13 marzo 2009

L'altro aspetto della crisi



Se ne parla meno, ma c’è un altro aspetto della crisi dei mercati che meriterebbe maggiore attenzione. La recessione non è un fenomeno economico alimentato dalla spesa o dai parametri alterati per il superamento della soglia del deficit d’esercizio in rapporto al Pil, stabilita a Maastricht, ovvero per l’incremento del debito pubblico. Questi stati dell’economia, infatti, sono per lo più fenomeni gestiti dai governi attraverso le politiche di bilancio e risolvibili con interventi sulla spesa, oppure coi tagli dei costi e/o con le manovre fiscali. La recessione è riduzione della produzione, è contrazione del lavoro, è rallentamento della circolazione monetaria, è riduzione degli investimenti, è contenimento dei consumi. Sono tutti fenomeni che non producono solo effetti sull’economia o sul tenore di vita degli italiani, ma incidono sul tessuto sociale complessivo, sui sistemi degli ammortizzatori sociali, sulle politiche di solidarietà e soprattutto sui flussi migratori, anche regolari, avvenuti negli anni passati, su quelli in corso e sulle ripercussioni delle differenze dei rapporti di mercato con gli stessi paesi in cui i flussi migratori vanno a formarsi.
Se le ricette per uscire dalla morsa che comprime la fiducia dei consumatori, che mette a rischio i posti di lavoro e che compromette la tenuta economica delle aziende, sono quelle che normalmente vengono adottate in tutti i Paesi industriali, appare invece ben più difficile sostenere e soprattutto prevenire tutti gli aspetti collaterali ed i micro-fenomeni collegati al fermo forzato di una macchina costruita, invece, per mantenersi in costante movimento. Proviamo ad immaginare lo spegnimento di un altoforno in un impianto siderurgico: non è sufficiente ripristinare l’avvio con il pulsante di accensione per far ripartire l’intero meccanismo. Occorre, in questo caso, anche approntare un lungo e lento lavoro di ripristino. Con la ripresa, quando ci sarà, accanto ai fenomeni di mobilità e di riconversione delle forze lavoro ci saranno criteri di razionalizzazione e di procedure di efficientamento da parte delle imprese. Quando ripartirà l’economia ci si potrà trovare ad avere a che fare con altri attori, con altri registi e con altre trame o spartiti. Non sarà tutto rose e fiori.
Il rallentamento dell’economia troverà molti italiani propensi a riprendersi gli spazi di lavoro ora lasciati per buona parte alla manodopera assorbita dai flussi migratori. Il mercato del lavoro clandestino avrà la stessa restrizione di offerta di lavoro di quello regolare, ed anche le attività del commercio sommerso risentiranno della crisi di fiducia dei consumatori. L’intero Paese e le grosse aree metropolitane, in particolare, si troveranno a dover fronteggiare l’allargamento di popolazione extracomunitaria senza una regolare e lecita fonte di reddito, con tutti i problemi che ne potranno derivare, sia per questioni di ordine pubblico che per necessità di intervento umanitario.
L’economia ferma, in definitiva, ricalca l’immagine di una pozza d’acqua stagnante dove ogni criticità produce lo stesso effetto di un sasso lasciato cadere al suo interno, quando si sviluppano a catena una serie di cerchi concentrici che si allargano sempre di più.
L’attuale crisi non interessa solo i paesi industrializzati, non colpisce solo i paesi interessati alla trasformazione ma anche quelli produttori, anche quelli interessati alla delocalizzazione produttiva, anche i fornitori di materie prime. La domanda che si riduce si fa già sentire nei paesi più poveri, in quei paesi interessati alle esportazioni di materie prime o di semilavorati, spesso coincidenti con i paesi interessati ai flussi migratori verso l’Europa e che hanno gli approdi sul territorio italiano come percorso primario.
Il nostro Governo, come gli altri in Europa e negli USA, ha dato corso a politiche di solidarietà, all’avvio di un programma di investimenti per le grandi opere pubbliche, alla possibilità di ripristino dei fondi patrimoniali delle banche, accompagnata da un indirizzo di “moral suasion”, perché siano di stimolo al mercato e non frenino il ricorso al credito delle famiglie e delle imprese, ha in corso il rilancio dell’attività edilizia e di un programma di costruzione di alloggi popolari con il duplice scopo di favorire le esigenze delle famiglie e la ripresa delle attività produttive, ma si troverà molto presto a dover fare i conti con gli altri aspetti della crisi.
Occorrerà quindi dotarsi con urgenza di una politica nuova e di emergenza anche per la gestione dei flussi migratori e della clandestinità.
Vito Schepisi

2 commenti:

Antonio Gabriele Fucilone ha detto...

Caro Vito.

Sicuramente, questa crisi dovrà servirci da lezione.
Dobbiamo imparare che l'economia può andare avanti solo se si fa il "capitalismo della produzione" e non "quello della finanza".
Cordiali saluti.

Anonimo ha detto...

Giusto come il capitalismo del tuo padrone: produzione di programmi per intondire la gente e diffondere una sottocultura che non può fare altro che bene al capitalismo della finanza, produzione martellante di propaganda becera e vergognosamente bugiarda solo per stordire le coscienze.
Tu sei il classico esempio.