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07 settembre 2011

Uno sciopero dannoso. Contro il Paese

Anche in Puglia la Cgil ha prodotto uno sforzo organizzativo notevole.
L’obiettivo era portare in piazza, a Bari, una decina di migliaia di persone. Sul fatto che ci si sia riusciti o meno, come anche sul numero esatto di coloro che sono scesi in piazza, meglio evitare le solite sterili polemiche.
Il sindacato rosso parla già insistentemente di un fiume di presenze, ma più che i numeri dei manifestanti deve contare il significato politico di questa manifestazione. Che, come le altre, va rispettata ma può essere anche legittimamente criticata e contestata.
C'è chi ha definito quello della Cgil uno sciopero contro il Paese. Inutile, dannoso, pericoloso, incoerente: questi sono stati gli aggettivi più usati, a Bari e non solo, da coloro (e sono tanti) che hanno ignorato lo sciopero e hanno lavorato come ogni giorno.
Non è una novità che il sindacato di Susanna Camusso da un po’ di tempo, in particolare in coincidenza con la rottura dell’unità sindacale sulla questione dei contratti esplosa con il caso Fiat di Pomigliano d'Arco, si sia colorata sempre più di rosso.
Sono finiti, però, i tempi del potere di veto e delle estenuanti concertazioni, quando tutti vincevano qualcosa meno che l’economia italiana. E’ lontana l’immagine di quella politica consociativa che ha contribuito a portare l’Italia a un debito pubblico vicino a duemila miliardi di euro.
Tutto questo passato, per fortuna, è ora visto come il ricordo stantio di un metodo non più proponibile. E la Camusso, a quanto pare legata ancora a quelli schemi, viene vista all'interno del suo stesso mondo come un campione di archeologia politico-sindacale.
L’impressione è che la Cgil abbia scelto di essere il sindacato della rottura, il cui metodo sembra essere quello della lotta al sistema: quasi mai disponibile al confronto, adeguandosi ad essere un ulteriore strumento politico dell’area del pregiudizio ideologico, molto più che una democratica espressione dell’impegno nelle battaglie sociali. L’attività di portare nelle piazze la lotta di classe prevale sull’interesse sindacale a comporre le controversie tra impresa e lavoro mediando tra i diritti e i doveri di tutte le parti in causa.
A rimarcare l’atteggiamento più politico-ideologico che sindacale della Cgil ci sono le reiterate prese di distanza della Cisl e della Uil, come è accaduto anche in questa circostanza. Bonanni e Angeletti, benché critici sulla manovra, si sono mostrati indisponibili ad alzare i toni, facendo prevalere quel senso di responsabilità che in questo momento di crisi dovrebbe accomunare tutti.
Lo sciopero della Cgil era stato indetto da tempo, quasi in modo preventivo. Da allora molte cose sono cambiate, tanto da rendere questa manovra incardinata sul recupero di risorse attraverso un intervento il meno possibile a carico delle tasche dei cittadini già provati dalla crisi.
Eppure la Cgil, ma anche Bersani e Vendola, hanno parlato di un attacco, a dire il vero inesistente, all’art 18 dello Statuto dei Lavoratori, allarmando sulla facoltà di licenziamento delle imprese, introdotta a loro dire con l’art. 8 della manovra, quello che prevede la possibilità di accordi in deroga ai contratti nazionali.
Nonostante il Ministro Sacconi si sia affrettato a spiegare che si tratta di “un rafforzamento dei contratti aziendali chiesto dalla Bce perché consente una maggiore crescita” con l’obiettivo di “incoraggiare nuove assunzioni”, non è mancato il fuoco di critiche strumentali.
Se riflettessimo bene, però, la maggiore preoccupazione in Italia dovrebbe essere soprattutto per coloro che sono fuori dal mondo del lavoro, messo in difficoltà dalla attuale congiuntura economica internazionale. I lavoratori sono prevalentemente garantiti, benché interessati da tanti problemi per arrivare alla fine del mese o per far quadrare i bilanci familiari, e benché siano preoccupati per il futuro dei propri figli.
Eppure, a scioperare contro la manovra bis del Governo, sono proprio loro. Quelli iscritti al sindacato di sinistra. Quelli della Cgil braccio destro e sinistro dell’area del neo-comunismo e dell’alternativa sociale.
La manovra è stata chiesta all’Italia dai partner europei per tranquillizzare i mercati e segnare passi concreti nell’indirizzo della rimessa in sesto dei nostri conti. Questa manovra non è un capriccio del governo e i suoi contenuti sono una sintesi di istanze diverse, comprese quelle richiamate dall’opposizione.
C’è anche l’impegno per le istanze invocate dai cittadini su questioni come quella del taglio ai costi della politica: a tal proposito, il dimezzamento dei parlamentari e l’abolizione delle Province, da attuare attraverso l’iter parlamentare previsto dall’art 138 della Costituzione.
Ecco perché questo sciopero della Cgil risulta non solo inutile, ma anche dannoso: uno sciopero che, in questo momento, non va di certo a vantaggio del Paese.

Vito Schepisi

su L'Occidentale

12 marzo 2010

Il sindacato zerbino della sinistra


Anche questa volta sarà solo una questione di cifre e di tanta retorica. Di tante parole sprecate. E’ l’usuale balletto che si anima nelle cronache di tutte le manifestazioni e di tutti gli scioperi a destra e, soprattutto, a sinistra. È come se, al di là dei contenuti della protesta, assumano valore i numeri delle persone che, con tutti i mezzi, si riesce a far convergere nelle piazze, ovvero il conteggio di quelli che si riesce a non far andare al lavoro. Ma i numeri delle persone, se non proprio importanti, nell’ordine di milioni, sono sempre una parte minore del Paese, dei lavoratori o degli studenti.
Uno sciopero, ovvero una manifestazione, ha valore se passa attraverso il sentimento del Paese, se è sentito come qualcosa di importante e di fondamentale. Ma non ha niente, invece, di importante uno sciopero indetto da una sola sigla sindacale, ben politicamente schierata, abituata a dire sempre di no ad ogni proposta, ma a tacitarsi quando i suoi compagni governano il Paese.
Uno sciopero generale dovrebbe essere il ricorso estremo contro un potere sordo ed arrogante. Fallite le trattative, disattesi i diritti, passati i confini della ragionevolezza, dinanzi ad un potere arrogante, irrazionale e repressivo, si passa allo sciopero come forma di pressione e testimonianza di disagio e di malessere.
Lo sciopero generale può essere utilizzato come strumento di pressione, di solidarietà e di conferma della reale volontà dei lavoratori. Nelle fasi acute dei rinnovi contrattuali, l’utilizzo del diritto di sciopero è quello più naturale e rispettoso dei ruoli che la stessa Costituzione assegna alla legittimità del diritto dei lavoratori di organizzarsi in associazioni sindacali e di farsi rappresentare in vertenze di lavoro e nelle attività contrattuali. Solo nelle democrazie liberali, però, i sindacati sono liberi ed indipendenti, ed è consentita loro l’agibilità delle attività sindacali nelle aziende.
Quando non serve a rivendicare un diritto, quando non c’è una materia del contendere tra il datore di lavoro ed i prestatori d’opera, lo sciopero è invece inutile e dannoso. E’ dannoso all’economia del Paese, è dannoso all’occupazione, è dannoso alle imprese, è dannoso alla democrazia, è dannoso agli stessi lavoratori.
Uno sciopero generale, senza il coinvolgimento delle responsabilità delle controparti, finisce con l’essere uno sciopero politico. Ed uno sciopero politico, se non in casi di grandi soprusi e di forme di autoritarismo e di violazione grave dei diritti generali delle persone, non avrebbe senso. Chi lo propone con la pretesa che si trasformi in un giudizio d’appello contro l’espressione politica del Paese, ovvero qualora si voglia che sia posto come un improprio giudizio di merito sul Governo, quasi un’alternativa allo stesso Parlamento, investito, invece, in forma esclusiva dalla sovranità popolare, mostra solo una grande arroganza.
Lo sciopero generale, perché possa avere valore di monito, se lo si volesse davvero come segnale di un momento di riflessione su questioni che coinvolgano situazioni di profondo malessere nel Paese, talmente gravi però da poterlo giustificare, dovrebbe trovare una convergenza ampissima delle parti sociali, la più ampia possibile. Non sembra, però, che sia così!
Lo sciopero generale di oggi è indetto dalla Cgil, dalla sola Cgil, mentre si dissociano e sono critiche le altre organizzazioni sindacali. Ma l’azione più velleitaria ed insensata di un sindacato è proprio quella di dividere i lavoratori. Anche se capita che la concorrenza sindacale si faccia serrata, a volte anche sleale, ma trovarsi separati agli appuntamenti, forzare i toni, esasperare le difficoltà, cercare la rottura, politicizzare le questioni, sono tutti modi sbagliati di interpretare il ruolo del sindacato. E’ senz’altro sbagliato fare i furbi e travalicare la sostanziale trasversalità degli interessi delle categorie rappresentate. La lotta è un momento di unione, in caso diverso è una velleità, è una pazzia, è inutile, è strumentale, è attività politica. E per far politica bastano già i partiti.
L’utilizzo delle manifestazioni di piazza come alternativa alla proposta politica è nello stile della sinistra. Ci si serve della piazza quando si voglia contrapporre il frastuono alla ragione, gli slogan al consenso, la strumentalizzazione alla democrazia. La stessa sinistra che, quando invece governa, sopisce la protesta e si attrezza a difendere persino i provvedimenti di macelleria sociale, come abbiamo visto con Prodi.
E’ spesso ipocrita, invece, quella la sinistra italiana che biasima le manifestazioni di protesta dei cittadini italiani contro la lesione dei diritti, spacciando per violento chi si accingerebbe, invece, a protestare contro le aggressioni dei pezzi dello Stato che si contrappongono alla legittimità della volontà popolare.
La sinistra che oggi sciopera contro il Paese è la stessa che indica come autoritaria la manifestazione indetta per protestare contro coloro che falsificano l’esito delle elezioni e ledono il diritto democratico del voto. Sarebbe così antidemocratica e golpista la protesta contro quella burocrazia politicizzata che interpreta leggi e forme a proprio uso e consumo e che si presta a sostituirsi al corpo elettorale per modificare, attraverso l’esercizio spesso invadente e persecutorio dell’ordinamento giurisdizionale, la volontà politica del Paese.
Quante centinaia di migliaia di italiani, lavoratori e studenti saranno conteggiati da Epifani come partecipanti alla protesta contro il governo? Ma quanti di questi conoscono e condividono le ragioni per cui è stato loro chiesto di scioperare e manifestare?
Lo sciopero di Epifani e della Cgil è per la riduzione della pressione fiscale. La stessa pressione fiscale che al momento del giro di vite di Prodi (l’attuale situazione è quella ereditata 2 anni fa) ha trovato la Cgil indifferente e silente. La stessa pressione fiscale che dopo una crisi devastante nel mondo, tenuta sotto controllo in Italia, ma non senza ferite ancora aperte, non è possibile ridurre senza tagli alla spesa, o senza trovare fonti alternative di entrata. Epifani, al contrario di altri sindacalisti italiani, mostra di ignorare persino l’impiego di ingenti risorse finanziarie utilizzate per supportare i meno fortunati che hanno perso, e rischiano ancora di perdere, il loro posto di lavoro.
Il leader della Cgil sa bene che la spesa corrente del Paese nel 2009 ha superato le entrate correnti, ma si oppone ai tagli, si oppone ai ricavi di efficienza della pubblica amministrazione, si è opposto allo scudo fiscale che è servito a far rientrare nelle disponibilità degli investimenti in Italia ben 100 miliardi di Euro, ma chiede invece di ridurre la pressione fiscale. Il gettito fiscale in Italia nel 2009, per effetto della crisi, ha registrato un calo di entrate di circa 12 miliardi di euro. Pensare di ridurlo senza copertura sarebbe delittuoso.
La protesta, pertanto, senza una proposta alternativa è sterile, ma Epifani ed il suo sindacato non indicano dove reperire le risorse, se non con il solito recupero dell’evasione fiscale, verso cui questo governo, più di altri, ha concentrato i suoi sforzi con ottimi risultati, oppure colpendo i settori del risparmio e della produzione, già in difficoltà: settori in cui, con l’aumento della pressione fiscale, i benefici sarebbero di gran lunga inferiori ai pericoli di compromettere la ripresa, gli investimenti, e gli stessi livelli occupazionali.
Uno sciopero generale con ancora in corso la coda di una crisi che sta mettendo a dura prova la tenuta produttiva ed occupazionale del Paese è una follia, ma ancora di più un tradimento ai lavoratori.
Vito Schepisi

05 febbraio 2009

Nella scuola di oggi è consentito dissentire dal dissenso?

La notizia ha dell’incredibile! Ma nella scuola italiana ci sono ancora sacche di nostalgia di regime? C’è ancora chi ritiene che sia necessario essere tutti della stessa idea e che la ragione di partito o di casta o di fazione, o della più bieca e codina stupidità umana, debbano avere sempre ragione?
E’ tollerabile che se si sia “a sinistra per Veltroni” e se si sia dirigente scolastico, anche la scuola si debba uniformare in modo totalitario al pensiero unico della Preside?
Ma chi vince un concorso a dirigente scolastico ha forse diritto di condurre un’armata politica?
Ha dell’incredibile quanto è capitato a Roma ad una ragazzina di 15 anni, diligente ed autonoma, ma con la colpa di non essersi fatta trascinare dall’onda quando, senza neanche sapere per cosa, migliaia di ragazzi disertavano le lezioni e scendevano in piazza a manifestare contro il decreto Gelmini, dai più neanche conosciuto. E’ un episodio di intolleranza che non può rimanere sottaciuto e senza conseguenze perché è diseducativo, perché è un grave precedente, è illiberale, autoritario e … diciamolo pure, è un comportamento reazionario e “fascista”. La magistratura, il ministero hanno il dovere di intervenire.
La ragazzina ha avuto un bel “sei” in condotta senza aver mai avuto una sanzione disciplinare, senza essere stata mai scortese con i suoi professori e senza aver mai assunto atteggiamenti dissociati dai suoi compagni, se non nel ritenere strumentale la protesta contro il ministro Gelmini ed essersi sfilata sia dagli scioperi che dall’autogestione nella sua scuola.
La ragazzina, finita la contestazione al decreto, con la scuola tornata alla calma e con le onde già acquietate, è stata convocata dalla Preside del suo Istituto per sentir ancora parlar male del decreto Gelmini e di ciò che, secondo la dirigente scolastica, non andasse in quella legge e per sentirsi contestare una presunta sua responsabilità per aver mancato nel non dar credito alla contestazione dei professori e degli studenti.
La difesa della ragazzina, minorenne, nel sostenere invece di voler ragionare col proprio cervello e di non volersi far strumentalizzare è risultata inutile e forse anche irritante agli occhi di chi è “a sinistra per Veltroni”, per essersi la Preside candidata in una lista vergata con quello slogan, all’assemblea regionale del PD.
Se questo non è un messaggio diseducativo?
Se non è dirompente il messaggio di un Dirigente Scolastico che convoca degli adolescenti che non hanno scioperato per contestare le loro scelte di pensiero?
Se non è diseducativo l’atteggiamento di una Preside che si lascia andare, quasi fosse impegnata in un comizio politico, a dissentire dal governo e dal ministro della P.I., e disprezzare la ferma e coraggiosa rivendicazione di una giovane per la sua autonomia di pensiero e di scelta?
Ma può una preside censurare il pensiero, moderato, ma fermo e coerente, di un suo studente?
Ma quale educazione di vita viene impartita oggi nella scuola ai nostri giovani?.
Alla mamma della ragazzina che chiedeva spiegazioni, la stessa Preside ha voluto ancora una volta e con caparbia ostinazione, far valere le sue ragioni politiche di contrarietà al decreto, ed al reiterare della rivendicazione della genitrice, preposta in prima persona ad impartire l’educazione di vita ai propri figli, del diritto di non essere d’accordo e della legittimità dei giovani nel voler ragionare con la propria testa, la mamma s’è sentita strillare addosso che non le poteva insegnare il mestiere.
Questa preside, se sta nella scuola, e per il tempo che sta, dovrebbe avere il buon senso di sdoppiarsi dalla sua collocazione “a sinistra con Veltroni”….o c’è bisogno che qualcuno le ricordi che quella è un’altra assemblea?
Vito Schepisi su l'Occidentale

26 novembre 2008

Epifani sciopera contro l'Italia

Se ci fosse l’avvisaglia di una possibile alluvione che possa inondare vasti territori del Paese e qualcuno decidesse di aprire le dighe per allagare i campi ed i piccoli insediamenti rurali, tutti penserebbero che si sia in presenza dell’azione di un folle.
Se in Italia il Pil è in recessione e si fatica a mantenere il ritmo della produzione, perché i costi rischiano di superare i ricavi, ed i sindacati decidessero lo sciopero generale, tutti i cittadini dotati di buon senso penserebbero che sia una decisione sbagliata, presa in un momento sbagliato.
Se fosse ancora uno sciopero generale programmato in largo anticipo, in modo pregiudiziale ed al buio, con la motivazione della difesa dei lavoratori in difficoltà nel far fronte alle esigenze delle famiglie per via dei bassi salari, con l’aggiunta della preoccupazione per la contrazione dell’offerta di lavoro per il precariato ed anche, perché in questo caso ci sta, generalmente e per definizione, contro la politica del Governo, penseremmo di stare in un Paese di pazzi.
Per fortuna non è proprio così! Il sindacato, quello di ispirazione democratica, avverte le difficoltà, e nei momenti importanti non manca all’appuntamento con i lavoratori per difendere i loro diritti e per sostenere i salari e l’occupazione.
“In nessun Paese industrializzato – sostiene Bonanni leader della Cisl - il sindacato risponde alla crisi con una protesta di questo tipo, senza pensare alle ripercussioni. Nessuno si sognerebbe di fare uno sciopero generale, figuriamoci se l’iniziativa è di un solo sindacato”.
Per ogni regola, però, c’è l’eccezione ed è il caso della Cgil, il sindacato di sinistra, quello con forti presenze comuniste, con la base cosiddetta dura e pura, schierata contro il sistema, in particolare se a governarlo è l’odiato centrodestra, votato dagli italiani e guidato da Silvio Berlusconi..
Una diversa impostazione quella della Cgil di oggi, quella di Epifani, da quella del “piano del lavoro” di Giuseppe Di Vittorio tra la fine del 1949 e l’inizio del 1950, quando il sindacalista di Cerignola si preoccupava del contributo delle forze sociali all’avvio di grandi opere infrastrutturali, con l’obiettivo di favorire l’espansione del Paese attraverso la spinta sui consumi e sulle opportunità occupazionali.
La Cgil oggi appare sempre più un sindacato senza ideali e senza coscienza sociale, come si è visto per il caso Alitalia, incapace di far da traino, con l’equilibrio e la moderazione che occorre nei momenti difficili, per la difesa dei valori universali del mondo del lavoro, minati come si è visto dall’egoismo corporativo di incoscienti minoranze e di categorie privilegiate. Nessun paragone è possibile con Di Vittorio, leader della Cgil nei momenti difficili del dopoguerra, quando l’interesse degli italiani , anche con il sostegno del sindacato di sinistra, era quello di ricostruire il Paese.
Le misure europee orientate a sospendere per due anni la rigidità dei parametri richiesti dagli accordi di Maastricht, per iniziativa congiunta di Sarkozy-Merkel, per sostenere misure eccezionali di stimolo ai consumi attraverso interventi di riduzione fiscale, trova per l’Italia l’ostacolo del debito pubblico che andrebbe, invece, ridotto. Il debito agisce in modo perverso: alimenta, infatti, il fabbisogno corrente per gli interessi da corrispondere sull’esposizione complessiva. La sospensione dei parametri, per favorire la spesa, non potrebbe così essere così inteso come un provvedimento strutturale sulla pressione fiscale.
E le indicazioni di Epifani che si riflettono in alcune proposte del PD, come quella di Bersani per la riduzione della pressione fiscale sulle buste paga dei lavoratori (Bersani è lo stesso che faceva il ministro di Prodi quando la pressione fiscale è stata inopinatamente aumentata per finanziare la crescita “strutturale” della spesa) non possono essere adottate in presenza di riduzione del fatturato e dell’occupazione che agiranno di proprio nella riduzione del gettito fiscale, creando già prevedibili difficoltà nel finanziare la spesa.
Nessuno a sinistra e nei sindacati che parli, invece, di tagli alla spesa pubblica, se non per quella dei costi della politica, sempre valida per i demagoghi, ma che da sola non serve per reperire fondi significativi per il fabbisogno; e nessuno che parli di riqualificazione della spesa, come quella di spostare fondi dal costo del personale a quello delle infrastrutture nella scuola, ad esempio.
Ecco Epifani! Faccia il suo sciopero il 12 dicembre: e sarà uno sciopero contro l’Italia.
Vito Schepisi

13 dicembre 2007

Tir(o) al Governo

La questione degli autotrasportatori si è risolta. L’Italia dovrebbe esultare perché alla vigilia delle feste più sentite si sono liberati i trasporti e si aspetta che si riempiano gli scaffali dei mercati alimentari.
I tanti lavoratori autonomi che si affannano a guadagnare giorno per giorno le loro risorse economiche per sopravvivere riprendono così il loro lavoro. Lo fanno con rassegnazione ponendosi alle spalle le piccole e grandi difficoltà attraversate: persino soddisfatti per il diradarsi del pericolo di veder compromessa la propria attività ed affrancati dal rischio di non poter onorare i propri impegni economici.
E’ salvo il tacchino ed il pesce, sono salve le mozzarelle di bufala e la verdura, le primizie e la frutta esotica, i vini pregiati e lo spumante doc: tutti nuovamente in bella mostra sui banchi dei mercati per arricchire di gusto e di calore il pranzo di Natale. Anche il rientro a casa dei lavoratori dal nord al sud, dalle fabbriche alle campagne, dalla nebbia al sole è assicurato per le autostrade senza blocchi e per i distributori di carburante riattivati.
E’ scongiurato, per tanti lavoratori lontani dai loro paesi di origine, il pericolo di trascorrere le feste ai margini delle grandi città del nord, spesso nella tristezza e nel grigiore delle periferie abbandonate tra il degrado e l’indifferenza ed a dispetto della vitalità e dell’opulenza delle ricche metropoli del nord. Sono attesi con umanità e simpatia dalle comunità popolari del sud, e già pregustano le sagre, i canti e le bevute del buon vino primitivo. Pensano agli agrumi colti direttamente dai giardini ed alla parentesi di felicità nel trascorrere le feste più sentite tra le tradizioni più antiche e la gioia dei bambini. Pensano già alle provviste da portare, dallo zirro di olio vergine di oliva spremuto dinanzi ai loro occhi nei frantoi, alla damigiana del vino artigianale con i metodi e le tradizioni popolari tramandate nei millenni da padri a figli a nipoti. La gioia di un ritorno al passato tra usi, abitudini che lentamente vanno spegnendosi.
Un grido di gioia, uno sfogo esultante di liberazione dovrebbe attraversare l’Italia intera: come una vittoria ai mondiali di calcio!
Non è così, invece! E’ durata 3 giorni ed è la lezione più amara impartita a tutto il Paese: la lezione più impegnativa della nostra cultura popolare. Tre giorni per passare dalla coscienza di traguardi di civiltà a quella della leggerezza sottile del precipizio dei valori che quotidianamente affermiamo.
Un abuso dei diritti, un falso convincimento di libertà reclamate, un ingiusto criterio di lotta e di rivendicazioni per l’ affermazione di alcune istanze economiche e normative di una categoria può offrire l’aspetto più nero di un precipizio. La visione più cruda di un inferno di umanesimo, civiltà e sensibilità che si abbatte inaspettatamente, all’improvviso come un cataclisma meteorologico devastante, sulla popolazione inerme. L’Italia si è svegliata la mattina con il frigorifero vuoto, senza generi di prima necessità, con la macchina a secco di carburante, impossibilitata a recarsi al lavoro. Ci è sembrato di vivere in uno stato ancora più precario di una società medioevale, senza l’orto dietro casa, senza le galline per le uova fresche e la pecora per il latte, senza il calesse coi cavalli per spostarsi.
Il mondo industriale è come una grande macchina. E’ un meccanismo complesso che funziona grazie ai suoi complicati ingranaggi. Tutto è funzionale, anche la piccola ed insignificante vite che unisce i suoi meccanismi. Tutti i rapporti sono connessi tra loro e ciascuno per proprio conto agisce solo apparentemente in piena autonomia, ma in realtà tutto deve essere pensato come componente di un insieme che assicura il sincronismo e la funzionalità.
Il mondo civile è come un computer: se si toglie l’energia non si muove più niente, tutte le sue potenzialità restano immobili e diventa un oggetto del tutto inutile.
Ci chiediamo ora se sia lecito tutto questo e se sia giusto che in una vertenza di lavoro si arrivi a questo punto. Sappiamo che le ragioni o i torti, quasi sempre, non sono mai solo da una sola parte e che arrivare agli estremi implica responsabilità rilevanti di tutti, ed anche in questo caso è stato così.
Ci sono delle difficoltà oggettive oggi nel Paese dovute alla lievitazione dei costi che incidono sul bilancio quotidiano di tutte le famiglie. Le scelte politiche sono sempre più complicate di quanto apparentemente si pensi, ed incidere su aumenti di tasse, accise, pedaggi, oneri, diritti può creare difficoltà enormi ad intere categorie di lavoratori. Ci sono, nello specifico della vertenza degli autotrasportatori abusi, concorrenze sleali e scorrette, margini esigui di guadagni che finiscono per indurre al massacro i lavoratori, stretti tra i tempi e le percorrenze al limite delle possibilità umane, e non è possibile che le istanze siano ignorate e respinte sdegnosamente come è avvenuto.
Non è neanche, però, possibile che si arrivi a ledere i diritti degli altri, come non è possibile che si assumano comportamenti violenti. Le minacce, i blocchi, la voglia di far del male in modo indiscriminato, per far prevalere i propri egoismi, quantunque diritti sacrosanti, è un reato, ma ancor prima che un illecito penale è un abuso umano e sociale.
Non è neanche possibile, però, che il Governo, che dovrebbe avere la dignità di rappresentare l’intero Paese, anche nella valutazione della legittimità dei comportamenti di ciascuno, si distingua prima per una disattenzione al problema, poi con una precettazione disattesa ed infine con il cedimento, con le mani alla gola, alle istanze degli autotrasportatori.
Non si doveva arrivare a questo punto. Assolutamente non si doveva!
Vito Schepisi