16 dicembre 2010

La triplice alleanza

E poi arrivò Cicciobello! E così Pierfurby, Gianfrego e Cicciobello hanno siglato una nuova intesa: la triplice alleanza. È la gestazione di un nuovo polo, quasi un altro gruppo parlamentare, forse domani un nuovo partito chiamato Alleanza per la Nazione. Sullo sfondo c’è tanto vecchio che si ricicla. Tra loro, c’è anche La Malfa.

Molti dei protagonisti sono i navigatori inquieti della politica italiana. Da Rutelli a Fini, hanno militato, fondato, rimosso e poi composto e scomposto più partiti e alleanze loro, di quante siano state tutte le composizioni e scomposizioni politiche dal dopoguerra in poi.

Il patto tra i leaders di questi partiti minori, per lo più scissionisti e di variegata provenienza, nasce col proposito d’essere da riferimento per chi dissente dallo scontro culturale e politico tra centrodestra e sinistra. In verità, per i propositi e per lo strabismo della loro collocazione politica, fermamente ed istericamente all’opposizione, contro il governo ed a fianco del PD, in definitiva appaiono e sono soltanto contro Berlusconi. Lo sono per varie ragioni, persino per la tempistica della loro iniziativa, lo sono per ambizione, per ragioni di concorrenza e per risentimento.

Tutti considerano il premier come unico e vero bersaglio. Tutti lo additano come il nemico, come se per timore di apparire velleitari e superflui sentano di dover reagire e di provare a difendersi.

Se Rutelli, Casini, Fini, La Malfa, Mpa, Guzzanti e altri che rappresentano solo se stessi, sostengono di essere alternativi sia al Pdl che alla sinistra, in verità non è affatto così. Si uniscono per contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra. Mirano solo alla caduta del Cavaliere. E sono, invece, osservati dal PD con interesse. I protagonisti della nuova Alleanza ne sono consapevoli e se ne vantano: si sentono, persino, gratificati dai commenti positivi, ma non certo disinteressati, dei leaders della sinistra. Nel PD non si fa sentire nessuna presa di distanza e nessun distinguo, fossero anche per ovvie ragioni di concorrenza, ma solo un coro unanime di soddisfazione e di auspicio. E’ evidente che il Pd trova nell’azione dei “congiurati” gli stimoli per il proprio rilancio.

Dopo tutti gli espedienti falliti per liberarsi del leader del Pdl, senza mettere in campo alcun merito, continuando a non manifestare grandi idee e senza riscuotere enormi consensi popolari, dopo averle provate proprio tutte, dal tentativo dell’aggressione giudiziaria, a quella dell’utile idiota da scaricare rapidamente, a quella del fango e del gossip, nel PD sembra che ora si vada a consolidare l’idea di un nuovo e diverso percorso per sottrarre consensi elettorali a Berlusconi.

Nel partito più confuso d’Italia, non si cerca di acquisire consensi più larghi, introducendo politiche di maggiore coerenza e di più ampio respiro popolare, si pensa solo a sottrarre voti al “nemico”. Nel Pd c’è chi immagina di potersi ora servire di un’Armata Brancaleone, capeggiata da avventurieri di diversa provenienza, per raggiungere l’obiettivo di sedici anni di battaglie politiche. Gli strateghi della sinistra “impossibile” immaginano che, sfruttando l’astio personale e le smodate ambizioni di alcuni, in definitiva esca un buon lavoro per loro.

Nel PD, e le dichiarazioni di D’Alema lo confermano, s’è accesa una fiammella di speranza per spaccare l’area moderata del Paese e per vincere le elezioni: un po’ come fece Mussolini che realizzò il trionfo del suo fascismo sulle ceneri delle contrapposizioni tra le forze democratiche, liberali e popolari del Paese.

C’è da cogliere una conclusione storica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile. Nessuno avrebbe, infatti, immaginato che una parte di quegli uomini che hanno raccolto la tradizione e i sentimenti dell’Italia fascista, trasformandoli in valori nazionali e patriottici, poi trovasse applausi nella parte politica che ha ereditato, invece, i sentimenti del massimalismo marxista e dell’internazionalismo comunista. Se si perdono però i valori di riferimento, se identità, famiglia, lealtà, sicurezza diventano relativismo e fini (il nome è un presagio!), a conti fatti, anche quest’aberrante realtà ci sta tutta.

La triplice alleanza tra la Germania, gli austro-ungarici ed il Regno d’Italia fu un patto militare di carattere difensivo per difendersi dalla Francia e dalla Russia, quella di Casini, Fini e Rutelli sembra, invece, più un’alleanza di carattere offensivo: si accordano per far fuori Berlusconi, mentre Bersani e Vendola stanno a guardare e sono pronti a trarne vantaggio.

Vito Schepisi

13 dicembre 2010

Pierfurby e Gianfrego

Può sembrare difficile comprendere la politica in Italia, ma non è così. E’ più facile di quanto si creda. E’ sufficiente utilizzare alcune chiavi di lettura e tutto diventa più chiaro.

Nessun politico, o quasi, se dovesse scegliere tra il bene comune e ciò che più gli torna utile, sceglierebbe il bene comune, e quando mostra d’avere interesse per il Paese, fatte salve rare eccezioni, finge. La politica, per la stragrande maggioranza del suo personale attivo, parte da un moto di passione e poi diventa mestiere. Il politico ritiene, inoltre, il suo lavoro impegnativo e pretende di ricavarne sia il reddito familiare, presente e futuro, che gli strumenti di manovra e di gestione per sistemare almeno due generazioni a seguire.

L’indignazione, naturalmente falsa, fa parte del mestiere politico. Non ce n’è uno che sia veramente capace d’indignarsi e, quando finge di farlo, si prendano ad esempio la Bindi o Franceschini, appare incredibile e ridicolo. Se poi sale anche sui tetti, com’è capitato a Bersani, a Vendola e a Di Pietro, diventa anche patetico.

In Parlamento e nei Palazzi si usa un vocabolario del tutto diverso da quello usato dagli altri comuni mortali. Senza rifarsi alle “convergenze parallele”, storica espressione usata da Moro per spiegare la politica del compromesso e del consociativismo, per fermarci al presente, si possono citare espressioni quali “crisi pilotata” o “governo di salute pubblica”, quest’ultima recentemente evocata, e con diversi accenti, tra i quali quello accorato, da Pierferdinando Casini, ribattezzato Pierfurby, stranamente in coppia con Gianfrego, Gianfranco Fini, nell’interpretazione dello sceneggiato a puntate che ci ricorda la storia dei “ladri di Pisa”.

Chi, però, per governo di salute pubblica, pensasse a qualche emergenza sanitaria, ad esempio nelle regioni meridionali, o nella Puglia di Vendola, cadrebbe in un grossolano errore. Il “governo di salute pubblica”, è stato proposto da Casini, a breve distanza di tempo da un altro suo richiamo, di tenore ancora più greve, per un fronte di liberazione nazionale, per liberarsi di Berlusconi che gode invece della fiducia degli italiani.

Il Cln aveva unito nel settembre del 1943 le forze democratiche e quelle comuniste per battersi contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Il nuovo Comitato, nell’interpretazione del leader Udc, avrebbe dovuto unire, oltre al suo partito, personaggi come Vendola, Diliberto e Di Pietro, ed insieme a Fini, comprendendo Bersani, Franceschini e la Bindi, senza tralasciare Rutelli, doveva liberare l’Italia nientemeno che da Berlusconi. Come se gli elettori, che avevano votato centrodestra, alle ultime elezioni politiche, fossero stati cooptati in un esercito di golpisti. Come se, invece che con le schede elettorali, avessero chiesto di cambiare politica, estromettendo con la forza la sinistra dal governo del Paese. Come se depositando solo due anni prima nelle urne le schede con la croce sul nome di Berlusconi, avessero puntato le armi e sparato contro una sinistra che, da sempre, si auto proclama irreversibile e che, quando è al governo, mette in ginocchio il Paese mentre, quando non è al governo, pretende di fare lo stesso.

L’assordante rumore di Fini e Casini va interpretato con la volontà di cambiare la legge elettorale. E se solo si pensasse alla recente celebrazione di un referendum, sostenuto con forza da Fini, che avrebbe reso ancora più maggioritario e bipolare il sistema, l’ipocrisia apparirebbe così spessa da pensare di poterla affettare.

La convinzione che Berlusconi non sia elettoralmente battibile, se non con un’ammucchiata, fa saltare i nervi e la ragione a più d’uno. Un’alleanza eterogenea non sarebbe poi in grado di esprimere un governo invece omogeneo. Per evitare l’imbarazzo dell’ammucchiata c’è chi vorrebbe tornare al passato. Sotto mira c’è il premio di maggioranza e c’è chi, come il finiano D’Urso, vorrebbe innalzarne la soglia per renderlo irraggiungibile. Senza premio di maggioranza, i piccoli partiti, col loro pacchetto di voti, come in una Spa, diverrebbero indispensabili per far sopravvivere una maggioranza o per condizionare, e a volte ricattare, una parte o l’altra, e conterebbero più degli elettori nello stabilire, in loro vece, programmi e alleanze. Appare chiaro che, in questo modo, i partiti più sono piccoli e inutili, e più conterebbero. Con questa chiave di lettura si comprendono gli affanni di Fini e Casini ed anche il modo sornione di Bersani di supportarli.

Il ritorno alla partitocrazia diventa una lotta per la sopravvivenza del sistema dei partiti e degli abusi della politica. E’ anche il colpo di coda delle caste per difendere il potere di controllo sulla vita civile e sulle scelte del Paese. La burocrazia tornerebbe a controllare e gestire gli affari e gli appalti, i magistrati a fare i comodi loro e i cittadini a pagare in silenzio. Il tentativo di rivoluzione liberale tornerebbe a dover ripartire da zero.

Se passasse, invece, l’idea di Berlusconi sui partiti snelli, come negli USA, senza grossi apparati burocratici, con un rapporto più diretto col popolo in cui, ad esempio, due partiti, entrambi democratici, uno di orientamento conservatore e l’altro progressista, si fronteggiassero nelle campagne elettorali e poi si confrontassero senza pregiudizi in Parlamento, unendosi persino nelle grandi emergenze e nell’interesse del Paese, molti mestatori e politicanti di professione dovrebbero trovarsi un’occupazione e lavorare. E questo per alcuni, o per molti, è una pesante preoccupazione: un vero terrore.

Pierfurby e Gianfrego, senza voti ma lavoratori incompresi, pensano così ... di imbrigliare il Paese.
Vito Schepisi

06 dicembre 2010

Irresponsabili

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari non italiano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostra economia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironia anglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia: “Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertito se il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.

Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, con la serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è un Paese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che, nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in una congiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisi mondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con molto carattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, alla responsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tanto pressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in un momento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilità per favorire la ripartenza.

Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza delle misure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da un massiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni e di parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anche alcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se non persino di pensare ad allargarla.

L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero, il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come il Ministro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immagine dell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionale e nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italia con Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettato dalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modo credibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre al rispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciproca collaborazione commerciale.

L'economista avrebbe rilevato, invece, come negativo l’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che era accaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forze politiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure di contenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate a seminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemici peggiori da battere quando c’è recessione economica.

Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana e anacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degli impegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi del Governo, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, di giovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumono atteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per le conseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Una follia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che, anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.

Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modi di pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e i propri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e che abbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni dei loro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però, non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è un metodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidente sintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte degli elettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo, sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politica oggi è assolutamente da irresponsabili.

Vito Schepisi



02 dicembre 2010

L'ipocrisia italiana della governabilità

Il seguente è un articolo del mio carissimo amico Andrea B.Nardi, giornalista, scrittore ed osservatore di politica estera. Andrea, usando la sua prosa semplice ed efficace, ci fa capire come una Costituzione che ha fatto cambiare 62 governi, in quasi 65 anni di Repubblica, non sia poi quel mostro sacro che tanti difensori opportunisti vorrebbero far credere.

Dal 1945 a oggi in Italia abbiamo avuto 62 governi in 65 anni. La media di governo/anno è di 0.98. La durata media del governo italiano è di 340 giorni. Il dato più assurdo, però, è il seguente: governi in carica per l’intera legislatura: zero. NON C'È MAI STATO UN GOVERNO ITALIANO CHE SIA DURATO PER L'INTERA LEGISLATURA, iindipendentemente dalla legge elettorale in vigore.
Possibile che nessuno si renda conto di come ci sia qualcosa di palesemente malfunzionante in tutto ciò, della stortura evidente presente nel nostro sistema costituzionale?
Il presidente statunitense ha ricevuto il proprio mandato da un'elezione popolare, e governa in onore di questa, esattamente come il nostro. Tuttavia – ne abbiamo un esempio evidente oggi –, la sua elezione non ha nulla a che fare con quella del Congresso, infatti quest'ultima avviene a metà del mandato del presidente e può far risultare una maggioranza tutt'affatto diversa. Eppure il presidente non rinuncia al suo mandato governativo, non compare nessuna crisi di governo, non si deve cercare un altro Governo, e il Paese continua a essere governato.
In Italia, di contro, è solo la maggioranza parlamentare a conferire dignità d'esistenza all'esecutivo, il quale ne è l'espressione grazie alle elezioni nazionali. Qualora questa maggioranza parlamentare cambiasse – cosa che capita continuamente nel nostro Paese – il Governo è destinato a perderne la fiducia e a dimettersi. Siccome questa situazione non è l'eccezione, come credevano i padri costituzionalisti, bensì la regola italiana, il Paese vive in costante crisi di governo, e, cosa assai più grave, l'esecutivo invece di governare la nazione è costretto a sprecare tutto il suo tempo nelle manovre intestine per non perdere la propria maggioranza parlamentare. I nostri politici, dunque, vivono non per governare ma per cercare le proprie alleanze elettorali.
Allora il problema è questo: bisogna svincolare il Governo dalla maggioranza parlamentare, interrompendo il meccanismo della fiducia.
I metodi possono essere due:
1) O si stabilisce che i parlamentari italiani eletti in un partito non possono dimettersi da quel partito pena la propria personale fuoriuscita dal Parlamento e decadimento della carica, in onore al mandato ricevuto dagli elettori;
2) Oppure si separano i due poteri istituzionali del Governo e del Parlamento con elezioni separate e non direttamente e reciprocamente vincolanti.
Nel primo caso si tratterebbe di rendere finalmente attiva la responsabilità personale dell'eletto che deve rispondere ai propri elettori, pertanto se una volta eletto cambia partito deve dimettersi e far subentrare al suo posto il secondo della propria lista, senza quindi modificare la composizione parlamentare.
Nel secondo caso si avvierebbe invece una procedura di controllo indipendente dei due organi istituzionali.
In entrambi i casi si interromperebbe l'assurda e ridicola sceneggiata delle elezioni italiane, per cui qualsiasi governo eletto verrà comunque sfiduciato dall'ambiguità dei nostri parlamentari, dediti solo al proprio interesse, al trasformismo, alla ricerca di nuovi partiti per usufruire di cariche e finanziamenti a livello nazionale e locale.
Se non si esce da questa ipocrisia, ogni gaudio per qualsiasi vittoria elettorale è assolutamente privo di valore: il prossimo governo cadrà comunque a breve.
Andrea B. Nardi

30 novembre 2010

Il tetto dei desideri

Se qualche volta decidessimo di sorridere un po’ non sarebbe un gran danno. Quest’Italia è così comicamente seria da creare imbarazzo! Sarà anche per questo che Monicelli, interprete della Commedia Italiana, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza, gettandosi dall’alto. Ce ne dispiace sinceramente, soprattutto se si pensa che a salire sui tetti, ma non per buttarsi, ci avevano pensato in tanti, dopo aver avvisato troupe televisive, giornalisti e fotografi.

La comicità più divertente è quella spontanea che emerge dal carattere demenziale dei personaggi, o dal loro modo di voler apparire. Ci sarebbe quasi da pensare che il loro atteggiamento non dovrebbe essere tanto diverso dalla loro stessa maniera di essere. La questione è che di scherzare non ce ne sarebbero le ragioni, ma questa è anche la motivazione che ci spinge a sorridere dinanzi a quella seriosità sempre un po’ esagerata e codina, ora da primo della classe secchione, ora da prefica bigotta, ora da chierichetto bacchettone che contraddistingue i nostri politico-predicatori più ostinati. Avevamo cominciato a ridere con Prodi e Veltroni, ma ora l’ostentazione di alcuni è diventata ancora più seria: quasi una patologia!

Parliamo delle scalate sui tetti: il nuovo oggetto dei desideri per politici in cerca di gloria. Come cambia, però, la cultura nei partiti! Una volta valevano solo le scalate bancarie!

Le scalate sui tetti degli atenei non servono, però, per entrare nel merito e per capire ciò che non si approva della riforma universitaria, servono invece da palcoscenico per piccoli teatrini da cui inviare minuscoli messaggi, come gli sms con i telefonini.

Sulla riforma Gelmini, in un primo tempo era la scarsità dei fondi ad alimentare la protesta delle opposizioni. Ai più era apparso che il giudizio complessivo sul disegno di riforma fosse buono e che il fermento fosse giustificato dalla mancanza della copertura finanziaria. Si accusava il Governo di sottrarsi al dovere di finanziare la cultura. Oggi è sorta l’idea del pregiudizio.

Non è certo compito dell’opposizione preoccuparsi di ciò che, invece, tiene con il fiato sospeso i paesi europei, come l’avere costantemente puntata la lente d’ingrandimento degli speculatori finanziari, ma ciò che accade in Italia sa di paradossale. L’abbiamo visto con Alitalia, quando la sinistra difendeva i privilegi dei piloti, lo vediamo anche ora quando si schiera con i baroni a difendere il vecchio, e forse anche il marcio. Nella legge di stabilità, tra i tagli e le economie, il governo ha trovato, infatti, i quattrini. L’irrituale protesta, però, testimonia che la speculazione in Italia ha protagonisti ancor più stomachevoli di quelli pronti ad affossarci per una manciata di soldi.

Nel nostro Paese una riforma universitaria di qualsiasi tipo e spessore, senza conflitti, non si può fare. Le caste sono fortissime. Nessuno può disturbarle, anche se sono sotto gli occhi di tutti le sacche di nepotismo e di gestione autoritaria d’interi istituti e facoltà dove proliferano da anni nepotismi e colonie familiari, ed anche se esistono realtà in cui le risorse sprecate in abbondanza non producono quelle eccellenze che ci dovremmo invece aspettare.

Se la politica sale sui tetti è perché non vuole parlare di università, ma è solo alla ricerca della visibilità e si preoccupa della collocazione negli spazi da occupare nella propria area politica. E’ il tetto dei desideri!

Vito Schepisi

26 novembre 2010

Premio di maggioranza

Sembra che la nuova idea dei finiani, per concedere respiro al Governo, sia quella di chiedere una modifica della legge elettorale. Non si tratta di reintrodurre le preferenze. La questione preferenze non è mai stata un vero problema per i partiti, anzi per alcuni le cose vanno fin troppo bene, trasformando la stessa questione in un suggestivo strumento di indignazione, per far presa sugli elettori. E’ sufficiente far intendere che Berlusconi, “dittatore” e “mignottaro”, assieme ai leghisti “rozzi” e “razzisti”, abbia anche espropriato gli italiani del diritto di scelta dei parlamentari sulla scheda elettorale e tutto va bene.

Il “porcellum” si presta con facilità ad essere additato come un metodo ingiusto e autoritario per la nomina dei Parlamentari. Aiuta all’idea negativa anche l’aneddoto storico, forse un po’ fantasioso, di Caio Giulio Cesare Germanico, imperatore romano noto come Caligola, che, in un crescendo di follia, in segno di disprezzo verso le istituzioni, pare che avesse voluto nominare il suo cavallo, Incitatus , al Senato di Roma.

Le motivazioni del legislatore sulle preferenze sono state del tutto diverse e riflettendoci con la dovuta prudenza si ricaverebbero valutazioni più ragionevoli. La partitocrazia, infatti, più che sulle persone più rappresentative che i partiti, anche per immagine, mettono in campo, si regge sui comitati di affari e sulle manipolazioni delle selezioni elettorali. Le preferenze in mano alle caste ed ai gruppi di pressione sarebbero, pertanto, lo strumento più subdolo per favorire il dilagare della corruzione. Con la reintroduzione delle preferenze andrebbero a contare di più i mezzi finanziari, gli accordi occulti o il sostegno delle lobby, che non la cultura, la competenza e l’onestà dei candidati.

In una società come l’attuale, così aperta alle comunicazioni e con spiccata caratterizzazione mediatica, malgrado il paradosso, ciò che può sembrare più democratico, in realtà potrebbe non esserlo, anche se è ferma la convinzione che sarebbe auspicabile la messa a punto di un metodo che possa garantire l’agibilità politica al riparo dalle gestioni occulte e mafiose. Nel frattempo, però, resta auspicabile che nessuno possa essere messo nelle condizioni di comprare nessuno. L’attuale metodo, pertanto, se tutti si togliessero la maschera della finzione, va bene anche ai partiti. A Tutti. Solo gli ipocriti possono sostenere il contrario.

L’idea nuova dei finani, invece, consisterebbe nella modifica della parte della legge che riguarda il premio di maggioranza. Un nuovo cavallo di Troia per ridurre Berlusconi alla resa. L’idea, avanzata da Urso, sarebbe quella di porre l’asticella del premio di maggioranza sulla soglia del 45%. A quella soglia il Pdl e la Lega, valutati tra il 42% ed il 44%, non riuscirebbero ad arrivare. Con questa modifica diverrebbe meno inutile e meno rischioso l’accordo elettorale tra Casini, Rutelli e Fini. Fini, infatti, teme le elezioni perché nelle condizioni attuali, se anche il Pdl e la Lega si fermassero al 42%, a tutto beneficio del trio neocentrista che così arriverebbe a sfiorare il 18%, che è anche il massimo della forbice attribuito dai sondaggi, e con la coalizione di sinistra, da Vendola a Bersani, attraverso Di Pietro, al di sotto del 40%, il centrodestra vincerebbe le elezioni e conquisterebbe alla Camera il premio di maggioranza, con buona pace di Fini che si troverebbe a capo di un piccolo partito e privo anche della sua identità. A Fini, invece, interesserebbe sia la caduta Berlusconi, che restare in gioco.

Con la proposta di Urso le tre debolezze si trasformerebbero in una forza. Diventerebbero l’ago della bilancia del Parlamento. Casini, Rutelli e Fini, a corto di voti ma arbitri della situazione, adotterebbero la politica dei due forni, com’è sempre piaciuto a Casini.

Fini immagina così di potersi liberare di Berlusconi. Con una proposta che ci riporterebbe nella più classica delle degenerazioni della partitocrazia. Non varrebbero più i programmi e le scelte dei modelli di società per il futuro, ma gli accordi sui prezzi da pagare fino a soddisfare gli interessi di quei gruppi di potere che, servendosi di piccoli ma indispensabili numeri, arriverebbero, come un tempo, a condizionare le scelte del Paese.

Altro che bipolarismo! Fini anche in questo ha cambiato pensiero?

Vito Schepisi

23 novembre 2010

Il cerino acceso tra le dita

C’è un odore fastidioso di prima repubblica tra gli interpreti di questo scorcio autunnale di legislatura. Il gioco del cerino acceso tra le dita, nell’attesa che sia il proprio avversario a bruciarsele non ci persuade. Il braccio di ferro tra Fini e Berlusconi non giova all’interesse del Paese. E non occupa i pensieri della gente. Anche la retorica un po’ stantia del primo della classe, con cui si esercitano Bersani e Casini, non ci emoziona più di tanto, e le loro reiterate diffide non ci convincono e non sono tali da toglierci il sonno notturno. C’é un’abitudine ai richiami di “al lupo, al lupo” che esula dal rapporto corretto tra maggioranza e opposizione. E alcuni personaggi, superando la soglia del credibile, sono diventati quasi incredibili.

Contenti loro! La sinistra resterà sempre minoranza, se non avvertirà quanto sia improduttiva l’ipocrisia di non saper esprimere una proposta di governo alternativa a Berlusconi. Tertium non datur. La democrazia funziona solo così, diversamente è autoritarismo reazionario. Se la sinistra non sarà capace di opporre un vero progetto politico, e se per proporsi non avrà l’umiltà di confrontarsi con il Paese, raccogliendone i sentimenti, e se non avrà altrettanta umiltà di porsi in competizione democratica con l’unico centrodestra possibile, che è poi quello indicato dalle urne, e se continuerà solo ad applaudire chi semina confusione nel campo avverso, a prescindere dalle motivazioni e dalla coerenza, continuerà solo a ripetere ciò che sosteneva Gino Bartali quando commentava il Giro: “ è tutto da rifare”. Finché nessuno presterà loro attenzione.

La politica aggressiva non entusiasma gli elettori. La politica delle contraddizioni, dei doppi forni, delle furbizie, dei condizionamenti e dei ricatti non paga in termini di consensi. L’elettorato moderato, quello corteggiato da tutti perché asse centrale di ogni possibile maggioranza politica, è composto di cittadini molto più semplici di quanto si pensi. L’elettore moderato, senza perdersi tra i massimi sistemi, fa le sue scelte sulle questioni che contano, e con saggezza pone solo una serie di pregiudiziali sulla pacatezza, sulla volontà, sulla capacità e sull’attendibilità di partiti e leader.

Il Pd, ad esempio, dovrebbe ormai già sapere che la politica del tanto peggio non trova più eccessivi consensi. Sono finiti i tempi del Pci e del cieco collante ideologico. E non desta neanche particolare interesse la sfida lanciata dai comprimari. Cosa si vuole, infatti, che possa interessare al Paese di coloro che si sbracciano in Parlamento, in tv, sulle piazze o sui giornali, dicendo tutto e il proprio contrario per tirare a campare o per non dover apparire superflui? Cosa si vuole che possano contare per i grandi numeri del pluralismo democratico i fautori della nuova partitocrazia come Fini, Di Pietro, Rutelli o Casini?

I toni apocalittici e le formule astruse, allo stesso modo dei suggerimenti interessati o di quei proclami che avrebbero la pretesa di modificare le maggioranze scaturite dalle scelte degli elettori hanno stufato. Se Casini, ad esempio, ritiene di doversi differenziare dalla politica demolitrice dell’opposizione, per ritrovare le ragioni della sua collocazione naturale nell’area moderata del Paese, faccia la sua scelta una volta per tutti. Basta con le sceneggiate! Al contrario, se ne stia all’opposizione e a tramare per un improponibile governo tecnico con Bersani, Di Pietro e Fini, sempre se il Presidente della Repubblica vorrà prestarsi all’edizione numero due del ribaltone. Una terza via non esiste. L’Italia del ventunesimo secolo, dei tempi della globalizzazione e delle grandi sfide sociali non si può più permettere la confusione della partitocrazia. Anche il “futuro” di Fini è già “passato”.

Il sistema rappresentativo dello Stato, purtroppo, alimenta la confusione e incoraggia il protagonismo degli avventurieri. Occorrerebbe metter mano alla parte seconda della Costituzione e riformare l’Ordinamento della Repubblica. Occorrerebbe consolidare la scelta bipolare e affidare, finalmente, il diritto di scelta al popolo, garantendogli quella sovranità richiamata all’art. 1 della Costituzione. Se le scelte non potranno essere modificate se non solo dagli stessi elettori, nessuno si sognerà mai di truccare le carte.

Vito Schepisi

12 novembre 2010

Feltri e le sue colpe

In un Paese normale la notizia avrebbe dell'incredibile, ma in Italia, invece, sembra che tutto sia possibile. Vittorio Feltri è stato sospeso dall'Ordine nazionale dei giornalisti per tre mesi. La sua colpa sarebbe stata quella di aver pubblicato, assieme alla notizia di una condanna vera per molestie, una velina allegata, ed erroneamente attribuita all'attività investigativa, in cui Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, giornale della Conferenza Episcopale Italiana, risultava “attenzionato” dalle forze di pubblica sicurezza per molestie legate alla sua omosessualità. La colpa del Direttore del Giornale sarebbe stata, pertanto, quella di non aver controllato la fonte dell'informativa, risultata poi non ufficiale, quindi farlocca, e di averla ugualmente pubblicata.

Certamente è stato un errore di valutazione, ma non si può neanche lontanamente pensare che ci sia stata una volontà dolosa. E' un episodio su cui persino qualche dubbio è rimasto. La verità non è mai emersa fino in fondo, tanto più che il fascicolo del procedimento penale a carico del giornalista, per espressa richiesta dei suoi legali, non è mai stato reso pubblico. Per questa leggerezza giornalistica - quella di non aver controllato la fonte di una velina che nulla toglieva e nulla aggiungeva ai fatti - Feltri ha chiesto pubblicamente scusa a Boffo e, come previsto dalle leggi e dal codice deontologico, ha pubblicato spontaneamente sullo stesso quotidiano la rettifica della notizia, mostrando non soltanto buona fede, ma soprattutto lealtà e professionalità. Nella notizia diffusa dal Giornale non c'era nessuna motivazione personale, né di altro tipo, se non, ancora una volta, la volontà di dimostrare quanta ipocrisia ci fosse in giro, soprattutto da parte di coloro che si ergevano a difensori della moralità e che pontificavano sulle presunte debolezze degli altri.

Così tanto? Ma la notizia qual'era? L'informativa che aggiungeva solo un aspetto di colore, me che era priva di significato pratico, o la condanna per molestie legate a faccende un po' particolari di natura sentimentale che coinvolgevano l'ex Direttore del giornale dei vescovi italiani? Il medesimo Boffo che, invece, entrava nella vita privata del Premier e ne traeva motivazioni per esprimere una serie di giudizi morali; il medesimo direttore del giornale della Cei, organizzazione cattolica presieduta da Monsignor Bagnasco, distintosi fino a quel momento in dichiarazioni - giuste o meno, ma non sta a noi trarre giudizi sul pensiero e sullo spessore morale della Chiesa e delle sue espressioni più autorevoli - di dissenso alle unioni gay ed alle pubbliche manifestazioni dell'orgoglio omosessuale come i “gay pride”.

Per Feltri la notizia giornalistica consisteva solo nelle contraddizioni rilevate, ma senza trarne a sua volta alcun giudizio morale. Il direttore del Giornale si poneva, invece, una domanda, rimasta anch'essa senza risposta, sulle ragione per le quali una notizia di molestie sessuali, con motivazioni non certo nobili, come nei fatti specifici apparsi, fosse stata mantenuta riservata e senza che i media ne avessero fatto cenno, come invece sarebbe accaduto per altri personaggi pubblici, se non anche per altri meno noti. Un fatto di cronaca provinciale, per certi aspetti anche così morboso, è sempre un episodio che alimenta l'attenzione della cronaca.

Ma se l'intenzione di Feltri era stata quella di dimostrare quanto fosse facile fare moralismo sugli altri, ed assolvere invece sempre se stessi, per l'ordine dei Giornalisti la valutazione sembra, invece, che sia stata diversa, e lo si evince dal giudizio: colpevole!

La nuova santa inquisizione ha emanato la sua sentenza: Feltri è un diavolo.

Se nella parabola di Giovanni, nel Vangelo, Gesù, al cui cospetto avevano portato una fanciulla accusata di tradimento, alla richiesta per la sua lapidazione, prevista dalle leggi di Mosè, disse: “chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” ed i farisei, messi dinanzi alle loro contraddizioni, si defilarono, l'Ordine invece non si è defilato affatto: ha scagliato 66 pietre.

I moralisti, i farisei contemporanei, non non si defilano, piuttosto scelgono di scagliare le pietre più affilate e taglienti. E l'Ordine dei Giornalisti si è adeguato. E vai così a scagliar pietre contro il pluralismo. E poi parlano di libertà di stampa. E poi lo fanno anche senza vergogna!

Che valore ha un ordine professionale, se invece che un organismo di tutela, e di regole uguali per tutti, si trasforma in uno strumento di vendetta e di intimidazione?

Ma va che forse di colpe Feltri debba espiarne altre di diverso tipo!?

Vito Schepisi

09 novembre 2010

Al voto

Si dice con insistenza che in politica i termini come coerenza, riconoscenza, fedeltà, e gratitudine non abbiano lo stesso valore che hanno nella vita civile. Lo si dice per dar credito al pensiero che la politica sia divenire, realizzazione, mutamento, aggiornamento e finanche l'arte del possibile. Di certo la politica, oltre ad essere governo del presente, è strategia per il futuro, e non si può nascondere che la storia stia lì a testimoniare che i mutamenti di vita ne richiedano altrettanti nelle soluzioni. Non manca, però, chi sostiene che ci sia molto opportunismo personale o di gruppo, se non trasformismo ed indifferenza alla soluzione delle cose.

Di certo è che in politica subentrino sempre più le ambizioni personali e che prevalga più la ricerca dello scontro, che non quella, più virtuosa, dell'intesa. Le motivazioni sono da ricercare nei tatticismi e nei vantaggi personali, soprattutto di chi fa politica per mestiere. Privilegiare lo scontro è diventato un metodo per acquisire maggiore visibilità politica. E quando lo si fa da una posizione istituzionale, come nel caso di Fini, il controcanto moltiplica almeno per 10 la visibilità.

Per offrire una versione meno cruda e spregevole del proprio modo di agire, coloro che utilizzano la politica come mestiere, si cautelano dietro l'art 67 della Costituzione che stabilisce che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Sarebbe bene ricordare, però, che l'art 67 è stato voluto dai Costituenti per impedire che il mandato popolare fosse condizionato, magari vincolato al sistema della partitocrazia, non per stabilire che un parlamentare che ottenga un mandato popolare possa, senza alcun vincolo etico, rappresentare in Parlamento altre istanze, se non addirittura soluzioni opposte a quelle per le quali il corpo elettorale ha espresso il proprio gradimento.

Interpretare la Costituzione come la legittimazione dei voltagabbana è un errore, come è altrettanto sbagliato volerla rappresentare alla stregua dei Dieci Comandamenti. La Carta non ha valore di assoluta sacralità: in democrazia tutto è emendabile. In passato è anche già stata sottoposta a modifiche che ne hanno leso l'equilibrio originale, col risultato d'aver in qualche modo ribaltato il peso politico a favore di funzioni prive della legittimità democratica per esercitarlo.

Si accennava in apertura al venir meno in politica, in nome dei principi dell'evoluzione e della fertilità del pensiero, di concetti che nella vita civile invece sono considerate virtù. Aggiungiamo anche che possa essere persino virtuoso ricredersi su alcune scelte già fatte, ed accogliere le osservazioni rappresentate da altri, persino se tali da ribaltare l'esito, o far cambiare l'approccio alle questioni in discussione. Resterebbe, però da chiedersi se anche il venir meno della lealtà possa mettersi sullo stesso piano della legittimità del mutamento degli orientamenti.

Se si sostiene che Fini sia sleale, ad esempio, senza tornare a parlare della Casa di Montecarlo, fatto imputabile alla degenerazione ed all'arroganza dell'esercizio della funzione politica, ma restando nel tema della democrazia e della legittimità etica dei comportamenti politici e parlamentari, si intende riferirsi al metodo adottato da Fini e dei suoi sostenitori e non al mero pensiero.

Poniamo, ad esempio, che Fini abbia avuto le sue buone ragioni ideali per prendere le distanze dal massiccio voto popolare che nel 2008 ha legittimato la maggioranza politica di centrodestra: avrebbe allora il dovere morale di prenderne atto con lealtà. Dovrebbe dire di aver sbagliato nel chiedere agli elettori moderati, su un progetto politico comune con Forza Italia e Lega, i voti per governare l'Italia. Se fosse così, per questioni di lealtà, senza ipocrisie, come sostiene persino Di Pietro, avrebbe dovuto già da tempo chiedere di aprire la crisi di governo, per ritornare alle urne e dar modo di sottoporre la sua nuova offerta politica al giudizio degli elettori. Non può chiedere, invece, che Berlusconi apra la crisi per cambiare il quadro politico. Fini, per lealtà politica, aderisca alla richiesta di Di Pietro di una mozione di sfiducia! Ma soprattutto si dimetta subito da Presidente della Camera per il suo nuovo ruolo politico

Se sfiduciato, Berlusconi non potrà che prenderne atto e recarsi al Quirinale per dichiarare esaurita la sua esperienza, ma dichiarare esaurita finanche l'intera legislatura. Fino a nuove elezioni, infatti, il quadro politico, per il rispetto della democrazia e della sovranità popolare (art. 1 della Costituzione) non può che restare immutato, in quanto resta ancora riferimento della maggioranza politica su cui il corpo elettorale ha riversato il suo consenso.

Vito Schepisi

05 novembre 2010

Al di sotto delle parti

L’attacco alla Democrazia in Italia arriva sempre più dalle Istituzioni. Soprattutto da quelle che non hanno una vera legittimità popolare e che beneficiano di incarichi che dovrebbero essere al di sopra della parti, ma che non sempre lo sono. Gli incarichi istituzionali sono spesso assegnati con accordi bipartisan o, se previsti dalla Costituzione, assegnati con le procedure ivi previste, per rappresentare lo Stato e garantire la correttezza delle sue funzioni, non invece per occupare il campo di gioco.
L’ultimo sfregio all’indipendenza delle Istituzioni l’ha inferto il vecchio “enfant prodige” di quello che fu il partito comunista italiano. Il marinaretto Massimo D’Alema, infatti, nominato Presidente del Copasir, l’organismo che controlla i servizi segreti, traendo spunto dalle campagne di stampa, ha insinuato che la sicurezza del Premier sia compromessa dalle sue scelte di vita privata, ed ha lamentato, altresì, un aggravio dell’impegno degli agenti preposti alla sua sicurezza a causa delle sue frequentazioni. Per D’Alema, in definitiva, Berlusconi farebbe bene a starsene chiuso in casa e senza frequentare nessuno.
Ma quello di un servizio di controllo e di sicurezza sui servizi, che provi a far rimbalzare le ondate mediatiche di gossip e le insinuazioni, è un modo singolare ed improprio di assolvere le proprie funzioni. Sarebbe, invece, auspicabile che il Presidente del Copasir faccia con la dovuta discrezione solo il suo mestiere, insomma che lo faccia seriamente ed in silenzio!
Ad usare le Istituzioni, per compiacere la propria e l’altrui passione, aveva già provato, e con altrettanta platealità, Oscar Luigi Scalfaro. Ma un Capo dello Stato che diviene parte attiva di un ordito politico in cui si ribaltano le scelte degli elettori è più simile ad un “caudillo”sud americano, che non ad un garante delle istituzioni di un Paese libero e democratico. Il ribaltone del ‘94 è stato così l’epilogo della stagione dell’Italia “democratica ed antifascista”, quella dominata dalla retorica, per lo più moralista, di tanti ex fascisti riciclati, ed apparsa più simile ad un regime di stampo autoritario, che ad una vera democrazia liberale.
Non ci meraviglia, pertanto, che in quella l’Italia si sia formato politicamente anche il giovane D’Alema.
In tutte le democrazie di tradizione occidentale, la sovranità appartiene al popolo e sono gli elettori che stabiliscono le scelte politiche. Non potrà accadere, ad esempio, che primi ministri come la Merkel o Calderon, piuttosto che Zapatero, o Capi di Stato come Sarkozy ed Obama, eletti direttamente dal popolo, possano rischiare d’essere sostituiti da una maggioranza formatasi, invece, attorno ai partiti di opposizione, benché rafforzati da scissioni di voltagabbana eletti con i partiti di maggioranza. Fuori dall’Italia non è possibile che accada senza il necessario passaggio elettorale.
Ma questo è ciò che accade nel resto del mondo libero!
In Italia le cose possono, però, andare diversamente. Può accadere che dal Presidente della Repubblica, al Capo del Copasir, passando per il Presidente della Camera, ci si preoccupi, invece del logoramento di Berlusconi, che poi ha i voti degli italiani. C’è chi lo fa come parte attiva, abusando di una visibilità istituzionale, e chi con ipocrisia e finzione; chi ponendosi speciose questioni, e chi traendo spunto dall’animosità politica di alcune testate. Il fango non importa da dove provenga purché sia tanto e purché insudici. Ma il fango è sempre un composto melmoso dovuto alla composizione di più materie.
Per la Costituzione Italiana all’art.1, dopo il primo comma, retorico e banale, con cui si declama una Repubblica fondata sul lavoro, come se potesse essercene un’altra fondata sull’ozio, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chi ha votato per il centrodestra, pertanto, avrebbe tutte le ragioni per pretendere che il Presidente della Repubblica assolva al dovere morale di registrare con onestà, come farebbe un notaio con un atto stipulato per volontà delle parti, l’indirizzo politico espresso dal popolo (la sovranità). E sarebbe anche opportuno che faccia intendere, se non proprio dirlo con chiarezza, che non ci sia un’alternativa politica a questa maggioranza. La volontà popolare nel 2008 è apparsa, infatti, inequivocabile (oltre il 9,2% di differenza tra centrodestra e centrosinistra), come tale era stata anche nel 1994, al tempo del ribaltone di Scalfaro. E se non c’è alternativa politica, non c’è neanche governo tecnico che tenga: sono finzioni da prima repubblica.
I nominati delle Istituzioni vagheggiano, invece, i metodi del vecchio sistema proporzionale: quello in uso fino alle elezioni politiche del 1992. Fino ad allora le scelte le facevano i leader dei partiti. Esisteva la partitocrazia ed il sistema consociativo. In un sistema elettorale proporzionale con il recupero dei resti, ed in un contesto partitocratrico, fondare un partito poteva essere come vincere almeno un “cinque più uno” al Superenalotto. Alle urne non perdeva mai nessuno. Vincevano tutti. E capitava anche che chi perdeva venisse chiamato al Governo. La politica paradossalmente adottava il principio olimpionico: l’importante non era vincere, ma partecipare. Se si vinceva, tanto meglio! I partiti però vincevano sempre, chi più e chi meno; ma anche un perdente c’era sempre: il Paese. Il sistema non assegnava mai una maggioranza parlamentare chiara. Con 50 e passa partiti ogni maggioranza diventava possibile: bastava eludere le scelte e privilegiare le strategie di partito.
L’importante era incartare qualche parlamentare e partivano una serie di diritti e di rimborsi spese. I partiti così nascevano come funghi. Di alcuni non si è mai saputo in cosa differissero dagli altri. Per raccogliere voti si inventava di tutto e nascevano anche, ma con scarso successo, il partito dell’amore e quello della felicità. Alcuni si scindevano. Sorgevano persino le guerre dei simboli. A quel tempo era un po’ come accade oggi per il sud, con le tante nuove formazioni politiche che ne propongono l’attenzione ed il riscatto. Ma anche oggi c’è il vago sospetto che si cerchi solo uno spazio da occupare. Alcuni lo fanno strumentalizzando le difficoltà e le carenze, ma si stenta a credere che così il sud possa davvero contare di più.
Ai tempi della prima repubblica a pagare era sempre il contribuente, soprattutto quello a reddito fisso, gli altri erano per lo più nullatenenti, se non assistiti con la fiscalizzazione degli oneri sociali e la socializzazione delle perdite di esercizio. Anche il fenomeno dell’evasione fiscale è figlio di quello stesso sistema partitocratrico che alcuni oggi vorrebbero rivitalizzare, anche se per pudore non lo dicono. Ci lavorano, però! A quei tempi le questioni si risolvevano facendo ricorso alla spesa. Se non c’erano soldi in cassa, si emettevano titoli di debito pubblico, trasferendo l’onere alle future generazioni. E’ la Storia che si ripete con monotonia e sono sempre i figli a pagare gli errori dei padri.
Anche oggi i partiti ritornano a crescere. Alcuni dureranno una stagione. Tra questi molti dei nuovi partiti che si richiamano al sud, ma tra questi c’è anche il nuovo gruppo ispirato da Fini che si chiama Futuro e Libertà che un po’ equivale a dire facciamo oggi ciò che vogliamo (libertà) tanto al domani (futuro) ci penseranno gli altri. In questo nuovo partito che nasce non a caso a primeggiare, oltre a Fini, c’è un signore di Napoli che si chiama Bocchino e che si è distinto solo per il consociativismo amministrativo a Napoli ed in Campania.
Vito Schepisi

22 ottobre 2010

Una legge ad personam



Diciamolo subito! Così sgombriamo il campo da ogni infingimento, dalle tante ipocrisie e da tutti le possibili accuse di giustificazionismo. Diciamolo! Così ci spogliamo anche dalla tentazione del politichese, dai “ma anche” e da tutti quei ragionamenti che suonano un po’ come l’Alice nel paese delle meraviglie. Il cosiddetto “Lodo Alfano”, finalmente per legge costituzionale, servirà a cautelare il Premier dalla reiterata tentazione della magistratura politicizzata di trascinarlo dinanzi ad una sentenza di condanna penale da parte di un Tribunale della Repubblica. Più chiaro di così!
E’ una legge, quindi, che ha un chiaro riferimento “ad personam”.
Ed ora che l’abbiamo detto possiamo anche ragionarci sopra. Sosteniamo subito che è una legge con un forte imprimatur politico e che è fondamentale in un Paese così poco normale come l’Italia. E diciamo, anche, che è un provvedimento costituzionale che recepisce la volontà dei costituenti di tutelare l’agibilità politica nel Paese dalle possibili tentazioni autoritarie di corporazioni giudiziarie.
La legge recepisce sostanzialmente ciò che nel 1947 era stata la preoccupazione dell’Assemblea Costituente. Con l’art 68 della Costituzione si intendeva infatti stabilire, nell’Italia democratica e postfascista, il primato della politica. La modifica nel 1993 dell’art 68, troppo frettolosa e con la pressione del clima giustizialista e forcaiolo alimentato dalla stagione di “tangentopoli” - di cui la storia si dovrà occupare per comprenderne anche gli aspetti eversivi – ha finito con l’avvelenare il confronto tra i partiti. L’uso politico della Giustizia ha leso la sovranità popolare, contrapponendogli la cultura del sospetto e la prevalenza dei poteri burocratici e giudiziari. Sono figlie di questo clima le stagioni dei complotti e dei ribaltoni, le congetture e le trappole televisive, i tentativi di spallata extraparlamentare, le fabbriche delle calunnie e persino il gossip.
Se continuassimo a ragionare, ci sembrerebbe più grave ciò che fa richiedere la presenza di una legge che tuteli dall’aggressione giudiziaria le alte cariche dello Stato, piuttosto che la “personalizzazione” della legge. Anche la lamentela sulla retroattività apparirebbe come un mero esercizio di ipocrisia. La legge, infatti, serve a tutelare le alte cariche dello Stato dalle aggressioni giudiziarie, e non dalla responsabilità dei reati commessi. Non serve affatto a cancellare i reati!
Senza retroattività non si risolverebbe nulla. Alla magistratura anti Premier non interessa il reato, e tanto meno il momento della sua realizzazione, ma solo il Premier e la sua eventuale condanna. Un Lodo Alfano che decorra da oggi non servirebbe a risolvere i problemi del presente. Non servirebbe a consentire al centrodestra di portare avanti la legislatura senza doversi occupare dei procedimenti a carico del Premier.
Ma è persino opportuno che si prenda atto che questa legge è anche oggettiva: varrà, infatti, per tutti coloro che potranno trovarsi nelle stesse condizioni dell’attuale Premier. Con la legge approvata, nessun magistrato potrà stabilire la legittimità o meno di una coalizione o di un leader a governare. Solo Il Parlamento potrà esercitare il diritto-dovere di togliere o confermare la fiducia al Presidente del Consiglio dei Ministri.
La legge, inoltre, si riflette con le legislazioni di altri paesi democratici, europei e non. E nei paesi dove la tutela per legge non esiste, di massima accade o che la magistratura sia espressione essa stessa di democrazia, cioè è eletta dal popolo, o che sia il governo ad esercitare un controllo diretto sulla magistratura. In Italia, invece, la magistratura è autonoma ed indipendente ed è governata da un organismo di autogestione, il CSM, in cui prevale la componente togata.
Il Lodo Alfano (Lodo è un termine improprio che si riferisce ad un accordo tra le parti che, come è invece evidente, non c’è) non è che l’ultima rielaborazione di quello che partì già nel 2002 come Lodo Maccanico e che nel 2003 il parlamentare della Margherita sconfessò quando, presentato come Lodo Schifani, trovò l’opposizione pregiudizialmente schierata. La motivazione della marcia indietro, sostanzialmente politica ed ispirata dalla stessa magistratura, fu data dalla modifica dell’art 1 che prevedeva la tutela temporanea delle alte cariche dello Stato per tutta la durata della legislatura, anziché per solo 6 mesi.
La legge, approvata dal Parlamento come legge ordinaria due volte, e con la seconda dopo aver recepito le motivazione della prima sentenza della Corte Costituzionale, è stata bocciata da quest’ultima per ben due volte: l’ultima sostenendo che fosse necessaria una legge costituzionale. Eccola!
Vito Schepisi

14 ottobre 2010

Santoro e più Santoro



Se Santoro fosse un conduttore di un programma televisivo privato, o un editorialista di una testata giornalistica, ed avesse mandato a quel paese il suo direttore di testata o il suo editore, senza trarne le dovute conclusioni, cioè senza farle seguire dalle dimissioni, avrebbe sbagliato due volte. La prima nell’aver approfittato della fiducia del suo datore di lavoro e del responsabile legale della testata e la seconda per non aver fatto seguire ad una posizione così dirompente le sue dimissioni.
Ma nel privato sarebbe stato costretto a trovarsi un altro lavoro.
Santoro, però, è un giornalista della Rai pubblica, un giornalista che gode di una sua posizione privilegiata. Non è uomo che accetta ciò che vale per tutti gli altri comuni mortali. Santoro non ammette i suoi errori, anzi non li ha mai considerati tali, perché per il suo egocentrismo ad aver torto sono sempre gli altri. Si sente forte perché è un vincitore, non di un concorso, ove la cosa sarebbe anche corretta per pretendere il diritto al mantenimento del suo posto di lavoro, ma di una causa contro la Rai. Un magistrato, infatti, ha ritenuto che la Rai fosse obbligata a dargli uno spazio in prima serata per legge, come se fosse, in una separazione legale, l’assegno di mantenimento di un coniuge verso l’altro.
Santoro uscì dalla Rai sbattendo la porta – facendosi però eleggere, senza dar molto di se, deputato europeo dei DS nel 2004 - a seguito di una striscia polemica che fece seguito alle parole del premier Berlusconi, nel 2002, in Bulgaria: « L'uso che Biagi... Come si chiama quell'altro? Santoro... Ma l'altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga ».
Lo sfogo del Premier aveva una sua ragione. Durante la campagna elettorale del 2001, la Rai presieduta dal Prof. Zaccaria si era schierata compatta contro l’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi. Mai la programmazione della tv pubblica era mai stata così caratterizzata da un fuoco così concentrico e senza risparmio di munizioni contro il leader dell’opposizione. Persino la satira che prende normalmente di mira chi governa, in Italia faceva l’esatto contrario.
La vittoria dell’Ulivo di Prodi del 1996 aveva perso la sua forza propulsiva e soprattutto la sua compattezza, fino a dissolversi con la frattura del partito della Rifondazione comunista. Cossiga, per sostituire i voti di Bertinotti e per far eleggere Massimo D’Alema alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva sospinto Mastella a formare un nuovo partito con parlamentari eletti tra le fila dell’opposizione. Lo scopo era quello di dar vita ad un governo che andasse a fare la guerra in Kosovo. Per la prima volta, così, nella storia del nostro Paese, un post comunista diventava Capo del Governo. E per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia diventava protagonista di un conflitto armato ed inviava i suoi aerei a bombardare obiettivi militari e strategici in Serbia.
Con D’Alema alla Presidenza del Consiglio si apriva anche una fase politica molto chiacchierata, tanto da far dire a Guido Rossi, già senatore della sinistra indipendente e più volte Presidente Telecom, che Palazzo Chigi si era trasformata in una Merchant Bank. E dopo una sconfitta elettorale alle regionali del 2000, D’Alema, visto dagli italiani come un Premier non eletto dal popolo, cedeva le armi e veniva sostituito da Giuliano Amato che, a sua volta, l’anno successivo veniva sostituito da Francesco Rutelli ( u bell’ uaglione, per usare la definizione di Prodi) per guidare la campagna elettorale del 2001. D’un colpo la sinistra bruciava ben 4 suoi uomini: Prodi, D’Alema, Amato e Rutelli.
La sinistra nel 2001 appariva in evidente difficoltà, e non solo per la carenza di una leadership autorevole, ma anche per mancanza di idee. Per allentare lo spettro della disfatta, la tv pubblica era stata schierata, compatta, a difesa del suo fortino e contro l’opposizione. Le parole di Berlusconi in Bulgaria intendevano, pertanto, stigmatizzare questo atteggiamento, per sottolineare l’insufficiente maturità democratica e l’intolleranza al pluralismo della sinistra. Ed è la stessa convinzione che resta tuttora ben radicata di una sinistra che, quando vince, non lascia spazio neanche ai sospiri, figurarsi all’informazione libera.
Dopo quello che fu definito “l’editto bulgaro” di Berlusconi, e dopo l’irrogazione nell’ottobre del 2002 a carico di Santoro di un provvedimento disciplinare del Cda Rai, per i contenuti di due puntate della trasmissione “Sciuscià”, il programma di Santoro non veniva confermato nel palinsesto Rai. Nel giugno del 2003, però, il Tribunale di Roma, accogliendo la causa di lavoro intentata dal conduttore, stabilì che gli fosse assegnato in Rai un programma «di approfondimento giornalistico a puntate collocato in prima o in seconda serata con dotazione delle risorse umane, materiali e tecniche, idonee ad assicurare la buona riuscita di esso, in misura equivalente a quella praticata per i programmi precedenti».
Per sciogliere questo “vincolo giudiziario”- è bene ricordarlo - e per concedere di liberarsi della sua presenza, al termine della scorsa stagione televisiva, Santoro chiedeva alla Rai di svenarsi con i soldi dei contribuenti.
E’ in virtù di questa sentenza che il conduttore di “Annozero” fa la voce grossa, come colui che ha un fratello campione di karatè e si consente di fare il bullo con tutti minacciando l’uso del fratello. La stessa voce grossa che fa tuttora, dopo che il Direttore Generale Rai Masi ha adottato un provvedimento di sospensione per 10 giorni dal video e dallo stipendio, per le parole offensive usate nei suoi confronti, per la “colpa” di aver richiesto, per le trasmissioni di approfondimento, maggior pluralismo ed un pubblico in studio non schierato. Regole che in democrazia sembrerebbero normali, ma non per il conduttore di “Annozero” che, evidentemente, preso dal suo “io”, le considera limitative alla sua libertà professionale.
Vito Schepisi

12 ottobre 2010

Un cerchio alla testa


Storie di intercettazioni e di risvolti inquietanti


C’è troppa sospetta distrazione in Italia: un po’ voluta ed un po’ ipocrita. La cronaca si sofferma sui pettegolezzi e sui risvolti più frivoli delle vicende, ma oscura la polpa. Restano così nel vago, o addirittura nell’indifferenza, i misteri che avvolgono le ragioni e gli orditi di quanto realmente accade. Nessuno che ci racconti i pericoli reali e che ci avverta su cosa ci sia dietro l’angolo.
Ciò che si bisbiglia al telefono può essere molto più inquietante del fastidio della signora Marcegaglia, dinanzi alla curiosità de Il Giornale sulle ragioni che abbiano spinto il Presidente di Confindustria all’impulso estivo di spezzare una lancia a favore di Fini.
E’ evidente la reiterata ipocrisia dei media. C’è l’amara sensazione dei due pesi e delle due misure nelle valutazioni degli episodi sottoposti alla lente di ingrandimento della cronaca politico-giudiziaria. Emergono pesanti dubbi sulla effettiva libertà ed indipendenza della stampa in Italia. Ma ci incapricciamo lo stesso nel voler comprendere il perché diventino azioni di dossieraggio alcune inchieste giornalistiche, ed invece motivo di giusta informazione altre. Ci sono così tante vicende su cui con troppa superficialità, creando la sensazione dell’inganno e dell’omissione, cala il sipario della distrazione.
Per tornare alla questione Marcegaglia - Il Giornale, almeno due episodi sembrano sfuggire alla riflessione di pur intraprendenti ed astuti cronisti di giudiziaria. Stranamente ci sono molte testate, soprattutto tra quelle più dinamiche nel raccontare i risvolti più torbidi delle presunte trame, e tra quelle sempre pronte ad ipotizzare le più ardite dietrologie collegate ad ipotesi affaristiche e di gestione del potere politico, burocratico, mediatico ed occulto, che in questo caso sorvolano sugli approfondimenti, o tutt’al più accennano alle questioni emerse con timidezza un po’ sospetta.
Il primo risvolto ha una visibilità grande quanto una casa: la Procura di Napoli intercettava o il Direttore ed il Vice Direttore del Giornale o ambienti di Confindustria. Tertium non datur!
La questione che ha dato origine alla massiccia operazione di polizia giudiziaria nei confronti de Il Giornale, del Direttore Sallusti e del Vice Direttore Porro, con perquisizioni personali, come se fossero camorristi, è emersa a seguito dell’ascolto delle conversazioni telefoniche tra Nicola Porro e Rinaldo Alpisella, collaboratore ed addetto stampa della signora Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria.
Ed in questa vicenda uno più uno fa due: non si scappa!
E’ evidente che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, siano state sottoposte ad indagini giudiziarie. Il Giornale o Confindustria, o Porro e Sallusti ed Alpisella erano “attenzionati”, come si dice in gergo, dai funzionari di polizia giudiziaria. Per essere intercettati legittimamente, infatti, ci deve essere l’iscrizione all’albo degli indagati a carico di almeno un soggetto collegato ed è necessario che un magistrato abbia disposto le intercettazioni, motivandole con indizi di reato nei confronti di altrettanto precisi individui, o che ricorrano situazioni di attenzione giudiziaria su soggetti giuridici diversi ma collegati alle persone intercettate. Dagli episodi se ne deduce solo che le intercettazioni siano state disposte dalla Procura di Napoli e che l’autorizzazione sia stata firmata da un magistrato. Chi è indagato allora e per cosa? Ma se c’era una attenzione giudiziaria, perché è stata bruciata per una “bufala” come le presunte minacce de Il Giornale?
Il secondo risvolto della vicenda è invece ancora più inquietante. Non si possono, infatti, interpretare le parole del braccio destro della Signora Marcegaglia come se uscissero da una banale conversazione al bar dello sport. L’associazione degli industriali italiani è forse qualcosa di più di una base su cui poggiano le fondamenta dell’attività produttiva nazionale. La Confindustria rappresenta i serbatoi di “carburante” della macchina Paese. Lavoro, fatturato, e quindi la parte più consistente del Pil, e lo stesso processo di sviluppo economico dipendono dalle politiche di Confindustria e dalla sua capacità, assieme alle forze sociali ed al Governo, di mediare nei rapporti tra lavoro, produzione, innovazione, ricerca, aggiornamento e sviluppo. L’associazione degli industriali italiani è un pilastro dell’economia italiana. Basti pensare che il nostro Paese è inserito nel G7, cioè tra i 7 paesi più industrializzati del mondo.
Alpisella nella sua intercettazione con Porro ha parlato di “ sovrastrutture che passano sopra la nostra testa” e si è chiesto se il suo interlocutore (Porro) riuscisse a comprendere le questioni D’Addario e Fini lasciando intendere a strutture ( “cerchio sovrastrutturale”) che tramano nell’ombra attraverso i poteri e gli strumenti che si pongono a loro disposizione per ostacolare l’azione di governo. “No, no fermati un attimo – dice, intercettato, Alpisella a Porro – tu non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere …”.
Ebbene c’è tanta gente che non sa alcune cose e siccome sono cose che ricadono sulla testa di tutti gli italiani le vorrebbe conoscere. Quali sono i poteri, che Confindustria mostra invece di conoscere, che passano sulla testa di tutti e che manovrano la politica e manipolano le scelte degli elettori? Chi c’è dietro Fini? Chi dietro Casini? Chi ha scatenato la D’Addario? Chi comanda il “cerchio sovrastrutturale”?
Ma è possibile che la stampa che si dice libera, e che manifesta contro il presunto bavaglio di Berlusconi, non riesca a porsi queste domande?
Vito Schepisi

02 ottobre 2010

La violenza ha sempre i suoi mandanti


Dagli episodi di violenza e da tutte le manifestazioni di inciviltà c’è sempre da trarre una morale. Sappiamo che la storia si ripete. Il motivo è molto semplice. La storia siamo noi con le nostre debolezze, il nostro umore, il nostro carattere, i nostri pregi, i nostri difetti: la storia siamo noi soprattutto con le nostre idee.
C’è un filo conduttore che lega parole ed azioni, e quando le parole passano quel limite immaginario del normale confronto tra idee e pensieri diversi, si trasformano in pietre. Ed arriva il pericolo. Quando le parole scaldano gli animi, quando si manifestano le prime azioni di intolleranza, come, ad esempio, è accaduto di recente alla festa del PD, e se ai primi sintomi di violenza c’è chi minimizza, se non addirittura giustifica, è facile che si scateni la fantasia esasperata di una manovalanza politica che è pronta a percepire l’avversario non più come chi ha idee diverse, ma come un nemico da abbattere. E’ facile, così, che dalla barbarie verbale si passi a quella della reazione violenta. Accade sempre così, ma non se ne vuole mai prendere atto.
Nella sinistra italiana non s’è compiuta ancora l’opera di democratizzazione della base. I vertici hanno somatizzato il pluralismo e la democrazia liberale come una necessità per non esser tagliati fuori dalla storia, ma nella base c’è ancora tutta l’intolleranza di una cultura che non ammette fallimenti, che non ammette alternative, che non ammette neanche la possibilità che un’idea diversa sia espressa, e figuriamoci l’ammissione che possa essere migliore della propria. C’è chi ha un’idea “messianica” e giustizialista della politica, e quasi sempre motivata da pregiudizi manichei.
In Italia si respira una cattiva aria di intolleranza. Il pregiudizio è ritornato con più vigore a prendere il posto della ragione. Le parole superano il confine tra un acceso confronto politico e l’insinuazione. L’ingiuria prende il posto della critica e del dissenso ragionato. Alcune questioni si prendono troppo sul serio, molto più della consistenza effettiva dei contenuti in discussione. L’intolleranza emerge quando non ci sono idee proprie e, ingigantendo le criticità, si vuole solo demolire quelle del proprio avversario.
Produrre azioni di governo, anche sbagliando, è sempre meglio, però, che mantenere in piedi ciò che non funziona. Il riformismo è l’unico metodo democratico per adeguare ai tempi che mutano ed ai nuovi bisogni l’assetto sociale e strutturale del Paese, ma è un concetto che non abbiamo mai sentito affermare da Bersani o dalla Bindi, tanto meno da Di Pietro, per quanto possa contare una sua opinione.
Le trasmissioni di approfondimento politico in tv sembrano dei ring. Verrebbe persino da sospettare che ci sia un gioco delle parti, per fare “audience”, ben sapendo che le risse in tv finiscono per avere notevoli picchi di ascolti. Ognuno ci mette qualcosa di suo e si perde di vista, invece, il motivo della contesa politica e si oscura la ragione stessa dell’informazione. Ma è questa la vera censura a danno dei cittadini, perché si perdono di vista le motivazioni del confronto tra soluzioni diverse.
Sui modi diversi di pensare alla sicurezza, alla giustizia, all’economia, all’immigrazione, ai confronti tra e nei partiti, non ci sono solo motivi di sopraffazione o di vendetta, ma anche comprensibili motivi di percezioni diverse. Ciò che è sbagliato è il voler riempire di fondamentali visioni ideologiche queste diverse percezioni. Questo metodo, come abbiamo visto in passato, e come rischiamo di vedere in futuro, può portare solo a niente di buono.
L’esasperazione dei toni è ritornata con maggiore virulenza da quando il centrodestra ha vinto, anche largamente, le elezioni politiche del 2008. Da quel momento sono subito venute meno le parole di Veltroni - fatto fuori ben presto - sulla reciproca legittimazione delle scelte democratiche degli elettori. Alla vigilia delle elezioni del 2008, l’unica voce in contrasto alla legittimazione era stata quella di Di Pietro.
Tralasciando le opinioni sulla sincerità delle parole di Veltroni, e pensando che sia solo frutto della forza onnicomprensiva del suo “maanchismo”, si è fatto strada più di un sospetto che Di Pietro sia stato usato dal PD, ma anche che il molisano non si sia limitato a farsi usare, ma ad abusare a sua volta.
Di certo viene usato in alcune trasmissioni televisive per accendere le micce della deflagrazione verbale. Chi lo utilizza, come ospite quasi fisso, non lo fa per offrire contributi di approfondimento di uno studioso dei fenomeni politici o per avvalersi di competenza giuridica e di pacato raziocinio per affrontare questioni di etica politica e di attualità giudiziaria, ma lo fa per usarlo come una clava contro chi nutre idee diverse da una “verità” politica che invece si vorrebbe far emergere. Tutto sommato, ad esempio, Santoro è anche così onesto da affermare senza nascondersi d’essere un fazioso. Un vero istrione!
Se traessimo una morale da alcune trasmissioni televisive, potremmo dire che per far del male a qualcuno non sia necessario bastonarlo con una mazza, lo si può fare in tante altre diverse maniere. Si può far del male ad un uomo scatenandogli contro un animale feroce, assoldando un sicario o, in modo più sottile, usando un forsennato ignorante che sgrammaticato lo insulti e lo diffami in tv indicandolo come il male assoluto o come il nemico politico da rimuovere. Si può fare (il male) anche contro tutti i suoi sostenitori e maggiormente contro chi, direttamente o indirettamente, in tv si contrappone ai metodi della sopraffazione.
Se poi, infatti, tra i telespettatori, c’è chi ritiene che sia necessario fare anche di più, accade che alcuni giornalisti ed alcuni politici abbiano bisogno della scorta, e che qualche volta si rischia che ci scappi il morto.
Vito Schepisi

28 settembre 2010

Fermiamoci a pensare



Se ci fermassimo un po’ a pensare, comprenderemmo che questa volta la posta in gioco ha il suo valore. Dopo la caduta della prima repubblica, già nel 1994, quando, con un avviso di garanzia pubblicato sul Corriere della Sera, la Procura di Milano informava Berlusconi - che coordinava a Napoli la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata - d’essere oggetto di indagini per concorso in corruzione, dando così inizio ad un’attenzione giudiziaria che dura oramai da 16 anni, la politica italiana ha vissuto una democrazia molto tormentata, se non per certi aspetti precaria. Da quei tempi, però, nel Paese è maturata una speranza che è diventata una lunga attesa. E’ stata vinta la rassegnazione, ed anche l’ipocrisia ha dovuto arretrare di qualche passo, vinta dalla inarrestabile volontà degli italiani di cambiare.
Gli esiti elettorali che si sono succeduti, però, non hanno mai sortito un confronto sereno tra maggioranza ed opposizione: è mancata la reciproca attestazione di legittimità; le coalizioni elettorali formatesi si sono rivelate frammentate, litigiose ed incostanti; sono emerse ambizioni premature ed egoismi di partito; sono affiorate differenze sia di obiettivi che di strategie politico-amministrative.
Le maggioranze precarie, formate dall’unione di più partiti, ciascuno con i suoi personalismi ed i suoi apparati, hanno finito così col paralizzare l’azione di governo e l’attività parlamentare. La conseguenza è che non è stato possibile esprimere con continuità un ciclo politico-amministrativo e, soprattutto, che le caste conservatrici hanno bloccato l’azione riformatrice.
Le riflessioni servono anche per capire se tutte queste divisioni e se tutte queste lotte nei partiti e fra i partiti siano o meno anche un riflesso delle lotte tra gli italiani, e se il corpo elettorale riesca o meno a dare significato politico alle frammentazioni. La politica in definitiva non è che un contenitore di sostanze diverse che vanno, ad esempio, dai grandi ideali di Libertà ed Indipendenza, di Patria, di Giustizia, di equilibrio sociale, di umanesimo, di lotta al bisogno, alla più modesta collocazione di un lampione o di un’area di parcheggio. Se, in politica, vedessimo tutto con l’occhio del pregiudizio, ci si potrebbe collocare tranquillamente tutti da una parte o tutti dall’altra e viceversa. Le scelte, invece, si fanno sui modelli di società da realizzare e sulla capacità, attraverso le riforme, di adeguare le stesse scelte ai tempi che mutano.
Non c’è niente di più insulso in politica che il pregiudizio, come se si potesse tranquillamente sostenere che da una parte ci sia sempre la ragione e dall’altra sempre il torto, ovvero che con i primi ci sia Fini e con gli altri Berlusconi, o viceversa da una parte Bersani e dall’altra Di Pietro o, ancor più, con i primi sempre Bersani e con i secondi Berlusconi, o infine che solo da una parte ci sia il male assoluto come sostiene, ad esempio, un personaggio come Travaglio.
La verità è che il fastidio e l’ingombro di questa politica italiana, incline per indole e tradizione all’inciucio ed alla spartizione dei poteri, si chiama Silvio Berlusconi. La verità è che la preoccupazione della perdita dei privilegi di casta, ed il timore dell’abbattimento della gestione vischiosa della burocrazia, proviene dall’idea politica di Silvio Berlusconi. Queste ansie provocano reazioni incontrollate, persino trasversali che investono l’economia, la finanza, l’industria, la magistratura, l’editoria e, come è evidente, la stessa politica che diviene strumento sia delle politiche di innovazione che di quelle di conservazione.
I politici, a volte, sembrano come le mandrie di pecore. Se viene messo in pericolo l’accesso ai pascoli dove nutrirsi, cercano di scavalcare le barriere e di passare dall’altra parte. L’obiettivo, più che le scelte, è quello di conservare lo spazio della propria sopravvivenza parlamentare o, a seconda dei casi, della fetta di potere da gestire. Pochissimi politici tornerebbe a vita privata per propria scelta e, pur lamentandosi per i sacrifici, lo stress, la tensione, non rinuncerebbero mai ai tanti privilegi conquistati tra cui compensi economici, benefit, liquidazioni di fine legislatura e trattamenti pensionistici.
Se ci fermassimo a pensare, perciò, capiremmo che si deve provare a rompere questa “maledizione” di non poter cambiare il Paese, e di farlo invece muovere non più nell’interesse della sua classe dirigente, ma dei suoi cittadini. Non più nell’ipocrisia politica, ma secondo opzioni che non compromettano le necessità ed i bisogni del domani. E se anche questa volta si rinunciasse alle scelte, sarebbe un’altra occasione perduta. E non si sa se e quante ne resterebbero ancora!
Se si chiudesse questa legislatura senza riforme, Berlusconi rischierebbe di perdere definitivamente la sua battaglia rivoluzionaria. Finirebbe il sogno di tanti di voler attuare con il centrodestra quella politica riformatrice che la sinistra non è neanche capace di concepire. Fa bene, pertanto, il Cavaliere a provarci!
Marcello Veneziani nel suo articolo di lunedì su il Giornale sosteneva che Berlusconi è il tappo della politica italiana, quello che impedisce che fuoriesca il letame della partitocrazia. Senza Berlusconi, in effetti, salterebbe il bipolarismo e la politica ritornerebbe a frantumarsi. Si tornerebbe ai ricatti, ai condizionamenti, alle spartizioni, ai vertici di coalizione, come ha appena chiesto il finiano Bocchino. Ma Berlusconi non è eterno e non se ne vedono altri in giro. Se non riuscirà a fare le riforme, tutto sarà più difficile.
Il Premier ha, pertanto, il dovere di provarci, ma anche di appellarsi al Paese al primo manifestarsi di nuovi rigurgiti di azioni di logoramento. Meglio nuove elezioni che galleggiare.
Vito Schepisi

21 settembre 2010

Ma anche ...


Ma si capisce perché Veltroni è tornato a cantare nel coro! I suoi proclami di abbandono della politica sono come un’eco che rifrange i suoni: è come un effetto speciale, è come il riverbero della eco che lentamente va scemando fino a sparire. Non c’è niente di vero in ciò che dice e che fa: è scritto solo nel copione del film che vive dal vero. Non c’è necessariamente un motivo per ogni cosa, l’istinto spesso prevale, e neanche per il mancato trasferimento in Africa c’è una vera ragione. E chissà se nel continente nero ci andrà mai per restarci! E le motivazioni non sono solo per pietà per quelle popolazioni già gravemente tormentate, ma anche altre. Per Veltroni il “ma anche” è centrale. Quasi uno scopo!
Come capita ad un autore che ha sempre sognato di comporre l’opera d’arte più eclatante e discussa del secolo e che, dopo averla realizzata, pregusta l’avverarsi del suo desiderio e spera che alla radio, in televisione e sui giornali si discuta della sua creatura artistica, non può essere vero che Veltroni rinunci alla voglia di godersi il successo. Non può allontanarsi ed isolarsi dalla ribalta ed abbandonare l’idea di gustarsi il tributo di plauso e di stima che merita. Non sarebbe normale! E sarebbe meno normale che mai per uno che dà l’idea dell’uomo che, per spiccata autostima, pur di guardarsi e di sentirsi si metterebbe dinanzi allo specchio ad ammirarsi.
Poteva così Veltroni nel trionfo pieno del “ma anche” tuffarsi nell’impegno umanitario in Africa e fuori dalla ribalta? Proprio lui esperto di cinema e spettacolo lontano dai riflettori?
Nulla poté il suo ingegno letterario e politico quanto la sua onnicomprensività delle soluzioni. Non poteva abbandonare la scena proprio ora che per lui c’era una ragione d’orgoglio. Non sarebbe stato da Veltroni, diventare il signor nessuno fuori dall’Italia, e proprio nel momento in cui può vedere finalmente trionfare il suo intuito comprensivo, di grande spessore filosofico, del tutto e del suo esatto contrario: il bianco, ma anche il nero; l’Africa ma anche l’Europa; il dritto, ma anche il rovescio; dentro, ma anche fuori; Berlusconi, ma anche no; con la bussola, ma anche senza.
Veltroni ha tracciato il solco del pensiero “maanchista” e poi ci si è infilata una folla, ad iniziare da Vendola, ad esempio. Cattolico, ma anche comunista, e poi continuando tra l’assunto ed il suo “ma anche” scopriremmo la realtà di una terra pugliese devastata dall’incuria e dalla supponenza, tra disoccupazione che cresce a due numeri, i servizi inefficienti, la sanità inquietante, la sporcizia, l’arretratezza, trovandoci così, per indignazione, in una giungla di espressioni poco poetiche. Ma anche, sempre nella Puglia di Vendola, un territorio devastato dalle pale eoliche e dai pannelli fotovoltaici. Ma anche senza che nessuna procura approfondisca sugli appalti e sulle spese. E la sinistra così opta per farsi ancora del male, e fare del male al Paese, e pensa anche a Vendola come nuovo leader della sinistra italiana, ma anche senza orecchino.
Fini ha deciso cosa farà da grande, ma anche Veltroni ha deciso di fare qualcosa dentro, ma anche fuori dal vaso. Per fortuna che la bussola ce l’ha, ma anche Bersani sostiene d’averla.
Il Pdl ha i suoi problemi interni con la fronda finiana. Fini ed il suo gruppo si schierano a destra, ma anche a sinistra. I finiani sono per la fiducia al governo, ma anche contro questo governo. Ed il governo ha lavorato bene, ma anche male. Il Fli si costituisce in gruppo autonomo dal Pdl e diventa Fli in Parlamento, ma anche Pdl fuori del Parlamento. Il presidente della Camera è super partes, ma anche leader di un nuovo gruppo politico. Forse c’è un po’ di confusione, ma anche uno spettacolo indecente.
Il Pdl ha i suoi problemi, ma anche all’interno del PD c’è un confronto molto teso in atto. La festa del Pd di Torino, tra luci ed ombre, ha movimentato il dibattito interno nel centrosinistra, conclusosi con un vuoto assoluto di proposte, ma anche con la conferma dell’antiberlusconismo come unico collante che li unisce. Ma anche con l’emergere di una reazione violenta dei gruppi più intolleranti della sinistra italiana. Nel Pd c’è democrazia, ma anche e soprattutto il suo contrario.
La Bindi sarebbe disposta a rapporti con Fini per disarcionare Berlusconi, ma anche Di Pietro vorrebbe avere rapporti col diavolo per ribaltare il voto degli elettori e sostiene anche che il Presidente del Senato e Dell’Utri non avrebbero diritto di parlare in pubblico. Di Pietro comanda nel suo partito, ma anche nel PD, ma anche in tutto il Paese, ma anche in tutte le Procure, ma anche in tutte le tv. Sarà che pensi che solo con la sua presenza si realizzi la sovranità del pluralismo, ma anche l’ignoranza, ma anche la barbarie, ma anche la protervia, ma anche l’arroganza.
Rutelli è in cerca di autore, ma anche Casini. L’Udc non si schiererà mai a sinistra, ma anche lo fa. Miccichè vuole stare in un nuovo partito del sud, ma anche nel Pdl.
E’ in arrivo Santoro, ma anche il suo vittimismo, ma anche le sue provocazioni, ma anche le polemiche, ma anche Vauro e Travaglio. Ma anche “du palle”! Ed a proposito di palle in Tv ci sarà anche Biscardi?
E Buttiglione, imperterrito, si accinge ad andare dal sarto per girare per la centesima volta la sua vecchia giacchetta. Purché non vada anche dal chirurgo estetico a cambiare anche la faccia: quella che ha è quasi perfetta.
Vito Schepisi