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19 luglio 2014
Gli assassini della democrazia
E' difficile immaginare cosa sia diventata davvero la magistratura italiana. Per capirlo dovremmo ascoltare con più attenzione gli stessi magistrati che non sopportano più che la loro funzione, nell'interesse dello Stato e della Democrazia, continui ad essere così calpestata a causa di politicanti che hanno sbagliato mestiere, finendo col fare i magistrati, mentre usano gli stessi strumenti della più spregiudicata ed intollerante lotta politica.
Oramai l'emulazione o addirittura l'incapacità di assumersi la responsabilità di poter fare il proprio mestiere, senza lasciarsi condizionare dal "giudizio" dei colleghi, o dal timore di non fare carriera, lascia poco spazio all'autonomia e alla indipendenza della magistratura.
In Italia sono caduti più governi a causa del tentativo di fare una incisiva riforma della magistratura, che non per il cinismo di far pagare ai lavoratori i costi degli abusi e della progressive difficoltà economiche, dovute agli sperperi, alle politiche clientelari, agli abusi e alla prepotenza di chi ha inteso far pagare alle future generazioni la voracità di una classe dirigente inadeguata.
Berlusconi è il primo contribuente italiano. Lui le tasse, al contrario di altri che pure hanno vissuto e speculato alle spalle dei lavoratori italiani, le paga in Italia. E' un imprenditore, e come tutti quelli che sono cresciuti nella prima repubblica non sarà stato proprio uno stinco di santo, ma non ha mai rubato un centesimo ai contribuenti. Non è mai stato al centro di intrighi e di mazzette, né in proprio e né con i suoi più stretti collaboratori. Non si è arricchito facendo politica ed ha sempre pagato dal suo portafoglio anche i costi della sua attività politica. Nessuna indagine l'ha visto coinvolto per fatti di tangenti e di spartizione di bottini. Eppure è l'uomo politico al mondo con la più persistente attenzione giudiziaria.
Ha vinto più elezioni e ne avrebbe vinto ancora di più, senza l'aggressione giudiziaria. E' stato sempre assolto, meno che in una sentenza che ha lasciato molti dubbi su una presunta frode fiscale di pochi milioni di Euro che per il leader di F.I. varrebbero quanto una pizza e birra con la famiglia per un medio impiegato italiano.
Tutto questo dura dal 1994, da quando con F.I., e parlando di Rivoluzione Liberale, ha vinto le elezioni contro gli eredi del vecchio PCI (per pudore dopo la caduta del Muro aveva cambiato nome in PDS).
Nei paesi democratici e liberi le elezioni si vincono nelle urne e non nelle aule dei tribunali.
Se l'Italia non consentirà alle forze politiche democratiche di poter contendere il governo del Paese agli eredi del PCI con i suoi alleati, questo Paese non sarà mai un paese normale.
Se gli italiani non si accorgeranno che tengono a libro paga tutti quei personaggi che si prestano a fare il gioco della rete (sindacale, cooperativa, finanziaria, imprenditoriale, associazionistica) che ruota attorno alla sinistra, e non realizzeranno che il conto lo pagano i contribuenti, questo Paese non sarà mai democratico e libero.
Chi ci taglieggia ogni giorno non è Berlusconi, ma i politici di mestiere, i burocrati, gli affaristi, le cupole, i comitati di affari, i centri di spesa, le caste, i guitti della televisione di Stato, le caste e chi percepisce doppie e triple pensioni, mantenendo persino incarichi pubblici retribuiti.
C'è tanta di quella gente inutile che succhia danaro in eterno ed a volte ancora di più con le reversibilità. Sono parte del potere autoritario che ci opprime. Sono parte delle sventure di questa nostra sventurata Nazione. Sono i sempreverdi, politicamente corretti, buoni per ogni stagione. Sono i parrucconi, i sepolcri imbiancati. Sono gli assassini della nostra democrazia.
La nuova impresa è svenderci alla Merkel, a Schulz, a Juncker ... mentre un pupazzo fiorentino ci riempie di chiacchiere.
Vito Schepisi
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14 ottobre 2013
Letta sta portando l'Italia al collasso
Il Consiglio dei Ministri sta per presentare la legge di stabilità. Le polemiche, i moniti, gli aut aut, le mani in avanti si susseguono a ritmo più serrato man mano che ci si avvicina alla vigilia della presentazione.
Niente di diverso. Prima accadeva la stessa cosa con la legge finanziaria che, a differenza di quella attuale di stabilità, regolava le poste di bilancio, invece che le scelte economiche del Paese.
Dalle indiscrezioni sembra di capire che la legge per l’economia e la finanza italiana si muoverà attorno ad alcune questioni come:
- la trasformazione dell’IMU nella Service tax che sostituirà anche la Tares in una tassa unica sugli immobili, prima o seconda casa che siano, su aliquote che non si discosteranno dall’incidenza voluta da Monti per l’IMU del 7,6 per mille per la prima casa e del 10,6 per mille per le altre. Una patrimoniale mascherata che vedrà l’unificazione della tassa sulla proprietà degli immobili con quella sui rifiuti e sui servizi comunali, con la variante del coinvolgimento degli inquilini alla nuova imposta;
- la rivisitazione delle aliquote IVA. Sembra che sia allo studio l’aumento dell’aliquota, su alcuni beni di consumo, dall’attuale minima del 4% a quella tutta nuova del 7%. Non sono pervenute, invece, ipotesi di riduzione di quella massima del 22%, in vigore già dal primo ottobre di quest’anno per il “colpo di genio” di Letta che in Consiglio dei Ministri ha recitato da offeso;
- la riduzione selettiva del cuneo fiscale alle imprese che assumono e investono (ma quante tra le piccole e medie sono ancora in grado di farlo?) per un costo complessivo di 2,5 miliardi di euro;
- la distribuzione in busta paga dei lavoratori, anche questa selettiva, di tasse per 150/250 euro l’anno per stimolare gli acquisti;
- il taglio su alcuni capitoli di spesa dei ministeri. (Si parla anche di sanità e le regioni sono in subbuglio. Vendola manda a dire al Governo che i tagli alla sanità sarebbero “inaccettabili”. Lo stesso Vendola che ha consentito che sotto la sua gestione si sperperassero due miliardi di Euro. Una faccenda con responsabilità penali ancora tutte da definire, ma con “responsabilità” finanziarie già addossate ai contribuenti pugliesi;
- rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e alcune misure di stimolo alla crescita economica, come la deducibilità del costo del lavoro ai fini dell’IRAP.;
- Allentamento del patto di stabilità degli enti di governo locale con adeguamento alla capacità di spesa creata ai comuni con la “Services tax”.
Saranno sufficienti le misure su esposte a ribaltare le difficoltà economico-finanziarie dello Stato?
Rispondere di si vorrebbe dire solo continuare a prenderci in giro.
L’Italia con queste misure nel 2014 si troverà a navigare in un mare ancora più tempestoso di quello attuale.
Si vuole ancora nascondere al cittadino la gravità della cosa. L’Italia, progressivamente, perde pezzi d’impresa e di lavoro. E’ un’emorragia che non accenna ad arrestarsi perché si pensa di fermarla con interventi superficiali, perché non si ha il coraggio di dire ciò che in Italia non va.
Finché si penserà di coprire le spese aumentando le entrate, non sarà possibile discostarsi dalla discesa verso il baratro.
Vanno fermate le spese.
Il nostro è un Paese che per pagare solo gli interessi sul debito e per la spesa energetica, fuori dai nostri confini, spende quasi quanto le intere entrate irpef dei lavoratori dipendenti.
E’ in moto un processo maniacale che ci sta portando al collasso. Molti lo sanno, ma lo nascondono. Tra un po’, però, non sarà più possibile nascondersi dietro un dito.
Letta basta a giocare! Lei fa come il prestigiatore che all’angolo della piazza fa il gioco delle tre carte. Carta che vince e carta che perde. Ma è pazzesco! Renzi fa le battute e Alfano fa finta di arrabbiarsi. Sulla nostra pelle! O sono tutti pazzi o non hanno capito una mazza.
A questo punto non bastano più le forbici, ci vuole la scure. Tagliare, tagliare, tagliare. Altro che resistere, resistere, resistere. Tagliamo le regioni, ad esempio. Le regioni sono la fonte più proficua del malaffare. Per la spesa sono pozzi senza fondo.
Pensiamo ad una architettura costituzionale della democrazia rappresentativa più snella e più parsimoniosa in cui le autonomie siano attente ai servizi sul territorio, ma con un sistema di controllo sulla congruità della spesa.
Il governo delle larghe intese poteva avere un significato se fosse stato usato per due cose: adottare le misure impopolari, prima di trovarsi fuori tempo massimo, e fare le riforme (Giustizia, Stato, Lavoro).
Doveva portare alla pacificazione sociale, invece ci ha regalato il “ricatto” del PD sulla responsabilità di tenere forzatamente in piedi un Governo d’incapaci.
Vito Schepisi
Niente di diverso. Prima accadeva la stessa cosa con la legge finanziaria che, a differenza di quella attuale di stabilità, regolava le poste di bilancio, invece che le scelte economiche del Paese.
Dalle indiscrezioni sembra di capire che la legge per l’economia e la finanza italiana si muoverà attorno ad alcune questioni come:
- la trasformazione dell’IMU nella Service tax che sostituirà anche la Tares in una tassa unica sugli immobili, prima o seconda casa che siano, su aliquote che non si discosteranno dall’incidenza voluta da Monti per l’IMU del 7,6 per mille per la prima casa e del 10,6 per mille per le altre. Una patrimoniale mascherata che vedrà l’unificazione della tassa sulla proprietà degli immobili con quella sui rifiuti e sui servizi comunali, con la variante del coinvolgimento degli inquilini alla nuova imposta;
- la rivisitazione delle aliquote IVA. Sembra che sia allo studio l’aumento dell’aliquota, su alcuni beni di consumo, dall’attuale minima del 4% a quella tutta nuova del 7%. Non sono pervenute, invece, ipotesi di riduzione di quella massima del 22%, in vigore già dal primo ottobre di quest’anno per il “colpo di genio” di Letta che in Consiglio dei Ministri ha recitato da offeso;
- la riduzione selettiva del cuneo fiscale alle imprese che assumono e investono (ma quante tra le piccole e medie sono ancora in grado di farlo?) per un costo complessivo di 2,5 miliardi di euro;
- la distribuzione in busta paga dei lavoratori, anche questa selettiva, di tasse per 150/250 euro l’anno per stimolare gli acquisti;
- il taglio su alcuni capitoli di spesa dei ministeri. (Si parla anche di sanità e le regioni sono in subbuglio. Vendola manda a dire al Governo che i tagli alla sanità sarebbero “inaccettabili”. Lo stesso Vendola che ha consentito che sotto la sua gestione si sperperassero due miliardi di Euro. Una faccenda con responsabilità penali ancora tutte da definire, ma con “responsabilità” finanziarie già addossate ai contribuenti pugliesi;
- rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e alcune misure di stimolo alla crescita economica, come la deducibilità del costo del lavoro ai fini dell’IRAP.;
- Allentamento del patto di stabilità degli enti di governo locale con adeguamento alla capacità di spesa creata ai comuni con la “Services tax”.
Saranno sufficienti le misure su esposte a ribaltare le difficoltà economico-finanziarie dello Stato?
Rispondere di si vorrebbe dire solo continuare a prenderci in giro.
L’Italia con queste misure nel 2014 si troverà a navigare in un mare ancora più tempestoso di quello attuale.
Si vuole ancora nascondere al cittadino la gravità della cosa. L’Italia, progressivamente, perde pezzi d’impresa e di lavoro. E’ un’emorragia che non accenna ad arrestarsi perché si pensa di fermarla con interventi superficiali, perché non si ha il coraggio di dire ciò che in Italia non va.
Finché si penserà di coprire le spese aumentando le entrate, non sarà possibile discostarsi dalla discesa verso il baratro.
Vanno fermate le spese.
Il nostro è un Paese che per pagare solo gli interessi sul debito e per la spesa energetica, fuori dai nostri confini, spende quasi quanto le intere entrate irpef dei lavoratori dipendenti.
E’ in moto un processo maniacale che ci sta portando al collasso. Molti lo sanno, ma lo nascondono. Tra un po’, però, non sarà più possibile nascondersi dietro un dito.
Letta basta a giocare! Lei fa come il prestigiatore che all’angolo della piazza fa il gioco delle tre carte. Carta che vince e carta che perde. Ma è pazzesco! Renzi fa le battute e Alfano fa finta di arrabbiarsi. Sulla nostra pelle! O sono tutti pazzi o non hanno capito una mazza.
A questo punto non bastano più le forbici, ci vuole la scure. Tagliare, tagliare, tagliare. Altro che resistere, resistere, resistere. Tagliamo le regioni, ad esempio. Le regioni sono la fonte più proficua del malaffare. Per la spesa sono pozzi senza fondo.
Pensiamo ad una architettura costituzionale della democrazia rappresentativa più snella e più parsimoniosa in cui le autonomie siano attente ai servizi sul territorio, ma con un sistema di controllo sulla congruità della spesa.
Il governo delle larghe intese poteva avere un significato se fosse stato usato per due cose: adottare le misure impopolari, prima di trovarsi fuori tempo massimo, e fare le riforme (Giustizia, Stato, Lavoro).
Doveva portare alla pacificazione sociale, invece ci ha regalato il “ricatto” del PD sulla responsabilità di tenere forzatamente in piedi un Governo d’incapaci.
Vito Schepisi
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21 agosto 2013
Uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà…
Franco Nero mi ricorda “Il giorno della civetta”, il romanzo del 1960 di Leonardo Sciascia, uno dei pochi veri intellettuali siciliani impegnati a mettere la sua cultura d’ostacolo contro la mafia.
Nel 1968, infatti, ne è stato tratto un film con Franco Nero che ha interpretato, in modo magistrale, il ruolo del capitano dei carabinieri Bellodi, protagonista principale del film.
Del libro e del film è rimasta come una pietra miliare il dialogo tra il Capitano Bellodi (Franco Nero) ed il Padrino don Mariano a cui Sciascia fa dire:
« Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo… ».
Un ritaglio crudo di una scena del finale. Un dialogo che, per intensità e pregnanza etica, varrebbe da solo l’intero film.
Indimenticabile, così come tale dovrebbe restare questa storia d’oggi, in cui l’attore Nero è chiamato a ricordare alcuni comportamenti incredibili e dai contorni inquietanti, in cui si rivela una giustizia arrogante, usata per soddisfare l’edonismo giustizialista di una categoria d’impiegati pubblici a cui la Costituzione affida compiti di estrema delicatezza e di particolare riservatezza.
Un potere, quello giudiziario, che nelle mani di chi ha solo vinto un concorso, in mancanza di regole di trasparenza e senza obblighi di responsabilità, si può trasformare in resa dei conti, senza che se ne debba dar giustificazione ad alcuno, tantomeno al popolo a cui la Costituzione assegna la sovranità dello Stato ed in nome del quale la stessa Costituzione stabilisce che la Giustizia debba esprimersi.
In Italia c’è una categoria di lavoratori, pagati da tutti noi, a cui non è assegnata una precisa responsabilità nel loro lavoro ed a cui sono invece assegnati poteri enormi che possono incidere in modo determinante sulla vita degli uomini, sulla loro serenità familiare e sulle loro relazioni sociali.
Come si farebbe così a non riflettere sullo stato della nostra democrazia?
Se nel ventennio squadristi e gerarchi s’imponevano e sottomettevano il popolo, comportandosi con arroganza e adottando metodi violenti, che dire di chi minaccia chi gli sta sulle palle dicendo pubblicamente “se mi capiti a tiro ti sfascio”?
Mi ricorda un episodio di Di Pietro, allora magistrato di mani pulite (testimonianza del Procuratore Capo Borrelli) che riferendosi a Berlusconi sembra che a quel tempo abbia detto … “io a quello lo sfascio”.
Vivesse ancora Leonardo Sciascia! Vivesse ancora l’intellettuale che visse da uomo libero in Sicilia e che, tra l’altro, definì “professionisti dell’antimafia” gli affannati “indignati” a tassametro, di cui l’Italia era ed è piena, come erano e son oggi piene e stracolme le categorie dei “pigliainculo” e dei “quaquaraqua”.
Vito Schepisi
30 luglio 2013
Sogno di una notte di mezza estate
Alla mia età i sogni più che nei sospiri si avvolgono in manti di buon senso.
Il mio sogno di una notte di mezza estate si riempie così di speranze e di angosce.
Mi scuserà dalla tomba Shakespeare, ma l’intreccio da commedia fantasiosa e complessa della sua nota opera teatrale mi sembra lo scenario adeguato ad una storia surreale che dura da venti anni e che il buon senso vorrebbe che si concludesse con il classico buon fine.
Oggi o tutt’al più domani dovrebbe chiudersi la storia giudiziaria sui diritti tv di Berlusconi. Mediaset è accusata di frode fiscale. Vero o falso non si saprà mai, non esistendo alcuna prova, neanche indiziaria, di questa accusa.
Se fosse però vero il reato di evasione fiscale, resterebbe il dato che dal 1994 Berlusconi non ha più alcun incarico nelle aziende da lui fondate, essendo, con la sua famiglia, solo l’azionista di maggioranza del Gruppo del Biscione. Esistono, al contrario, sentenze emesse dalla Corte di Cassazione che hanno stabilito, per ben due volte, l’estraneità del leader del centrodestra alla gestione di Mediaset.
Sulla scorta di questo processo, il Tribunale di Milano ha adottato due condanne durissime, in primo e secondo grado, come se il Tribunale nel giudicare non avesse avuto alcun dubbio sulla colpevolezza dell’ex premier: due condanne di gran lunga spropositate, rispetto alla precedente esperienza giudiziaria italiana per i reati di evasione fiscale.
Mancando prove e indizi ci troveremmo ancora una volta dinanzi all’assunto del “non poteva non sapere” che vale per alcuni casi e per altri no, a seconda dell’imputato e dei riti, quasi “privati”, di alcuni uffici giudiziari d’Italia.
Non mi soffermerò oltre, però, sui fatti che con contrapposte ricostruzioni appaiono su tutti i giornali ricchi di particolari e di ricostruzioni, controversi e interpretati a uso e consumo del target dei lettori e delle differenti linee editoriali e lobbistiche.
Solo un’amara riflessione che non si può sottacere: dopo l’allenatore della nazionale di calcio, quella d’ergersi a giudice, pratica alimentata da alcuni giornalisti manettari e da alcuni conduttori-sceneggiatori televisivi, è diventata la seconda aspirazione di milioni d’italiani.
Nella notte di mezza estate, bollente e umida di scirocco, ho sognato che i giudici della Corte di Cassazione, caricatisi d’un moto d’impeto, si soffermassero sulla Giustizia italiana imponendosi di darne dignità; respingessero, annullandole, le due sentenze per consentire che anche in Italia il confronto politico riprendesse come in una normale democrazia liberale.
Ho sognato che dopo l’esperienza vissuta, le forze politiche democratiche prendessero coscienza del corto circuito che si sta creando nel Paese, per effetto d’una parte della magistratura che prevarica il proprio ruolo costituzionale per intimidire, invadere, stabilire, scegliere e affermare principi etici ed ideologici che niente hanno a che fare con la normale gestione della Giustizia.
Ho sognato che si prendesse coscienza delle difficoltà e che per amor di Patria si deponessero le armi per stabilire in modo serio, e senza ipocrisie, quali siano le soluzioni.
In Italia, inaffi, c’è chi vive negli agi, perché privilegiato da un sistema in cui le caste e la burocrazia assorbono, consumano e sprecano le risorse di tutti, e c’è la povera gente che perde il lavoro o non ce la fa ad arrivare alla fine del mese.
In Italia c’è chi parla dei diritti dei gay e vorrebbe l’introduzione dei reati di opinione, anticamera dei regimi autoritari, e ci sono bambini denutriti e abusati e donne violentate.
Ho sognato, così, che dopo questo processo continuo alle scelte degli elettori, la nostra classe dirigente si accorgesse della necessità delle riforme, Giustizia per prima.
Ho sognato che decadessero tutti gli altri processi messi in piedi, in giro per l’Italia, come atti complementari allo scontro politico. Ruby compreso.
Ho sognato una moratoria per le farse e per le ipocrisie.
Poi ho pensato ai personaggi della politica italiana, alla sua classe dirigente, ho pensato ai giornalisti, ho pensato ai magistrati e mi è venuta l’angoscia.
Vito Schepisi
Il mio sogno di una notte di mezza estate si riempie così di speranze e di angosce.
Mi scuserà dalla tomba Shakespeare, ma l’intreccio da commedia fantasiosa e complessa della sua nota opera teatrale mi sembra lo scenario adeguato ad una storia surreale che dura da venti anni e che il buon senso vorrebbe che si concludesse con il classico buon fine.
Oggi o tutt’al più domani dovrebbe chiudersi la storia giudiziaria sui diritti tv di Berlusconi. Mediaset è accusata di frode fiscale. Vero o falso non si saprà mai, non esistendo alcuna prova, neanche indiziaria, di questa accusa.
Se fosse però vero il reato di evasione fiscale, resterebbe il dato che dal 1994 Berlusconi non ha più alcun incarico nelle aziende da lui fondate, essendo, con la sua famiglia, solo l’azionista di maggioranza del Gruppo del Biscione. Esistono, al contrario, sentenze emesse dalla Corte di Cassazione che hanno stabilito, per ben due volte, l’estraneità del leader del centrodestra alla gestione di Mediaset.
Sulla scorta di questo processo, il Tribunale di Milano ha adottato due condanne durissime, in primo e secondo grado, come se il Tribunale nel giudicare non avesse avuto alcun dubbio sulla colpevolezza dell’ex premier: due condanne di gran lunga spropositate, rispetto alla precedente esperienza giudiziaria italiana per i reati di evasione fiscale.
Mancando prove e indizi ci troveremmo ancora una volta dinanzi all’assunto del “non poteva non sapere” che vale per alcuni casi e per altri no, a seconda dell’imputato e dei riti, quasi “privati”, di alcuni uffici giudiziari d’Italia.
Non mi soffermerò oltre, però, sui fatti che con contrapposte ricostruzioni appaiono su tutti i giornali ricchi di particolari e di ricostruzioni, controversi e interpretati a uso e consumo del target dei lettori e delle differenti linee editoriali e lobbistiche.
Solo un’amara riflessione che non si può sottacere: dopo l’allenatore della nazionale di calcio, quella d’ergersi a giudice, pratica alimentata da alcuni giornalisti manettari e da alcuni conduttori-sceneggiatori televisivi, è diventata la seconda aspirazione di milioni d’italiani.
Nella notte di mezza estate, bollente e umida di scirocco, ho sognato che i giudici della Corte di Cassazione, caricatisi d’un moto d’impeto, si soffermassero sulla Giustizia italiana imponendosi di darne dignità; respingessero, annullandole, le due sentenze per consentire che anche in Italia il confronto politico riprendesse come in una normale democrazia liberale.
Ho sognato che dopo l’esperienza vissuta, le forze politiche democratiche prendessero coscienza del corto circuito che si sta creando nel Paese, per effetto d’una parte della magistratura che prevarica il proprio ruolo costituzionale per intimidire, invadere, stabilire, scegliere e affermare principi etici ed ideologici che niente hanno a che fare con la normale gestione della Giustizia.
Ho sognato che si prendesse coscienza delle difficoltà e che per amor di Patria si deponessero le armi per stabilire in modo serio, e senza ipocrisie, quali siano le soluzioni.
In Italia, inaffi, c’è chi vive negli agi, perché privilegiato da un sistema in cui le caste e la burocrazia assorbono, consumano e sprecano le risorse di tutti, e c’è la povera gente che perde il lavoro o non ce la fa ad arrivare alla fine del mese.
In Italia c’è chi parla dei diritti dei gay e vorrebbe l’introduzione dei reati di opinione, anticamera dei regimi autoritari, e ci sono bambini denutriti e abusati e donne violentate.
Ho sognato, così, che dopo questo processo continuo alle scelte degli elettori, la nostra classe dirigente si accorgesse della necessità delle riforme, Giustizia per prima.
Ho sognato che decadessero tutti gli altri processi messi in piedi, in giro per l’Italia, come atti complementari allo scontro politico. Ruby compreso.
Ho sognato una moratoria per le farse e per le ipocrisie.
Poi ho pensato ai personaggi della politica italiana, alla sua classe dirigente, ho pensato ai giornalisti, ho pensato ai magistrati e mi è venuta l’angoscia.
Vito Schepisi
19 giugno 2013
Desirèe chi ama la Giustizia è con te
Le motivazioni della prima commissione del CSM per l'avvio della procedura per incompatibilità ambientale a carico della PM Desirèe Digeronimo lasciano allibiti.
Com’è noto, tutto è iniziato con una lettera riservata dei PM Digeronimo e Bretone ai Capi della Procura e al Presidente del Tribunale di Bari.
Nella lettera, finita "misteriosamente" sulla stampa, i due PM segnalavano circostanze che, a loro avviso, avrebbero dovuto indurre il magistrato che aveva assolto Vendola ad astenersi dal Giudizio.
La pubblicazione della lettera ha mosso 26 magistrati di “Area”, corrente della sinistra ideologica della magistratura, a censurare e chiedere il trasferimento della sola Digeronimo per incompatibilità ambientale.
Nell’istruttoria aperta, la prima commissione del CSM ha formulato alcune ipotesi di responsabilità. Tra queste, imputa alla Dr. Digeronimo conflittualità con esponenti del Foro barese.
Come se le dispute tra accusa e difesa siano sempre state serene discussioni tra amici.
Avendo in memoria la lettera aperta di Vendola dell'estate del 2009: «La sua indagine sta diventando lo strumento di una campagna che mira a colpire la mia persona», sarebbe interessante conoscere i nomi degli assistiti dei legali che hanno lamentato questa conflittualità.
Ma sarebbe ancora più interessante sapere, magari dal CSM, cosa debba fare un magistrato onesto che non ci sta ad usare la giustizia facendosi dominare dalle passioni e dai pregiudizi.
La prima commissione del CSM rileva, inoltre, che la PM Digeronimo ha per amica il medico Dr. Paola D’Aprile che a sua volta è amica del Direttore Generale delle Asl pugliesi Lea Cosentino, ma gli Ordinamenti democratici della nostra Repubblica non vietano ad un magistrato il diritto di vivere la normale vita sociale della propria città.
Avere un'amica è tutt'altro che un fatto disciplinarmente rilevante. Sarebbe, invece, più rilevante avere rapporti di amicizia con un imputato o con un suo parente stretto, e poi giudicarlo.
Nel caso specifico, non si può sostenere che l'amicizia con una persona possa aver messo in pericolo l'imparzialità del PM, quando la persona in questione non ha nessun conto da chiarire con la giustizia. E non risulta, infine, che il PM Digeronimo abbia avuto occhi di riguardo per il Direttore delle Asl pugliesi Lea Cosentino, quando, come appare dagli atti giudiziari compiuti, l'ha indagata e trascinata in giudizio per rispondere di ipotesi di reato.
Vito Schepisi
10 marzo 2013
Sviluppo, Giustizia, Istituzioni
L'Italia ha bisogno di un Governo che abbia la possibilità e la forza politica di raddrizzare la barca. Ha bisogno di un esecutivo che si occupi di almeno tre cose con urgenza.
La prima in assoluto è lo sviluppo puntando sulla liberalizzazione del mercato del lavoro, sulla ricostituzione del potere di acquisto delle famiglie, sulle defiscalizzazioni per le imprese, sull'azzeramento degli oneri a carico dei datori di lavoro per le nuove assunzioni e sugli incentivi per alcuni settori strategici. Tra le priorità si pensi ad un piano casa per le nuove famiglie; si pensi all'abbattimento dell'IMU sulla prima casa; si pensi a riportare l'IVA al 20%.
Bisogna porre riparo ai guasti di Monti.
La seconda questione è la giustizia. Peggio di così in Italia non può andare. Non è un caso che la giustizia italiana sia agli ultimi posti al mondo. La peggiore in Europa. La giustizia è diventata una "variabile indipendente" nella galassia di un concetto mal interpretato di democrazia. E’ un bastimento carico di zavorra che affonda trascinandosi l’intero Paese. Mancano regole e limiti, manca responsabilità, manca il carattere democratico del suo Ordinamento. E’ pervasa dall’arroganza di protagonisti incapaci di rispettare le regole della legalità ed i principi dell'uguaglianza.
La terza questione attiene alle riforme. L'Italia ha bisogno di un assetto istituzionale che gli garantisca la governabilità e il rispetto della sovranità popolare. Va rivista la legge elettorale e vanno introdotte alcune forme di democrazia diretta. E’ sempre necessario, però, un quadro parlamentare di riferimento che abbia carattere di continuità e che garantisca l’impegno e il sostegno politico all'esecutivo scelto dagli elettori. Non è pensabile, invece, proporre il sistema assembleare in cui prevale sempre il più prepotente e chi grida di più. Né è possibile, infine, farneticare sulla democrazia del web, conoscendone, invece, le sue derive autoritarie e la sua predisposizione a essere veicolo di rozze e odiose parole d'ordine.
Vito Schepisi
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14 novembre 2012
I due PM che a Bari hanno sostenuto l’accusa di abuso d’ufficio contro Vendola non ci stanno all’assoluzione
A Bari - sostenevo alcuni giorni fa - è stato scippato un reato.
Dire, infatti, che un reato non sussiste è cosa diversa dal dire che l'intenzionalità del reato e il suo fine non sono stati ritenuti rilevanti.
Ma il reato c'era!
Non si può dire che non ci fosse l'abuso d'ufficio, per aver fatto valere la posizione dominante di Governatore pugliese, nel riaprire i termini di un concorso per primario.
E per il reato la condanna è obbligatoria.
Si era capito che il reato era stato scippato sin da quando, qualche giorno prima della sentenza, il governatore pugliese aveva annunciato che avrebbe lasciato la politica in caso di condanna.
Questa sua sicurezza può essere la prova evidente di una certezza già anticipatamente maturata.
Ve lo immaginate Vendola fuori dalla politica dopo che di questa si è nutrito da sempre?
«Già prima del processo eravamo a conoscenza che la dottoressa De Felice fosse amica della sorella di Vendola, Patrizia. Li lega una amicizia diretta, sia la frequentazione di amici in comune quali il collega e attuale senatore Gianrico Carofiglio e la moglie dottoressa Pirrelli, sostituto di questo ufficio, entrambi amici stretti di Patrizia Vendola».
Queste cose le dicono i due magistrati baresi titolari dell’inchiesta su Vendola. Ai due PM, infatti, la conclusione della vicenda non è andata giù.
Si può non essere ritenuti responsabili del reato, se ne può ridurre la portata, motivandolo con finalità di bene, non cancellarlo. Non "non sussiste".
Non scherziamo con la Giustizia!
Per i magistrati baresi Desirée Digeronimo e Francesco Bretone, titolari dell'inchiesta che aveva portato Vendola al rinvio a giudizio per abuso d'ufficio, il Giudice che con rito abbreviato ha mandato assolto Vendola, perché il reato “non sussiste”, avrebbe avuto le giuste ragioni per astenersi dal giudicare il fratello della sua amica.
Il Gip che ha emesso la sentenza, d’altra parte, consapevole di voci che circolavano, respingendo la circostanza dell’amicizia con la sorella di Vendola, aveva chiesto con motivazione scritta al capo del suo ufficio di potersi astenere, ma la sua richiesta era stata respinta.
L’episodio e il gip che ha assolto Vendola sono così oggi al centro di un carteggio tra i due sostituti, il procuratore capo e il procuratore generale di Bari.
Ora resta la curiosità di capire se in Italia la parola Giustizia ha ancora un suo significato
Vito Schepisi
20 ottobre 2012
Nessuno tocchi Sallusti
Il carcere può essere il luogo in cui si sconta una pena per
un crimine commesso, ma può anche essere il luogo che separa con le sbarre, la
luce del sole dalla libertà di godere sia della luce, che del sole.
Il carcere non interrompe ciò che è fuori, non separa il processo costante della natura dalla vita in ogni luogo, impedisce invece di vivere con la gente con cui si vuole farlo, nel luogo, tra le intimità e nella sfera privata che ciascuno è libero di scegliere.
Il carcere interrompe la gioia, smorza il sorriso, separa la libertà dei pensieri dalla forzata costrizione del corpo. Mortifica la dignità dell’individuo, per chi la possiede e per chi opera e vive nel giusto.
Il carcere senza una colpa è un abuso, è esso stesso un crimine.
C’è un’opinione di quei democratici e liberali, che per formazione sono garantisti, che asserisce che sia preferibile avere 100 colpevoli in libertà che un uomo innocente in carcere.
Se s’incatena, invece, un innocente per le sue idee, e se ciò avviene con pervicace consapevolezza e con cinica indifferenza, sono in pericolo le garanzie della democrazia.
Traballa, così, ancor più la Giustizia del nostro Paese, già messa male di suo, e con essa tutti i principi fondamentali della democrazia, e quindi la libertà stessa del nostro popolo.
Dove sono i democratici?
Dove gli antifascisti in attività professionale che, nostro malgrado, per dire sciocchezze e per asserire ovvietà, abbiamo coltivato e nutrito per anni?
Trovarsi privati della libertà, per gli innocenti, è la cosa più drammatica che ci sia: è una violenza contro l’onestà; è la contraddizione di ogni radicato principio di lealtà.
Se tra i valori degli uomini c’è anche quello di esprimere serenamente le proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano, l’ingiustizia annulla d’un colpo tutti i valori con cui gli uomini onesti hanno regolato la propria vita
Quanti non hanno mai citato Voltaire che sosteneva “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”?
Per Alexis de Tocqueville la stampa era la garanzia stessa della libertà: “Amo la libertà della stampa più in considerazione dei mali che previene che per il bene che essa fa”.
Ed infine Luigi Einaudi che a difesa del pluralismo delle opinioni diceva che “il solo fondamento della verità è la possibilità di negarla”.
La libertà è soprattutto pluralismo, garanzie, opinioni diverse. E’ vero che è anche responsabilità, è lecito che si paghi per i propri errori, per i danni che si provocano agli altri, ma non si può pagare col carcere un’opinione, né si può pensare che, per quanto esagerata e paradossale possa essere un’opinione, costituisca un danno così irreparabile per chi la subisce.
Quattordici mesi di carcere per un’opinione che non ha fatto del male nessuno, non è solo un’esagerazione ma un’ingiustizia: non è accettabile.
Non lo sarebbe un sol giorno di carcere, ma subirlo perché si ha solo la responsabilità oggettiva dell’opinione di una terza persona è da regime autoritario: è fuori dal mondo civile.
Chi tocca Sallusti, ci toglie 65 anni di democrazia, ed è una nuova vergogna che vorremmo che sia risparmiata a questo nostro già sventurato Paese.
Il carcere non interrompe ciò che è fuori, non separa il processo costante della natura dalla vita in ogni luogo, impedisce invece di vivere con la gente con cui si vuole farlo, nel luogo, tra le intimità e nella sfera privata che ciascuno è libero di scegliere.
Il carcere interrompe la gioia, smorza il sorriso, separa la libertà dei pensieri dalla forzata costrizione del corpo. Mortifica la dignità dell’individuo, per chi la possiede e per chi opera e vive nel giusto.
Il carcere senza una colpa è un abuso, è esso stesso un crimine.
C’è un’opinione di quei democratici e liberali, che per formazione sono garantisti, che asserisce che sia preferibile avere 100 colpevoli in libertà che un uomo innocente in carcere.
Se s’incatena, invece, un innocente per le sue idee, e se ciò avviene con pervicace consapevolezza e con cinica indifferenza, sono in pericolo le garanzie della democrazia.
Traballa, così, ancor più la Giustizia del nostro Paese, già messa male di suo, e con essa tutti i principi fondamentali della democrazia, e quindi la libertà stessa del nostro popolo.
Dove sono i democratici?
Dove gli antifascisti in attività professionale che, nostro malgrado, per dire sciocchezze e per asserire ovvietà, abbiamo coltivato e nutrito per anni?
Trovarsi privati della libertà, per gli innocenti, è la cosa più drammatica che ci sia: è una violenza contro l’onestà; è la contraddizione di ogni radicato principio di lealtà.
Se tra i valori degli uomini c’è anche quello di esprimere serenamente le proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano, l’ingiustizia annulla d’un colpo tutti i valori con cui gli uomini onesti hanno regolato la propria vita
Quanti non hanno mai citato Voltaire che sosteneva “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”?
Per Alexis de Tocqueville la stampa era la garanzia stessa della libertà: “Amo la libertà della stampa più in considerazione dei mali che previene che per il bene che essa fa”.
Ed infine Luigi Einaudi che a difesa del pluralismo delle opinioni diceva che “il solo fondamento della verità è la possibilità di negarla”.
La libertà è soprattutto pluralismo, garanzie, opinioni diverse. E’ vero che è anche responsabilità, è lecito che si paghi per i propri errori, per i danni che si provocano agli altri, ma non si può pagare col carcere un’opinione, né si può pensare che, per quanto esagerata e paradossale possa essere un’opinione, costituisca un danno così irreparabile per chi la subisce.
Quattordici mesi di carcere per un’opinione che non ha fatto del male nessuno, non è solo un’esagerazione ma un’ingiustizia: non è accettabile.
Non lo sarebbe un sol giorno di carcere, ma subirlo perché si ha solo la responsabilità oggettiva dell’opinione di una terza persona è da regime autoritario: è fuori dal mondo civile.
Chi tocca Sallusti, ci toglie 65 anni di democrazia, ed è una nuova vergogna che vorremmo che sia risparmiata a questo nostro già sventurato Paese.
Vito Schepisi
01 ottobre 2012
Dove eravamo rimasti?
Con la giustizia italiana non è possibile fornire una risposta. E’ come se non si fosse mossa di un millimetro. Qui i concetti di spazio, d’inizio e di fine non esistono.
Quello della Giustizia giusta è un processo che, invece di svolgersi, s’involve col tempo. Più una marcia indietro che una in avanti. L’idea è quella di un movimento continuo che va da su in giù e viceversa e che si abbatte martellante: un congegno diabolico che schiaccia chi si trova nel mezzo.
A volte nulla è peggio del niente, perché il “niente” è offensivo.
Siamo rimasti al punto di partenza. Siamo su un binario morto. La Giustizia nell’Italia “democratica” non esiste ancora, e si hanno seri dubbi che mai ci sarà.
C’è una fiction in tv che, riprendendo il Caso Tortora, ripropone sempre la stessa domanda. Tortora dopo anni di persecuzione giudiziaria, già minato nel fisico dalla malattia, ritorna in tv e chiede al suo pubblico: “Dove eravamo rimasti?”
E’ la stessa domanda che la gente si pone dinanzi alle sentenze della magistratura italiana, dinanzi alla Giustizia spettacolo, al carcere per gli innocenti, alle faide nelle Procure, alle condanne durissime per chi esprime opinioni, all’irresponsabilità di chi usa il potere e l’autonomia giudiziaria per fini diversi dagli atti di Giustizia, all’uso dei pentiti nelle mani di pubblici ministeri che inseguono i loro teoremi.
Tortora è diventato l’uomo simbolo della malagiustizia italiana. Enzo Tortora era un uomo gentile, un uomo liberale, un padre e un marito esemplare, era un uomo amato dal pubblico per la sua signorilità, era un uomo mite, sincero e leale. Ma Enzo Tortora era anche l’uomo che la tv di stato italiana, monopolista e lottizzata, aveva messo in naftalina per anni perché indomabile, perché non plasmabile, perché non assimilabile. Era l’uomo sgradito ai partiti, di maggioranza e di opposizione, consociati per l’esercizio del potere mediatico-formativo.
Il conduttore di Portobello, fortunata trasmissione televisiva che faceva record di ascolti, aveva la colpa di essere un uomo libero.
Dove eravamo rimasti?
Caro Tortora, siamo rimasti alla fine perché niente è mai iniziato.
Le motivazioni della sentenza del Tribunale di Napoli che condannava nel settembre del 1985 Enzo Tortora a 10 anni di carcere sono un capolavoro della letteratura forcaiola: "L'appartenenza del Tortora alla Nuova Camorra Organizzata è stata provata attraverso le dichiarazioni di Pandico, D'Amico, Federico e, principalmente, di Barra, D'Agostino ed Incarnato. Tutte queste accuse hanno trovato adeguati e convincenti elementi obiettivi di riscontro. L'attività di spacciatore di stupefacenti (cocaina) del Tortora è stata dimostrata anche attraverso le testimonianze di Castellini, Margutti, Villa e la chiamata in correità di Melluso, tutte prove sorrette da ulteriori elementi di riscontro: il quadro che esce fuori al termine della presente esposizione, ci fa indiscutibilmente vedere la vera faccia di Enzo Tortora, un pericoloso spacciatore di sostanze stupefacenti"."Il Tortora ha infatti dimostrato di essere un individuo estremamente pericoloso, riuscendo a nascondere per anni in maniera egregia le sue losche attività ed il suo vero volto, quello di un cinico mercante di morte”.
Dunque, dove eravamo rimasti? Gli accusatori di Tortora erano criminali incalliti, camorristi, assassini, spacciatori, imputati nello stesso processo, pentiti che si ricordavano i fatti a distanza di tempo, a catena, senza veri riscontri, in contraddizione tra loro e con alcune situazioni oggettive. Alcuni dichiaravano cose inverosimili o incontri con personaggi che erano in posti diversi, alcuni in galera.
Niente! Enzo Tortora doveva essere un mostro, un “individuo estremamente pericoloso”, un “cinico mercante di morte”. Eppure in una relazione dei carabinieri al processo si leggeva: "in ogni caso non è emerso alcun collegamento fra il presentatore Enzo Tortora e gli elementi indicati”. E’ stato condannato, però, ed è stato tenuto in carcere.
Gli è stata distrutta la vita. Il colpo di grazia, ancor più mostruoso, gli è venuto dalla gran parte dei suoi colleghi giornalisti, alcuni veri mercanti di morte della giustizia e del pluralismo. L’uomo si è trovato improvvisamente isolato, incredulo, afflitto. A difenderlo in pochi, tra questi da ricordare Giuliano Ferrara, i radicali di Pannella ed i liberali di Zanone e di Biondi.
Pannella lo candidò e fu eletto Parlamentare Europeo. Tortora rinunciò all’immunità e andò in carcere e poi ai domiciliari, quando la salute iniziò a minarlo nel fisico. Al processo il PM lo accusò di essere stato eletto con i voti della camorra. Partì la reazione indignata di Tortora che gridò “ E’ un’indecenza” e gli valse un’ulteriore incriminazione a cui il Parlamento Europeo, dignitosamente, all’unanimità, respinse l’autorizzazione a procedere.
Enzo Tortora, innocente, fu condannato a 10 anni, andò in carcere e si dimise da Parlamentare Europeo. In Appello emersero tutte le falsità e le contraddizioni. Fu assolto e l’assoluzione fu confermata definitivamente in Cassazione, ma era già troppo tardi.
Poi non è successo niente. Tutto continua come prima nell’Italia gattopardesca.
Vito Schepisi
28 settembre 2012
Non si può fare la "guerra" politica con la giustizia
Circola la notizia che si vorrebbe far ricorso a provvedimenti straordinari, come l'indulto e l'amnistia, per salvare dal carcere Sallusti.
Sembrerebbe che sia questa l’idea del Quirinale con l’obiettivo di servirsi del caso Sallusti anche per svuotare le carceri.
Non sarei pregiudizialmente contrario all'indulto e all'amnistia. Sarebbe da evitare che la clemenza arrivi ai rei di tutti i reati contro le persone e quelli di grave pericolosità sociale.
Il provvedimento andrebbe messo a punto da uomini civili, e intendo da persone civili, perché anche Sallusti è stato dichiarato socialmente pericoloso, ed è evidente che questa è stata una cosa incivile.
Pensare, però, di giocare sulla pelle di Sallusti, per far passare questo provvedimento sarebbe inaccettabile.
Se si ha la credibilità politica ed istituzionale per fare accettare al Paese il provvedimento di amnistia e di indulto, lo si faccia.
Le motivazioni ci sono e sono anche certo che, se spiegate bene, gli italiani saprebbero comprenderle.
Se spiegate bene!
Perché agli italiani si deve spiegare lo stato comatoso della giustizia italiana.
I tribunali, infatti, sono affogati di procedimenti che finiranno inevitabilmente in prescrizione e che assorbono risorse economiche, inutilmente e senza effetti pratici.
Ci sono magistrati che si esercitano a impiantare teoremi che finiscono inevitabilmente per diventare campagne di cronaca giudiziaria di grande effetto, con palate di fango, ma privi di assoluta consistenza giuridica.
Le carceri, inoltre, contengono quasi il 50% in più di detenuti rispetto alla loro capienza.
Tra i carcerati, ancora, ci sono tantissimi in attesa di giudizio e questa è anche una barbarie.
Sallusti, però, ha il diritto di chiedere che gli sia comminata tutt’al più una sanzione amministrativa, per un presunto omesso controllo, ma solo per la parziale veridicità della notizia, non per l’opinione espressa da Deyfrus-Farina.
La condanna penale, però, deve essere cancellata, per manifesta ingiustizia e per esagerata astiosità nei suoi confronti.
Ora come si possa arrivare a rendere giustizia a Sallusti sono fatti di chi ci ha portato in queste condizioni. Se non saranno capaci di trovare la strada, si potrebbero dimettere, come tutti coloro che fanno qualcosa di irreparabile.
Pensare che una persona innocente, onesta, civile vada in galera nell’indifferenza e nell’irresponsabilità, sarebbe un assurdo. Non si può, invece, cancellare l'offesa alla civiltà e la discriminazione politica e intellettuale con un provvedimento di riduzione della pena o di un perdono.
Scherziamo?
Sallusti non ha commesso nessun reato, eppure un Tribunale, una Corte di Appello e la Corte di Cassazione gli hanno comminato 14 mesi di carcere da scontarsi in cella, senza condizionale e senza attenuanti.
E’ pazzesco! Non esiste! Dimissioni!!! Il CSM che ci sta a fare?
Se Sallusti finisse in cella, vorrebbe dire che questa Italia sarebbe irrecuperabile alla democrazia e alla civiltà. Sarebbe molto pericoloso che accadesse. Abbiamo già avuto il fascismo, ora non ci vogliamo svegliare in un altro regime. Perché di questo passo i margini per la democrazia non ce ne sarebbero più.
Come si potrebbe, se non ci fidassimo più della giustizia?
Su queste cose non si può giocare.
Il messaggio da trasmettere al Paese deve essere chiaro. Si deve cambiare registro. La Giustizia deve essere una cosa seria e deve funzionare con serietà e rigore, ma civilmente
Non si può fare la "guerra" politica con la Giustizia.
Vito Schepisi
Sembrerebbe che sia questa l’idea del Quirinale con l’obiettivo di servirsi del caso Sallusti anche per svuotare le carceri.
Non sarei pregiudizialmente contrario all'indulto e all'amnistia. Sarebbe da evitare che la clemenza arrivi ai rei di tutti i reati contro le persone e quelli di grave pericolosità sociale.
Il provvedimento andrebbe messo a punto da uomini civili, e intendo da persone civili, perché anche Sallusti è stato dichiarato socialmente pericoloso, ed è evidente che questa è stata una cosa incivile.
Pensare, però, di giocare sulla pelle di Sallusti, per far passare questo provvedimento sarebbe inaccettabile.
Se si ha la credibilità politica ed istituzionale per fare accettare al Paese il provvedimento di amnistia e di indulto, lo si faccia.
Le motivazioni ci sono e sono anche certo che, se spiegate bene, gli italiani saprebbero comprenderle.
Se spiegate bene!
Perché agli italiani si deve spiegare lo stato comatoso della giustizia italiana.
I tribunali, infatti, sono affogati di procedimenti che finiranno inevitabilmente in prescrizione e che assorbono risorse economiche, inutilmente e senza effetti pratici.
Ci sono magistrati che si esercitano a impiantare teoremi che finiscono inevitabilmente per diventare campagne di cronaca giudiziaria di grande effetto, con palate di fango, ma privi di assoluta consistenza giuridica.
Le carceri, inoltre, contengono quasi il 50% in più di detenuti rispetto alla loro capienza.
Tra i carcerati, ancora, ci sono tantissimi in attesa di giudizio e questa è anche una barbarie.
Sallusti, però, ha il diritto di chiedere che gli sia comminata tutt’al più una sanzione amministrativa, per un presunto omesso controllo, ma solo per la parziale veridicità della notizia, non per l’opinione espressa da Deyfrus-Farina.
La condanna penale, però, deve essere cancellata, per manifesta ingiustizia e per esagerata astiosità nei suoi confronti.
Ora come si possa arrivare a rendere giustizia a Sallusti sono fatti di chi ci ha portato in queste condizioni. Se non saranno capaci di trovare la strada, si potrebbero dimettere, come tutti coloro che fanno qualcosa di irreparabile.
Pensare che una persona innocente, onesta, civile vada in galera nell’indifferenza e nell’irresponsabilità, sarebbe un assurdo. Non si può, invece, cancellare l'offesa alla civiltà e la discriminazione politica e intellettuale con un provvedimento di riduzione della pena o di un perdono.
Scherziamo?
Sallusti non ha commesso nessun reato, eppure un Tribunale, una Corte di Appello e la Corte di Cassazione gli hanno comminato 14 mesi di carcere da scontarsi in cella, senza condizionale e senza attenuanti.
E’ pazzesco! Non esiste! Dimissioni!!! Il CSM che ci sta a fare?
Se Sallusti finisse in cella, vorrebbe dire che questa Italia sarebbe irrecuperabile alla democrazia e alla civiltà. Sarebbe molto pericoloso che accadesse. Abbiamo già avuto il fascismo, ora non ci vogliamo svegliare in un altro regime. Perché di questo passo i margini per la democrazia non ce ne sarebbero più.
Come si potrebbe, se non ci fidassimo più della giustizia?
Su queste cose non si può giocare.
Il messaggio da trasmettere al Paese deve essere chiaro. Si deve cambiare registro. La Giustizia deve essere una cosa seria e deve funzionare con serietà e rigore, ma civilmente
Non si può fare la "guerra" politica con la Giustizia.
Vito Schepisi
08 marzo 2012
Il Ministro Riccardi e la vecchia politica

Il Ministro Riccardi s'è lasciato andare a valutazioni inusitate per un Ministro che è là soprattutto per il sostegno del maggior partito della coalizione. Sembra che riferendosi alla rinuncia di Alfano a partecipare ad un vertice dei partiti a Palazzo Chigi, per discutere (solo) di Rai e giustizia, abbia detto "Alfano mi fa schifo".
C'è invece chi è schifato per i tentativi di rinnovare il metodo delle spartizioni e degli inciuci.
Sulla Rai non c'è niente da discutere tra i partiti.
Se ne stiano fuori!
Per la Giustizia non ci sono accordi che tengano per compiacere chi è in fibrillazione per la responsabilità civile dei magistrati, ad esempio.
Le priorità di questo Governo sono tutte riferite ai provvedimenti sull'economia e sul lavoro: nessun compromesso politico su altro.
Il Governo tecnico nasce per la necessità di dare al Paese una larga maggioranza per portare a termine riforme strutturali in tema di tagli alla spesa e di politiche di sviluppo.
Per la Giustizia le priorità sono quelle di sempre: separazione della carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti; responsabilità civile dei magistrati; maggiori garanzie per la difesa (la parte più debole del sistema processuale); la legge anticorruzione; la questione ancora aperta delle intercettazioni.
Su questi temi non sono ammissibili compromessi con i partiti ed il Governo. Questi temi siano affrontati in Parlamento e se ne discuta in quella sede. Ci sono, infatti, già iniziative e proposte di legge su cui confrontarsi alla luce del sole.
Ebbene se al Ministro Riccardi fa schifo Alfano, perchè il segretario del Pdl rifiuta le logiche spartitorie e i "teatrini della politica", ci sono altri a cui fa schifo chi non riesce a capire, e fa il ministro, o addirittura chi si mostri connivente con questi metodi della vecchia politica.
Si parla di trasparenza e poi .... c'è ancora chi si schiera con Bersani e Casini?
Vito Schepisi
04 ottobre 2011
La Giustizia. Sempre la Giustizia!

In queste ore c’è una domanda che aleggia in tutti noi. Una domanda a cui la macchina giudiziaria non è stata in grado di fornire una risposta esauriente. Ci chiediamo cosa sia accaduto veramente in quella maledetta sera, tra l’uno e il due novembre del 2007, in quella casa, in Via della Pergola, a Perugia. Ci chiediamo se ci sia stato qualcuno che insieme a Rudy Guedè ha stroncato la vita a una giovane ragazza inglese. Non si può morire così a 22 anni, senza che la verità salti fuori, e senza che i colpevoli ne rispondano dinanzi alla legge.
Meredith Kercher ha pagato con la vita non solo la sua voglia di vivere, di conoscere e di crescere, come tutti i giovani della sua età, ma anche per la follia di un Paese, come l’Italia, così distratto da altro, tanto da sottovalutare quella violenza che miete vittime innocenti, giorno dopo giorno, nell’indifferenza di tanti, e senza che il nostro sistema giudiziario faccia qualcosa per impedirlo, e senza che la legge riesca mai a rendere alle vittime piena giustizia.
Si ha l’impressione che nel bel Paese ci sia poca attenzione verso l’esercito di sbandati che vive alla giornata, che si mantiene ai limiti della legalità, se non proprio nel campo avverso al vivere civile. Dimorano nelle nostre città personaggi che vivono di espedienti, molti in clandestinità, o tanti altri, per quanto con regolare permesso di soggiorno o di nazionalità italiana, come se lo fossero. Tante persone che non hanno fissa dimora, dediti alle attività più disparate e spesso pronti a diventare, alla prima occasione, protagonisti di efferati delitti.
Chi esulta per la sentenza di assoluzione ha le sue buone ragioni. Non li ha, invece, chi protesta perché si aspettava la condanna dei due ragazzi. Non si possono mantenere chiusi, in carcere, e lo sono stati già per 4 anni, due giovani di 24 e di 27 anni: Amanda Knox e Raffaele Sollecito, solo per tener dietro alla tesi accusatoria, basata su alcuni deboli aspetti indiziari e senza una prova concreta.
La Procura di Perugia non è stata in grado di fornire niente di più. Gli aspetti indiziari sono cosa ben diversa dalle prove. Una condanna, come quella che chiedeva la pubblica accusa, all’ergastolo, non poteva essere inflitta su alcuni indizi o sulla ricostruzione di un’ipotesi accusatoria priva, però, di sostanziali riscontri. Non si può chiedere, infatti, il carcere a vita per due ragazzi senza la certezza della colpevolezza. Sarebbe stato, persino, legittimo aspettarsi dalla Procura la richiesta di assoluzione dei due imputati per insufficienza di prove. Quest’aspetto, non secondario per la funzione di un Pubblico Ministero in una società democratica, fa pensare a quanta strada debba percorrersi perché la Giustizia italiana sia un servizio reso alla legalità e alla civiltà del diritto, piuttosto che materia per una categoria di “palestrati” con i muscoli gonfiati di giustizialismo.
Nel processo a carico dei due giovani non sono emerse prove, ma solo elementi indiziari. La fase istruttoria iniziale, per altro, è apparsa contraddittoria, ai limiti del necessario comportamento umano e delle dovute misure di garanzia. Una ragazzina straniera di 20 anni, senza alcuna assistenza legale, è stata trattenuta e sottoposta ad uno stress così intenso, come può essere in un interrogatorio per un caso di omicidio. Una ragazzina che si è trovata ad affrontare situazioni e criticità più grandi di lei, senza comprendere niente delle leggi italiane, senza un benché minimo sostegno morale, senza un riferimento di comprensione. Così: confusa e spaventata.
Innocenti? Colpevoli i due ragazzi? Chi poteva dirlo?
In primo grado, però, c’è stata una condanna pesante, tanto da doversi chiedere come sia stato possibile passare da una condanna, che non lasciava ombra di dubbio, all’assoluzione con formula piena, per non aver commesso il fatto.
Meglio, però, un colpevole a piede libero che non un innocente privato della sua libertà, condannato al carcere per 25 o 26 anni. In questo concetto è radicata tutta quella materia che è definita come “civiltà del diritto”. Nel garantismo convivono tanti anni di storia per l’indipendenza e per la libertà, il senso comune, l’umanesimo liberale a garanzia dell’individuo. Perché gli uomini siano essere umani, non bestie, anche se spesso capita di doversi ricreder, dinanzi alle continue manifestazioni d’accanimento e di acredine giudiziaria.
La giustizia riempie le cronache quotidiane. Non appare certo materia condivisa, come invece dovrebbe. Si chiudono gli occhi sui delitti che provocano inquietudine sociale - le nostre città diventano sempre più invivibili - per correre invece dietro a teoremi e pregiudizi, in una sorta di smania di esserci e di apparire, animata da un’incomprensibile presunzione d’infallibilità.
La Giustizia è, invece, un principio di garanzia per i diritti degli uomini e per il rispetto della legalità. Deve apparire come un indifferibile strumento di civiltà, un servizio da usare in nome del popolo italiano, senza che i tribunali si trasformino in palestre in cui alcuni protagonisti, per consolidare la loro massa muscolare, facciano uso di sostanze anabolizzanti.
Ora chi restituirà ai giovani Amanda e Raffaele 4 anni di vita?
Vito Schepisi
01 settembre 2011
La bilancia della Giustizia è scassata
Verrebbe da chiedersi se
in Italia la bilancia della giustizia sia scassata, o se siano gli uomini
addetti alla pesa inclini ai due pesi e alle due misure. La risposta ha la sua
importanza. Le garanzie, e la Giustizia rientra tra queste, costituiscono le
basi di un sistema di democrazia liberale.
Sin dai tempi di “mani
pulite”, quando da destra a sinistra si alzò il grido giustizialista contro una
classe dirigente incapace di emendarsi e di offrire soluzioni politiche di
respiro strategico, apparve chiara la direzione, rimasta unica, in cui si
voleva andare a parare.
Già da allora, più che una
bilancia a due piatti, la giustizia italiana era apparsa come un piano
inclinato che faceva scorrere tutto in un’unica direzione. E non c’è niente di
più immorale della presenza di due pesi e due misure nella lotta all’illegalità
e al malcostume. Le discriminazioni sono antipatiche e generano sfiducia nelle
istituzioni, la giustizia parziale induce persino quella parte che la fa franca
a perfezionare e moltiplicare le sue pratiche illegali.
L’odio, il pregiudizio, ma
soprattutto un po’ d’ignoranza, unita all’incapacità di trasformare
l’antagonismo politico in una proficua strategia democratica, e poi la voglia
delle soluzioni sbrigative, assieme alla falsa idea della sinistra di una
propria supremazia intellettuale e morale, impedì agli inizi degli anni ’90 di
far prevalere l’autocritica e la stessa, ma più completa, riflessione morale, per
avviare un confronto politico-istituzionale, propedeutico all’avvio di una
stagione di sostanziali riforme. Ne stiamo pagando tuttora le conseguenze.
Prevalse nel Paese, sui
media, e nelle correnti della magistratura, anche in quelle più autonomiste, trascinate
da quelle più politicizzate, l’idea che la questione morale fosse un problema da
risolvere prevalentemente all’interno dei partiti della tradizione capitalista
e di democrazia occidentale.
Non è stato mai chiarito,
ad esempio, per quale principio, ai tempi di “mani pulite”, il Vice Procuratore
Capo della Procura di Milano, Gerardo D’ambrosio, poi diventato parlamentare
DS, e successivamente PD, come ebbe a riferire il PM Tiziana Parenti, avesse
maturato l’idea che, se l’azione giudiziaria si fosse allargata al Pci-Pds,
sarebbe crollato tutto il teorema giudiziario del Pool milanese. Sarà stata
questa la ragione per la quale c’era chi non poteva non sapere e chi, invece,
poteva, ma anche la ragione per la quale era sufficiente fare atto di ravvedimento,
interagendo con una ben precisa parte politica, per restarne fuori e farla
franca.
E’ stato così che l’area
politica più pluralista e meno autoritaria, benché responsabile per aver
instaurato e assecondato quel costosissimo sistema dei partiti e delle
correnti, sostenuto, com’è emerso, con le pratiche corruttive e con le
tangenti, ebbe a trovarsi schiacciata, come dai due bracci di una tenaglia, dalle
furbizie delle connivenze giudiziarie e dai sentimenti massimalisti e
reazionari di opposta tendenza politica.
Da una parte a soffiare
sul fuoco era la sinistra post-comunista. Il Pci aveva visto dissolversi la sua
strategia di avvicinamento alla conquista del potere con l’utilizzo degli
strumenti della borghesia, e facendo leva sulla conflittualità interna, come
aveva teorizzato Lenin. La sinistra marxista si era così liberata,
furbescamente, dopo la caduta del Muro di Berlino, di quel nome che ricordava
l’orrore e le tragedie emerse dall’esperienza disastrosa e dal fallimento
civile, sociale, economico e politico dell’est europeo.
La sua nuova strategia,
una volta diventato Pds, mirava sempre alla conquista del potere, ma ora nel solco
del socialismo democratico di stampo europeo, riciclandosi e disponendosi a
sostituirsi al partito socialista italiano di Bettino Craxi che, non a caso,
veniva additato come il maggior responsabile del sistema corruttivo e illegale
instaurato in Italia. Il leader socialista, che in Parlamento aveva denunciato
la presenza di un sistema di
corruzione che attraversava tutti i partiti (I
partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli,
giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi
molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso
di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale), veniva, infatti,
costretto all’esilio in Tunisia per sfuggire alla ferocia manettara,
sapientemente alimentata da una connivente regia politico-giudiziaria.
Dall’altra parte, come
secondo braccio della tenaglia, c’era quella parte della destra reazionaria e
forcaiola che individuava nella Democrazia Cristiana e nel Partito Socialista le
responsabilità del congelamento della sua consistenza elettorale ed il suo
isolamento politico, e c’era anche l’emergente egoismo locale del Nord del
Paese che faceva di “Roma ladrona” lo strumento per la richiesta di trasformazione
dell’Italia in Stato federale che sapeva tanto di richiamo alla secessione.
Accade che i nodi che non
sono sciolti si ripresentino, e la sensazione di farla sempre franca si
trasformi, persino, in maggiore audacia. Il sistema Pci-Pds-Ds rischia ora di
diventare il sistema PD. Se anche Giorgio Bocca sostiene di temere la minaccia
di querele di Bersani, si rafforza il timore dell’intimidazione verso chi
osserva e denuncia.
La sensazione che la
bilancia della Giustizia sia scassata e che penda sempre da una parte, anche
dinanzi alle querele, ora ha un che di ancora più inquietante.
Vito Schepisi
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26 aprile 2011
Se questa è Giustizia

Tanti ricordano il caso Tortora, vittima della malagiustizia, chiedendosi come sia potuto accadere. Tortora era un uomo mite, sereno, un gran signore, di cultura liberale, educato, onesto. Accusato da un pentito di spacciare droga, senza un riscontro, senza una prova, da incensurato, lo arrestarono dinanzi ad una folla di fotoreporter, cineoperatori e giornalisti, miseramente avvertiti.Un orrore! Per dirla con le stesse parole di Enzo Tortora.
Da quel giorno iniziò il suo calvario. La sua è stata un’esperienza tremenda, assurda per come si è realizzata, e ancora oggi inaccettabile. Un provvedimento di custodia cautelare in carcere disposto da due giovani sostituti procuratori che, mentre nel dolore e nell’onta si spegneva lentamente una vita, iniziavano una brillante carriera.
Salvo poche eccezioni, tutta la stampa si ritrovò a infierire su Tortora, com’è accaduto anche per le vittime di “mani pulite”, perché l’orrore fa notizia e il male ha sempre un qualcosa di morboso. Tutti si ritrovarono intenti a soffermarsi, a torto, sull’ipocrisia della sua signorilità. E così Tortora fu ucciso due volte: dalla malagiustizia e dai tanti suoi colleghi distintisi per indifferenza e cinismo.
Enzo Tortora è stato un gran signore della Tv, forse il più educato e compito di ogni tempo, ma è bastato poco per affogarlo nel fango. E’, infatti, così flebile il confine che passa tra il tutto e il niente che spesso basta un capriccio, una negligenza, una perfidia per rimetterci gli affetti, gli amici, il rispetto sociale, il lavoro, il futuro, la vita. Capita se viene meno la misura delle cose, quando la giustizia diventa solo uno strumento di potere e se chi sbaglia non è chiamato a risponderne. Ma è un prezzo troppo alto e non è giusto per nessuno doverlo pagare.
Ci sono, poi, tante storie che meritano di essere raccontate. Se si parla di Tortora, è perché la sua storia di malagiustizia è arcinota, ma quanti “Enzo Tortora” sono esistiti in Italia? Quante vittime della giustizia che ci hanno rimesso tutto? Quanti si sono dovuti piegare? Quanti si sono ammalati? Quanto sono deceduti? Quanti si sono dovuti nascondere perché era diventato troppo pesante e insopportabile lo sguardo inquisitorio e l’umore forcaiolo della gente? Quanti hanno dovuto rinunciare al lavoro e alla carriera? Quanti sono stati abbandonati da tutti, mogli e figli compresi? Quanti sono impazziti? Quanti sono presi da incubi e non riescono a vivere la loro vita con la sufficiente serenità? Quanti si sono suicidati? Ma se già solo un caso è una viltà, tanti casi cos’è?
A Enzo Tortora è stato restituito l’onore, la vita, però, l’ha perduta lo stesso. La Storia parlerà di lui come vittima di un sistema sbagliato che nessuno, però, ha provveduto, ancora, a emendare, a correggere, a modificare. Si registrano storie simili, si sommano altre vittime, altri uomini che pagano prezzi insopportabili. Non c’è mai limite al sopruso e all’arroganza degli uomini. In Italia si dice che l’uomo che indossa una divisa diventi di colpo autoritario. E se indossa una toga?
Qualche giorno fa, mi hanno interessato a un’altra storia che ha un piccolo ma grande “difetto”: quello di essere capitata tra capo e collo a un uomo non famoso. Nel 2007, il 16 giugno, accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, nell’ambito dell’operazione “Nerone”, a seguito di alcune intercettazioni ambientali, registrate in una notte in cui era impegnato ad affiggere manifesti elettorali per le elezioni amministrative, a Civitavecchia, veniva arrestato e sottoposto al 41 bis, il trentanovenne incensurato Danilo Costanzi. Il 16 giugno era anche il giorno del suo compleanno e lo Stato quel giorno gli regalava un paio di manette e il carcere duro per 47 giorni, seguito da una settimana di “alta sicurezza”, poi i domiciliari e l’obbligo giornaliero di firma.
Solo dopo un anno Danilo Costanti è stato assolto in primo grado (Tribunale di Roma sentenza del 10 giugno 2008) perché “il fatto non sussiste”, mentre altre persone, arrestate nell’ambito della stessa operazione, sono state condannate a pene detentive. Ma il Costanzi, alla vicenda criminosa, era estraneo, com’è stato confermato in appello, quando l’opposizione del PM è stata giudicata inammissibile (sentenza della Corte di Appello di Roma del 23 luglio 2009).
Dal giorno dell’arresto a quello del proscioglimento la sua vita, però, cambiava, fino a diventare un inferno. Danilo Costanzi perdeva d’un colpo le aziende che conduceva, la compagna, cittadina slovacca, e i figli adottivi con lui già da 4 anni. Non li ha più rivisti. La compagna ha dovuto far ricorso a cure psichiatriche, poi persa la casa su cui, nella sua città in Slovacchia, era stato acceso un mutuo, le cui rate erano pagate con i proventi dell’attività del compagno, è passata all’assistenza dei servizi sociali.
Danilo Costanzi, preso da insonnia, ipertensione, con un metabolismo stravolto ora non riesce più a lavorare, non ha più la forza di farlo e di ricominciare tutto daccapo. La pratica di risarcimento per l’ingiusta detenzione è ancora in corso, ma sarà poca cosa. Si sta ora impegnando per fondare un’associazione di vittime dell’antimafia, “perché - dice - altri onesti cittadini come me non si trovino ad attraversare il mio stesso calvario”.
Da Enzo Tortora, in poi non è cambiato niente, anzi è cresciuta la discrezionalità dei magistrati, riuniti nell’associazione che li tutela, indisponibili a qualsiasi riforma, accentratori delle attività di polizia giudiziaria, e ostili a rivedere la questione della responsabilità civile.
Se questa è giustizia.
Vito Schepisi
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