
L’ultimo sfregio all’indipendenza delle Istituzioni l’ha inferto il vecchio “enfant prodige” di quello che fu il partito comunista italiano. Il marinaretto Massimo D’Alema, infatti, nominato Presidente del Copasir, l’organismo che controlla i servizi segreti, traendo spunto dalle campagne di stampa, ha insinuato che la sicurezza del Premier sia compromessa dalle sue scelte di vita privata, ed ha lamentato, altresì, un aggravio dell’impegno degli agenti preposti alla sua sicurezza a causa delle sue frequentazioni. Per D’Alema, in definitiva, Berlusconi farebbe bene a starsene chiuso in casa e senza frequentare nessuno.
Ma quello di un servizio di controllo e di sicurezza sui servizi, che provi a far rimbalzare le ondate mediatiche di gossip e le insinuazioni, è un modo singolare ed improprio di assolvere le proprie funzioni. Sarebbe, invece, auspicabile che il Presidente del Copasir faccia con la dovuta discrezione solo il suo mestiere, insomma che lo faccia seriamente ed in silenzio!
Ad usare le Istituzioni, per compiacere la propria e l’altrui passione, aveva già provato, e con altrettanta platealità, Oscar Luigi Scalfaro. Ma un Capo dello Stato che diviene parte attiva di un ordito politico in cui si ribaltano le scelte degli elettori è più simile ad un “caudillo”sud americano, che non ad un garante delle istituzioni di un Paese libero e democratico. Il ribaltone del ‘94 è stato così l’epilogo della stagione dell’Italia “democratica ed antifascista”, quella dominata dalla retorica, per lo più moralista, di tanti ex fascisti riciclati, ed apparsa più simile ad un regime di stampo autoritario, che ad una vera democrazia liberale.
Non ci meraviglia, pertanto, che in quella l’Italia si sia formato politicamente anche il giovane D’Alema.
In tutte le democrazie di tradizione occidentale, la sovranità appartiene al popolo e sono gli elettori che stabiliscono le scelte politiche. Non potrà accadere, ad esempio, che primi ministri come la Merkel o Calderon, piuttosto che Zapatero, o Capi di Stato come Sarkozy ed Obama, eletti direttamente dal popolo, possano rischiare d’essere sostituiti da una maggioranza formatasi, invece, attorno ai partiti di opposizione, benché rafforzati da scissioni di voltagabbana eletti con i partiti di maggioranza. Fuori dall’Italia non è possibile che accada senza il necessario passaggio elettorale.
Ma questo è ciò che accade nel resto del mondo libero!
In Italia le cose possono, però, andare diversamente. Può accadere che dal Presidente della Repubblica, al Capo del Copasir, passando per il Presidente della Camera, ci si preoccupi, invece del logoramento di Berlusconi, che poi ha i voti degli italiani. C’è chi lo fa come parte attiva, abusando di una visibilità istituzionale, e chi con ipocrisia e finzione; chi ponendosi speciose questioni, e chi traendo spunto dall’animosità politica di alcune testate. Il fango non importa da dove provenga purché sia tanto e purché insudici. Ma il fango è sempre un composto melmoso dovuto alla composizione di più materie.
Per la Costituzione Italiana all’art.1, dopo il primo comma, retorico e banale, con cui si declama una Repubblica fondata sul lavoro, come se potesse essercene un’altra fondata sull’ozio, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chi ha votato per il centrodestra, pertanto, avrebbe tutte le ragioni per pretendere che il Presidente della Repubblica assolva al dovere morale di registrare con onestà, come farebbe un notaio con un atto stipulato per volontà delle parti, l’indirizzo politico espresso dal popolo (la sovranità). E sarebbe anche opportuno che faccia intendere, se non proprio dirlo con chiarezza, che non ci sia un’alternativa politica a questa maggioranza. La volontà popolare nel 2008 è apparsa, infatti, inequivocabile (oltre il 9,2% di differenza tra centrodestra e centrosinistra), come tale era stata anche nel 1994, al tempo del ribaltone di Scalfaro. E se non c’è alternativa politica, non c’è neanche governo tecnico che tenga: sono finzioni da prima repubblica.
I nominati delle Istituzioni vagheggiano, invece, i metodi del vecchio sistema proporzionale: quello in uso fino alle elezioni politiche del 1992. Fino ad allora le scelte le facevano i leader dei partiti. Esisteva la partitocrazia ed il sistema consociativo. In un sistema elettorale proporzionale con il recupero dei resti, ed in un contesto partitocratrico, fondare un partito poteva essere come vincere almeno un “cinque più uno” al Superenalotto. Alle urne non perdeva mai nessuno. Vincevano tutti. E capitava anche che chi perdeva venisse chiamato al Governo. La politica paradossalmente adottava il principio olimpionico: l’importante non era vincere, ma partecipare. Se si vinceva, tanto meglio! I partiti però vincevano sempre, chi più e chi meno; ma anche un perdente c’era sempre: il Paese. Il sistema non assegnava mai una maggioranza parlamentare chiara. Con 50 e passa partiti ogni maggioranza diventava possibile: bastava eludere le scelte e privilegiare le strategie di partito.
L’importante era incartare qualche parlamentare e partivano una serie di diritti e di rimborsi spese. I partiti così nascevano come funghi. Di alcuni non si è mai saputo in cosa differissero dagli altri. Per raccogliere voti si inventava di tutto e nascevano anche, ma con scarso successo, il partito dell’amore e quello della felicità. Alcuni si scindevano. Sorgevano persino le guerre dei simboli. A quel tempo era un po’ come accade oggi per il sud, con le tante nuove formazioni politiche che ne propongono l’attenzione ed il riscatto. Ma anche oggi c’è il vago sospetto che si cerchi solo uno spazio da occupare. Alcuni lo fanno strumentalizzando le difficoltà e le carenze, ma si stenta a credere che così il sud possa davvero contare di più.
Ai tempi della prima repubblica a pagare era sempre il contribuente, soprattutto quello a reddito fisso, gli altri erano per lo più nullatenenti, se non assistiti con la fiscalizzazione degli oneri sociali e la socializzazione delle perdite di esercizio. Anche il fenomeno dell’evasione fiscale è figlio di quello stesso sistema partitocratrico che alcuni oggi vorrebbero rivitalizzare, anche se per pudore non lo dicono. Ci lavorano, però! A quei tempi le questioni si risolvevano facendo ricorso alla spesa. Se non c’erano soldi in cassa, si emettevano titoli di debito pubblico, trasferendo l’onere alle future generazioni. E’ la Storia che si ripete con monotonia e sono sempre i figli a pagare gli errori dei padri.
Anche oggi i partiti ritornano a crescere. Alcuni dureranno una stagione. Tra questi molti dei nuovi partiti che si richiamano al sud, ma tra questi c’è anche il nuovo gruppo ispirato da Fini che si chiama Futuro e Libertà che un po’ equivale a dire facciamo oggi ciò che vogliamo (libertà) tanto al domani (futuro) ci penseranno gli altri. In questo nuovo partito che nasce non a caso a primeggiare, oltre a Fini, c’è un signore di Napoli che si chiama Bocchino e che si è distinto solo per il consociativismo amministrativo a Napoli ed in Campania.
Vito Schepisi