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21 maggio 2015

Senza speranze

Ai burocrati europei interessa solo un'Italia che si piega

In questi anni sono aumentate tantissimo le tasse locali e di pari passo sono diminuiti i trasferimenti dello Stato alle amministrazioni del Territorio. Il risultato è stato che i servizi sono diventati più scadenti, o tagliati del tutto, e lo Stato come o più di prima non garantisce nulla di efficiente: né lavoro, né sicurezza, né servizi, né coperture previdenziali ai lavoratori in quiescenza.
Da questa mannaia pubblica che si abbatte sulla testa dei più deboli (lavoratori, pensionati, commercianti e piccole imprese) si tirano fuori solo le caste che non pagano mai (magistrati, politici, burocrati, manager pubblici e tutto quell'esercito di figli, nipoti, amichette e amici inseriti (dire che lavorano sarebbe dir troppo) nei carrozzoni degli enti pubblici e delle Istituzioni.
Tutto ciò che incassa lo Stato sembra che vada a finire in un buco nero senza fondo da cui esce solo un nauseabondo puzzo di corruzione e di sperperi.
In queste condizioni aumentano tutti i fattori negativi legati all’economia e alla finanza. Il debito pubblico sale. La disoccupazione crea disagio sociale. La pressione fiscale scoraggia l’iniziativa.
Una volta c'era l'avanzo primario, ora neanche più quello.
E dire che l’Italia, grazie ai vari interventi delle BCE sul costo del denaro e soprattutto grazie all’alleggerimento quantitativo (Quantitative Easing) di Draghi, può giovarsi di una fase finanziaria positiva per il costo basissimo degli interessi sul debito pubblico ma, con la spesa pubblica che aumenta, anche questi vantaggi finanziari servono a poco.
Con le politiche correnti non ne usciremo mai per due ragioni:
1) l'aumento della pressione fiscale drena risorse che altrimenti impiegate favorirebbero l'aumento dei consumi e quindi della domanda interna, trasformandosi in maggior produzione, in investimenti e quindi in occupazione. Gli investimenti, la produzione e l'occupazione consentirebbero, infatti, allo Stato di incassare più tasse senza il ricorso al maggior prelievo fiscale sui contribuenti. A parità di gettito si potrebbero ottenere maggior occupazione e meno carico fiscale, quindi minori disagi e meno spesa sociale.
Bisognerebbe, però, capirlo e forse soprattutto volerlo. Oggi, al contrario, prevale più l’idea punitiva della ricchezza che la lotta al bisogno. Viene in mente l’aforisma di Montanelli: “i comunisti amano così tanto i poveri, che quando vanno al governo li aumentano”;
2) è evidente che la spesa pubblica in Italia sia eccessiva e mal riposta.  Mentre si parla, ad esempio, di perequazione al costo della vita per i pensionati da 3 volte in su il minimo sociale, c'è chi percepisce o percepirà pensioni che non hanno nessun rapporto con i contributi versati. C'è chi percepisce 2 o 3 o 4 assegni di quiescenza come se la sua vita abbia avuto 2 o 3 o 4 interi cicli di lavoro. Ci sono manager, dirigenti, burocrati e membri delle Istituzioni che percepiscono in un mese quanto un professore di scuola in 3 anni. E poi ci sono i costi di gestione dei ministeri, degli uffici pubblici, degli enti, ci sono le manutenzioni, gli appalti, le forniture, i consumi. Ci sono i lavori pubblici in cui assistiamo a filiere intere di taglieggiamenti e di “mance” a spese della collettività.
Si vuole parlare anche di chi percepisce uno stipendio senza prestare alcun servizio utile? Ma se parlassimo di tutto, non basterebbero i forestali della Regione Siciliana per trarci fuori dalla giungla di fitta vegetazione che si andrebbe ad intrecciare.
Servirebbe prendere atto che l’Italia così non ha speranze. Se si potesse si dovrebbe ricominciare tutto da capo. Non è, però, possibile e stando così le cose, con questa Italia, senza una classe dirigente con le idee chiare, con questo governo, con questa opposizione e con questi italiani non abbiamo speranze.
Vito Schepisi
su EPolis Bari del 21 maggio 2015

08 giugno 2014

Renzi ci dice che l'Italia va. Ma non è così.


La Bce abbassa il costo del denaro al minimo storico, allo 0,15%. Il provvedimento può favorire le imprese per la riduzione dei costi degli impieghi bancari, consentendo alle stesse di allargare i margini di redditività degli investimenti.
Draghi, ancora, annuncia operazioni di rifinanziamento a medio e lungo termine rivolti al settore famiglie, per invogliare i consumi e far ripartire, con una domanda più sostenuta, la dinamica dell'inflazione.
In Italia, però, le cose non sono così semplici. La produzione industriale sta calando e preoccupa non poco la crescita della disoccupazione. C'è molta confusione. Anche le recenti notizie sugli scandali e le tangenti, dall'Expo al Mose, consolidano quel senso di sfiducia che induce al risparmio più che alla spesa.
Il voto a Renzi alle Europee non va letto come una scelta verso il PD, ma come un voto di speranza. Gli italiani hanno voluto dar credito a un uomo che dice e promette tante cose. Tutti, ora, sono in attesa dei fatti, ma è difficile che arrivino. Per i fatti non ci sono le condizioni politiche, e lo spettro del voto anticipato rende impraticabili le iniziative impopolari.
La pressione fiscale italiana è di 4 punti superiore alla media europea e rende meno competitiva la nostra produzione. Bisognerebbe abbassarla, ma la tendenza è invece all'aumento. Tasi e Tari e altre diavolerie si preannunciano come salassi sugli italiani e si parla anche di una manovra aggiuntiva. Mancano 6 miliardi all'appello.
Le condizioni del Paese sono schizofreniche, il decreto Poletti non entusiasma: la crescita e il lavoro non decollano. Le imprese si sentono vessate e dove non arrivano tasse e balzelli, arriva la burocrazia con la sua ottusità.
I salari medi italiani sono al di sotto, per 500 euro, della media europea, mentre il costo della vita è allineato a quello della media. L'impatto è travolgente perché il costo medio della vita in Italia assorbe l'83,8% del reddito, mentre in Europa non supera il 68%.
Se prendessimo a confronto alcuni dati delle condizioni di vita dei lavoratori italiani, con quelli della Germania, penseremmo al confronto dei dati di un paese europeo con quelli di uno del terzo mondo. Facciamolo: il reddito medio in Germania è pari a 2.580 Euro al mese, in Italia è di 1.410 (meno del 55%); il costo della vita in Germania è di 37,2 Euro al giorno, in Italia è di 39,4 (in Italia la vita costa di più per 2,2 Euro. E' assurdo ma è così!); l'impatto in Germania del costo della vita sul reddito è del 43,2%, in Italia è dell' 83,8%, quasi il doppio.
Nel 2013 i risultati delle elezioni politiche avevano imposto un Governo di larghe intese. Poteva essere sfruttato per fare le riforme e con queste riprendere a fare politica, non beghe. Politica economica per riequilibrare i costi dello Stato e adeguarli alle esigenze dei cittadini, tagliando gli sprechi, i privilegi, gli abusi, i lussi. Poteva essere il momento buono per rischiare l'impopolarità prendendo decisione condivise e responsabili. La “mission” doveva essere quella di ridurre la pressione fiscale di pari passo con la riduzione delle spese; si dovevano fare le riforme per rendere più trasparente e sicura la giustizia italiana, più efficiente e pronto il Governo, più responsabile e laborioso il Parlamento, meno arraffona e più sobria la politica e i partiti.
Niente! Dopo 15 mesi stiamo peggio di prima, con i partiti più frantumati e litigiosi, una maggioranza incapace e senza una precisa direzione politica.
C’è solo la BCE di Draghi che ci prova, con il disappunto della Merkel, a creare le condizioni per far ripartire il Paese.

Basterà?

Pubblicato su EPolis Bari del 7 giugno 2014
Vito Schepisi

12 gennaio 2013

Monti è un bluff

Monti da tecnico si è trasformato nel peggiore dei politici. 
La sua azione mira a rendere ingovernabile l'Italia, condizionando, in particolare al Senato, l'azione della prossima maggioranza. 
Aiutato da Fini e Casini, abilissimi professionisti partitocratici, mirerà ad incassare posti di comando per la casta e per il controllo della regia economico-finanziaria dello Stato. Il suo obiettivo sarà quello d’impedire le riforme, in primis quelle per abbattere la burocrazia, vero freno a mano del nostro Paese, e la riforma di revisione dell'architettura costituzionale dello Stato (parte seconda della nostra Costituzione). 
Impedirà di abbattere i privilegi e impedirà di smascherare sanguisughe e impuniti. Altro che "Salvaitalia" l'azione di Monti, fino a questo momento, è servita solo a privilegiare le caste ed a togliere alla povera gente, soprattutto a chi le tasse le paga e a chi fa sacrifici con il proprio lavoro e con i propri risparmi per sostenere l'Italia. 
L'azione scellerata, insensibile, cinica non è servita a niente. Sacrifici gettati al vento, perché inghiottiti nel vortice della spesa. Dai conti (tenuti nascosti dal Professore impegnato anche lui in campagna elettorale) sfuggono, infatti, 7 miliardi di euro per il pareggio di bilancio del 2013. 
Nel 2012 peggiorano i conti dell’IVA e delle altre imposte legate all'andamento dell'economia. L'imposta su beni e servizi, ad esempio, fino al novembre 2012, ha dato minori entrate per 1,81 miliardi. L'aumento dell'Iva ha contribuito a deprimere i consumi.
Sacrifici anche dannosi, però. Dannosi per il futuro perché non solo hanno prodotto recessione, ma hanno messo in moto una spirale negativa e contraria. 
Non è difficile capirlo. Se mi seguite lo spiego in modo molto semplice, senza far ricorso ai termini inglesi ed a concetti di filosofia economica: li lasciamo a Monti che è un professore.
Se chiudono le imprese (per mancanza di domanda e perché vessate da un’insostenibile pressione fiscale), e se di conseguenza aumentano i disoccupati, si riduce la base imponibile di chi paga le tasse. 
In questo caso, si hanno due effetti: 
1) riduzione del Prodotto Interno Lordo (PIL); 
2) riduzione del gettito fiscale. 
Ma se la spesa pubblica rimane la stessa, per sostenerla si può agire in due modi: 
a) aumentare le tasse; 
b) aumentare il debito pubblico. 
Tutto questo andrà ad agire nel rapporto con il PIL, valore quest’ultimo che, come visto, (causa la recessione) diminuisce.
Aumenta il debito, diminuisce il PIL, significa che aumenta il rapporto debito/Pil e così il nostro debito ci costerà sempre di più. Si entrerà in una spirale perversa fino al punto di rischiare che il nostro debito diventi insostenibile. 
Tanto per capirci rischiamo di fare la fine della Grecia. 
La politica di Monti ci sta portando a questo. 
Pensare di aumentare le tasse, senza tagliare la spesa è teoria perversa. Non è solo stupido: è direttamente criminale. 
La spesa si può tagliare in due modi: 
1) tagliare lo Stato sociale; 
2) rendersi conto che si vive al di sopra delle possibilità del Paese e tagliare i costi dello Stato. 
Si pensi ai costi della burocrazia, gli sprechi, i privilegi, i costi della politica; si pensi alle economie che si possono ricavare dal riordino del sistema delle rappresentanze locali.
Occorrerebbe convertire in investimenti i costi delle pubblicità istituzionali, quelli di rappresentanza, quelli dei beni strumentali in dotazione, i benefit a manager pubblici ed ai politici, e tutti i costi improduttivi come la stampa di partito, i doppi e tripli vitalizi; occorrerebbe il severo controllo della spesa da parte della Corte dei Conti. 
Gli investimenti mettono in moto il mercato e producono ricchezza e occupazione. Gli agi ai parassiti no. 
Bisognerebbe aprire a idee di "Financing Project" (detto in italiano significa progetti finanziati da privati, contro concessione per un determinato numero di anni dell'uso di ciò che viene realizzato). 
Monti non ha fatto e non farà niente di tutto questo: penserà solo ai suoi amici banchieri ed a farsi amici in Europa a spese dell’Italia. 
Vito Schepisi

07 gennaio 2011

L'Europa e la nuova crisi del debito

L’economia è una scienza concreta che non può reggere dinanzi a banali e semplicistiche dinamiche ideologiche. Al contrario si può sostenere che siano proprio le ideologie che, scontrandosi con il realismo dei conti e dei mercati, mostrano la loro inutile rigidità.

Fatta questa premessa è bene che si provi a capire se sia possibile che le politiche economiche possano, invece, reggere, a diverse dinamiche sociali e politiche. All’uopo è opportuno immaginare sia i mutamenti dei riferimenti dei modelli sociali nelle dimensioni, nelle criticità e nelle finalità, e sia quelli di più ampio riferimento politico, nei termini, ad esempio, d’identità europea, e di univocità d’indirizzo (alleanze, patti, cooperazione).

Innanzitutto, possiamo provare a comprendere se una moneta unica per più paesi abbia anche riferimenti unici nei mercati, e verificare, altresì, se i singoli paesi europei abbiano politiche monetarie e finanziarie fungibili o, ancora, se alcuni ricorrano, ad artifizi di bilancio per rientrare nei confini di stabilità concordati.

In quest’ottica non possono che sorgere dubbi sul fatto che il Trattato di Maastricht sia solo una linea immaginaria il cui vero confine appare spesso sbiadito.

Nel nostro principale interesse conviene restringere il campo all’Europa, evitando di pensare all’inarrestabile globalismo dei mercati, spettro oramai di un prossimo conflitto economico-industriale che andrà a scuotere l’organizzazione sociale dei paesi più industrializzati. La questione Fiat e gli accordi di Pomigliano d’Arco e di Mirafiori sono solo le prime avvisaglie di una rivoluzione produttiva che interesserà ben presto tutti i paesi europei e tutti i settori industriali.

Il profilo del mondo, quanto prima, cambierà per la diversa velocità di penetrazione commerciale che si sta sviluppando tra un mondo, quello di cultura europea, spesso anche eccessivamente garantito, e un altro privo di stabilizzata cultura industriale che, orientato al bisogno, invece, contro ogni immaginazione, appare sempre più libero e sempre più svincolato da regole. Senza un cambio di rotta, la legge del contrappasso non risparmierà nessuno, e l’Europa, è bene ricordarlo, è il continente più esposto. Senza nuove misure, dovremmo preoccuparci sin da ora del ribaltamento tra la vecchia povertà e la nuova ricchezza. Gli strumenti della vecchia ricchezza, i pacchetti azionari, sono destinati a cambiare i riferimenti del loro possesso.

Per tornare all’Europa, chi ha pensato, come Prodi all’epoca della sua Presidenza della Commissione europea, che l’espansione territoriale dell’Europa potesse essere un segno di maggior peso e di più marcata influenza, l’ha fatto solo per accrescere il suo ruolo politico. Non tutti, infatti, hanno la statura di Khol e non tutti possono permettersi la sfida economica della Repubblica Federale Tedesca, nel 1990, di sobbarcarsi gli oneri economici della riunificazione delle due Germanie. Ciò che resta è che è stato consentito l’ingresso in Europa a una molteplicità di paesi più per ragioni ideologiche o per obiettivi strumentali, che non per accrescere la funzione e il peso politico della Comunità.

In Europa sono entrati paesi che, lenti nei processi di crescita, avevano bisogno di tutto e che, investiti dall’Euro, moneta strutturata su economie a ben diversa velocità, hanno trasferito, sulle popolazioni, i maggiori costi delle necessità di vita, e, sulla moneta europea, le debolezze delle loro traballanti strutture economiche. Per alcuni di questi paesi, la fine del capitalismo di stato, invece di aprire a nuove speranze, ha contribuito a porre dubbi e incertezze sul futuro, coinvolgendo nel pericolo l’intera Europa.

L’Europa mostra dunque tutte quelle debolezze che la rendono vulnerabile. Le ricette varate sono un po’ come l’aspirina che fa passare solo momentaneamente il dolore, senza incidere invece sulla malattia. Le economie industriali, chi più e chi meno, hanno puntato sul debito per accelerare lo sviluppo e per migliorare le strutture sociali. Le economie meno competitive hanno anch’esse puntato sul debito per alleviare il bisogno e ridurre il divario. Il debito è la costante, pertanto, ma è anche come la colonna di mercurio che misura la febbre, ed il grafico della temperatura è monitorato costantemente dalla speculazione finanziaria.

Se c’è un batterio che colpisce i diversi pazienti, è intelligente pensare di unire gli sforzi per trovare una cura comune. Se, ad esempio, per le infezioni servono gli antibiotici, anche per curare il debito serve la sua specifica medicina. In materia economica, per giunta, non c’è da inventarsi niente: la medicina è l’emissione di titoli di debito. C’è, allo scopo, una proposta italiana lanciata dal Ministro Tremonti consistente in uno strumento unico per tutti i paesi europei: gli Eurobond. Questi sarebbero titoli garantiti da tutti gli stati della Comunità, e strumenti con i quali fronteggiare tutti i tentativi di speculazione contro i paesi in difficoltà: non più, pertanto, l’uso di diversi provvedimenti, spesso tardivi, ma un solo strumento immediato valido per tutti.

Non ci sarebbe tempo da perdere!

Vito Schepisi

06 dicembre 2010

Irresponsabili

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari non italiano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostra economia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironia anglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia: “Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertito se il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.

Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, con la serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è un Paese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che, nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in una congiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisi mondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con molto carattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, alla responsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tanto pressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in un momento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilità per favorire la ripartenza.

Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza delle misure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da un massiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni e di parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anche alcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se non persino di pensare ad allargarla.

L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero, il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come il Ministro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immagine dell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionale e nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italia con Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettato dalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modo credibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre al rispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciproca collaborazione commerciale.

L'economista avrebbe rilevato, invece, come negativo l’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che era accaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forze politiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure di contenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate a seminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemici peggiori da battere quando c’è recessione economica.

Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana e anacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degli impegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi del Governo, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, di giovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumono atteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per le conseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Una follia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che, anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.

Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modi di pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e i propri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e che abbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni dei loro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però, non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è un metodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidente sintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte degli elettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo, sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politica oggi è assolutamente da irresponsabili.

Vito Schepisi



25 giugno 2010

Il miracolo italiano


Sottrarre risorse alla spesa, finanche per pagare i debiti contratti, produce inevitabilmente un effetto negativo sull’economia. I tagli vanno sempre fatti in modo progressivo e quando il traino della crescita assorbe, senza impatti improvvisi, la riduzione delle disponibilità. Non è un mistero che, riducendo le risorse da destinare ai consumi, si generi una contrazione della domanda e quindi minore sviluppo.
Ma se la Corte dei Conti rileva che sottrarre risorse da destinare ai consumi rallenta la crescita, lo fa perché svolge la sua funzione di controllo e di monitoraggio, ma occorre sempre che si crei l’equilibrio tra le entrate e le uscite dello Stato. E se il decreto finanziario del Governo serve per ricondurre il disavanzo d’esercizio nei limiti del dal Patto di Stabilità e Crescita di Maastricht, non ci possono essere ripensamenti. E’ necessario che i tagli si facciano, non ignorando finanche che debba esserci una doppia lettura per comprenderne l’utilità. I paesi europei, tutti, sono chiamati a ridurre il debito per rispondere all’aggressione speculativa sull’Euro e sulle borse europee. In questo contesto anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte.
L’Italia nel 2009 ha gestito la crisi in modo intelligente. Mentre la domanda subiva una brusca frenata, la produzione ristagnava, emergevano i licenziamenti e le famiglie avevano difficoltà a rifornirsi dei beni primari, ha evitato i tagli ed ha destinato più risorse alla spesa sociale, finanziando la cassa integrazione ed introducendo la sua estensione. Ha anche provato ad introdurre politiche di investimento e di crescita, come il Piano Casa, ad esempio, frenato dalla miopia politica della Conferenza delle Regioni.
Il ministro dell’Economia non si è mai affannato a rispondere alla obiezione, più polemica che concreta, dell’opposizione quando sosteneva che il Governo volesse nascondere la crisi. La crisi non è un oggetto che si può nascondere. Trae la sua sostanza sui dati. Le fonti dei dati sono diverse. Alcune sono orientate e di parte, ma le più sono puntuali ed oggettive e vanno dagli organismi internazionali agli uffici studi dei sindacati e della Confindustria. Ma se non si poteva nascondere la crisi, si poteva evitare di piangerci sopra. Il governo ha evitato di restare inerme o di inventarsi soluzioni demagogiche che avrebbero potuto condurre allo sfascio, come chiedeva Franceschini, ad esempio con il salario garantito a tutti i disoccupati.
Cosa valeva allora gridare alla crisi, se non per far crescere più panico di quello creatosi?
La recessione è una congiuntura che si sviluppa sulla sfiducia per il futuro. I consumatori rinviano o annullano le spese, le famiglie accantonano risorse augurandosi tempi migliori. Chi ha un bene da vendere deve ridurre le sue pretese. Chi ha scorte deve fare saldi o svenderle. Chi ha il magazzino vuoto riduce la quantità consueta negli ordinativi, privilegiando la politica della prudenza nella formazione delle scorte. Se cala la domanda, si verifica l’inverso del normale ciclo commerciale, quando le imprese riempiono i magazzini con l’intento sia di spuntare prezzi d’acquisto migliori e sia, per effetto degli aumenti di listino, di ricavare margini maggiori dalle vendite. Con la recessione emerge, invece, il timore di non vender, o di essere costretti a svendere il magazzino per rientrare dagli immobilizzi commerciali.
L’Italia è rimasta coinvolta dal fenomeno recessivo internazionale. Il nostro sistema bancario, infatti, aveva retto al crollo, partito negli USA, che aveva dato origine al panico. Tra i risparmiatori italiani e nei portafogli delle nostre banche non c’erano massicce presenze di quei titoli tossici che, altrove, avevano indotto i governi ad intervenire con massicci stanziamenti per evitare il tracollo di tutto il sistema.
Nessuna sottovalutazione della crisi, pertanto, e tanta attenzione che si è dimostrata ben posta, tanto che l’economia italiana già dai primi mesi del 2010 ha mostrato sintomi di crescita maggiori degli altri paesi europei e se le ultime stime vedono il Pil italiano ancora in ulteriore incremento.
E sempre l’Italia, nei giorni scorsi, con grande successo, ha insistito in Europa nel sostenere che per valutare l’esposizione debitoria di uno Stato debba essere considerato l’indebitamento complessivo di tutto il Paese. Sulla base di questo principio, si è stabilito che il debito pubblico italiano, sommato con il debito delle imprese e delle famiglie, non raggiungeva quelle punte di maggiore criticità nel confronto con gli altri paesi europei. Un successo non da poco se questa rivalutazione contribuirà ad innalzare gli indici di solvibilità del debito (rating), riducendo così il costo degli interessi per il collocamento dei titoli pubblici. Solo una riduzione del costo degli interessi dello 0, 50% , ad esempio, ci farebbe pagare circa 9 miliardi di Euro all’anno, un risparmio pari a più di un terzo della manovra e che non va ad incidere sui consumi.
Da Berlusconi e da questo Governo, l’Italia, però, si aspetta ancora di più. L’alta pressione fiscale frena gli investimenti e riduce le risorse delle famiglie. Il debito pubblico nel 2009 ci è costato circa 76 miliardi di interessi, tre volte la manovra su cui si discute. L’evasione fiscale pesa, secondo le ultime stime, per circa 125 miliardi di Euro. C’è una voragine di sprechi, fatti di lussi, abusi ed eccessi, che parte dal centro e si sviluppa nelle regioni e negli enti locali. Se Berlusconi e Tremonti riusciranno a fare anche questo miracolo, un domani la storia italiana ne imporrà la beatificazione.
Vito Schepisi

15 giugno 2010

Incontrarsi tra cent'anni


Tempo l’Occidente ce ne sta mettendo, ma lentamente scopre che il proprio sistema economico rischia di piegarsi e cadere a causa del dinamismo produttivo e delle iniziative commerciali di quei paesi che al loro interno sostengono tuttora il collettivismo economico. Cede per iniziativa di quei regimi che ancora guardano alle politiche di mercato come si guarderebbe alla bestia nera che può mettere a rischio il rigore marxista del capitalismo di stato.
I nuovi scenari coinvolgono da est, ad ovest, da sud a nord, nei due emisferi, l’intero pianeta. Limitiamoci, però, al destino del nostro Vecchio Continente.
Con il globalismo, tutta l’Europa è a rischio default. Se guardassimo alle delocalizzazioni delle produzioni, ci accorgeremmo che sono diventate il nuovo strumento delle economie aziendali. La Fiat con Pomigliano d’Arco, per l’Italia, ha lanciato alle controparti sociali la sua sfida alternativa. Il messaggio è chiaro: per investire servono impegno e certezze e se non è possibile trovarli in Italia, ci sono paesi che non aspettano altro. Quella dell’intesa su Pomigliano è la stessa Fiat che ha già delocalizzato impianti, operai, produzioni. Altre imprese italiane hanno già fatto la stessa cosa.
Gli altri aspetti delle criticità sono rappresentati dalla contraffazione sistematica dei prodotti di eccellenza che invadono gli stessi mercati d’origine. Non è più la questione del laboratorio clandestino in un sottoscala campano a falsificare design ed etichette, ma ci sono interi paesi che inondano i mercati e lo fanno in modo troppo spesso sommerso, senza regole e senza oneri. Anche i costi delle materie prime sono sottoposti al condizionamento dei cartelli delle multinazionali e dei paesi estrattori e sono in grado di sconvolgere il sistema di vita dei paesi con alti consumi.
L’economia europea è a rischio. Se le diverse tessere del puzzle trovassero chi fosse capace di comporle, e se questi s’accorgesse d’aver già acquisito il “know how” e d’essere in grado di sferrare un attacco massiccio ai mercati, inondandoli di prodotti a basso costo, già salterebbe tutta l’architettura economica dell’Europa. Salterebbe lo stato sociale, l’occupazione e tutta la filiera di trasformazione. Salterebbe, però, assieme al sistema industriale europeo, anche la democrazia.
Se non è ancora accaduto, è perché, fino ad ora, non conveniva a nessuno. I paesi della nuova economia globale non si sentono sufficientemente forti “politicamente”. La loro organizzazione industriale non esiste. Non è calcolabile l’impatto sociale: oggi, infatti, i loro popoli subiscono lo sfruttamento del capitalismo, in quanto il profitto sottrae l’intero valore aggiunto del sistema produttivo. A governare il globalismo c’è poi la mafia internazionale. Sono tutti questi gli elementi di valutazione che frenano la soluzione finale.
Tutti i fenomeni economico-produttivi, e non solo, hanno una ragione, un’origine ed una convenienza. Basterebbero quelle citate, ma c’è ancora una ragione su tutte: questi popoli non hanno i consumatori. Se non ci sono i consumatori, cioè le masse che hanno la possibilità economica di acquistare, saltano anche i presupposti del mercato. Questa può essere la vera ragione che frena il cambiamento. L’economia è una scienza fondamentalmente conservatrice e pone resistenza ai cambiamenti laddove c’è già un margine sufficiente di guadagno. Ed in questa avventura ci guadagnano già assai bene le multinazionali, i governi, gli apparati mafiosi e la finanza internazionale. Ci perdono solo i più deboli, paesi o cittadini che siano.
Le leggi di mercato sono inesorabili: quando c’è l’offerta, c’è bisogno che ci sia la domanda. Serve chi apre il portafoglio per acquistare. Servono quei paesi che hanno i supermercati pieni di massaie. Servono i popoli che hanno le case piene di oggetti. Serve chi è abituato a bere le bibite fresche, chi ha il telefonino di ultima generazione, chi compra la televisione a schermo piatto da 50 pollici per guardare le partite di calcio. Serve chi mette il condizionatore, chi usa i pannelli fotovoltaici, chi guarda i film seduto in poltrona dinanzi ad un impianto “Home Theatre”, chi cambia la macchina invece di fare il tagliando. Servono insomma gli acquirenti: servono quelli che alimentano le transazioni terminali dei cicli commerciali per mantenere l’equilibrio della filiera tra chi produce e chi acquista. L’economia globale di mercato, in questo, non è affatto diversa da quella che alimenta nei singoli paesi la produzione, i prezzi ed i consumi.
Nessuno inventa niente in questo campo. I cambiamenti sono dovuti essenzialmente ai costi. Se mancano regole comuni e se lo stato sociale incide in modo profondamente diverso sui costi, accade che gli investimenti si faranno dove questi sono sensibilmente inferiori. E’ tutto così logico!
Finché i mercanti non troveranno come contraffare anche i consumatori, l’occidente sarà ancora salvo.
Ma se l’Europa ed i paesi occidentali hanno ancora del tempo per pensare ai rimedi, non possono concedersi il lusso di sprecarlo. I politici, assieme agli economisti, assieme ai sindacati, ai sociologi, agli imprenditori, devono capire cosa c’è che non va e come si possa correre ai ripari per evitare guai peggiori.
“Vorrei incontrarti tra cent’anni”, cantavano Ron e Tosca, ma se per ritrovarsi in una colonia della Cina o della Corea del Nord? Varrebbe ancora la pena d’incontrarsi?
Vito Schepisi

07 maggio 2010

La Grecia fa paura



L’altalena delle borse ed i nuovi venti di panico, innescati dal tracollo del sistema economico della Grecia, sono altre tegole che si fiondano sui mercati, sul sistema finanziario, sulle economie dei Paesi industrializzati, sulla debolezza dei governi europei. E’ un'altra tessera del puzzle delle incertezze e delle incomprensioni politico-economiche dell’Europa, ma anche un altro mix di polvere pirica in cui si dimenano due scuole di pensiero formatesi sul debito, sugli investimenti, sulla spesa.
Il crollo dell’economia greca è scaturito dal dilatarsi del debito pubblico e dall’uso della spesa statale per tamponare gli effetti negativi della crisi recessiva dei mercati e per difendere l’occupazione e la stabilità sociale del paese ellenico. Il risultato è stato inversamente proporzionale alle speranze. E’ stato dirompente e rischia di trascinare nel vortice del panico finanziario mezzo mondo.
Da una parte, in Grecia, il crollo del prodotto interno ha favorito il rafforzarsi di un rapporto insostenibile col debito pubblico, che ha raggiunto il 180% del Pil stesso. Vale a dire un euro e ottanta centesimi di debito per ogni euro prodotto nel Paese. Dall’altra parte, l’aumento della spesa ha reso ancora più drammatico il disavanzo statale nel 2009, arrivando a superare il 10% sempre del Pil, e con previsioni ancora più catastrofiche per il 2010.
La crisi, partita dalla bolla finanziaria statunitense, la stessa che ha mietuto vittime in tutto il mondo e che ha svuotato i portafogli di milioni di risparmiatori mettendo alle strette paesi forti e stabili, ad Atene ha attivato una spirale così perversa da condurre la Grecia sulla soglia del “default” (fallimento) economico.
L’intervento delle agenzie di rating, che hanno definito "junk bonds” (spazzatura) le obbligazioni del debito pubblico greco, sarà stato pure un passo obbligato, ma anche il colpo finale. Con il giudizio negativo sul debito, e con le scadenze imminenti, la domanda dei titoli del debito pubblico greco sarebbe crollata, mentre l’aumento dei tassi per il collocamento avrebbe ancor più aggravato il costo del debito.
L’esperienza che si sta vivendo ripropone così la questione sui meccanismi della finanza, su quelli degli interventi della Comunità Europea, sulla speculazione e sui comportamenti dei Paesi dinanzi ai segnali di congiunture economiche. Limitandosi all’analisi di quest’ultimo aspetto, anche per le analogie con l’Italia, si rileva che se da una parte si sostiene che la crisi dei mercati si risolva aumentando la spesa pubblica, dall’altra, invece, attraverso i tagli ed il rigore.
Aumentando la spesa pubblica si mette in circolazione più denaro, si tamponano i pericoli di crisi sociale, aumenta la domanda interna, si rallenta il calo del pil, si contiene il calo delle entrate fiscali. Dall’altra parte, però, aumenta il disavanzo finanziario, si alimenta il debito pubblico, aumentano i tassi sui titoli di stato e si rischia il giudizio negativo sul debito delle società di rating, com’è accaduto per la Grecia. Ma ciò che è ancora più preoccupante, è che, seguendo la politica dell’aumento della spesa, si possa iniziare a percorrere una strada irreversibilmente in discesa per l’economia dei paesi coinvolti, e che debba servire sempre più spesa, e quindi più debito, per sostenere gli impegni finanziari e la stabilità sociale, e che quello intrapreso si trasformi in un percorso che abbia, come unico sbocco, il fallimento dell’economia.
Tagliando la spesa pubblica, invece, in periodo di crisi e con i mercati in sofferenza, si accentuano le questioni sociali, si riduce la circolazione del denaro, diminuisce la domanda interna, cala il gettito fiscale, si riduce il pil. Ma, d’altra parte, si riduce sia il disavanzo finanziario che l’ammontare del debito pubblico e si riducono i tassi sui titoli di Stato, ed il debito costa meno.
Naturalmente la strada da scegliere non può essere, sic et simpliciter, né l’una e né l’altra. Troppe criticità in un caso e nell’altro. Gli aspetti positivi non riescono a bilanciare quelli negativi. E se la prudenza deve essere sempre accompagnata da una più larga visione politica, per poter favorire la mediazione tra questioni ed interessi spesso diversi e contrapposti, l’azzardo, al contrario, non può mai restare privo dei margini di compatibilità, senza compromettere non solo la gallina di domani ma anche l’uovo di oggi.
Rimane da pensare, allora, ad una politica che sia prudente, ma nello stesso tempo avanzata e sociale. Si provi così ad immaginare un Paese in cui la spesa non sia soltanto ridotta, ma contenuta e riqualificata, ad esempio. E si provi a pensare ad un Paese in cui la pressione fiscale sia ben distribuita, ma anche compatibile con quella curva (curva di Laffer) che dimostra che le aliquote fiscali non siano affatto direttamente proporzionali al gettito.
Lavorare e produrre di più non deve essere controproducente e quasi antieconomico, ed il prelievo fiscale non deve essere considerato come un’indebita ed esosa partecipazione dello Stato al capitale di rischio, invece solo aziendale. Sarebbe persino bello pensare ad un Paese in cui il rischio economico e penale dell’evasione fiscale sia meno allettante, rispetto all’onere del proprio contributo erariale da sborsare per la qualità e la quantità dei servizi che lo Stato offre ai cittadini ed alle imprese.
Se ciò che sta accadendo in Grecia fa paura all’Italia, è forse giunto il momento di prenderne atto e di darsi da fare.
Vito Schepisi

29 aprile 2010

Stabilità politica e tagli alle spese



Una volta in Italia c’era l’inflazione a due cifre che dimezzava rapidamente l’incidenza del debito pubblico. Una volta, per contenere gli effetti dell’esposizione del Paese, si svalutava progressivamente la lira. Una volta c’era di fatto un accordo consociativo tra politica, sindacato ed impresa.
La tacita intesa consisteva nel dare a tutti qualcosa, a chi più ed a chi meno, nel tollerare ogni eccesso, nel garantire il salario a prescindere dalle prestazioni, nel lottizzare gli appalti ed i posti di lavoro in modo da ritagliare ampi margini per i costi della politica e per coltivare le clientele ed, infine, nel socializzare le perdite delle grandi famiglie industriali a spese dei lavoratori e dei risparmiatori.
Oggi tutto questo non è più possibile, almeno non lo è più come prima. Non è più possibile accumulare debito pubblico a dismisura. La politica monetaria, infatti, non è più gestita dalle autorità economiche e finanziarie nazionali, ma dalla Banca Centrale Europea. Il danaro, così, mantiene buona parte del suo potere d’acquisto ed il debito pesa per quello che è. Se poi è già alto, e cresce ancora, diventa un cattivo segnale.
A fiutare l’odore dei guai ci sono le agenzie che valutano il merito creditizio dei Paesi e lo fanno assegnando, in una scala di indici, la collocazione della fiducia sul debito. Le agenzie di rating sono come gli avvoltoi, che ruotano inesorabili e spietati attorno agli animali feriti, e sono pronte a declassare, senza preavviso ed al minimo segnale di criticità, il giudizio sul debito degli stati, rendendo più problematico, e soprattutto più costoso, il suo collocamento. La Grecia, il Portogallo e la Spagna in questi giorni ne sanno qualcosa.
L’economia somiglia un po’ al principio fisico della distribuzione dei pesi che regolano gli equilibri delle masse. Se si perde l’equilibrio si cade, e spesso, cadendo, ci si fa male. In economia il paese che fa debordare le spese, ovvero che non provvede ad assicurarne la copertura con le entrate, e che infrange il giusto equilibrio tra le poste finanziarie e si indebita eccessivamente, ne paga le conseguenze.
Un paese è come una grande famiglia. Ha le sue entrate, i suoi costi fissi, le spese correnti, i risparmi, gli imprevisti, gli investimenti, i debiti. Come una famiglia, deve usare prudenza, evitando di muovere passi più lunghi della gamba, cioè di spendere più di quanto guadagna, indebitandosi eccessivamente. Una famiglia, inoltre, deve mantenere margini di riserva per gli imprevisti e saper programmare le necessità future.
Con l’Euro sono venute meno le speculazioni sulle monete ed anche l’uso di far pagare il debito pubblico, come accadeva in Italia, ai risparmiatori. I paesi dell’Euro hanno scommesso sulla stabilità monetaria. Per garantirla è stato stipulato un patto che serve ad imporre il contenimento del ricorso all’indebitamento. Il Trattato del 1992, stipulato nella città olandese di Maastricht, ha così posto un argine al ricorso al debito, limitandolo, nell’esercizio finanziario, alla soglia del 3% del PIL.
Da quel momento le cose si sono fatte più serie anche in Italia. Non è stato più possibile, ad esempio, consentire il pensionamento del personale della scuola dopo 15 anni, 6 mesi ed 1giorno, né rinnovare i contratti del pubblico impiego con percentuali d’aumento a due cifre, né assumere personale alle dipendenze dello Stato solo per risolvere le tensioni sociali del Paese. Non è più possibile rilasciare pensioni d’invalidità con la benevolenza di medici compiacenti, né nascondersi con facilità al fisco. Non dovrà essere più possibile disgiungere il salario dal rendimento e dalla produttività. Anche gli enti locali, e tutti gli enti pubblici, dovrebbero fare più economie e tagliare gli sperperi e, se al momento non è affatto così, occorre lavorare perché il pubblico danaro serva a coprire i costi di servizi efficienti, ovvero perché sia investito per obiettivi di crescita, di redditività, d’occupazione e di riduzione della spesa sociale.
Il debito pubblico italiano è altissimo: ha raggiunto il 115% del PIL. Il nostro Paese, anche se ha una situazione generale di maggior stabilità economica, se è tra le 8 potenze economiche mondiali, se ha un basso ricorso al debito ed un’alta propensione al risparmio delle famiglie, ha comunque la necessità di ridurre il suo debito.
La riduzione dei costi della politica, il recupero dell’evasione fiscale, la regolarizzazione dell’economia sommersa, la lotta alle attività mafiose e la confisca dei beni rivenienti dalle attività illecite, ma anche il controllo sulle false pensioni di invalidità, i tagli del personale e delle spese della pubblica amministrazione, i tagli della burocrazia, la razionalizzazione dei compensi erogati alla dirigenza statale e l’abbattimento dei privilegi corporativi e di casta devono tutti contribuire ad abbattere il debito.
E’ sempre meglio pensarci per tempo. Se non lo faremo, la prossima campana potrebbe suonare per noi.
L’Italia ha un impellente bisogno, infatti, oltre che di riforme, di stabilità politica e di tagli alle spese.
Vito Schepisi

05 febbraio 2010

Vendola e Zapatero


Forse non tutti ricorderanno quando la Spagna di Zapatero nel dicembre del 2007 gareggiava con l’Italia sul Pil, vantando di aver ingranato la marcia giusta e di essere in corsia di sorpasso. Anche quella era una bufala, esattamente come quella di Prodi che diceva di aver sistemato i conti in Italia.
L’Italia nel 2006, dopo che il centrosinistra, per 24.000 voti in più, aveva vinto (?) le elezioni, governava il Paese e dominava la scena, occupandola dalla platea al loggione, sistemava i conti solo grazie alla finanziaria 2006 di Tremonti. L’Italia era, infatti, sufficientemente rientrata nei parametri di Maastricht. La maggior incidenza della spesa era dovuta solo al rimborso iva sulle vetture aziendali, per decisione della Corte europea, e riferito agli accumuli negli esercizi precedenti.
Il salasso fiscale del duo Padoa Schioppa - Visco, nella finanziaria 2006, era servito, invece, a finanziare le clientele, a dare soldi alla Fiat ed al capitalismo amico, ad accontentare i pensionati di Bertinotti che potettero uscire dal lavoro un anno e mezzo prima (costo 10 miliardi di Euro).
A sinistra la sindrome dell’autoesaltazione è una patologia comune e diffusa. Anche le bufale sono ben contraffatte, come spesso accade per le famose mozzarelle campane.
La Spagna di Zapatero, nel 2007, era, invece, ben lontana dal Pil italiano e, come quella sinistra fanfarona, demagogica e mistificatrice, che ben conosciamo in Italia, puntava all’effetto annuncio. Un po’ come, con tutto il rispetto per Zapatero, fa Vendola in Puglia, i cui discorsi sono del tutto fumosi, privi di proposte ed effetti concreti, spesso limitati a sollevare polveroni ed a dar corso a battaglie ideologiche.
La Spagna di Zapatero è infatti allo sfascio, almeno quanto lo è la Puglia di Vendola. La bolla immobiliare, che già nel 2007 aveva manifestato i suoi sintomi, è ora deflagrata e la disoccupazione supera il 20%.
Anche in Puglia ci sono i sintomi della sfascio produttivo - industriale e la disoccupazione ha superato il livello di guardia. I servizi sociali sono al collasso, l’economia è ferma, le aziende chiudono, il territorio è in degrado, mentre la sanità macina debiti e brilla per episodi di malcostume e di cattiva gestione.
A quei tempi, nel 2007, in Spagna il filo, neanche troppo sottile, che separava la realtà dall’effetto annuncio, era stato il raffronto del Pil pro capite, ipotizzando la parità del potere di acquisto calcolato sul livello generale dei prezzi delle due economie. Come dire che il Pil pro capite di un paese della Lucania o della Calabria, ad esempio, sia superiore a quello di Milano. E solo perché i prezzi, dagli immobili ai prodotti agricoli e alimentari; dall’abbigliamento a quelli strumentali ed artigianali, in molti paesi del sud sono più contenuti di quelli delle grandi città del nord.
Quanto siano effimere le esaltazioni populiste di certi capipopolo di sinistra le valutiamo ora. C’era stato in Spagna un grande impegno, ai tempi di Aznar, per recuperare terreno nei confronti degli altri paesi europei. Erano state adottate politiche di buona visione prospettica, coerenti nel favorire la produzione e, attraverso questa, l’occupazione, e nell’usare la leva fiscale. Erano stati realizzati piani di infrastrutture logistiche e strumentali per poter uscire dallo stato di economia preindustriale ed affacciarsi a quello di società europea, con aree di mercato conquistate e con l’allargamento dell’offerta concorrenziale delle merci.
In Spagna questo processo è stato interrotto con Zapatero. E’ stato interrotto con l'inaspettato prevalere della sinistra nelle elezioni spagnole del marzo del 2004. Il successo elettorale era maturato dopo una gestione problematica, da parte del Governo di Aznar, del violento attacco terroristico dell’11 marzo 2004 a Madrid, 3 giorni prima delle elezioni, con circa 200 morti ed oltre 2000 feriti. Si può affermare che Zapatero abbia interrotto un ciclo virtuoso, ed è facile dirlo ora che in Spagna prevalgono sintomi di profonda crisi economica ed i pericoli di un grave collasso sociale.
Si può, ora, con facilità sostenere che in Spagna, più che i matrimoni gay, il governo avrebbe dovuto seguire la crescita dell’economia con politiche di rafforzamento della produzione e di allargamento dei mercati. Alla prima crisi mondiale, infatti, il paese iberico non ha retto. Zapataero e la sinistra spagnola hanno così disilluso quanti avevano ritenuto che si potessero introdurre politiche sociali di spesa, senza il sostegno di una forte economia. La logica dell’economia non può, però, solo appartenere alla retorica delle recriminazioni, ma deve anche avere un valore propositivo, soprattutto dovrebbe servire ad ammonire quanti ritengono che di certi principi se ne possa fare a meno. Questo vale in Spagna, come in Italia, e nel caso anche in Puglia, dove s’avverte la presenza di una sinistra ideologica e populista.
In Puglia sembra che permanga invece il senso di una illusione messianica: ed è l’esatta sensazione che prevaleva nella Spagna di Zapatero. In Puglia c’è chi pensa che tutto debba avvenire per obbligo del destino. Ma non è così! Attenzione che non è così! Le conseguenze poi le pagano le generazioni future: abbiamo già sottratto tantissimo ai nostri figli, più di quanto fosse necessario e sostenibile.
In Puglia si prova a far pensare che persino il malaffare debba essere visto con occhio diverso, e debba essere considerato persino virtuoso. Lo stesso metodo che abbiamo visto a Napoli, nel Lazio, a Bologna dove la morale prova sempre a sdoppiarsi. Ma attenzione che non è così! Si sdoppia solo l’ipocrisia e la faziosità!
Non vale per tutti a Bari, ad esempio, come accade invece a Milano, il “non poteva non sapere”, ed in Puglia la giustizia non è detto che debba necessariamente fare il suo corso e che sia insindacabile. Se entra nei santuari del “politicamente corretto”, la reazione si sente. Eccome!
Nella Puglia di Vendola si avverte la presenza di una rete che occupa il territorio. Una rete che illude, che spende, che promette, che alimenta le clientele e sistema gli amici. L’ha rilevato la magistratura che ha parlato di cupole di controllo del territorio, eppure sembra che la furbizia prevalga attraverso apparati ben oleati (terra di ulivi e di olio la Puglia!) che travolgono il senso delle cose e che travisano la realtà. Tutto continua come prima, la macchina è in moto da tempo, almeno da 5 anni e non accenna a fermarsi. C’è, nell’apparato di Vendola, una macchina elettorale che mantiene accesi i motori in eterno, un congegno prospettico che macina voti, che se ne infischia della magistratura e che travolge tutto. Anche le coscienze!
Attenzione, però, perché le illusioni si pagano, come sta accadendo alla Spagna di Zapatero!
Vito Schepisi

08 settembre 2009

Il potere delle banche


Quando di mezzo c’è Tremonti, e si parla di banche, sono sempre scintille. Il ministro dell’Economia non è uno che di solito le manda a dire. Le dice! In Italia c’è stato da sempre uno strapotere delle banche ed un comportamento supino dei governi e della politica. “Non ha senso che le banche siano più grandi dei governi stessi” - sostiene Tremonti che sembra interessato ad invertire questa tendenza - “le banche devono essere al servizio della gente, non la gente al servizio delle banche”.
Ed in modo diretto, il Ministro subito dopo sostiene che non debba essere il governo a sottostare alle pressioni del sistema bancario, ma queste ultime, invece, ad agire in funzione delle imprese ed a sostenere le politiche di sviluppo dell’economia “tanto che poi quando hanno problemi questi diventano anche problemi dei governi." L’allusione è sia alla recente crisi che poteva mettere in ginocchio il sistema finanziario globale e sia alla sottocapitalizzazione degli istituti di credito. Una preoccupazione, la prima, che nella crisi in atto per fortuna in Italia è stata scongiurata, un po’ per la politica prudente delle banche italiane ed un po’ per la diffidenza dei risparmiatori (poco propensi ad acquistare prodotti finanziari che non conoscono e che non riescono a comprendere), ma che per la seconda conseguenza (sottocapitalizzazione) ha invece colpito la parte più debole del sistema, le piccole banche: senza far vittime, ma riducendo la loro potenzialità a finanziare le piccole imprese locali.
"La tendenza delle banche è a fare intermediazione, cioè prendere soldi a zero e impiegarli. Sono capaci anche i bambini a fare le trimestrali così''. Una vera frustata al sistema, dopo che Passera (Intesa) aveva sostenuto che le banche fanno da sole, criticando la misura dei tassi dei Tremonti-Bond, messi a disposizione proprio per le banche in difficoltà patrimoniale.
Il Ministro dell’Economia ha puntualizzato al G20 finanziario di Londra che quei fondi sono stati messi per le imprese, e su richiesta delle banche, e che non costituiscono strumenti di debito, ma patrimonio e capitale di rischio. E poi la stoccata: "Una banca non è un’industria qualunque, che fa scarpe o vasche da bagno, ma ha una funzione pubblica", ricordando che quella delle banche è la funzione di sostegno all’economia del Paese, alle industrie e di converso alla difesa dell’occupazione ed alla stabilizzazione dei consumi.
La banca è un’attività imprenditoriale come tante altre, ma a differenza delle altre, ha una propria funzione sociale, agisce da volano per l’economia, è un sostegno agli investimenti, rende possibili i cicli produttivi delle imprese attraverso il finanziamento delle spese correnti e/o l’anticipo dei ricavi.
Come una qualsiasi impresa commerciale, anche la banca mira a realizzare utili, a rafforzare il suo patrimonio, a svilupparsi, ad incassare i suoi crediti ed ad onorare i suoi debiti. Fa impresa e la fa attraverso la più tipica azione di mercato: compra ad un prezzo per vendere ad un altro, maggiorato a seconda degli indici stabiliti dalle autorità monetarie europee, con uno spread più o meno largo a seconda delle garanzie acquisite, della qualità del cliente e del suo potere contrattuale.
Ma cosa compra una banca? Cosa mette in magazzino? Compra il danaro dei risparmiatori e lo fa in condizioni di suo esclusivo interesse, spesso imponendo le sue condizioni, tanto che la sostanziale uniformità della remunerazione della raccolta, da uno Sportello all’altro, fa spesso pensare alla costituzione di cartelli che di fatto rendono meno efficace la concorrenza.
Il denaro comprato percorre il suo ciclo di trasformazione per essere venduto confezionato nelle sue varie forme e per le diverse richieste. Ma il potere di decidere rimane sempre alla banche. Queste ultime, attraverso l’offerta di strumenti finanziari alternativi, spesso si toglie anche il fastidio di destinarlo alle aziende ed alle famiglie, ma lo colloca in immobilizzazioni finanziarie più o meno rischiose per i risparmiatori, lucrando commissioni e superando così anche il rischio di impresa.
E’ un sistema quello della banche che stabilisce da solo quando aprire l’ombrello o chiuderlo. E’ un potere spesso sordo alle questioni sociali, indifferente alle crisi, all’occupazione, al territorio, al sostegno alle piccole imprese, all’agricoltura, all’artigianato.
Ma se non è pensabile una guida di Stato al sistema bancario, una cultura diversa si. E se questa cultura è difficile acquisirla, è anche possibile pensare di scrivere regole diverse.
Vito Schepisi

30 giugno 2009

La manovra d'estate


La manovra d’estate, com’è stata definita, ha avuto buona accoglienza da più parti dei settori interessati al rilancio degli investimenti ed alla ripresa economica. Quando si parla di misure economiche e di parti sociali e si parla di buona accoglienza bisogna intendersi. Come per tutti i provvedimenti che hanno più parti interessate, ed a volte contrapposte, per gradimento si intende soprattutto mancanza di risoluto contrasto. L’apprezzamento moderato è arrivato anche da alcune organizzazioni sindacali, quelle più preoccupate al mantenimento dell’occupazione, mentre quella parte dei rappresentanti del mondo del lavoro, interessata invece a porre ostacoli ideologici al governo “delle destre” e di “Berlusconi”, come sempre, ne ha assunto una scontata e poco costruttiva posizione critica.
In nessuna parte del mondo c’è tanta acredine da parte dell’opposizione contro un governo democratico, impegnato ad affrontare la tempesta del crollo di un sistema finanziario e produttivo globale. L’Italia, come gli altri paesi , subisce per effetto stesso della crisi un minor gettito fiscale per 37 miliardi di euro, mentre ha di converso maggiori esigenze di risorse finanziarie per rilanciare gli investimenti e ridar slancio all’economia, oltre che per far fronte alle ulteriori emergenze finanziarie per la ricostruzione dell’Aquila e dei paesi colpiti dal terremoto in Abruzzo. Le difficoltà dell’Italia, come tutti sanno, sono poi aggravate dalla presenza di una voragine di debito pubblico pregresso. In questo quadro di oggettiva difficoltà, solo sostenere posizioni pregiudiziali, e non avere il buon senso di collaborare per sostenere il Paese, è già segno di grande malessere ideale. Aprire poi campagne di delegittimazione, montate sulla sabbia e sul gossip, non è solo schizofrenico ed immorale, ma è anche violento e meschino.
Le difficoltà italiane sono radicate in un sistema stantio, in infrastrutture obsolete, in carenze di servizi essenziali, specie al sud, in mancanza di trasparenza amministrativa in cui si annidano il malaffare e gli sprechi, in un pubblico impiego elefantiaco, burocratico e molto costoso, in una giustizia lenta e parziale, in una stampa spesso asservita alle caste ed alle lobbies del potere finanziario – editoriale – politico, fino a costituirne preoccupazione per forme tumorali invasive con pericoli di metastasi.
L’equilibrio ed il buon senso consiglierebbero collaborazione per superare la recessione produttiva. Sarebbe serio trasmettere fiducia alle famiglie ed assicurare, come il Presidente del Consiglio ripete in ogni circostanza, che nessuno sarà lasciato solo. Quella italiana è la stessa crisi che nel resto del mondo industrializzato, più che in Italia, si manifesta con effetti devastanti che si riverberano a catena in una visione di caduta precipitosa del mercato globale. L’Italia ne subisce solo il riflesso che condiziona anche e soprattutto la fiducia dei consumatori. Le preoccupazioni per il futuro, il richiamo alla prudenza, la propensione al risparmio sono tutte sensazioni vere e comprensibili. Meno invece la sfiducia, il catastrofismo ed i richiami all’insostenibilità del sistema Italia. Ed è invece su questa parte del Paese e con queste forme di terrorismo psicologico che viene condotta la lotta che mira a rendere vani gli sforzi di questo governo.
Non si è mai visto altrove tanto pregiudizio ideologico. L’opposizione politica, la sua cinghia di trasmissione nel mondo del lavoro, l’opposizione intellettuale e mediatica, le caste finanziarie e giudiziarie, sono invece tutte impegnate ad aumentare la portata psicologica della crisi ed a contenere la forza propulsiva del governo, con lo scopo di poter speculare sui suoi presunti insuccessi politici.
Ma il muro di Berlino è caduto anche in Italia? Assistiamo alla reiterazione della politica del “tanto peggio tanto meglio”. Come nel dopoguerra di Togliatti e della guerra fredda! Tramare contro il proprio Paese, per opportunismo, reitera perfettamente la logica della priorità del partito sulla condizione del popolo.
La crisi non tocca le fasce garantite, non tocca i salariati ed i pensionati che paradossalmente ne ricevono vantaggi per la stabilizzazione dei costi, la riduzione delle tariffe e le occasioni per gli acquisti, ad esempio di immobili, auto ed elettrodomestici. La crisi però tocca le famiglie per le difficoltà di trovare occupazione, specialmente al sud, per i precari che rischiano di vedersi tagliato il lavoro, per chi va in cassa integrazione dovuta alle aziende che riconvertono la produzione, la riducono, ovvero cessano le attività.
Soffiare sulla crisi è così lottare contro il lavoro, contro il popolo, contro l’Italia.
Vito Schepisi

26 marzo 2009

Il Piano Csa tra opportunità e libertà

Con la proposta del “Piano Casa” annunciato dal Governo ci sarebbe da porsi dinanzi a due quesiti. E’ vero che le domande si intreccerebbero a loro volta con numerose altre di ordine economico, ambientalista, burocratico ed utilitaristico, ma è anche vero che tutte le questioni relative a scelte ed iniziative che coinvolgono interessi, ambiente, sviluppo, lavoro e persino il gusto estetico, inevitabilmente finiscono per essere centro di dibattito e di scontro. Arrendersi per evitarlo, specialmente in una stagione di crisi recessiva, finirebbe solo per premiare l’immobilismo ed il partito del “no”.
Non si può non riflettere sul susseguirsi degli ostacoli che finora hanno solo frenato il Paese e che hanno ritardato il suo processo di sviluppo, rendendolo più vulnerabile, meno sicuro, a rischio ambiente per carenza di dotazioni tecniche (come si è visto per Napoli), con meno servizi, poco autonomo per la dipendenza verso gli altri paesi (comunitari e non ) e senza infrastrutture di alto profilo tecnologico e di effettiva integrazione del territorio e delle comunità. Un paese senza rapidità nelle risposte è spesso un paese perdente e, cosa ancora più grave in tempi di globalizzazione, diviene un’entità nazionale tagliata dalla domanda e dal mercato.
In fin dei conti si vorrebbe solo che ci fosse meno pregiudizio, ma che restassero tutte le garanzie della democrazia e dei diritti di ciascuno. Il pregiudizio, ed un sistema costituzionale troppo legato all’equilibrio dei poteri, rendono alla fine un servizio contrario alla stessa democrazia che deve essere scelta e non vincolo: deve essere la soluzione, con il potere esercitato dal popolo e non la causa stessa del problema.
Il primo quesito attiene all’opportunità economica di dar impulso al settore edilizio, fermo per mancanza di mercato, per far muovere la domanda e rilanciare l’economia. L’edilizia coinvolge settori diversi, ed anche differenti tra loro, e fa scorrere quel fiume, al momento rinsecchito per mancanza di affluenti, che è la circolazione del danaro. L’edilizia è anche il bene rifugio su cui milioni di italiani sono disposti ad investire ancora i loro risparmi e su cui nutrono ancora la fiducia di non restarne traditi e, soprattutto, di non doversi ritrovare vittime di sofisticati prodotti di ingegneria finanziaria che hanno ridotto o azzerato i loro portafogli.
Il secondo quesito, invece, attiene alle soluzioni della crisi abitativa del Paese, al reale esercizio dei diritti di ciascuno, alle occasione per ridurre il degrado ambientale, al rilancio stesso dell’edilizia popolare, al diritto liberale di poter disporre della proprietà con interventi conservativi, di ristrutturazione e di ampliamento nel rispetto dei vincoli e dell’impatto ambientale, e senza doversi far carico di procedure lunghe, estenuanti, difficili, spesso troppo onerose e quasi sempre avvolte da dubbi di privilegi ed ostacoli, dosati per clientelismo o interesse privato.
La risposta di buon senso ai due quesiti non può che essere positiva. Per il primo, i dati dell’osservatorio della Cgia di Mestre - associazione di artigiani e piccole imprese che fornisce dati riconosciuti attendibili sui fenomeni di natura economica, commerciale ed occupazionale - stimano in 79 miliardi di Euro, in più anni, il volume di affari che deriverebbe da questa iniziativa ed in 745.000 i nuovi posti di lavoro che si creerebbero nel settore edilizio e nell’indotto.
Sarebbe un risultato straordinario che di per se, in termini statistici, annullerebbe gli effetti della crisi per la perdita ipotizzata dei posti di lavoro e per le previsioni della riduzione del Pil. Il fatturato è ipotizzato dalla Cgia di Mestre sulla base di percentuali molto prudenti, sia per il rifacimento delle vecchie costruzioni (appena l’uno per cento), che per l’ampliamento di quelle dove sarebbe possibile l’aumento della cubatura (solo il 10 per cento).
Per il secondo quesito ci sarebbe da chiedersi se il saccheggio del territorio, nel passato, sia attribuibile ai privati che hanno chiesto le licenze edilizie o a coloro che non le hanno mai chieste, contando su sanatorie e condoni? Se sia stato attuato da coloro che chiedono di utilizzare spazi possibili, con l’aumento delle cubature nelle forme compatibili con il decoro architettonico, o da coloro che, non si sa come, ottenevano licenze edilizie in zone di interesse artistico ed ambientale?
Il Paese e le parti politiche, sociali, professionali ed intellettuali, anziché porsi questi due semplici quesiti, che fanno? Fanno, invece, a gara per porre ostacoli burocratici e … costituzionali!
Vito Schepisi su l'Occidentale