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14 febbraio 2013

L'Italia che ci aspetta



L’Italia è diventata una casa circondariale a cielo aperto.
Più precisamente in Italia si ha la sensazione di stare in un luogo a metà strada tra un carcere ed una discarica pubblica.
Nella casa circondariale con le sbarre virtuali vivono a piede libero i cittadini con i loro problemi quotidiani che non interessano a nessuno.
C’è persino il timore di parlarne per evitare la possibile accusa di disfattismo che, come nel ventennio, di fatto è diventato reato.
Oggi sono finiti i colpi di testa, le grillate, le manifestazioni di piazza, i cortei.
Non ci vuole più di tanto per trovarsi nei guai. La libertà di parola è garantita dalla Costituzione, all’art. 21, ma “come ogni libertà ha i suoi costi”. L’ha detto il Presidente del Consiglio Bersani e l’ha confermato l’ex Presidente della Repubblica Napolitano: “bisogna parlare, ed in modo rispettoso, solo se invitati”.
Persino il nuovo Capo dello Stato, Romano Prodi, ha detto qualcosa a riguardo, ma nessuno l’ha capito. E non è servito il ricorso a Sircana per la traduzione, questi è impegnato in misteriose ricerche per strada, nelle periferie di Roma. Sollecitato dalla stampa, ha interrotto per un attimo le sue ricerche per consultare il Bignami del buon presidente, ma non ci ha trovato niente di simile.
Per timore di rappresaglie i cittadini non si sentono più liberi di esprimersi e sono costretti a subire; si sentono privati dei loro diritti, vessati dallo Stato con l’imposizione d’imposte e gabelle e sono alla mercé di una classe dirigente burocratico-politica che stabilisce tutto per loro.
Ogni giorno passano sulle tv pubbliche (quelle private sono state abolite col dpr sul riordino delle frequenze) i consigli sugli acquisti. Sono diversi da prima, ora sono disposizioni perentorie su cosa mangiare, su che film vedere, su che giornale leggere, su quali contenuti televisivi orientarsi, sugli atteggiamenti considerati corretti, se andare in vacanza e dove, sulla formazione dei figli. Da qualche giorno, suggeriscono anche quali opinioni si possano esprimere liberamente.
Si sente dire in giro, ma non ci sono conferme ufficiali, che sia stato messo insieme un pool di scienziati per fare ricerche sulla lettura del pensiero con lo scopo di realizzazione un congegno capace di leggere ciò che pensiamo.
Sono molto preoccupato sapeste quanti cattivi pensieri che ho!
In Italia, è così che si precorre il futuro e si coltiva la ricerca scientifica.
Lo Stato stabilisce anche quali aziende devono produrre e quali no, decide chi può andare in pensione, mentre è ancora in vita, e chi no. Per non incidere sulla spesa, la consulente del ministero del Welfare, Elsa Fornero, in uno studio elaborato con il senatore a vita Monti, ha redatto una nuova proposta di riforma delle pensioni.
La proposta si apre con la seguente premessa: “Sarebbe auspicabile che i lavoratori italiani andassero in pensione come atto conclusivo della propria esistenza”. Dai sindacati un silenzio tombale.
Un Paese regolato, insomma, senza che niente sia lasciato al caso. Uno Stato che ci fa nascere e ci fa morire quando vuole. Il costo della sanità, infatti, non è economicamente sostenibile, e le cure mediche sono riservate solo a chi è utile.
Chissà perché utili sono sempre loro!?
Gli abitanti vivono intimiditi dai poteri, sono spiati, con i telefoni sotto controllo, ma ci stanno facendo l’abitudine. Il tecnico bocconiano Mario Monti, braccio destro di Bersani, sostiene che sia “meglio vivere cento giorni da pecora anziché solo uno per non viverne più”. L’aforisma non è suo, glielo ha suggerito Angela Merkel. Si lei la Kulona!
Sul decreto sulle intercettazioni è stata posta la fiducia ed è legge dello Stato già in vigore da tempo. Stabilisce, come suggerito da Fini, che sia nella discrezione del giudice intercettare chi vuole, senza dar conto a nessuno.
Subito dopo la pubblicazione del Decreto sulla G.U., con un tempismo senza precedenti, tutti i telefoni in uso al Cavalier Berlusconi ed alle persone a lui vicine, contemporaneamente per iniziativa di tutte le procure d’Italia, sono stati messi sotto controllo.
Ora capita che anche gli intercettatori s’intercettino tra loro.
“Sulla legalità - ha sostenuto l’ex PM Ingroia - non si può pensare a risparmi, e due orecchie ascoltano meglio di uno”.
“L’autonomia dei magistrati è una cosa seria. O c’è o non c’è, e se c’è deve essere rispettata”. Anche questo è un pensiero profondo. Non è mio. L’ha espresso il nuovo ministro della Giustizia, con l’interim agli Interni, Antonio Di Pietro.
C’è chi dice che in Italia sia stato instaurato uno stato di polizia. Grillo è in galera da tempo, come è in galera Sallusti (gli hanno prorogato di 48 mesi il soggiorno in galera, come se fosse l’ammortamento di un mutuo) e come lo è, in carcere, anche Giulianone Ferrara.
Feltri è in clinica psichiatrica, invece, dopo che gli è venuto lo schiribizzo di capire dove sono finiti i duemila miliardi di debito dello Stato. Belpietro è emigrato. Di lui non si hanno più notizie. C’è un mandato di cattura internazionale spiccato contro di lui: è accusato d’istigazione alla disobbedienza civile.
Travaglio dirige il carcere di Regina Coeli a Roma. Santoro, tornato alla Rai, è stato inviato in Uruguay per un’inchiesta sui Tupamaros.
Oscar Giannino, invece, vestito da giullare, assieme ai suoi tre gatti, intrattiene, e l’aiuta a fare i compiti, il bimbo adottato da Vendola assieme al consorte, (o alla consorte?). Moglie? Marito? … diamine, questa nuova legge sui matrimoni omosessuali non l’ho ancora capita!
C’è chi mi chiede … e Pannella dov’è? L’ultima segnalazione è di qualche mese fa. Era in sciopero della fame, dinanzi a Montecitorio: protestava contro la fame in Italia. La polizia l’ha arrestato e portato a Rebibbia. Dicono che per qualche giorno dalla sua cella si siano sentite le sue grida di protesta. Poi ha scioperato anche la sua voce.

Anche l’attività sessuale è monitorata. Da qualche tempo è stato istituito per legge il conta scopate. E’ un “cip” - è scritto così nella versione ufficiale del decreto del Governo - che viene inserito nei genitali per conteggiare la frequenza dell’attività sessuale dei cittadini. Ma, come accade di solito in questo campo, la malizia fa circolare voci che non si sa quanto siano o non fantasiose.
I sussurri sostengono che serva alla tracciabilità delle scopate: per poter poi introdurre una nuova tassa, variabile a seconda se il rapporto viene consumato nell’ambito familiare o fuori.
A proposito di tracciabilità, è stato abolito il denaro ed è stato sostituito dalle carte di credito e dal pago bancomat. Monti, Bersani e i banchieri gongolano. Dall’espressione del volto e dai rumori che gli sono usciti dalla bocca, invece, non si è capito come la pensi il Capo dello Stato. Quando parla il Presidente Prodi non si capisce mai niente e Sircana, il suo portavoce, è sempre impegnato nelle periferie di Roma. Chi l’ha incontrato racconta che si ferma ripetutamente vicino a soggetti di colore con atteggiamenti e abbigliamento femminile, ma con tratti un po’ mascolini.
I vertici dello Stato con i loro “entourage” oggi in Italia godono di uno “status” diverso dai comuni mortali. Appartengono ad una classe sociale che chiamano “Politburo social finanziario”. Hanno l’immunità e possono scopare e trafficare alla grande. E Berlusconi si morde le mani.
Per la gioia di Casini si sono ricompattate molte famiglie: per timore d’essere tracciati, sono diminuite di molto le corna. Senza denaro a nero, è diventato anche difficile mantenere le amanti.
In serie difficoltà sono le donne: devono prestare attenzione a mantenersi distanti dalle residenze dell’ex Premier Berlusconi. Tutte quelle, infatti, che capitano nel suo raggio di azione sono fermate e interrogate dalla polizia perché si ha il sospetto che Berlusconi si sia procurato all’estero un congegno per falsificare il “cip” della tracciabilità e della conta delle scopate.
Sembra che funzioni allo stesso modo del congegno che hanno utilizzato gli amici di Prodi alle politiche del 2006, per ribaltare la conta dei risultati elettorali che li vedevano perdenti, e che poi hanno vinto per 24 mila voti.
Si ha voce che si stia organizzando un comitato femminile di protesta clandestino chiamato “Se non la do ora, non la darò mai più”, capeggiato da Nicole Minetti.
Ci sono già alcuni arresti fra le attiviste più combattive, mentre l’eroina Nicole si è data alla clandestinità.
La polizia sta fermando, per l’identificazione, tutte le donne con le tette fuori misura. Figurarsi che la polizia è così pignola e le maglie sono così strette che hanno fermato anche la rosibindi.
La combattiva parlamentare si è sbottonata la camicia, tra il terrore dei poliziotti, e sotto aveva ancora la maglietta con su scritto “non sono una donna a sua disposizione”.
Le hanno subito creduto! Nessuno ci teneva a fare ulteriori controlli su di lei!
In questi giorni, il Parlamento, dopo la recente sentenza della Consulta, che ha giudicato la legge conta scopate lesiva della libertà sessuale dei praticanti il “sesso progressista”, su proposta del deputato Vendola, sta discutendo la modifica della legge.
La nuova formulazione, in discussione presso la commissione per le pari opportunità della Camera, escluderebbe (si usa il condizionale perché nel testo è comparsa, per caso, una postilla per escludere dai controlli anche la pedofilia, ed è bloccata in commissione in attesa di una relazione tecnica) dall’obbligo della conta tutto il mondo alternativo, cioè quello definito sessualmente corretto, come stabilito dalla recente riformulazione degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione Italiana.
L’obbligo previsto dalla legge, infatti, era stato ritenuto lesivo della libertà privata, art. 13 della Costituzione, e in conflitto con la legge Concia-Vendola-Grillini sull’omofobia.
In Italia è cambiato tutto. Dicono che è in atto la rivoluzione “liberale”, per liberare l’Italia da chi si mette di traverso e dà fastidio.
Come per tutte le rivoluzioni, il processo è lungo e la strada è piena d’insidie e di ostacoli. Qualche problema lo sta creando, ad esempio, Giuliano Ferrara.
La cella assegnata gli sta stretta ed ha problemi ad entrare nel vano adibito a bagno. Non ci passa e non si trova un vasino alternativo di misura adeguata. Sta facendo lo sciopero della fame. E’ al quinto giorno.
I funzionari pubblici italiani, però, sono l’eccellenza del Paese. L’ha dichiarato il nuovo ministro della Funzione Pubblica Matteo Renzi, nell’annunciare che il direttore del carcere s’è rivelato geniale, trovando subito la soluzione: Ferrara dovrà mettersi a dieta.
I problemi dell’Italia erano tutti qui!
Come abbiamo fatto a non capirlo da subito?
Vito Schepisi

28 settembre 2012

Non si può fare la "guerra" politica con la giustizia



Circola la notizia che si vorrebbe far ricorso a provvedimenti straordinari, come l'indulto e l'amnistia, per salvare dal carcere Sallusti.
Sembrerebbe che sia questa l’idea del Quirinale con l’obiettivo di servirsi del caso Sallusti anche per svuotare le carceri.
Non sarei pregiudizialmente contrario all'indulto e all'amnistia. Sarebbe da evitare che la clemenza arrivi ai rei di tutti i reati contro le persone e quelli di grave pericolosità sociale.
Il provvedimento andrebbe messo a punto da uomini civili, e intendo da persone civili, perché anche Sallusti è stato dichiarato socialmente pericoloso, ed è evidente che questa è stata una cosa incivile.
Pensare, però, di giocare sulla pelle di Sallusti, per far passare questo provvedimento sarebbe inaccettabile.
Se si ha la credibilità politica ed istituzionale per fare accettare al Paese il provvedimento di amnistia e di indulto, lo si faccia.
Le motivazioni ci sono e sono anche certo che, se spiegate bene, gli italiani saprebbero comprenderle.
Se spiegate bene!
Perché agli italiani si deve spiegare lo stato comatoso della giustizia italiana.
I tribunali, infatti, sono affogati di procedimenti che finiranno inevitabilmente in prescrizione e che assorbono risorse economiche, inutilmente e senza effetti pratici.
Ci sono magistrati che si esercitano a impiantare teoremi che finiscono inevitabilmente per diventare campagne di cronaca giudiziaria di grande effetto, con palate di fango, ma privi di assoluta consistenza giuridica.
Le carceri, inoltre, contengono quasi il 50% in più di detenuti rispetto alla loro capienza.
Tra i carcerati, ancora, ci sono tantissimi in attesa di giudizio e questa è anche una barbarie.
Sallusti, però, ha il diritto di chiedere che gli sia comminata tutt’al più una sanzione amministrativa, per un presunto omesso controllo, ma solo per la parziale veridicità della notizia, non per l’opinione espressa da Deyfrus-Farina.
La condanna penale, però, deve essere cancellata, per manifesta ingiustizia e per esagerata astiosità nei suoi confronti.
Ora come si possa arrivare a rendere giustizia a Sallusti sono fatti di chi ci ha portato in queste condizioni. Se non saranno capaci di trovare la strada, si potrebbero dimettere, come tutti coloro che fanno qualcosa di irreparabile.
Pensare che una persona innocente, onesta, civile vada in galera nell’indifferenza e nell’irresponsabilità, sarebbe un assurdo. Non si può, invece, cancellare l'offesa alla civiltà e la discriminazione politica e intellettuale con un provvedimento di riduzione della pena o di un perdono.
Scherziamo?
Sallusti non ha commesso nessun reato, eppure un Tribunale, una Corte di Appello e la Corte di Cassazione gli hanno comminato 14 mesi di carcere da scontarsi in cella, senza condizionale e senza attenuanti.
E’ pazzesco! Non esiste! Dimissioni!!! Il CSM che ci sta a fare?
Se Sallusti finisse in cella, vorrebbe dire che questa Italia sarebbe irrecuperabile alla democrazia e alla civiltà. Sarebbe molto pericoloso che accadesse. Abbiamo già avuto il fascismo, ora non ci vogliamo svegliare in un altro regime. Perché di questo passo i margini per la democrazia non ce ne sarebbero più.
Come si potrebbe, se non ci fidassimo più della giustizia?
Su queste cose non si può giocare.
Il messaggio da trasmettere al Paese deve essere chiaro. Si deve cambiare registro. La Giustizia deve essere una cosa seria e deve funzionare con serietà e rigore, ma civilmente
Non si può fare la "guerra" politica con la Giustizia.
Vito Schepisi
 

27 settembre 2012

Una casa circondariale a cielo aperto



L’Italia si sta trasformando in una casa circondariale a cielo aperto. E’ una via di mezzo tra il carcere e una discarica pubblica.
Nella casa circondariale con le sbarre virtuali, tutt’attorno, vivono a piede libero i cittadini con i loro problemi quotidiani che non interessano a nessuno. Alcuni hanno timore persino a parlarne. Aleggia, infatti, la possibile accusa di disfattismo.
Oggi sono finiti i colpi di testa, le manifestazioni, i cortei. Non ci vuole più di tanto per trovarsi nei guai. La libertà di parola è garantita dalla Costituzione, all’art. 21, ma come ogni libertà ha i suoi costi. L’ha detto il Presidente del Consiglio Bersani e l’ha confermato l’ex Presidente della Repubblica Napolitano. Perché non crederci?
L’attuale Capo dello Stato Romano Prodi ha anche detto qualcosa a riguardo, ma nessuno l’ha capito. E’ stato chiesto a Sircana di fare la traduzione, ma questi, impegnato per strada, nelle periferie, sta ancora consultando il Bignami, ma non trova niente di simile.
I cittadini così non sono più liberi di esprimersi, sono costretti a subire, sono privati dei loro diritti, vessati dallo Stato con imposte e gabelle e sono alla mercé di una classe dirigente burocratico-politica che stabilisce tutto per loro. Stabilisce che cosa mangiare, che film vedere, che giornale leggere, quali canali tv sono da considerare corretti, se andare in vacanza e dove, persino quali opinioni si possano esprimere. Hanno persino chiesto ad un pool di scienziati di studiare per la realizzazione della macchina del pensiero. In Italia si precorre il futuro e si coltiva la ricerca scientifica.
Lo Stato stabilisce anche quali aziende devono produrre e quali no, chi può andare in pensione mentre è ancora in vita e chi, invece, per non incidere sulla spesa è meglio che ci lasci prima le penne.
Gli abitanti vivono intimiditi dai poteri, sono spiati, con i telefoni sotto controllo. La legge sulle intercettazioni è passata in Parlamento. Hanno stabilito, come suggerito da Fini, che sia nella discrezione del giudice intercettare chi vogliono, senza dar conto a nessuno. 
“L’autonomia dei magistrati è una cosa seria. O c’è o non c’è e se c’è deve essere rispettata.” E’ un pensiero profondo. Non è mio. L’ha espresso il nuovo ministro della Giustizia, con interim agli Interni, Antonio Di Pietro. 
Grillo è in galera da tempo, come Sallusti (gli hanno prorogato di 48 mesi il soggiorno in galera, come se fosse un mutuo) e Ferrara. Feltri è in clinica psichiatrica dopo che gli è venuto lo schiribizzo di capire dove sono finiti i duemila miliardi di debito dello Stato.
Da qualche tempo si è istituito per legge anche il conta scopate. E’ un “cip” inserito nei genitali per conteggiare la frequenza dell’attività sessuale dei cittadini. Questa è la versione ufficiale delle motivazioni del Governo. In privato, però, circolano sussurri non si sa quanto fantasiosi. Le voci sostengono che serva alla tracciabilità delle scopate, come avviene per il denaro che è stato abolito e sostituito con le carte di credito ed il pago bancomat. Passera e gli amici banchieri gongolano. Tanto per loro si è istituito un nuovo Corpo dello Stato. Il Corpo Finanziario. Hanno l’immunità: possono scopare e trafficare alla grande.
Di certo sono diminuite di molto le corna, per paura di essere tracciati e perché senza denaro a nero è diventato difficile mantenere le amanti.
In seria difficoltà sono le donne che devono prestare attenzione a mantenersi distanti dalle residenze dell’ex Premier Berlusconi. Tutte quelle, infatti, che capitano nel suo raggio di azione sono fermate e interrogate perché si ha il sospetto che Berlusconi si sia procurato all’estero un congegno per falsificare la conta. E’ lo stesso che hanno utilizzato gli amici di Prodi nel 2006 per ribaltare i risultati elettorali che li vedevano perdenti, ma che poi hanno vinto per 24 mila voti.
Si sta organizzando un comitato femminile di protesta “Se non la do ora non la darò mai più” capeggiata da Nicole Minetti. Ci sono già alcuni arresti fra le attiviste più combattive, mentre l’eroina Nicole si è data alla clandestinità. La polizia sta fermando, per l’identificazione, tutte le donne con le tette fuori misura. Figurarsi che la polizia è così pignola e le maglie così strette che hanno fermato anche la rosibindi. 
In questi giorni, il Parlamento, dopo la recente sentenza della Consulta, che ha giudicato la legge conta scopate lesiva della libertà sessuale dei praticanti il “sesso corretto”, su proposta del deputato Vendola, ne sta discutendo la modifica. La nuova formulazione escluderebbe (si usa il condizionale perché nel testo è comparsa, per caso, una postilla per tener fuori dal controllo anche la pedofilia ed è in alto mare) dall’obbligo della conta tutto il mondo alternativo, cioè quello definito sessualmente corretto, come stabilito dalla recente riformulazione degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione Italiana. L’obbligo previsto dalla legge, infatti, è stato ritenuto lesivo della libertà privata, art. 13 della Costituzione, e in conflitto con la legge Concia-Vendola-Grillini sull’omofobia. 
In Italia è cambiato tutto. Dicono che è in atto la rivoluzione liberale, per liberare l’Italia da chi si mette di traverso e dà fastidio.
Come tutte le rivoluzioni, il processo è lungo e la strada è piena di insidie e di ostacoli. Qualche problema lo sta creando Giuliano Ferrara. La cella assegnata gli sta stretta ed ha problemi ad entrare nel vano adibito a bagno. Non ci passa e non si trova un vasino alternativo.
I funzionari pubblici italiani, però, rappresentano l’eccellenza del Paese. Il direttore del carcere ha già trovato la soluzione: Ferrara dovrà mettersi a dieta.
Il problema è tutto qui! Come abbiamo fatto a non capirlo da subito?
Vito Schepisi

In Italia c'è libertà di opinione?


Il PG della Cassazione ha chiesto per Sallusti l’annullamento della sentenza della Corte d’Appello di Milano dello scorso giugno "limitatamente alla mancata valutazione della concessione delle attenuanti generiche". 
La Corte di Cassazione, però, non ha accolto neanche la richiesta della sua Procura e la condanna a 14 mesi per Sallusti, senza condizionale, resta confermata. E’ il carcere: niente di più e niente di meno. 
Nientedimeno! 
Tra la magistratura e il popolo italiano non c’è grande intesa: è come un dialogo tra sordi. Siamo in democrazia, siamo in Europa, abbiamo consuetudini con altri paesi liberi e democratici. Sottoscriviamo trattati internazionali sui diritti degli uomini. E l’Italia è agli ultimi posti nel mondo nella classifica della giustizia resa ai cittadini.
Nell’opinione pubblica c’è così l’impressione che si corra dietro a scelte ideologiche, addirittura alla difesa di spazi politici, più che pensare a rendere vivibili le nostre città e a far prevalere la Giustizia sugli abusi, sugli arroganti, sui furbi, sulla corruzione, sulla criminalità. 
La democrazia è la facoltà di poter esprimere le proprie opinioni liberamente. 
Nel corsivo attribuito a Sallusti c’era un’opinione. Niente altro. Solo un’opinione: “Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”. 
Un’opinione forte perché a una bambina di 13 anni è stato praticato l'aborto, con il consenso di genitori, del giudice e del ginecologo, causando così gravi disturbi al suo equilibrio psichico da dover essere ricoverata in clinica psichiatrica. Nessuna opinione, motivata da un fatto di cronaca grave, può essere un reato, sebbene quella attribuita a Sallusti, ma scritta da un altro sia molto dura. 
Sarebbe stata diffamazione se avesse scritto che una delle tre parti non conosceva la propria professione e/o il proprio ruolo e quindi per questo colpevole. Ma il corsivo era rivolto al ricorso all’aborto su una bambina di 13 anni. Ora che si condivida o meno questa opinione, resta un'opinione e, come tale, legittima tra le altre. Legittima come potrebbe essere l’affermazione contraria di chi, ad esempio, avesse scritto che, nonostante la bambina sia rimasta talmente scossa da dover far ricorso alle cure psichiatriche, il medico, il giudice e i genitori siano meritevoli di elogi. 
Leggendo, poi, ciò che ha scritto Sallusti, e cioè che la parte querelante ha già ricevuto 30.000 euro a titolo di riparazione, ma che i suoi legali ne avevano pretesi altri 30.000 per ritirare la querela, non si può fare a meno di avvertire lo stridore fastidioso tra una questione di valori economici e quelli della libertà di un uomo. 
In tema di opinioni, non si può fare a meno di pensare che un magistrato, vittima di presunte diffamazioni, per etica professionale, non debba mai chiedere riparazioni in denaro e che debbano essere piuttosto i codici a comminare, invece che pene detentive, graduali e proporzionate sanzioni in danaro. 
La richiesta del PG della Cassazione d’annullare la sentenza limitatamente alla concessione delle attenuanti, ci fa pensare. Col negarle, com’è stato fatto a giugno, “a causa della sua pericolosità e perché se lasciato a piede libero potrebbe commettere altri reati” si è dato un pessimo segnale. La sentenza andrebbe spiegata e capita ove ci fosse una logica. 
E’ stata negata la condizionale a un direttore di una testata a diffusione nazionale, una delle pochissime testate non di sinistra, per giunta incensurato, ritenuto pericoloso perché poteva reiterare il reato. Sembra un’enormità. E’ un’enormità. 
La questione non può finire con il tentativo di trovare una pezza per non far finire in galera Sallusti, perché la miccia è stata innescata. E’ la condanna al carcere che non si può accettare, e la mancata concessione della condizionale finisce solo col rafforzare l’orrore per la presenza di un sistema che mette il bavaglio alle opinioni. 
La soluzione salomonica, cioè la condanna con la condizionale, sarebbe apparsa come un monito: caro Sallusti, hai messo la giustizia con le spalle al muro e noi per non rischiare il ridicolo questa volta ti salviamo dal carcere, ma non farlo più. 
La questione, invece, è da incardinare nella lotta liberale per la libertà di opinione, contro l’emergere del pensiero autoritario volto all’intimidazione verso ciò che ostacola il pensiero unico ritenuto il solo “politicamente corretto”. 
In Italia c'è libertà di opinione? 
Ora chi ci deve rispondere a questa domanda? 
Vito Schepisi

23 settembre 2012

La condanna politico-giudiziaria delle opinioni



Il Presidente Napolitano fa sapere che sta seguendo la questione del pericolo di arresto del Direttore del Giornale.
Sallusti rischia il carcere perché il suo giornale, al tempo il quotidiano Libero, con un corsivo a firma Dreyfus, aveva criticato duramente un giudice tutelare.
Questi con un suo provvedimento aveva, infatti, consentito il ricorso all'aborto per una bambina di tredici anni. Dopo l’intervento, la minore, scossa per il trauma subito, era stata ricoverata in clinica psichiatrica.
Il corsivista, che sembra non sia neanche Sallusti, aveva così scritto su Libero la frase incriminata: "se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.
I fatti sono del 2007 e siamo già alla pronuncia in Cassazione. Solo 5 anni, e sono stati esauriti tutti i tre gradi del processo penale, quando per un diritto del semplice cittadino passano decenni. Misteri della Giustizia italiana!
In primo grado, il Tribunale aveva condannato Sallusti a una sanzione di 5.000 Euro, non soddisfatti i PM di Milano, ricorrevano, però, in appello. E qua accade ciò che suscita perplessità, anzi sbigottimento.
In Appello, Sallusti passa dalla sanzione di 5.000 Euro ad una condanna a 14 mesi di carcere, senza condizionale “a causa - si legge nella sentenza - della sua pericolosità e perché se lasciato a piede libero potrebbe commettere altri reati”.

Questi sono in sintesi i fatti, e pensiamo che Sallusti, salvo rigurgiti di ulteriore follia, non andrà in carcere. Sarebbe un autogol della magistratura e la definitiva dimostrazione che in Italia i diritti fondamentali della persona sono compromessi e che l'autoritarismo giudiziario costituisce un grosso pericolo per l'agibilità del pensiero e dell'informazione. E sarebbe, ancora, l'accertamento definitivo della politicizzazione di una parte della magistratura e dell'aggressione politico-giudiziaria verso la stampa libera e non allineata.
Tutto pertanto si sgonfierà. Perché non conviene alla magistratura, alle istituzioni, alla politica. Lo speriamo vivamente per Sallusti.
Il Quirinale, le forze politiche, il Parlamento, la stampa con il sindacato e con l'Ordine si attribuiranno tutti insieme il merito. Invece sono tutti colpevoli in ugual misura. Tutti complici e responsabili della deriva autoritaria del Paese.
TUTTI IN ATTESA DI CONDANNA DELLA STORIA
Ma può finire così?
Nessuno dovrà spiegarci come mai il Tribunale di Milano ha emesso una condanna così grave, con l'aggravante di motivazioni così pesanti e così prive di tolleranza per il pluralismo delle opinioni e per la manifestazione delle idee?
Quale logica l’ha sospinta ad un provvedimento così grave e così manifestamente illiberale che, salvo qualche inghippo che la Cassazione dovrà trovare nella sentenza di Appello o salvo qualche provvedimento legislativo decretato all’ultimo momento, porterebbe in carcere un giornalista solo perché Direttore di una testata in cui un corsivista anonimo ha espresso un’opinione?
C’è una legge e la si deve applicare! Ammettiamo che sia così, e ammettiamo che in Italia tutte le leggi siano applicate, ma come si spiega la durezza della sentenza e come si spiega la negazione della condizionale e le sue motivazioni?
E' sufficiente, poi, che il Parlamento modifichi le leggi sulla libertà di stampa?
E se fosse un libero cittadino a manifestare idee diverse da quelle, invece, cantate nel coro del “politicamente corretto”?
Ciò che dovrebbe preoccupare tutti è la condanna politico-giudiziaria delle opinioni.
Vito Schepisi

12 ottobre 2010

Un cerchio alla testa


Storie di intercettazioni e di risvolti inquietanti


C’è troppa sospetta distrazione in Italia: un po’ voluta ed un po’ ipocrita. La cronaca si sofferma sui pettegolezzi e sui risvolti più frivoli delle vicende, ma oscura la polpa. Restano così nel vago, o addirittura nell’indifferenza, i misteri che avvolgono le ragioni e gli orditi di quanto realmente accade. Nessuno che ci racconti i pericoli reali e che ci avverta su cosa ci sia dietro l’angolo.
Ciò che si bisbiglia al telefono può essere molto più inquietante del fastidio della signora Marcegaglia, dinanzi alla curiosità de Il Giornale sulle ragioni che abbiano spinto il Presidente di Confindustria all’impulso estivo di spezzare una lancia a favore di Fini.
E’ evidente la reiterata ipocrisia dei media. C’è l’amara sensazione dei due pesi e delle due misure nelle valutazioni degli episodi sottoposti alla lente di ingrandimento della cronaca politico-giudiziaria. Emergono pesanti dubbi sulla effettiva libertà ed indipendenza della stampa in Italia. Ma ci incapricciamo lo stesso nel voler comprendere il perché diventino azioni di dossieraggio alcune inchieste giornalistiche, ed invece motivo di giusta informazione altre. Ci sono così tante vicende su cui con troppa superficialità, creando la sensazione dell’inganno e dell’omissione, cala il sipario della distrazione.
Per tornare alla questione Marcegaglia - Il Giornale, almeno due episodi sembrano sfuggire alla riflessione di pur intraprendenti ed astuti cronisti di giudiziaria. Stranamente ci sono molte testate, soprattutto tra quelle più dinamiche nel raccontare i risvolti più torbidi delle presunte trame, e tra quelle sempre pronte ad ipotizzare le più ardite dietrologie collegate ad ipotesi affaristiche e di gestione del potere politico, burocratico, mediatico ed occulto, che in questo caso sorvolano sugli approfondimenti, o tutt’al più accennano alle questioni emerse con timidezza un po’ sospetta.
Il primo risvolto ha una visibilità grande quanto una casa: la Procura di Napoli intercettava o il Direttore ed il Vice Direttore del Giornale o ambienti di Confindustria. Tertium non datur!
La questione che ha dato origine alla massiccia operazione di polizia giudiziaria nei confronti de Il Giornale, del Direttore Sallusti e del Vice Direttore Porro, con perquisizioni personali, come se fossero camorristi, è emersa a seguito dell’ascolto delle conversazioni telefoniche tra Nicola Porro e Rinaldo Alpisella, collaboratore ed addetto stampa della signora Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria.
Ed in questa vicenda uno più uno fa due: non si scappa!
E’ evidente che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, siano state sottoposte ad indagini giudiziarie. Il Giornale o Confindustria, o Porro e Sallusti ed Alpisella erano “attenzionati”, come si dice in gergo, dai funzionari di polizia giudiziaria. Per essere intercettati legittimamente, infatti, ci deve essere l’iscrizione all’albo degli indagati a carico di almeno un soggetto collegato ed è necessario che un magistrato abbia disposto le intercettazioni, motivandole con indizi di reato nei confronti di altrettanto precisi individui, o che ricorrano situazioni di attenzione giudiziaria su soggetti giuridici diversi ma collegati alle persone intercettate. Dagli episodi se ne deduce solo che le intercettazioni siano state disposte dalla Procura di Napoli e che l’autorizzazione sia stata firmata da un magistrato. Chi è indagato allora e per cosa? Ma se c’era una attenzione giudiziaria, perché è stata bruciata per una “bufala” come le presunte minacce de Il Giornale?
Il secondo risvolto della vicenda è invece ancora più inquietante. Non si possono, infatti, interpretare le parole del braccio destro della Signora Marcegaglia come se uscissero da una banale conversazione al bar dello sport. L’associazione degli industriali italiani è forse qualcosa di più di una base su cui poggiano le fondamenta dell’attività produttiva nazionale. La Confindustria rappresenta i serbatoi di “carburante” della macchina Paese. Lavoro, fatturato, e quindi la parte più consistente del Pil, e lo stesso processo di sviluppo economico dipendono dalle politiche di Confindustria e dalla sua capacità, assieme alle forze sociali ed al Governo, di mediare nei rapporti tra lavoro, produzione, innovazione, ricerca, aggiornamento e sviluppo. L’associazione degli industriali italiani è un pilastro dell’economia italiana. Basti pensare che il nostro Paese è inserito nel G7, cioè tra i 7 paesi più industrializzati del mondo.
Alpisella nella sua intercettazione con Porro ha parlato di “ sovrastrutture che passano sopra la nostra testa” e si è chiesto se il suo interlocutore (Porro) riuscisse a comprendere le questioni D’Addario e Fini lasciando intendere a strutture ( “cerchio sovrastrutturale”) che tramano nell’ombra attraverso i poteri e gli strumenti che si pongono a loro disposizione per ostacolare l’azione di governo. “No, no fermati un attimo – dice, intercettato, Alpisella a Porro – tu non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere …”.
Ebbene c’è tanta gente che non sa alcune cose e siccome sono cose che ricadono sulla testa di tutti gli italiani le vorrebbe conoscere. Quali sono i poteri, che Confindustria mostra invece di conoscere, che passano sulla testa di tutti e che manovrano la politica e manipolano le scelte degli elettori? Chi c’è dietro Fini? Chi dietro Casini? Chi ha scatenato la D’Addario? Chi comanda il “cerchio sovrastrutturale”?
Ma è possibile che la stampa che si dice libera, e che manifesta contro il presunto bavaglio di Berlusconi, non riesca a porsi queste domande?
Vito Schepisi