31 dicembre 2008

Buon 2009


Non c’è niente di più banale che augurare Buon Natale e Buon Anno, anche se non è una consuetudine superflua, perché serve a compattare gli affetti, le amicizie e forse anche i pensieri.
Ci vorrebbe forse una legge, emessa per decreto, che stabilisca che con la fine del vecchio anno debbano scadere tutte le liti e le incomprensioni tra gli uomini ed i popoli. A parte Di Pietro, e qualche altro politico perverso e pervaso dal malanimo, penso che la legge riscuoterebbe un’adesione parlamentare grandissima.
In fondo siamo un po’ tutti come quei bimbi delle letterine di Natale che promettono di ubbidire ai genitori, di essere buoni, di studiare di più; riusciamo a comprendere ciò che è bene e sappiamo distinguerlo da ciò che è male.
L’uomo è nato si con la capacità di comprendere ma ha la furbizia del dar ragione al suo istinto, come un animale che per lo stesso istinto è portato a ricercare lo spirito d’insieme con i suoi simili, ma delimita il suo territorio mostrandosi pronto a difenderlo con ogni mezzo.
Non sempre, però, la sua difesa ha una ragione. Non sempre c’è davvero qualcosa da difendere, spesso è solo un principio o un capriccio: è una logica di potere; è una volontà di dominio.
Diventa così una consuetudine descrivere il vecchio anno come un contenitore di tante delusioni e di tanto malessere. Disastri, incidenti, guerre, toni da trivio nel confronto politico, sono presi ad esempio per stabilire il fardello di colpe del vecchio anno che va via.
Chi poi non ha avuto una delusione, o un lutto, o qualcosa da dimenticare e superare? Chi non ha imprecato contro il destino o contro qualcuno?
Il 2008 va via, ma si riuscirà a cancellare i ricordi più brutti?
Ci vorrebbe un decreto che entri in vigore dalla mezzanotte del 31 dicembre di ogni anno, perché veramente si possa cancellare ciò che è stato e si possa ricominciare tutto da capo e tutti con maggior serenità. Dovrebbe restare solo ciò che non è motivo di screzio, ciò che è condiviso, ciò che è giusto che sia.
Ma a parte Di Pietro, un’analfabeta violento che non fa testo, saremmo proprio sicuri che nessuno presenterebbe i propri emendamenti al decreto?
Siamo proprio sicuri che non ci sarebbe chi voglia approfittarne per introdurci un comma, per cambiare la moglie, ad esempio? E chi per cambiar residenza da Quarto Oggiaro a Villa San Martino ad Arcore? E chi per togliere qualcosa a qualcuno per aggiungere a se stesso?
Nella scorsa legislatura, Luxuria si sarebbe dotata di tette a spese delle collettività: non che non l’abbia fatto lo stesso (che orrore!), ma l’avrebbe fatto, come sosteneva, usando il servizio sanitario nazionale, sottraendo magari le risorse necessarie a curare l’anziano malato di Alzheimer.
Anche Veltroni ne avrebbe approfittato per inserire nel decreto un intero articolo che stabilisca il suo diritto a contare qualcosa.
Prodi col decreto avrebbe cancellato la spazzatura di Napoli e stabilita la coesione della sua maggioranza per poter continuare a tassare e condurre all’indigenza l’intero popolo italiano e, dopo la vendita di Alitalia ai francesi, avrebbe venduto anche Montecitorio e Palazzo Madama a De Benedetti, Repubblica, Montezemolo e Corriere della Sera.
Abbiamo scherzato…ma un decreto, invece, contro tutti gli idioti però ci vorrebbe davvero, perchè poi a pagare è sempre il popolo bue!
Buon 2009 per tutti.
Vito Schepisi

30 dicembre 2008

Pensavano che fosse un valore, invece era un nuovo calesse

E’ strano, ma proprio chi si richiama ai valori e che fa della correttezza nei comportamenti degli eletti la ragione principale, e forse unica, della propria identità politica, assume oggi i tratti del più contorto politichese ed agisce da struzzo, come tanti, come sempre, come tutti.
Il poliziotto Di Pietro Cristiano, eletto al Comune di Montenero di Bisaccia ed alla Provincia di Campobasso per l’Idv, poliziotto in aspettativa per motivi politici, si è dimesso dal partito dove comanda solo ed indisturbato il padre, anche se…“poi, quando tutto sarà chiarito, ne riparleremo”.
Ed il padre è quell’Antonio Di Pietro, ex PM, dimessosi dalla magistratura per ragioni che sono ancora ignote, che dichiara che il gesto del figlio è stato “un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo”.
Sembra un’opera pirandelliana, un classico tocco da commedia degli equivoci.
Signor Di Pietro Jr, ma delle sue dimissioni dal partito di suo padre non ce ne pò fregà de meno!
Lei, per coerenza con quanto sostiene il suo papà, dovrebbe dimettersi dai consigli in cui è stato eletto e dovrebbe ritornare a lavorare come fanno i suoi colleghi poliziotti, e milioni di italiani che non hanno un partito tagliato su misura dal proprio genitore, approfittando dell’onda della notorietà di una stagione giudiziaria densa di ombre e con seri e diffusi dubbi sull’imparzialità giudiziaria, e con forti sospetti di strumentalizzazione politica.
Suo padre, distintosi come fustigatore dei cattivi costumi degli altri, ma restio a dare spiegazioni agli italiani sulle tante ombre della sua carriera di studente, poliziotto, magistrato, politico e leader di partito, è quel signore che, ministro di Prodi, è apparso così raffinato nel definire “magnaccia” il leader dell’opposizione Berlusconi, quando questi aveva chiesto al Direttore di Rai Fiction Agostino Saccà di far fare un provino ad un paio di attricette.
Figuriamoci cosa avrebbe detto di lei, se non fosse stato suo padre e se aderente ad un altro partito!
Si è mai chiesto come si entra a lavorare in Rai? Avrà però certamente chiesto invece a suo padre come si diventa famosi in Italia, dove più che la giustizia valgono le caste ed il “politicamente corretto”! Ci pensi, appuntato Cristiano chieda, nel caso, e ci faccia sapere!
Nel frattempo ci spieghi quanto possa interessare, invece, al Paese il fatto che lei debba passare dai gruppi dell’Idv al gruppo misto, nelle amministrazioni locali dove è presente?
E dato che siamo nel campo delle spiegazioni, ci confermi pure che l’incarico di capogruppo dell’Idv alla Provincia di Campobasso le sia stato affidato per i suoi meriti e per le sue capacità, più che per essere il rampollo di cotanto genitore.
Ci sono molti italiani che ritengono che sarebbe stato più corretto se lei si fosse dimesso da entrambi i consessi elettivi, dove ha raccolto i voti di coloro che hanno ritenuto, seguendo il giustizialismo dell’ex magistrato Di Pietro, di poter moralizzare la vita politica.
Lei, pertanto, non doveva affatto dimettersi dal partito, dove mi sembra sia ben inquadrato, ma dai consigli degli enti in cui è stato eletto. Gliel’ha suggerito suo padre di dimettersi solo dal partito?
Ma se suo padre era interessato a questa nuova sceneggiata, ai danni dell’intelligenza degli italiani, doveva avere il coraggio di espellerla.
Lei, se ci pensa bene, è stato sorpreso a praticare le stesse trame affaristiche che l’Antonio Di Pietro, col suo partito forcaiolo, contesta ogni giorno agli altri protagonisti della politica del Paese.
Che sagoma quel suo papà!
A che vale, invece, come lei ha fatto, dimettersi dal partito, con riserva di rientrarci dopo l’esito (mi auguro positivo per lei) dell’inchiesta sugli appalti di Napoli?
Anche senza rilevanza penale, come afferma suo padre, lei ha mostrato un profilo simile a tutti gli altri, al contrario di ciò che suo padre dice che debba essere per un militante dell’Idv.
L’ha fatto per non rinunciare al vantaggio del suo ruolo di amministratore ed a quello dell’aspettativa per motivi politici dal lavoro certamente più duro di poliziotto?
Ho sentito spesso parlare dell’Idv come del partito di opposizione più fermo contro il malcostume. Ho sempre avuto qualche dubbio che fosse veramente così: ora ho la certezza dell’esatto contrario.
Tutti pensavano che fosse un valore, ma era soltanto un nuovo calesse.
Vito Schepisi

29 dicembre 2008

In politica per qualcosa da dire e non per qualcosa da chiedere

C’è gente che lo vorrebbe vedere ammanettato ed in galera, come i tanti imputati passati dai suoi duri e sbrigativi metodi inquisitori, quando era PM a Milano.
C’è chi vorrebbe indurre Di Pietro a dover meditare sulla serenità persa da molti personaggi risultati innocenti, e chi indurlo, invece, a soffermarsi sulle vite spezzate di quegli imputati che per i suoi metodi si sono tolti la vita. Altri vorrebbero che per la nemesi storica si trovasse per lui, e per il suo simbiotico figlio, l’uguale rigore del giustizialismo forcaiolo e della cultura del sospetto che ha tolto il sorriso a tante persone, compromettendone irrimediabilmente l’immagine.
Noi invece vorremmo solo conoscere la verità.
Vorremmo che non ci fossero né privilegi e né accanimenti nei suoi confronti, e neanche nei confronti delle persone a lui vicine. Vorremmo che la legge fosse uguale per tutti e che fosse rispettata anche da coloro che godono dei favori di alcune procure.
Auspichiamo una magistratura responsabile e garantista, al servizio esclusivo del diritto e della legge, senza occhi di riguardo e senza accanimento per nessuno.
Un compagno di partito di Di Pietro, Leoluca Orlando (lo stesso respinto dalla maggioranza parlamentare per una commissione di garanzia come quella della Vigilanza Rai), ha sostenuto in passato che il sospetto sia l’anticamera della verità.
Ed ora i sospetti di tanti cittadini italiani sono sui motivi, sulle situazioni, sulle storie e sui rapporti che un uomo pubblico, leader di un partito, dovrebbe chiarire.
Gli italiani vorrebbero che fossero resi noti da Di Pietro, tra gli altri:
- i motivi del suo abbandono della magistratura;
- le situazioni di favore ottenute quando era PM a Milano;
- le diverse storie connesse ai contrasti coi suoi compagni di strada politica, collegate, stranamente per un partito che si richiama ai valori, alla divisione del finanziamento pubblico;
- i rapporti mantenuti dall’ex PM, dal suo figliuolo e da eventuali altri esponenti dell’Idv, con personaggi risultati inquisiti ed arrestati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Napoli sugli appalti.
C’è, inoltre, un’ipotesi degli investigatori della Dia di Napoli che riguarda un reato grave. Lo stesso reato per cui, con sentenza di primo grado, un anno fa, è stato condannato a 5 anni di carcere Totò Cuffaro, Presidente della Regione Sicilia, giudicato colpevole di favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio: il reato d’informare una persona indagata d’avere il telefono sotto controllo.
Nel caso di Di Pietro, la Dia di Napoli ha sostenuto la tesi di una fuga di notizie, sulle indagini relative agli appalti del capoluogo campano, trapelate molto tempo prima (sei mesi) che arrivassero alla stampa.
Chi è stato informato? E da chi?
L’ex PM ha riferito ai giornali di aver trasferito il provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise, Mario Mautone, perché era venuto a conoscenza di indagini a suo carico.
Di Pietro dica allora agli italiani chi l’ha informato delle indagini e perché suo figlio da qual momento non ha più risposto alle telefonate dell’ex provveditore Mautone?
Suo figlio sapeva che le utenze telefoniche erano sotto controllo?
E da chi l’ha saputo?
Un magistrato lo chiederebbe a chiunque e vorremmo che lo chiedesse anche a Di Pietro e suo figlio!
Di Pietro che pone la questione morale come presupposto per lo svolgimento dell’attività politica, non può rifiutarsi di fare chiarezza. Non può lasciare nel dubbio tutti i quesiti che in questi giorni vengono posti. Non può non sentire il dovere di chiarire le sue eventuali responsabilità e quelle del suo figliolo, anche a costo di dover rinunciare a far politica, come chiederebbe di fare ad altri.
Non è poi necessario che la famiglia Di Pietro faccia politica, soprattutto se gli esiti sono quelli che sembrano: nessun progetto politico, nessuna attività riformista e nessun buon esempio.
Di Pietro faccia allora ciò che dice che gli altri debbano fare nelle sue condizioni: si dimetta!
Faccia dimettere dagli incarichi anche il suo figliolo che, a quanto pare, sembra sia sintatticamente persino meno dotato di lui, pur essendo abbastanza propenso a ricercare favori ed a fruirne.
La storia del nepotismo e dei figli trainati dai padri per godere dei privilegi di casta sembrava una pratica abbandonata, un antipatico retaggio di immoralità nei comportamenti della politica.
E’ una pratica che purtroppo scoraggia chi ha qualcosa da dire, e non chi ha qualcosa da chiedere.
Vito Schepisi

22 dicembre 2008

Avviso di garanzia al PD

Che abbia ragione Andreotti!
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.
E’ da qualche settimana che c’è un pensiero che circola, anche se non chiaramente espresso.
E’ come la sensazione di un avviso di garanzia virtuale che la magistratura avesse inviato al PD.
Il complottismo in Italia è uno sport ben praticato, al pari della dietrologia più fantasiosa, ma questa volta c’è l’impressione di qualcosa di più rispetto alle solite trame immaginarie. C’è qualcosa che si materializza più facilmente rispetto a quel solito evocare il grande vecchio, quando l’illusionista politico di turno voglia aumentare la tensione e fomentare le piazze, alludendo a manovratori e possibili pericoli di derive autoritarie.
Per capirci non è la dietrologia pecoreccia, come la P2 evocata da Di Pietro o le trame fasciste, razziste o autoritarie attribuite a Berlusconi.
Non è roba da populisti e demagoghi che, privi di argomenti validi per farsi capire ed accettare dal popolo, ricorrono alle suggestioni.
Questa volta c’è la concretezza di episodi reali, e tutti convergenti verso un preciso obiettivo. Anche gli attori giocano un ruolo troppo coerente con il fine da perseguire da potersi pensare che sia una semplice coincidenza.
Si ha la sensazione che ogni qualvolta ci sia in Italia una possibile convergenza del Parlamento sulla riforma della giustizia accade sempre qualcosa che faccia venir meno il possibile accordo.
Il Senatore Cossiga, per ogni governo che si forma, presta particolare attenzione al ministro della giustizia. Per l’ultimo, Angelino Alfano, al momento della sua nomina ha detto: “attento che arrestano tua moglie”. Ha tenuto a ricordargli di prestare molta attenzione per se e per la sua famiglia. L’ha informato che in Italia chi fa il ministro della giustizia è in serio pericolo giudiziario. L’ex Presidente della Repubblica è uomo che parla per iperboli ma, da profondo conoscitore degli uomini e dei sistemi della politica, dei servizi e degli ordinamenti dello Stato, mostra sempre di sapere molto bene ciò che dice.
In Italia c’è una vera emergenza giustizia.
Con la bufera giudiziaria cascata sul PD, sembra che sia stato inviato un virtuale avviso di garanzia a Veltroni e compagni per diffidarli dal consentire il varo della riforma del sistema giudiziario, per diffidarli dal voler consentire di sottrarre alla magistratura il potere di stabilire la legittimità della politica.
La casta, come ogni corporazione che esercita un potere reale, attiva la sua autodifesa e lo fa coi mezzi che meglio conosce: un avviso di garanzia.
C’è nella magistratura la preoccupazione che la politica, col consenso democratico e nell’esercizio del potere legislativo, possa con la riforma stabilire, com’è normale per tutto ciò che è esercitato in nome e per conto del popolo, l’imparzialità e la legittimità anche degli atti giudiziari.
La giustizia in Italia è rimasta quella corporativa ed autoreferente del regime fascista. L’avvento della democrazia non trascina per automatismo la trasformazione di uno strumento di regime in uno di giustizia. Se col fascismo la parvenza dell’autonomia serviva al potere come paravento di equità, mentre imponeva un pensiero unico e possedeva l’autorità per rimuovere tutto ciò che si poneva in contrasto, con la democrazia i paraventi non servono e non esiste la facoltà di rimuovere ciò che l’esecutivo non dovesse gradire.
Ma un potere senza controllo esercita anche atti senza controllo.
Se dev’essere considerata giusta l’autonomia della magistratura dal potere politico, per il rispetto delle regole della democrazia non si può ritenere invece legittimo il controllo della magistratura sulla politica, con intereventi che stabiliscono, com’è accaduto, persino il consenso o meno alla formulazione e promulgazione delle leggi in Parlamento.
Ci sono delle regole da osservare per poter dire che gli ordinamenti dello Stato siano conformi alla volontà del popolo. In caso contrario non si può parlare di democrazia ma, appunto, con l’azione prevalente della magistratura, di stato etico, alla stregua di quelli fondamentalisti di tipo islamico.
Sono anni che, con il sostegno della sinistra, la riforma viene osteggiata dai magistrati: sembra che tangentopoli abbia motivato un compromesso giustizialista tra la magistratura e la stessa sinistra.
Quello delle procure, pertanto, appare come un avviso di garanzia al PD, per informare che ciò che non è stato fatto in passato potrà esser fatto in futuro, e che sia sufficiente un Di Pietro per prendere le redini del fondamentalismo giudiziario, con il suo partito dei giudici che arraffa i voti in libera uscita dal PD.

Vito Schepisi

20 dicembre 2008

Il PD decide di non decidere

Come cambiano gli scenari politici a distanza di giorni!
Nella Direzione PD fino a qualche giorno fa era dato per certo che ci sarebbe stato un braccio di ferro tra Veltroni e D’Alema. Si parlava insistentemente, dopo il pizzino di La Torre a Bocchino in tv, di una sfida con strascichi e vittime che dovesse portare ad indebolire il marinaretto del PD. A conti fatti, invece, a dispetto di ciò che si diceva, scoppia quasi la pace tra i due. Solo schermaglie e l’accusa di una fusione mal riuscita. Insieme tornano ad essere come due coppie di gambe di un tavolo che si compattano sui quattro appoggi per reggere il confronto interno e lasciare tutto com’è, rimandando la resa dei conti alla prossima rissa.
Per la gestione della base, divisa tra i due contendenti, se cadesse il primo, cadrebbe anche il secondo e viceversa. E se cadessero insieme, con loro, ad un pezzo alla volta, cadrebbe tutto il PD, come un domino, come un instabile castello di carte.
C’è la consapevolezza tra i due che le responsabilità politiche, soprattutto sulla questione morale, sono equamente distribuite e che, per la presenza dei fuochi incrociati già pronti ad alzo zero, a nessuno conviene liberarsi dell’altro, pena il rischiare di proprio.
La linea nuova, la tutela di Veltroni attraverso una direzione condivisa, che in tanti speravano che emergesse risulta, invece, perdente. La partita non viene neanche giocata per l’impraticabilità del campo. Solo le dimissioni, subito rientrate, del ministro ombra Chiamaparino. Arretrano così le proposte dello stesso sindaco di Torino e di Cacciari per un PD che acquisti una sua fisionomia riformista, che si smarchi da Di Pietro e dalle scorie populiste, per rilanciare nuove proposte, a partire dal partito federale. Si allontanano le speranze di fornire il PD di un progetto politico e gli auspici di veder avviare un serio confronto propositivo con la maggioranza di centrodestra per una stagione di riforme, quanto mai necessarie al Paese.
Il PD, stordito dalla questione morale, indebolito ed attaccato sulle fasce laterali, decide di non potersi permettere di doversi anche difendere dalle incursioni del centravanti di sfondamento Di Pietro che, proprio sulla questione morale, incalza il PD, come un avvoltoio che girandogli attorno bracca la sua preda in agonia.
I nemici per il PD sono sempre gli stessi: la maggioranza del Paese ed il Governo di Berlusconi.

L’avversario, invece, di questa fusione mal riuscita, come sostiene D’Alema, resta il buonsenso: un avversario che viene regolarmente battuto.
Il discorso di Veltroni è sembrato più un arringa difensiva che il rilancio di un’azione politica: “C’è un’offensiva politica contro il PD” – ha sostenuto - perché è la vera alternativa possibile al centrodestra. “Indietro non si torma - Sarebbe un suicidio”. I toni sembrano quelli del richiamo all’orgoglio di partito, come se il loro fosse il fortino dei buoni, accerchiato dai nemici cattivi.
Si consolida la sensazione della volontà di difesa di una scelta già fatta da cui non si possa più indietreggiare. La sensazione è del volersi arroccare intorno ad inesistenti valori di riferimento da consolidare. Tutto questo mentre da più parti nel PD si pongono questioni reali, interrogativi sui riferimenti veri coi quali potersi identificare e farsi riconoscere dal popolo, sui contenuti da dover dare alla propria azione politica: se schierarsi, ad esempio, come sostiene Chiamparino, a fianco degli operai in cassa integrazione o accanto alle aziende in crisi.
Sono tanti i dubbi ed i motivi di confusione che restano irrisolti tra i sostenitori della sinistra democratica che si è trovata trascinata a difendere le caste, i baroni universitari, i piloti, i magistrati, e persino i privilegi di Murdoch; che si è trovata trascinata il 12 scorso in uno sciopero generale senza senso a protestare contro una crisi che ha radici lontane e responsabilità nazionali tutte a sinistra, per la contrazione delle possibilità economiche della famiglie tartassate dal fisco.
Apre a Casini e non chiude a Di Pietro. “Non abbiamo l’illusione di fare da soli - argomenta Veltroni - ma le alleanze devono essere affidabili sulla tenuta di governo…le alleanze, le decideremo lungo il cammino, ma non dovranno essere mai più contro l’avversario”. Cose già vecchie e conosciute e si ritorna a girare come una giostra del Luna Park.
Il PD, ancora una volta, decide di non decidere.
Vito Schepisi

18 dicembre 2008

Sciacalli e diversità antropologica

I venti giudiziari, come da tempo annunciato, hanno ripreso a soffiare e la questione morale è tornata prepotentemente ad affacciarsi sulla scena politica nazionale.
La corrente del Golfo è arrivata e con l’aria che tira scoperchia i cassonetti, e non solo quelli dei rifiuti inermi.
L’acqua che non è venuta giù – si sostiene in un detto popolare - sta ancora tra le nuvole, in cielo. Ed è così perchè, fuori dalla metafora, nessuno possa vantare di esserne rimasto fuori solo perché la sua responsabilità è stata tenuta nascosta. Ciò che si è tenuto nascosto non poteva, infatti, impedire che la malversazione politica, radicata nel sistema, prima o poi finisse invece per emergere.
A chi può oggi sfuggire il ricordo del richiamo di Bettino Craxi in Parlamento, il 29 aprile del 1993, quando chiese se ci fosse qualcuno in quell’Aula estraneo al sistema del finanziamento illecito alla politica? "Basta con l'ipocrisia!" – disse tra l’altro il leader del PSI nel sostenere che tutti i partiti ricorrevano alle tangenti per finanziare l’attività politica, anche quelli "che qui dentro fanno i moralisti". Nessuna voce si alzò quel giorno nell’Aula della Camera per profferire l’estraneità o la sorpresa per essere rimasto all’oscuro del sistema delle tangenti.
Questa volta, però, la pioggia che era nel cielo, tra le nuvole, ha riempito di acqua sporca di fango gli invasi dei territori del Partito Democratico, tra cui gli eredi diretti di quel partito della sinistra, il Pds di Occhetto, trasformatosi fino al PD di Veltroni, che aveva cavalcato tangentopoli e che ne aveva incassato i vantaggi per essersi ritrovato dopo il fallimento del comunismo, invece di scomparire assieme all’ignominia del sostegno ad una ideologia. ed alla sua azione nel mondo che per ferocia si era rivelata paragonabile al nazismo, a competere, invece, per il governo del Paese.
E quanto dirompente e inimmaginabile sarebbero state le manifestazioni di indignazione e le vesti stracciate dinanzi ai simulacri della democrazia e della pubblica moralità se nelle acque fangose e tra i rifiuti attivi si fossero ritrovati i sostenitori di Berlusconi invece che di Veltroni?
Per essere però sciacalli ci vuole, questa volta si, una diversità antropologica!
Il moralismo sentenzioso e la cultura della diversità etica ripetutamente sostenuta, nella circostanza hanno invece lasciato spazio a dichiarazioni inerenti le difficoltà organizzative nell’insediamento di una classe dirigente da rinnovare ed alle difficoltà nel gestire il ricambio con le nuove generazioni.
Tutte chiacchiere di circostanza che poi finiscono solo per confermare la regola che ci fa ritenere che in Italia ci sia qualcosa che non funziona nella trasparenza e nei controlli dei centri delle decisioni a tutti i livelli, dalle realtà periferiche a quelle centrali.
La verità strutturale è che nel PD, molto più che nel Pdl, la politica come professione sia più radicata e difficile da gestire. C’è una casta che si mette di traverso e rende impossibile il ricambio.
La verità politica è che l’Italia è gravata da una burocrazia elefantiaca che occulta e disperde il diritto e che consente al sotterfugio ed all’illegalità di annidarsi.
Non esiste invece la diversità.
Sarebbe ridicolo solo pensarlo: se ci fosse sarebbe preoccupante e bisognerebbe impegnarsi per la ricerca di una vera ragione antropologica. Non è un’idea di società, piuttosto che un’altra, che facilita l’uso improprio ed illegittimo di un potere acquisito attraverso un incarico elettivo. E non esiste neanche il problema del sistema di aggiornamento, controllo e gestione della forma partito, perché spesso è più l’occasione che fa l’uomo ladro.
Il rimedio sarebbe solo quello di intervenire nel ridurre al minimo le occasioni. Intervenire, ad esempio, attraverso un programma rivoluzionario di riforme. Servono interventi nella pubblica amministrazione per lo snellimento dell’apparato burocratico, servono una serie di riforme tra cui quelle sul federalismo fiscale e sulla modifica di alcune norme inserite nella seconda parte della Costituzione per ridisegnare l’Ordinamento della Repubblica, anche alla luce dei tanti conflitti tra i poteri esercitati dagli ordinamenti dello Stato.
Un Paese è come un grande edificio che ha bisogno periodicamente di restauri e lavori di consolidamento. Per l’edificio Italia c’è una lobby conservatrice a sinistra che blocca tutto e non consente restauri e lavori di consolidamento, se non l’opera di imbianchini di turno che passano la vernice solo per nascondere le crepe, le infiltrazioni e lo sporco, lasciando sempre tutto com’è.
Vito Schepisi su l'Occidentale

16 dicembre 2008

Dopo Sky, quando l'equiparazione del regime fiscale anche per le Cooperative?



Non è servita l’indagine della Procura di Palermo del 2000 sugli intrecci di affari tra cooperative rosse e mafia per focalizzare l’attenzione intorno al mondo delle cooperative. Eppure non ci sembra possibile sottovalutare una presenza produttiva e commerciale tra le più grosse d’Italia, soprattutto alla luce dei ripetuti episodi di ingerenze sospette e di attività ben più larghe e lucrose di quanto fossero previste dal legislatore nelle finalità di una forma societaria senza fini di lucro.
La moralizzazione del Paese deve passare anche attraverso il monitoraggio dei giusti principi che giustificano misure di agevolazioni fiscali. Dopo che per Sky, si rivedano pertanto le aliquote anche per quelle associazioni non più impegnate solo a produrre e commercializzare, in cooperazione, beni e servizi di utilità sociale. Ben ci stanno le economie sulle spese, bene anche le iniziative sul piano dell’associazionismo e dell’occupazione, ma le agevolazioni fiscali, se non per forme di comprovato interesse sociale, non sono affatto giustificabili.
Non lo sono per almeno due motivi: sottraggono all’erario risorse da poter invece destinare ad interventi ritenuti più utili; sviluppano concorrenza sleale a quelle imprese che, pagando per intero le imposte, si trovano a dover fare i conti con margini più ridotti, con evidente pregiudizio ai principi della concorrenza e del libero mercato. L’impresa privata viene così a doversi difendere da una preoccupazione in più. In competizione con un soggetto economico privilegiato, infatti, il rischio impresa è più incalzante ed il pericolo di soccombere diviene reale. Nei periodi di recessione economica, come l’attuale, cresce anche il timore della perdita dei posti di lavoro, con il danno aggiuntivo alla collettività delle spese per gli ammortizzatori sociali.
Sarebbe persino troppo facile osservare che non sia giusto che, per far comprare una banca o una compagnia di assicurazione a qualcuno, si finisca col disperdere i requisiti della funzione sociale che lo Stato ha il dovere di assegnare alle agevolazioni fiscali. Non devono trasformarsi in un favore a qualcuno, o ad una parte del Paese, ma devono essere, senza ombre, misure da prendere nella loro funzione indifferibile di utilità sociale. In caso contrario, sarebbero un privilegio amorale.
Facendo come Travaglio (chiedo scusa ai lettori più seri - ndr), abile a riportare i virgolettati delle Procure, è al Tribunale della Libertà di Palermo, nell’ottobre del 2000, che si deve l’espressione “Le cooperative rosse hanno stipulato accordi con i più alti vertici dell'associazione mafiosa per la gestione degli appalti pubblici”. Pur con tutte le cautele, perché non si può usare la magistratura a giorni alterni, ma è sotto gli occhi di tutti il vasto raggio di interessi del sistema cooperativo. Non possono, inoltre, sfuggire gli intrecci col mondo della politica e degli affari, L’esondazione dell’intervento cooperativo nel mondo dell’impresa ordinaria sviluppa una concorrenza che di per se deve essere considerata sleale.
Sempre seguendo le indagini della magistratura, il PM Carlo Nordio, negli anni ‘90, aveva scoperto l’esistenza di un consistente patrimonio immobiliare, del valore di un migliaio di miliardi di lire, intestato a diversi prestanome, ma riconducibile direttamente al vecchio Pci, nel frattempo diventato Pds. Nel settembre del 1993 la procura di Milano in una perquisizione della sede del Pds, in Via delle Botteghe Oscure, trovava un’intera stanza piena di fascicoli relativi alla proprietà degli immobili. Non fu effettuato l’immediato sequestro, come avviene per prassi, ed i giorni successivi tutti i fascicoli scomparvero. E nessuno chiese conto a nessuno!(?) Il Sostituto Procuratore della Repubblica, Nordio, sempre negli anni ’90, aveva ricostruito alcune trame dei flussi di denaro che passavano dalle cooperative al partito post comunista. Non solo Nordio, ma anche altri magistrati nelle regioni rosse hanno seguito alcune vicende in cui si è sviluppato un interesse reciproco, fatto di scambi di uomini e voti, tra le cooperative ed i partiti della sinistra. Un conflitto di interessi che ancora permane ed agisce, come si è visto nella passata legislatura con le “lenzuolate” di Bersani, già presidente negli anni ‘90 della Regione Emilia e Romagna, sede storica del sistema cooperativo in Italia, mirate a favorire interessi ed opportunità per le associazioni cooperative.
Dopo Sky, allora, cosa si aspetta ad unificare il regime fiscale di quelle società cooperative strutturate come aziende produttive e/o industriali?
Vito Schepisi

12 dicembre 2008

Il dialogo con la Sinistra in Italia

Non c’è dubbio che se c’è chi si aspetta una mano da questa opposizione per le riforme, ed in particolare per quelle che per anni hanno visto contrapporsi con durezza maggioranza ed opposizione, questi viva fuori dal mondo.
Piacerebbe a molti, ad esempio sulla giustizia, osservare che la sinistra, dopo aver affermato per anni che i provvedimenti chiesti da Berlusconi fossero voluti per crearsi leggi “ad personam”, possa poi condividere con la maggioranza la separazione delle carriere dei magistrati o possa accettare di regolamentare l’ipocrisia della obbligatorietà della azione penale, o riformare l’Oracolo di Delphi costituito dal Consiglio Superiore della Magistratura.
A sinistra c’è un’abitudine oramai collaudata che rende lecita e virtuosa ogni loro proposta e densa di opacità ogni iniziativa presa da altri. Sembra che la stessa spocchia della spacciata superiorità antropologica per le scelte di linearità morale, di supremazia culturale e di spessore umanitario, sia alla base di una diversità metodologica che li guida verso scelte politicamente corrette.
Le scorie classiste della sinistra post comunista suggeriscono, per i provvedimenti da adottare, risvolti di presunta finalità sociale. Anche le leggi, secondo certa teoria, non servono a regolare i doveri di tutti, per poter garantire i diritti di ciascuno, ma diventano strumenti di un’ipotetica regola sociale che sostiene più doveri da una parte e più diritti dall’altra.
Peccato che quando la sinistra sia al potere le realtà si mostrano ben più complesse e le azioni si riducono a provvedimenti vessatori per i cittadini e di privilegio, invece, per caste e corporazioni!
A sinistra chi non è allineato è un nemico sociale. Chi è di destra è per definizione un cretino con l’unica alternativa d’essere invece un criminale.
Ma a volte è necessario lasciarli gingillare nelle loro contraddizioni. Sono come coloro che non ci arrivano con il cervello, e che si buttano avanti a testa bassa, ed a furia di sbattere contro gli ostacoli prima o poi capiscono che bisogna usare anche il cervello. Se la sinistra è ancora immatura, sorda alle regole della democrazia, supponente, offensiva, vendicativa e incosciente, non bisogna dargli corda. Fornendo una giustificazione per questi atteggiamenti, la sinistra non maturerà mai.
E’ sbagliato, pertanto, sostenere, come fa Berlusconi, che con questa sinistra non ci sia possibilità di dialogo. Se ne comprendono le ragioni, ma è sbagliato perché si fornisce un alibi per la loro opposizione pregiudiziale. Veltroni e compagni devono invece rispondere al Paese, giorno per giorno, della loro intollerante animosità e devono, giorno per giorno, far sapere agli italiani quali siano le loro proposte. Non bisogna dar loro l’alibi di non averne. I no si devono spiegare. E neanche l’abilità di creare il caos e di sollevare le piazze militanti, alla lunga, può prevalere.
Ieri Berlusconi ha parlato di modifiche alla Costituzione, per la giustizia, anche senza il concorso dell’opposizione, e subito si è levata a sinistra un coro tra l’ironia e la sfida epocale. C’è chi ha ribadito che la Costituzione sia intoccabile e chi ha sostenuto che non sia questo il momento a causa della recessione in atto. Sono tutte fregnacce perché tra Camera e Senato ci sono oltre mille parlamentari che lavorando alle modifiche non inciderebbero in nessun modo sulle questioni economiche e sulla crisi recessiva. Uscire dal guado della ingovernabilità della Giustizia potrebbe invece giovare all’economia del Paese. Nel mezzogiorno, in particolare l’impresa per investire ha bisogno di fiducia, chiede il rispetto e la certezza delle leggi per sentirsi garantita dalle organizzazioni mafiose che strozzano i margini della convenienza economica.
E’ stato un errore di Berlusconi sostenere che con questa sinistra non si siederà mai intorno ad un tavolo perché è proprio ciò che la sinistra non è disposta a fare. Non ha nessuna voglia di sedersi intorno al tavolo con Berlusconi e non ha nessuna voglia di sostenere una riforma seria della Giustizia, ma vuole invece far da sponda ancora una volta alla magistratura per due chiari obiettivi: utilizzarla sempre contro Berlusconi e recuperarne la vecchia benevolenza.
A Veltroni, stretta la mano a D’Alema, senza un orientamento riformista, ora conviene solo inseguire Di Pietro che di dialogo e di riforma della giustizia non ne vuol sentir affatto parlare.
Berlusconi avrebbe, invece, dovuto dire che il tavolo del confronto è aperto e che si discuta senza perdersi in chiacchiere, e porre un termine per evitare di lasciarsi imbrigliare dai fannulloni politici.
Vito Schepisi

10 dicembre 2008

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Oggi 10 dicembre 2008, compie 60 anni la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

E’ la Carta fondamentale dei principi umani e liberali che, con la fine della guerra e la caduta del nazifascismo, con il crollo dell’infamia delle teorie sulla razza ed ispirata proprio da quelle tragiche esperienze appena trascorse, raccoglie la volontà dei popoli liberi di sancire regole umane universali.
E’ la Carta che sancisce i diritti inalienabili dell’individuo e dei popoli ed i doveri dei paesi della Terra.
Sessanta anni di lotte ed incertezze che hanno visto cadere una dietro l’altra la barbarie dei rigurgiti autoritari e delle ideologie massificanti e illiberali. Ma anche 60 anni che lasciano intatta l’attualità della Dichiarazione, per la presenza di uomini e regimi che ancora mortificano il diritto alla libertà dell’uomo, ne calpestano la dignità, discriminano sulle scelte, alienano le coscienze.
Ogni parola ed ogni principio racchiuso nell’articolato della Dichiarazione andrebbe letto con attenzione perché richiama l’umanità e la responsabilità di tutti e stabilisce un preciso indirizzo di metodo e di merito.
Mi piace, però, ricordare una motivazione, tra quelle riportate nella premessa, che ha la dimensione di un monumento da classificare tra i patrimoni dell’umanità e che andrebbe scolpito nella coscienza di ogni essere umano:
“… il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo”.
Nessuna altra parola e nessuna immagine può racchiudere nella sua sintesi più stringente il messaggio di valori umani che questa premessa racchiude.

Perché siano proprio questi valori, e non il pregiudizio e l’intolleranza, anche nel nostro Paese, a raccoglierci tutti intorno ai principi sanciti di uguaglianza e libertà, nel sentimento ideale della pacificazione e del buonsenso.
Vito Schepisi

08 dicembre 2008

La questione morale a sinistra

Non c’è voglia di giustizialismo quando si parla della presenza di una questione morale. Non c’è voglia di sostenere pagliuzze o travi che siano negli occhi dei personaggi della politica. Queste cose le sostengano Franceschini o la Finocchiaro, affetti da smania di giustificazionismo e presuntuosi possessori del giusto metro per il giudizio sugli altri. Si vorrebbe invece una seria riforma della giustizia che riporti fiducia nell’azione della magistratura e che la sottragga, finalmente, al condizionamento della politica: perché non ci siano né blindature giudiziarie per alcuni, né un colpevolismo inossidabile per altri.
Sin dai tempi di Enrico Berlinguer, aver sostenuto la diversità sulla questione morale della sinistra è stato un falso storico ed un espediente propagandistico. Ed è stato così anche con tangentopoli, quando la sinistra ha beneficiato della benevolenza della magistratura. D’Alema, lo scorso anno, per nascondere la crisi propositiva e morale della sinistra, sosteneva la presenza di una crisi della politica, mentre c’era invece un Paese che giudicava severamente l’Unione che, oltre a non essere affatto diversa sulla questione morale, si mostrava arrogante, incoerente e persino incapace.
Il garantismo dovrebbe prevalere sempre e comunque, soprattutto se esista qualche ragionevole dubbio che le leggi siano state utilizzate per finalità diverse da quelle di rendere giustizia. Il ragionevole dubbio, soprattutto dinanzi a indubitabili posizione ideologiche, lo si dovrebbe ritenere sufficiente a richiedere la presunzione di innocenza dell’imputato. Ci sono stati troppi orribili errori giudiziari, e tante azioni devastanti della magistratura requirente, da poter ritenere infallibile l’esito delle vicende giudiziarie. C’è una gestione della Giustizia in Italia che lede in maniera inaccettabile l’immagine della valenza positiva del diritto.
Siano lasciate a Di Pietro ed ai suoi emuli e sostenitori l’intolleranza e la presunzione di infallibilità della magistratura. E’deplorevole la ferocia del sentimento forcaiolo che mortifica il valore dell’umanità. C’è da battersi per la salvaguardia della dignità dell’uomo, sempre e comunque, e contrastare, per scelta di civiltà, l’utilizzo dei metodi inquisitori assimilabili alle pratiche di tortura medioevali. La cultura dell’uso della cattività come strumento di pressione psicologica, ancora cara alla formazione di alcuni, è orribile e squallida. L’Italia civile deve avere, invece, la dignità morale di ricordare con orrore la sorte di coloro che, umiliati come uomini, si sono tolti la vita, e meditare altresì sull’affronto alla dignità umana di chi chiamato in causa, con superficialità e forse malanimo, dopo aver subito la tortura mediatica e l’alterazione della vita privata, è risultato innocente.
E’ esecrabile usare i toni della ferocia giudiziaria per istigare, per meri fini politici, la sommarietà di giudizio del popolo: una forma di viltà che è forse il reato morale più grave per un uomo, benché non ci sia legge penale che in tempo di pace ed in ambito civile ne sancisca una pena.
Non si vuole far moralismo, e non si vuole stabilire la contabilità dell’abuso e dell’illecito di uno schieramento o dell’altro, interessa, invece, il fenomeno per stabilire, per giustizia, che non ci sia una diversa forma partito per contenere i comportamenti degli uomini. Non esiste una questione morale che interessi la sinistra o la destra per definizione, ma esiste un sistema insostituibile, quello democratico e pluralista, che per funzionare bene avrebbe bisogno di regolamentare un modo diverso di agire, fatto di trasparenza concreta, di controlli e ricambi.
La politica non è un mestiere. L’affermazione non deve apparire come la solita retorica antipolitica. Anche l’antipolitica, infatti, è diventata un mestiere. Non è neanche una questione di generazioni o di genere, benché le donne abbiano spesso mostrato un senso pratico dimostratosi più trasparente ed efficace. Non è vero che tra i giovani e gli anziani esista una diversa tensione morale. Bando perciò ai luoghi comuni. L’onestà e la buona amministrazione trovano ostacoli nella smania del potere, nella rincorsa agli agi personali e nella ricerca del consenso elettorale. Più che le generazioni, prevalgono le occasioni. Ed è su queste che occorre intervenire. C’è anche tanta ipocrisia in coloro che sostengono, ad esempio, che la cura sia il ripristino delle preferenze elettorali. Sono solo fantocci polemici di chi non vuole risolvere niente. Le preferenze sono state in passato, e sarebbero ancora in futuro, fonte di maggiore corruzione e stimolo al rafforzamento del clientelismo politico. Sarebbe persino opportuno abolirle anche a livello amministrativo locale.
Vito Schepisi

05 dicembre 2008

Veltroni e le chiacchiere

Come nei giorni precedenti alla data del 25 ottobre scorso, quella fissata per la manifestazione del PD al Circo Massimo di Roma, quando tra interviste e dichiarazioni sembrava che dovesse conquistare almeno la Florida da assegnare al suo “alter ego” Obama, anche in questo periodo, in previsione della riunione della direzione PD del prossimo 19 dicembre, Veltroni fa autotraining.
“Adesso basta con le confessioni anonime – afferma Veltroni in un’intervista a Repubblica - basta con i retroscena, basta con i veleni". Si carica, s’impone ottimismo, mostra i muscoli, si vuole convincere che sia un vincente, che può farcela, che si può fare. E dichiara d’esser disposto al più banale e ritrito dei modi di dire, mutuato dall’ipocrisia dei tanti manager e dei parolai che vogliono far breccia: Veltroni è pronto a “mettersi in gioco se questa si rivelerà la soluzione più condivisa”.
Nell’intervista rilasciata a Repubblica si attribuisce grandi successi politici, fra questi, naturalmente, anche la vittoria di Obama negli USA, oltre che il successo nel lancio della tv satellitare Youdem, rete televisiva del PD, naturalmente, con assonanza “americana”. Si loda per il successo della manifestazione di Roma e per la conferma del candidato in Trentino, spacciata per conquista elettorale ( è stato rieletto l’uscente, ma con calo dei consensi - ndr).
Omette, però, al contrario di Prodi e D’Alema, di citare tra i suoi successi la rimozione della spazzatura di Napoli, dimostrandosi persino più modesto dei suoi due compagni della sinistra. Non ha parlato neanche delle amministrative di Roma, dove era sindaco uscente, perse in malo modo dal centrosinistra e dal suo predecessore Rutelli. “A Veltrò….te possano” è stato il commento più sereno di un uomo di sinistra romano che mi è capitato di ascoltare e che aveva votato Rutelli, ma solo per “fede a sinistra” come ci ha tenuto a precisare.
Il leader del PD nell’intervista non ha fatto, naturalmente, cenno alla scivolata sulla questione Sky ed ha svicolato sui focolai di difficoltà nelle situazioni locali in cui il PD è presente a livello di gestione amministrativa. Realtà locali che interessano l’Italia in modo trasversale dal sud al nord e viceversa, investite da vicende diverse che vanno da quelle giudiziarie emerse ed emergenti, a quelle di crisi per questioni di lotta nella gestione del potere locale, con ampi dissidi interni al PD, ed anche alle tensioni nei rapporti con le altre formazioni politiche della sinistra.
Sembra che sia come se, dinanzi ad un incendio dirompente che sta distruggendo la casa, ci si compiaccia d’aver salvato l’album delle foto di famiglia. Va bene che è un’importante testimonianza dei tempi della vita, ma diviene difficile compiacersi dinanzi alla distruzione di tutto il resto.
Veltroni, però, è fatto così! Per recuperare risorse, può sempre scrivere un libro, magari questa volta, invece dell’alba, sarebbe bene che scoprisse il tramonto, e ricomprarsela la casa, come per quella per la figlia che studia cinema, non nelle università italiane (quelle sono per il popolo e per l’onda anti-Gelmini - ndr), ma tra i grattacieli di Mahanattan dove vivono i vip di New York.
Arturo Parisi del 2008 del PD ha un’idea differente. Commentando l’intervista di Veltroni a Repubblica, infatti, osserva: “quest'anno io me lo ricordo completamente diverso, ma soprattutto non riesco a dimenticare il disastro delle politiche e la sconfitta di Roma, dove lui era il sindaco uscente. Evidentemente dobbiamo ripassarci il calendario insieme”. Bene! Fatelo!
Leggendo l’intervista del leader del PD si scopre che “Berlusconi è impegnato in un attacco contro di noi che non ha precedenti”. I toni sono apocalittici, ma gli italiani hanno avuto l’impressione che sia accaduto l’esatto contrario e che sia stato invece Veltroni, con Di Pietro, per il gusto di mettere in difficoltà Berlusconi, ad agire cinicamente persino contro il Paese.
C’è uno sciopero generale il 12 dicembre prossimo, indetto dalla Cgil da sola, di cui Veltroni non parla, e che è uno sciopero contro l’Italia. Il leader del PD dovrebbe sapere che la recessione non è altro che la flessione del Prodotto Interno Lordo, e sapere anche che uno sciopero generale incide proprio sul PIL. Tutto il resto “so’ chiacchiere”.
Vito Schepisi

04 dicembre 2008

Dichiarazioni destabilizzanti di un magistrato

Ci sarebbe da non crederci. Un PM di Milano rivolge apprezzamenti pesanti contro il Premier in carica, ed il suo predecessore Prodi, per aver posto il segreto di stato su questioni di interesse nazionale che si intrecciavano con le indagine sul rapimento, da parte di agenti dell’intelligence statunitense, dell’egiziano Abu Omar, Imam di Milano, indagato per terrorismo.
“Gli ultimi due presidenti del Consiglio hanno utilizzato in modo strumentale il segreto di Stato per impedire all'autorità giudiziaria l'accertamento della verità" è quanto ha sostenuto il PM Armando Spataro. La dichiarazione è grave per la forma ed anche per il luogo in cui è stata formulata. E’ avvenuta, infatti, nell’aula del tribunale, durante l’udienza fissata per decidere sull’istanza, presentata dai difensori di un agente dei servizi, di annullamento delle testimonianze sottoposte al segreto, di rinvio del processo a data successiva a quella in cui la Corte Costituzionale deciderà sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, a suo tempo sollevato da Prodi, ed in subordine di proscioglimento dell’imputato. Il Giudice ha poi deciso di sospendere il processo fino al 18 marzo prossimo, in attesa della pronuncia della Consulta sul conflitto di attribuzione ravvisato.
Per il PM Spataro, sia Prodi che Berlusconi avrebbero fatto “un uso del segreto di Stato che ostacola la giustizia e l'accertamento della verità”, trasformando il conflitto giuridico citato, in gravi accuse sull’esercizio delle funzioni di Capo del Governo. Viene da chiedersi se le garanzie, sempre sbandierate dai magistrati, in difesa della loro dignità e della loro funzione giurisdizionale, trovino, anche per questo caso, nel Consiglio Superiore della Magistratura, l’attenzione richiesta per riportare alla cautela ed al rispetto per le istituzioni e per le funzioni dello Stato gli atti e le parole dei magistrati. Gli atti pubblici assumono valenza di liceità e devono, pertanto, essere valutati per responsabilità e per prudenza, e ricondotti al rispetto del sistema della democrazia.
Si ha l’impressione, invece, d’essere dinanzi ad un uso improprio della funzione requirente. La giustizia in democrazia regola di norma i comportamenti pubblici e privati, per ricondurli ai principi sanciti dai codici che stabiliscono gli equilibri tra i diritti ed i doveri di tutti.
La funzione giurisdizionale contiene, però, dei limiti che attengono alla sicurezza dello Stato ed alla conseguente tutela del cittadino. Sono limiti posti per scoraggiare l’uso improprio della legge: perché questa, in sostanza, non finisca per tutelare coloro che minano la sicurezza nazionale, limitando così di fatto la difesa di inermi cittadini dinanzi al pericolo del terrorismo. Per il diritto alla sicurezza lo Stato ha il dovere di prevenire le azioni di coloro che col terrore vogliano minare la fiducia nelle istituzioni e destabilizzare il Paese. Per queste funzioni, delicate e particolari, ma fondamentali e necessarie, agiscono i servizi segreti cautelati per l’appunto dal segreto di stato.
Le attività dei servizi sono in relazione a circostanze in cui i rapporti con uomini e paesi non vengono affrontati né in via riservata, tra le diplomazie, e né in rapporti diretti tra i governi dei paesi interessati. Attengono soprattutto alla creazione di una rete informativa sulle questioni di sicurezza nazionale, utili a prevenire attentati, trame ed atti contro uomini e beni nel nostro Paese.
La segretezza viene resa necessaria dall’interesse nazionale e non dal capriccio o dall’interesse personale di alcuni. Anche i limiti della legalità eventualmente violata nel merito è direttamente proporzionale alla pericolosità dei soggetti coinvolti ed alle circostanze ravvisate.
Il controllo delle finalità dei servizi è lasciato di norma alla responsabilità degli uomini indicati dai governi ed ad un Comitato di controllo che per prassi è presieduto da un rappresentante dell’opposizione per garantire l’uso democratico e non politico degli interventi.
Le notizie di cronaca sulle intercettazioni a Milano di fanatici fondamentalisti che progettavano attentati appartiene, ad esempio, ad un’azione di prevenzione quantomai necessaria e tempestiva. Sarebbe, invece, un bel danno se in nome del protagonismo giudiziario, ora di questo, ora di quel magistrato, venisse meno la fiducia nell’azione informativa e preventiva della nostra “intelligence”.
Vito Schepisi su l' Occidentale

01 dicembre 2008

C'è grande confusione nel PD

Chi ci capisce qualcosa è bravo. Il PD mostra così tanta intransigenza verso la maggioranza e così tanta confusione al suo interno. Oramai è in corso una lotta senza esclusione di colpi: è un tutto contro tutti, quasi un si salvi chi può.
Sono in tanti a commettere errori, ma è normale che coloro che s’accorgono d’aver sbagliato corrano ai ripari. Il Pd invece persiste nei suoi errori ed il suo diviene un perseverare diabolico.
Quando è sorto, tra i fasti di un Lingotto faraonicamente addobbato per l’occasione, si sostenne che il PD dovesse avere un obiettivo più o meno preciso: capovolgere l’idea nel Paese di una sinistra post comunista per farne emergere una moderata e riformista.
Dopo il discorso del Lingotto, in cui si prefigurarono cambiamenti immediati, con un governo amico a Palazzo Chigi a cui si ponevano istanze nuove per il Paese, sulle scelte, sulle riforme, c’era chi aveva già cominciato a nutrire speranze. Nel discorso di Veltroni si delinearono persino scenari diversi, ed anche l’impegno per scelte omogenee nelle alleanze della sinistra. Aleggiò persino la volontà di rivedere la spinta imposta dalla sinistra radicale al Governo Prodi sui modelli di sviluppo, per non perdere gli appuntamenti importanti con l’esigenza di crescita e con la necessità di offrire soluzioni non demagogiche alle aspirazioni dei giovani, al precariato, all’impresa.
Cosa è rimasto ora di quel PD che aveva diffuso speranze persino a chi non votava a sinistra? Dove sono gli auspici nutriti di poter finalmente intraprendere un percorso politico comune con la sinistra, soprattutto per le grandi scelte attinenti i diritti, i valori, la struttura dello Stato e dei suoi Organi, la disciplina dei suoi servizi?
In molti avevano effettivamente pensato che fosse arrivato il tempo in cui potesse prevalere il metodo del confronto. Anche i mutevoli scenari politici ed economici nei rapporti internazionali richiedevano, con urgenza, che anche l’Italia recuperasse la sua capacità di procedere per scelte rapide e precise. Sembrava volesse nascere la cultura delle scelte da adottare, in parte con la condivisione, laddove possibile, ed in altra per opzioni prevalenti con il metodo della democrazia.
Perse le elezioni, tutto è invece cambiato nel PD. L’unica strada che poteva percorrere per tener fede al suo impegno questo partito l’ha abbandonata da tempo. Sarebbe stato sufficiente solo tener fede alle promesse elettorali costruendo un’opposizione integra sui principi, forte nella proposta e pragmatica nelle risposte al Paese. Ed invece è stato l’esatto contrario. L’opposizione è apparsa dispersa nei principi, finendo persino per ignorare le sue origini popolari, per proporsi invece elitaria; si è rivelata inesistente nella proposta e capziosa e cavillosa sulle risposte al Paese.
Si è appena concluso a Madrid il congresso del Partito Socialista Europeo a cui il PD non appartiene. A questo gruppo resta invece associato il partito dei DS. Hanno, così, dovuto richiamare Fassino dall’Africa, più magro che mai poverino, ultimo segretario dei DS, formazione estinta, per fargli rappresentare nel PSE una parte del PD, gli ex DS. Una confusione pazzesca. L’emaciato Fassino si è fatto accompagnare da Veltroni per essere aiutato a spiegare ai socialisti europei che così si può fare. L’intervento del leader PD, non dissimile dai suoi soliti, pieni di enfasi e senza sostanza, ha aperto alla famiglia allargata “più larga sarà e meglio sarà per tutti noi”. Poveri noi! Veltroni si è confermato così d’ essere tutto ed il suo perfetto contrario!
Il segretario del PD ha preso la parola da ospite, senza poter firmare il documento con cui il PSE si presenterà alle prossime elezioni europee per non essere sconfessato dal suo partito. Ma su quali basi comuni è stato fondato questo partito democratico se i componenti non hanno un’ispirazione comune a cui far riferimento? Quali impegni potrà prendere con gli elettori?
Quando ci sono di mezzo gli ex comunisti niente è chiaro fino in fondo. Una volta, ad esempio, c’erano gli indipendenti di sinistra che erano eletti nel pci senza essere iscritti al partito e, per disciplina di partito(?), votavano compatti nella stessa maniera dei loro compagni comunisti.
Ci sarebbe da chiedersi per cosa si uniscono se non hanno le idee chiare tra di loro? Fanno come quelle coppie che arrivano al matrimonio avendo già legami diversi: il loro diventa un matrimonio di interesse, ma le contraddizioni sono destinate prima o poi ad emergere.
Come si pensa accadrà nel PD.
Vito Schepisi

28 novembre 2008

Gli "interventi spot" di Veltroni

Dev’essere la parola d’ordine del momento. La usano oramai in tanti ed ovviamente anche Veltroni: “Domani (oggi per chi scrive - ndr) il governo prenderà delle misure e mi auguro che tengano conto della crisi e non procedano con interventi spot”. Anche in precedenza l’avevamo sentito dire, che l’esecutivo procedeva con “interventi spot”. In verità, abbiamo sentito anche di peggio.
Questa mattina sono così andato sul vocabolario per capire meglio cosa Veltroni volesse dire. La parola viene usata generalmente per due accessi. Uno che esprime un fascio di luce che illumina, tra tanti, un particolare della scena, ed è un termine usato in fotografia e in cinematografia. Ed ho pensato che Veltroni, diplomato in cinema, si riferisse a questo. Un altro, invece, attiene alla pubblicità e cioè a quelle sequenze di immagini sintetiche che si diffondono per promuovere un prodotto di consumo o esaltare l’efficienza di un mezzo. Ho pensato così alla esperienza comunicativa di Berlusconi ed alla idea di Veltroni che per l’attività del Governo il premier si servisse di effetti illusivi.
Se il Governo usasse gli “interventi spot” per mettere in luce le questioni e poterle affrontare con chiarezza, Veltroni darebbe all’esecutivo un giudizio tutto sommato positivo. A questo punto mi è sorto un altro dubbio: com’è possibile che il leader del PD esprima una valutazione positiva su questa maggioranza a cui non perdona il fatto che l’abbia battuto alle elezioni?
Ma Veltroni - mi sono chiesto subito dopo - l’abbiamo mai sentito esprimere un apprezzamento positivo su iniziative dello schieramento avversario?
Sin dal primo giorno il segretario del PD si è distinto nell’inseguire Di Pietro, in fuga verso un’opposizione pregiudiziale. E tutte le dichiarazioni del leader del PD di rottura con l’ex PM contrastano con il sostegno nei fatti ai toni ed al pregiudizio del leader forcaiolo dell’Idv.
Anche per l’immondizia di Napoli, mentre abbiamo sentito D’Alema e Prodi, assegnarsene il merito, Veltroni non ha mai riconosciuto quelli del Governo e né offerto sostegno e collaborazione, tanto da trovarsi persino in contrasto con il Presidente della Campania Bassolino, che invece al tempo mostrò di apprezzare le iniziative governative.
Veltroni si è solo distinto, ad esempio, nel contestare l’abolizione dell’ICI sulla prima casa, anche in modo scorretto, facendo passare l’idea che era una misura che favoriva i ricchi ed i proprietari di immobili, mentre alleggeriva la pressione fiscale solo su coloro che abitano in case di proprietà, alcune gravate da ipoteche e con rate mensili di mutui da pagare.
Non so se le due iniziative menzionate siano considerati “interventi spot” da Veltroni, o se sia considerata tale anche la tenacia del ministro Brunetta nel voler ridurre gli sprechi della Pubblica Amministrazione, e nel voler smascherare i fannulloni.
Prima del Governo di Prodi tra gli slogan della sinistra ce n’era uno relativo alle tasse in cui si sosteneva che pagandole tutti se ne potevano pagare di meno. Ora che ci penso, è strano che durante l’ultima campagna elettorale questo slogan della sinistra sia sparito: sarà stata la vergogna che si è fatta sentire! Perché, di grazia, ora la sinistra e Veltroni non sostengono il ministro Brunetta dicendo che nel pubblico impiego se lavorassero tutti si lavorerebbe di meno?
Ma se Veltroni quando parla di “interventi spot” si riferisse, invece, agli annunci della maggioranza di provvedimenti su questioni avvertite dall’opinione pubblica a cui non farebbero seguito iniziative risolutive ma solo immagini illusive?
Ogni provvedimento perché sia efficace deve tener conto di due necessità. La prima è quella di recare un vantaggio concreto e la seconda è quella di non modificare un quadro complessivo di equilibrio economico finanziario in modo tale da provocare lesioni all’intero impianto.
Nessun intervento di riparazione, infatti, raggiunge il suo fine se incide sulle fondamenta dell’intero edificio provocandone il crollo. Sarebbe il caso che anche Veltroni, che è di suo buon cultore di “spot”, sappia che non proprio tutto “si può fare”. Il Paese ha bisogno di serietà. La smettesse, pertanto, di giocare a fare l’Obama, o il fantasioso sognatore, per assumere atteggiamenti più consoni alle difficoltà del momento.
Vito Schepisi

26 novembre 2008

Epifani sciopera contro l'Italia

Se ci fosse l’avvisaglia di una possibile alluvione che possa inondare vasti territori del Paese e qualcuno decidesse di aprire le dighe per allagare i campi ed i piccoli insediamenti rurali, tutti penserebbero che si sia in presenza dell’azione di un folle.
Se in Italia il Pil è in recessione e si fatica a mantenere il ritmo della produzione, perché i costi rischiano di superare i ricavi, ed i sindacati decidessero lo sciopero generale, tutti i cittadini dotati di buon senso penserebbero che sia una decisione sbagliata, presa in un momento sbagliato.
Se fosse ancora uno sciopero generale programmato in largo anticipo, in modo pregiudiziale ed al buio, con la motivazione della difesa dei lavoratori in difficoltà nel far fronte alle esigenze delle famiglie per via dei bassi salari, con l’aggiunta della preoccupazione per la contrazione dell’offerta di lavoro per il precariato ed anche, perché in questo caso ci sta, generalmente e per definizione, contro la politica del Governo, penseremmo di stare in un Paese di pazzi.
Per fortuna non è proprio così! Il sindacato, quello di ispirazione democratica, avverte le difficoltà, e nei momenti importanti non manca all’appuntamento con i lavoratori per difendere i loro diritti e per sostenere i salari e l’occupazione.
“In nessun Paese industrializzato – sostiene Bonanni leader della Cisl - il sindacato risponde alla crisi con una protesta di questo tipo, senza pensare alle ripercussioni. Nessuno si sognerebbe di fare uno sciopero generale, figuriamoci se l’iniziativa è di un solo sindacato”.
Per ogni regola, però, c’è l’eccezione ed è il caso della Cgil, il sindacato di sinistra, quello con forti presenze comuniste, con la base cosiddetta dura e pura, schierata contro il sistema, in particolare se a governarlo è l’odiato centrodestra, votato dagli italiani e guidato da Silvio Berlusconi..
Una diversa impostazione quella della Cgil di oggi, quella di Epifani, da quella del “piano del lavoro” di Giuseppe Di Vittorio tra la fine del 1949 e l’inizio del 1950, quando il sindacalista di Cerignola si preoccupava del contributo delle forze sociali all’avvio di grandi opere infrastrutturali, con l’obiettivo di favorire l’espansione del Paese attraverso la spinta sui consumi e sulle opportunità occupazionali.
La Cgil oggi appare sempre più un sindacato senza ideali e senza coscienza sociale, come si è visto per il caso Alitalia, incapace di far da traino, con l’equilibrio e la moderazione che occorre nei momenti difficili, per la difesa dei valori universali del mondo del lavoro, minati come si è visto dall’egoismo corporativo di incoscienti minoranze e di categorie privilegiate. Nessun paragone è possibile con Di Vittorio, leader della Cgil nei momenti difficili del dopoguerra, quando l’interesse degli italiani , anche con il sostegno del sindacato di sinistra, era quello di ricostruire il Paese.
Le misure europee orientate a sospendere per due anni la rigidità dei parametri richiesti dagli accordi di Maastricht, per iniziativa congiunta di Sarkozy-Merkel, per sostenere misure eccezionali di stimolo ai consumi attraverso interventi di riduzione fiscale, trova per l’Italia l’ostacolo del debito pubblico che andrebbe, invece, ridotto. Il debito agisce in modo perverso: alimenta, infatti, il fabbisogno corrente per gli interessi da corrispondere sull’esposizione complessiva. La sospensione dei parametri, per favorire la spesa, non potrebbe così essere così inteso come un provvedimento strutturale sulla pressione fiscale.
E le indicazioni di Epifani che si riflettono in alcune proposte del PD, come quella di Bersani per la riduzione della pressione fiscale sulle buste paga dei lavoratori (Bersani è lo stesso che faceva il ministro di Prodi quando la pressione fiscale è stata inopinatamente aumentata per finanziare la crescita “strutturale” della spesa) non possono essere adottate in presenza di riduzione del fatturato e dell’occupazione che agiranno di proprio nella riduzione del gettito fiscale, creando già prevedibili difficoltà nel finanziare la spesa.
Nessuno a sinistra e nei sindacati che parli, invece, di tagli alla spesa pubblica, se non per quella dei costi della politica, sempre valida per i demagoghi, ma che da sola non serve per reperire fondi significativi per il fabbisogno; e nessuno che parli di riqualificazione della spesa, come quella di spostare fondi dal costo del personale a quello delle infrastrutture nella scuola, ad esempio.
Ecco Epifani! Faccia il suo sciopero il 12 dicembre: e sarà uno sciopero contro l’Italia.
Vito Schepisi

24 novembre 2008

Riformare la Sinistra

Per quanto sia impensabile che possa essere una preoccupazione di chi non è di sinistra, ma è necessario che ci si debba preoccupare di poter avere in Italia una sinistra democratica e riformista. Ogni forza politica di ispirazione liberale ha bisogno di interlocutori coerenti e credibili, per poter instaurare il metodo del pluralismo di pensiero e della democrazia della scelta.
Nelle diverse forme istituzionali in cui si sviluppano i modelli di democrazia compiuta, il confronto politico ha bisogno di contendenti attendibili per evitare il rischio della sclerotizzazione della classe dirigente e la conseguente loro trasformazione in casta di potere.
Si era già detto ai tempi del suo sorgere che il Partito Democratico, nato su un progetto politico più di vertice che di popolo, non avesse la spinta per poter colmare un vuoto avvertito nella sinistra democratica della politica italiana.
Resta viva, infatti, la sensazione che a sinistra non vi siano interlocutori responsabili e soprattutto che da parte dei protagonisti non vi sia una scelta ferma di adesione ai metodi del libero confronto caratteristici di una scelta liberale. La democrazia asserita non si può esaurire nei riti formali delle primarie, organizzate per di più dagli apparati e con la preventiva indicazione del vincitore, come è accaduto prima con Prodi e poi con Veltroni. L’opzione della scelta democratica non si esaurisce neanche con la navigazione a vento, come fa Veltroni, che finisce sempre col disporsi a trovare il suo Eolo in Di Pietro. E se invece di Veltroni, il PD dovesse scegliere il marinaretto più aduso allo spirar dei venti, questi oserebbe persino affermare d’essere in grado di deviarne il corso, per quanta spocchia elitaria e presunzione possiede.
Il Pd lo scorso anno nasceva dall’integrazione dei due corpi della sinistra consumati dalla storia ed esauritisi per gli errori passati.
La sinistra post comunista, trasformata nel nome, era rimasta integra nella sua classe dirigente, anzi si era attrezzata a far emergere, nella nomenclatura, tra i cavalli di razza, le personalità più caratterialmente formatesi nella vecchia idea leninista: quella del regime che si insinua nei meccanismi della democrazia per ridurli alla dipendenza, come una sostanza stupefacente.
La sinistra popolare non marxista ma integralista, centralista e soprattutto illiberale, invece, aveva aggiunto alla sua contrarietà al sistema della libera impresa, l’onta d’aver perso la centralità della guida della Nazione. I colpi di tangentopoli e le scissioni di quella che era stata la vecchia dc avevano reso più duri i toni della contrapposizione alla svolta neo liberale che, proveniente dall’Europa, si affacciava anche in Italia, introducendo la cultura dello stato minimo e le regole di mercato.
Ai post democristiani di sinistra, in verità, già prima della fusione nel PD venivano meno i principi della tradizione cattolica italiana, sia nella scelta delle alleanze che nella collocazione tra le grandi famiglie europee, disperdendo l’abitudine a quelle ampie sintesi, in cui si riconoscevano tutti i sinonimi ed i contrari della vecchia “balena bianca” della politica italiana, per ritrovarsi così uniti nell’ispirazione comune di governare il Paese sotto il simbolo dello Scudo Crociato e dell’identità etica del cattolicesimo.
Il Partito Democratico era stato pensato da un uomo, politicamente apolide, pur se in passato aveva militato a fianco di De Mita e Andreatta nella DC, quando si era fatto nominare ministro con Craxi, e Presidente dell’IRI due volte. Era stato pensato da Prodi per poterne assumere la guida, fuori dai condizionamenti dei DS e della Margherita. L’ambizione dell’uomo era di diventare statista senza averne le qualità per quanto pavido, introverso e per niente carismatico.
Prodi aveva bisogno di una sinistra senza memoria e senza riferimenti, aveva bisogno di una componente parlamentare da poter dirigere e manovrare a suo piacimento, ma è caduto in disgrazia prima di poterla veder nascere. Voleva una sinistra senz’anima, ed è riuscito ad averla. Il suo posto, però, l’ha preso Veltroni che ha provato a cambiar tragitto, ma ha imboccato un percorso tortuoso che lo porterà solo ad un nuovo fallimento e forse al ritorno al passato con una nuova probabile scissione.
Vito Schepisi

21 novembre 2008

Orlando e Zavoli: differenze di cultura e di umanità

C’è soddisfazione per la fermezza del Pdl nel respingere la candidatura del Senatore Orlando alla Presidenza della Vigilanza Rai.
Le ultime dichiarazioni dell’uomo di Di Pietro non smentiscono la sua fama di animoso e caustico dietrologo. E non si capisce il perché della tanta ostinazione sul suo nome anche del PD, non si comprende perché la soluzione Zavoli non sia emersa per tempo, senza dover indurre la maggioranza a votare un diverso presidente nel senatore Villari.
Orlando è rimasto l’uomo del “sospetto come anticamera della verità”. Un’espressione eloquente di mentalità autoritaria che richiama, per ferocia e sommarietà di giudizio, un malcelato culto dei metodi adottati, in Italia nel ventennio e nei paesi del socialismo reale dell’est europeo, per la persecuzione e la condanna degli avversari politici.
La sua prosa è sempre intrisa di giustizialismo forcaiolo. L’astio e la sua intolleranza sono travolgenti come le rapide di un fiume in piena, come il flusso impetuoso di un mix di acqua e di fango che esonda, che rompe gli argini del buonsenso, sgorga dalle pietre, dagli anfratti, dalle fogne come una melma di acqua inquinata.
Che Orlando non fosse l’uomo giusto, che non fosse la persona disposta a moderare le sbandate settarie che ci ha propinato il servizio pubblico Rai, si è capito subito, già dal primo momento.
Quello dell’informazione è un campo minato, è uno spazio sempre insidiato dalla faziosità, è un tavolo su cui ci si confronta da anni coi muscoli, come in un braccio di ferro, per una politica che si integra sempre più con le immagini e le sensazioni.
E per il senatore Orlando parla la sua storia. Parlano tutte le sue esternazioni.
La più recente, quando già si proponeva la sua candidatura, è stata quella di paragonare il governo, scelto dagli elettori italiani, ad un regime dispotico sudamericano. Un’immagine di infimo spessore che lo accomuna al suo leader Di Pietro che ha paragonato Berlusconi al dittatore argentino Videla.
Per la Rai, sia che si tratti di commissione di vigilanza che di Cda, occorrono, invece, persone di grande moderazione. Le scelte per la commissione di vigilanza devono privilegiare lealtà ed equilibrio. E’ necessaria la consapevolezza che la Rai è pagata dai cittadini italiani e non dai partiti. La Rai impone un canone ai cittadini, ed il Tesoro ripiana tutti i disavanzi dei suoi bilanci.
Il denaro, dissipato per le spese folli e per le megalomanie professionali, per le assunzioni clientelari e per i privilegi di caste di giornalisti e uomini di spettacolo, è stato tutto versato dai contribuenti italiani. Non è comprensibile, pertanto, un servizio pubblico, trainato da cordate politiche, che imponga la presenza di personaggi sempre più di parte, a dispetto del pluralismo e senza rispetto per i sentimenti di tutti gli italiani.
Non è pubblico servizio l’informazione e lo spettacolo che interpreta solo il sentire di una parte d’Italia, sempre la più caciara e la più inconcludente: la parte sinistra.
Il pericolo Orlando, come quello di un tornado tropicale, è passato e il personaggio è diventato furioso.
Resta il doveroso rispetto umano per la persona, più di quanto il senatore dipietrista ne abbia avuto per coloro che gli hanno attraversato la strada. Questo girovago, dalla Dc di Andreotti, alla Idv di Di pietro, non può però riscuotere la stima di molti.
E’ cosa diversa la stima perché attiene alle qualità dell’uomo, alla sua umanità, al suo modo di agire, al rispetto che si ha per gli altri, alla sincerità, anche alla sensibilità di comprendere quando è il momento di farsi da parte. Una giusta sensibilità, soprattutto se si ha la misura di comprendere che la vita di un uomo si è dissolta per la propria responsabilità d’esser stato imprudente e d’aver privilegiato la polemica politica alla ragione ed al buon senso.
In Di Pietro, su questa insensibilità, Orlando ha trovato il suo omologo.
I valori che i due pretendono di richiamare, non possono riguardare soltanto il rispetto dei beni materiali di tutti, ovvero la difesa dei diritti, l’onestà, cose tra l’altro da verificare anche nei loro comportamenti, ma soprattutto il possesso di quelle qualità umane che inducono al rispetto degli altri, anche se sono competitori politici. Questi sono i valori!
Orlando è stato messo da parte ed è emersa l’ampia indicazione su Sergio Zavoli.
Se c’è una differenza tra i due non attiene soltanto alla diversa formazione politica, che pure c’è, ma alla diversa cultura, alla diversa capacità di rispetto per il prossimo e soprattutto alla diversa umanità.
Vito Schepisi

19 novembre 2008

Cosa ha detto il Capo dello Stato a Veltroni

Non so cosa possa aver detto il Presidente della Repubblica a Veltroni ed alla delegazione del PD in pellegrinaggio al Quirinale. Si sa grosso modo cosa sia andato a dire Veltroni, almeno nell’ufficialità dei comunicati e nella interpretazione dello spirito della missione da svolgere.
Veltroni sostiene che ci sia una maggioranza che mortifichi l’opposizione, escludendola dalle decisioni, e che provi costantemente a delegittimarla. Il leader del PD gli avrà ribadito la sua tesi che vi sia il Capo del Governo, cioè Berlusconi, che si rivolge in modo offensivo nei confronti del leader dell’opposizione, mancandogli persino di rispetto.
Anche l’episodio della Commissione di Vigilanza ed i voti dei componenti del Pdl su Villari saranno stati presi ad esempio per giustificare i presunti atteggiamenti prevaricatori della maggioranza. Sarà stato rispolverato il ritornello, caro soprattutto a Di Pietro, che la maggioranza voglia scegliere anche i candidati dell’opposizione nelle commissioni di garanzia. L’ex sindaco della Capitale deve avergli anche detto che il PD stava facendo pressioni su Di Pietro per un suo passo indietro, magari presentando una rosa di nomi di componenti dell’Idv nella commissione, per poter così superare l’ostacolo dell’ostinazione del Pdl a non voler votare Orlando, considerato inadeguato per un ruolo di garanzia.
Chissà se il presidente si sia soffermato sulla indisponibilità di Di Pietro a fare un passo indietro? Se l’avesse fatto avrebbe scoperto che l’altro componente della Commissione di Vigilanza in quota Idv era il senatore Francesco “Pancho” Pardi, certamente impresentabile più che Orlando, ex dirigente di Potere Operaio, lanciatore di molotov ai tempi della sua vita universitaria e già fautore della lotta armata ai tempi della sua militanza in P.O.: “Noi pensiamo che la caratterizzazione della figura generale dell’organizzazione oggi, compagni, sia l’organizzazione armata”.
Com’era possibile che Di Pietro potesse fare un passo indietro presentando una rosa di nomi del suo gruppo se l’unica alternativa era il “Pancho”? Non aveva una rosa l’ex PM, ma una pianta di ortiche!
Penso che il Presidente, dopo un primo momento di accoglienza con un piglio un po’ paternalista, ma con lo stile irreprensibile, quasi anglosassone, di benevola comprensione per un team di “sfigati” per scelta, abbia dovuto per necessità cacciare le unghie per segnalare ai convenuti che con i loro comportamenti aggiungevano solo un errore ad un altro.
Il vecchio militante “migliorista” del pci deve aver spiegato quanto fosse tutto da rivedere il loro modo di rappresentare l’alternativa a questa maggioranza. Deve aver ricordato che per poter “comandare” dovevano prima vincere le elezioni e che, all’uopo, era necessario ottenere i voti. Walter caro - deve aver detto Napolitano - il clima è cambiato, così si è soliti fare in democrazia.
Non può essere sfuggito al Presidente che c’è oggi un’opposizione pregiudiziale e rancorosa, isterica e priva di proposte, poco costruttiva, un po’ demagogica, catastrofista e pesantemente offensiva, soprattutto nel suo continuo evocare disegni e volontà autoritarie altrui.
Il Capo dello Stato deve aver ricordato ai convenuti che il Paese ha votato una maggioranza che ora ha il diritto di realizzare il suo programma, senza che si debba assistere alle stucchevoli sceneggiate di Veltroni e compagni, e senza l’istigazione a cavalcare la piazza con proteste irrazionali.
A Veltroni deve essersi persino bloccato il respiro quando il Presidente deve avergli anche detto che c’è un clima di scontro che non approva, e che sono i comportamenti dell’opposizione che motivano quegli atteggiamenti della maggioranza che la delegazione del PD ora denunciava.
Il Presidente della Repubblica deve aver ricordato ai vertici del PD che il momento è difficile, che prende corpo il pericolo della recessione in un contesto di crisi mondiale dei paesi produttori e che, in casi come questi, le forze politiche di maggioranza e di opposizione devono trovare convergenze su provvedimenti che aiutino a superare senza eccessivi danni le difficoltà.
Il Presidente Napolitano avrà detto loro che le Istituzioni ed i partiti rappresentati in Parlamento hanno il dovere di tranquillizzare gli italiani perchè dalla crisi si esce solo se c’è comprensione, consapevolezza e rigore, avvertendo che è necessario un clima positivo in Parlamento, fra le organizzazioni sociali, sui media e tra le realtà produttive del Paese.
Vito Schepisi

18 novembre 2008

L'opposizione cavalca anche la recessione

In una azienda, se ci sono criticità, il personale si adopera a comprenderne la portata ed ad offrire il suo contributo per superare senza eccessivi danni la temporanea congiuntura. C’è di norma la collaborazione di tutti e non è importante stabilire se l’impegno sia per sostenere la propria occupazione o per sostenere l’azienda. Anche i rappresentanti dei lavoratori hanno il dovere di tranquillizzare le maestranze e di mediare con l’azienda i provvedimenti ritenuti utili per ridurre eventuali difficoltà produttive, ovvero spiegare ai lavoratori eventuali contrazioni di mercato o ancora la presenza di spirali di aumenti dei costi che frenano l’economicità dell’impresa.
Sarebbe stupido pensare che sindacati e lavoratori si possano disinteressare e costringere l’azienda ad adottare provvedimenti socialmente preoccupanti come, ad esempio, in presenza di difficoltà nel pagare sia i fornitori che i salari ai dipendenti, far ricorso ai licenziamenti o più ancora fallire.
La gestione di un paese è per molti aspetti simile a quella di una grossa impresa. I prodotti aziendali sono grosso modo i servizi che eroga ai suoi cittadini. In cambio della fornitura dei servizi lo Stato acquisisce una contribuzione in misura progressiva e proporzionale ed una imposta sui consumi. La raccolta delle risorse è definita con la locuzione di prelievo fiscale. Normalmente lo Stato utilizza le entrate fiscali come cassa per la spesa corrente e impegna le risorse economiche, poste nel bilancio preventivo con la legge finanziaria, per gli investimenti. Sulla base delle ipotesi di entrata, lo Stato stabilisce le sue attività, dà corso ai suoi investimenti e contrae anche debiti, facendo ricorso all’immissione sul mercato di prodotti finanziari che vengono acquistati dai risparmiatori italiani ed esteri.
In tutti i paesi civili del mondo, con l’economia in difficoltà per ragioni attinenti ai venti di crisi che soffiano sulle economie di tutti i paesi produttori, la politica e le parti sociali si stringono attorno agli interessi nazionali e ciascuno per la propria parte si rende disponibile a non far mancare collaborazione e responsabilità. Un paese destabilizzato, senza una politica economica supportata da strategie di contenimento della spesa corrente, ad esempio, per gli effetti negativi della recessione, andrebbe incontro a difficoltà ancora più pesanti come, ad esempio, la contrazione del potere d’acquisto dei salari e l’aumento del “prelievo fiscale”.
In Italia, gravata da un debito pubblico eccessivo, basterebbe anche uno scivolone in Parlamento sulla spesa e sui conti per creare enormi difficoltà. In tempi di recessione, infatti, tra le preoccupazioni c’è anche quella di stabilizzare il costo del debito finanziario. Questo costo è valutato, periodo per periodo, dalle società di rating attraverso indici di affidabilità da assegnare all’impresa paese. In un stato responsabile, pertanto, tutti sarebbero seriamente consapevoli che il deprezzamento del Paese renderebbe più acuta la crisi perché inciderebbe sul costo del debito. Tutti dovrebbero essere consapevoli che il maggior costo andrebbe a ridurre le risorse correnti e che, quindi, per finanziare la spesa, si dovrebbe far ricorso alla maggiore pressione fiscale e/o all’espansione del debito, tenendo però conto dei vincoli europei, come Maastricht, ad esempio.
Perché in tutti i paesi c’è consapevolezza e responsabilità, ed in Italia questo non accade?
Nel nostro Paese mentre la recessione preoccupa, oltre che il Governo, le famiglie, le aziende, ed i risparmiatori, sembra che invece lasci indifferente l’opposizione e quella fetta di sindacato che in questa opposizione si rispecchia.
Indire scioperi generali e contestare le riforme del Governo, anche per il taglio alla spesa, sembra la strada più irresponsabile che si possa seguire. Ad iniziare dal rischio di lasciare a terra la nuova Alitalia, solo per far dispetto a Berlusconi, nel riprovevole gioco del duo Epifani-Veltroni, per poi passare a tutta una serie di tensioni che vengono innescate nel mondo della scuola e dell’università, come nel pubblico impiego, a volte su questioni del tutto inesistenti o sulla base di provvedimenti di riqualificazione della spesa da cui non si può derogare, se si vuole offrire al Paese un quadro di efficienza e di lotta agli sprechi ed agli abusi, l’opposizione appare poco seria ed irresponsabile.
Mentre, negli USA, Obama e McCain si incontrano per concordare politiche di collaborazione per superare le difficoltà della recessione in atto, in Italia, invece, da aprile Veltroni continua la sua campagna elettorale fatta di piazzate e di pesanti accuse al Governo ed ai suoi rappresentanti.
Vito Schepisi su l'Occidentale

16 novembre 2008

Compagni che sbagliano


Ci hanno trifolato le orecchie con l’umanesimo del giorno dopo.
Per non andare troppo lontano è capitato il 19 marzo del 2002 con il giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle BR, dopo una feroce campagna mediatica e di piazza della Cgil di Sergio Cofferati. Dopo il vile omicidio, ad opera della formazione terroristica di matrice comunista, a cui, in alcune fasi delle indagini, non sono sembrate estranee figure appartenenti al mondo sindacale, sono arrivate le lacrime di coccodrillo di tutta la sinistra e la loro presa di distanza dalle azioni di queste squadracce impegnate nella lotta armata al sistema democratico.
Alle Brigate Rosse, però, prima di quel gesto criminale era stata fornita una giustificazione politica dalla stessa sinistra parlamentare e sindacale. Si accusava il Professore bolognese di presunta attività antipopolare nel mondo del lavoro, una sentenza pronunciata in coro da tutta la sinistra. Ed è davvero strano che quella legge, la Biagi, ritenuta così antipopolare, è stata mantenuta in vita dalla maggioranza di sinistra col Governo Prodi. Quella legge come tutte le altre verso cui era stata scatenata la consueta campagna di odio attraverso mistificazioni, falsità ed ipocrisie. Basti ricordare la presunta depenalizzazione del falso in bilancio ed i condoni a cui Prodi per primo, e non solo lui a sinistra, aderiva senza vergogna.
Il Professor Marco Biagi era stato considerato colpevole da tutta la sinistra per essersi prestato, per equilibrio e conoscenza della materia, ad esercitare un ruolo di consigliere e di esperto per un governo considerato nemico. C’è una sinistra in Italia immatura per la democrazia. Una sinistra che ritiene che mettere al servizio della comunità le proprie competenze e gli studi svolti, nel caso che questa comunità sia governata da rappresentanti dello schieramento opposto, sia addirittura immorale. Come se la lotta politica possa essere definibile nell’unico indirizzo possibile, cioè conforme alla indicazione della sinistra, e che il pensiero degli uomini dotati di conoscenze professionali debba modificarsi a seconda delle circostanze o di chi governa. La cultura del partito unico, dell’esecutivo che ne sia espressione e dei sindacati quali cinghia di trasmissione del partito è proprio dura a smaterializzarsi! Non servono le professioni di fede e le recite tra una citazione di Obama ed un richiamo ai bambini dell’Africa, quando a mancare sono i principi base della democrazia ed il rispetto del pluralismo. La sinistra non ammette altro potere all’infuori dell’esercizio del proprio. A sinistra ci sono sempre quelli che ritengono che anche il posizionamento di un palo della pubblica illuminazione si possa colorare di orientamento politico.
Ci provano e ci riprovano a mettere alla gogna i simboli avversari su cui cercano di far leva per scatenare il malcontento e strumentalizzare le difficoltà. Ed anche questa volta l’opposizione non è ad una maggioranza che, sufficientemente compatta, porta avanti un programma di governo ma alle singole persone come se fossero portatori autonomi di perverse strategie antipopolari.
C’è un direttore d’orchestra? O si suona a soggetto spontaneo? In passato ci sono state campagne mediatiche che hanno destato dubbi e sospetti perché le vittime rappresentavano un simbolo, avevano un ruolo, avevano subito un preventivo linciaggio nelle piazze e sui giornali di sinistra.
Sta capitando alla Gelmini, per la scuola. Tra i cartelli della protesta in piazza ce n’è stato uno che la voleva appesa ad un palo. Ciò che accade nelle scuole elementari è folle. Bare, cartelli, striscioni, magliette con scritte denigratorie, persino temi in classe sui pensieri dei bimbi sulla ministra. Poveri bimbi innocenti! Cosa volevano che dicessero dopo che per giorni la si è rappresentata nella scuola peggio dell’orco cattivo? Ci sono responsabilità individuali e responsabilità collettive. Quelle individuali consistono nel protestare in modo irrazionale e quelle collettive nella mancanza di coraggio nell’isolare, come si dovrebbe, i diseducatori ed i mistificatori.
Il tentativo di linciaggio sta capitando soprattutto al Ministro Brunetta, sotto scorta perché già minacciato dalle BR, bersaglio anche lui di campagne di stampa antipatiche e demenziali. Ha iniziato D’Alema con il suo “energumeno tascabile” ed ha proseguito l’Espresso con l’indicazione della piantina delle sue abitazioni.
L’umanesimo del giorno dopo non basta. La democrazia vera deve essere una pratica quotidiana.

Vito Schepisi