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10 settembre 2011

L'11 settembre 10 anni dopo

Tremilaseicentocinquanta giorni fa, due aerei di linea, carichi di passeggeri, penetravano come in una tavoletta di burro, nelle pareti esterne delle Twin Towers a New York. In quello stesso giorno, un altro aereo di linea, anch’esso carico di passeggeri, precipitava al suolo in Pennsylvania, fortunatamente fuori da centri abitati, e un altro jet ancora si abbatteva sul Pentagono, simbolo assoluto del comando militare statunitense.
Vicende tutte integrate in un’unica azione terroristica. Atti di bestiale crudeltà in cui persero la vita circa 3.000 persone tra uomini, donne e bambini.
La lettura politica di quell’assurda catastrofe è nell’esplicito atto di guerra che una parte del mondo aveva dichiarato contro la civiltà occidentale.
Quel giorno qualcuno iniziò a capire che la guerra di civiltà non era un’invenzione delle forze reazionarie, e che non era neanche la resistenza del cattolicesimo all’imporsi, in medio oriente, dei regimi che s’ispiravano all’integralismo islamico, ma era tutta in quell’esplicita, anche se tacita, dichiarazione di guerra dell’11 settembre del 2001.
Chi nega la guerra di civiltà in atto, nega la storia. Per farlo c’è persino chi nega l’11 settembre, com’è stato ancor prima negato l’Olocausto. L’infamia dissolutrice nazi-totalitaria non sa cosa sia la vergogna.
All’apertura del terzo millennio tutti i popoli della Terra hanno così potuto osservare, in quell’atto di barbarie, la barriera di odio che il mondo musulmano stava erigendo contro la civiltà occidentale e contro tutte le sue espressioni più rappresentative.
I rapporti tra due mondi diversi per cultura e civiltà, a spregio della diplomazia e della convivenza civile, s’incrinavano per il crescere di un fanatismo intollerante e per ragioni che esulavano dalla visione di egemonia politica ed economica del mondo.
Si manifestava, così, l’odio cieco verso un diverso modello di civiltà. Veniva fuori una frattura che, se traeva le sue origini storiche nel medioevo, dai tempi delle crociate e delle missioni volute dall’influenza esercitata della Chiesa per “liberare” la Terra Santa dai musulmani, era cresciuta sulle frizioni tra due differenti condizioni di vita. Nell’era della comunicazione si è radicato più l’odio per le libertà, che il risentimento per i fatti di 900, e passa, anni prima.
Alla società civile, in alcuni paesi arabi si erano sostituite le rappresentanze teologiche islamiche che imponevano regole rigide, nel segno delle interpretazioni più radicali dei loro libri sacri. Il fenomeno, fino al 2001, si era già allargato a macchia d’olio, e prosegue tuttora sino alle ultime rivoluzioni delle popolazioni del nord-africa in cui il fattore islamico ha avuto un proprio ruolo.
Le caratteristiche più inquietanti dell’Islam sono nell’assenza di tolleranza, nella differenza di civiltà e nel rifiuto del pluralismo culturale e religioso. E’ sufficiente una scintilla, un “versetto satanico” o una citazione teologica a innescare una bomba. Basta un solo banale episodio per far partire una “fatwa” che equivale a un giudizio emesso, per il quale ogni musulmano si sente poi autorizzato a dar effetto alla pena.
Anche in Europa e in Italia gli immigrati di estrazione islamica pretendono di imporre la loro cultura e non rispettano usi e tradizioni locali, e neanche le leggi dei paesi ospitanti.
Dopo 10 anni, dall’11 settembre 2001, nonostante la scomparsa di Bin Laden, malgrado le due guerre in Iraq con la sconfitta di Saddam Hussein, e nonostante l’impegno delle N.U. in Afghanistan, per la lotta al terrorismo, il quadro è andato via, via peggiorando.
La genesi dell’insuccesso ha sempre le sue motivazioni. E’ da individuare essenzialmente nella confusione degli obiettivi. Le nazioni occidentali sono divise tra loro per meschini interessi economici e per strategie di lotta politica. All’interno degli stati sono presenti grosse spaccature. In Italia, ad esempio, ci sono partiti e movimenti che, per questioni ideologiche e per mera speculazione politica, pur di contrapporsi a paesi come Israele e gli USA, visti come baluardi del capitalismo e della democrazia liberale, e quindi additati come imperialisti e violenti, solidarizzano con il terrorismo islamico. Persino l’11 settembre è messo in discussione, con tesi complottiste imbevute di cieca viltà.
In Occidente non c’è condivisione e non c’è coscienza nazionale, sino a non avvertire il pericolo di una massa fanatica, sospinta persino al martirio per esaudire il volere del suo Dio e guadagnarsi così, con il sacrificio terreno, il paradiso con le 7 fanciulle promesse. Questa condizione dell’Occidente rende più debole la politica della fermezza e spunta le armi della diplomazia. La divisione finisce per essere la forza di coloro che oggi possono minacciare la pace e le conquiste della nostra civiltà.
L’11 settembre, invece, se non si volesse rinunciare a vivere secondo i principi della democrazia, da cittadini autonomi e liberi di scegliere, dovrebbe esser visto come un segnale per non abbassare la guardia. L’assassinio di tremila persone dovrebbe essere un monito contro il fanatismo politico e religioso. Dovrebbe servire a radicare i valori del pluralismo nella nostra cultura. Dovrebbe farci comprendere i limiti dell’integrazione possibile. Dovrebbe unirci nella conferma orgogliosa delle nostre abitudini e delle nostre tradizioni.
Sono la fermezza, il coraggio e la forza della libertà, infatti, le sole armi vincenti della gente civile per contrastare, tutta insieme, ogni rigurgito di follia.
Vito Schepisi

15 giugno 2010

Incontrarsi tra cent'anni


Tempo l’Occidente ce ne sta mettendo, ma lentamente scopre che il proprio sistema economico rischia di piegarsi e cadere a causa del dinamismo produttivo e delle iniziative commerciali di quei paesi che al loro interno sostengono tuttora il collettivismo economico. Cede per iniziativa di quei regimi che ancora guardano alle politiche di mercato come si guarderebbe alla bestia nera che può mettere a rischio il rigore marxista del capitalismo di stato.
I nuovi scenari coinvolgono da est, ad ovest, da sud a nord, nei due emisferi, l’intero pianeta. Limitiamoci, però, al destino del nostro Vecchio Continente.
Con il globalismo, tutta l’Europa è a rischio default. Se guardassimo alle delocalizzazioni delle produzioni, ci accorgeremmo che sono diventate il nuovo strumento delle economie aziendali. La Fiat con Pomigliano d’Arco, per l’Italia, ha lanciato alle controparti sociali la sua sfida alternativa. Il messaggio è chiaro: per investire servono impegno e certezze e se non è possibile trovarli in Italia, ci sono paesi che non aspettano altro. Quella dell’intesa su Pomigliano è la stessa Fiat che ha già delocalizzato impianti, operai, produzioni. Altre imprese italiane hanno già fatto la stessa cosa.
Gli altri aspetti delle criticità sono rappresentati dalla contraffazione sistematica dei prodotti di eccellenza che invadono gli stessi mercati d’origine. Non è più la questione del laboratorio clandestino in un sottoscala campano a falsificare design ed etichette, ma ci sono interi paesi che inondano i mercati e lo fanno in modo troppo spesso sommerso, senza regole e senza oneri. Anche i costi delle materie prime sono sottoposti al condizionamento dei cartelli delle multinazionali e dei paesi estrattori e sono in grado di sconvolgere il sistema di vita dei paesi con alti consumi.
L’economia europea è a rischio. Se le diverse tessere del puzzle trovassero chi fosse capace di comporle, e se questi s’accorgesse d’aver già acquisito il “know how” e d’essere in grado di sferrare un attacco massiccio ai mercati, inondandoli di prodotti a basso costo, già salterebbe tutta l’architettura economica dell’Europa. Salterebbe lo stato sociale, l’occupazione e tutta la filiera di trasformazione. Salterebbe, però, assieme al sistema industriale europeo, anche la democrazia.
Se non è ancora accaduto, è perché, fino ad ora, non conveniva a nessuno. I paesi della nuova economia globale non si sentono sufficientemente forti “politicamente”. La loro organizzazione industriale non esiste. Non è calcolabile l’impatto sociale: oggi, infatti, i loro popoli subiscono lo sfruttamento del capitalismo, in quanto il profitto sottrae l’intero valore aggiunto del sistema produttivo. A governare il globalismo c’è poi la mafia internazionale. Sono tutti questi gli elementi di valutazione che frenano la soluzione finale.
Tutti i fenomeni economico-produttivi, e non solo, hanno una ragione, un’origine ed una convenienza. Basterebbero quelle citate, ma c’è ancora una ragione su tutte: questi popoli non hanno i consumatori. Se non ci sono i consumatori, cioè le masse che hanno la possibilità economica di acquistare, saltano anche i presupposti del mercato. Questa può essere la vera ragione che frena il cambiamento. L’economia è una scienza fondamentalmente conservatrice e pone resistenza ai cambiamenti laddove c’è già un margine sufficiente di guadagno. Ed in questa avventura ci guadagnano già assai bene le multinazionali, i governi, gli apparati mafiosi e la finanza internazionale. Ci perdono solo i più deboli, paesi o cittadini che siano.
Le leggi di mercato sono inesorabili: quando c’è l’offerta, c’è bisogno che ci sia la domanda. Serve chi apre il portafoglio per acquistare. Servono quei paesi che hanno i supermercati pieni di massaie. Servono i popoli che hanno le case piene di oggetti. Serve chi è abituato a bere le bibite fresche, chi ha il telefonino di ultima generazione, chi compra la televisione a schermo piatto da 50 pollici per guardare le partite di calcio. Serve chi mette il condizionatore, chi usa i pannelli fotovoltaici, chi guarda i film seduto in poltrona dinanzi ad un impianto “Home Theatre”, chi cambia la macchina invece di fare il tagliando. Servono insomma gli acquirenti: servono quelli che alimentano le transazioni terminali dei cicli commerciali per mantenere l’equilibrio della filiera tra chi produce e chi acquista. L’economia globale di mercato, in questo, non è affatto diversa da quella che alimenta nei singoli paesi la produzione, i prezzi ed i consumi.
Nessuno inventa niente in questo campo. I cambiamenti sono dovuti essenzialmente ai costi. Se mancano regole comuni e se lo stato sociale incide in modo profondamente diverso sui costi, accade che gli investimenti si faranno dove questi sono sensibilmente inferiori. E’ tutto così logico!
Finché i mercanti non troveranno come contraffare anche i consumatori, l’occidente sarà ancora salvo.
Ma se l’Europa ed i paesi occidentali hanno ancora del tempo per pensare ai rimedi, non possono concedersi il lusso di sprecarlo. I politici, assieme agli economisti, assieme ai sindacati, ai sociologi, agli imprenditori, devono capire cosa c’è che non va e come si possa correre ai ripari per evitare guai peggiori.
“Vorrei incontrarti tra cent’anni”, cantavano Ron e Tosca, ma se per ritrovarsi in una colonia della Cina o della Corea del Nord? Varrebbe ancora la pena d’incontrarsi?
Vito Schepisi