Visualizzazione post con etichetta Olocausto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Olocausto. Mostra tutti i post

27 gennaio 2013

27 gennaio 2013 Giorno della Memoria


Nei codici non è scritta e non so se si debba pensare che una siffatta “legge” in effetti ci sia, ma a volte si ha l’impressione che tutto sia inutile, come se tutto ciò che è accaduto faccia parte solo del tempo passato, e come se ogni giorno si ricominciasse sempre da capo.
Questa “legge” contro la memoria non c’è, ma è come se ci fosse. 
Sono aumentate le possibilità dell’informazione, c’è internet e le fonti sono disponibili a beneficio della conoscenza e della verità, ma sembra che tutto sia inutile. Ogni anno siamo qui a ripetere le stesse cose ed a gridare lanciando l’allarme. 
Stiamo parlando della Shoah e della follia di annientare le coscienze e le radici di un popolo attraverso il suo sterminio. 
L’odio riemerge perché fa parte della bestialità e dell’egoismo dell’uomo, perché fa parte della sua ignoranza e della sua stupidità. L’inquietudine diventa così una certezza: tutto ciò che è già accaduto, benché assurdo e crudele, non è detto che non possa accadere di nuovo. 
Nel 1933 il popolo ebraico fu emarginato dalla società tedesca. Sono passati 80 anni. Nel 1941 per la popolazione ebraica si pensò e si dette avvio a un piano di sterminio totale: “la soluzione finale”. 
Milioni di uomini, donne e bambini sono stati ridotti in fumo e cenere nei forni crematori, ma, nonostante l’orrore di ciò che è accaduto, l’antisemitismo trasuda ancora dalla politica e nell’informazione. 
Oggi è il 27 gennaio del 2013. Nella stessa data del 1945 l’avanzata russa in Polonia liberava il campo di deportazione di Aushwitz dove nelle camere a gas i nazisti tedeschi avevano sterminato decine di migliaia di ebrei deportati. Per non dimenticare, con Legge 20 luglio 2000, n. 211, “La Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. 
Se ricordare è un dovere, prevenire dovrebbe essere una necessità. 
Si dovrebbe allontanare la violenza, ridicolizzare l’odio, biasimare l’intolleranza, respingere la furbizia, abbattere l’arroganza. 
Ma c’è chi ancora oggi dice che odiare sia legittimo. 
E non è solo! 
Nessuno lo isola e lo respinge. 
Ogni nazione dovrebbe poter recuperare il suo spirito e le ragioni delle sue origini, perché nessuno possa intervenire e imporre. 
I popoli dovrebbero essere rispettati e garantiti nei propri confini, senza che si dia corda lunga e ragione a chi ha idee di prevalenza e di dominio, ma oggi non è così: si pensi all’arroganza tedesca sui popoli del mediterraneo europeo. 
Il sacrificio e le sofferenze di milioni di uomini innocenti dovrebbe rappresentare un esempio da cui trarre la dignità umana per respingere la barbarie e per chiedere la libertà e l’indipendenza dei popoli. 
Ma oggi, purtroppo, non è così. 
Vito Schepisi

27 gennaio 2012

Il Giorno della Memoria


Il 27 gennaio, Il Giorno della Memoria, è diventato un appuntamento fisso con la nostra coscienza.
Quest’anno compie 12 anni. E, come ogni anno, prevale quella forza interiore che ci spinge a non lasciarlo trascorrere senza soffermarci nella meditazione, e senza sentire di dover rendere omaggio alla memoria di coloro che subirono la più atroce delle sofferenze: quella di essere marchiati per via di una colpa che non avevano, per stupidità, per orrore, per follia, per viltà.
Donne e uomini, vecchi e bambini marchiati con un numero, violati nell’intimità, nella dignità, negli affetti, ghettizzati, arrestati, rinchiusi, deportati, schiavizzati, uccisi, dispersi. E la memoria dei sopravissuti che hanno portato negli occhi e nel cuore il dolore, le urla, i pianti, il terrore, il lutto.
Il 27 gennaio è la nostra coscienza che deve spingerci ad esprimerci e ciascuno di noi lo deve fare come meglio sa fare. Anche con un pensiero semplice, purché sentito, con una preghiera, con una lacrima, con un atto di amore, con una gentilezza, con un sorriso verso le persone care. Ciò che deve spingere a farlo è ciò che nello stesso tempo ci deve inquietare, è nell’insicurezza che ancora oggi abbiamo che ciò che è accaduto non possa ancora accadere.
Mi sono ricordato d’aver scritto un pezzo, lo scorso anno, dal titolo “Occorre di più”, in cui mi sono fatto trascinare dal dubbio e dall’insoddisfazione.
L’ho recuperato perché è vero che occorre di più.

Occorre di più
Non bastano le parole di circostanza pronunciate ogni anno, dal 2000 - da quando, con Legge, la Repubblica Italiana ha riconosciuto il 27 gennaio come “Giorno della Memoria” - per respingere l’orrore di una mattanza contro il genere umano per questioni di odio e di razza.
Non basta una data, un giorno, una circostanza per scollegare la storia contemporanea dall’odioso passato e per esorcizzare il pericolo di un nuovo tragico futuro.
La storia si ripete sempre, inesorabile come il destino di ognuno. Si ripete con la sua retorica e con i suoi lutti. Ritornano anche gli errori, le distrazioni, le tragedie, i tradimenti, le viltà collettive. La storia si ripete con le sue follie. Si ripete sempre, con o senza preavvisi.
La storia, però, è parte di tutti noi e si riflette, prima che nel sentimento, nelle nostre azioni e nelle nostre scelte. L’odio è sintesi d’istinto e di perversione. E’ una malevolenza irrazionale, sentimento spesso latente negli uomini. E, come per ogni attività fisica o intellettuale, anche l’odio si perfeziona con la sua pratica.
L’equilibrio dell’uomo, quando è offuscato dall’odio e dall’intolleranza, si ritorce contro la sua stessa specie e annulla d'un colpo tutte le conquiste di civiltà. Mai si deve abbassare la guardia!Ogni anno si ripetono le stesse parole, si ricordano le stesse immagini, gli stessi racconti, si leggono le stesse poesie, con l’impegno condiviso di non consentire che crimini contro l’umanità, come l’Olocausto del popolo ebraico, abbiano più compimento.
Ma basta tutto questo? E’ sufficiente ogni anno ricordare e riscrivere gli stessi concetti? Possiamo pensare che la follia nazista sia stata solo una parentesi superata della storia dell’umanità? E’ giusto cancellare ciò che è accaduto come un’idea del passato e ritrovare i motivi di una stessa origine umana che supera gli steccati della razza, della religione e delle diverse culture?
Quando i sopravvissuti all’orrore non ci saranno più, quando la storia e la memoria si mescoleranno con altre storie e altre memorie, chi impedirà ai carnefici di passare per vittime e a quest’ultime di essere due volte massacrati?
Come non accorgersi dell’antisemitismo latente che è nella nostra cultura? Come non ricordare che non esiste solo la vigilia del 27 gennaio per assumere comportamenti che segnino le differenze tra chi ha memoria e chi ancora non riesce a liberarsi dalle ideologie?
Come non ricordarsi, ad esempio, che la memoria della Shoah non è solo rifiuto del nazifascismo, ma è anche quello di ogni ideologia che non riconosca l’individuo e la sua libertà di essere?
Il clima che si vive in Italia, ad esempio, ha del paradossale. C’è ancora chi prova a creare profili antropologici in base alle scelte. Anche la cultura prova a chiudersi, a escludere e ad imporre i principi assoluti.
Non basta solo una data per la memoria. Occorre di più!
Vito Schepisi

27 gennaio 2010

La memoria non basta ad impedire che la storia si ripeta






E’ vero la storia si ripete sempre, inesorabile come il destino di ognuno. Si ripete coi suoi fasti ed i suoi lutti. Si ripete con gli errori, le tragedie, gli eroismi, i tradimenti, con la sua epica e la sua retorica. Si ripete con la sua viltà, le sue follie, i suoi orrori. Si ripete sempre, con o senza preavvisi.
Quella dell’umanità non è una storia sempre lineare in cui hanno sempre prevalso i buoni principi. Non sempre i libri di scuola, i buoni maestri, il popolo eletto, i media, gli intellettuali e le istituzioni vanno oltre ciò che sembra ovvio per indicare ciò che è corretto, ovvero per stigmatizzare la brutalità, per respingere la violenza e per irridere la stupidità. Passioni, ideologie, odio, pregiudizi e rancori spesso prevalgono.
Trionfa, nei discorsi, l’ipocrisia dei buoni propositi, mentre nell’intimo prevale la furbizia, la convenienza, l’opportunità. Conta più l’apparenza del bel gesto che il dovere morale di difendere i principi di civiltà e di umanità. La memoria, almeno per un giorno nell’anno, ritorna. E per un giorno nell’anno si ripercorrono gli stessi passi sulle tracce di ciò che è stato. E tutti a domandarsi il perché. E tutti a chiedersi dov’era l’uomo in quella miseria. Domande che resteranno sempre senza risposta!
Il giorno in Italia è il 27 gennaio. E’ l’anniversario dell’avanzata russa in Polonia nel ‘45 e dell’abbattimento dei cancelli del Campo di deportazione di Auschwitz, rimasto nell’immaginario di tanti il simbolo tragico di una follia, con la sua scritta all’ingresso intrisa di insostenibile scherno “ARBEIT MACHT FREI” (Il lavoro rende liberi). La memoria di una assurda ed immane tragedia dove nelle camere a gas i nazisti avevano sterminato decine di migliaia di ebrei deportati, poi arsi e resi cenere nei forni crematori.
Per non dimenticare, con la Legge 211 del 20 luglio 2000, anche il popolo italiano ricorda, per un giorno ogni anno la Shoah, le leggi razziali, il martirio, le deportazioni, le ansie, la morte. Ricorda la viltà degli uomini!
“Era sempre inverno in quegli anni, anche in primavera e in autunno e in estate”.
E’ questa la sensazione rimasta: il freddo e la neve, l’inverno che si intersecava con il gelo delle coscienze.
Ciò che infastidisce, però, in giorni come questo, è il replicare dei soliti cerimoniali, è il sentirsi ripetere le stesse cose. Provocano disagio gli stereotipi, le frasi di circostanze, i discorsi scopiazzati dall’anno precedente, gli impegni morali, le mobilitazioni di associazioni, la reiterata produzione cinematografica, i documentari, persino le poesie di Primo Levi. Si vorrebbe forse qualcosa di diverso e, per quanto sia possibile, più fatti che parole, più realismo che poesia, più convincimento che circostanza.
Attenzione perché la storia si ripete! E’ sempre così!
Irrita ad esempio l’ipocrisia di quella politica che fa distinzione tra la Shoah e lo Stato di Israele. E’ vero, non sono la stessa cosa, ma fanno parte della stessa storia. Soffrono la stessa minaccia. L’odio contro Israele, e la negazione del suo diritto di esistere, fanno parte della stessa pianta dell’odio. La minaccia di oggi allo Stato israeliano è cosa diversa dall’Olocausto, ha un’origine diversa dalla folle aggressione nazista. E’ verissimo! Ma non si può far finta di ignorare che ci sia un sentimento antisemita ed antisionista che anima ancora molte coscienze. Non si può non rilevare che sia sempre vivo e minaccioso un fanatismo islamico che mira all’annientamento di Israele e del suo popolo.
La memoria di una storia che si ripete e che ci trova immobili e passivi può, anch’essa, diventare un crimine culturale contro l’umanità.
Vito Schepisi

02 febbraio 2009

Veltroni come il mago Otelma

L’Italia è distratta dalle numerose questioni che si aprono quotidianamente e che ci fanno discutere per motivi di preoccupazione, efferatezza ed indignazione.
In poco più di un mese l’attenzione degli italiani è stata attratta dalle notizie sulla guerra di Gaza, con l’esaltazione santoriana di Hamas; dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca; dalla Lucia Annunziata che, accusando Santoro d’essere fazioso, si alza dall’arena di “Annozero” e lascia la scena indignata; dal caso del criminale Battisti con l’accusa brasiliana all’Italia d’avere una giustizia persecutoria e d’essere un paese di torturatori; dalla Jervolino che a Napoli ricostituisce, nel ridicolo, e tra l’indignazione di quasi tutta l’Italia, la Giunta del capoluogo partenopeo; dal caso dei seguaci di Lefebvre che negano l’Olocausto; dal dibattito sulla Giustizia e sulle intercettazioni; dal caso Genchi e dai dossier di un esercito di cittadini intercettati in Italia; da Cristiano Di Pietro ascoltato mentre chiedeva favori a Mautone; da Di Pietro, padre, convocato dai magistrati napoletani per spiegare come fosse venuto a sapere, sei mesi prima dall’uscita delle prime notizie, che il telefono di Mautone e del figlio fossero intercettati dai magistrati della Procura di Napoli; dall’isolamento della Cgil sui contratti; dall’accusa di mafiosità sparata a Piazza Farnese, sempre del leader dell’Idv, contro il Presidente della Repubblica; dalla questione immigrati, con la protesta di Lampedusa, e con l’efferatezza di atti di violenza sul territorio nazionale collegati a questioni di degrado e di clandestinità.
Il dibattito politico e lo scontro, a volte pretestuoso, tra maggioranza ed opposizione, su questioni frivole o su argomenti d’interesse, non ha mai lesinato esempi d’impudenza, d'arroganza politica e sindacale e spesso di completo disinteresse per il Paese.
Siamo alla presenza di una crisi recessiva che avrebbe, invece, bisogno di buoni esempi, di pacificazione, di fiducia nelle istituzioni e nel sistema Italia, oltre a virtuose iniziative riformiste.
C’è al contrario un leader del PD, Veltroni, che se esiste e se è ancora il capo di un partito che ha legittimità parlamentare ed importante presenza politica, nei fatti, invece, non esiste già più.
Il leader dell’opposizione, invece di offrire segnali di compattezza democratica e di responsabilità politica, sebbene in contrapposizione al Governo, com’è giusto che sia, ma con attenzione all’imprescindibile confronto tra maggioranza ed opposizione, per poterne essere legittima alternativa, si cimenta nel lanciare segnali di catastrofismo economico e di decadimento morale, quasi che la sinistra si possa tranquillamente tirar fuori da ogni passata responsabilità.
C’è una crisi mondiale dove il Paese mostra persino segnali di minor difficoltà rispetto al resto del mondo. La nostra economia, nonostante tutto, e pur con la flessione nella produzione industriale, sta tenendo ed alla fine del 2009 potrà già uscire dal tunnel senza grossi traumi. Il Paese, pur avendo un rilevante debito pubblico, ha mostrato d’avere una struttura che ha tenuto. Il Governo, inoltre, ha dato vita ad un’azione economica d’intervento sui salari e nelle situazioni d’indigenza, e mostra la dovuta prudenza nel destinare le risorse disponibili e le economie ricavate al rilancio delle attività produttive. Il ministro Tremonti, inoltre, ha lanciato un piano d’investimenti che ha unito il ricorso alle risorse nazionali con l’utilizzo più attento dei fondi europei.
I segnali del PD e di Veltroni sulle questioni innanzi elencate brillano, invece, d’incoerenza, e di confusione. Il nostro “maanchista” continua a sparare bordate di funesti presagi contro tutto e tutti. Per il leader PD, le misure economiche contro la crisi sono asfittiche ed insufficienti; il clima del Paese è intollerante (sarà questo il motivo di tanta violenza contro le donne?); la riforma della Giustizia si fa insieme, ma anche “fatela da soli”; Il federalismo fiscale può essere utile, ma anche pericoloso per il mezzogiorno; le intercettazioni telefoniche sono utili, ma anche invasive, esagerate e pericolose; Di Pietro è un eversore, ma anche un alleato. Il PD è attento al meridione d’Italia, ma anche alle istanze del nord. E' un vaniloquio politico, il suo, senza prospettive. Senza passione: Veltroni è solo un replicante monotono di se stesso e non perde il vizio d’essere sempre il profeta del tutto e del suo esatto contrario, come con Barack Obama dove sembra Pippo Baudo che dice “l’ho inventato io”. Dopo varie metamorfosi, questo è il periodo in cui eccelle in catastrofismo e profezie di sventura: sembra il mago Otelma!
Vito Schepisi

29 gennaio 2009

Di Pietro è un uomo contro il Paese

Questa volta il forcaiolo d’Italia ha valicato una punta ancora più alta del suo reiterato delirio. Nell’attacco di Antonio Di Pietro e dei suoi amici alle istituzioni è coinvolta la funzione del Parlamento, la legittimità del Governo e l’onorabilità del Presidente della Repubblica. Si avverte un’offesa al Paese, alla maggioranza dei suoi cittadini, alla democrazia ed alla dignità del confronto politico. Si ha l’impressione che l’alzo del tiro sia conseguenza del basso livello di popolarità che Di Pietro e l’intero movimento dell’antipolitica stia registrando e che si usino, ancora una volta, le espressioni più colorite ed irriguardose verso le istituzioni per riscaldare le piazze, come usano fare i dittatori che hanno bisogno d’inventarsi un nemico per soddisfare la rabbia del popolo.
E’in atto con Di Pietro, col suo partito e con la compagnia dell’antipolitica, una vera deriva sfascista dell’opposizione politica. Una deriva a cui presta il fianco Veltroni ed il Partito Democratico, incapaci di scrollarsi di dosso la stretta mortale dell’ex magistrato. C’è la percezione di un attacco forsennato, irrazionale, viscerale e violento alla democrazia, alla libertà, alla serietà, alla governabilità del Paese, oltre che alla legittimità istituzionale dei suoi rappresentanti.
Il giorno dopo della Giornata della Memoria, per meditare sull’Olocausto, il metodo Di Pietro, fatto d’odio e di condanne sommarie e pregiudiziali, induce ancor più a riflettere.
La ferocia e le espressioni più atroci dell’animo umano covano sempre nell’intolleranza e nell’ignoranza di quegli uomini che adottano le teorie giustizialiste e fondamentaliste per esercitare le proprie vendette, per appagare le proprie frustrazioni o ancor più semplicemente per arricchire il bottino delle invasioni nei luoghi della discussione e della rituale dialettica politica, saccheggiando le coscienze ed inficiando le conquiste di spazi di civiltà e di democrazia.
Nessuna attenuante, nessuna giustificazione politica, può essere concessa a chi non ha mai proposte da avanzare ma solo dosi di veleno da somministrare al Paese.
Quello del percorso disfattista e reazionario è un indirizzo che accomuna tutti gli uomini impulsivi ed autoritari e tutti i demagoghi, anche se nel caso in questione si tratta solo di un furbo ex magistrato che non ha ancora spiegato al Paese i veri motivi del suo abbandono della magistratura per abbracciare, sull’onda della notorietà per le sue prestazioni eterodosse nelle istruttorie processuali, la carriera politica.
Gli spunti vengono dai provvedimenti di questo Governo in tema di Giustizia, dalla legge nota come “Lodo Alfano” mirante ad impedire che le quattro più alte cariche dello Stato, nel corso del mandato, possano essere sottoposte a processo penale, dalle iniziative per le limitazioni alle intercettazioni telefoniche e, ancor più a valle, dalla riforma dell’Ordinamento Giudiziario.
C’è una crisi della giustizia che è tangibile e che è avvertita dai cittadini e dalle istituzioni. La Corte di Giustizia Europea sottopone a più riprese l'Italia a formale condanna con le conseguenti sanzioni per i casi di giustizia negata, per i casi di giustizia deviata e per i casi di giustizia male erogata. Prendere atto della necessità di cambiare le cose e prendere l’iniziativa di modificare l’ordinamento giudiziario diventa indifferibile ed urgente, mentre, al contrario, ostacolare e difendere nel complesso l’esistente diventa colpevole ed omertoso.
C’è inoltre la necessità di rasserenare il confronto politico e sociale nel Paese, e non solo per poter tranquillamente analizzare e risolvere le questioni della giustizia, ma anche perché c’è una crisi difficile da cui è possibile poter uscire senza grossi traumi, ma con il sostegno, l’aiuto e, laddove possibile, con la fiducia di tutti, ad iniziare dalle forze politiche e dalle rappresentanze sociali.
I tentativi reiterati di Di Pietro di avvelenare i pozzi del confronto, per raggiungere fini politici di parte, devono preoccupare. Si constata l’incapacità dell’opposizione di isolare la deriva illiberale e frenante del leader dell’Idv, mentre occorrerebbe che si faccia interprete della necessità delle riforme. La questione morale passa anche attraverso la capacità di rinnovare le funzioni dello Stato, di responsabilizzare la politica, di riformare la giustizia e di fornire sistemi elettorali che, assieme alle possibilità di scelta degli elettori, assicurino la governabilità.
L’Italia non ha bisogno di odio e di giustizialismo, ma di giustizia e di riforme.
Vito Schepisi

26 gennaio 2009

Nella Giornata della memoria accanto al popoo ebraico


Ogni anno c’è sempre la solita incertezza. C’è il timore di essere retorici, di ripetere come replicanti le tante ragioni di un insieme di coscienze che ricordano con scadenza periodica, come in un rito, l’ingiustificabile debolezza dell’animo umano. Ogni anno ci ritroviamo a pensare alla leggerezza dell’equilibrio dell’uomo, quando, coinvolto dagli effetti dopanti dell’odio e dell’intolleranza, si ritorce contro la dignità della sua stessa specie ed annulla d'un colpo tutti i traguardi raggiunti sul piano della sua evoluzione culturale e della sua civiltà.
Il 27 gennaio del 1945 l’avanzata russa in Polonia liberava il campo di deportazione di Aushwitz dove nelle camere a gas i nazisti avevano sterminato decine di migliaia di ebrei deportati, poi arsi e resi cenere nei forni crematori.
Per non dimenticare, con la Legge 20 luglio 2000, n. 211, “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Ogni anno si ripetono così le stesse parole, si ricordano le stesse immagini, gli stessi racconti, si leggono le stesse poesie, con l’impegno coralmente condiviso di non consentire che crimini contro l’umanità, come l’Olocausto del popolo ebraico, abbiano più compimento.
Fanno eccezione solo un manipolo di ipocriti, di cinici uomini accecati dall’odio, di spietati e sanguinari carnefici che negano persino ciò che non è possibile negare. Negano le testimonianze di chi è sopravissuto, negano tutto ciò che si legge sulle riviste e sui libri di storia, negano persino ciò che è possibile vedere e giudicare dalle foto, dai filmati, dalle stesse strutture fisiche degli orrori, rimasti a testimoniare la più grande e crudele persecuzione della storia, la più orrida di una idea folle sulla razza, una fobia che è diventata strumento di persecuzione e di morte. Fa impressione, in proposito, leggere di un vescovo, adepto del negazionismo dell’Olocausto, riabilitato in questi giorni dalla scomunica nell’ambito dello scisma lefebvriano.
Esiste allora il timore d’essere retorici e replicanti? E’ giusto ogni anno ricordare e riscrivere gli stessi concetti? Possiamo dimenticare come se la follia nazista sia stata solo una parentesi superata della storia dell’umanità? E’ giusto cancellare il ricordo e ritrovare i motivi di una stessa origine umana che supera gli steccati della razza, della religione e delle diverse culture?
La risposta è, senza dubbio, no! E’ una risposta negativa perché non appare per niente superata la stagione delle follie, perché reiterare ciò che è stato fa parte dello storicismo culturale del mondo, e non solo per una questione di corsi e ricorsi teorizzati da Vico, ma per quella forma di pensiero in cui la verità non è ciò che è, ma ciò che serve, come una ragione diversa che si afferma per servire ad uno scopo.
Di questa natura dell’uomo si potrebbero portare esempi storici italiani come le “verità” mitizzate della resistenza, o il “paradiso” comunista, la “liberazione” titina della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia e persino l’ispirazione popolare del marxismo, ma anche esempi recenti.
Fra quest’ultimi le forme di manipolazione della realtà con l’informazione finalizzata a perseguire scopi diversi, utili a servire una causa. Come il metodo dell’informazione di Santoro, nella trasmissione “Annozero” sulla guerra nella striscia di Gaza, che si è servito delle sofferenze dei bambini palestinesi per focalizzare l’attenzione sulle responsabilità d’Israele.
Dar voce ad Hamas contro Israele, com’è stato fatto, e senza un accenno di distinzione e di confronto, è un crimine culturale contro l’umanità. Sarebbe bastato a Santoro leggere alcuni passi dello Statuto di Hamas per comprendere, ed informare su quanto orrore ci sia in una guerra voluta per attirare l’attenzione internazionale sui bombardamenti e dove le donne ed i bambini dovevano essere le vittime innocenti sacrificate da Hamas.
Ogni anno, dunque, deve essere un dovere morale ricordare: per non dimenticare mai!
Vito Schepisi