milano rivolge apprezzamenti pesanti contro il Premier in carica, ed il suo predecessore Prodi, per aver posto il segreto di stato su questioni di interesse nazionale che si intrecciavano con le indagine sul rapimento, da parte di agenti dell’intelligence statunitense, dell’egiziano Abu Omar, Imam di Milano, indagato per terrorismo.“Gli ultimi due presidenti del Consiglio hanno utilizzato in modo strumentale il segreto di Stato per impedire all'autorità giudiziaria l'accertamento della verità" è quanto ha sostenuto il PM Armando Spataro. La dichiarazione è grave per la forma ed anche per il luogo in cui è stata formulata. E’ avvenuta, infatti, nell’aula del tribunale, durante l’udienza fissata per decidere sull’istanza, presentata dai difensori di un agente dei servizi, di annullamento delle testimonianze sottoposte al segreto, di rinvio del processo a data successiva a quella in cui la Corte Costituzionale deciderà sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, a suo tempo sollevato da Prodi, ed in subordine di proscioglimento dell’imputato. Il Giudice ha poi deciso di sospendere il processo fino al 18 marzo prossimo, in attesa della pronuncia della Consulta sul conflitto di attribuzione ravvisato.
Per il PM Spataro, sia Prodi che Berlusconi avrebbero fatto “un uso del segreto di Stato che ostacola la giustizia e l'accertamento della verità”, trasformando il conflitto giuridico citato, in gravi accuse sull’esercizio delle funzioni di Capo del Governo. Viene da chiedersi se le garanzie, sempre sbandierate dai magistrati, in difesa della loro dignità e della loro funzione giurisdizionale, trovino, anche per questo caso, nel Consiglio Superiore della Magistratura, l’attenzione richiesta per riportare alla cautela ed al rispetto per le istituzioni e per le funzioni dello Stato gli atti e le parole dei magistrati. Gli atti pubblici assumono valenza di liceità e devono, pertanto, essere valutati per responsabilità e per prudenza, e ricondotti al rispetto del sistema della democrazia.
Si ha l’impressione, invece, d’essere dinanzi ad un uso improprio della funzione requirente. La giustizia in democrazia regola di norma i comportamenti pubblici e privati, per ricondurli ai principi sanciti dai codici che stabiliscono gli equilibri tra i diritti ed i doveri di tutti.
La funzione giurisdizionale contiene, però, dei limiti che attengono alla sicurezza dello Stato ed alla conseguente tutela del cittadino. Sono limiti posti per scoraggiare l’uso improprio della legge: perché questa, in sostanza, non finisca per tutelare coloro che minano la sicurezza nazionale, limitando così di fatto la difesa di inermi cittadini dinanzi al pericolo del terrorismo. Per il diritto alla sicurezza lo Stato ha il dovere di prevenire le azioni di coloro che col terrore vogliano minare la fiducia nelle istituzioni e destabilizzare il Paese. Per queste funzioni, delicate e particolari, ma fondamentali e necessarie, agiscono i servizi segreti cautelati per l’appunto dal segreto di stato.
Le attività dei servizi sono in relazione a circostanze in cui i rapporti con uomini e paesi non vengono affrontati né in via riservata, tra le diplomazie, e né in rapporti diretti tra i governi dei paesi interessati. Attengono soprattutto alla creazione di una rete informativa sulle questioni di sicurezza nazionale, utili a prevenire attentati, trame ed atti contro uomini e beni nel nostro Paese.
La segretezza viene resa necessaria dall’interesse nazionale e non dal capriccio o dall’interesse personale di alcuni. Anche i limiti della legalità eventualmente violata nel merito è direttamente proporzionale alla pericolosità dei soggetti coinvolti ed alle circostanze ravvisate.
Il controllo delle finalità dei servizi è lasciato di norma alla responsabilità degli uomini indicati dai governi ed ad un Comitato di controllo che per prassi è presieduto da un rappresentante dell’opposizione per garantire l’uso democratico e non politico degli interventi.
Le notizie di cronaca sulle intercettazioni a Milano di fanatici fondamentalisti che progettavano attentati appartiene, ad esempio, ad un’azione di prevenzione quantomai necessaria e tempestiva. Sarebbe, invece, un bel danno se in nome del protagonismo giudiziario, ora di questo, ora di quel magistrato, venisse meno la fiducia nell’azione informativa e preventiva della nostra “intelligence”.
Vito Schepisi su l' Occidentale
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vito schepsi
22 agosto 2008
Legalità e Giustizia
C’è chi si ostina a ritenere che ai primi posti delle questioni da risolvere in Italia non vi sia quella della giustizia. L’assunto poi è sempre seguito da una serie di considerazioni che finiscono col porre la questione della legalità come fondamentale principio da cui derivano una serie di provvedimenti da assumere nell’interesse delle popolazioni.Ci sarebbe così da chiedersi come possa porsi una questione disgiunta dall’altra?
Ma si dovrebbe anche chiedere, a coloro che oggi focalizzano l’attenzione sulla legalità, dove fossero quando, nei due anni di governo Prodi, questa legalità non solo non era considerata degna di eccessiva attenzione, ma la sua mancanza, per ignoranza o calcolo, registrava persino episodi di rilevante gravità.
Grave, infatti, dovrebbe essere considerata l’offesa alla responsabilità ed alla dignità delle persone che, come per il caso Speciale, su nomina del potere esecutivo dello Stato, svolgevano servizi di grande importanza e delicatezza nell’interesse, appunto, del controllo della legalità.
L’interferenza nell’autonomia, nello specifico con protervia, del Ministero del Tesoro, nella persona del Vice Ministro Visco, senza giustificato lecito motivo, non è stato certo un grande esempio di attaccamento alla legalità, soprattutto per il significato che la questione assumeva per essere stata proprio la Guardia di Finanza di Milano, i cui vertici si volevano rimuovere, a porre sotto osservazione giudiziaria la scalata di Unipol alla Bnl ed i rapporti dei leader dei democratici di sinistra Fassino, D’Alema e La Torre con l’allora Presidente di Unipol Consorte, tutti uomini appartenenti alla stessa area politica del Vice Ministro Visco.
E neanche deve essere stata orientata al rispetto della legalità la goffa attività dell’esecutivo di Prodi, prima impegnato nel classico “promoveatur ut amoveatur” del generale Speciale con la proposta di nomina al Consiglio di Stato, e poi con l’attacco in Parlamento, all’onorabilità dello stesso Generale, pronunciato dal Ministro Padoa Schioppa, attacco ritenuto platealmente illogico in quanto in stridente contrasto con l’importante nomina prima proposta.
Ed affermare che le funzioni dello Stato devono trarre la loro legittimazione dai reciproci comportamenti rispettosi ed integerrimi non vuole forse dire che questi rapporti debbano rappresentare esempi di correttezza e legalità?
Lo stesso valga per il caso del consigliere Rai Petroni rimosso, sempre dall’allora Ministro Padoa Schioppa, senza motivo che non fosse altro che quello di avvicendarlo con un uomo politicamente vicino all’allora Presidente Prodi ed, anche in questo caso, in modo controverso ed illegittimo.
I casi Speciale e Petroni, prima di altri, costituirono i più eclatanti di un clima di “illegalità” che allora sono stati ignorati dagli odierni benpensanti della legalità, casi per i quali gli organi di giustizia competenti, Consiglio di Stato e Tar, hanno espresso giudizi di illiceità e disposto provvedimenti di reintegro nelle funzioni, sconfessando così le goffe, arbitrarie ed autoritarie iniziative di quel governo.
C’è da intendersi innanzitutto cosa si voglia intendere con “legalità”, perché non si faccia confusione. Le parole oggi vengono spesso pronunciate più per rendere immagini suggestive che per dar corpo a provvedimenti da adottare. Per alcuni sembra che legalità voglia dire semplicemente rimuovere il Presidente Berlusconi dall’incarico in cui, in virtù della maggioranza dei seggi conquistati in Parlamento alle ultime elezioni politiche di appena 4 mesi fa, è stato insediato dal corpo elettorale. Questo, però, sarebbe invece un atto illegale perché solo il Parlamento avrebbe la legittimazione per poterlo fare, con la sfiducia. E non sembra, al momento, che la maggioranza del Parlamento italiano sia orientata a questa soluzione, anche perché l’attività di questo governo pare sia sostenuta saldamente dal consenso degli italiani.
Battersi per la legalità deve invece essere inteso come un impegno costante su diversi fronti come, ad esempio: ripristinare la vivibilità delle città oggi rese insicure dal diffondersi della criminalità; prestare attenzione alla salute pubblica (sanità, smaltimento dei rifiuti, ecologia); offrire servizi efficienti ai cittadini; assistere malati, anziani, ed indigenti; proteggere la maternità e l’infanzia; garantire il diritto all’istruzione in modo diffuso e pluralista; prevenire e reprimere tutti i reati.
Ci sarebbe poi da intendersi su alcune altre questioni. E’ importante, infatti, stabilire che come non è lecita l’evasione fiscale, non è neanche lecita l’immigrazione clandestina. Non è giusto sottrarsi alla giustizia, o al giudice naturale, se non nei casi previsti dai codici, ma non deve essere inteso giusto neanche far politica attraverso la giustizia.
Una giustizia politicizzata finisce sempre con essere la negazione stessa della giustizia.
Dovrebbe essere immorale rimuovere i magistrati scomodi, com’è accaduto per De Magistris e la Forleo, solo quando i loro presunti comportamenti scorretti siano indirizzati verso una parte politica, ignorando invece i casi di altri, con atteggiamenti anche più eclatanti, che si distinguono nei loro atti per accanimento politico verso la parte avversa.
Non sono giusti i condoni fiscali ma neanche gli indulti, sebbene sia gli uni che gli altri devono a volte rispondere anche a criteri di opportunità ed a carenze della pubblica amministrazione. Non è onesto far pagare alle classi più bisognose le difficoltà delle imprese, ma neanche sottrarre al contributo fiscale, come tutte le attività produttive e commerciali, le catene di cooperative operanti nei settori più diversi dell’economia del Paese. Soprattutto se i loro ricavi finiscono per finanziare scalate bancarie o campagne elettorali.
La questione Giustizia, inoltre, non è solo questione di legalità ma anche di legittimità. Nessun potere, infatti, può essere esercitato senza adeguato controllo. I costi elevati, ancora, non consentono il dispendio di ingenti energie alla ricerca di argomenti più da gossip che da rilevanza penale. Se oggi tutto è spettacolo non vuol dire che si possa tollerare che anche la giustizia lo sia, e richiedere riservatezza e prudenza non deve essere inteso solo per rispetto della privacy e della dignità dell’uomo, ma soprattutto per una chiara scelta di civiltà.
La giustizia deve essere esercitata realmente in nome del popolo.
Ci sarà, pertanto, un modo di amministrarla tale da rendere la sua attività in empatia con le ansie e le preoccupazioni dei cittadini, magari in simbiosi con la richiesta popolare della prevenzione e repressione dei reati di più rilevante pericolosità sociale!
L’autonomia dei magistrati, inoltre, dovrebbe riguardare più l’esercizio della funzione che la sua libera interpretazione.
La legalità, infine, si può sviluppare e diffondere attraverso una profonda riforma dell’ordinamento giudiziario in cui centrale deve apparire la questione della separazione delle carriere, tra magistratura requirente e magistratura giudicante, soluzione che deve essere considerata alla base del giusto processo.
Non si può, infatti, pretendere legalità dove non si diffonde giustizia.
La magistratura ed i magistrati devono acquisire la cultura di considerare la funzione giurisdizionale come un servizio da rendere alla società ed alla democrazia e non come strumento per la propria scalata sociale e/o per la crescita del potere della “casta” in cui finiscono per arroccarsi.
Vito Schepisi
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25 luglio 2008
Dopo il Lodo Alfano, sia consentito al Governo di lavorare
Con la firma del “Lodo Alfano” il Presidente Napolitano ha reso legge in vigore il provvedimento che tutela le quattro più alte cariche istituzionali ed esecutive dello Stato.Una firma che sancisce almeno due successi della democrazia rappresentativa:
- l’azione di un Capo dello Stato garante dell’efficacia delle istituzioni e fedele interprete della volontà del Parlamento e dei cittadini;
- la supremazia del potere popolare su quello esercitato dalla magistratura, pur conservando alla funzione giurisdizionale la prevista autonomia.
Quando si parla di democrazia s’intende, o si dovrebbe intendere, per l’appunto questo.
Come, infatti, ci si può proclamare democratici ed antifascisti quando le funzioni dello Stato, interpretando male i limiti della propria autonomia, vengono utilizzate per sovvertire la sovranità popolare?
Non vuole essere retorica quella di ribadire che l’autonomia della magistratura debba riferirsi alla capacità di essere indipendente dai diversi poteri, ma anche dalle ideologie o dalle correnti politiche.
Non vuole essere retorica quella di ribadire che l’autonomia della magistratura debba riferirsi alla capacità di essere indipendente dai diversi poteri, ma anche dalle ideologie o dalle correnti politiche.
Un magistrato che senta come suoi nemici alcuni politici non è un servitore dello Stato che esercita la sua funzione nell’interesse del popolo, ma un appendice piuttosto disgustosa di partiti e fazioni e per di più extraparlamentare: una terza Camera che vaglia l'operato dell'esecutivo, priva però del suffragio popolare. Una magistratura siffatta, a giusta ragione, è definita persino eversiva.
Come non ricordare certi episodi di giustizia spettacolo e l’uso “violento” delle prerogative inquisitorie del carro armato giudiziario con le sue implicazioni politiche sulle scelte elettorali e sull’opinione pubblica? Di Pietro osannato come un eroe per la sua ferocia!? E come può essere ignorata la mortificazione mediatica verso presunti colpevoli, molti successivamente risultati innocenti, spesso vittime di denigratorie campagne di stampa per indagini "misteriosamente" sfuggite al segreto istruttorio?
Come non ricordare certi episodi di giustizia spettacolo e l’uso “violento” delle prerogative inquisitorie del carro armato giudiziario con le sue implicazioni politiche sulle scelte elettorali e sull’opinione pubblica? Di Pietro osannato come un eroe per la sua ferocia!? E come può essere ignorata la mortificazione mediatica verso presunti colpevoli, molti successivamente risultati innocenti, spesso vittime di denigratorie campagne di stampa per indagini "misteriosamente" sfuggite al segreto istruttorio?
Nel 1994 è stato persino montato un “ribaltone” elettorale con un “avviso di reato”, misteriosamente “notificato” dal Corriere della Sera al Capo del Governo italiano in carica, mentre era impegnato a Napoli in un vertice internazionale sulla sicurezza. Per quella accusa Berlusconi è risultato innocente. Ed innocente il leader del centrodestra è risultato per tutte le altre accuse per le quali è stato oggetto di “avida” attenzione da parte di una magistratura sempre più visibilmente agguerrita ed intransigente contro di lui.
Non manca la solita retorica della sinistra giustizialista sulle prescrizioni. Circola su tutti i siti di sinistra in internet l’elenco di tutti i processi intentati al Presidente del Consiglio, dove appaiono giudizi estrapolati da contesti più ampi delle sentenze di assoluzione, tali da far apparire comunque la presenza di una colpa, e dove vengono riportate le prescrizioni come se fossero condanne non comminate.
C’è un maestro di stralci di atti giudiziari che appaga i sogni giustizialisti di una sinistra senza una precisa strategia e miseramente contigua all’antipolitica che con l’antiberloscunismo ha trovato la sua miniera d’oro.
L’antipolitica, del resto, non è altro che un qualunquismo perfido e cattivo che si affida all’indole forcaiola di quel popolo che affoga le proprie frustrazioni nell’attribuire a qualcosa o qualcuno le responsabilità della propria mediocrità.
L’intervenuta prescrizione, invece che un limite della macchina giudiziaria, è diventata una colpa dell’imputato. Molti ignorano che invece è uno strumento utilizzato da alcuni magistrati, interessati più a lasciar sospeso il giudizio che a dimostrare l’innocenza dell’imputato e la relativa sua assoluzione. Una prescrizione di solito sopraggiunge quando mancano le prove sufficienti per dimostrare la colpevolezza dell’imputato, o quando i processi vengono trascurati dalla macchina giudiziaria, e quest’ultimo caso non è proprio attribuibile ai processi contro Berlusconi.
L’antipolitica, del resto, non è altro che un qualunquismo perfido e cattivo che si affida all’indole forcaiola di quel popolo che affoga le proprie frustrazioni nell’attribuire a qualcosa o qualcuno le responsabilità della propria mediocrità.
L’intervenuta prescrizione, invece che un limite della macchina giudiziaria, è diventata una colpa dell’imputato. Molti ignorano che invece è uno strumento utilizzato da alcuni magistrati, interessati più a lasciar sospeso il giudizio che a dimostrare l’innocenza dell’imputato e la relativa sua assoluzione. Una prescrizione di solito sopraggiunge quando mancano le prove sufficienti per dimostrare la colpevolezza dell’imputato, o quando i processi vengono trascurati dalla macchina giudiziaria, e quest’ultimo caso non è proprio attribuibile ai processi contro Berlusconi.
Finalmente dunque il “Lodo Alfano” che sottrae alla magistratura militante le armi per battersi contro il capo della maggioranza. Finalmente per porre fine ad una guerra che dura ormai da 14 anni, e cioè da quando il leader di centrodestra ha scippato dalle mani di Occhetto e della sua “macchina da guerra” il governo del Paese.
C’è in Italia un gusto masochista di farsi del male.
Sono state utilizzate le funzioni dello Stato, più che per promuovere la splendida immagine italiana nel mondo, per renderla incerta ed inquietante. Si è permesso persino ad un politico della sinistra belga, attuale presidente del gruppo parlamentare socialista nel Consiglio Europeo, di offendere e villanamente infangare il nostro Paese quando Berlusconi, allora Capo del Governo italiano, s’accingeva ad inaugurare il semestre italiano della Presidenza del Consiglio Europeo.
La sinistra italiana in contiguità con l’ala giustizialista della magistratura e sulla base di una lotta politica protesa unicamente a scalfire l’immagine dell’avversario politico, utilizzando soprattutto le sue vicende giudiziarie, non si è sottratta in alcun momento dall’utilizzare la stampa ed il personale politico di paesi stranieri.
Questo modo di agire ha una sola parola per essere definito: viltà!
La sinistra italiana si comporta come la classe politica dei paesi dell’Est europeo sotto il socialismo “reale”, quando si sopprimeva l’avversario politico attribuendogli pesanti ed impopolari reati, ovvero facendolo passare per folle, o ancora rendendolo vittima di un incidente mortale per eliminarlo fisicamente.
Anche con il decreto sicurezza si è tentato di applicare gli stessi metodi della denigrazione: come se l’Italia, invece di un problema di clandestinità e di inadeguati controlli per i flussi extracomunitari, avesse problemi di xenofobia e di razzismo.
I partner dei paesi europei dove, invece, vigono controlli rigidi e maglie chiuse con severità per frenare l’immigrazione clandestina, ispirati dai soliti (anti)italiani hanno persino intentato una censura alle nuove norme del decreto sicurezza, anche se la nuova legislazione permette di rendere più efficaci i controlli e persino conformi alle direttive della stessa comunità europea.
La lealtà del confronto politico è venuta meno da tempo.
Se qualcuno pensava che la sinistra fosse cambiata, sbagliava previsione.
Sarà per questo che la sinistra in Italia si è sfaldata e continua a sfaldarsi, perdendo credibilità ed elettori, mentre il Paese avrebbe bisogno di una sinistra propositiva e democratica per rendere effettivo il principio della democrazia compiuta e dell’alternanza.
Anche con il decreto sicurezza si è tentato di applicare gli stessi metodi della denigrazione: come se l’Italia, invece di un problema di clandestinità e di inadeguati controlli per i flussi extracomunitari, avesse problemi di xenofobia e di razzismo.
I partner dei paesi europei dove, invece, vigono controlli rigidi e maglie chiuse con severità per frenare l’immigrazione clandestina, ispirati dai soliti (anti)italiani hanno persino intentato una censura alle nuove norme del decreto sicurezza, anche se la nuova legislazione permette di rendere più efficaci i controlli e persino conformi alle direttive della stessa comunità europea.
La lealtà del confronto politico è venuta meno da tempo.
Se qualcuno pensava che la sinistra fosse cambiata, sbagliava previsione.
Sarà per questo che la sinistra in Italia si è sfaldata e continua a sfaldarsi, perdendo credibilità ed elettori, mentre il Paese avrebbe bisogno di una sinistra propositiva e democratica per rendere effettivo il principio della democrazia compiuta e dell’alternanza.
Vito Schepisi
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23 giugno 2008
L'opposizione dei magistrati
Le democrazie si reggono su regole condivise. Quando le regole non lo sono accade che diventi difficile assolvere a tutti i compiti di uno Stato democratico senza fermenti e senza che vi siano disconoscimenti e riserve di legittimità.Che ci sia una parte del Paese incline ad andare fuori delle regole e che le reclama solo per garantire le prerogative della propria parte politica è evidente. Ma ciò che preoccupa è che non sia rappresentata esclusivamente dai movimenti massimalisti ed ideologicizzati. Altra parte, infatti, è costituita da gruppi politici che hanno raccolto sia il malessere antisistema di stampo “fascista” o “marxista” (che poi sono la stessa cosa) dell’intolleranza e sia quello dell’antipolitica furba di una certa sinistra, per intendersi alla Grillo ed alla Santoro.
Quest’ultima corrente fa breccia nel PD per condurlo alla lotta cieca ad oltranza su una presunta illegittimità del leader del PDL che ha raccolto, come è normale in una democrazia, la maggioranza dei voti nel Paese. Normale sarebbe pure che fosse messo in grado di governare e rispettare il mandato che il popolo ha voluto affidargli. Anormale sarebbe, invece, l’intervento di ordinamenti dello Stato scesi in campo, ostentatamente, a dar man forte all’opposizione contro iniziative che sono avvertite forse più dalla popolazione che dalla politica.
La sicurezza, l’efficienza dei servizi, la certezza della pena, la riduzione dei tempi dei processi, come le questioni fiscali, salariali, la sanità, le regole sull’immigrazione, la soppressione di quella clandestina, sono, ad esempio, problemi che gli italiani vivono sulla propria pelle da tanto tempo, per poter comprendere e condividere gli interventi di coloro che sulla base della lettura, spesso faziosa, degli articoli della Costituzione o di altri principi europei o internazionali vanno alla ricerca di ragioni di ogni tipo per bloccare il processo di cambiamento del Paese.
Inutile dire che questo cambiamento è richiesto a gran voce da coloro che sono sovrani anche dei loro ordinamenti e delle regole per la loro attuazione. Si dice sempre, infatti, che il popolo sia sovrano ma quando si tratta di rispettarne i voleri c’è sempre chi è disposto a dimenticarsene. Anche la Giustizia si pretende sia resa in nome del Popolo e non dei magistrati o tanto peggio dei loro referenti politici. Ma non sempre è così!
I magistrati che firmano appelli, che prendono cappello e lo posano su scanni impropri, che ritengono di dover essere garanti delle istituzioni e che si azzardano in deliranti proclami, scendano in politica, se ritengono di poter e dover offrire il loro “esclusivo” contributo, e si confrontino sui problemi del Paese, magari in modo diverso da Di Pietro, che fa solo ciò che può e sa fare: il torvo inquisitore.
L’opposizione avrebbe il compito di pungolare, osservare, proporre alternative. Tutto dovrebbe essere finalizzato a risolvere le questioni. In un modo o nell’altro, ma a risolverle. Non sempre, però, si ha l’impressione che sia così ed a chi non è abituato a presupporre che il “fattore B” sia inadeguato per principio e senza alcun beneficio di controprova, accade di restare allibito nell’osservare quanto cinica e sconclusionata sia un’opposizione che concorra unicamente a rendere il Paese ingovernabile.
Ma il popolo è davvero stanco d’essere preso per il “lato B”! Perché l’alternativa è l’immobilismo in cui le caste bivaccano allegramente a spese ed a danno del Paese e della sua immagine.
Far ricorso, come abbondantemente faceva un grande giornalista scomparso di recente, all’episodio del marito che per far dispetto alla moglie si evirava, può sembrare ormai superato per quanto sia oramai diffusa l’opinione che le mogli d’oggi, coi liberi costumi, abbiano ampie possibilità di cercare fuori di casa ciò che non arrivassero a ricevere dal marito, ma ricordare il metodo togliattiano del “tanto peggio tanto meglio” può assolvere egregiamente l’immagine di un’opposizione trascinata per convenienza politica, per ridicola concorrenza, per timore d’essere scavalcata a coltivare l’istinto canaglia di far del male al Paese.
La madre di tutte le questioni, come sempre, è la giustizia. E’ dal 1994 con l’avvio di garanzia a Napoli al leader del centrodestra, vincitore a sorpresa delle elezioni politiche di quell’anno, che una parte della magistratura italiana ha sotto mira chi ha impedito alla sinistra post comunista di occupare il Paese. Vanamente sotto mira perché 14 anni di accuse lo vedono ancora a quel posto e più determinato di prima.
Il Presidente Cossiga è una persona estremamente intelligente e straordinariamente incorreggibile, ed è colui che ha detto, senza peli sulla lingua, come è sua abitudine, che oggi il Ministero della Giustizia è il luogo più a rischio d’Italia. Se non t’allinei alla casta dei magistrati t’arrestano la moglie. Figuriamoci, ci mettono davvero poco! L’hanno fatto con Mastella che a molti è sembrato sufficientemente allineato!
E’ necessario, invece, restituire agli italiani l’autorevolezza delle scelte indicate. La Magistratura da ordinamento della Repubblica non può trasformarsi in controparte del potere esecutivo. Deve essere, invece, uno strumento delle Istituzioni per offrire certezze e garanzie a tutti i cittadini, senza distinzioni di censo, di origine, di religione, di militanza politica.
La magistratura deve essere indipendente soprattutto dall’influenza degli altri poteri dello Stato e tenersi fuori, in quanto a presidio di un diverso ed autonomo ordinamento, dagli strumenti democratici che concorrono alla formazione del potere politico e legislativo. Quest’ultimo, infatti, grazie al mandato popolare, è il solo che è investito del diritto-dovere di formulare ed emanare i provvedimenti che attengono la gestione, le regole e le scelte che approvate in Parlamento diventano l’insieme di leggi che l’intero Paese ha l’obbligo di rispettare ed il cui esercizio è disposto, come nelle aule dei tribunali, in nome del popolo italiano.
Vito Schepisi
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10 giugno 2008
L'Italia delle intercettazioni
L’Italia sembra sia la nazione in Europa in cui prevalga il malaffare. Dagli altri paesi europei, Germania ed Inghilterra avanti a tutti, puntualmente ogni anno il Bel Paese viene descritto come una terra dove regna l’illegalità ed in cui cosche mafiose, scippatori, rapinatori, truffatori ed imbroglioni sguazzano senza controllo.Siamo ogni anno a difenderci da vere e proprie campagne di diffamante disinformazione, soprattutto per salvaguardare l’afflusso turistico verso le nostre città, che rappresentano un patrimonio unico al mondo di arte e di cultura, e che è fonte importante per la nostra economia.
L’Italia è anche il Paese più volte condannato dalla Corte europea per la lentezza dei processi civili e penali. Nel nostro Paese sono state focalizzate carenze, nella formazione dei giudizi, che finiscono col privilegiare il crimine e carenze che, invece, privano i cittadini dei loro diritti alla giustizia o che ne compromettono salute ed interessi economici.
Si sono verificate situazioni in cui persone innocenti sono state dimenticate nelle carceri, altre privati della libertà sulla base di testimonianze di pregiudicati pentiti, gestiti da magistrati quanto meno poco scrupolosi. Ci sono persino stati nel passato cittadini arrestati e mantenuti in detenzione in attesa di essere interrogati da taluni magistrati che, senza curarsi della condizione di uomini privati della libertà, hanno preferito andarsene in ferie anziché interrogare l’imputato. E’ accaduto così che una persona potesse essere gestita come una pratica da esaminare al rientro dalle vacanze, e che per alcuni magistrati il diritto alle ferie potesse essere una prerogativa inalienabile attribuita in esclusiva.
In Italia tra comitati di affari, logge deviate, cupole e quant’altro funzionale ad allungare le mani sul pubblico denaro, sottratto oltre ogni misura attraverso la leva fiscale ai cittadini inermi, abbiamo un primato invidiabile, tale da poter competere con le agguerrite dittature latino-americane.
Un best seller dello scorso anno in Italia è stato il libro “La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella in cui vengono descritti gli sprechi, gli interessi, gli abusi, i privilegi e le ingiustizie nel Paese. Ed ora pare che la giustizia sia legata esclusivamente alla curiosità di magistrati e funzionari di polizia nell’ascoltare l’effluvio di parole che in Italia si diffonde attraverso le linee telefoniche. Un Paese dove il malcostume nasce dalle istituzioni, dagli ordinamenti, dai servizi e dalla classe politica, ed in cui s’avverte la complicità silente ed interessata di cittadini, conniventi e tronfi della loro arroganza, nell’esercizio di una piccola fetta di potere a loro riservata.
Il nostro è il Paese dei sospetti e delle insinuazioni. Ogni cittadino che in un periodo anche remoto della propria esistenza sia stato in contatto con uno o più persone che in seguito, anche a distanza di decenni, sia stato coinvolto in gestioni di malaffare può essere tranquillamente, e senza possibilità di difendersi, indicato come amico, connivente e socio di mafiosi.
Accade anche che la televisione del servizio pubblico, volentieri e con grande indifferenza, si sostituisca alle aule di tribunale per celebrare processi. Capita che a volte sia presente una sola parte, e quando anche lo sia la controparte, essa è rappresentata in modo del tutto sbilanciato. Col conduttore che ammicca al “pubblico ministero”, che arringa, toglie la parola e conduce verso un’unica direzione, che la fa insomma da padrone e si compiace dell’impresa. Le trasmissioni dei tribunali mediatici si esauriscono così senza una sentenza, ma lasciando alla giuria popolare, gli telespettatori, l’erogazione di un giudizio che appare scontato.
Sui giornali nel frattempo si leggono le frasi lascive di personaggi più o meno noti, i commenti peccaminosi, le pruderie di un’Italia per molti versi marcatamente provinciale. Si leggono confidenze di uomini in vista, persino minacce profuse o fantasiosi progetti politici, manie di grandezza, megalomanie di ogni tipo, segnalazioni, raccomandazioni, pettegolezzi ed opinioni su uomini e cose. Le intercettazioni vengono fornite come eventi eccezionali e con gran dovizia di particolari, a volte estrapolati più da fertili fantasie che da fatti reali o propositi realizzabili. Eccezionali, però, gli eventi lo sono perché quelle chiacchierate intercettate non dovrebbero essere riportate sui giornali ma, se giuridicamente rilevanti, negli atti processuali e, se invece privi di consistenza processuale, cancellati e distrutti.
Ma anche espressioni di rilevanza giuridica andrebbero analizzate nel contesto e non prese nella loro parzialità. Come, ad esempio, se non capitasse tutti i giorni di sentir dire a qualcuno frasi sconclusionate e senza senso in un contesto di scherzo, di irritazione, di pettegolezzo. Quanti reati di omicidi e di lesioni personali in più ci sarebbero per tutte le volte che si sente dire a qualcuno “a quello lo ammazzo” ovvero “gli spezzo le gambe” o ancora “gli stronco la carriera”, “lo mando in rovina” ed altro ancora?
Poi ci si chiede come mai in Italia ci sia tanto malaffare! Se si perde tempo e risorse per correr dietro ai pettegolezzi o agli improbabili teoremi giudiziari!
Se in Italia la giustizia impiega un terzo delle sue risorse per le intercettazioni, da queste dovrebbero provenire validi sostegni nel rendere giustizia. I benpensanti oserebbero persino sperare che servano a sconfiggere definitivamente il tormentone, che viene propinato all’estero, dell’Italia insicura e pericolosa.
E se in Italia tutti i soggetti a rischio sembra che siano sottoposti ad intercettazioni telefoniche (centomila soggetti posti sotto controllo non sono poca cosa), come mai dei presunti corrotti e malversatori in carcere non finisce mai nessuno?
E se quello delle intercettazioni fosse un perverso giocattolo nelle mani di magistrati annoiati?
E se le intercettazioni servissero a ritagliarsi uno spazio in quella casta in cui il potere si misura nella pratica dell’interdizione e del ricatto?
Vito Schepisi
24 febbraio 2008
Un laicismo capovolto
Sta avvenendo una strana cosa in Italia. Dopo tante vere battaglie laiche, battaglie liberali contro le confessioni sia teologiche che politiche, dopo esser stati spesso soli a confutare quel concentrato di idee radicate che nel tempo hanno formato l’illusione che ci siano formule magiche per offrire serenità ai bisogni della gente, appare oggi il laicismo di coloro che non abbiamo mai trovato sui valori dell’illuminismo liberale e della tolleranza.Oggi c’è chi, ad esempio, sostiene d’essere laico, ma non tollera che si parli di alcuni argomenti di rilevanza etica. C’è chi si inserisce in una fascia culturale del pensiero libero, ma pone steccati alla sua effettiva libertà. Steccati che impongono la scelta tra coloro che hanno diritti ed altri solo doveri, tra chi ha titolo e chi invece non ne ha, per definizione o per insostenibile pregiudizio o preclusione.
La laicità, in definitiva, che cos’è se non la libertà di pensare in modo autonomo e fuori dagli steccati dell’ideologia e della certezza dei presupposti che di volta in volta, ed a seconda dei casi, sono ritenuti essenziali per essere “in” e non “out”?
Laico è chi mi consente di esprimermi anche se non condivide ciò che dico.
Da sostenitore della laicità, da vecchia data, quando gli altri erano solo o cattolici o marxisti, sono stato qualche mese fa a Parigi, nel Pantheon, a rendere omaggio a Voltaire, sostando in riflessione dinanzi alla sua tomba. Sono, infatti, tra coloro che ritengono che ci sia un diritto della natura che debba incoraggiare gli uomini ad esprimersi anche quando si hanno idee diverse.
Meditando ho pensato che, in Francia, Voltaire abbia trovato posto tra i grandi della patria. In Italia, invece, non sarebbe stato così. In Italia non c’è la coscienza della laicità: è il paese dei guelfi e ghibellini, dei Don Camillo e Peppone. L’Italia è il Paese delle delegittimazioni, è il paese dove si esalta il coefficiente del disprezzo di qualcuno e si mortifica il richiamo alla ragione ed alla moderazione. E’ il Paese dove c’è chi esalta un Di Pietro e mortifica la dignità nel concedere uno spazio al riformismo socialista nella sinistra democratica.
Uno strano Paese l’Italia! Uno Stato dove anche la magistratura si schiera, anche quando giustamente pone all’attenzione la domanda di legalità che emerge in larghi strati della popolazione.
In Italia abbiamo assistito alla magistratura che discriminava tra uomini e gruppi in una realtà in cui la lotta politica, resa serrata da un lungo periodo di guerra fredda tra due modi differenti di concepire il ruolo dei popoli nel mondo, diventava una lotta tra gruppi arroccati su logiche di potere, distaccata dai problemi della gente, pigra e distratta dai benefici delle gestioni clientelari, elusiva nella salvaguardia dei principi di moralità e trasparenza.
La tutela della legalità che si trasforma così nel discrimine tra le forze politiche accomunate da metodi comuni, in cui la diversità è solo tra due diverse forme organizzative del sistema di malversazione, è come un cancro maligno che intacca la credibilità del sistema democratico.
Una magistratura che da arbitro tra i contendenti, e da severo censore del gioco scorretto, diventa il dodicesimo uomo che calcia il pallone nella porta della squadra avversaria, fomentando persino l’invasione di campo quando il responso elettorale stabilisce la vittoria della squadra contro cui si è schierata, si trasforma drammaticamente da garanzia di legalità a timore di gravi e pericolose involuzioni per l’intero Paese.
Ma è laica una magistratura siffatta?
Perché laico è un insieme di comportamenti che ti pongono ad essere distaccato dalle prese di posizioni definitive. La laicità è il contrario della certezza, è l’aspetto di un pensiero che insinua il dubbio ritenendo le verità aspetti del pensiero lontane dalla possibilità di essere percepite dall’uomo.
Lo Stato, invece, in un sistema democratico deve essere laico. Senza laicismo, e quando si ritiene d'essere già in possesso di inemendabili certezze, diventa confessionale e fondamentalista. Diventa un pericolo per la libertà. Diventa appunto l’antitesi della democrazia liberale.
Sta avvenendo così una strana metamorfosi in Italia. Si spaccia per laica una parte, quella intollerante, e invece per parte omologata ai principi assoluti, quindi privi di spirito laico, la parte che discute e si pone dubbi. Sta avvenendo esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere. Passa per laico chi invoca privilegi per alcuni e per oscurantista chi, invece, ritiene che debbano esserci regole uguali per tutti.
Ora si vuol far passare per laico chi deve per forza condividere scelte, ad esempio, sulla famiglia, sebbene al di fuori della Costituzione, della cultura popolare e della tradizione, anche naturale, che distingue la natura delle unioni per definire l’esistenza di una famiglia. Si accusa, invece, di non esserlo (laico) altri che pongono dubbi e che non sono presi dalle granitiche certezze. Non sarebbero, così, laici coloro che vorrebbero meditare sia sul merito e sia sull’opportunità di modificare l’insieme delle regole e dei principi che sono alla base delle scelte e che implicano, tra l’altro, rilevanti effetti sui diritti civili.
Ora è laico chi non si pone questioni di coscienza su temi di alto profilo morale, come le nascite, mentre sempre oscurantista è chi invece vuole discutere e vorrebbe convincersi della bontà delle scelte. Diviene persino reazionario e maschilista chi, invece è interessato a trovare soluzioni di umanità e di responsabilità sociale dinanzi al dramma che in molte situazioni è presente.
E’ laico impedire al Papa Benedetto XVI, ovvero al colto teologo Prof. Joseph Ratzinger, di diffondere una “lectio magistralis” alla Sapienza di Roma mentre non lo è percepire il divieto come un vulnus alla universalità della cultura?
Si avverte la sensazione che il negazionismo, da una parte, ed il retaggio della cultura marxista che impone l’indicazione di un “nemico” contro cui battersi, stiano creando una sorta di laicismo capovolto in Italia.
Vito Schepisi
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