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04 febbraio 2013

Coraggio e iniziativa per vincere la rassegnazione



Berlusconi ha appena finito di dire che «anche un imbecille è in grado di inventare nuove tasse, soltanto chi è intelligente sa ridurre le spese» e subito, a uno a uno, invece di pensare e di capire che l’Italia ha bisogno di recuperare la fiducia della sua gente, hanno reagito tutti, mostrandosi con le loro facce di tolla, a dire che Berlusconi fa promesse che non può mantenere.
Anche l’amico della Merkel e dei poteri finanziari internazionali, colui che aveva promesso di salvare l’Italia e che, fra gaffes e predicozzi, ci ha ridotti letteralmente alle pezze, si trova a dire che Berlusconi le sue promesse non le mantiene.
Come se si potessero accettare lezioni da chi con i prelievi fiscali del 2012 ha depresso i consumi, facendo avvitare il Paese attorno alla recessione, debilitandone il corpo, col pericolo che i virus della crisi sfondino le resistenze nel 2013.
Siamo in pericolo.
Continuando con una politica recessiva, quando gli altri stati sono usciti dalla fase critica della crisi e parlano già di sviluppo, l’Italia non se ne uscirà bene. Ciò che resta incomprensibile è che un professore della portata di Monti dovrebbe ben saperlo.
Tra gli osservatori e gli economisti si dice che il panettone del prossimo Natale possa essere davvero indigesto per gli italiani.
In Italia, però, stampa e poteri forti si guardano bene dal dirlo.
Quando la Banca d’Italia qualche settimana fa ha lanciato messaggi di pericolo è stata subito indotta a fare una mezza marcia indietro.
Sono tutti colpevoli. Le nostre istituzioni o sono schierate o sono tenute sotto schiaffo: è un tradimento alle spalle della parte più umile del popolo che, già chiamata a pagare pesantemente, pagherà ancora.
Tutti questi mestieranti, tutti i ladroni di Stato, tutti gli impuniti, tutti i quaquaraquà della politica italiana si sentono impegnati a difendere il fallimento di Monti, per difendere se stessi. In questo fallimento c’è tutta la loro responsabilità e la loro inadeguatezza: c’è la viltà d’aver danneggiato il Paese, creando ostacoli con le politiche dei “no” su tutto, per aver montato un clima da guerra civile e per aver creato difficoltà di governo in presenza di una crisi internazionale in cui l’Italia aveva già una debolezza strutturale che tutti conoscevano.
Come potevano non sapere che in Italia c’era un debito pubblico pari al 120% del Pil?
Chi non sapeva che il lavoro in Italia aveva una struttura così rigida da non consentire l’uso flessibile del mercato del lavoro quando, in un momento di visibile difficoltà, per mancanza di commesse, non era possibile mantenere gli organici di lavoro?
Chi non poteva immaginare che l’uso progressivo delle tasse avrebbe ridotto le disponibilità dei consumatori, avrebbe contratto i margini per gli investimenti e bloccato l’innovazione tecnologica nei circuiti della produzione?
Chi non sapeva, infine, che intervenendo sul mercato edilizio si bloccava una parte così consistente dell’economia italiana?
L’edilizia è il volano di un mercato che in Italia ha un indotto notevole, perché è un mercato che ruota attorno al bene primario delle famiglie. Sarebbe bastato al distratto(?) Monti chiedere le tabelle per sapere e per impegnarsi a capire. C’è stato nel 2012 un calo del 30% delle compravendite immobiliari. Quanti posti di lavoro, quanto reddito e quanto gettito fiscale è stato perso? Quanto indotto, dai materiali per la casa a quelli per gli arredi è venuto meno? Quante nuove famiglie non si sono potute costituire? E quanta ricchezza è stata sprecata, svalutata per effetto del precipizio della domanda e per la mancanza di convenienza negli investimenti immobiliari?
Sono colpevoli tutti perché, invece di chinare il capo a Monti e ai suoi tecnocrati senza idee, dovevano tutti mandarlo dove vorrebbe mandarlo Grillo. Il comico per molte cose ha ragione, ma ha anche molte idee sbagliate e nessuna proposta ragionevole.
Bisogna, invece, vincere la rassegnazione. Non è facile, ma ci vuole coraggio.
Vito Schepisi
 

12 gennaio 2013

Monti è un bluff

Monti da tecnico si è trasformato nel peggiore dei politici. 
La sua azione mira a rendere ingovernabile l'Italia, condizionando, in particolare al Senato, l'azione della prossima maggioranza. 
Aiutato da Fini e Casini, abilissimi professionisti partitocratici, mirerà ad incassare posti di comando per la casta e per il controllo della regia economico-finanziaria dello Stato. Il suo obiettivo sarà quello d’impedire le riforme, in primis quelle per abbattere la burocrazia, vero freno a mano del nostro Paese, e la riforma di revisione dell'architettura costituzionale dello Stato (parte seconda della nostra Costituzione). 
Impedirà di abbattere i privilegi e impedirà di smascherare sanguisughe e impuniti. Altro che "Salvaitalia" l'azione di Monti, fino a questo momento, è servita solo a privilegiare le caste ed a togliere alla povera gente, soprattutto a chi le tasse le paga e a chi fa sacrifici con il proprio lavoro e con i propri risparmi per sostenere l'Italia. 
L'azione scellerata, insensibile, cinica non è servita a niente. Sacrifici gettati al vento, perché inghiottiti nel vortice della spesa. Dai conti (tenuti nascosti dal Professore impegnato anche lui in campagna elettorale) sfuggono, infatti, 7 miliardi di euro per il pareggio di bilancio del 2013. 
Nel 2012 peggiorano i conti dell’IVA e delle altre imposte legate all'andamento dell'economia. L'imposta su beni e servizi, ad esempio, fino al novembre 2012, ha dato minori entrate per 1,81 miliardi. L'aumento dell'Iva ha contribuito a deprimere i consumi.
Sacrifici anche dannosi, però. Dannosi per il futuro perché non solo hanno prodotto recessione, ma hanno messo in moto una spirale negativa e contraria. 
Non è difficile capirlo. Se mi seguite lo spiego in modo molto semplice, senza far ricorso ai termini inglesi ed a concetti di filosofia economica: li lasciamo a Monti che è un professore.
Se chiudono le imprese (per mancanza di domanda e perché vessate da un’insostenibile pressione fiscale), e se di conseguenza aumentano i disoccupati, si riduce la base imponibile di chi paga le tasse. 
In questo caso, si hanno due effetti: 
1) riduzione del Prodotto Interno Lordo (PIL); 
2) riduzione del gettito fiscale. 
Ma se la spesa pubblica rimane la stessa, per sostenerla si può agire in due modi: 
a) aumentare le tasse; 
b) aumentare il debito pubblico. 
Tutto questo andrà ad agire nel rapporto con il PIL, valore quest’ultimo che, come visto, (causa la recessione) diminuisce.
Aumenta il debito, diminuisce il PIL, significa che aumenta il rapporto debito/Pil e così il nostro debito ci costerà sempre di più. Si entrerà in una spirale perversa fino al punto di rischiare che il nostro debito diventi insostenibile. 
Tanto per capirci rischiamo di fare la fine della Grecia. 
La politica di Monti ci sta portando a questo. 
Pensare di aumentare le tasse, senza tagliare la spesa è teoria perversa. Non è solo stupido: è direttamente criminale. 
La spesa si può tagliare in due modi: 
1) tagliare lo Stato sociale; 
2) rendersi conto che si vive al di sopra delle possibilità del Paese e tagliare i costi dello Stato. 
Si pensi ai costi della burocrazia, gli sprechi, i privilegi, i costi della politica; si pensi alle economie che si possono ricavare dal riordino del sistema delle rappresentanze locali.
Occorrerebbe convertire in investimenti i costi delle pubblicità istituzionali, quelli di rappresentanza, quelli dei beni strumentali in dotazione, i benefit a manager pubblici ed ai politici, e tutti i costi improduttivi come la stampa di partito, i doppi e tripli vitalizi; occorrerebbe il severo controllo della spesa da parte della Corte dei Conti. 
Gli investimenti mettono in moto il mercato e producono ricchezza e occupazione. Gli agi ai parassiti no. 
Bisognerebbe aprire a idee di "Financing Project" (detto in italiano significa progetti finanziati da privati, contro concessione per un determinato numero di anni dell'uso di ciò che viene realizzato). 
Monti non ha fatto e non farà niente di tutto questo: penserà solo ai suoi amici banchieri ed a farsi amici in Europa a spese dell’Italia. 
Vito Schepisi

06 dicembre 2010

Irresponsabili

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari non italiano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostra economia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironia anglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia: “Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertito se il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.

Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, con la serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è un Paese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che, nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in una congiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisi mondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con molto carattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, alla responsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tanto pressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in un momento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilità per favorire la ripartenza.

Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza delle misure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da un massiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni e di parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anche alcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se non persino di pensare ad allargarla.

L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero, il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come il Ministro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immagine dell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionale e nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italia con Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettato dalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modo credibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre al rispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciproca collaborazione commerciale.

L'economista avrebbe rilevato, invece, come negativo l’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che era accaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forze politiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure di contenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate a seminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemici peggiori da battere quando c’è recessione economica.

Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana e anacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degli impegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi del Governo, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, di giovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumono atteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per le conseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Una follia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che, anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.

Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modi di pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e i propri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e che abbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni dei loro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però, non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è un metodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidente sintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte degli elettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo, sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politica oggi è assolutamente da irresponsabili.

Vito Schepisi



29 giugno 2010

La ricreazione è finita


L’Italia ha avuto la buona sorte d’aver attraversato, senza traumi eccessivamente pesanti, la fase critica della più difficile crisi recessiva dal 1929 in poi. La misura del debito pubblico lasciava presagire grosse difficoltà. I tesissimi rapporti tra maggioranza ed opposizione non aiutavano a compattare il Paese. Non era avvertita da tutti l’opportunità dell’impegno congiunto, per favorire un clima di fiducia, come accade nelle democrazie più consolidate e tra contendenti politici più responsabili. Per l’interesse generale, maggioranza ed opposizione avrebbero dovuto concorrere insieme a superare l’emergenza. Ma non è stato così!
La sinistra uscita sconfitta dalle elezioni della primavera del 2008, dopo l’apparente disponibilità al confronto annunciata da Veltroni, già in campagna elettorale, sulla spinta di Di Pietro, aveva ripreso il vecchio atteggiamento della delegittimazione sistematica dell’avversario politico, ed aveva rispolverato quell’antiberlusconismo che Veltroni aveva detto, invece, di voler riporre in soffitta. Già dai primi passi della crisi, la maggioranza trovava un’opposizione impegnata solo a sbarrarle la strada. Gestire una crisi, mentre l’opposizione aizza il Paese, non è facile. Franceschini succeduto a Veltroni, arresosi dinanzi alle deludenti prove elettorali ed all’incapacità di compattare il partito, gridava alla catastrofe e accusava Tremonti e Berlusconi di voler nascondere la crisi. Di fatto il nuovo leader PD proseguiva sulla linea della sudditanza all’iniziativa sfascista di Di Pietro.
Se il governo, pertanto, tranquillizzava il paese asserendo la sua costante attenzione, ed impegnandosi a prendere tutte le iniziative sostenibili per le imprese e le famiglie, l’opposizione, Di Pietro e la Cgil annunciavano catastrofi ed alimentavano le inquietudini nel Paese. Un’azione poco commendevole e poco costruttiva che, invece di lenirle, accentuava le preoccupazioni e la sfiducia.
La crisi in Italia non ha colpito le banche. Non c’è stato il panico dei risparmiatori ed il pericolo di fallimento degli Istituti di Credito e la corsa a ritirare i risparmi. Le banche italiane non avevano i portafogli ammorbati dai titoli derivati che diventavano carta straccia senza valore. Non c’era nessuna ragione di allarmismo, se non la dovuta attenzione per il calo dei mercati dovuto al calo globale della domanda. La crisi italiana ha colpito gli investimenti, ha colpito i consumi, ha colpito l’occupazione, ha colpito il fatturato del Paese, rendendo più critici tutti gli indicatori che si rapportano con il Prodotto Interno Lordo.
Mentre Berlusconi sosteneva “non lasceremo indietro nessuno”, Franceschini annunciava una voragine entro la quale sarebbero cadute imprese e famiglie, attribuendone la responsabilità al Governo per la sottovalutazione della crisi. Ed era lo stesso Franceschini che chiedeva, invece, l’adozione di misure insostenibili, date le note difficoltà dei nostri conti, come il salario garantito a tutti. Misure che avrebbero fatto ritrovare l’Italia nella stessa morsa della Grecia: con il debito pubblico fuori controllo.
Le ricette demagogiche non aiutano a diffondere tranquillità e fiducia. Vengono invece sfruttate per trasformare gli abusi in diritti, come si è visto con i falsi invalidi. Le conseguenze in Italia sarebbero state le stesse del paese balcanico: l’assalto della speculazione, il declassamento della solvibilità, l’aumento dei costi di collocamento del debito pubblico e la necessità di misure drastiche di riduzione della spesa imposte dalla Commissione Europea. Per dirla in breve: se non un fallimento, un’amministrazione controllata.
Mentre la fase recessiva, con i primi aumenti del Pil, con le previsioni di crescita dell’1,2% nel 2010 e dell’1,6% stimato per il 2011, si allontana, l’Italia, come tutti gli altri stati europei, per contenere il debito pubblico, origine della recente speculazione sull’Euro, ha predisposto una manovra finanziaria di tagli per circa 25 miliardi di Euro in tre anni. Una manovra poco coraggiosa, ma appena necessaria per tenere sotto controllo il debito pubblico. Altri paesi come la Spagna, la Grecia, la Germania, l’Inghilterra sono andati più a fondo coi tagli. In Italia c’è una sollevazione generale che parte dalle opposizioni e si diffonde nel sindacato post comunista, tra i magistrati, nel pubblico impiego, nelle regioni.
E’ appena stata diffusa una relazione molto severa della Corte dei Conti sugli sprechi negli enti locali. Nella manovra ci sono tagli anche in presenza di situazioni difficili. Si pensi al Lazio, alla Calabria, alla Campania, ad esempio, uscite da amministrazione spendaccione. Occorreranno provvedimenti. Se sarà il caso sarebbe anche giusto chiamare a risponderne i responsabili.
La manovra non si tocca, però. Deve risultare chiaro che la ricreazione in Italia è finita.
Vito Schepisi

25 giugno 2010

Il miracolo italiano


Sottrarre risorse alla spesa, finanche per pagare i debiti contratti, produce inevitabilmente un effetto negativo sull’economia. I tagli vanno sempre fatti in modo progressivo e quando il traino della crescita assorbe, senza impatti improvvisi, la riduzione delle disponibilità. Non è un mistero che, riducendo le risorse da destinare ai consumi, si generi una contrazione della domanda e quindi minore sviluppo.
Ma se la Corte dei Conti rileva che sottrarre risorse da destinare ai consumi rallenta la crescita, lo fa perché svolge la sua funzione di controllo e di monitoraggio, ma occorre sempre che si crei l’equilibrio tra le entrate e le uscite dello Stato. E se il decreto finanziario del Governo serve per ricondurre il disavanzo d’esercizio nei limiti del dal Patto di Stabilità e Crescita di Maastricht, non ci possono essere ripensamenti. E’ necessario che i tagli si facciano, non ignorando finanche che debba esserci una doppia lettura per comprenderne l’utilità. I paesi europei, tutti, sono chiamati a ridurre il debito per rispondere all’aggressione speculativa sull’Euro e sulle borse europee. In questo contesto anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte.
L’Italia nel 2009 ha gestito la crisi in modo intelligente. Mentre la domanda subiva una brusca frenata, la produzione ristagnava, emergevano i licenziamenti e le famiglie avevano difficoltà a rifornirsi dei beni primari, ha evitato i tagli ed ha destinato più risorse alla spesa sociale, finanziando la cassa integrazione ed introducendo la sua estensione. Ha anche provato ad introdurre politiche di investimento e di crescita, come il Piano Casa, ad esempio, frenato dalla miopia politica della Conferenza delle Regioni.
Il ministro dell’Economia non si è mai affannato a rispondere alla obiezione, più polemica che concreta, dell’opposizione quando sosteneva che il Governo volesse nascondere la crisi. La crisi non è un oggetto che si può nascondere. Trae la sua sostanza sui dati. Le fonti dei dati sono diverse. Alcune sono orientate e di parte, ma le più sono puntuali ed oggettive e vanno dagli organismi internazionali agli uffici studi dei sindacati e della Confindustria. Ma se non si poteva nascondere la crisi, si poteva evitare di piangerci sopra. Il governo ha evitato di restare inerme o di inventarsi soluzioni demagogiche che avrebbero potuto condurre allo sfascio, come chiedeva Franceschini, ad esempio con il salario garantito a tutti i disoccupati.
Cosa valeva allora gridare alla crisi, se non per far crescere più panico di quello creatosi?
La recessione è una congiuntura che si sviluppa sulla sfiducia per il futuro. I consumatori rinviano o annullano le spese, le famiglie accantonano risorse augurandosi tempi migliori. Chi ha un bene da vendere deve ridurre le sue pretese. Chi ha scorte deve fare saldi o svenderle. Chi ha il magazzino vuoto riduce la quantità consueta negli ordinativi, privilegiando la politica della prudenza nella formazione delle scorte. Se cala la domanda, si verifica l’inverso del normale ciclo commerciale, quando le imprese riempiono i magazzini con l’intento sia di spuntare prezzi d’acquisto migliori e sia, per effetto degli aumenti di listino, di ricavare margini maggiori dalle vendite. Con la recessione emerge, invece, il timore di non vender, o di essere costretti a svendere il magazzino per rientrare dagli immobilizzi commerciali.
L’Italia è rimasta coinvolta dal fenomeno recessivo internazionale. Il nostro sistema bancario, infatti, aveva retto al crollo, partito negli USA, che aveva dato origine al panico. Tra i risparmiatori italiani e nei portafogli delle nostre banche non c’erano massicce presenze di quei titoli tossici che, altrove, avevano indotto i governi ad intervenire con massicci stanziamenti per evitare il tracollo di tutto il sistema.
Nessuna sottovalutazione della crisi, pertanto, e tanta attenzione che si è dimostrata ben posta, tanto che l’economia italiana già dai primi mesi del 2010 ha mostrato sintomi di crescita maggiori degli altri paesi europei e se le ultime stime vedono il Pil italiano ancora in ulteriore incremento.
E sempre l’Italia, nei giorni scorsi, con grande successo, ha insistito in Europa nel sostenere che per valutare l’esposizione debitoria di uno Stato debba essere considerato l’indebitamento complessivo di tutto il Paese. Sulla base di questo principio, si è stabilito che il debito pubblico italiano, sommato con il debito delle imprese e delle famiglie, non raggiungeva quelle punte di maggiore criticità nel confronto con gli altri paesi europei. Un successo non da poco se questa rivalutazione contribuirà ad innalzare gli indici di solvibilità del debito (rating), riducendo così il costo degli interessi per il collocamento dei titoli pubblici. Solo una riduzione del costo degli interessi dello 0, 50% , ad esempio, ci farebbe pagare circa 9 miliardi di Euro all’anno, un risparmio pari a più di un terzo della manovra e che non va ad incidere sui consumi.
Da Berlusconi e da questo Governo, l’Italia, però, si aspetta ancora di più. L’alta pressione fiscale frena gli investimenti e riduce le risorse delle famiglie. Il debito pubblico nel 2009 ci è costato circa 76 miliardi di interessi, tre volte la manovra su cui si discute. L’evasione fiscale pesa, secondo le ultime stime, per circa 125 miliardi di Euro. C’è una voragine di sprechi, fatti di lussi, abusi ed eccessi, che parte dal centro e si sviluppa nelle regioni e negli enti locali. Se Berlusconi e Tremonti riusciranno a fare anche questo miracolo, un domani la storia italiana ne imporrà la beatificazione.
Vito Schepisi

30 giugno 2009

La manovra d'estate


La manovra d’estate, com’è stata definita, ha avuto buona accoglienza da più parti dei settori interessati al rilancio degli investimenti ed alla ripresa economica. Quando si parla di misure economiche e di parti sociali e si parla di buona accoglienza bisogna intendersi. Come per tutti i provvedimenti che hanno più parti interessate, ed a volte contrapposte, per gradimento si intende soprattutto mancanza di risoluto contrasto. L’apprezzamento moderato è arrivato anche da alcune organizzazioni sindacali, quelle più preoccupate al mantenimento dell’occupazione, mentre quella parte dei rappresentanti del mondo del lavoro, interessata invece a porre ostacoli ideologici al governo “delle destre” e di “Berlusconi”, come sempre, ne ha assunto una scontata e poco costruttiva posizione critica.
In nessuna parte del mondo c’è tanta acredine da parte dell’opposizione contro un governo democratico, impegnato ad affrontare la tempesta del crollo di un sistema finanziario e produttivo globale. L’Italia, come gli altri paesi , subisce per effetto stesso della crisi un minor gettito fiscale per 37 miliardi di euro, mentre ha di converso maggiori esigenze di risorse finanziarie per rilanciare gli investimenti e ridar slancio all’economia, oltre che per far fronte alle ulteriori emergenze finanziarie per la ricostruzione dell’Aquila e dei paesi colpiti dal terremoto in Abruzzo. Le difficoltà dell’Italia, come tutti sanno, sono poi aggravate dalla presenza di una voragine di debito pubblico pregresso. In questo quadro di oggettiva difficoltà, solo sostenere posizioni pregiudiziali, e non avere il buon senso di collaborare per sostenere il Paese, è già segno di grande malessere ideale. Aprire poi campagne di delegittimazione, montate sulla sabbia e sul gossip, non è solo schizofrenico ed immorale, ma è anche violento e meschino.
Le difficoltà italiane sono radicate in un sistema stantio, in infrastrutture obsolete, in carenze di servizi essenziali, specie al sud, in mancanza di trasparenza amministrativa in cui si annidano il malaffare e gli sprechi, in un pubblico impiego elefantiaco, burocratico e molto costoso, in una giustizia lenta e parziale, in una stampa spesso asservita alle caste ed alle lobbies del potere finanziario – editoriale – politico, fino a costituirne preoccupazione per forme tumorali invasive con pericoli di metastasi.
L’equilibrio ed il buon senso consiglierebbero collaborazione per superare la recessione produttiva. Sarebbe serio trasmettere fiducia alle famiglie ed assicurare, come il Presidente del Consiglio ripete in ogni circostanza, che nessuno sarà lasciato solo. Quella italiana è la stessa crisi che nel resto del mondo industrializzato, più che in Italia, si manifesta con effetti devastanti che si riverberano a catena in una visione di caduta precipitosa del mercato globale. L’Italia ne subisce solo il riflesso che condiziona anche e soprattutto la fiducia dei consumatori. Le preoccupazioni per il futuro, il richiamo alla prudenza, la propensione al risparmio sono tutte sensazioni vere e comprensibili. Meno invece la sfiducia, il catastrofismo ed i richiami all’insostenibilità del sistema Italia. Ed è invece su questa parte del Paese e con queste forme di terrorismo psicologico che viene condotta la lotta che mira a rendere vani gli sforzi di questo governo.
Non si è mai visto altrove tanto pregiudizio ideologico. L’opposizione politica, la sua cinghia di trasmissione nel mondo del lavoro, l’opposizione intellettuale e mediatica, le caste finanziarie e giudiziarie, sono invece tutte impegnate ad aumentare la portata psicologica della crisi ed a contenere la forza propulsiva del governo, con lo scopo di poter speculare sui suoi presunti insuccessi politici.
Ma il muro di Berlino è caduto anche in Italia? Assistiamo alla reiterazione della politica del “tanto peggio tanto meglio”. Come nel dopoguerra di Togliatti e della guerra fredda! Tramare contro il proprio Paese, per opportunismo, reitera perfettamente la logica della priorità del partito sulla condizione del popolo.
La crisi non tocca le fasce garantite, non tocca i salariati ed i pensionati che paradossalmente ne ricevono vantaggi per la stabilizzazione dei costi, la riduzione delle tariffe e le occasioni per gli acquisti, ad esempio di immobili, auto ed elettrodomestici. La crisi però tocca le famiglie per le difficoltà di trovare occupazione, specialmente al sud, per i precari che rischiano di vedersi tagliato il lavoro, per chi va in cassa integrazione dovuta alle aziende che riconvertono la produzione, la riducono, ovvero cessano le attività.
Soffiare sulla crisi è così lottare contro il lavoro, contro il popolo, contro l’Italia.
Vito Schepisi

02 giugno 2009

La politica oltre i margini della civiltà


Gli italiani si aspettavano una campagna elettorale molto accesa. Le questioni europee discusse nelle piazze assieme alle questioni locali. Le rivalità, i localismi, le beghe, gli interessi e le certezze ideologiche. E su tutte il riflesso di un confronto politico nazionale molto serrato: sicurezza, immigrazione, scuola, giustizia, riforme, crisi economica, piano casa, ricostruzione dell’Abruzzo, precariato, lavoro, welfare e federalismo. Ce ne sarebbe stato sin troppo. Le possibilità di esasperare i toni anche così non sarebbero mancate, ma una campagna elettorale così incivile forse non se l’aspettava nessuno.
Sin dall’inizio della sua segreteria, Franceschini ha accentuato la sua opera di demolizione sistematica dell’azione di governo. E’ intervenuto sulla crisi economica giudicando inefficaci gli interventi dell’esecutivo. Ha volutamente ignorato gli appelli del Capo dello Stato che invitava ad offrire, su questioni di congiuntura internazionale, estranee quindi alle responsabilità politiche nazionali, un comune impegno per sostenere il Paese e per favorire la ripresa dell’economia. Poteva essere un modo nobile per far rientrare le paure e per salvare posti di lavoro, ma la serietà è mancata ancora una volta.
La recessione è per molti versi crisi di fiducia dei consumatori. Il timore di difficoltà economiche frena i consumi ed induce alla prudenza. Quando la contrazione dei consumi diviene eccessiva, blocca la domanda e frena di conseguenza la produzione. Se si produce di meno, però, si tagliano posti di lavoro e si riduce il monte salari e quindi le risorse economiche destinate ai consumi e così si crea ulteriore recessione. E’ un effetto a catena da cui si esce solo con il ripristino della normalità nelle abitudini di spesa dei consumatori: cioè fuori dal panico e con la fiducia. Seminare panico, pertanto, è azione semplicemente criminosa.
L’Italia non ha avuto grossi problemi con il sistema bancario. I portafogli di banche e risparmiatori non sono stati invasi da quei sofisticati congegni finanziari che avevano trasformano debiti in crediti e che creavano flussi di denaro fittizio. La ripresa è così correlata solo al ripristino delle abitudini di spesa.
Dal PD ci si aspettava più responsabilità per la scelta moderata che era alla base delle motivazioni della sua fondazione: ha passato invece il suo tempo ad estremizzare le questioni ed a diffondere panico. I suoi leader si sono posti sulla scia pregiudiziale e reazionaria di un Di Pietro qualsiasi, benché smentiti dalla Commissione Europea, che ha invece apprezzato gli interventi del nostro Governo.
Colpisce l’indifferenza mostrata verso il Paese come, ad esempio, i balletti di Veltroni ed Epifani sulla questione Alitalia, a spese del futuro della Compagnia di bandiera e dei suoi lavoratori.
Franceschini, come Epifani, soffia ancora sul fuoco dei problemi, demonizza tutte le iniziative di Berlusconi e annuncia gravi pericoli incombenti. Il piano casa, osteggiato dalle regioni governate dalla sinistra, stenta a decollare. In Abruzzo ogni impegno è passato al setaccio e si fomentano rancori e rivendicazioni. Oltre all’impegno della ricostruzione si deve provvedere anche ad arginare le strumentalizzazioni dell’opposizione. E’davvero penoso, soprattutto se si pensa alle prove di incapacità offerte in ogni occasione dai governi e dalle amministrazioni di sinistra.
La sinistra, con lo scopo di denigrare il Governo, strumentalizza e disinforma su tutto: dalle parole del Presidente di Confindustria Marcegaglia, a quelle del Governatore della Banca d’Italia Draghi, benché abbiano apprezzato l’azione del Governo ed invitato a dar avvio a quelle riforme che la sinistra invece frena.
Tutta questa animosità a sinistra era scontata. Nessuno si aspettava che i lupi diventassero agnelli. Questa in corso, però, è una campagna elettorale senza precedenti. E’ all’ultimo colpo basso, e costi quel che costi. Questioni private, discriminazioni sulle scelte, campagne di delegittimazioni, attenzione alle questioni più intime. Uno sguardo dal buco della serratura alla ricerca di immagini e di sguardi, di presenze e di eventi. Somme di danaro richieste e/o promesse per foto, per dichiarazioni, per messaggi telefonici compromettenti, per vizi privati ed intime abitudini. Una moglie inquieta ed usata. Fotografi e giornalisti sguinzagliati alla ricerca di qualcosa in più di uno scoop: alla ricerca della pistola fumante anche di legno, di cartone, di sabbia, uno strumento qualsiasi pur di poter insinuare il minimo dubbio.
Una campagna elettorale trasformata in uno squallido e deprimente gossip, messo in piedi dai referenti delle caste e da coloro che hanno dato prova solo di saper mettere le mani nelle tasche dei contribuenti italiani.
Vito Schepisi

26 marzo 2009

Il Piano Csa tra opportunità e libertà

Con la proposta del “Piano Casa” annunciato dal Governo ci sarebbe da porsi dinanzi a due quesiti. E’ vero che le domande si intreccerebbero a loro volta con numerose altre di ordine economico, ambientalista, burocratico ed utilitaristico, ma è anche vero che tutte le questioni relative a scelte ed iniziative che coinvolgono interessi, ambiente, sviluppo, lavoro e persino il gusto estetico, inevitabilmente finiscono per essere centro di dibattito e di scontro. Arrendersi per evitarlo, specialmente in una stagione di crisi recessiva, finirebbe solo per premiare l’immobilismo ed il partito del “no”.
Non si può non riflettere sul susseguirsi degli ostacoli che finora hanno solo frenato il Paese e che hanno ritardato il suo processo di sviluppo, rendendolo più vulnerabile, meno sicuro, a rischio ambiente per carenza di dotazioni tecniche (come si è visto per Napoli), con meno servizi, poco autonomo per la dipendenza verso gli altri paesi (comunitari e non ) e senza infrastrutture di alto profilo tecnologico e di effettiva integrazione del territorio e delle comunità. Un paese senza rapidità nelle risposte è spesso un paese perdente e, cosa ancora più grave in tempi di globalizzazione, diviene un’entità nazionale tagliata dalla domanda e dal mercato.
In fin dei conti si vorrebbe solo che ci fosse meno pregiudizio, ma che restassero tutte le garanzie della democrazia e dei diritti di ciascuno. Il pregiudizio, ed un sistema costituzionale troppo legato all’equilibrio dei poteri, rendono alla fine un servizio contrario alla stessa democrazia che deve essere scelta e non vincolo: deve essere la soluzione, con il potere esercitato dal popolo e non la causa stessa del problema.
Il primo quesito attiene all’opportunità economica di dar impulso al settore edilizio, fermo per mancanza di mercato, per far muovere la domanda e rilanciare l’economia. L’edilizia coinvolge settori diversi, ed anche differenti tra loro, e fa scorrere quel fiume, al momento rinsecchito per mancanza di affluenti, che è la circolazione del danaro. L’edilizia è anche il bene rifugio su cui milioni di italiani sono disposti ad investire ancora i loro risparmi e su cui nutrono ancora la fiducia di non restarne traditi e, soprattutto, di non doversi ritrovare vittime di sofisticati prodotti di ingegneria finanziaria che hanno ridotto o azzerato i loro portafogli.
Il secondo quesito, invece, attiene alle soluzioni della crisi abitativa del Paese, al reale esercizio dei diritti di ciascuno, alle occasione per ridurre il degrado ambientale, al rilancio stesso dell’edilizia popolare, al diritto liberale di poter disporre della proprietà con interventi conservativi, di ristrutturazione e di ampliamento nel rispetto dei vincoli e dell’impatto ambientale, e senza doversi far carico di procedure lunghe, estenuanti, difficili, spesso troppo onerose e quasi sempre avvolte da dubbi di privilegi ed ostacoli, dosati per clientelismo o interesse privato.
La risposta di buon senso ai due quesiti non può che essere positiva. Per il primo, i dati dell’osservatorio della Cgia di Mestre - associazione di artigiani e piccole imprese che fornisce dati riconosciuti attendibili sui fenomeni di natura economica, commerciale ed occupazionale - stimano in 79 miliardi di Euro, in più anni, il volume di affari che deriverebbe da questa iniziativa ed in 745.000 i nuovi posti di lavoro che si creerebbero nel settore edilizio e nell’indotto.
Sarebbe un risultato straordinario che di per se, in termini statistici, annullerebbe gli effetti della crisi per la perdita ipotizzata dei posti di lavoro e per le previsioni della riduzione del Pil. Il fatturato è ipotizzato dalla Cgia di Mestre sulla base di percentuali molto prudenti, sia per il rifacimento delle vecchie costruzioni (appena l’uno per cento), che per l’ampliamento di quelle dove sarebbe possibile l’aumento della cubatura (solo il 10 per cento).
Per il secondo quesito ci sarebbe da chiedersi se il saccheggio del territorio, nel passato, sia attribuibile ai privati che hanno chiesto le licenze edilizie o a coloro che non le hanno mai chieste, contando su sanatorie e condoni? Se sia stato attuato da coloro che chiedono di utilizzare spazi possibili, con l’aumento delle cubature nelle forme compatibili con il decoro architettonico, o da coloro che, non si sa come, ottenevano licenze edilizie in zone di interesse artistico ed ambientale?
Il Paese e le parti politiche, sociali, professionali ed intellettuali, anziché porsi questi due semplici quesiti, che fanno? Fanno, invece, a gara per porre ostacoli burocratici e … costituzionali!
Vito Schepisi su l'Occidentale

13 marzo 2009

L'altro aspetto della crisi



Se ne parla meno, ma c’è un altro aspetto della crisi dei mercati che meriterebbe maggiore attenzione. La recessione non è un fenomeno economico alimentato dalla spesa o dai parametri alterati per il superamento della soglia del deficit d’esercizio in rapporto al Pil, stabilita a Maastricht, ovvero per l’incremento del debito pubblico. Questi stati dell’economia, infatti, sono per lo più fenomeni gestiti dai governi attraverso le politiche di bilancio e risolvibili con interventi sulla spesa, oppure coi tagli dei costi e/o con le manovre fiscali. La recessione è riduzione della produzione, è contrazione del lavoro, è rallentamento della circolazione monetaria, è riduzione degli investimenti, è contenimento dei consumi. Sono tutti fenomeni che non producono solo effetti sull’economia o sul tenore di vita degli italiani, ma incidono sul tessuto sociale complessivo, sui sistemi degli ammortizzatori sociali, sulle politiche di solidarietà e soprattutto sui flussi migratori, anche regolari, avvenuti negli anni passati, su quelli in corso e sulle ripercussioni delle differenze dei rapporti di mercato con gli stessi paesi in cui i flussi migratori vanno a formarsi.
Se le ricette per uscire dalla morsa che comprime la fiducia dei consumatori, che mette a rischio i posti di lavoro e che compromette la tenuta economica delle aziende, sono quelle che normalmente vengono adottate in tutti i Paesi industriali, appare invece ben più difficile sostenere e soprattutto prevenire tutti gli aspetti collaterali ed i micro-fenomeni collegati al fermo forzato di una macchina costruita, invece, per mantenersi in costante movimento. Proviamo ad immaginare lo spegnimento di un altoforno in un impianto siderurgico: non è sufficiente ripristinare l’avvio con il pulsante di accensione per far ripartire l’intero meccanismo. Occorre, in questo caso, anche approntare un lungo e lento lavoro di ripristino. Con la ripresa, quando ci sarà, accanto ai fenomeni di mobilità e di riconversione delle forze lavoro ci saranno criteri di razionalizzazione e di procedure di efficientamento da parte delle imprese. Quando ripartirà l’economia ci si potrà trovare ad avere a che fare con altri attori, con altri registi e con altre trame o spartiti. Non sarà tutto rose e fiori.
Il rallentamento dell’economia troverà molti italiani propensi a riprendersi gli spazi di lavoro ora lasciati per buona parte alla manodopera assorbita dai flussi migratori. Il mercato del lavoro clandestino avrà la stessa restrizione di offerta di lavoro di quello regolare, ed anche le attività del commercio sommerso risentiranno della crisi di fiducia dei consumatori. L’intero Paese e le grosse aree metropolitane, in particolare, si troveranno a dover fronteggiare l’allargamento di popolazione extracomunitaria senza una regolare e lecita fonte di reddito, con tutti i problemi che ne potranno derivare, sia per questioni di ordine pubblico che per necessità di intervento umanitario.
L’economia ferma, in definitiva, ricalca l’immagine di una pozza d’acqua stagnante dove ogni criticità produce lo stesso effetto di un sasso lasciato cadere al suo interno, quando si sviluppano a catena una serie di cerchi concentrici che si allargano sempre di più.
L’attuale crisi non interessa solo i paesi industrializzati, non colpisce solo i paesi interessati alla trasformazione ma anche quelli produttori, anche quelli interessati alla delocalizzazione produttiva, anche i fornitori di materie prime. La domanda che si riduce si fa già sentire nei paesi più poveri, in quei paesi interessati alle esportazioni di materie prime o di semilavorati, spesso coincidenti con i paesi interessati ai flussi migratori verso l’Europa e che hanno gli approdi sul territorio italiano come percorso primario.
Il nostro Governo, come gli altri in Europa e negli USA, ha dato corso a politiche di solidarietà, all’avvio di un programma di investimenti per le grandi opere pubbliche, alla possibilità di ripristino dei fondi patrimoniali delle banche, accompagnata da un indirizzo di “moral suasion”, perché siano di stimolo al mercato e non frenino il ricorso al credito delle famiglie e delle imprese, ha in corso il rilancio dell’attività edilizia e di un programma di costruzione di alloggi popolari con il duplice scopo di favorire le esigenze delle famiglie e la ripresa delle attività produttive, ma si troverà molto presto a dover fare i conti con gli altri aspetti della crisi.
Occorrerà quindi dotarsi con urgenza di una politica nuova e di emergenza anche per la gestione dei flussi migratori e della clandestinità.
Vito Schepisi

09 marzo 2009

Il Consumatore è sovrano

Sembrerebbe banale, ma ogni cosa spesso lo è. I comportamenti dei protagonisti, invece, sono di solito complessi, spesso influenzati dai rispettivi interessi. La recessione è un fenomeno economico ordinario, nel senso che è ciclico, ma diventa preoccupante quando la sua componente principale è di natura psicologica ed, in particolare, quando su questa natura incorrono disinformazione e speculazioni.
Recessione significa letteralmente tornare indietro. In economia il fenomeno è collegato all’andamento del Prodotto Interno Lordo (PIL): si è in recessione, quando questo indice è di segno negativo. In teoria, se per due trimestri consecutivi il Pil fa registrare un andamento regressivo, rispetto al periodo precedente, si parla di una fase economica recessiva.
I governi, normalmente, adottano misure di contenimento delle fasi cicliche acute dell’economia, sia per le politiche d’espansione, sia per quelle recessive. Lo fanno attraverso la politica monetaria, adottando misure che favoriscono rispettivamente la restrizione, ovvero l’allargamento del credito.
Una fase d’espansione troppo veloce fa intervenire la Bce con l’aumento del costo del denaro, con lo scopo di contenere la circolazione monetaria e per deflazionare i consumi, mentre una fase depressa fa diminuire il costo del denaro con lo scopo di ottenere l’esatto contrario. Nella fase attuale è utile favorire il ricorso al credito e quindi agli investimenti e dar stimolo ai consumi.
In teoria è tutto così banale da sembrare persino troppo facile. Nella pratica, però è differente perché intervengono fattori diversi, ed il primo è la fiducia dei consumatori.
Se nella democrazia istituzionale si dice che il popolo è sovrano, nella democrazia economica possiamo dire che è il consumatore ad essere sovrano.
Dal popolo consumatore parte sia l’involuzione perversa dei fenomeni della crisi e sia la sua naturale risoluzione. Sappiamo, infatti, che nella fase economica attuale, la soluzione passa soprattutto attraverso la ripresa dei consumi.
La Bce ha portato il denaro al costo più basso della sua storia, all’1,50%: l’indirizzo della Banca centrale europea, nel prendere atto del “grave rallentamento” dell’attività economica in Europa, è stato quello di favorire il ricorso al credito per dar impulso agli investimenti. La recessione, infatti, si sconfigge percorrendo il binario parallelo degli aumenti degli investimenti e dei consumi.
Il Ministro dell’economia italiano ha introdotto la possibilità per le banche, per ricapitalizzarsi e rafforzare la propria struttura patrimoniale, di emettere obbligazioni atipiche, adatte solo agli investitori istituzionale, note come i Tremonti-Bond. Questi sofisticati strumenti non servono per finanziare le banche in difficoltà, ma per favorire la loro politica creditizia. Il Governo stima un flusso di finanziamenti, tra quelli della Banca degli Investimenti Europea e l’effetto moltiplicatore di questi strumenti di atipica patrimonializzazione bancaria, pari a circa 170 miliardi di Euro. E’ una cifra enorme che, se fosse in buona parte messa in circolazione per la ripresa del ciclo produttivo, risolverebbe da sola i problemi dell’occupazione ed il ricorso ai consumi.
L’altro versante con cui il governo sta cercando di dare impulso alla ripresa è quello delle grandi opere pubbliche. Sono in gran parte progetti che intervengono su trasporti e viabilità, ma anche sulla sicurezza e sullo sviluppo delle aree urbane, opere di cui il Paese avvertiva da anni il bisogno, anche da quando non si parlava di recessione. L’apertura dei cantieri produrrà effetti economici benefici in questa crisi, perché incideranno positivamente sull’occupazione e sui consumi.
Gli investimenti sulle opere pubbliche saranno un sostegno all’impresa, recheranno benefici all’efficienza strutturale della penisola, accorceranno le distanze tra nord e sud, rappresenteranno un’opportunità per le potenzialità economiche delle diverse aree della Penisola, offriranno infine un’opportunità di sviluppo alla vocazione turistica del mezzogiorno.
Il provvedimento più importante per il Paese, però, è la fiducia dei consumatori. Le opportunità sono tante ed i prezzi sono fermi, se non in flessione. E’ necessario ritornare con saggezza a fare le proprie scelte, ad avere fiducia, a sostenere il Paese. E’da respingere, invece, la sfiducia diffusa da chi tenta di sfruttare la crisi per ricavarne rivincite politiche. Per chi si oppone all’Italia, si deve auspicare una pronta ripresa della fiducia, per dimostrare che il consumatore è sovrano.
Vito Schepisi

02 febbraio 2009

Veltroni come il mago Otelma

L’Italia è distratta dalle numerose questioni che si aprono quotidianamente e che ci fanno discutere per motivi di preoccupazione, efferatezza ed indignazione.
In poco più di un mese l’attenzione degli italiani è stata attratta dalle notizie sulla guerra di Gaza, con l’esaltazione santoriana di Hamas; dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca; dalla Lucia Annunziata che, accusando Santoro d’essere fazioso, si alza dall’arena di “Annozero” e lascia la scena indignata; dal caso del criminale Battisti con l’accusa brasiliana all’Italia d’avere una giustizia persecutoria e d’essere un paese di torturatori; dalla Jervolino che a Napoli ricostituisce, nel ridicolo, e tra l’indignazione di quasi tutta l’Italia, la Giunta del capoluogo partenopeo; dal caso dei seguaci di Lefebvre che negano l’Olocausto; dal dibattito sulla Giustizia e sulle intercettazioni; dal caso Genchi e dai dossier di un esercito di cittadini intercettati in Italia; da Cristiano Di Pietro ascoltato mentre chiedeva favori a Mautone; da Di Pietro, padre, convocato dai magistrati napoletani per spiegare come fosse venuto a sapere, sei mesi prima dall’uscita delle prime notizie, che il telefono di Mautone e del figlio fossero intercettati dai magistrati della Procura di Napoli; dall’isolamento della Cgil sui contratti; dall’accusa di mafiosità sparata a Piazza Farnese, sempre del leader dell’Idv, contro il Presidente della Repubblica; dalla questione immigrati, con la protesta di Lampedusa, e con l’efferatezza di atti di violenza sul territorio nazionale collegati a questioni di degrado e di clandestinità.
Il dibattito politico e lo scontro, a volte pretestuoso, tra maggioranza ed opposizione, su questioni frivole o su argomenti d’interesse, non ha mai lesinato esempi d’impudenza, d'arroganza politica e sindacale e spesso di completo disinteresse per il Paese.
Siamo alla presenza di una crisi recessiva che avrebbe, invece, bisogno di buoni esempi, di pacificazione, di fiducia nelle istituzioni e nel sistema Italia, oltre a virtuose iniziative riformiste.
C’è al contrario un leader del PD, Veltroni, che se esiste e se è ancora il capo di un partito che ha legittimità parlamentare ed importante presenza politica, nei fatti, invece, non esiste già più.
Il leader dell’opposizione, invece di offrire segnali di compattezza democratica e di responsabilità politica, sebbene in contrapposizione al Governo, com’è giusto che sia, ma con attenzione all’imprescindibile confronto tra maggioranza ed opposizione, per poterne essere legittima alternativa, si cimenta nel lanciare segnali di catastrofismo economico e di decadimento morale, quasi che la sinistra si possa tranquillamente tirar fuori da ogni passata responsabilità.
C’è una crisi mondiale dove il Paese mostra persino segnali di minor difficoltà rispetto al resto del mondo. La nostra economia, nonostante tutto, e pur con la flessione nella produzione industriale, sta tenendo ed alla fine del 2009 potrà già uscire dal tunnel senza grossi traumi. Il Paese, pur avendo un rilevante debito pubblico, ha mostrato d’avere una struttura che ha tenuto. Il Governo, inoltre, ha dato vita ad un’azione economica d’intervento sui salari e nelle situazioni d’indigenza, e mostra la dovuta prudenza nel destinare le risorse disponibili e le economie ricavate al rilancio delle attività produttive. Il ministro Tremonti, inoltre, ha lanciato un piano d’investimenti che ha unito il ricorso alle risorse nazionali con l’utilizzo più attento dei fondi europei.
I segnali del PD e di Veltroni sulle questioni innanzi elencate brillano, invece, d’incoerenza, e di confusione. Il nostro “maanchista” continua a sparare bordate di funesti presagi contro tutto e tutti. Per il leader PD, le misure economiche contro la crisi sono asfittiche ed insufficienti; il clima del Paese è intollerante (sarà questo il motivo di tanta violenza contro le donne?); la riforma della Giustizia si fa insieme, ma anche “fatela da soli”; Il federalismo fiscale può essere utile, ma anche pericoloso per il mezzogiorno; le intercettazioni telefoniche sono utili, ma anche invasive, esagerate e pericolose; Di Pietro è un eversore, ma anche un alleato. Il PD è attento al meridione d’Italia, ma anche alle istanze del nord. E' un vaniloquio politico, il suo, senza prospettive. Senza passione: Veltroni è solo un replicante monotono di se stesso e non perde il vizio d’essere sempre il profeta del tutto e del suo esatto contrario, come con Barack Obama dove sembra Pippo Baudo che dice “l’ho inventato io”. Dopo varie metamorfosi, questo è il periodo in cui eccelle in catastrofismo e profezie di sventura: sembra il mago Otelma!
Vito Schepisi

26 novembre 2008

Epifani sciopera contro l'Italia

Se ci fosse l’avvisaglia di una possibile alluvione che possa inondare vasti territori del Paese e qualcuno decidesse di aprire le dighe per allagare i campi ed i piccoli insediamenti rurali, tutti penserebbero che si sia in presenza dell’azione di un folle.
Se in Italia il Pil è in recessione e si fatica a mantenere il ritmo della produzione, perché i costi rischiano di superare i ricavi, ed i sindacati decidessero lo sciopero generale, tutti i cittadini dotati di buon senso penserebbero che sia una decisione sbagliata, presa in un momento sbagliato.
Se fosse ancora uno sciopero generale programmato in largo anticipo, in modo pregiudiziale ed al buio, con la motivazione della difesa dei lavoratori in difficoltà nel far fronte alle esigenze delle famiglie per via dei bassi salari, con l’aggiunta della preoccupazione per la contrazione dell’offerta di lavoro per il precariato ed anche, perché in questo caso ci sta, generalmente e per definizione, contro la politica del Governo, penseremmo di stare in un Paese di pazzi.
Per fortuna non è proprio così! Il sindacato, quello di ispirazione democratica, avverte le difficoltà, e nei momenti importanti non manca all’appuntamento con i lavoratori per difendere i loro diritti e per sostenere i salari e l’occupazione.
“In nessun Paese industrializzato – sostiene Bonanni leader della Cisl - il sindacato risponde alla crisi con una protesta di questo tipo, senza pensare alle ripercussioni. Nessuno si sognerebbe di fare uno sciopero generale, figuriamoci se l’iniziativa è di un solo sindacato”.
Per ogni regola, però, c’è l’eccezione ed è il caso della Cgil, il sindacato di sinistra, quello con forti presenze comuniste, con la base cosiddetta dura e pura, schierata contro il sistema, in particolare se a governarlo è l’odiato centrodestra, votato dagli italiani e guidato da Silvio Berlusconi..
Una diversa impostazione quella della Cgil di oggi, quella di Epifani, da quella del “piano del lavoro” di Giuseppe Di Vittorio tra la fine del 1949 e l’inizio del 1950, quando il sindacalista di Cerignola si preoccupava del contributo delle forze sociali all’avvio di grandi opere infrastrutturali, con l’obiettivo di favorire l’espansione del Paese attraverso la spinta sui consumi e sulle opportunità occupazionali.
La Cgil oggi appare sempre più un sindacato senza ideali e senza coscienza sociale, come si è visto per il caso Alitalia, incapace di far da traino, con l’equilibrio e la moderazione che occorre nei momenti difficili, per la difesa dei valori universali del mondo del lavoro, minati come si è visto dall’egoismo corporativo di incoscienti minoranze e di categorie privilegiate. Nessun paragone è possibile con Di Vittorio, leader della Cgil nei momenti difficili del dopoguerra, quando l’interesse degli italiani , anche con il sostegno del sindacato di sinistra, era quello di ricostruire il Paese.
Le misure europee orientate a sospendere per due anni la rigidità dei parametri richiesti dagli accordi di Maastricht, per iniziativa congiunta di Sarkozy-Merkel, per sostenere misure eccezionali di stimolo ai consumi attraverso interventi di riduzione fiscale, trova per l’Italia l’ostacolo del debito pubblico che andrebbe, invece, ridotto. Il debito agisce in modo perverso: alimenta, infatti, il fabbisogno corrente per gli interessi da corrispondere sull’esposizione complessiva. La sospensione dei parametri, per favorire la spesa, non potrebbe così essere così inteso come un provvedimento strutturale sulla pressione fiscale.
E le indicazioni di Epifani che si riflettono in alcune proposte del PD, come quella di Bersani per la riduzione della pressione fiscale sulle buste paga dei lavoratori (Bersani è lo stesso che faceva il ministro di Prodi quando la pressione fiscale è stata inopinatamente aumentata per finanziare la crescita “strutturale” della spesa) non possono essere adottate in presenza di riduzione del fatturato e dell’occupazione che agiranno di proprio nella riduzione del gettito fiscale, creando già prevedibili difficoltà nel finanziare la spesa.
Nessuno a sinistra e nei sindacati che parli, invece, di tagli alla spesa pubblica, se non per quella dei costi della politica, sempre valida per i demagoghi, ma che da sola non serve per reperire fondi significativi per il fabbisogno; e nessuno che parli di riqualificazione della spesa, come quella di spostare fondi dal costo del personale a quello delle infrastrutture nella scuola, ad esempio.
Ecco Epifani! Faccia il suo sciopero il 12 dicembre: e sarà uno sciopero contro l’Italia.
Vito Schepisi

18 novembre 2008

L'opposizione cavalca anche la recessione

In una azienda, se ci sono criticità, il personale si adopera a comprenderne la portata ed ad offrire il suo contributo per superare senza eccessivi danni la temporanea congiuntura. C’è di norma la collaborazione di tutti e non è importante stabilire se l’impegno sia per sostenere la propria occupazione o per sostenere l’azienda. Anche i rappresentanti dei lavoratori hanno il dovere di tranquillizzare le maestranze e di mediare con l’azienda i provvedimenti ritenuti utili per ridurre eventuali difficoltà produttive, ovvero spiegare ai lavoratori eventuali contrazioni di mercato o ancora la presenza di spirali di aumenti dei costi che frenano l’economicità dell’impresa.
Sarebbe stupido pensare che sindacati e lavoratori si possano disinteressare e costringere l’azienda ad adottare provvedimenti socialmente preoccupanti come, ad esempio, in presenza di difficoltà nel pagare sia i fornitori che i salari ai dipendenti, far ricorso ai licenziamenti o più ancora fallire.
La gestione di un paese è per molti aspetti simile a quella di una grossa impresa. I prodotti aziendali sono grosso modo i servizi che eroga ai suoi cittadini. In cambio della fornitura dei servizi lo Stato acquisisce una contribuzione in misura progressiva e proporzionale ed una imposta sui consumi. La raccolta delle risorse è definita con la locuzione di prelievo fiscale. Normalmente lo Stato utilizza le entrate fiscali come cassa per la spesa corrente e impegna le risorse economiche, poste nel bilancio preventivo con la legge finanziaria, per gli investimenti. Sulla base delle ipotesi di entrata, lo Stato stabilisce le sue attività, dà corso ai suoi investimenti e contrae anche debiti, facendo ricorso all’immissione sul mercato di prodotti finanziari che vengono acquistati dai risparmiatori italiani ed esteri.
In tutti i paesi civili del mondo, con l’economia in difficoltà per ragioni attinenti ai venti di crisi che soffiano sulle economie di tutti i paesi produttori, la politica e le parti sociali si stringono attorno agli interessi nazionali e ciascuno per la propria parte si rende disponibile a non far mancare collaborazione e responsabilità. Un paese destabilizzato, senza una politica economica supportata da strategie di contenimento della spesa corrente, ad esempio, per gli effetti negativi della recessione, andrebbe incontro a difficoltà ancora più pesanti come, ad esempio, la contrazione del potere d’acquisto dei salari e l’aumento del “prelievo fiscale”.
In Italia, gravata da un debito pubblico eccessivo, basterebbe anche uno scivolone in Parlamento sulla spesa e sui conti per creare enormi difficoltà. In tempi di recessione, infatti, tra le preoccupazioni c’è anche quella di stabilizzare il costo del debito finanziario. Questo costo è valutato, periodo per periodo, dalle società di rating attraverso indici di affidabilità da assegnare all’impresa paese. In un stato responsabile, pertanto, tutti sarebbero seriamente consapevoli che il deprezzamento del Paese renderebbe più acuta la crisi perché inciderebbe sul costo del debito. Tutti dovrebbero essere consapevoli che il maggior costo andrebbe a ridurre le risorse correnti e che, quindi, per finanziare la spesa, si dovrebbe far ricorso alla maggiore pressione fiscale e/o all’espansione del debito, tenendo però conto dei vincoli europei, come Maastricht, ad esempio.
Perché in tutti i paesi c’è consapevolezza e responsabilità, ed in Italia questo non accade?
Nel nostro Paese mentre la recessione preoccupa, oltre che il Governo, le famiglie, le aziende, ed i risparmiatori, sembra che invece lasci indifferente l’opposizione e quella fetta di sindacato che in questa opposizione si rispecchia.
Indire scioperi generali e contestare le riforme del Governo, anche per il taglio alla spesa, sembra la strada più irresponsabile che si possa seguire. Ad iniziare dal rischio di lasciare a terra la nuova Alitalia, solo per far dispetto a Berlusconi, nel riprovevole gioco del duo Epifani-Veltroni, per poi passare a tutta una serie di tensioni che vengono innescate nel mondo della scuola e dell’università, come nel pubblico impiego, a volte su questioni del tutto inesistenti o sulla base di provvedimenti di riqualificazione della spesa da cui non si può derogare, se si vuole offrire al Paese un quadro di efficienza e di lotta agli sprechi ed agli abusi, l’opposizione appare poco seria ed irresponsabile.
Mentre, negli USA, Obama e McCain si incontrano per concordare politiche di collaborazione per superare le difficoltà della recessione in atto, in Italia, invece, da aprile Veltroni continua la sua campagna elettorale fatta di piazzate e di pesanti accuse al Governo ed ai suoi rappresentanti.
Vito Schepisi su l'Occidentale