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19 luglio 2014
Gli assassini della democrazia
E' difficile immaginare cosa sia diventata davvero la magistratura italiana. Per capirlo dovremmo ascoltare con più attenzione gli stessi magistrati che non sopportano più che la loro funzione, nell'interesse dello Stato e della Democrazia, continui ad essere così calpestata a causa di politicanti che hanno sbagliato mestiere, finendo col fare i magistrati, mentre usano gli stessi strumenti della più spregiudicata ed intollerante lotta politica.
Oramai l'emulazione o addirittura l'incapacità di assumersi la responsabilità di poter fare il proprio mestiere, senza lasciarsi condizionare dal "giudizio" dei colleghi, o dal timore di non fare carriera, lascia poco spazio all'autonomia e alla indipendenza della magistratura.
In Italia sono caduti più governi a causa del tentativo di fare una incisiva riforma della magistratura, che non per il cinismo di far pagare ai lavoratori i costi degli abusi e della progressive difficoltà economiche, dovute agli sperperi, alle politiche clientelari, agli abusi e alla prepotenza di chi ha inteso far pagare alle future generazioni la voracità di una classe dirigente inadeguata.
Berlusconi è il primo contribuente italiano. Lui le tasse, al contrario di altri che pure hanno vissuto e speculato alle spalle dei lavoratori italiani, le paga in Italia. E' un imprenditore, e come tutti quelli che sono cresciuti nella prima repubblica non sarà stato proprio uno stinco di santo, ma non ha mai rubato un centesimo ai contribuenti. Non è mai stato al centro di intrighi e di mazzette, né in proprio e né con i suoi più stretti collaboratori. Non si è arricchito facendo politica ed ha sempre pagato dal suo portafoglio anche i costi della sua attività politica. Nessuna indagine l'ha visto coinvolto per fatti di tangenti e di spartizione di bottini. Eppure è l'uomo politico al mondo con la più persistente attenzione giudiziaria.
Ha vinto più elezioni e ne avrebbe vinto ancora di più, senza l'aggressione giudiziaria. E' stato sempre assolto, meno che in una sentenza che ha lasciato molti dubbi su una presunta frode fiscale di pochi milioni di Euro che per il leader di F.I. varrebbero quanto una pizza e birra con la famiglia per un medio impiegato italiano.
Tutto questo dura dal 1994, da quando con F.I., e parlando di Rivoluzione Liberale, ha vinto le elezioni contro gli eredi del vecchio PCI (per pudore dopo la caduta del Muro aveva cambiato nome in PDS).
Nei paesi democratici e liberi le elezioni si vincono nelle urne e non nelle aule dei tribunali.
Se l'Italia non consentirà alle forze politiche democratiche di poter contendere il governo del Paese agli eredi del PCI con i suoi alleati, questo Paese non sarà mai un paese normale.
Se gli italiani non si accorgeranno che tengono a libro paga tutti quei personaggi che si prestano a fare il gioco della rete (sindacale, cooperativa, finanziaria, imprenditoriale, associazionistica) che ruota attorno alla sinistra, e non realizzeranno che il conto lo pagano i contribuenti, questo Paese non sarà mai democratico e libero.
Chi ci taglieggia ogni giorno non è Berlusconi, ma i politici di mestiere, i burocrati, gli affaristi, le cupole, i comitati di affari, i centri di spesa, le caste, i guitti della televisione di Stato, le caste e chi percepisce doppie e triple pensioni, mantenendo persino incarichi pubblici retribuiti.
C'è tanta di quella gente inutile che succhia danaro in eterno ed a volte ancora di più con le reversibilità. Sono parte del potere autoritario che ci opprime. Sono parte delle sventure di questa nostra sventurata Nazione. Sono i sempreverdi, politicamente corretti, buoni per ogni stagione. Sono i parrucconi, i sepolcri imbiancati. Sono gli assassini della nostra democrazia.
La nuova impresa è svenderci alla Merkel, a Schulz, a Juncker ... mentre un pupazzo fiorentino ci riempie di chiacchiere.
Vito Schepisi
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21 maggio 2013
“ADESSO BASTA! FERMIAMO IL SISTEMA FORTETO”
Sabato prossimo alle 21 a Vicchio del Mugello ci sarà una fiaccolata organizzata dal comitato «Adesso basta! Fermiamo il sistema Forteto ».
C’è molta omertà da quelle parti, e chi nel PD locale si fa domande viene messo sotto accusa.
Si parla di strumentalizzazione della destra. Come se denunciare i fatti gravissimi e le violenze subite dai minori, l’induzione alle pratiche omosessuali, lo sfruttamento del lavoro minorile, l’abuso e i metodi di correzione tipici dei lager, possa essere di destra o di sinistra.
Al Mugello il Pci era tutto: eleggeva chi voleva, anche una mummia. E la stessa cosa è stata per il Pds, i Ds ed ora è per il PD.
E’ terra rossa quella. E’ terra in cui “il Partito” controlla tutto, anche le coscienze delle persone. Se esci dal gregge te la fanno pagare.
Chi ha denunciato ciò che succedeva al Forteto, infatti, sta subendo ritorsioni. Si è creato un clima di tensione e c’è omertà, come succede nei luoghi della mafia. Danneggiamenti, minacce, pressioni e consigli che non si possono ignorare. Manca solo la lupara ma, sebbene manchi, si assiste agli stessi metodi che usa la mafia per compiere le sue vendette e per far tacere chi sa.
Fa davvero senso quest’arroccamento in difesa di ogni orrore che abbia una matrice sinistra. Non è la prima volta che capita. Impartiscono lezioni morali, ma privi di autonomia di pensiero, non conoscono neanche i fondamentali della democrazia e della libertà. Sono ossessionati dal loro complesso di superiorità. Sono ipocriti. Sono illiberali e rancorosi. Sono faziosi. Il loro metodo omertoso e criminalizzante non è meno riprovevole di quello dell’uso della violenza fisica, a cui spesso si lasciano andare.
Non c’è democrazia, non c’è spirito critico, non c’è coscienza e dignità umana in chi nasconde l’orrore per salvaguardare il partito o l’idea politica.
Il furore ideologico paralizza il cervello e rende gli uomini ciechi e schiavi dei loro principi assoluti: è qui che “il bene” ovvero “la verità” o ci sono o, nell’interesse del “Partito”, ci devono essere per forza.
Degli orrori del Forteto, si dubita che nessuno sapesse. Questa omertà non ha giustificazioni. Ci sarebbe solo una grande vergogna, come è vergognoso che domenica scorsa,19 maggio, alla 12° Marcia di Barbiana, per ricordare Don Lorenzo Milani, fondatore di quella Comunità, con il pretesto di voler evitare strumentalizzazioni, è stata sconsigliata la partecipazione all’Associazione vittime del Forteto.
Ma quali strumentalizzazioni?
Denunciare l’orrore è forse una strumentalizzazione?
Si fanno chiamare PD ma sono sempre loro. I metodi sono sempre gli stessi. Sono quelli del vecchio Pci: lo stesso retroterra culturale.
Sono aggressivi, violenti, pericolosi, falsi e bugiardi. Sono pedine di un sistema burocratico in cui nessuno osa ragionare autonomamente e nessuno reagisce agli abusi per non mettere in difficoltà il “Partito”, come accadeva con Togliatti.
Non sono cambiati. E non si vergognano mai!
Vito Schepisi
C’è molta omertà da quelle parti, e chi nel PD locale si fa domande viene messo sotto accusa.
Si parla di strumentalizzazione della destra. Come se denunciare i fatti gravissimi e le violenze subite dai minori, l’induzione alle pratiche omosessuali, lo sfruttamento del lavoro minorile, l’abuso e i metodi di correzione tipici dei lager, possa essere di destra o di sinistra.
Al Mugello il Pci era tutto: eleggeva chi voleva, anche una mummia. E la stessa cosa è stata per il Pds, i Ds ed ora è per il PD.
E’ terra rossa quella. E’ terra in cui “il Partito” controlla tutto, anche le coscienze delle persone. Se esci dal gregge te la fanno pagare.
Chi ha denunciato ciò che succedeva al Forteto, infatti, sta subendo ritorsioni. Si è creato un clima di tensione e c’è omertà, come succede nei luoghi della mafia. Danneggiamenti, minacce, pressioni e consigli che non si possono ignorare. Manca solo la lupara ma, sebbene manchi, si assiste agli stessi metodi che usa la mafia per compiere le sue vendette e per far tacere chi sa.
Fa davvero senso quest’arroccamento in difesa di ogni orrore che abbia una matrice sinistra. Non è la prima volta che capita. Impartiscono lezioni morali, ma privi di autonomia di pensiero, non conoscono neanche i fondamentali della democrazia e della libertà. Sono ossessionati dal loro complesso di superiorità. Sono ipocriti. Sono illiberali e rancorosi. Sono faziosi. Il loro metodo omertoso e criminalizzante non è meno riprovevole di quello dell’uso della violenza fisica, a cui spesso si lasciano andare.
Non c’è democrazia, non c’è spirito critico, non c’è coscienza e dignità umana in chi nasconde l’orrore per salvaguardare il partito o l’idea politica.
Il furore ideologico paralizza il cervello e rende gli uomini ciechi e schiavi dei loro principi assoluti: è qui che “il bene” ovvero “la verità” o ci sono o, nell’interesse del “Partito”, ci devono essere per forza.
Degli orrori del Forteto, si dubita che nessuno sapesse. Questa omertà non ha giustificazioni. Ci sarebbe solo una grande vergogna, come è vergognoso che domenica scorsa,19 maggio, alla 12° Marcia di Barbiana, per ricordare Don Lorenzo Milani, fondatore di quella Comunità, con il pretesto di voler evitare strumentalizzazioni, è stata sconsigliata la partecipazione all’Associazione vittime del Forteto.
Ma quali strumentalizzazioni?
Denunciare l’orrore è forse una strumentalizzazione?
Si fanno chiamare PD ma sono sempre loro. I metodi sono sempre gli stessi. Sono quelli del vecchio Pci: lo stesso retroterra culturale.
Sono aggressivi, violenti, pericolosi, falsi e bugiardi. Sono pedine di un sistema burocratico in cui nessuno osa ragionare autonomamente e nessuno reagisce agli abusi per non mettere in difficoltà il “Partito”, come accadeva con Togliatti.
Non sono cambiati. E non si vergognano mai!
Vito Schepisi
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24 febbraio 2013
Votare per battere le svolte autoritarie
Ve la ricordate l’Italia del preambolo?
Eravamo agli inizi egli anni ’80 ed il centrosinistra era entrato in crisi.
Nessuno degli obiettivi annunciati da Moro e Fanfani con l’apertura a sinistra negli anni 60, era stato raggiunto.
L’Italia usciva dal decennio delle contestazioni. Il centrosinistra era diviso e l’Italia era governata a macchia di leopardo (Bersani non li smacchiava ancora).
Negli anni 70 Le Brigare Rosse avevano seminato nel Paese lutti e inquietudini: per la sinistra erano i “compagni che sbagliano”.
Due anni prima era stato assassinato Aldo Moro.
Il Pci alternava le sue maschere di partito di lotta e di governo.
Anche l’idea della solidarietà nazionale era fallita.
Il PSI di Bettino Craxi con la politica dei due forni irritava la Democrazia Cristiana e la costringeva a subire.
L’ambiguità creava tensioni e divideva.
Al Congresso di Roma del 1980 usciva così vincitrice l’ala moderata della Democrazia Cristiana. Arnaldo Forlani vinceva il congresso sulla base di un “preambolo”, elaborato da Donat Cattin, che costituirà la base del documento finale su cui convergerà la maggioranza del partito.
Lo chiamarono il “preambolo Forlani”. Il documento, determinante per la vittoria congressuale, si poteva riassumere in un solo concetto: mai più con il Pci.
Le letture sono state diverse, ma il “preambolo” dette vita ad un periodo delicato della storia italiana. Gli anni 80 furono quelli del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). Vennero fuori gli scandali, il sistema delle lobby e delle lottizzazioni. Venne fuori il volto della gestione del potere che aveva coinvolto il sistema di una democrazia bloccata, priva com’era di un vero confronto politico costruito sull’alternanza, come, invece, avveniva in tutte le altre democrazie occidentali.
Le responsabilità erano da ricercare nella radicalizzazione del confronto politico. La propaganda comunista si faceva capillare, casa per casa. Le enormi disponibilità economiche di una parte (i soldi di Mosca) motivavano la sollecitazione dei finanziamenti illeciti anche dall’altra. Nei partiti non centralisti, però, salvo poche eccezioni, la corruzione si allargava anche all’arricchimento personale.
Si scoprì così che la politica italiana, attraversata dal sistema delle tangenti, si frammentava per la lotta del potere, creando questioni politiche, e si ricompattava in difesa degli spazi conquistati. Un modo che spesso coinvolgeva insieme maggioranza e opposizione, come un perfido gioco delle parti.
L’Italia, il futuro, gli stessi diritti dei cittadini passavano in secondo piano rispetto alla gestione del potere e alle strategie dello “status quo ante”. Tutti i reati, fino a tutto il 1989, furono poi cancellati con l’amnistia del 1990, votata dal pentapartito e dal Pci. Si salvò così il Pci. Anche allora la causa del male, anzi il male in assoluto, per lo sviluppo liberale e democratico dell’Italia, per i suoi inganni e per le sue ipocrisie, si è sfilato dal giudizio della storia.
La Dc del preambolo passava così dalla sofferenza intellettuale di Aldo Moro, preoccupato per la tenuta del sistema, al trionfo della strategia di potere delle correnti democristiane. Nel 1980, con il preambolo Forlani, la DC aveva provato ad uscire da una fase di drammatici e laceranti avvenimenti storici degli anni 70.
Nel 1976 alle elezioni politiche, Montanelli - quando sembrava che il Pci potesse essere il primo partito italiano – diceva agli italiani “turiamoci il naso e votiamo DC”, fotografando la sintesi schietta, come era nel carattere del giornalista, della tensione politica del momento.
Nel 1977 le proposte di Berlinguer per l’alternativa democratica, lanciate in una serie di articoli su “Rinascita”, aprivano brecce in una DC, uscita vincitrice dalla sfida per il primato nel 1976, ma assolutamente debole, incapace di un’iniziativa politica vincente. Gli italiani si dividevano sul “compromesso storico”.
Nel 1978, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro scuoteva l’Italia. Le Brigate Rosse rapivano lo statista pugliese il 16 marzo, mentre alla Camera si votava la fiducia al governo Andreotti, il primo senza il voto contrario del PCI.
Sul fallimento di questa esperienza, nel 1979 arrivavano le elezioni politiche anticipate con la DC che ripristinava le distanze elettorali con il Pci.
Nel 1980 il Congresso DC del preambolo Forlani: mai più con il pci.
Sembra preistoria, o sembra ieri, ma la storia è come un cerchio che gira attorno alle cose. E’ che la storia siamo sempre noi. Si dice così perché, se è vero che cambia tutto, dalla fanciullezza ai capelli bianchi, è anche vero che i protagonisti sono sempre gli uomini, i popoli, le scelte, le idee, le aspettative, le delusioni, le rabbie, il rancore, la fiducia, la speranza.
Non c’è niente che resti fuori da queste sensazioni. La storia le percorre, entra nella vita degli uomini, aggiusta, devasta, modifica, attenua, sviluppa, accende le passioni. Ed è anche per questo che si fanno sempre gli stessi errori.
Oggi si è dinanzi alle stesse questioni di ieri, ma in un quadro ancor più deteriorato. Sarà una questione epocale, come il passaggio da un’era all’altra, ma l’Italia non riesce a liberarsi delle illusioni alternative.
Come se la democrazia non fosse già un sistema di cose sgangherate, ma inevitabili, c’è ancora chi ne trova i difetti senza saper proporre soluzioni diverse. Ma non c’è alternativa alla democrazia. Non sempre piace ciò che produce, ma non esiste niente di meglio.
Cosa si può fare? Si deve andare a votare anche turandosi il naso, senza rischiare avventure. Se è giusto, e lo è, chiedere trasparenza e giustizia, non è giusto rischiare la democrazia e il futuro.
Si deve andare a votare ricordando che il preambolo della democrazia non cambia: è sempre mai più svolte autoritarie.
Vito Schepisi
Eravamo agli inizi egli anni ’80 ed il centrosinistra era entrato in crisi.
Nessuno degli obiettivi annunciati da Moro e Fanfani con l’apertura a sinistra negli anni 60, era stato raggiunto.
L’Italia usciva dal decennio delle contestazioni. Il centrosinistra era diviso e l’Italia era governata a macchia di leopardo (Bersani non li smacchiava ancora).
Negli anni 70 Le Brigare Rosse avevano seminato nel Paese lutti e inquietudini: per la sinistra erano i “compagni che sbagliano”.
Due anni prima era stato assassinato Aldo Moro.
Il Pci alternava le sue maschere di partito di lotta e di governo.
Anche l’idea della solidarietà nazionale era fallita.
Il PSI di Bettino Craxi con la politica dei due forni irritava la Democrazia Cristiana e la costringeva a subire.
L’ambiguità creava tensioni e divideva.
Al Congresso di Roma del 1980 usciva così vincitrice l’ala moderata della Democrazia Cristiana. Arnaldo Forlani vinceva il congresso sulla base di un “preambolo”, elaborato da Donat Cattin, che costituirà la base del documento finale su cui convergerà la maggioranza del partito.
Lo chiamarono il “preambolo Forlani”. Il documento, determinante per la vittoria congressuale, si poteva riassumere in un solo concetto: mai più con il Pci.
Le letture sono state diverse, ma il “preambolo” dette vita ad un periodo delicato della storia italiana. Gli anni 80 furono quelli del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). Vennero fuori gli scandali, il sistema delle lobby e delle lottizzazioni. Venne fuori il volto della gestione del potere che aveva coinvolto il sistema di una democrazia bloccata, priva com’era di un vero confronto politico costruito sull’alternanza, come, invece, avveniva in tutte le altre democrazie occidentali.
Le responsabilità erano da ricercare nella radicalizzazione del confronto politico. La propaganda comunista si faceva capillare, casa per casa. Le enormi disponibilità economiche di una parte (i soldi di Mosca) motivavano la sollecitazione dei finanziamenti illeciti anche dall’altra. Nei partiti non centralisti, però, salvo poche eccezioni, la corruzione si allargava anche all’arricchimento personale.
Si scoprì così che la politica italiana, attraversata dal sistema delle tangenti, si frammentava per la lotta del potere, creando questioni politiche, e si ricompattava in difesa degli spazi conquistati. Un modo che spesso coinvolgeva insieme maggioranza e opposizione, come un perfido gioco delle parti.
L’Italia, il futuro, gli stessi diritti dei cittadini passavano in secondo piano rispetto alla gestione del potere e alle strategie dello “status quo ante”. Tutti i reati, fino a tutto il 1989, furono poi cancellati con l’amnistia del 1990, votata dal pentapartito e dal Pci. Si salvò così il Pci. Anche allora la causa del male, anzi il male in assoluto, per lo sviluppo liberale e democratico dell’Italia, per i suoi inganni e per le sue ipocrisie, si è sfilato dal giudizio della storia.
La Dc del preambolo passava così dalla sofferenza intellettuale di Aldo Moro, preoccupato per la tenuta del sistema, al trionfo della strategia di potere delle correnti democristiane. Nel 1980, con il preambolo Forlani, la DC aveva provato ad uscire da una fase di drammatici e laceranti avvenimenti storici degli anni 70.
Nel 1976 alle elezioni politiche, Montanelli - quando sembrava che il Pci potesse essere il primo partito italiano – diceva agli italiani “turiamoci il naso e votiamo DC”, fotografando la sintesi schietta, come era nel carattere del giornalista, della tensione politica del momento.
Nel 1977 le proposte di Berlinguer per l’alternativa democratica, lanciate in una serie di articoli su “Rinascita”, aprivano brecce in una DC, uscita vincitrice dalla sfida per il primato nel 1976, ma assolutamente debole, incapace di un’iniziativa politica vincente. Gli italiani si dividevano sul “compromesso storico”.
Nel 1978, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro scuoteva l’Italia. Le Brigate Rosse rapivano lo statista pugliese il 16 marzo, mentre alla Camera si votava la fiducia al governo Andreotti, il primo senza il voto contrario del PCI.
Sul fallimento di questa esperienza, nel 1979 arrivavano le elezioni politiche anticipate con la DC che ripristinava le distanze elettorali con il Pci.
Nel 1980 il Congresso DC del preambolo Forlani: mai più con il pci.
Sembra preistoria, o sembra ieri, ma la storia è come un cerchio che gira attorno alle cose. E’ che la storia siamo sempre noi. Si dice così perché, se è vero che cambia tutto, dalla fanciullezza ai capelli bianchi, è anche vero che i protagonisti sono sempre gli uomini, i popoli, le scelte, le idee, le aspettative, le delusioni, le rabbie, il rancore, la fiducia, la speranza.
Non c’è niente che resti fuori da queste sensazioni. La storia le percorre, entra nella vita degli uomini, aggiusta, devasta, modifica, attenua, sviluppa, accende le passioni. Ed è anche per questo che si fanno sempre gli stessi errori.
Oggi si è dinanzi alle stesse questioni di ieri, ma in un quadro ancor più deteriorato. Sarà una questione epocale, come il passaggio da un’era all’altra, ma l’Italia non riesce a liberarsi delle illusioni alternative.
Come se la democrazia non fosse già un sistema di cose sgangherate, ma inevitabili, c’è ancora chi ne trova i difetti senza saper proporre soluzioni diverse. Ma non c’è alternativa alla democrazia. Non sempre piace ciò che produce, ma non esiste niente di meglio.
Cosa si può fare? Si deve andare a votare anche turandosi il naso, senza rischiare avventure. Se è giusto, e lo è, chiedere trasparenza e giustizia, non è giusto rischiare la democrazia e il futuro.
Si deve andare a votare ricordando che il preambolo della democrazia non cambia: è sempre mai più svolte autoritarie.
Vito Schepisi
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09 febbraio 2013
Il Giorno del Ricordo delle vittime di Tito e dei suoi complici italiani
Qualche anno fa sono stato a Pola, in Istria. Una città bellissima e malinconica.
Pula in Croato. Si perché a Pola l’Italia non c’è più. A Pola l'Italia si avverte nelle cose che mancano. E' un po' come il pensiero per qualcuno o per qualcosa che è venuto meno.
In Città c'è un anfiteatro che si affaccia sulla zona del porto. Se ti distrai per un attimo, ti sembra di stare a Roma, dinanzi al Colosseo.
La nostra storia non può inoltrarsi nella nebbia degli opportunismi e delle ipocrisie e restarci come un oggetto senz'anima, come un corpo che vive senza sentimenti. Una Città italiana se la vedi la senti tua, e se la senti ti manca.
E' necessario conoscere, vedere, sapere. Ho visitato quei luoghi da Trieste a Basovizza , sono sceso fino a Fiume e poi in Istria da Pola per risalire fino a Capodistria e tornare a Trieste. Terre bellissime dove c’erano gli odori ed i sorrisi di casa.
I racconti dei pochi sopravvissuti trasudano rabbia e amore per l'Italia e s’affaccia la malinconia per ciò che non c'è più. Nelle parole si percepisce l’amore misto alla rabbia per essersi sentiti abbandonati nelle mani di chi li aveva spogliati di tutto. I racconti sono quelli delle tragedie, delle umiliazioni, dei soprusi, degli espropri; quelli delle mortificazioni e delle privazioni, ma tutto col tempo passa nel silenzio della rassegnazione.
I nostri connazionali dell’Istria, della Dalmatia e della Venezia Giulia non solo si sono sentiti abbandonati dall’Italia, ma si sono sentiti rimossi: una vergogna, un’infamia, una viltà.
Ha avuto un nome questa ignominia: Palmiro Togliatti.
Ha avuto una responsabilità politica questa viltà: quella del partito comunista italiano.
Ha avuto un sicario questa mattanza: il Maresciallo Josip Broz Tito.
Non si sono mai conosciuti i numeri esatti delle vittime italiane che abitavano quelle terre. La pulizia etnica ha agito in diverse forme. C’è gente che è sparita nel nulla. Non se n’è saputo più niente: i segreti delle foibe “tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi ed il silenzio dei morti”.
E poi l’esodo verso l’Italia, con la propaganda comunista che descriveva i profughi come i “fascisti” che scappavano dalle loro responsabilità. Era gente, invece, a cui era stato tolto di tutto, gente che non aveva alternative e che scappava dalla pulizia etnica e dalla morte.
Togliatti è stato sempre un cinico bugiardo. Non sapeva come spiegare agli italiani che “i liberatori” slavi al comando di Tito non erano gli amici del popolo, come li aveva sempre descritti, ma bande di spietati assassini, mosse da un dittatore sanguinario, che avevano saccheggiato e depredato i nostri connazionali costringendoli a scappare.
Per tanti anni, con la complicità dei governi consociativi, ci hanno nascosto la storia, ci hanno celato i delitti, hanno rimosso le responsabilità, hanno minacciato e ammutolito i superstiti. Vigliacchi! Vigliacchi come tutti quelli che si adoperano a sostenere i regimi che soffocano la libertà dei popoli.
Le responsabilità storiche e le viltà, purtroppo, sono sempre scritte col sangue di chi non ha alcuna colpa. Le vittime delle brutalità non sono mai i regimi vinti, ma le donne e gli uomini che non avevano nulla da vincere, se non il proprio diritto alla vita nei luoghi in cui erano nati.
Nel 1936 la popolazione italiana nell'Istria, registrata dal censimento del Governo Italiano dell’epoca, era di 294.000 cittadini: nel 1961, dai dati del censimento slavo, era scesa a 14.354. Due dati presi in tempi diversi ma che non comprendono per intero il fenomeno. L’esodo e le foibe non hanno interessato solo l’Istria ma tutto il territorio italiano passato sotto il controllo della Jugoslavia di Tito. Una cifra realistica, ma approssimativa potrebbe essere quella di circa 350.000 cittadini interessati.
Tutte vittime senza responsabilità: quelle destinate a perdere sempre.
Non è mai giusto così!
Vito Schepisi
Pula in Croato. Si perché a Pola l’Italia non c’è più. A Pola l'Italia si avverte nelle cose che mancano. E' un po' come il pensiero per qualcuno o per qualcosa che è venuto meno.
In Città c'è un anfiteatro che si affaccia sulla zona del porto. Se ti distrai per un attimo, ti sembra di stare a Roma, dinanzi al Colosseo.
La nostra storia non può inoltrarsi nella nebbia degli opportunismi e delle ipocrisie e restarci come un oggetto senz'anima, come un corpo che vive senza sentimenti. Una Città italiana se la vedi la senti tua, e se la senti ti manca.
E' necessario conoscere, vedere, sapere. Ho visitato quei luoghi da Trieste a Basovizza , sono sceso fino a Fiume e poi in Istria da Pola per risalire fino a Capodistria e tornare a Trieste. Terre bellissime dove c’erano gli odori ed i sorrisi di casa.
I racconti dei pochi sopravvissuti trasudano rabbia e amore per l'Italia e s’affaccia la malinconia per ciò che non c'è più. Nelle parole si percepisce l’amore misto alla rabbia per essersi sentiti abbandonati nelle mani di chi li aveva spogliati di tutto. I racconti sono quelli delle tragedie, delle umiliazioni, dei soprusi, degli espropri; quelli delle mortificazioni e delle privazioni, ma tutto col tempo passa nel silenzio della rassegnazione.
I nostri connazionali dell’Istria, della Dalmatia e della Venezia Giulia non solo si sono sentiti abbandonati dall’Italia, ma si sono sentiti rimossi: una vergogna, un’infamia, una viltà.
Ha avuto un nome questa ignominia: Palmiro Togliatti.
Ha avuto una responsabilità politica questa viltà: quella del partito comunista italiano.
Ha avuto un sicario questa mattanza: il Maresciallo Josip Broz Tito.
Non si sono mai conosciuti i numeri esatti delle vittime italiane che abitavano quelle terre. La pulizia etnica ha agito in diverse forme. C’è gente che è sparita nel nulla. Non se n’è saputo più niente: i segreti delle foibe “tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi ed il silenzio dei morti”.
E poi l’esodo verso l’Italia, con la propaganda comunista che descriveva i profughi come i “fascisti” che scappavano dalle loro responsabilità. Era gente, invece, a cui era stato tolto di tutto, gente che non aveva alternative e che scappava dalla pulizia etnica e dalla morte.
Togliatti è stato sempre un cinico bugiardo. Non sapeva come spiegare agli italiani che “i liberatori” slavi al comando di Tito non erano gli amici del popolo, come li aveva sempre descritti, ma bande di spietati assassini, mosse da un dittatore sanguinario, che avevano saccheggiato e depredato i nostri connazionali costringendoli a scappare.
Per tanti anni, con la complicità dei governi consociativi, ci hanno nascosto la storia, ci hanno celato i delitti, hanno rimosso le responsabilità, hanno minacciato e ammutolito i superstiti. Vigliacchi! Vigliacchi come tutti quelli che si adoperano a sostenere i regimi che soffocano la libertà dei popoli.
Le responsabilità storiche e le viltà, purtroppo, sono sempre scritte col sangue di chi non ha alcuna colpa. Le vittime delle brutalità non sono mai i regimi vinti, ma le donne e gli uomini che non avevano nulla da vincere, se non il proprio diritto alla vita nei luoghi in cui erano nati.
Nel 1936 la popolazione italiana nell'Istria, registrata dal censimento del Governo Italiano dell’epoca, era di 294.000 cittadini: nel 1961, dai dati del censimento slavo, era scesa a 14.354. Due dati presi in tempi diversi ma che non comprendono per intero il fenomeno. L’esodo e le foibe non hanno interessato solo l’Istria ma tutto il territorio italiano passato sotto il controllo della Jugoslavia di Tito. Una cifra realistica, ma approssimativa potrebbe essere quella di circa 350.000 cittadini interessati.
Tutte vittime senza responsabilità: quelle destinate a perdere sempre.
Non è mai giusto così!
Vito Schepisi
25 maggio 2010
Il Pd incapace di intercettare il consenso

C’è ancora chi continua a credere che nel PD vi siano nobili sentimenti politici ancora inespressi. C’è chi pensa che siano state un po’ le vicende della contingente stagione politica, un po’ la diffidenza reciproca tra uomini con storie diverse, le difficoltà dell’amalgama ed, infine, il timore del nuovo, ad aver giocato un ruolo di freno alle potenzialità del partito guidato da Bersani. Ma c’è anche chi pensa, invece, che con le idee confuse e senza una leggibile strategia politica, sia più difficile ottenere la fiducia del Paese.
E’ evidente che, senza esser capaci di interpretare la società ed i suoi problemi, e reiterando persino la pretesa di giudicare gli elettori, sia inevitabile che si finisca col giocare un ruolo di secondo piano. Il Pd sembra un partito che si fa dettare la linea da altri. Ha al suo interno sentimenti e passioni che i vertici non riescono a controllare e guidare. Se non riuscirà a liberarsi del suo passato e di tutti quei personaggi che per una parte hanno sostenuto il mito della “felicità” comunista e per l’altra il cedimento e la rassegnazione al peggio, è difficile che il PD riesca a trovare la strada per diventare un vero partito democratico e riformista.
Prima e dopo le elezioni, prima e dopo il congresso, e con la conferenza programmatica di Roma, del Partito Democratico resta sempre la fisionomia del primo momento: un partito ora rancoroso, ora velleitario, soprattutto privo di idee e senza nessuna proposta. Un partito a metà strada tra l’immagine del Presidente Rosy Bindi, intollerante ed incapace di aperture di respiro politico, e quella del segretario Luigi Bersani che, formatosi nell’ipocrisia del vecchio Pci, adegua la linea del partito all’esatto contrario della proposta politica dell’avversario. Lo stesso metodo, illiberale ed autoritario, che induce tutto il PD a supporre che sia sufficiente dare un’idea criminale dell’avversario politico per conquistare il consenso popolare.
Più che riflettere sui contenuti della Conferenza nazionale celebrata dal PD, con conclusioni del tutto scontate, occorrerebbe invece riflettere sulla necessità, avvertita dal suo segretario, di dar la parvenza di un partito unito e capace di parlare con un’unica voce. E’ il caso di riflettere, ad esempio se, nel tempo di internet e delle comunicazioni, un partito possa permettersi di avere più voci, spesso in controcanto tra loro.
La riflessione vale per tutti. Vale, infatti, anche per il Pdl, in cui emerge l’azione di controcanto di Fini e dei suoi sostenitori. Il Pdl è anche l’asse portante della maggioranza che esprime il Governo e la polifonia delle voci al suo interno, per forza di cose, assume maggior rilievo politico.
Se il confronto delle idee, in democrazia, è un valore aggiunto, soprattutto quando serve per creare l’amalgama su idee e progetti, diventa, invece, un problema quando paralizza le scelte già fatte e quando alimenta confusione, disappunto e fastidio tra gli elettori.
Tornando al PD, non si sa se prevarrà, ma c’è la volontà di riprendere la strada del centralismo democratico. Il segretario ripropone la storia d’un tempo nel PCI. In quella “cosa” politica che non riesce a rinnovarsi nei metodi e nei programmi, ed in cui non emerge niente che faccia presagire per il futuro qualcosa di diverso dalla solita trama, si sta formando, di contro, la convinzione che l’immagine di un partito che discute, ma converge, sia molto più attraente di quella di un partito in cui si parlano lingue diverse ed in cui prevale la cultura della distinzione. Se quello di Bersani ora diventerà un intuito vincente dipenderà dal Pdl. Non sempre si vince sui meriti propri. Molto spesso, infatti, si prevale per gli errori degli altri.
Per il resto, nel PD, si conferma la solita carenza di idee e si consolida la percezione di un partito che si schiera sempre contro il Paese, contro il suo tessuto sociale fatto di famiglie, di anziani, di giovani, di lavoratori, di professionisti, di artigiani, di manager e di imprese. Manca il coraggio della responsabilità e manca il sostegno alla soluzione delle criticità del Paese. Assumersi le responsabilità del passato sarebbe, invece, un grande segnale di serietà e sarebbe anche un atto apprezzato dagli elettori.
Poca cosa, però, il PD di Bersani per l’ambizione di essere la componente riformista della democrazia italiana. E’ scarsa la tensione ideale di una nuova sinistra che voleva accantonare le spinte ideologiche per aprirsi, invece, al pluralismo. Resta la mancanza di convinzione per un rinnovato soggetto politico che voglia raccogliere le sfide dell’economia ed aprirsi al mercato ed alle sue regole. Permangono troppe contraddizioni per una forza popolare che voglia veramente dismettere la fisonomia del partito di lotta e di protesta, per assumere, invece, quella della fucina produttiva di proposte di governo.
Il PD non sa riflettere sugli errori, ma si lamenta perché non è capace di intercettare il consenso del Paese.
Vito Schepisi
Per il resto, nel PD, si conferma la solita carenza di idee e si consolida la percezione di un partito che si schiera sempre contro il Paese, contro il suo tessuto sociale fatto di famiglie, di anziani, di giovani, di lavoratori, di professionisti, di artigiani, di manager e di imprese. Manca il coraggio della responsabilità e manca il sostegno alla soluzione delle criticità del Paese. Assumersi le responsabilità del passato sarebbe, invece, un grande segnale di serietà e sarebbe anche un atto apprezzato dagli elettori.
Poca cosa, però, il PD di Bersani per l’ambizione di essere la componente riformista della democrazia italiana. E’ scarsa la tensione ideale di una nuova sinistra che voleva accantonare le spinte ideologiche per aprirsi, invece, al pluralismo. Resta la mancanza di convinzione per un rinnovato soggetto politico che voglia raccogliere le sfide dell’economia ed aprirsi al mercato ed alle sue regole. Permangono troppe contraddizioni per una forza popolare che voglia veramente dismettere la fisonomia del partito di lotta e di protesta, per assumere, invece, quella della fucina produttiva di proposte di governo.
Il PD non sa riflettere sugli errori, ma si lamenta perché non è capace di intercettare il consenso del Paese.
Vito Schepisi
14 gennaio 2010
Bettino Craxi, uno Statista

All’inizio degli anni ’90, per trarre un profilo di Bettino Craxi, avrei detto che era l’uomo che aveva saputo interpretare in Italia il nuovo corso del socialismo democratico. Craxi era stato il politico socialista che aveva saputo cambiare il volto del Psi, tirandolo fuori dal complesso di sudditanza ideologica verso il marxismo.
Nel post fascismo italiano l’idea della rivoluzione delle masse proletarie, il marxismo, aveva rappresentato il marchio di fabbrica di un nuovo sogno di giustizia sociale e di libertà. Il Psi aveva finito con interpretare il suo ruolo di partito dei lavoratori, proprio nel solco della continuità con la sua tradizione socialista del periodo antecedente all’avvento del fascismo. Le cose, però, erano un po’ cambiate, perché le scelte del Partito Socialista finivano sempre più con l’essere subordinate alle scelte politiche del Pci.
Il Partito Comunista, direttamente collegato ad una delle grandi potenze vincitrici dell’ultimo conflitto mondiale, duro, radicale, antisistema, vociante, ben finanziato e ben organizzato, emanava un fascino particolare verso i lavoratori. Il Pci in Italia predicava soluzioni di distribuzione delle ricchezze, diffondeva slogan come meno lavoro e più salario, e la sua propaganda finiva col sollecitare la fantasia delle masse.
Il Partito Socialista italiano, di contro, soffriva la presenza comunista, ma si trovava nell’incapacità di proporsi diversamente. Mancavano i mezzi ed era in dipendenza economica da fonti controllate direttamente o indirettamente dalla stessa rete del partito comunista. I socialisti finivano con l’essere costretti, per forza di cose, a nascondere le omissioni del Pci sulle condizioni di vita dei lavoratori nei paesi dell’est, a tacere sulla mancanza dei diritti, sulle violazioni delle libertà fondamentali represse dai regimi comunisti, a tacere sui lager, sui manicomi criminali per i dissidenti e sugli orrori della repressione sovietica.
Anche l’esperienza del centrosinistra dal 1962 non aveva favorito alcun “appeal” socialista degli elettori rispetto al Pci. La gestione del potere, al contrario, veniva vista, anche in questo caso, come un rapporto subordinato del Psi alla Democrazia Cristiana. Il centrosinistra aveva, invece, esaltato il ruolo politico del Pci, accreditato come unica alternativa al centrosinistra. Anche nel Parlamento il ruolo del Pci era quello di esclusiva opposizione alternativa, mentre le altre formazioni politiche, meno consistenti, erano chiamate dai media, e dalla letteratura conformista, con intento sottilmente spregiativo, come “le destre”.
Nel 1976 Montanelli dovette scrivere ai suoi lettori, su Il Giornale, di dover andare a votare per la Democrazia Cristiana, tappandosi il naso, per scongiurare il sorpasso alle elezioni politiche del Pci sulla Dc.
Il Psi aveva fallito. Alle elezioni del 1976, De Martino, allora segretario, subì una cocente sconfitta e scese sotto il 10%. Il suo Psi non era riuscito a convogliare verso il centro le forze popolari e proletarie del Paese. Iniziò così, nel luglio del 1976, all’hotel Midas di Roma, l’ascesa di Bettino Craxi. Nel 1983, per la prima volta in Italia, un socialista divenne Presidente del Consiglio.
Craxi, l’ultimo vero leader socialista italiano, seppe tirar fuori l’orgoglio dell’autonomia socialista. Lo statista socialista, guardando alla tradizione europea, riscoprendo il percorso pluralista delle democrazie riformiste dell’occidente, seppe imprimere la forza della svolta, come una “Bad Godesberg” italiana. Denunciò gli errori del leninismo e pose il socialismo umanitario di Proudhon in contrapposizione al marxismo. Lo fece senza timori riverenziali verso il Pci, che aveva incominciato ad odiarlo, ma mise così anche le radici per la vendetta e per la sua condanna all’esilio. A morte!
Craxi seppe sdoganare l’alternativa politica e parlamentare in un Parlamento che fino a tutti gli anni 70 era sclerotizzato, mummificato nella ricerca di un compromesso che doveva servire alla secolarizzazione dei due poteri emersi dalla caduta del fascismo: quello clericale – economico – finanziario, che ruotava intorno alla DC, e quello marxista – sindacale – editoriale, che ruotava intorno al Pci.
Se all’inizio degli anni ’90, per trarre un profilo di Bettino Craxi, avrei scritto tutto questo, oggi aggiungo che il Psi, per la svolta dell’alternativa riformista al compromesso tra cattolici e marxisti doveva uscire dalla subalternità economica e doveva potersi organizzare sul territorio alla pari di Pci e Dc. Ma questi ultimi si sostenevano su una fitta rete di finanziamenti di enti ed imprese e su un sistema già consolidato di finanziamenti illegali alla politica. Quella scelta era obbligata per competere, ed i socialisti di Craxi la fecero.
E’ stata la sua fine, però. E’stato il modo per farlo cadere.
Vito Schepisi
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12 novembre 2009
Gli Italiani hanno già dato

Non se ne avvertiva alcun bisogno, eppure è nato ancora un nuovo partito. Per iniziativa di un migrante politico naturale, a cui si sono aggiunti altri migranti di professione, è nata Alleanza per l’Italia per “un’Italia democratica, liberale, popolare e riformatrice”, come sostiene il suo leader.
C’è gente che non si accontenta di aver ricevuto già tanto dalla vita, e solo perché di professione ha fatto soltanto il politico. E sono soprattutto coloro che per esperienze pregresse hanno mostrato di saper fare ben poco di veramente utile e nuovo! Il politico di professione ci ha abituati a constatare che meno ha da proporre e più tempo ha per andare alla ricerca di spazi politici e ruoli da svolgere.
E’ il caso di Rutelli, ad esempio, il “bello guaglione” con cui Prodi, bontà sua, volle attribuirgli un bell’aspetto, ma in evidente contrapposizione al suo spessore specifico. Al suo esatto contrario, posto che per l’aspetto il Professore rispecchiava, invece, ed anche con molta fedeltà, sia l’inconsistenza concreta delle soluzioni avanzate, che la sgradevolezza operativa della sua proposta politica.
“Il PD si è spostato a sinistra”: è il leitmotiv di questa nuova aggregazione. E chi fa il salto, e passa dal PD al nuovo soggetto politico, si affretta a denunciare il fallimento dell’idea originaria del PD, s’accorge oggi che non è più ciò che sostenevano allora i promotori. Non è più ciò che diceva Veltroni al Lingotto. Per costoro il PD ha perso la caratteristica di forza aggregatrice di culture ed esperienze diverse, per diventare solo l’ennesima trasformazione di un ben individuato partito di sinistra, erede di un ben preciso riferimento politico che ha una storia travagliata e contraddittoria fatta di furbizie, meschinità, viltà, bugie e tradimenti.
Il PD per Rutelli e compagni è ora un’idea fallita. Con l’esito delle primarie e con l’elezione alla segreteria di Bersani si è concretizzata una sostanziale frattura con l’idea iniziale.
In verità, la rottura con un partito diverso e pluralista di centrosinistra si era già delineata prima delle primarie, con l’adesione in Europa al gruppo socialista. Gli artifizi verbali nella dizione del gruppo europeo non cambiano assolutamente la sostanza della convergenza in quel gruppo. Ora restano solo Franceschini, Fioroni, Letta e la Bindi che fingono di non accorgersi d’essere diventati dirigenti socialisti, anzi d’essere addirittura in un sottogruppo nazionale che lo è diventato dopo essere stato orgogliosamente comunista.
I sostenitori dell’Alleanza per l’Italia denunciano la deriva del partito di Bersani verso un’identità politica che va alla ricerca della sua vecchia connotazione. Quella naturalmente degli ex DS. Un addebito pesante, se lo si avanza per richiamare la colpa, attribuita al nuovo corso del PD, del ritorno all’identità post comunista, quella che era dei democratici di sinistra, quella che è l’identità di riferimento di Bersani. Quella che è anche l’identità originale degli eredi diretti del vecchio Pci.
I sostenitori dell’Alleanza, nonostante i toni smorzati, rivelano il loro disagio nel restare nel PD, denunciano l’errore della mancanza di confronto con la maggioranza, contestano il giustizialismo ed il pregiudizio di una parte dell’opposizione e prendono le distanze da quello che considerano un vero processo involutivo del partito di Bersani e D’Alema.
Si separano, a loro dire, dalla trasformazione del PD in un soggetto privo di un’anima riformista, che non ha fantasia politica e manca di innovazione, che indugia nel privilegiare il suo rapporto di tipo classista col sindacato di riferimento, come accadeva con il partito dei post comunisti.
Il nuovo corso del PD di Bersani, per Rutelli, oltre alla rinuncia alla spinta riformista, alla base della sua fondazione, è privo di appeal verso nuove fasce di elettori provenienti da aree diverse. Il nuovo partito di Rutelli vorrebbe invece essere di riferimento per coloro che hanno una visione moderna e progressista, per coloro che vogliono mantenere un dialogo aperto con la sinistra, ma che provengono da esperienze politiche diverse, quali la popolare, la laico-liberale e quella del riformismo socialista.
Tutto in una frase di Rutelli: "non sono d’accordo con un Pd che va a sinistra, ma lo rispetto".
Ma in Italia c’è già un partito di matrice popolare, laico-liberale, riformista e progressista, ed è il Pdl di Berlusconi. C’è già un grosso partito che ha voluto superare i vecchi schemi più o meno classisti ed essere di riferimento per un elettorato moderno. Un partito più credibile per numeri e per la complessità dei suoi contenuti. Un partito che ha dimostrato sul campo di essere un riferimento importante per la trasformazione e la modernizzazione del Paese, e che ha saputo risolvere questioni di crisi di grosso spessore. Un partito a cui la sinistra non ha saputo fornire né risposte politiche e né un’opposizione coerente.
Ma Rutelli, allora, dove vuole andare? Sappiamo che guarda a Casini che è contro il bipolarismo, proprio quello che, invece, consente di superare l’immobilismo corporativo. Ritorna la tentazione alla frammentazione, anticamera della partitocrazia. E’ cosa preoccupante perché nella confusione dei ruoli e delle azioni, come per il gioco delle tre carte, il popolo ci perde sempre.
Rutelli, come Casini, vorrebbe carpire voti al Pdl per portarli a sinistra?
Ma quali scenari politici ci riserva il futuro?
In tutta questa confusione, però, è bene ricordarlo, gli italiani hanno già dato.
Vito Schepisi
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25 maggio 2009
L'uso privato dei rimborsi elettorale è reato?

La politica non finanziata, però, durò solo tre anni, i più duri dopo tangentopoli, vennero meno quasi tutti i partiti tradizionali e sopravvisse solo il vecchio pci che, dopo il fallimento comunista, aveva cambiato nome in Pds. Nel 1996 un decreto, però, consentiva di aggirare l’esito referendario. Il finanziamento diventava, così, rimborso elettorale per le elezioni del 21 aprile dello stesso anno. Nel giugno del 1999, poi, col Governo D’Alema, veniva varata la legge ancora in vigore: "Nuove norme in materia di rimborso delle spese per consultazioni elettorali e referendarie e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici" .
Le motivazioni sono parte integrante della storia del finanziamento pubblico e si potrebbero sintetizzare in alcune semplici considerazioni. La politica per la presenza dei partiti attivi sul territorio nazionale, per il mantenimento delle sedi e del personale, per le attività di diffusione delle iniziative di partito, per le attività di stampa e per quelle organizzative, per la propaganda, per le campagne elettorali, per l’installazione di cartelloni e per l’affissione dei manifesti, per l’allestimento dei palchi nelle piazze per i comizi, per i fitti delle sale e dei teatri, per i rimborsi spese, per gli spot televisivi, ha costi di normale gestione anche rilevanti.
Una volta queste spese venivano coperte dai finanziamenti ottenuti dalle imprese produttive e commerciali, dalle tessere e dalle erogazioni liberali degli iscritti. Il Pci mostrava però di avere grandi risorse, sosteneva di ricavare fondi anche dalle feste dell’Unità, benché si stenta ancor oggi a credere che potessero essere di natura così rilevante. Si è portati invece a pensare che arrivassero in modo rilevante dalle mediazioni commerciali coi paesi dell’est europeo e dal sistema delle cooperative dell’Italia centrale, monopolizzatore in quei luoghi di lavori e forniture pubbliche.
Soldi arrivavano anche dal sostegno politico dei cosiddetti partiti fratelli, al di fuori del territorio nazionale, ed arrivavano, ai tempi della guerra fredda, dai paesi dell’Est europeo, pur in presenza di blocchi di influenza militare contrapposti (Nato e patto di Varsavia, ad esempio).
Il finanziamento pubblico doveva avere lo scopo di impedire che le somme di danaro potessero condizionare i partiti, ed attraverso questi ultimi il Parlamento. Le lobbies, le iniziative industriali, i monopoli produttivi, le caste e tutti i soggetti impegnati a perseguire una molteplicità di interessi particolari, hanno fatto sempre pressione sulla politica per spingere verso scelte legislative più agevoli ai loro affari. Anche le mafie e la delinquenza organizzata si sono infiltrate nella politica per governare l’economia del territorio, direttamente o intrecciandosi con i politici locali per aggiudicarsi, spesso aggirando le norme, gli appalti sulle realizzazioni, sui servizi e sulle forniture.
I risultati ottenuti sono stati però deludenti. Il finanziamento pubblico si è rivelato parallelo ad altre forme, spesso illecite, di finanziamento della politica, come le cronache hanno spesso registrato. Negli anni 80 e fino a tangentopoli è sembrato che i flussi di denaro del finanziamento pubblico facessero aumentare le esigenze e favorire gli illeciti con l’aggravante, per i soggetti economici finanziatori, di dover ricorrere all’accumulo dei fondi neri per poter finanziare i partiti.
Quest’accresciuta disponibilità finiva col rendere la politica più un’impresa del lusso e degli agi, più una casta di privilegiati, e sempre meno un impegno sociale.
Sull’attuale sistema dei rimborsi, c’è da rilevare che il legislatore ha lasciato molte zone d’ombra. Il contribuente, che è il finanziatore dei partiti, non può esercitare alcun controllo. Non vi sono regole di trasparenza e di legittimità democratica per l’incasso dei fondi. Non vi sono controlli sui rendiconti e sulle formalità di approvazione dei bilanci dei partiti e sulla destinazione dei fondi erogati. Esiste persino il pericolo di un uso personale dei rimborsi. Questa eventualità, però, sarebbe così moralmente inammissibile da doverci necessariamente chiedere se l’uso privato sia previsto come reato e se ci siano norme di prevenzione che il Parlamento possa attuare. E’già così sconfortante dover concorrere, come contribuenti, a finanziare l’attività di alcuni politici!
Vito Schepisi
11 marzo 2009
Il PD senza identità

Il risultato che ne riviene è di un partito dilaniato tra la difficoltà di svolgere il ruolo d’opposizione, da una parte, e dalla difficoltà di partecipare al confronto democratico, dall’altra. In questa difficoltà d’identità si spiega il limite nel farsi accreditare dall’elettorato come forza popolare di propulsione e di proposta.
Il Partito Democratico è visto come la naturale evoluzione della tentazione, negli anni a cavallo tra il 1970 e l’80, del compromesso storico tra la vecchia Democrazia Cristiana ed il vecchio Partito Comunista, disegno al tempo osteggiato dalle formazione laiche d’ispirazione liberale e da quelle del socialismo autonomista. Il partito cattolico era portatore di una cultura di governo e di un ruolo di centralità sulla scena politica nazionale. La DC stabiliva le alleanze e l’ambito dell’area politica in cui formare gli equilibri di governo. Il partito marxista, invece, aveva una cultura d’opposizione al sistema, con la necessità di trovare i contenuti ideali con cui motivare le sue battaglie di piazza. L’opposizione, più che sui contenuti, era nel merito del sistema della democrazia pluralista. Sembrava che ci fosse una sostanziale concordia sui ruoli, tra i democristiani che si assegnavano il ruolo di monopolisti del governo e tra i comunisti che si assegnavano, invece, il ruolo di monopolisti dell’opposizione.
Una cultura d’insieme che sembra esser stata traslata nel nuovo partito dove c’è una parte incapace d’essere opposizione, in quanto erede di una formazione monopolista del potere, e c’è un’altra parte incapace d’avere una strategia di governo per essere cresciuta nel mito dell’alternativa al sistema.
L’assunto ha trovato la sua conferma con il governo ombra di Veltroni. Lo “shadow cabinet” del PD si è trovato impegnato unicamente a lanciare allarmi sociali, legati alla tenuta democratica del Paese. Sono riemersi i vecchi richiami ideologici: fascismo ed antifascismo, razzismo e multietnicità sono richiami logori che non reggono più e che suppliscono la mancanza di proposte di governo, soprattutto dinanzi a situazioni reali di malcontento e di preoccupazione in Italia.
Molti dei ministri virtuali del PD sono rimasti nell’ombra, privi di riferimenti e proposte politiche, altri si sono limitati ad affiancare Veltroni nel sostenere solo una serie di no, uno dietro l’altro, del tutto inefficaci sul piano della proposta politica.
La tentazione del ricorso alla piazza, cara al vecchio Pci, è stata frenata solo dalla constatazione dei dirigenti pieddini di trovarsi dinanzi ad una sinistra più matura. C’è una base meno disposta a lasciarsi usare e soprattutto consapevole che non giovi scendere per le strade a protestare contro scelte avvertite come popolari e dettate dal buonsenso.
Anche a sinistra si è stanchi di troppa compiacenza ora per la criminalità, ora per i fannulloni, ora per la dispendiosa inefficienza dei servizi, scuola compresa, ora per la tolleranza esagerata verso l’immigrazione clandestina.
Veltroni ha persino ritenuto di farsi trainare dal movimento sindacale e dai no paralleli di Epifani con l’idea di occupare spazi lasciati vuoti dall’opposizione alternativa. L’ex segretario, così, ha solo favorito la rottura dell’unità sindacale ed è parso appiattito su un vetero sindacalismo conservatore, baluardo difensivo dei privilegi e dei fannulloni, e finanche distratto se non sordo alle ipotesi di spazi contrattuali destinati alle giovani generazioni.
Le difficoltà identitarie del Partito Democratico le vediamo ancora di più con Franceschini che dopo aver deposto l’ombra virtuale di un governo parallelo, si rifugia nel pregiudizio, rispolverando il sentimento antiberlusconiano come collante per fermare l’emorragia e tenere unito il partito.
Il PD finisce così per essere la sintesi delle contraddizioni per due ruoli in antitesi.
Veltroni ha persino ritenuto di farsi trainare dal movimento sindacale e dai no paralleli di Epifani con l’idea di occupare spazi lasciati vuoti dall’opposizione alternativa. L’ex segretario, così, ha solo favorito la rottura dell’unità sindacale ed è parso appiattito su un vetero sindacalismo conservatore, baluardo difensivo dei privilegi e dei fannulloni, e finanche distratto se non sordo alle ipotesi di spazi contrattuali destinati alle giovani generazioni.
Le difficoltà identitarie del Partito Democratico le vediamo ancora di più con Franceschini che dopo aver deposto l’ombra virtuale di un governo parallelo, si rifugia nel pregiudizio, rispolverando il sentimento antiberlusconiano come collante per fermare l’emorragia e tenere unito il partito.
Il PD finisce così per essere la sintesi delle contraddizioni per due ruoli in antitesi.
Un partito animato da uomini in lotta tra loro, con origini e culture diverse, in totale paralisi operativa, tanto da non riuscire ad essere né un partito di proposta e né un partito di protesta.
Vito Schepisi
25 febbraio 2009
La metamorfosi a tempo del PD

Un segretario con scadenza, come un oggetto di consumo da supermercato, come un alimento da consumare entro un tempo stabilito perché non ci sia pericolo che possa nuocere.
Il suo mandato è quello di tamponare Di Pietro e di bloccare l’emorragia dei consensi di chi predilige i toni duri ed i metodi pregiudiziali: quelli tipici dell’ex magistrato. Il suo mandato è di spostarsi a sinistra, ma senza spaventare eccessivamente l’area moderata, grazie alla sua capacità d’essere ambiguo, di spostarsi a sinistra solo accrescendo il tasso di conflittualità col Governo.
Il PD considera perduta al momento la fase della ricerca del consenso moderato. È stata presa in considerazione l’indisponibilità di Casini, quanto meno nell’immediato, e prima delle elezioni europee ed amministrative di fine primavera, nel farsi coinvolgere in avventure a tempo, senza che un Congresso del Partito Democratico stabilisca di già una precisa strategia di alleanze privilegiate con l’Udc. C’è inoltre la possibilità che nelle prossime fasi, con la posizione rigida di Rutelli sulla legge sul testamento biologico, o subito dopo le europee, il PD si possa scomporre e che qualcuno pensi di potersi giocare la carta di un’aggregazione al centro, a metà strada tra PDL e PD.
Quello di un partito nel mezzo è il sogno non tanto segreto di Follini e Casini a cui non sembrerebbe vero di veder svanire il bipolarismo e di potersi ritagliare una nuova edizione della politica del doppio forno, come quella della prima repubblica quando era il PSI, tra la DC ed il PCI, a condizionare le scelte politiche.
Lo scopo nell’immediato di Franceschini sembra, invece, quello di recuperare il consenso di quei militanti che guardano la politica come una partita di calcio tra la sinistra e Berlusconi. In questo confronto non conta giocare un buon calcio, ma vincere con ogni mezzo. Fuori della metafora, per il PD non conterà un’opposizione efficace e costruttiva, ma costi quel che costi, sarà importante recar danni all’avversario, anche col rischio di recar danni al Paese.
Un’ampia fascia di elettori PD è costituita dalla vecchia guardia dura e pura del vecchio Pci. I post comunisti sono quelli che vorrebbero che i vertici del partito entrino a gamba tesa contro l’avversario politico, con un arbitro quanto meno distratto, se non a completo servizio, appunto come piacerebbe a Di Pietro.
Il PD è convinto d’esser destinato a perdere le prossime elezioni europee ed amministrative del 7 giugno, ma ha bisogno di risultare perdente mentre vira a sinistra. Il PD, per poter rimescolare le carte e dar soddisfazione allo zoccolo duro, ha bisogno di non mortificare i militanti periferici. Ha bisogno di dar soddisfazione agli iscritti che sulle parete delle sezioni hanno ancora i simboli della falce e martello. Sono quelli che vogliono la guerra “dura e senza paura” come gridavano nelle piazze e nelle manifestazioni. Lo zoccolo duro è pur sempre la base del loro futuro.
Sarà dopo più facile, al congresso, dinanzi ad una linea perdente, convincere i militanti che sia necessario provare a spodestare Berlusconi dal centro e convincerli della necessità di dover conquistare quello spazio per vincere la sfida politica per il governo.
Veltroni leggeva Charles Dickens e Oscar Wilde, Franceschini va dritto su Kafka, sulla metamorfosi, tra l’ambiguità ed il disagio, per trovare una dritta.
Vito Schepisi
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16 dicembre 2008
Dopo Sky, quando l'equiparazione del regime fiscale anche per le Cooperative?

Non è servita l’indagine della Procura di Palermo del 2000 sugli intrecci di affari tra cooperative rosse e mafia per focalizzare l’attenzione intorno al mondo delle cooperative. Eppure non ci sembra possibile sottovalutare una presenza produttiva e commerciale tra le più grosse d’Italia, soprattutto alla luce dei ripetuti episodi di ingerenze sospette e di attività ben più larghe e lucrose di quanto fossero previste dal legislatore nelle finalità di una forma societaria senza fini di lucro.
La moralizzazione del Paese deve passare anche attraverso il monitoraggio dei giusti principi che giustificano misure di agevolazioni fiscali. Dopo che per Sky, si rivedano pertanto le aliquote anche per quelle associazioni non più impegnate solo a produrre e commercializzare, in cooperazione, beni e servizi di utilità sociale. Ben ci stanno le economie sulle spese, bene anche le iniziative sul piano dell’associazionismo e dell’occupazione, ma le agevolazioni fiscali, se non per forme di comprovato interesse sociale, non sono affatto giustificabili.
Non lo sono per almeno due motivi: sottraggono all’erario risorse da poter invece destinare ad interventi ritenuti più utili; sviluppano concorrenza sleale a quelle imprese che, pagando per intero le imposte, si trovano a dover fare i conti con margini più ridotti, con evidente pregiudizio ai principi della concorrenza e del libero mercato. L’impresa privata viene così a doversi difendere da una preoccupazione in più. In competizione con un soggetto economico privilegiato, infatti, il rischio impresa è più incalzante ed il pericolo di soccombere diviene reale. Nei periodi di recessione economica, come l’attuale, cresce anche il timore della perdita dei posti di lavoro, con il danno aggiuntivo alla collettività delle spese per gli ammortizzatori sociali.
Sarebbe persino troppo facile osservare che non sia giusto che, per far comprare una banca o una compagnia di assicurazione a qualcuno, si finisca col disperdere i requisiti della funzione sociale che lo Stato ha il dovere di assegnare alle agevolazioni fiscali. Non devono trasformarsi in un favore a qualcuno, o ad una parte del Paese, ma devono essere, senza ombre, misure da prendere nella loro funzione indifferibile di utilità sociale. In caso contrario, sarebbero un privilegio amorale.
Facendo come Travaglio (chiedo scusa ai lettori più seri - ndr), abile a riportare i virgolettati delle Procure, è al Tribunale della Libertà di Palermo, nell’ottobre del 2000, che si deve l’espressione “Le cooperative rosse hanno stipulato accordi con i più alti vertici dell'associazione mafiosa per la gestione degli appalti pubblici”. Pur con tutte le cautele, perché non si può usare la magistratura a giorni alterni, ma è sotto gli occhi di tutti il vasto raggio di interessi del sistema cooperativo. Non possono, inoltre, sfuggire gli intrecci col mondo della politica e degli affari, L’esondazione dell’intervento cooperativo nel mondo dell’impresa ordinaria sviluppa una concorrenza che di per se deve essere considerata sleale.
Sempre seguendo le indagini della magistratura, il PM Carlo Nordio, negli anni ‘90, aveva scoperto l’esistenza di un consistente patrimonio immobiliare, del valore di un migliaio di miliardi di lire, intestato a diversi prestanome, ma riconducibile direttamente al vecchio Pci, nel frattempo diventato Pds. Nel settembre del 1993 la procura di Milano in una perquisizione della sede del Pds, in Via delle Botteghe Oscure, trovava un’intera stanza piena di fascicoli relativi alla proprietà degli immobili. Non fu effettuato l’immediato sequestro, come avviene per prassi, ed i giorni successivi tutti i fascicoli scomparvero. E nessuno chiese conto a nessuno!(?) Il Sostituto Procuratore della Repubblica, Nordio, sempre negli anni ’90, aveva ricostruito alcune trame dei flussi di denaro che passavano dalle cooperative al partito post comunista. Non solo Nordio, ma anche altri magistrati nelle regioni rosse hanno seguito alcune vicende in cui si è sviluppato un interesse reciproco, fatto di scambi di uomini e voti, tra le cooperative ed i partiti della sinistra. Un conflitto di interessi che ancora permane ed agisce, come si è visto nella passata legislatura con le “lenzuolate” di Bersani, già presidente negli anni ‘90 della Regione Emilia e Romagna, sede storica del sistema cooperativo in Italia, mirate a favorire interessi ed opportunità per le associazioni cooperative.
Dopo Sky, allora, cosa si aspetta ad unificare il regime fiscale di quelle società cooperative strutturate come aziende produttive e/o industriali?
La moralizzazione del Paese deve passare anche attraverso il monitoraggio dei giusti principi che giustificano misure di agevolazioni fiscali. Dopo che per Sky, si rivedano pertanto le aliquote anche per quelle associazioni non più impegnate solo a produrre e commercializzare, in cooperazione, beni e servizi di utilità sociale. Ben ci stanno le economie sulle spese, bene anche le iniziative sul piano dell’associazionismo e dell’occupazione, ma le agevolazioni fiscali, se non per forme di comprovato interesse sociale, non sono affatto giustificabili.
Non lo sono per almeno due motivi: sottraggono all’erario risorse da poter invece destinare ad interventi ritenuti più utili; sviluppano concorrenza sleale a quelle imprese che, pagando per intero le imposte, si trovano a dover fare i conti con margini più ridotti, con evidente pregiudizio ai principi della concorrenza e del libero mercato. L’impresa privata viene così a doversi difendere da una preoccupazione in più. In competizione con un soggetto economico privilegiato, infatti, il rischio impresa è più incalzante ed il pericolo di soccombere diviene reale. Nei periodi di recessione economica, come l’attuale, cresce anche il timore della perdita dei posti di lavoro, con il danno aggiuntivo alla collettività delle spese per gli ammortizzatori sociali.
Sarebbe persino troppo facile osservare che non sia giusto che, per far comprare una banca o una compagnia di assicurazione a qualcuno, si finisca col disperdere i requisiti della funzione sociale che lo Stato ha il dovere di assegnare alle agevolazioni fiscali. Non devono trasformarsi in un favore a qualcuno, o ad una parte del Paese, ma devono essere, senza ombre, misure da prendere nella loro funzione indifferibile di utilità sociale. In caso contrario, sarebbero un privilegio amorale.
Facendo come Travaglio (chiedo scusa ai lettori più seri - ndr), abile a riportare i virgolettati delle Procure, è al Tribunale della Libertà di Palermo, nell’ottobre del 2000, che si deve l’espressione “Le cooperative rosse hanno stipulato accordi con i più alti vertici dell'associazione mafiosa per la gestione degli appalti pubblici”. Pur con tutte le cautele, perché non si può usare la magistratura a giorni alterni, ma è sotto gli occhi di tutti il vasto raggio di interessi del sistema cooperativo. Non possono, inoltre, sfuggire gli intrecci col mondo della politica e degli affari, L’esondazione dell’intervento cooperativo nel mondo dell’impresa ordinaria sviluppa una concorrenza che di per se deve essere considerata sleale.
Sempre seguendo le indagini della magistratura, il PM Carlo Nordio, negli anni ‘90, aveva scoperto l’esistenza di un consistente patrimonio immobiliare, del valore di un migliaio di miliardi di lire, intestato a diversi prestanome, ma riconducibile direttamente al vecchio Pci, nel frattempo diventato Pds. Nel settembre del 1993 la procura di Milano in una perquisizione della sede del Pds, in Via delle Botteghe Oscure, trovava un’intera stanza piena di fascicoli relativi alla proprietà degli immobili. Non fu effettuato l’immediato sequestro, come avviene per prassi, ed i giorni successivi tutti i fascicoli scomparvero. E nessuno chiese conto a nessuno!(?) Il Sostituto Procuratore della Repubblica, Nordio, sempre negli anni ’90, aveva ricostruito alcune trame dei flussi di denaro che passavano dalle cooperative al partito post comunista. Non solo Nordio, ma anche altri magistrati nelle regioni rosse hanno seguito alcune vicende in cui si è sviluppato un interesse reciproco, fatto di scambi di uomini e voti, tra le cooperative ed i partiti della sinistra. Un conflitto di interessi che ancora permane ed agisce, come si è visto nella passata legislatura con le “lenzuolate” di Bersani, già presidente negli anni ‘90 della Regione Emilia e Romagna, sede storica del sistema cooperativo in Italia, mirate a favorire interessi ed opportunità per le associazioni cooperative.
Dopo Sky, allora, cosa si aspetta ad unificare il regime fiscale di quelle società cooperative strutturate come aziende produttive e/o industriali?
Vito Schepisi
09 settembre 2008
Voglia di vendetta

Si ha l’impressione che ci sia gente pronta ad accorrere per lanciare ortaggi non appena se ne presenti un’occasione. Nel teatro politico italiano sembra che ci sia un loggione dove si è assiepata una turba di guastatori disposti a fischiare alla prima stecca dell’artista che si esibisce. E’ come se ci fossero in agguato i teppisti di Napoli, pronti a partire per invadere la capitale con l’intento di creare disordini ed animati dalla cultura della violenza e della distruzione.
E’ questa l’impressione che offre una fazione di quegli italiani che hanno trasformato la politica in una guerra senza frontiere.
Tutto sembra organizzato, tentato, provocato come una trama di un film. Si attende cinicamente qualcosa: un morto, una catastrofe naturale, una dichiarazione, un passo falso, una ricorrenza, un’epidemia, una crisi economica, l’inflazione che aumenta, il fallimento di un’impresa, uno stupro, un esecrabile atto criminale, per muoversi a responsabilizzare il governo.
Abbiamo visto il PD gettarsi a capo fitto sull’aggressione ai coniugi olandesi accampati in tenda nelle campagne a ridosso del centro abitato di Roma e Veltroni pronto ad accusare il governo per la scarcerazione dei fermati per le follie dei tifosi di Napoli. E’ come se la dichiarazione stesse già là, già redatta e conservata nel cassetto in attesa di completarla solo con la citazione dell’episodio. Non si può, infatti, trascurare il sospetto che Veltroni non possa non sapere che nel nostro ordinamento giudiziario la gestione dei fermati è compito della magistratura e non del governo.
Era così grande la voglia di aggrapparsi a qualcosa pur di soddisfare il risentimento per un deludente risultato elettorale? Così grande da trasformare l’opposizione politica in strumento di mistificazione?
Questo clima di attesa con il fucile in mano è ignobile!
E dire che Veltroni era partito con l’idea del dialogo su riforme e regole ben prima della caduta del Governo di Prodi. In campagna elettorale aveva evocato il crollo delle barriere erette contro il riconoscimento reciproco della legittimità democratica dei due schieramenti in competizione. Con l’idea di un bipolarismo richiesto all’insegna della governabilità aveva persino macellato la sinistra alternativa, con il richiamo al voto utile, impegnandosi per una nuova stagione dal sapore costituente della politica italiana.
Tutto sembra ora essersi esaurito e trasformato solo in un desiderio di vendetta. Una vendetta che appare ancor più isterica per il crollo della popolarità della sua amministrazione romana e che si manifesta nell’acredine verso il nuovo sindaco di Roma.
Veltroni che impartisce lezioni di democrazia e di condanna dei regimi intolleranti e disumani ci sembra del tutto improponibile e fuori luogo. I liberali italiani sanno guardare avanti ma senza farsi mettere i piedi in testa da avventizi ed opportunisti. La libertà, la democrazia e la condanna dei regimi totalitari, responsabili di barbarie contro l’umanità, non possono essere patrimonio di coloro che sono stati collaterali a detti regimi e per giunta da questi finanziati.
Il sindaco di Roma Alemanno è da sempre un fiero sostenitore di una politica sociale della destra, nel rispetto della democrazia e del pluralismo, con molta maggiore fierezza di quanta non ne abbia mostrata l’ex sindaco Veltroni nel rivendicare la sua collocazione post marxista, posto che, dopo esser stato un esponente di rilievo dell’ex pci, ha poi sostenuto di non esser mai stato comunista.
Si fa strada la preoccupazione che questo dialogo si allontani e che, anche in questa circostanza, la sinistra usi carte truccate. Non c’è nessuna voglia di riforme, e di nuova stagione nei rapporti tra maggioranza ed opposizione, ma solo l’istinto della vendetta.
Come negli anni passati, come nel vecchio pci poi ds, non c’è attenzione per il Paese ma solo per il Partito. Il nuovo PD è portatore della vecchia cultura della partitocrazia che non riesce a dissiparsi. Che abbia ragione D’Alema nel richiedere il rinnovo della classe dirigente!
Per questa sinistra conta più un espediente per mantenere le posizioni o migliorarle in vista delle prossime elezioni amministrative ed europee che contribuire al varo delle riforme ritenute necessarie dagli elettori. Gli italiani, invece, si aspettano atti di responsabilità dalle forze politiche e sindacali e attendono provvedimenti sulle materie dove più avvertono carenze come giustizia, sicurezza, legalità, politiche dell’occupazione e prezzi. Le famiglie si aspettano provvedimenti sull’ordinamento scolastico e sull’istruzione universitaria, preoccupate, a giusta ragione, che i propri figli ricevano una formazione speculare alle richieste del mercato del lavoro.
I numeri servono per governare e non per stabilire se si è perso di meno o di più, come va sostenendo Veltroni che beffardamente spaccia per successo elettorale il 34% dei voti del PD.
Si fa strada la convinzione che dialogare con questa sinistra sia come sedersi al tavolo da gioco con un baro. Il baro si siede al tavolo solo quando è convinto di vincere, come il PD era disposto a fare all’inizio dell’anno per scongiurare le elezioni anticipate che sapeva di perdere.
Vito Schepisi
13 marzo 2008
Ciarrapico e l'ipocrisia della sinistra

E’ bastata la trappola di Repubblica nell’aver sollecitato Ciarrapico, imprenditore e candidato indipendente nelle liste della Cdl, ad un insignificante giudizio politico su storie morte ed irripetibili, per far ritornare la politica nel vuoto della inconcludenza, imbrigliata nella presunzione di misurare con il metro del passato le proposte che circolano per il futuro.
Con puntuale e consapevole perfidia si è chiesto all’imprenditore romano se le sue idee sul fascismo, come idea politica (e non sulle valutazioni delle scelte del ventennio), fossero ancora rimaste integre. Si era alla ricerca della polemica da creare per tentare di colmare con palate di fango la differenza di consenso nel Paese tra i due contendenti politici.
I soliti metodi di coloro che non reggono al confronto sulle cose e rovesciano il tavolo, fomentando la rissa. Dopo aver navigato per tutti i mari del vizio, costoro si presentano con la faccia scandalizzata in tv. Come innocenti verginelle, si mostrano esterrefatti per ciò che accade e preoccupati per la tenuta del quadro politico a causa della parte liberale del paese. Siamo alla farsa! E’ il colmo, dopo aver rasentato il regime con Prodi, Di Pietro e la sinistra radicale!
Sembra di rivivere la favola di Fedro in cui la volpe che non arrivava all’uva diceva che era acerba. Veltroni incapace di reggere al confronto sulla credibilità di un programma liberale per lo sviluppo, la pressione fiscale, la sicurezza, i valori, si rifugia nel diversivo dell’ipocrisia per sottrarsi al giudizio degli elettori sulla sua incapacità.
“Ma voi vi ricordate che scandalo scoppiò esattamente un anno fa, quando quel fascistone di Ciarrapico dimostrò il suo entusiasmo per la nascita del Partito democratico, partecipando addirittura a un suo convegno? Vi ricordate le reazioni indignate di Veltroni, Fassino, Rutelli, D’Alema e Prodi? Io no.” ( Riccardo Barenghi, ex direttore del Manifesto, sulla Stampa del 12 marzo).
Gli italiani dovrebbero ormai sapere che a sinistra, come accadeva ai tempi del Pci, da una parte c’è il bene e dall’altra il male. A dividere gli uni dagli altri c’è un simbolico fiume, come il Gange per gli Indù. Se ci si immerge nel fiume per raggiungere le rive della sinistra il corpo si purifica e prevalgono le ragioni del divenire e della redenzione. Se si fa il percorso inverso si è invece venduti e traditori. Di quelli che stanno permanentemente dall’altra parte, invece, il meno colpevole è uno sciocco fuori dal tempo o, come dice D’Alema, “un reperto archeologico”, altri hanno malattie altamente infettive, alcuni sono pericolosi criminali e, naturalmente tutti, chi più o chi meno, fascisti.
Una volta si diceva che parlamentarizzare i settori più radicali serviva a renderli innocui, ad eliminare l’imprevedibilità delle posizioni extraparlamentari. Ma questa, a quanto pare, è una prerogativa solo della sinistra. Vale solo se resta una loro imprescindibile scelta: vogliono il possesso esclusivo del timbro di legittimità.
Come se la sinistra, che resta purtroppo quella di sempre, e non riesce assolutamente a nasconderlo, fosse una sorta di dogana della politica che stabilisca le merci importabili.
Persino Gavino Angius, già esponente di rilievo dei DS, non ha potuto fare a meno di definire “ipocrita” il PD ed invece “sincero” il Cavaliere.
La sincerità di Berlusconi sull’argomento è stata persino disarmante. La verità è sempre ciò che più si addice ai fatti. Averlo dimostrato anche in questo caso, al contrario di ciò che si vuol far pensare, è la riprova della bontà della fiducia che si deve riporre verso chi si preoccupa di arginare sulla destra un consenso che rimarrebbe, quanto meno al Senato, certamente extraparlamentare. Un consenso che non verrebbe sottratto al PD ma aggiunto al PDL per rendere maggiormente agibile la vittoria. Per governare.
Ciarrapico ha i suoi giornali che tornano utili e attira un consenso che andrebbe disperso.
In campagna elettorale si è sempre detto che i voti non si odorano ma si pesano: nella competizione del 2006, ventiquattromila voti sono stati fatti pesare come tonnellate contro l’opposizione. C’erano anche quelli di Caruso e della sinistra alternativa e dei centri sociali, spesso violenta e molto più pericolosa di un innocuo nostalgico.
Preoccuparsi dei numeri sufficienti per poter governare il Paese non è un esercizio di arroganza ma di consapevolezza delle difficoltà da affrontare. E’ serietà nel valutare la necessità di dover disporre di una maggioranza solida e coesa.
Chi si scandalizza farebbe bene piuttosto a parlare chiaro ai suoi elettori. Dovrebbe spiegare che le sue aspettative sono quelle di mirare a rendere numericamente limitata la vittoria del PDL. Per chiedere poi le larghe intese. E sembrano davvero sprovveduti coloro che invitano a sostenere Veltroni, magari tappandosi il naso, per contrastare Berlusconi, e nello stesso tempo mantengono il fervore di un contrasto senza esclusione di colpi verso il leader della PDL. Sono consapevoli che aiuteranno così Veltroni a ricercare l’intesa con Berlusconi?
Vito Schepisi
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