08 luglio 2015

Europa, Grecia, Italia ... un'Unione senza ideali


Troppi entusiasmi, troppi equivoci, troppa confusione. Il referendum di domenica in Grecia è stato un inutile passaggio. Ci ha rilasciato un responso scontato. Non ha risolto niente. E’ servito solo a Tsipras e al suo funambolico ex ministro dell’Economia Varoufakis per dribblare l’ostacolo della scelta. Una furbizia, insomma.
Nessuno, neanche a referendum passato, ci ha saputo dire contro cosa o per che cosa si votava. Le cose sono rimaste esattamente come prima, con in più qualche miliardo di Euro sprecato in perdite di capitalizzazione dei mercati azionari, con qualche miliardo ancora di Euro persi per l’aumento dei costi degli interessi sui debiti sovrani (della Grecia compresi). 
Dicono che Tsipras (la sinistra) abbia vinto perché si è schierato per il “NO” (61% dei voti).
La stessa cosa, però, ha fatto l’estrema destra di Alba Dorata.
Ma ha vinto cosa? Ma per cosa si votata? Non lo sappiamo in Italia, e ci può anche stare, ma non lo sapevano neanche gli elettori e non lo rivelavano gli organi d’informazione della Grecia. Si sapeva che il premier greco si era schierato per il “NO” e che dalla sua parte stavano tutti i movimenti della sinistra e della destra alternativa in Grecia ed in Europa (Grillo, Salvini e Meloni compresi), mentre per il SI era schierata la Merkel e un po’ tutti i governi ed i partiti di maggioranza d’Europa (Renzi e PD compresi).
Al “NO” o al “SI” non era collegata, però, nessuna precisa scelta.  Non c’era la bocciatura o l’approvazione di una precisa proposta.
In soldoni, il quesito referendario greco poneva agli elettori la seguente domanda: siete d’accordo a pagare i debiti del vostro paese?
La risposta è sembrata persino scontata. I greci, infatti, in gran quantità hanno risposto di no.
Questa vicenda nel suo insieme, però, deve far riflettere. Questa Europa è rimasta senza idee. Un progetto di unione che ha perso per strada la coscienza d’esser stato pensato e voluto per i popoli liberi europei. L’Europa che passa dall’unione dei popoli a quella burocratica delle banche e dei “club” riservati ha clamorosamente fallito il suo scopo.
La Comunità Europea non fa naufragio solo nel Mediterraneo, facendo prevalere gli egoismi e le furbizie di quanti, elargendo qualche elemosina, si lavano le mani dai problemi dell’accoglienza e della solidarietà. Sta naufragando nel suo significato politico. Si è disperso il sogno di quanti pensavano al coronamento di una storia di sofferenze e di sacrifici per quei popoli che avevano lottato per la libertà, per l’indipendenza e per la democrazia. 
L’oppressione dei regimi autoritari, sostituita dall’oppressione delle lobbies finanziarie non è la soluzione per  il futuro di una società  libera che sottoscrive il trattato di Schengen.
Ha fallito l’Europa dei popoli che voleva vincere i bisogni, che voleva affrontare questioni importanti come l’alimentazione e l’ambiente, che voleva esportare cultura e solidarietà, dialogare con civiltà differenti, affermare i valori della libertà e della dignità umana, assicurare benessere, tutele e sicurezza, impegnarsi a stabilire con responsabilità e autonomia le scelte politiche del mondo.

La fierezza di far parte del popolo europeo al momento non esiste. Forse non è mai esistita, perché in Europa sono emerse mentalità e sensibilità diverse, perché sono comparsi interessi diversi. Forse anche culture diverse. Non esiste un riferimento a una comune radice, per quanto si sia provato nell’atto costitutivo europeo a farla risalire a quella giudaico-cristiana.
Se si pensasse agli USA e alla sua moneta, Il Dollaro, su cui domina la scritta “In God We Trust” forse la risposta arriva da sola.

Vito Schepisi
EPolis 8 luglio 2015

21 maggio 2015

Senza speranze

Ai burocrati europei interessa solo un'Italia che si piega

In questi anni sono aumentate tantissimo le tasse locali e di pari passo sono diminuiti i trasferimenti dello Stato alle amministrazioni del Territorio. Il risultato è stato che i servizi sono diventati più scadenti, o tagliati del tutto, e lo Stato come o più di prima non garantisce nulla di efficiente: né lavoro, né sicurezza, né servizi, né coperture previdenziali ai lavoratori in quiescenza.
Da questa mannaia pubblica che si abbatte sulla testa dei più deboli (lavoratori, pensionati, commercianti e piccole imprese) si tirano fuori solo le caste che non pagano mai (magistrati, politici, burocrati, manager pubblici e tutto quell'esercito di figli, nipoti, amichette e amici inseriti (dire che lavorano sarebbe dir troppo) nei carrozzoni degli enti pubblici e delle Istituzioni.
Tutto ciò che incassa lo Stato sembra che vada a finire in un buco nero senza fondo da cui esce solo un nauseabondo puzzo di corruzione e di sperperi.
In queste condizioni aumentano tutti i fattori negativi legati all’economia e alla finanza. Il debito pubblico sale. La disoccupazione crea disagio sociale. La pressione fiscale scoraggia l’iniziativa.
Una volta c'era l'avanzo primario, ora neanche più quello.
E dire che l’Italia, grazie ai vari interventi delle BCE sul costo del denaro e soprattutto grazie all’alleggerimento quantitativo (Quantitative Easing) di Draghi, può giovarsi di una fase finanziaria positiva per il costo basissimo degli interessi sul debito pubblico ma, con la spesa pubblica che aumenta, anche questi vantaggi finanziari servono a poco.
Con le politiche correnti non ne usciremo mai per due ragioni:
1) l'aumento della pressione fiscale drena risorse che altrimenti impiegate favorirebbero l'aumento dei consumi e quindi della domanda interna, trasformandosi in maggior produzione, in investimenti e quindi in occupazione. Gli investimenti, la produzione e l'occupazione consentirebbero, infatti, allo Stato di incassare più tasse senza il ricorso al maggior prelievo fiscale sui contribuenti. A parità di gettito si potrebbero ottenere maggior occupazione e meno carico fiscale, quindi minori disagi e meno spesa sociale.
Bisognerebbe, però, capirlo e forse soprattutto volerlo. Oggi, al contrario, prevale più l’idea punitiva della ricchezza che la lotta al bisogno. Viene in mente l’aforisma di Montanelli: “i comunisti amano così tanto i poveri, che quando vanno al governo li aumentano”;
2) è evidente che la spesa pubblica in Italia sia eccessiva e mal riposta.  Mentre si parla, ad esempio, di perequazione al costo della vita per i pensionati da 3 volte in su il minimo sociale, c'è chi percepisce o percepirà pensioni che non hanno nessun rapporto con i contributi versati. C'è chi percepisce 2 o 3 o 4 assegni di quiescenza come se la sua vita abbia avuto 2 o 3 o 4 interi cicli di lavoro. Ci sono manager, dirigenti, burocrati e membri delle Istituzioni che percepiscono in un mese quanto un professore di scuola in 3 anni. E poi ci sono i costi di gestione dei ministeri, degli uffici pubblici, degli enti, ci sono le manutenzioni, gli appalti, le forniture, i consumi. Ci sono i lavori pubblici in cui assistiamo a filiere intere di taglieggiamenti e di “mance” a spese della collettività.
Si vuole parlare anche di chi percepisce uno stipendio senza prestare alcun servizio utile? Ma se parlassimo di tutto, non basterebbero i forestali della Regione Siciliana per trarci fuori dalla giungla di fitta vegetazione che si andrebbe ad intrecciare.
Servirebbe prendere atto che l’Italia così non ha speranze. Se si potesse si dovrebbe ricominciare tutto da capo. Non è, però, possibile e stando così le cose, con questa Italia, senza una classe dirigente con le idee chiare, con questo governo, con questa opposizione e con questi italiani non abbiamo speranze.
Vito Schepisi
su EPolis Bari del 21 maggio 2015

25 marzo 2015

Non si può pagare due volte la TARSU


L’anno era il 2012 ed il mese quello di agosto. Basta poco per rovinare una giornata d’estate: qualche volta una lettera del Comune che ti chiede di pagare un’imposta.
Quella mattina la lettera aveva per oggetto: Tassa per lo smaltimento dei rifiuti soldi urbani (TARSU) anno 2012. La Giunta Comunale aveva aumentato l’imposta del 30%. Una bella mazzata c’era da pagare 498,00 Euro.
Nel 2012 c’era Monti al Governo ed Emiliano era Sindaco. Era l’anno in cui gli italiani si sono giocati 7 anni di lavoro in più prima di andare in pensione, i risparmi impiegati nell’acquisto di immobili crollati di valore, parte dello stipendio per pagare le tasse.
In quello stesso anno gli italiani hanno salutato gli scatti di anzianità e l’adeguamento della pensione. Gli unici che non ci hanno rimesso sono stati i boiardi di Stato, i politici ed i magistrati, grazie all’intervento dei guardiani della Costituzione più bella del mondo.
I giornali dicevano che al Governo c’era un uomo che stava salvando l’Italia. Imperava in tv la retorica del migliore, come se fosse tornato l’Istituto Luce (LUnione Cinematografica Educativa): il più grosso strumento di propaganda dell’era fascista.
L’enfasi e il reiterato richiamo alla nostra felicità per il vantaggio d’avere un premier che pensava alla salvezza degli italiani, però, non ci faceva essere più arrendevoli dinanzi alla mappata di tasse che ci piovevano addosso.
Non si poteva far altro, però, che frenare la rabbia e pagare, anche se qualche imprecazione, magari in silenzio, te la facevano passare. Nella mia, Monti ed Emiliano, erano accumunati nel tragitto verso un’unica meta.
Ho pagato “on line”, apprezzando la tecnologia, senza far file alla banca o all’ufficio postale. Ho trasmesso un bonifico rispettando le istruzioni e controllando con cura l’IBAN. Ho copiato diligentemente la causale, il mio numero contribuente, il mio nome e cognome.
Ci ho tenuto ad essere preciso. Con questa gente non si sa mai!
Pagare una volta la Tarsu ci può anche stare, s’impreca e si paga, ma pagarla due volte no. Siamo nel 2015 ed il mese è quello di marzo. Basta poco per rovinare il primo giorno lavorativo di primavera: al tempo piovoso s’è aggiunto il ritiro di una raccomandata. La fila. Il mio turno. Una stanza con scatoloni zeppi di lettere tutte uguali alla mia. Tutte inviate dal Comune – Ripartizione Tributi. Ho pensato: è una strage. Apro la lettera. OGGETTO: Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU) 2012 – sollecito di pagamento.
Quando accadono cose del genere le pensi tutte, anche che qualcuno si sia fregato i tuoi soldi, anche che il Comune ci provi. Quella tassa l’ho già pagata. Imprecando, ma l’ho pagata.
Perdo una mattinata tra il cercare le carte (trovo la copia dell’ordine di bonifico) e l’andare in banca per controllare che il mio bonifico sia andato a buon fine. Tutto era a posto. La tassa l’avevo pagata. La tappa successiva, per far valere le mie ragioni, è all’Ufficio Ripartizione Tributi del Comune di Bari, il giorno successivo, cioè oggi. Per evitare lunghe code, ci arrivo mezz’ora prima dell’orario di apertura  al pubblico. Ne esco vittorioso con un timbro e la firma di un funzionario della Ripartizione Tributi sotto la scritta “sollecito annullato”.
Mi chiedo, però, cosa sarebbe successo se avessi perso la copia del bonifico? E quanti baresi per evitare l’accertamento, le sanzioni (maggiorazione del 30%) e la mora, come scritto nella lettera di sollecito, pagheranno due volte?
Vito Schepisi
Su EPolis Bari del 25 marzo 2015

26 gennaio 2015

Una mezza figura sarebbe ancor peggio di una figura ostile.


(lettera aperta al Presidente Berlusconi)

Illustrissimo Signor Presidente,
le elezioni in Grecia hanno premiato il movimento che si è opposto con più coerenza alle politiche del “male minore” su cui, invece, puntavano i moderati di Nuova Democrazia.
Ritrovarsi a difendere la “normalizzazione” voluta dai tecnocrati dell’Unione Europea non solo non ha pagato, ma ha esposto il paese ellenico ad un periodo di grande incertezza per il futuro della Grecia e dell’Europa.
La vittoria di Syriza è arrivata da un voto trasversale di donne e uomini che chiedevano coraggio, protesta e orgoglio.
C’è uno spazio enorme in Italia che chiede altrettanto.
Lei che fa? Lo lascia a Grillo e Salvini? Lo abbandona?
Il Patto del Nazareno non va nella direzione della chiarezza e della volontà degli elettori italiani.
La stagione delle riforme non si può ridurre in patteggiamenti, scambi e promesse.
Non crede che invece sia il caso di ritornare a parlare ed agire per la RIVOLUZIONE LIBERALE in Italia?
Mentre il Parlamento ancora discute sulla riforma elettorale, sono evidenti le mancanze di scelte orientate all’interesse del Paese, che non possono essere le risultanti degli interessi delle persone, dei partiti, degli equilibri di potere e dei mille ricatti.
Lei sa bene che c’è una Nazione che non si riconosce negli schemi dell’appartenenza e che giudica gli uomini e le politiche dai comportamenti e dai fatti.
Questa Italia non approva.
Non ci sta.
Non andrà mai al Nazareno.
Quella d’avere un Presidente della Repubblica che sia meno indisposto verso il centrodestra non è questione sufficiente. Non cambierebbe nulla e non sarebbe affidabile.
Una mezza figura è ancor peggio di una figura ostile.
In un Paese in cui:
- la Presidenza del Senato è affidata ad un magistrato eletto nel PD;
- la Presidenza della Camera è affidata ad una signora orgogliosamente estremista e presa dalle sue convinzioni ideologiche;
- la Corte Costituzionale mostra cedimenti di parte, fino a paralizzare le attività di maggioranze diverse da quelle in cui prevalgono le opzioni corporative e politiche di chi ne ha determinato le nomine;
- nel CSM prevalgono le correnti più politicizzate dei magistrati;
- la Rai, anziché un servizio pubblico, è più un supporto politico nelle mani di amministratori che la usano come strumento di orientamento;
- una rete di interessi economici si srotola attraverso il sistema dei servizi (nazionali e locali), con affidamenti di commesse e appalti a organismi che uniscono privilegi fiscali a finanziamenti pubblici, generando speculazioni, corruzione e infiltrazioni mafiose;
- la burocrazia affossa le iniziative dei privati, mortifica i diritti dei cittadini, assorbe risorse e blocca la ripresa economica;
- c’è una casta che si è allargata all’interno dei partiti che blocca le riforme e l’innovazione, creando ingiustizie, sperperi e interessi di parte;
- il sistema fiscale assorbe i risparmi delle famiglie, penalizzando i consumi e la crescita;
- la vecchia immagine di sicurezza sociale di un bene (l'immobile) che si rivalutava nel tempo, è stata sostituita dall’angoscia di chi ha visto deprezzare il frutto dei sacrifici della propria famiglia, di chi non riesce più a vendere il proprio bene e di chi deve sopportarne un grave peso fiscale;
- la criminalità piccola e grande è sempre più spavalda e impunita, le città sono insicure, la gente ha paura, l’immigrazione dilaga, si fa strada il pericolo terrorismo, la violenza è costantemente dietro l’angolo;
- la Giustizia è lenta, tortuosa, disattenta, faziosa, disinteressata, inadatta, sbilanciata, bizantina e incomprensibile;
- il 44% dei giovani in Italia non trova lavoro, le imprese chiudono, la disoccupazione è in aumento ed i redditi delle famiglie sono precari;

in un siffatto Paese, occorre un grande impegno politico per ricreare già dalle Istituzioni, ad iniziare dalla carica più alta dello Stato, il senso della fiducia e della volontà di cambiamento.
Lei Presidente deve farsi portavoce di chi vorrebbe un Garante che sia espressione di tutto il Paese e che nel contempo sia un esempio di rettitudine e competenza.
Non ci serve un Presidente al ribasso che sia il frutto di compromessi e di “contabilità politiche” sulle spalle del Popolo Italiano.
Agli italiani servirebbe un uomo libero. Autenticamente libero.
Un uomo capace di avere voce in Italia, in Europa e nel Mondo, per ritornare a rilanciare l’ingegno, la qualità, l’arte e la cultura e tutto ciò che ha fatto grande l’Italia in passato.
Lei Presidente deve chiedere e proporre una figura di prestigio che sia espressione dell’Italia liberale e che sia in grado di far riaprire il dialogo tra i diversi sentimenti politici del Paese, senza pregiudizi e senza accordi al ribasso.
Lasci perdere Renzi con le sue promesse e le sue chiacchiere.
Ha 40 anni l'attuale leader PD, ma è già un vecchio arnese della partitocrazia con sulle spalle tutte le contraddizioni di un partito strutturato come una rete di affari.
E non c’è niente di peggio di un giovane già da rottamare.
Vito Schepisi

PS: Signor Presidente, Le ricordo che i numeri dei "grandi elettori" che voteranno per il nuovo Presidente della Repubblica non sono "legittimi" e non corrispondono alla rappresentanza degli elettori italiani.
La Consulta, infatti, ha stabilito l'incostituzionalità della Legge Elettorale che ha attribuito il premio di maggioranza (in questo caso più del 25% in più) alla coalizione PD-SEL che aveva appena ricevuto meno del 30% dei consensi elettorali, e per di più con un’alta astensione.
Esca, pertanto, dal mazzo del conformismo e dichiari apertamente che:

senza un Presidente di alto profilo e di grande equilibrio, disconosce da subito un Presidente di parte. Chiunque esso sia.

22 gennaio 2015

Vicini ai loro valori, ma nei loro paesi


C’è qualcosa che accosta quanto sostenuto da Papa Francesco “se offendi mia madre aspettati un pugno” e quanto sostengono gli integralisti islamici.
I gruppi jihadisti replicano all’indignazione dell’Europa e del Mondo sostenendo che le stragi contro i cristiani in Africa e gli attentati terroristici in Europa siano le risposte alle offese che l’Occidente rivolge contro l’Islam. Un’offesa, un pugno.
Sarà! L’occidente, però, non ha modificato di recente le sue idee sulle libertà di pensiero e di parola, compresa la libertà di satira che per sua natura è scherzosamente offensiva.
Sebbene trasformata - una volta arma dei deboli contro la stupidità del potere, oggi spesso strumento del potere per ledere la credibilità degli avversari - la satira è rimasta ciò che trasforma in farsa gli atteggiamenti e i pensieri controversi. C’è sempre stata, ed è sempre stata irriverente. Solo i tiranni hanno provato a reprimerla.
Cosa è cambiato?
Papa Bergoglio ha rimarcato le distanze della Chiesa dalla violenza, ha stigmatizzato la sproporzione della reazione terroristica a Parigi ed ha esaltato il valore della vita umana, ma ha anche innescato nuovi dubbi. Non più “porgi l’altra guancia”, ma “aspettati un pugno in faccia”? Papa Bergoglio condanna l’offesa, come è giusto, ma ne allarga i confini alla satira sulle scelte religiose. 
Ma ironizzare sul pensiero religioso è davvero blasfemo?
Ben altra storia rispetto a Ratisbona e alle citazioni di Papa Ratzinger dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo.
Una gaffe di Papa Bergoglio? La sua voglia di sdrammatizzare in un momento difficile? O un invito alla resa, cioè un passo indietro rispetto al nostro modello di civiltà?
Nella Città di Parigi, duramente colpita, al Pantheon, sulla tomba di François-Marie Arouet, conosciuto come Voltaire, si può ancora riflettere sulla tolleranza. Se deve essere intesa alla stregua di un principio pedagogico sui buoni propositi, o rappresentare ancora la ratio di un modello di democrazia liberale su cui radicare le regole della convivenza dei popoli.
Nessuno scontro di civiltà, ma neanche abbandonare le conquiste di civiltà, cedendo all’idea astratta del multiculturalismo e alla mal interpretata richiesta di integrazione di culture diverse. 
L’idea laica della libertà di avere un’idea e di esprimerla sulla base delle percezioni e delle conoscenze acquisite non è emendabile.
Inquietano così le accuse di islamofobia (Oriana Fallaci ne è stata vittima al pari della rivista satirica Charlie Hebdo) e le richieste di leggi speciali contro il libero pensiero. 
Una fobia è una patologia. E’ un turbamento psicologico. Chi ha un atteggiamento fobico contro qualcosa desidera evitare le situazioni che originano il proprio timore. 
Si vuol reprimere per legge una patologia? Per il rispetto di ogni individuo ci sono le leggi che tutelano, in modo uguale per tutti, la dignità e l’integrità delle persone. Il resto sarebbe un limite alla libertà di pensiero.
In Europa gli islamici hanno trovato tutto ciò che non avevano nei loro paesi, ma non hanno trovato le limitazioni alle libertà individuali che avevano. E nel mentre si sono ubriacati di diritti e tutele, non tollerano le nostre usanze, temono l’integrazione delle loro donne con i costumi e le libertà delle nostre e ci considerano infedeli. E bastano piccoli stimoli integralisti a creare pericolosi scompensi.

La soluzione è solo nel loro diritto di stare in Italia nel rispetto delle nostre leggi e del nostro modello di vita, altrimenti nessuno li privi della libertà di star vicini ai loro valori, ma nei loro paesi.
Vito Schepisi

31 dicembre 2014

Un passo avanti, due passi indietro


L’anno vecchio stancamente si consuma e ci lascia la più grave crisi politica dell’Italia repubblicana. L’Italia non cresce, arretra e perde terreno, le aziende chiudono, la disoccupazione si espande, il debito aumenta, le tasse falcidiano le piccole imprese, saltano le piccole economie delle famiglie ed un giovane su due non trova lavoro.
Il campo è rimasto a chi, tra una gag e l’altra, con poche idee, ma senza grande coraggio, assieme ad un nugolo di cortigiani che chiamare ministri sarebbe osar tanto, si spaccia per l’uomo della provvidenza e si sbraccia per far credere in ciò che in Italia non c’è.
Ci sarà pure una ragione perchè l’Italia è ferma e perchè non è al passo con le altre economie industriali del mondo. E’ che, per dabbenaggine e presunzione o per cinico calcolo, in Italia, invece di cambiare ciò che non va, si gira al largo delle cause, ci si impunta sulle parole d’ordine, ci si arrocca dietro ai principi ideologici. 
Tutto questo non ha senso. E’ come la tela di Penelope in cui la notte si disfà ciò che di giorno si fa. Sembra d’assistere ad un gioco delle parti in cui si inseriscono le rendite di posizioni e le ambizioni di chi non ci sta a restare solo a guardare. 
Nessuno s’accorge che nel mondo c’è una realtà economico-sociale in mutamento e che nel terzo millennio si sta rafforzando un mercato che, piaccia o non piaccia, diventa sempre più articolato e globale. 
Le chances  migliori dell’Italia sono nel “Made in Italy”. Nel mercato globale, infatti, contano ancora la qualità, il gusto e la bellezza, ma gli italiani sono così abili che, col giornalismo di inchiesta, sulla TV di Stato pagata dai contribuenti, invece di fare domande, ad esempio, per scoprire chi e perchè ha dissipato 17 miliardi di Euro del MPS o per far luce sulle altre ricche carognate a danno del Paese, prova a tirar giù la serranda ai marchi di qualità del Made in Italy. 
Che bravi! Italiani brava gente!
La stessa struttura costituzionale del Paese è obsoleta. Altro che la Costituzione più bella del mondo! 
Anche i valori fondanti di una civiltà matura, in cui si è sempre riconosciuto il nostro popolo, sono stati annullati nella retorica dei nuovi scenari sulle origini e sui generi. Va in onda il “politicamente corretto” che è una sorta di “nuova” filosofia in cui il metodo della democrazia vale all’incontrario ed il libero pensiero rischia d’esser etichettato come fobico-ossessivo. 
Anche la democrazia, tra primarie mafio-dirette e governi messi in piedi a dispetto della volontà popolare, è diventata un miraggio. 
Siamo un Paese di ladri e di corrotti: in Italia lo dicono tutti, anche coloro che hanno voluto e alimentato la rete di gestione del territorio, e che sono parte attiva e governano la ramificazione del sistema di gestione. Dignità, lealtà, senso dello Stato e coerenza hanno lasciato il posto all’ipocrisia. 
C’è una rete di interessi che si ramifica in tutto lo stivale e che si sviluppa con una organizzazione molto simile a quella del sistema della lupara, con le “famiglie”, i “mandamenti”, i “summit”, la “spartizione”, il “monopolio”. Cooperative, onlus e associazioni sono ora il “mondo di mezzo”, e sono diventate le nuove cinghie di trasmissione degli interessi particolari, delle pubbliche amministrazioni e … dei partiti.

“Un passo avanti, due passi indietro” scriveva Lenin nel 1904 per spiegare le difficoltà della rivoluzione socialista nel districarsi tra le beghe, la democrazia borghese e la lotta di classe.
E un passo avanti e due passi indietro fa l’Italia, nel districarsi tra l’etica e le scelte di indipendenza e libertà, mentre si allontana la speranza di ritrovare i valori ideali, la fiducia e un percorso coerente verso il futuro.
Vito Schepisi

21 ottobre 2014

Matera Capitale Europea della Cultura 2019


Con Matera ha vinto il Sud.
Esultiamo tutti, lucani e pugliesi, calabresi e campani, molisani e siciliani perché è la prima volta che un riconoscimento così importante arriva in una città del Mezzogiorno.
La nostra terra, tutta quella del Sud – dal Salento alle Murge, dai paesi dell’Aspromonte al Gargano, dallo stretto di Messina agli Appennini molisani, dai tesori del tardo barocco della Sicilia orientale al barocco leccese, dai Sassi di Matera alla Costiera Amalfitana, dai trulli della Valle d’Itria ai dammusi siciliani, dalle case in pietra alle preziose coste del sud, dai castelli federiciani alla Valle dei Templi di Agrigento - è una testimonianza unica di bellezza, di storia, di tradizioni, di arte ed anche di gusto, se si uniscono i sapori della nostra enogastronomia.
Grazie a Matera, con i suoi sassi e con il suo paesaggio ricco di civiltà contadina, si allarga a tutto il Sud la scommessa di un primato internazionale da conquistare, se solo riuscisse a far prevalere la sua maestosa originalità.
La scelta caduta sulla Città lucana sia dunque il fulcro su cui far muovere le leve dell’ingegno e dell’originalità che, visibili nella storia delle antiche tradizioni, sono già nel dna delle popolazioni meridionali. Basterebbe che tutti facessero la loro parte.
Sia così il riconoscimento della Città dei Sassi il trampolino da cui far partire la domanda di crescita delle terre del Sud.
Sia Matera, Capitale della cultura europea, con il sostegno della classe dirigente meridionale e con l’entusiasmo della sua popolazione a richiamare l’Europa e il mondo perché s’immergano, oltre che nel fascino della cultura rurale e mediterranea, anche nelle ataviche problematiche sociali legate ai bisogni della popolazione ed al dramma della fuga dei giovani alla ricerca di opportunità di lavoro.
C’è un patrimonio inestimabile che vale più di ogni tesoro conservato nelle fredde casseforti delle banche europee, c’è un insieme di valori culturali, materiali e storici, alimentati nei secoli dai contributi delle diverse civiltà insediatesi nelle terre del Sud che hanno permeato di scienza e conoscenza tutto il mondo occidentale. Questo patrimonio di storia e di cultura è il nostro credito più grande e può essere più forte e scotente dei toni delle lamentele e delle richieste di assistenzialismo che nel passato sono servite ad arricchire alcuni privilegiati, ad alimentare le clientele politiche e ad impoverire la gente più umile.
Il popolo meridionale, tutto intero, con la scelta di Matera a rappresentarla come Capitale della Cultura Europa per il 2019, ora incassa un tributo di grande valore.
Il meridionalismo ha ora uno strumento in più per far valere la sua richiesta di riscatto. Si sono rotte le catene dell’indifferenza ed è stato vinto il cinismo di quanti hanno sempre visto il meridione come una terra di conquista, se non addirittura come un peso di cui liberarsi.
Ora cambia persino la prospettiva delle cose: è l’Italia che senza o contro il Sud perde una parte consistente del suo primato mondiale per arte, bellezza e cultura.
E’ il tempo, finalmente, di uscire dalla stupidità della contrapposizione tra nord e sud e di sentire tutti insieme l’orgoglio d’essere italiani. Sia recuperata la nostra storia e, dopo 153 anni, sia recuperata davvero quell’Unità Nazionale che nel 1861 vide il nostro mezzogiorno conquistato e aggiunto all’Italia, senza lasciare alla gente del Sud la libertà di condividere e d’essere coprotagonista della conquista dell’unità nazionale.

Vito Schepisi
Su Epolis del 21 ottobre 2014