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20 ottobre 2012

Nessuno tocchi Sallusti



Il carcere può essere il luogo in cui si sconta una pena per un crimine commesso, ma può anche essere il luogo che separa con le sbarre, la luce del sole dalla libertà di godere sia della luce, che del sole.
Il carcere non interrompe ciò che è fuori, non separa il processo costante della natura dalla vita in ogni luogo, impedisce invece di vivere con la gente con cui si vuole farlo, nel luogo, tra le intimità e nella sfera privata che ciascuno è libero di scegliere. 
Il carcere interrompe la gioia, smorza il sorriso, separa la libertà dei pensieri dalla forzata costrizione del corpo. Mortifica la dignità dell’individuo, per chi la possiede e per chi opera e vive nel giusto.
Il carcere senza una colpa è un abuso, è esso stesso un crimine.  
C’è un’opinione di quei democratici e liberali, che per formazione sono garantisti, che asserisce che sia preferibile avere 100 colpevoli in libertà che un uomo innocente in carcere.
Se s’incatena, invece, un innocente per le sue idee, e se ciò avviene con pervicace consapevolezza e con cinica indifferenza, sono in pericolo le garanzie della democrazia.
Traballa, così, ancor più la Giustizia del nostro Paese, già messa male di suo, e con essa tutti i principi fondamentali della democrazia, e quindi la libertà stessa del nostro popolo.
Dove sono i democratici?
Dove gli antifascisti in attività professionale che, nostro malgrado, per dire sciocchezze e per asserire ovvietà, abbiamo coltivato e nutrito per anni?
Trovarsi privati della libertà, per gli innocenti, è la cosa più drammatica che ci sia: è una violenza contro l’onestà; è la contraddizione di ogni radicato principio di lealtà.
Se tra i valori degli uomini c’è anche quello di esprimere serenamente le proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano, l’ingiustizia annulla d’un colpo tutti i valori con cui gli uomini onesti hanno regolato la propria vita
Quanti non hanno mai citato Voltaire che sosteneva “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”?
Per Alexis de Tocqueville la stampa era la garanzia stessa della libertà: “Amo la libertà della stampa più in considerazione dei mali che previene che per il bene che essa fa”.
Ed infine Luigi Einaudi che a difesa del pluralismo delle opinioni diceva che “il solo fondamento della verità è la possibilità di negarla”.
La libertà è soprattutto pluralismo, garanzie, opinioni diverse. E’ vero che è anche responsabilità, è lecito che si paghi per i propri errori, per i danni che si provocano agli altri, ma non si può pagare col carcere un’opinione, né si può pensare che, per quanto esagerata e paradossale possa essere un’opinione, costituisca un danno così irreparabile per chi la subisce.
Quattordici mesi di carcere per un’opinione che non ha fatto del male nessuno, non è solo un’esagerazione ma un’ingiustizia: non è accettabile.
Non lo sarebbe un sol giorno di carcere, ma subirlo perché si ha solo la responsabilità oggettiva dell’opinione di una terza persona è da regime autoritario: è fuori dal mondo civile.
Chi tocca Sallusti, ci toglie 65 anni di democrazia, ed è una nuova  vergogna che vorremmo che sia risparmiata a questo nostro già sventurato Paese.
Vito Schepisi

23 settembre 2012

La condanna politico-giudiziaria delle opinioni



Il Presidente Napolitano fa sapere che sta seguendo la questione del pericolo di arresto del Direttore del Giornale.
Sallusti rischia il carcere perché il suo giornale, al tempo il quotidiano Libero, con un corsivo a firma Dreyfus, aveva criticato duramente un giudice tutelare.
Questi con un suo provvedimento aveva, infatti, consentito il ricorso all'aborto per una bambina di tredici anni. Dopo l’intervento, la minore, scossa per il trauma subito, era stata ricoverata in clinica psichiatrica.
Il corsivista, che sembra non sia neanche Sallusti, aveva così scritto su Libero la frase incriminata: "se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.
I fatti sono del 2007 e siamo già alla pronuncia in Cassazione. Solo 5 anni, e sono stati esauriti tutti i tre gradi del processo penale, quando per un diritto del semplice cittadino passano decenni. Misteri della Giustizia italiana!
In primo grado, il Tribunale aveva condannato Sallusti a una sanzione di 5.000 Euro, non soddisfatti i PM di Milano, ricorrevano, però, in appello. E qua accade ciò che suscita perplessità, anzi sbigottimento.
In Appello, Sallusti passa dalla sanzione di 5.000 Euro ad una condanna a 14 mesi di carcere, senza condizionale “a causa - si legge nella sentenza - della sua pericolosità e perché se lasciato a piede libero potrebbe commettere altri reati”.

Questi sono in sintesi i fatti, e pensiamo che Sallusti, salvo rigurgiti di ulteriore follia, non andrà in carcere. Sarebbe un autogol della magistratura e la definitiva dimostrazione che in Italia i diritti fondamentali della persona sono compromessi e che l'autoritarismo giudiziario costituisce un grosso pericolo per l'agibilità del pensiero e dell'informazione. E sarebbe, ancora, l'accertamento definitivo della politicizzazione di una parte della magistratura e dell'aggressione politico-giudiziaria verso la stampa libera e non allineata.
Tutto pertanto si sgonfierà. Perché non conviene alla magistratura, alle istituzioni, alla politica. Lo speriamo vivamente per Sallusti.
Il Quirinale, le forze politiche, il Parlamento, la stampa con il sindacato e con l'Ordine si attribuiranno tutti insieme il merito. Invece sono tutti colpevoli in ugual misura. Tutti complici e responsabili della deriva autoritaria del Paese.
TUTTI IN ATTESA DI CONDANNA DELLA STORIA
Ma può finire così?
Nessuno dovrà spiegarci come mai il Tribunale di Milano ha emesso una condanna così grave, con l'aggravante di motivazioni così pesanti e così prive di tolleranza per il pluralismo delle opinioni e per la manifestazione delle idee?
Quale logica l’ha sospinta ad un provvedimento così grave e così manifestamente illiberale che, salvo qualche inghippo che la Cassazione dovrà trovare nella sentenza di Appello o salvo qualche provvedimento legislativo decretato all’ultimo momento, porterebbe in carcere un giornalista solo perché Direttore di una testata in cui un corsivista anonimo ha espresso un’opinione?
C’è una legge e la si deve applicare! Ammettiamo che sia così, e ammettiamo che in Italia tutte le leggi siano applicate, ma come si spiega la durezza della sentenza e come si spiega la negazione della condizionale e le sue motivazioni?
E' sufficiente, poi, che il Parlamento modifichi le leggi sulla libertà di stampa?
E se fosse un libero cittadino a manifestare idee diverse da quelle, invece, cantate nel coro del “politicamente corretto”?
Ciò che dovrebbe preoccupare tutti è la condanna politico-giudiziaria delle opinioni.
Vito Schepisi