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14 maggio 2013

I rimborsi elettorali, le diarie, le indennità



Se la politica ha provato di tutto per utilizzare i soldi pubblici per intessere una rete di gestione in cui coinvolgere i militanti attivi, gli eletti non si sono lasciati sfuggire le opportunità per migliorare nel presente le proprie condizioni di vita e per assicurarsi i vitalizi per il futuro.
Il ragionamento è stato semplice. Con l’accordo di tutti, si poteva disporre di somme importanti che, utilizzate per la macchina propagandistica e le campagne elettorali, rendeva molto di più di un programma politico da sottoporre all’attenzione degli elettori.
La logica è di quelle che fanno inorridire i puristi: con i soldi si allarga il consenso e si vincono le elezioni.
La politica è così diventata una questione di marketing, come un detersivo, o ancor peggio una questione di controllo e gestione di un territorio, per soddisfare certi interessi, come fa la mafia.
I pullman, i camper, i treni, le navi, ad esempio, sono diventate immagini di attenzione, come per le tappe del giro d’Italia. Con i politici che si muovono in percorsi studiati. I mezzi popolari sono solo finzioni. L’effetto marketing è di dare un’idea parsimoniosa, con un percorso da fare assieme agli elettori. Un tragitto che, con la compiacenza dei mezzi d’informazione, è seguito, tappa per tappa.
La verità, però, è sempre diversa. Dietro a certe campagne ci sono costi mostruosi.
“I care”, “yes, we can”, o più modestamente “io centro” hanno solo fatto da apripista all’american style.
Anche in Italia è diventato di moda lo “spin doctor” che, tradotto nel nostro modo, è quel signore che con i sondaggi alla mano vorrebbe prendere per i fondelli gli elettori, facendo acquistare loro ciò che normalmente non acquisterebbero mai. Non sempre ci riescono, però. Nessuno può pretendere che si acquistino oggetti inservibili. Per Monti e Bersani è stato così.
I politici trovano sempre una spiegazione alle cose: è un po’ il loro mestiere.
La democrazia ha un costo. Ci hanno detto sempre così. Mai, però, ci hanno spiegato perché questi costi debbano servire per mantenere nel lusso i politici o per pagare questi semidei chiaroscuri, come appunto gli spin doctors che fanno vincere Obama negli USA e che tentano in Italia la “ mission impossible” coi nostri politici impresentabili per somma di spocchia e d’inganno.
Un capitolo a parte meriterebbero quei cartelloni lunghi un Km. e alti mezzo, spesso con stampate le facce da lancio delle freccette nei momenti di ozio, che prima delle elezioni circondano le città o che ricoprono le pareti di interi palazzi. Il costo al metro quadro di questi cartelloni è pari al costo, sempre a metro quadro, di una casa, come quella su cui il cittadino è chiamato a pagare l’IMU.
E’ facile però far leva sui sentimenti popolari e indignarsi sui costi della politica, ma il timore che si faccia facile demagogia o che possa diventare un metodo di scelta tra un’idea politica e l’altra, tra un sistema e l’altro, anche tra un politico e l’altro, c’è tutto.
Gli imbecilli sono sempre in agguato. C’è da diffidare.
La scena di questi giorni degli eletti del M5S è deprimente. Ci sono costi della politica che non è possibile tagliare. Vivere fuori di casa costa. Se si fa il proprio dovere, si ha diritto a vivere dignitosamente. I costi vanno si tagliati, meglio però iniziare dai privilegi e dal numero di parlamentari e consiglieri, per poi arrivare alle esagerazioni su indennità e rimborsi.
Ci hanno provato in tanti a far leva sul risentimento popolare. Di Pietro, ad esempio, l’ha fatto, unendolo ad un furore giustizialista applicato solo ai suoi avversari. E’ bastata una trasmissione televisiva, e un consigliere regionale col vizio dei videopoker, per mettere in discussione i suoi metodi e per far dubitare sull’uso che ha fatto dei fondi pubblici, sempre puntualmente incassati senza avvertire troppo fastidio, e qualche volta pur usando qualche furbizia a danno di altri.
La palla di grandine, ritenuta per troppo tempo una stella, si è così sciolta nel nulla. Non s’avverte la mancanza dell’uso improprio del suo congiuntivo: l’Italia poteva tranquillamente farne a meno.
Ci prova ora una compagine commerciale. E’ priva d’idee, è destinata a fallire. Ha giocato d’astuzia sulle difficoltà del Paese, sulla rabbia dei giovani, sulla confusione. L’ha fatto servendosi d’internet, una platea che va in tempo reale e che si diffonde tra i giovani.
Su Internet ogni parola d’ordine trova la sua cassa di risonanza. Il Web è un grande spazio vuoto. E’ deprimente che si riempia spesso d’ingiurie, di diffamazioni, d’incitazione all’odio, di turpiloquio e di falsità.
E’ un peccato! Non c’è niente di buono in tutto questo. E’ la parte meno affascinante del Web.
Vito Schepisi
 

04 marzo 2013

Bersani è un perdente


E’ evidente che Bersani si debba togliere di mezzo. Le motivazioni sono tantissime, ma ne basterebbe solo una per comprenderne le ragioni.
Il leader della sinistra è un perdente. Non lo è per natura, non si nasce semplicemente perdenti. Lo è per un limite. E’ perdente perché non è capace di fare le scelte giuste e perché non ha l’elasticità per comprendere le situazioni e tradurle a proprio vantaggio.
Un leader deve essere prudente ed avere buon senso. Deve saper capire quando fermarsi. Bersani, invece, è un umorale per indole. Ha quei modi da retrobottega di bar, dove è più facile lasciarsi andare nei detti popolari, tra un bicchiere di birra e l’altro.
Voleva fare il premier ad ogni costo. Pensava d’aver le carte buone, e le ha giocate sbattendole sul tavolo con beffarda arroganza, come nei retrobottega di un bar della sua natia Bettola.
Cinico. Tra le sue colpe c’è anche quella di aver soffiato sul fuoco della crisi recessiva mondiale. Ha provato, riuscendoci, a mettere in difficoltà il Paese quando, per superare le turbolenze, l’Italia, con le sue difficoltà finanziarie, aveva bisogno di fiducia e di compattezza.
L’obiettivo era di far cadere il governo in carica, costasse quel che poi è costato all’Italia.
Ha bucato. Una legge elettorale, però, ora gli consente di far valere l’ultima occasione che ha. Messo da parte per lui tutto finirebbe qui: un altro arnese politico da rottamare.
E’ un politico al capolinea, però, incapace d’essere vincente. E’ l’uomo che ha perduto ciò che sembrava avesse già vinto. Un dramma per l’uomo Bersani, ma si è cacciato dentro da solo.
Alzare la voce ora, con lo 0,36% di voti in più sul suo avversario Berlusconi, dopo essere stato in vantaggio di oltre 20 punti nei sondaggi, rasenta il ridicolo. In un paio di mesi, Bersani ha perso dal 10 al 12% di voti, mentre il suo avversario ne ha guadagnati altrettanti. Una disfatta.
Ora corre come un disperato dietro a Grillo che, invece si fa beffe di lui.
Un giorno si e l’altro ancora Bersani chiedeva a Berlusconi di dimettersi, facendone un tormentone, quasi fosse un mantra del suo pensiero.  Si sentiva vincente sui problemi degli altri, confortato dai sondaggi che vedevano il Pdl, dopo lo strappo di Fini, dilaniato ed in caduta libera. Troppo poco per chi pretende d’essere premier. Bisogna avere idee per farlo.
Gli elettori di centrodestra non sono militanti da zoccolo duro, come quello che mantiene il PD fermo al suo 25%. Dinanzi alle buffonate e ai litigi, a destra non si soffermano a pensare di chi sia la colpa. S’incazzano e basta e, per bene che vada, non vanno a votare. Quando va male, invece, riversano i loro consensi sui partiti che più alzano la voce e che fanno casino.
Ne ha beneficiato Grillo. Il comico ha raccolto la reazione di chi si è sentito tradito e di chi pensa che il modo migliore sia quello di mandare tutto in malora, come se in questo bistrattato Paese non si debba realizzare il loro futuro e quello dei figli e nipoti.
Sulla disfatta del Pdl, Bersani aveva programmato la vittoria. Senza idee, ha fatto campagna elettorale solo sulla “guerra” al Pdl.  Appiattito sul disastro di Monti, benché con il PD diviso nelle primarie con Renzi, Bersani pensava di vincere facile.
Non aveva più bisogno dell’inaffidabile Di Pietro, fatto dissolvere in tv sulla storia delle case già nota da anni. Anche il traballante livello morale dell’Idv era noto prima del caso Maruccio.  Bersani non voleva altri gruppi della sinistra. Per assicurarsi il Senato aveva provato accordi sottobanco con Ingroia, senza riuscirci. Si sentiva vincente e voleva il controllo di tutto, premio di maggioranza compreso, dopo aver impedito ogni modifica del “porcellum”.
Senza fare i conti con gli elettori, Bersani, aveva programmato le cose, come le campagne del grano russo durante il regime sovietico. Teneva aperto il dialogo con Monti, per legittimare il suo Governo. Teneva a distanza Fini e Casini, due volpi, già usate contro Berlusconi.
Li ha trascinati tutti nel baratro, però. Il terzo polo ha rischiato di scomparire. Il solo Monti si è salvato per il rotto della cuffia, sostenuto dall’Europa, dalle banche, dalla finanza e dai media, a spese dei suoi compagni di viaggio cancellati o quasi dal palcoscenico politico.
Vito Schepisi

17 febbraio 2013

Grillo stimola e inquieta


Beppe Grillo fa presa più che per ciò che propone, per ciò che denuncia. 
Le sue proposte sono confuse, senza capo, né coda. Fanno leva su ciò che non funziona - in Italia è molta cosa – e le sue soluzioni stanno nel mezzo tra le novazioni irrealizzabili e le ricette antistoriche. 
Grillo lo sa bene: il suo obiettivo è raccogliere il voto di protesta globale. Un consenso che abbracci un arco di opinioni straordinariamente contraddittorio. 
E’ persino evidente l’inutilità politica di questa impresa. Si raccolgono voti per farne cosa? A che vale mettere il Parlamento nell’incapacità di discutere con la necessaria serenità sulle riforme irrinunciabili per l’Italia? 
Emerge anche un nuovo modo di far politica, prima di lui accennato solo da Di Pietro, seppure in modo più familistico e confuso, fatto di partiti gestiti da società d’affari.
L’iniziativa di Grillo è gestita come un prodotto commerciale che si presenta sul mercato cogliendo opportunisticamente la presenza della domanda. 
Finirà col fare il gioco di quei poteri, le caste, che nella confusione perpetuano la loro arrogante e spavalda inamovibilità. 
Grillo è riuscito laddove nessuno sarebbe stato capace e dove nessuno avrebbe mai osato. Ha stimolato contemporaneamente, convogliandoli in un unico fronte, i nostalgici dei regimi autoritari ed i centri sociali. Ha intessuto, tra loro, le matasse dei fantasiosi pensatori di soluzioni preindustriali e quelle dei fautori della tecnologia esasperata; ha fuso nell’odio i tifosi dell’olio di ricino e gli sprangatori delle forze dell’ordine; ha coinvolto insieme nei sogni i nostalgici dei segnali di fumo e gli smaniosi degli smartphone. 
In Grillo e nel suo staff prevale l’idea sconvolgente su tutto, ma senza l’idea finita di soluzioni praticabili con un preciso costrutto. Tutto è immaginazione, con punte di fantasia distruttiva. 
Grillo è il Marcuse italiano del terzo millennio. Con le dovute distanze intellettuali tra i due, Grillo appare come chi sostiene che il futuro sia negli emarginati, ma la sua più grossa contraddizione è che di questa società repressiva, evocata da Marcuse, lui è parte integrante. 
L’Italia è una frazione di un mondo che viaggia sui rapporti economici, sugli scambi commerciali, sui trasporti, sulla produzione industriale, sulla conquista di nuovi mercati, sulla bilancia commerciale. Non è, però, che cambiando il modo di vita degli italiani si cambia il mondo. Non scherziamo! 
E’ con il mondo moderno che l’Italia deve sempre fare i suoi conti. La presunzione e l’egocentrismo concettuale possono essere la tomba della nostra civiltà. Non possiamo pensare ad un’Italia autarchica che faccia scelte in controtendenza. L’Italia ha bisogno di stare in alleanze politiche e militari, come tutte le altre nazioni. Non si scherza sul futuro delle prossime generazioni. Un’Italia isolata nel Mediterraneo diverrebbe un avamposto per tutti i fondamentalisti autoritari del mondo: un cavallo di Troia nel fortilizio della civiltà occidentale. Non dimentichiamo mai il “si vis pacem para bellum” di Cicerone. 
Anche la banalità del “lavorare di meno per lavorare tutti”, vecchio arnese del populismo marxista, è uno slogan mutuato dagli anni ‘70, come se nella dialettica laburista non fosse già superata l’idea operaista che vedeva il profitto come variabile indipendente dell’impresa.
Non si può, però, non cogliere il messaggio del “grillismo”. C’è un’Italia da cambiare e bisogna farlo con urgenza. Occorrono riforme che diano credibilità e autorevolezza al Paese e alle sue Istituzioni. Un Capo dello Stato, ad esempio, che la nostra Costituzione vorrebbe al di sopra delle parti, che va negli USA a fare una marchetta elettorale per la sua creatura, difendendone il fallimento, non si può vedere. 
La corruzione, inoltre, è una piaga che rischia di andare in cancrena. Non è, però, come sostiene Grillo, solo una questione di generazioni, quanto, invece e soprattutto, è una questione di riforme. Deve mutare il modo in cui questo Stato è organizzato e gestito. Questo nostro Paese è incrostato dai poteri intramontabili arroccati a difesa dei particolarismi e dei privilegi. 
La nostra democrazia, ancora, si ferma al giorno delle elezioni, poi non esiste più. I poteri e lo Stato sono arroganti e oppressivi. Spaventano! Chi è eletto in Italia si sente, poi, autorizzato a fare i cazzi propri, senza dar conto a nessuno, quando non anche si preoccupa di allargare il proprio potere e di perpetuarlo. Chi vince le elezioni non è in grado di governare, perché impedito dal Parlamento e dalle caste annidate nei servizi dello Stato.
L’art.67della Costituzione, infine, da essere un presidio per la dignità del parlamentare, perché nello svolgere il suo mandato risponda solo ai suoi elettori, è stato trasformato in licenza di far di tutto, compreso mettersi in vendita, trasformando il Parlamento, anziché luogo di democrazia, in una macelleria nazionale in cui si vendono le scelte degli elettori come se fossero tagli di carne. 
Grillo pone il suo indice contro la parte più inguardabile del nostro Paese. Da comico ha la capacità di farlo in modo irriguardoso ed efficace. Il segreto del suo successo politico, pertanto, più che su ciò che propone, è su ciò che denuncia. 
E’ incredibile quanto l’arte della scena in questi casi diventi credibile! 
Vito Schepisi

14 febbraio 2013

L'Italia che ci aspetta



L’Italia è diventata una casa circondariale a cielo aperto.
Più precisamente in Italia si ha la sensazione di stare in un luogo a metà strada tra un carcere ed una discarica pubblica.
Nella casa circondariale con le sbarre virtuali vivono a piede libero i cittadini con i loro problemi quotidiani che non interessano a nessuno.
C’è persino il timore di parlarne per evitare la possibile accusa di disfattismo che, come nel ventennio, di fatto è diventato reato.
Oggi sono finiti i colpi di testa, le grillate, le manifestazioni di piazza, i cortei.
Non ci vuole più di tanto per trovarsi nei guai. La libertà di parola è garantita dalla Costituzione, all’art. 21, ma “come ogni libertà ha i suoi costi”. L’ha detto il Presidente del Consiglio Bersani e l’ha confermato l’ex Presidente della Repubblica Napolitano: “bisogna parlare, ed in modo rispettoso, solo se invitati”.
Persino il nuovo Capo dello Stato, Romano Prodi, ha detto qualcosa a riguardo, ma nessuno l’ha capito. E non è servito il ricorso a Sircana per la traduzione, questi è impegnato in misteriose ricerche per strada, nelle periferie di Roma. Sollecitato dalla stampa, ha interrotto per un attimo le sue ricerche per consultare il Bignami del buon presidente, ma non ci ha trovato niente di simile.
Per timore di rappresaglie i cittadini non si sentono più liberi di esprimersi e sono costretti a subire; si sentono privati dei loro diritti, vessati dallo Stato con l’imposizione d’imposte e gabelle e sono alla mercé di una classe dirigente burocratico-politica che stabilisce tutto per loro.
Ogni giorno passano sulle tv pubbliche (quelle private sono state abolite col dpr sul riordino delle frequenze) i consigli sugli acquisti. Sono diversi da prima, ora sono disposizioni perentorie su cosa mangiare, su che film vedere, su che giornale leggere, su quali contenuti televisivi orientarsi, sugli atteggiamenti considerati corretti, se andare in vacanza e dove, sulla formazione dei figli. Da qualche giorno, suggeriscono anche quali opinioni si possano esprimere liberamente.
Si sente dire in giro, ma non ci sono conferme ufficiali, che sia stato messo insieme un pool di scienziati per fare ricerche sulla lettura del pensiero con lo scopo di realizzazione un congegno capace di leggere ciò che pensiamo.
Sono molto preoccupato sapeste quanti cattivi pensieri che ho!
In Italia, è così che si precorre il futuro e si coltiva la ricerca scientifica.
Lo Stato stabilisce anche quali aziende devono produrre e quali no, decide chi può andare in pensione, mentre è ancora in vita, e chi no. Per non incidere sulla spesa, la consulente del ministero del Welfare, Elsa Fornero, in uno studio elaborato con il senatore a vita Monti, ha redatto una nuova proposta di riforma delle pensioni.
La proposta si apre con la seguente premessa: “Sarebbe auspicabile che i lavoratori italiani andassero in pensione come atto conclusivo della propria esistenza”. Dai sindacati un silenzio tombale.
Un Paese regolato, insomma, senza che niente sia lasciato al caso. Uno Stato che ci fa nascere e ci fa morire quando vuole. Il costo della sanità, infatti, non è economicamente sostenibile, e le cure mediche sono riservate solo a chi è utile.
Chissà perché utili sono sempre loro!?
Gli abitanti vivono intimiditi dai poteri, sono spiati, con i telefoni sotto controllo, ma ci stanno facendo l’abitudine. Il tecnico bocconiano Mario Monti, braccio destro di Bersani, sostiene che sia “meglio vivere cento giorni da pecora anziché solo uno per non viverne più”. L’aforisma non è suo, glielo ha suggerito Angela Merkel. Si lei la Kulona!
Sul decreto sulle intercettazioni è stata posta la fiducia ed è legge dello Stato già in vigore da tempo. Stabilisce, come suggerito da Fini, che sia nella discrezione del giudice intercettare chi vuole, senza dar conto a nessuno.
Subito dopo la pubblicazione del Decreto sulla G.U., con un tempismo senza precedenti, tutti i telefoni in uso al Cavalier Berlusconi ed alle persone a lui vicine, contemporaneamente per iniziativa di tutte le procure d’Italia, sono stati messi sotto controllo.
Ora capita che anche gli intercettatori s’intercettino tra loro.
“Sulla legalità - ha sostenuto l’ex PM Ingroia - non si può pensare a risparmi, e due orecchie ascoltano meglio di uno”.
“L’autonomia dei magistrati è una cosa seria. O c’è o non c’è, e se c’è deve essere rispettata”. Anche questo è un pensiero profondo. Non è mio. L’ha espresso il nuovo ministro della Giustizia, con l’interim agli Interni, Antonio Di Pietro.
C’è chi dice che in Italia sia stato instaurato uno stato di polizia. Grillo è in galera da tempo, come è in galera Sallusti (gli hanno prorogato di 48 mesi il soggiorno in galera, come se fosse l’ammortamento di un mutuo) e come lo è, in carcere, anche Giulianone Ferrara.
Feltri è in clinica psichiatrica, invece, dopo che gli è venuto lo schiribizzo di capire dove sono finiti i duemila miliardi di debito dello Stato. Belpietro è emigrato. Di lui non si hanno più notizie. C’è un mandato di cattura internazionale spiccato contro di lui: è accusato d’istigazione alla disobbedienza civile.
Travaglio dirige il carcere di Regina Coeli a Roma. Santoro, tornato alla Rai, è stato inviato in Uruguay per un’inchiesta sui Tupamaros.
Oscar Giannino, invece, vestito da giullare, assieme ai suoi tre gatti, intrattiene, e l’aiuta a fare i compiti, il bimbo adottato da Vendola assieme al consorte, (o alla consorte?). Moglie? Marito? … diamine, questa nuova legge sui matrimoni omosessuali non l’ho ancora capita!
C’è chi mi chiede … e Pannella dov’è? L’ultima segnalazione è di qualche mese fa. Era in sciopero della fame, dinanzi a Montecitorio: protestava contro la fame in Italia. La polizia l’ha arrestato e portato a Rebibbia. Dicono che per qualche giorno dalla sua cella si siano sentite le sue grida di protesta. Poi ha scioperato anche la sua voce.

Anche l’attività sessuale è monitorata. Da qualche tempo è stato istituito per legge il conta scopate. E’ un “cip” - è scritto così nella versione ufficiale del decreto del Governo - che viene inserito nei genitali per conteggiare la frequenza dell’attività sessuale dei cittadini. Ma, come accade di solito in questo campo, la malizia fa circolare voci che non si sa quanto siano o non fantasiose.
I sussurri sostengono che serva alla tracciabilità delle scopate: per poter poi introdurre una nuova tassa, variabile a seconda se il rapporto viene consumato nell’ambito familiare o fuori.
A proposito di tracciabilità, è stato abolito il denaro ed è stato sostituito dalle carte di credito e dal pago bancomat. Monti, Bersani e i banchieri gongolano. Dall’espressione del volto e dai rumori che gli sono usciti dalla bocca, invece, non si è capito come la pensi il Capo dello Stato. Quando parla il Presidente Prodi non si capisce mai niente e Sircana, il suo portavoce, è sempre impegnato nelle periferie di Roma. Chi l’ha incontrato racconta che si ferma ripetutamente vicino a soggetti di colore con atteggiamenti e abbigliamento femminile, ma con tratti un po’ mascolini.
I vertici dello Stato con i loro “entourage” oggi in Italia godono di uno “status” diverso dai comuni mortali. Appartengono ad una classe sociale che chiamano “Politburo social finanziario”. Hanno l’immunità e possono scopare e trafficare alla grande. E Berlusconi si morde le mani.
Per la gioia di Casini si sono ricompattate molte famiglie: per timore d’essere tracciati, sono diminuite di molto le corna. Senza denaro a nero, è diventato anche difficile mantenere le amanti.
In serie difficoltà sono le donne: devono prestare attenzione a mantenersi distanti dalle residenze dell’ex Premier Berlusconi. Tutte quelle, infatti, che capitano nel suo raggio di azione sono fermate e interrogate dalla polizia perché si ha il sospetto che Berlusconi si sia procurato all’estero un congegno per falsificare il “cip” della tracciabilità e della conta delle scopate.
Sembra che funzioni allo stesso modo del congegno che hanno utilizzato gli amici di Prodi alle politiche del 2006, per ribaltare la conta dei risultati elettorali che li vedevano perdenti, e che poi hanno vinto per 24 mila voti.
Si ha voce che si stia organizzando un comitato femminile di protesta clandestino chiamato “Se non la do ora, non la darò mai più”, capeggiato da Nicole Minetti.
Ci sono già alcuni arresti fra le attiviste più combattive, mentre l’eroina Nicole si è data alla clandestinità.
La polizia sta fermando, per l’identificazione, tutte le donne con le tette fuori misura. Figurarsi che la polizia è così pignola e le maglie sono così strette che hanno fermato anche la rosibindi.
La combattiva parlamentare si è sbottonata la camicia, tra il terrore dei poliziotti, e sotto aveva ancora la maglietta con su scritto “non sono una donna a sua disposizione”.
Le hanno subito creduto! Nessuno ci teneva a fare ulteriori controlli su di lei!
In questi giorni, il Parlamento, dopo la recente sentenza della Consulta, che ha giudicato la legge conta scopate lesiva della libertà sessuale dei praticanti il “sesso progressista”, su proposta del deputato Vendola, sta discutendo la modifica della legge.
La nuova formulazione, in discussione presso la commissione per le pari opportunità della Camera, escluderebbe (si usa il condizionale perché nel testo è comparsa, per caso, una postilla per escludere dai controlli anche la pedofilia, ed è bloccata in commissione in attesa di una relazione tecnica) dall’obbligo della conta tutto il mondo alternativo, cioè quello definito sessualmente corretto, come stabilito dalla recente riformulazione degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione Italiana.
L’obbligo previsto dalla legge, infatti, era stato ritenuto lesivo della libertà privata, art. 13 della Costituzione, e in conflitto con la legge Concia-Vendola-Grillini sull’omofobia.
In Italia è cambiato tutto. Dicono che è in atto la rivoluzione “liberale”, per liberare l’Italia da chi si mette di traverso e dà fastidio.
Come per tutte le rivoluzioni, il processo è lungo e la strada è piena d’insidie e di ostacoli. Qualche problema lo sta creando, ad esempio, Giuliano Ferrara.
La cella assegnata gli sta stretta ed ha problemi ad entrare nel vano adibito a bagno. Non ci passa e non si trova un vasino alternativo di misura adeguata. Sta facendo lo sciopero della fame. E’ al quinto giorno.
I funzionari pubblici italiani, però, sono l’eccellenza del Paese. L’ha dichiarato il nuovo ministro della Funzione Pubblica Matteo Renzi, nell’annunciare che il direttore del carcere s’è rivelato geniale, trovando subito la soluzione: Ferrara dovrà mettersi a dieta.
I problemi dell’Italia erano tutti qui!
Come abbiamo fatto a non capirlo da subito?
Vito Schepisi

11 ottobre 2012

L'albero delle riforme è fiorito?



Del capogruppo del gruppo Pdl della Regione Lazio, Fiorito si è già detto tutto.
Si conoscono le sue abitudini, i suoi metodi, la sua vita lussuosa, la sua esuberanza, il suo soprannome, la sua mole fisica, la sua arroganza, le sue spese folli con i soldi pubblici, la sua dote di voti ed anche i suoi sponsor politici.
Si sa che all’ingordigia non c’è limite, se nel conto c’è anche un sistema che consente di far entrare il goloso nel laboratorio del pasticciere.
Si dice sempre che si vuole cambiare il “sistema”, ma poi si fa sempre tutt’altro.
Nell’Italia repubblicana non è mai fatta una riforma seria in nessun campo, tanto meno nell’architettura dello Stato, per la semplificazione burocratica e per la trasparenza.
Dell’esercizio responsabile dei poteri e della riforma dello Stato non se ne può neanche parlare, senza scatenare una guerra.
Parlare di ruolo e d’indipendenza della magistratura o pensare di snellire il percorso parlamentare delle leggi o di attribuire maggiori facoltà di scelta al capo del Governo o, ancora, pensare di poter arrivare all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, in Italia, sarebbe come parlare delle corna del diavolo.
Eppure negli altri paesi è così, c’è maggior spazio per la democrazia e per le scelte del popolo, e questi stati funzionano decisamente meglio del nostro.
Tutti, solo a parole, sostengono che l’Italia dovrebbe essere girata come un calzino. Le regioni, ad esempio, distribuiscono soldi in misura esorbitante ai gruppi politici. Tutti lo sapevano ma nessuno se n’è mai occupato. Poi è arrivato Fiorito e tutti ora ne parlano.
Si sa da sempre che girano troppi soldi in politica e che se ne faccia un suo improprio, ma non è previsto che qualcuno controlli. E ora cadono tutti dalle nuvole. Tutti sembrano come Alice nel paese delle meraviglie.
Vado contro corrente, ma dico che è sbagliato parlare di ritorno alle preferenze. Beninteso, è sbagliato anche l’attuale sistema delle nomine, ma le preferenze sono ancor più pericolose.
Con le preferenze vincerebbero gli Zambetti, adusi al voto di scambio, e vincerebbe chi ha più soldi da spendere o più potere da gestire.
Si facciano le primarie, si facciano i collegi uninominali, ma il ritorno alle preferenze sarebbe un altro errore.
L’Italia, invece, ha bisogno delle riforme, come un qualsiasi edificio ha bisogno delle manutenzioni periodiche, perché di eterno non c’è niente sulla Terra, se non la stupidità, l’incoerenza e la presunzione degli uomini in ogni tempo. E i risultati si vedono.
Se non c’è un sistema che individui chi è responsabile e di che, e che metta in trasparenza ogni atto pubblico, compresi gli spostamenti di denaro e i costi della macchina burocratica e della gestione politica, ci saranno sempre i Fiorito, gli Zambetti e i Maruccio.
Il mariuolo non è una categoria antropologica ed è anche diverso dal criminale che intraprende la strada del crimine.
Le motivazioni del criminale sono direttamente proporzionali all’ambiente in cui cresce, al degrado in cui vive, alla scarsa cultura, alla mancanza di valori di riferimento, alla cattiva educazione ricevuta, ai cattivi esempi, al culto del lusso, alle frequentazioni, all’abitudine alla violenza, alla ricerca del piacere materiale, ovvero all’ostentazione di ciò che il criminale individua come il potere di imporre le sue regole.
Il mariuolo, invece, è una persona scaltra che fiuta l’opportunità e s’impegna a coglierla. E quando la coglie allunga le mani e s’ingegna per trarne vantaggi. La politica per il mariuolo diviene lo strumento migliore per raggiungere il suo fine. Lo vediamo anche con la compravendita dei parlamentari, con la frammentazione dei partiti e con la partitocrazia che spinge a mettersi in proprio, lo vediamo con l’abitudine degli italiani a cambiare giacchetta e a salire sul carro del vincitore.
Un ostacolo alla linearità e alla trasparenza è sempre la burocrazia. Fiorito si è anche giovato del disastro della cancellazione della lista Pdl a Roma nelle ultime consultazioni regionali. Come sappiamo, a due allocchi funzionari delegati del Pdl romano, presenti nei locali della Corte di Appello di Roma, fu impedito di presentare la lista del Pdl. I due, nell’attesa di essere ricevuti dal funzionario addetto per il deposito degli atti della lista, si erano appartati a mangiarsi un panino.
Dura lex, sed lex. E se la motivazione lascia ancora increduli, quando ci si mette d’impegno prevale sempre la forma, mai la sostanza. E in quel caso la forma prevalse.
Attenzione, però, il Fiorito è solo la punta dell’iceberg di un sistema che coinvolge tutti. Nel Lazio ora è entrato nel ciclone anche un uomo di punta di Di Pietro, Maruccio ,avvocato di fiducia dello stesso Di Pietro e coordinatore dell’Idv laziale. Un uomo molto più vicino ai vertici della politica italiana di quando non lo sia stato Fiorito. Si è dimesso da tutto, ma oramai questo trucco lascia il tempo che trova.
Non c’è, dunque, nessuno che può chiamarsi fuori, ci potrebbe essere, però, un impegno per le riforme: solo quelle possono cambiare civilmente il Paese.
Vito Schepisi

27 settembre 2012

Una casa circondariale a cielo aperto



L’Italia si sta trasformando in una casa circondariale a cielo aperto. E’ una via di mezzo tra il carcere e una discarica pubblica.
Nella casa circondariale con le sbarre virtuali, tutt’attorno, vivono a piede libero i cittadini con i loro problemi quotidiani che non interessano a nessuno. Alcuni hanno timore persino a parlarne. Aleggia, infatti, la possibile accusa di disfattismo.
Oggi sono finiti i colpi di testa, le manifestazioni, i cortei. Non ci vuole più di tanto per trovarsi nei guai. La libertà di parola è garantita dalla Costituzione, all’art. 21, ma come ogni libertà ha i suoi costi. L’ha detto il Presidente del Consiglio Bersani e l’ha confermato l’ex Presidente della Repubblica Napolitano. Perché non crederci?
L’attuale Capo dello Stato Romano Prodi ha anche detto qualcosa a riguardo, ma nessuno l’ha capito. E’ stato chiesto a Sircana di fare la traduzione, ma questi, impegnato per strada, nelle periferie, sta ancora consultando il Bignami, ma non trova niente di simile.
I cittadini così non sono più liberi di esprimersi, sono costretti a subire, sono privati dei loro diritti, vessati dallo Stato con imposte e gabelle e sono alla mercé di una classe dirigente burocratico-politica che stabilisce tutto per loro. Stabilisce che cosa mangiare, che film vedere, che giornale leggere, quali canali tv sono da considerare corretti, se andare in vacanza e dove, persino quali opinioni si possano esprimere. Hanno persino chiesto ad un pool di scienziati di studiare per la realizzazione della macchina del pensiero. In Italia si precorre il futuro e si coltiva la ricerca scientifica.
Lo Stato stabilisce anche quali aziende devono produrre e quali no, chi può andare in pensione mentre è ancora in vita e chi, invece, per non incidere sulla spesa è meglio che ci lasci prima le penne.
Gli abitanti vivono intimiditi dai poteri, sono spiati, con i telefoni sotto controllo. La legge sulle intercettazioni è passata in Parlamento. Hanno stabilito, come suggerito da Fini, che sia nella discrezione del giudice intercettare chi vogliono, senza dar conto a nessuno. 
“L’autonomia dei magistrati è una cosa seria. O c’è o non c’è e se c’è deve essere rispettata.” E’ un pensiero profondo. Non è mio. L’ha espresso il nuovo ministro della Giustizia, con interim agli Interni, Antonio Di Pietro. 
Grillo è in galera da tempo, come Sallusti (gli hanno prorogato di 48 mesi il soggiorno in galera, come se fosse un mutuo) e Ferrara. Feltri è in clinica psichiatrica dopo che gli è venuto lo schiribizzo di capire dove sono finiti i duemila miliardi di debito dello Stato.
Da qualche tempo si è istituito per legge anche il conta scopate. E’ un “cip” inserito nei genitali per conteggiare la frequenza dell’attività sessuale dei cittadini. Questa è la versione ufficiale delle motivazioni del Governo. In privato, però, circolano sussurri non si sa quanto fantasiosi. Le voci sostengono che serva alla tracciabilità delle scopate, come avviene per il denaro che è stato abolito e sostituito con le carte di credito ed il pago bancomat. Passera e gli amici banchieri gongolano. Tanto per loro si è istituito un nuovo Corpo dello Stato. Il Corpo Finanziario. Hanno l’immunità: possono scopare e trafficare alla grande.
Di certo sono diminuite di molto le corna, per paura di essere tracciati e perché senza denaro a nero è diventato difficile mantenere le amanti.
In seria difficoltà sono le donne che devono prestare attenzione a mantenersi distanti dalle residenze dell’ex Premier Berlusconi. Tutte quelle, infatti, che capitano nel suo raggio di azione sono fermate e interrogate perché si ha il sospetto che Berlusconi si sia procurato all’estero un congegno per falsificare la conta. E’ lo stesso che hanno utilizzato gli amici di Prodi nel 2006 per ribaltare i risultati elettorali che li vedevano perdenti, ma che poi hanno vinto per 24 mila voti.
Si sta organizzando un comitato femminile di protesta “Se non la do ora non la darò mai più” capeggiata da Nicole Minetti. Ci sono già alcuni arresti fra le attiviste più combattive, mentre l’eroina Nicole si è data alla clandestinità. La polizia sta fermando, per l’identificazione, tutte le donne con le tette fuori misura. Figurarsi che la polizia è così pignola e le maglie così strette che hanno fermato anche la rosibindi. 
In questi giorni, il Parlamento, dopo la recente sentenza della Consulta, che ha giudicato la legge conta scopate lesiva della libertà sessuale dei praticanti il “sesso corretto”, su proposta del deputato Vendola, ne sta discutendo la modifica. La nuova formulazione escluderebbe (si usa il condizionale perché nel testo è comparsa, per caso, una postilla per tener fuori dal controllo anche la pedofilia ed è in alto mare) dall’obbligo della conta tutto il mondo alternativo, cioè quello definito sessualmente corretto, come stabilito dalla recente riformulazione degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione Italiana. L’obbligo previsto dalla legge, infatti, è stato ritenuto lesivo della libertà privata, art. 13 della Costituzione, e in conflitto con la legge Concia-Vendola-Grillini sull’omofobia. 
In Italia è cambiato tutto. Dicono che è in atto la rivoluzione liberale, per liberare l’Italia da chi si mette di traverso e dà fastidio.
Come tutte le rivoluzioni, il processo è lungo e la strada è piena di insidie e di ostacoli. Qualche problema lo sta creando Giuliano Ferrara. La cella assegnata gli sta stretta ed ha problemi ad entrare nel vano adibito a bagno. Non ci passa e non si trova un vasino alternativo.
I funzionari pubblici italiani, però, rappresentano l’eccellenza del Paese. Il direttore del carcere ha già trovato la soluzione: Ferrara dovrà mettersi a dieta.
Il problema è tutto qui! Come abbiamo fatto a non capirlo da subito?
Vito Schepisi

24 luglio 2012

L'Italia va a gambe all'aria

Per mandare a gambe all’aria l’Italia, stiamo anche pagando chi ci prova. 
Avevamo già Fini, Casini e Bersani per fare il lavoro sporco, presi come sono dagli intrighi e dalle vendette, e avevamo anche Di Pietro e Vendola, il meglio della sciocchezza fatta sistema tra vera ignoranza e finta poesia. 
Tra i sicari della Nazione questi signori, principi dell’avventura politica, avevano già acquisito un buon punteggio. Dove, fino ad ora, hanno messo mano e bocca, hanno già prodotto il loro buon quoziente di guai. Rappresentano già, ciascuno per proprio conto, la parte più ambigua, e spesso più mortificante, della politica intesa come mestiere. 
Transfughi, voltagabbana, deliranti, imbonitori, moralisti, forcaioli, ambiziosi, intolleranti, ambigui, velleitari, ignoranti, trasformisti e poeti. 
Mancavano solo i navigatori, se avessero cooptato il comandante della Costa Concordia, drammaticamente naufragata in piena area radical-chic, sulle coste dell’isola del Giglio, sarebbero stati al gran completo. 
Il Presidente Napolitano non si fidava di questi signori neanche come titolari dell’impresa di demolizioni “sfasciamo l’Italia”? 
Temeva che lasciandoli fare avrebbero fatto fallire anche questa impresa? 
O temeva che avrebbero sparso per il Paese tutti i residui dello sfascio e tutto il pattume prodotto, infastidendo le delicate narici dei “politicamente corretti”? 
Per il Presidente Napolitano, forse, Monti ha più stile europeo e appare più cinico e freddo?
Una spiegazione deve esserci se il Presidente della Repubblica, già erede di un’ideologia politica e di un partito falliti, senza rivolgersi direttamente alla manovalanza già a sua disposizione, ha scelto il bocconiano per affossare l’Italia. 
O forse ancora temeva che anche i demolitori di lungo corso sarebbero subito entrati a loro volta in conflitto con la casta giudiziaria, a lungo ed irresponsabilmente coltivata? 
Chi tira le fila, oramai, non si accontenta più di scegliere chi può e chi non può governare in Italia. Dopo aver mandato in avanscoperta i primi emissari, e dopo aver percepito l’indifferenza del popolo alla dittatura giudiziaria, finanziaria, monetaria, lobbistica, affaristica, la casta vorrebbe scendere in campo con le sue truppe e gestire in proprio anche la funzione esecutiva e trasformare il Parlamento in un luogo di uomini timorosi, ricattati e ridotti a maschere ubbidienti dell’ipocrisia democratica. 
Per mandare a gambe all’aria l’Italia ci siamo rivolti a chi aveva già occupato lo spazio delle banche, della finanza e della burocrazia. L’aveva già occupato per traghettare il Paese nella confusione più totale, discostandolo da tutti i principi più logici dell’impresa, del mercato, dei diritti, delle libertà, dei doveri, delle garanzie e della stessa democrazia. 
L’Italia è l’unico paese europeo in cui il metodo consolidato dell’equilibrio tra i diversi interessi economici e sociali non esiste: tutto è sbilanciato. Ed è l’unico Paese europeo in cui la volontà del popolo non conta un cavolo. Non ha mai contato un beneamato cavolo di niente. Il palazzo ha sempre fatto e disfatto a suo piacimento. Ed è per questo che siamo nei guai! 
E’ anche l’unico Paese nel mondo occidentale in cui la funzione esecutiva può essere condizionata da quella legislativa e giudiziaria, oltre che da tutti i poteri istituzionali. 
Vincere le elezioni in Italia non serve a niente, se non si hanno dalla propria parte i magistrati ed i vertici istituzionali, e se non si ha nessuno strumento perché il rapporto parlamento-elettori sia corretto. Basterebbe, ad esempio, solo la sfiducia costruttiva, come in Germania, per evitare che il Parlamento si trasformi, come invece accade troppo spesso, in un “mercato delle vacche”. 
L’interprete principale di questo intrigo ci lascia una disgustosa impressione. Ma anche ciò che è successo rilascia agli italiani un cattivo insegnamento, come l’idea che contino più la violenza (che non è soltanto quella fisica), la vendetta, l’intrigo, la viltà e l’inganno, che non la democrazia ed il rispetto del popolo e delle espressioni della loro volontà. 
Per mandare a gambe all’area l’Italia stiamo anche pagando con l’incarico oneroso più anacronistico, quello di senatore a vita in un Parlamento forte già di un migliaio di deputati e senatori. 
Anche questo è un sintomo di una vita pubblica vissuta al di sopra delle nostre possibilità.
Vito Schepisi 

13 luglio 2011

Dopo la tempesta si fa il conto dei danni

Se si semina vento, si raccoglie tempesta. E’ il detto popolare che trae linfa dalle mille e mille esperienze fatte in tutti i lati del mondo, ma è anche la sintesi della scellerata diatriba tra maggioranza e opposizione in Italia. Sopra ogni cosa, infatti, ci sono sempre gli interessi nazionali. In Italia dovremmo occuparci un po’ di più della nostra immagine complessiva, invece non lo facciamo.
L’interesse nazionale riguarda tutti: ricchi e poveri, potenti e deboli, risparmiatori e sperperatori, politici e apolitici, lavoratori e disoccupati. Se il Paese retrocede, pagano tutti. E’ possibile che dal saldo del conto da pagare si salvino solo i furbi e i disonesti. Non è il caso, però, di render loro soddisfazione e di preoccuparsi per loro, tanto più che alcuni hanno la residenza fuori dai confini nazionali. Giorno dopo giorno, invece, usando anche metodi rozzi, c’è chi, per ragioni di furbizia politica, si è preoccupato di menare discredito sull’Italia, pensando di influenzare così il consenso popolare. E’ stato un metodo insulso per trasferire il confronto politico italiano in ambito europeo, per poterne poi trarre un giudizio di merito negativo da utilizzare in ambito interno. Una carognata, insomma! Un metodo che ha solo finito per mettere in cattiva luce il nostro Paese.
La forza devastatrice di un’opposizione pregiudiziale si è manifestata anche quando il governo si prodigava per intervenire a sostegno delle emergenze che sorgevano. Puntare al disastro del Paese non è soltanto folle, ma anche indegno, soprattutto quando ci si preoccupava di non far mancare il sostegno a chi perdeva il lavoro, e quando si raschiava sul fondo del barile per trovare le risorse necessarie ad assicurare un minimo di sostegno ai più sfortunati. Sull’altro piatto della bilancia c’erano il controllo della spesa e gli occhi del mondo, soprattutto di chi era pronto a cavalcare la speculazione.
Non è sembrata, così, commendevole un’opposizione, unica tra i paesi industrializzati, che si sia solo preoccupata di fornire una lente d’ingrandimento, spesso deformante, per far emergere anche i problemi che non c’erano. Certo che, nell’immediato, il metodo Prodi, quello di alzare le tasse, poteva essere il percorso più facile, ma la contropartita sarebbe stata pericolosa e poteva minare la ripresa riducendo gli investimenti, soprattutto in uno Stato con la pressione fiscale già al 43,5% del Pil, sotto solo a quella dei paesi scandinavi, senza averne però la struttura sociale e i servizi.
Nelle difficoltà di una seria crisi recessiva sui mercati internazionali, legata a doppio filo alla fiducia dei consumatori, nessuno sconto è arrivato dall’opposizione. Diffondere il panico in certi casi può essere come camminare con il cerino acceso nel mezzo di una pozzanghera di benzina.
Dell’opposizione non si salva nessuno, neanche quelli che fanno i moderati. Niente è stato risparmiato e sono stati usati tutti i mezzi e i pretesti, persino le ridicole accuse di derive autoritarie, per far cambiar direzione a un vento che invece soffiava a favore di un governo che risolveva i problemi e che aveva il consenso degli elettori.
L’Idv di Di Pietro, ad esempio, ha comprato pagine di quotidiani stranieri per diffamare l’Italia. Sono stati “usati” giornalisti di testate europee per far partire dall’Italia corrispondenze con contenuti e giudizi sul Paese e sul Governo che sono apparsi al limite della diffamazione nazionale. La stessa Inghilterra, attonita oggi per lo scandalo delle intercettazioni, ha letto a più riprese sulla sua stampa dell’esistenza di tentativi del Governo italiano di soffocare la libertà di stampa, e solo perché il Presidente del Consiglio, sentitosi diffamato, si rivolgeva alla magistratura per tutelare la sua immagine, o perché la maggioranza chiedeva in Parlamento il rispetto dell’art 15 della Costituzione Italiana (non della legge sulla misura delle banane!) sul diritto alla riservatezza delle comunicazioni tra le persone.
Un qualsiasi osservatore neutrale potrebbe con facilità verificare lo stato dell’informazione italiana. E sarebbe sufficiente un solo giorno dell’anno, uno a caso, e fornirsi di una penna e di un foglio di carta, per annotare tutto ciò che dicono in tv e che scrivono i giornali, per capire se c’è il pluralismo e dove ci siano eccessi di faziosità e di pregiudizio.
Di fatto c’è che mentre una crisi di proporzioni catastrofiche metteva in serio pericolo le economie dei paesi più forti, l’Italia riusciva invece a tenere ferma la rotta verso l’approdo in acque più meste. Ma più cresceva la meraviglia degli osservatori internazionali per le prove di serietà e di fermezza dell’Italia, e più cresceva la rabbia dell’opposizione, rafforzatasi con il disappunto di chi mirava al peggio per succedere a Berlusconi.
Se la buona tenuta del Paese aveva indotto la speculazione internazionale a gettare lo sguardo su altri paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, per rischiare di far precipitare le cose in Italia sono arrivate: la nuova ondata d’iniziative giudiziarie; la sentenza choc Mondadori; la tenuta della manovra finanziaria; i pettegolezzi sulla permanenza al Ministero dell’Economia di Tremonti; le ipotesi fantasiose di un governo diverso.
La morale è che sono gli stessi osservatori stranieri a ritenere insostituibile questa maggioranza e a considerare ogni ipotesi diversa come una pericolosa avventura. Soffiare sul fuoco del tanto peggio è stato ancora una volta un boomerang per l’opposizione, ma anche un danno per l’Italia.
Gli analisti economico-finanziari sostengono che in pochi giorni l’Italia si sia già giocata sui mercati buona parte della prossima manovra. Di certo l’aggressione giudiziaria, le beghe politiche e la stessa fibrillazione interna alla maggioranza non hanno giovato agli interessi del Paese. Di fatto il debito pubblico ci costerà qualcosa di più dei 70 miliardi annui di interessi sui titoli di Stato.
La manovra, ora, sarà approvata in tempi rapidi, senza l’estenuante ostruzionismo e, si spera, senza lo strapparsi le vesti in Parlamento. Nelle sue pieghe, come rilevato dai sindacati, dall’opposizione e dalla stessa maggioranza, ha questioni da rivedere. Per questo, c’è stata la disponibilità al confronto per modificare ciò che poteva essere corretto, cogliendo così il suggerimento del Presidente Napolitano. Cadono anche tutte le chiacchiere sui tempi, la manovra serve a mantener fede agli impegni presi per il pareggio di bilancio nel 2014, e ogni significato tattico legato alle elezioni nel 2013 è solo un’altra idiozia.
Vito Schepisi

09 giugno 2011

Non votare è una legittima scelta

Dopo il disastro di Fukushima la partita sulla scelta per il futuro produttivo del nostro Paese è diventata non più giocabile, tanta è la condizione di disparità tra le squadre. E’ come se in una partita di calcio l’arbitro espellesse d’un colpo la metà dei giocatori di una delle due squadre e, contemporaneamente, come se, dinanzi a precipitazioni alluvionali, tali da rendere impraticabile il campo, la partita non soltanto non fosse sospesa, ma vedesse l’arbitro e i guardalinee fare il tifo per una delle due squadre incitandola ad approfittare della superiorità numerica.
Ciascuno può trovare gli aggettivi che vuole, ma la sostanza è questa. E’ una gara truccata in cui non c’è competizione. C’è solo chi è impegnato a portare a termine una partita che è già compromessa per il risultato, per poter usare il risultato contro qualcuno, ovvero per sfruttarlo come un successo politico. E poco importa se sia usato anche contro il Paese e le future generazioni.
Il referendum in Italia è abrogativo. L’art. 75 della Costituzione prevede che sia usato per abrogare una legge. Ma la legge da abrogare non esiste più. E’ stata già abrogata e sostituita con un richiamo alla riflessione su tutte le possibili fonti di energia da utilizzare per il futuro. Per interpretazione della Cassazione ora si vuole abrogare anche la riflessione. Siamo ad un passo in cui ci sarà qualcuno che chiederà di abrogare persino il pensiero.
Gli italiani si lamentano dell’opacità delle nostre leggi, ma se la trasparenza è sconvolta per inseguire battaglie politiche, come si potrà mai far comprendere a tutti le ragioni degli impegni che si prendono? Come le motivazioni dei sacrifici, quando sono richiesti? Come il rispetto delle opinioni di chi la pensa diversamente o di chi fa altre scelte di vita? Come poter sostenere che il pluralismo sia un pilastro della democrazia? Come poter chiedere sempre e in ogni circostanza il massimo rispetto per le istituzioni e per chi le rappresenta?
E’ il caso di ricordare sommessamente anche al Presidente della Repubblica, ad esempio, che l’art.75 della Costituzione fa espresso riferimento al quorum da raggiungere per ritenere valido un referendum, tanto da lasciar supporre che sia validissima l’interpretazione di chi intende che sia una legittima scelta anche quella di non andare a votare. Sarebbe bene che oltre al Presidente Napolitano se lo ricordasse anche, benché faccia meno testo, conoscendone l’accentuato impegno politico di parte, il Presidente della Camera Fini.
L’autorevolezza del Paese e quella delle sue Istituzioni sono da salvaguardare, ma le perplessità, quando ci sono, non si possono sottacere. E’ legittimo, sempre con il dovuto rispetto dei ruoli, anche il richiamo a un’interpretazione diversa di autorevolezza e terzietà. C’è, infatti, chi in Italia resta perplesso e sgomento quando Istituzioni e funzioni dello Stato invadono altri campi e si schierano da una parte, come in tante circostanze è capitato di dover osservare.
Anche il non andare a votare è pertanto una scelta, e c’è chi intende farla propria dinanzi ai contorcimenti, agli imbrogli, alle mercificazioni, e all’uso improprio e furbesco di un istituto della democrazia. Il non voto può e deve risultare come una legittima protesta contro l’utilizzo delle istituzioni a guisa di ulteriore strumento di turbamento politico.
Dopo il disastro di Fukushima, Il Presidente degli USA Barack Obama, osannato in Italia come l’interprete più verace e pragmatico della più grande democrazia del mondo, ha detto: “nonostante ci sia bisogno di maggiore controllo, il nucleare fa parte del nostro futuro energetico”. In Italia, invece, non si può neanche riflettere, anzi giocando sulla paura, sull’onda dell’emozione dell’evento giapponese e, nonostante la volontà del governo di approfondire le questioni della sicurezza assieme ai partner europei, c’è un referendum che si è voluto far svolgere a tutti i costi, anche forzando l’interpretazione ed applicandolo alla legge che abrogava di già la legge su cui era stato richiesto.
L’iniziativa è stata di Di Pietro, abile manovratore delle sensazioni e degli effetti, benché politico mediocre e, per mancanza d’idee e di lungimiranza intellettuale, incapace di proporre un qualsiasi progetto politico. Una mano l’ha avuta dalla Cassazione, assieme, però, all’innesco di un nuovo corto circuito di legittimità. La cassazione, infatti, ha modificato il quesito del referendum, ma 3,2 milioni di cittadini italiani residenti all’estero hanno già votato, o non votato, con il vecchio quesito. Una matassa che sarà difficile sciogliere senza provocare nuove tensioni e polemiche.
Nel merito, però, è un’iniziativa che rischia di chiudere le porte del futuro. Senza energia non c’è produzione. Senza energia non ci sarà lavoro. L’Italia è tra i paesi più industrializzati del mondo e nessuno può pensare che potrà continuare a esserlo senza poter disporre di adeguati mezzi energetici. Il nostro Paese, attualmente, compra energia a caro prezzo: il petrolio ed il gas dai paesi arabi e dalla Russia e l’elettricità dalla Francia e dalla Germania. Queste ultime vendono all’Italia l’energia prodotta dalle centrali nucleari a ridosso dei nostri confini. L’energia di cui disponiamo la ricaviamo da impianti idroelettrici (il cui sviluppo è saturo), dagli impianti a carbone (altamente inquinanti), pochissimo dalle biomasse (la differenziata al sud è quasi inesistente) e poi dalle rinnovabili (vento e sole) in sviluppo (per quantità l’Italia è la seconda in Europa dopo la Germania), ma costose e di grosso impatto ambientale.
La domanda sorge spontanea: per quanti anni ancora l’Italia manterrà concorrenziale la sua industria? E dopo? Dopo faremo come gli albanesi e i nord africani … sui barconi in cerca di fortuna.
Vito Schepisi

17 maggio 2011

Il Centrodestra recuperi la sua unità

Un clima così surriscaldato per una tornata amministrativa non si era mai visto.
Non si capisce perché in questa circostanza si è voluto calcare la mano, caricando di eccessiva valenza politica il rinnovo di amministrazioni locali. E’ vero che in questo turno amministrativo erano impegnate quattro tra le città più rilevanti per densità di popolazione e per rilievo politico e sociale, ma si trattava pur sempre di rinnovo di amministrazioni locali.
C’è da pensare che molto sia dovuto alle novità attinenti alla nascita e agli spostamenti di forze politiche. La valutazione dell’incidenza di alcuni soggetti politici e le nuove collocazioni hanno alimentato, infatti, un più ampio interesse.
E’ stato lasciato spazio ad un tiro incrociato in un’area, quella di centrodestra, che, al netto di una sorta di guerra civile tra responsabili di partito e militanti, si rivela abbastanza comune. E’ stato così solo un buon gioco per i cecchini di entrambe le parti. E’ stato, inoltre, un errore caricare questa competizione di eccessiva tensione, elevandola al rango di test politico o addirittura di referendum sulla maggioranza e sull’azione di governo. A essere coinvolto, in definitiva, è stato pur sempre un campione parziale di elettorato, e i risultati emersi appaiono così differenti nelle diverse realtà e così ampiamente influenzati dalle questioni locali.
Soffermarsi, pertanto, sulla tenuta o meno delle formazioni minori, in particolare su quelle che hanno modificato i loro atteggiamenti, a volte alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, o presentandosi da soli, con lo scopo di far emergere il loro peso politico, è politicamente più importante che non farlo sulla conferma, o meno, di un sindaco PD a Torino e Bologna, o di un risultato sorprendente di Pisapia a Milano. Atteso che per sorprendere davvero il candidato di Vendola dovrà confermare il suo risultato al ballottaggio.
Si assiste invece all’esultanza trionfalistica del PD che, abituato a cantar vittoria anche quando perde, non può, a maggior ragione, non farlo quando il centrodestra non sfonda. Il PD che si appropria dei risultati della sinistra tutta e che cancella, al contrario, le sue sconfitte, come il risultato di Napoli dove subisce un doppio tracollo: uno di voti e l’altro con il suo candidato nettamente superato dall’ex PM De Magistris, candidato dall’Idv di Di Pietro.
Il PD, e questo è un fatto politico di assoluto rilievo, non riesce più ad imporsi non solo nelle primarie di coalizione, ma neanche alla prova del voto, nel confronto con la sinistra più estrema. Di fatto c’è che nella rossa Bologna, il candidato del Partito Democratico riesce a vincere a stento al primo turno contro il giovanissimo e sconosciuto candidato della Lega. E nel resto d’Italia molte amministrazioni già governate dalla sinistra hanno cambiato colore. Di concreto e rilevante, pertanto, per il partito di Bersani, ma con un candidato non suo, c’è solo il risultato di Milano, su cui il centrodestra qualche riflessione, da subito, dovrà pur farla.
Detto del PD e del Pdl che, per lo più, tra alterne vicende, tengono, ma non convincono, è più interessante soffermarsi su quelle formazioni che nelle precedenti competizioni amministrative facevano parte integrante della coalizione di centrodestra, come l’UDC di Casini, o che, come per il Fli, nascono dalla scissione dal Pdl di una frangia che fa riferimento al Presidente della Camera. E’ importante osservare se e come queste forze minori abbiano impedito il successo delle aree politiche di riferimento e se abbiano, addirittura, favorito le altre aree di aggregazione politica. E’ importante, inoltre, capire se Fini abbia fatto emergere un suo ruolo propulsivo, e tale da essere determinante, e se abbia riscosso un consenso elettorale sufficiente a cambiare gli scenari, ovvero se l’alleanza con Casini e Rutelli abbia riscosso un tale gradimento da riuscire a proporsi come alternativa per una nuova coalizione moderata o di centrodestra.
Non sembra, però, che tutto questo sia emerso in alcuna realtà, né al sud, né al nord e ancor meno al centro. Il ruolo del Fli è apparso dappertutto marginale, se non subalterno all’Udc di Casini. L’elettorato, in genere, non premia le frantumazioni mentre, invece, privilegia le convergenze omogenee, tanto più se queste si identificano con aree di efficace proposta politica e se c’è coesione nelle indicazioni dell’azione di governo e dell’amministrazione locale.
Non si può dire, pertanto, che Il terzo polo abbia raccolto i frutti della protesta che in questa tornata si è riversata sul centrodestra. Il movimentismo di Fini e Casini, in particolare, appare più come causa scatenante del disappunto dell’elettorato moderato che foriero di un travaso di consensi: più capace di far fallire un progetto politico che di proporne uno alternativo.
Anche alla Lega Nord non hanno giovato le recenti intemperanze all’interno della maggioranza. Il partito di Bossi è più credibile nella difesa delle prerogative dei territori del Nord d’Italia che non nelle bislacche forzature sulla politica estera. Non sono stati, infatti, convincenti i suoi ripiegamenti sulla questione libica, come non lo erano in politica estera le fughe in avanti rispetto alla linea tradizionale dell’Italia, interpretata dal Presidente del Consiglio con il consenso attivo del Presidente della Repubblica.
Ora tra due settimane i ballottaggi, e nel centrodestra è arrivato il momento di riporre le armi per consentire che l’area moderata ritrovi le motivazioni della sua unità.
Vito Schepisi

13 dicembre 2010

Pierfurby e Gianfrego

Può sembrare difficile comprendere la politica in Italia, ma non è così. E’ più facile di quanto si creda. E’ sufficiente utilizzare alcune chiavi di lettura e tutto diventa più chiaro.

Nessun politico, o quasi, se dovesse scegliere tra il bene comune e ciò che più gli torna utile, sceglierebbe il bene comune, e quando mostra d’avere interesse per il Paese, fatte salve rare eccezioni, finge. La politica, per la stragrande maggioranza del suo personale attivo, parte da un moto di passione e poi diventa mestiere. Il politico ritiene, inoltre, il suo lavoro impegnativo e pretende di ricavarne sia il reddito familiare, presente e futuro, che gli strumenti di manovra e di gestione per sistemare almeno due generazioni a seguire.

L’indignazione, naturalmente falsa, fa parte del mestiere politico. Non ce n’è uno che sia veramente capace d’indignarsi e, quando finge di farlo, si prendano ad esempio la Bindi o Franceschini, appare incredibile e ridicolo. Se poi sale anche sui tetti, com’è capitato a Bersani, a Vendola e a Di Pietro, diventa anche patetico.

In Parlamento e nei Palazzi si usa un vocabolario del tutto diverso da quello usato dagli altri comuni mortali. Senza rifarsi alle “convergenze parallele”, storica espressione usata da Moro per spiegare la politica del compromesso e del consociativismo, per fermarci al presente, si possono citare espressioni quali “crisi pilotata” o “governo di salute pubblica”, quest’ultima recentemente evocata, e con diversi accenti, tra i quali quello accorato, da Pierferdinando Casini, ribattezzato Pierfurby, stranamente in coppia con Gianfrego, Gianfranco Fini, nell’interpretazione dello sceneggiato a puntate che ci ricorda la storia dei “ladri di Pisa”.

Chi, però, per governo di salute pubblica, pensasse a qualche emergenza sanitaria, ad esempio nelle regioni meridionali, o nella Puglia di Vendola, cadrebbe in un grossolano errore. Il “governo di salute pubblica”, è stato proposto da Casini, a breve distanza di tempo da un altro suo richiamo, di tenore ancora più greve, per un fronte di liberazione nazionale, per liberarsi di Berlusconi che gode invece della fiducia degli italiani.

Il Cln aveva unito nel settembre del 1943 le forze democratiche e quelle comuniste per battersi contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Il nuovo Comitato, nell’interpretazione del leader Udc, avrebbe dovuto unire, oltre al suo partito, personaggi come Vendola, Diliberto e Di Pietro, ed insieme a Fini, comprendendo Bersani, Franceschini e la Bindi, senza tralasciare Rutelli, doveva liberare l’Italia nientemeno che da Berlusconi. Come se gli elettori, che avevano votato centrodestra, alle ultime elezioni politiche, fossero stati cooptati in un esercito di golpisti. Come se, invece che con le schede elettorali, avessero chiesto di cambiare politica, estromettendo con la forza la sinistra dal governo del Paese. Come se depositando solo due anni prima nelle urne le schede con la croce sul nome di Berlusconi, avessero puntato le armi e sparato contro una sinistra che, da sempre, si auto proclama irreversibile e che, quando è al governo, mette in ginocchio il Paese mentre, quando non è al governo, pretende di fare lo stesso.

L’assordante rumore di Fini e Casini va interpretato con la volontà di cambiare la legge elettorale. E se solo si pensasse alla recente celebrazione di un referendum, sostenuto con forza da Fini, che avrebbe reso ancora più maggioritario e bipolare il sistema, l’ipocrisia apparirebbe così spessa da pensare di poterla affettare.

La convinzione che Berlusconi non sia elettoralmente battibile, se non con un’ammucchiata, fa saltare i nervi e la ragione a più d’uno. Un’alleanza eterogenea non sarebbe poi in grado di esprimere un governo invece omogeneo. Per evitare l’imbarazzo dell’ammucchiata c’è chi vorrebbe tornare al passato. Sotto mira c’è il premio di maggioranza e c’è chi, come il finiano D’Urso, vorrebbe innalzarne la soglia per renderlo irraggiungibile. Senza premio di maggioranza, i piccoli partiti, col loro pacchetto di voti, come in una Spa, diverrebbero indispensabili per far sopravvivere una maggioranza o per condizionare, e a volte ricattare, una parte o l’altra, e conterebbero più degli elettori nello stabilire, in loro vece, programmi e alleanze. Appare chiaro che, in questo modo, i partiti più sono piccoli e inutili, e più conterebbero. Con questa chiave di lettura si comprendono gli affanni di Fini e Casini ed anche il modo sornione di Bersani di supportarli.

Il ritorno alla partitocrazia diventa una lotta per la sopravvivenza del sistema dei partiti e degli abusi della politica. E’ anche il colpo di coda delle caste per difendere il potere di controllo sulla vita civile e sulle scelte del Paese. La burocrazia tornerebbe a controllare e gestire gli affari e gli appalti, i magistrati a fare i comodi loro e i cittadini a pagare in silenzio. Il tentativo di rivoluzione liberale tornerebbe a dover ripartire da zero.

Se passasse, invece, l’idea di Berlusconi sui partiti snelli, come negli USA, senza grossi apparati burocratici, con un rapporto più diretto col popolo in cui, ad esempio, due partiti, entrambi democratici, uno di orientamento conservatore e l’altro progressista, si fronteggiassero nelle campagne elettorali e poi si confrontassero senza pregiudizi in Parlamento, unendosi persino nelle grandi emergenze e nell’interesse del Paese, molti mestatori e politicanti di professione dovrebbero trovarsi un’occupazione e lavorare. E questo per alcuni, o per molti, è una pesante preoccupazione: un vero terrore.

Pierfurby e Gianfrego, senza voti ma lavoratori incompresi, pensano così ... di imbrigliare il Paese.
Vito Schepisi

23 novembre 2010

Il cerino acceso tra le dita

C’è un odore fastidioso di prima repubblica tra gli interpreti di questo scorcio autunnale di legislatura. Il gioco del cerino acceso tra le dita, nell’attesa che sia il proprio avversario a bruciarsele non ci persuade. Il braccio di ferro tra Fini e Berlusconi non giova all’interesse del Paese. E non occupa i pensieri della gente. Anche la retorica un po’ stantia del primo della classe, con cui si esercitano Bersani e Casini, non ci emoziona più di tanto, e le loro reiterate diffide non ci convincono e non sono tali da toglierci il sonno notturno. C’é un’abitudine ai richiami di “al lupo, al lupo” che esula dal rapporto corretto tra maggioranza e opposizione. E alcuni personaggi, superando la soglia del credibile, sono diventati quasi incredibili.

Contenti loro! La sinistra resterà sempre minoranza, se non avvertirà quanto sia improduttiva l’ipocrisia di non saper esprimere una proposta di governo alternativa a Berlusconi. Tertium non datur. La democrazia funziona solo così, diversamente è autoritarismo reazionario. Se la sinistra non sarà capace di opporre un vero progetto politico, e se per proporsi non avrà l’umiltà di confrontarsi con il Paese, raccogliendone i sentimenti, e se non avrà altrettanta umiltà di porsi in competizione democratica con l’unico centrodestra possibile, che è poi quello indicato dalle urne, e se continuerà solo ad applaudire chi semina confusione nel campo avverso, a prescindere dalle motivazioni e dalla coerenza, continuerà solo a ripetere ciò che sosteneva Gino Bartali quando commentava il Giro: “ è tutto da rifare”. Finché nessuno presterà loro attenzione.

La politica aggressiva non entusiasma gli elettori. La politica delle contraddizioni, dei doppi forni, delle furbizie, dei condizionamenti e dei ricatti non paga in termini di consensi. L’elettorato moderato, quello corteggiato da tutti perché asse centrale di ogni possibile maggioranza politica, è composto di cittadini molto più semplici di quanto si pensi. L’elettore moderato, senza perdersi tra i massimi sistemi, fa le sue scelte sulle questioni che contano, e con saggezza pone solo una serie di pregiudiziali sulla pacatezza, sulla volontà, sulla capacità e sull’attendibilità di partiti e leader.

Il Pd, ad esempio, dovrebbe ormai già sapere che la politica del tanto peggio non trova più eccessivi consensi. Sono finiti i tempi del Pci e del cieco collante ideologico. E non desta neanche particolare interesse la sfida lanciata dai comprimari. Cosa si vuole, infatti, che possa interessare al Paese di coloro che si sbracciano in Parlamento, in tv, sulle piazze o sui giornali, dicendo tutto e il proprio contrario per tirare a campare o per non dover apparire superflui? Cosa si vuole che possano contare per i grandi numeri del pluralismo democratico i fautori della nuova partitocrazia come Fini, Di Pietro, Rutelli o Casini?

I toni apocalittici e le formule astruse, allo stesso modo dei suggerimenti interessati o di quei proclami che avrebbero la pretesa di modificare le maggioranze scaturite dalle scelte degli elettori hanno stufato. Se Casini, ad esempio, ritiene di doversi differenziare dalla politica demolitrice dell’opposizione, per ritrovare le ragioni della sua collocazione naturale nell’area moderata del Paese, faccia la sua scelta una volta per tutti. Basta con le sceneggiate! Al contrario, se ne stia all’opposizione e a tramare per un improponibile governo tecnico con Bersani, Di Pietro e Fini, sempre se il Presidente della Repubblica vorrà prestarsi all’edizione numero due del ribaltone. Una terza via non esiste. L’Italia del ventunesimo secolo, dei tempi della globalizzazione e delle grandi sfide sociali non si può più permettere la confusione della partitocrazia. Anche il “futuro” di Fini è già “passato”.

Il sistema rappresentativo dello Stato, purtroppo, alimenta la confusione e incoraggia il protagonismo degli avventurieri. Occorrerebbe metter mano alla parte seconda della Costituzione e riformare l’Ordinamento della Repubblica. Occorrerebbe consolidare la scelta bipolare e affidare, finalmente, il diritto di scelta al popolo, garantendogli quella sovranità richiamata all’art. 1 della Costituzione. Se le scelte non potranno essere modificate se non solo dagli stessi elettori, nessuno si sognerà mai di truccare le carte.

Vito Schepisi