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18 gennaio 2013

Europa senz'anima

Finalmente c’è chi si dice disposto a ridiscutere le regole dell’Unione Europea. Non è l’Italia di Monti, ma l’Inghilterra di Cameron. 
I britannici, fuori dall’Euro, mantengono una loro stabilità politica, con le istituzioni ben radicate, con saldi principi liberali sui diritti e le libertà, persino conservando il tipico conformismo dei popoli anglosassoni, con un’economia che non ne ha affatto risentito.
L'Inghilterra ha da sempre mal sopportato l'idea di sostituire il suo pragmatismo con la tipica e arcigna tecnocrazia europea, quella dei Monti, della Merkel e dei Van Rompuy, per capirci. Il Regno Unito non ha rinunciato alla sua sovranità in nome di propositi retorici e astratti. Non è, così, mai entrata nell’Europa dell’Euro, preferendo dal primo momento mantenere integra la sua autonomia dalle regole calate dall’alto da chi ha poi mostrato interesse a imporle a proprio vantaggio. Ed ha fatto bene! 
L’Italia avrebbe dovuto ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda, ma aveva altri problemi. Non aveva una vera economia di mercato. C’era molto dirigismo e molto assistenzialismo e nessuna regola sulla spesa pubblica. 
L’Italia di oggi, però, dopo le esperienze fatte, moltissime negative per i nostri interessi, non mostra alcuna volontà di battersi per rifondare le ragioni e lo spirito dell’Unione Europea.
Quella inglese è un po’ l'idea dell'Europa dei popoli, quella che emerge dalla cultura illuminista di paesi che si ritrovano uniti attorno ai bisogni degli individui e della Nazione, piuttosto che a quelli dei poteri. 
E' questa l'Europa che anche l'Italia dovrebbe proporre e discutere, anziché quella della finanza e dei banchieri. Dovremmo volere un'Europa in cui ogni cittadino si senta protagonista di una storia comune: una Comunità in cui l'insieme sia la somma di tanti diritti e doveri divisi in modo equo tra tutti. Dovremmo volere un'Europa in cui i popoli si sentano parte di uno stesso progetto socio-politico da proporre agli altri paesi della Terra.
Quando è partito il comune disegno europeo – giova ricordare la Conferenza di Messina del 1955, voluta e sostenuta da Gaetano Martino – l’Italia, attestata sui principi liberali del tempo, aveva questo pensiero. 
In quegli anni, al sogno degli Stati Uniti d'Europa, si contrapponeva pregiudizialmente chi preferiva aggregazioni diverse, magari fatte di blocchi militari contrapposti. I fautori dell’europeismo retorico di oggi provengono dalla stessa area culturale che una volta puntava sull'internazionalismo popolare, credendo e battendosi arcignamente in e per questa scelta fino a un minuto prima della certificazione politica del suo fallimento. Sono gli stessi uomini - c’è chi è ancora in vita, come il nostro Presidente della Repubblica - sostenitori, un tempo, della visione squisitamente ideologica che voleva il mondo diviso in blocchi militarizzati contrapposti. 
La politica, purtroppo, non è fatta solo di grandi ideali e di progetti per le generazioni a venire, con lo sguardo diretto, principalmente, ai popoli, alle condizioni di vita futura, alle prospettive di pace e di crescita, alla conservazione del patrimonio di arte, di cultura e di tradizioni, all’identità e al sentimento nazionale, ma è fatta anche di calcoli meschini. C’è anche chi la politica la fa per mestiere e chi se ne fotte delle scelte libere dei popoli. 
E’ difficile, però, riconoscersi a lungo in questa Europa senza anima, tecnocratica, senza trasparenza e democrazia. Non può resistere a lungo una Comunità senza identità, senza un Atto costitutivo fondato sui principi della dignità e della libertà delle persone, sulla scelta della pace, su quella dell'integrazione dei popoli, delle lingue e delle tradizioni e sui diritti e doveri di tutti i cittadini europei. 
Vito Schepisi

29 giugno 2010

La ricreazione è finita


L’Italia ha avuto la buona sorte d’aver attraversato, senza traumi eccessivamente pesanti, la fase critica della più difficile crisi recessiva dal 1929 in poi. La misura del debito pubblico lasciava presagire grosse difficoltà. I tesissimi rapporti tra maggioranza ed opposizione non aiutavano a compattare il Paese. Non era avvertita da tutti l’opportunità dell’impegno congiunto, per favorire un clima di fiducia, come accade nelle democrazie più consolidate e tra contendenti politici più responsabili. Per l’interesse generale, maggioranza ed opposizione avrebbero dovuto concorrere insieme a superare l’emergenza. Ma non è stato così!
La sinistra uscita sconfitta dalle elezioni della primavera del 2008, dopo l’apparente disponibilità al confronto annunciata da Veltroni, già in campagna elettorale, sulla spinta di Di Pietro, aveva ripreso il vecchio atteggiamento della delegittimazione sistematica dell’avversario politico, ed aveva rispolverato quell’antiberlusconismo che Veltroni aveva detto, invece, di voler riporre in soffitta. Già dai primi passi della crisi, la maggioranza trovava un’opposizione impegnata solo a sbarrarle la strada. Gestire una crisi, mentre l’opposizione aizza il Paese, non è facile. Franceschini succeduto a Veltroni, arresosi dinanzi alle deludenti prove elettorali ed all’incapacità di compattare il partito, gridava alla catastrofe e accusava Tremonti e Berlusconi di voler nascondere la crisi. Di fatto il nuovo leader PD proseguiva sulla linea della sudditanza all’iniziativa sfascista di Di Pietro.
Se il governo, pertanto, tranquillizzava il paese asserendo la sua costante attenzione, ed impegnandosi a prendere tutte le iniziative sostenibili per le imprese e le famiglie, l’opposizione, Di Pietro e la Cgil annunciavano catastrofi ed alimentavano le inquietudini nel Paese. Un’azione poco commendevole e poco costruttiva che, invece di lenirle, accentuava le preoccupazioni e la sfiducia.
La crisi in Italia non ha colpito le banche. Non c’è stato il panico dei risparmiatori ed il pericolo di fallimento degli Istituti di Credito e la corsa a ritirare i risparmi. Le banche italiane non avevano i portafogli ammorbati dai titoli derivati che diventavano carta straccia senza valore. Non c’era nessuna ragione di allarmismo, se non la dovuta attenzione per il calo dei mercati dovuto al calo globale della domanda. La crisi italiana ha colpito gli investimenti, ha colpito i consumi, ha colpito l’occupazione, ha colpito il fatturato del Paese, rendendo più critici tutti gli indicatori che si rapportano con il Prodotto Interno Lordo.
Mentre Berlusconi sosteneva “non lasceremo indietro nessuno”, Franceschini annunciava una voragine entro la quale sarebbero cadute imprese e famiglie, attribuendone la responsabilità al Governo per la sottovalutazione della crisi. Ed era lo stesso Franceschini che chiedeva, invece, l’adozione di misure insostenibili, date le note difficoltà dei nostri conti, come il salario garantito a tutti. Misure che avrebbero fatto ritrovare l’Italia nella stessa morsa della Grecia: con il debito pubblico fuori controllo.
Le ricette demagogiche non aiutano a diffondere tranquillità e fiducia. Vengono invece sfruttate per trasformare gli abusi in diritti, come si è visto con i falsi invalidi. Le conseguenze in Italia sarebbero state le stesse del paese balcanico: l’assalto della speculazione, il declassamento della solvibilità, l’aumento dei costi di collocamento del debito pubblico e la necessità di misure drastiche di riduzione della spesa imposte dalla Commissione Europea. Per dirla in breve: se non un fallimento, un’amministrazione controllata.
Mentre la fase recessiva, con i primi aumenti del Pil, con le previsioni di crescita dell’1,2% nel 2010 e dell’1,6% stimato per il 2011, si allontana, l’Italia, come tutti gli altri stati europei, per contenere il debito pubblico, origine della recente speculazione sull’Euro, ha predisposto una manovra finanziaria di tagli per circa 25 miliardi di Euro in tre anni. Una manovra poco coraggiosa, ma appena necessaria per tenere sotto controllo il debito pubblico. Altri paesi come la Spagna, la Grecia, la Germania, l’Inghilterra sono andati più a fondo coi tagli. In Italia c’è una sollevazione generale che parte dalle opposizioni e si diffonde nel sindacato post comunista, tra i magistrati, nel pubblico impiego, nelle regioni.
E’ appena stata diffusa una relazione molto severa della Corte dei Conti sugli sprechi negli enti locali. Nella manovra ci sono tagli anche in presenza di situazioni difficili. Si pensi al Lazio, alla Calabria, alla Campania, ad esempio, uscite da amministrazione spendaccione. Occorreranno provvedimenti. Se sarà il caso sarebbe anche giusto chiamare a risponderne i responsabili.
La manovra non si tocca, però. Deve risultare chiaro che la ricreazione in Italia è finita.
Vito Schepisi

09 giugno 2010

E' miope l'ostilità alla manovra



In altri paesi europei si preannunciano manovre economiche e tagli ben più dolorosi che in Italia. In Germania, la Signora Merkel intende tagliare nel pubblico impiego ben 15.000 posti di lavoro ed il saldo della manovra annunciata, per i prossimi 4 anni, ammonta alla considerevole cifra di 80 miliardi di Euro. Una misura oltre che tripla rispetto a quella prevista in Italia nei prossimi due anni.
In Spagna Zapatero ha tagliato gli stipendi nel pubblico impiego ed affronta le difficoltà del disavanzo della spesa pubblica rivedendo la spesa sociale. Cameron, neo primo ministro conservatore Inglese, al suo insediamento ha trovato un debito pubblico, ereditato dall’amministrazione uscente del laburista Gordon Brown, ben più largo di quanto previsto, ed annuncia anche lui tagli e manovre lacrime e sangue.
Della Grecia, punta dell’iceberg della crisi che ha colpito sia i mercati finanziari europei che la stabilità della nostra moneta unica, sappiamo dei sacrifici e dei tagli, pur in presenza di condizioni di vita già disagiate e di un tessuto sociale dominato da marcati contrasti tra i tanti privilegi ed i tanti bisogni.
Inesorabilmente emergono tutte le difficoltà di un’euforica politica di allargamento dell’Europa, conseguita senza molta prudenza, senza una rigorosa stabilizzazione dei regimi economici e, soprattutto, senza tener conto del tenore di vita dei cittadini di quei paesi. La domanda più frequente è, infatti, quella del come sia possibile che, in stati in cui il salario medio è di circa 200 euro mensili, le popolazioni possano sopportare i costi di un mercato che diventa sempre più globale.
Anche l’Italia non sta messa bene. La sua spesa pubblica nel 2009 ha assorbito il 52,5% del pil. Il deficit di bilancio è stato del 4,7% del prodotto interno lordo, ed il debito pubblico complessivo si avvicina a 1.800 miliardi di Euro. Anche l’avanzo primario (lo sbilancio tra entrate ed uscite al netto degli interessi sul debito) dopo 18 anni di ininterrotto segno positivo, nel 2009 è andato in negativo dello 0,6% del pil.
La recessione ha colpito duro e, riducendo il totale della produzione e dei ricavi, ha accentuato l’incidenza della spesa complessiva dello Stato e degli enti locali. E’ da prendere atto che uno Stato funziona in modo un po’ diverso da un’azienda. Al contrario di un’impresa privata, quando c’è crisi e le aziende, per mancanza di domanda, mettono i lavoratori in cassa integrazione, lo Stato interviene con gli ammortizzatori sociali che invece incidono inevitabilmente sulla spesa. Lo Stato subisce un doppio danno: minori introiti sul fatturato, sugli oneri e sui redditi, e maggior spesa per far fronte alle tensioni sociali.
Se un privato, già al primo sentore di difficoltà dei mercati, taglia le spese, ad esempio sul lavoro, per le materie prime, per l’innovazione e gli investimenti, non altrettanto può fare lo Stato. Se lo facesse, innesterebbe un circuito negativo più ampio e di lunga durata, perché minerebbe sia la stabilità sociale che le opportunità di crescita, relegando il Paese al sottosviluppo. L’azione di un Governo in tempi di crisi è delicata ed impopolare e meriterebbe maggiore comprensione e responsabilità.
Può sembrar strano, ora, che l’Italia non sia tra i paesi a rischio più immediato di disastro economico. Come per tutte le cose, però, anche per questa c’è una spiegazione. E la ragione sta nel fatto che i governi, almeno negli ultimi 10 anni, hanno mostrato una reattività positiva ai pericoli di ulteriore indebitamento. Il Trattato di Maastricht è stato bene o male rispettato ed il disavanzo primario è stato sempre di segno positivo. Il debito complessivo, in definitiva, aumenta solo per effetto dei costi degli interessi sul debito pregresso. C’è, insomma, un fattore Italia che regge, anche a dispetto della crisi di incomunicabilità politica del Paese.
Questi i fatti. Valutiamo ora i comportamenti. Si dice che l’opposizione deve fare sempre il suo dovere, ed il suo dovere sarebbe quello di opporsi. Ma non è essenziale che sia sempre così. Qualora, infatti, si volesse che tutti debbano assumersi le proprie responsabilità, l’opposizione di sinistra dovrebbe prendere atto che le criticità del Paese rivengono dai periodi delle politiche consociative in cui si utilizzava la spesa pubblica come diversivo alle regole ed alle scelte di mercato. E qualche grossa responsabilità la sinistra ce l’ha!
Epifani leader del sindacato di sinistra accusa invece i leader di Cisl ed Uil di “subalternità verso le scelte dell’esecutivo". Bersani va ben oltre il ruolo legittimo dell’opposizione parlamentare: vuole mobilitare il Paese. Dalla riunione della consulta economico-finanziaria del PD emerge, infatti, la volontà del segretario di indire per il 19 giugno una mobilitazione generale contro la manovra del Governo “per un’altra politica economica”. Ed a noi piacerebbe conoscere quale e, se possibile, corredata da schemi e dati di fatto.
Vito Schepisi