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24 febbraio 2013

Votare per battere le svolte autoritarie



Ve la ricordate l’Italia del preambolo?
Eravamo agli inizi egli anni ’80 ed il centrosinistra era entrato in crisi.
Nessuno degli obiettivi annunciati da Moro e Fanfani con l’apertura a sinistra negli anni 60, era stato raggiunto.
L’Italia usciva dal decennio delle contestazioni. Il centrosinistra era diviso e l’Italia era governata a macchia di leopardo (Bersani non li smacchiava ancora).
Negli anni 70 Le Brigare Rosse avevano seminato nel Paese lutti e inquietudini: per la sinistra erano i “compagni che sbagliano”.
Due anni prima era stato assassinato Aldo Moro.
Il Pci alternava le sue maschere di partito di lotta e di governo.
Anche l’idea della solidarietà nazionale era fallita.
Il PSI di Bettino Craxi con la politica dei due forni irritava la Democrazia Cristiana e la costringeva a subire.
L’ambiguità creava tensioni e divideva.
Al Congresso di Roma del 1980 usciva così vincitrice l’ala moderata della Democrazia Cristiana. Arnaldo Forlani vinceva il congresso sulla base di un “preambolo”, elaborato da Donat Cattin, che costituirà la base del documento finale su cui convergerà la maggioranza del partito.
Lo chiamarono il “preambolo Forlani”. Il documento, determinante per la vittoria congressuale, si poteva riassumere in un solo concetto: mai più con il Pci.
Le letture sono state diverse, ma il “preambolo” dette vita ad un periodo delicato della storia italiana. Gli anni 80 furono quelli del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). Vennero fuori gli scandali, il sistema delle lobby e delle lottizzazioni. Venne fuori il volto della gestione del potere che aveva coinvolto il sistema di una democrazia bloccata, priva com’era di un vero confronto politico costruito sull’alternanza, come, invece, avveniva in tutte le altre democrazie occidentali.
Le responsabilità erano da ricercare nella radicalizzazione del confronto politico. La propaganda comunista si faceva capillare, casa per casa. Le enormi disponibilità economiche di una parte (i soldi di Mosca) motivavano la sollecitazione dei finanziamenti illeciti anche dall’altra. Nei partiti non centralisti, però, salvo poche eccezioni, la corruzione si allargava anche all’arricchimento personale.
Si scoprì così che la politica italiana, attraversata dal sistema delle tangenti, si frammentava per la lotta del potere, creando questioni politiche, e si ricompattava in difesa degli spazi conquistati. Un modo che spesso coinvolgeva insieme maggioranza e opposizione, come un perfido gioco delle parti.
L’Italia, il futuro, gli stessi diritti dei cittadini passavano in secondo piano rispetto alla gestione del potere e alle strategie dello “status quo ante”. Tutti i reati, fino a tutto il 1989, furono poi cancellati con l’amnistia del 1990, votata dal pentapartito e dal Pci. Si salvò così il Pci. Anche allora la causa del male, anzi il male in assoluto, per lo sviluppo liberale e democratico dell’Italia, per i suoi inganni e per le sue ipocrisie, si è sfilato dal giudizio della storia.
La Dc del preambolo passava così dalla sofferenza intellettuale di Aldo Moro, preoccupato per la tenuta del sistema, al trionfo della strategia di potere delle correnti democristiane. Nel 1980, con il preambolo Forlani, la DC aveva provato ad uscire da una fase di drammatici e laceranti avvenimenti storici degli anni 70.
Nel 1976 alle elezioni politiche, Montanelli - quando sembrava che il Pci potesse essere il primo partito italiano – diceva agli italiani “turiamoci il naso e votiamo DC”, fotografando la sintesi schietta, come era nel carattere del giornalista, della tensione politica del momento.
Nel 1977 le proposte di Berlinguer per l’alternativa democratica, lanciate in una serie di articoli su “Rinascita”, aprivano brecce in una DC, uscita vincitrice dalla sfida per il primato nel 1976, ma assolutamente debole, incapace di un’iniziativa politica vincente. Gli italiani si dividevano sul “compromesso storico”.
Nel 1978, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro scuoteva l’Italia. Le Brigate Rosse rapivano lo statista pugliese il 16 marzo, mentre alla Camera si votava la fiducia al governo Andreotti, il primo senza il voto contrario del PCI.
Sul fallimento di questa esperienza, nel 1979 arrivavano le elezioni politiche anticipate con la DC che ripristinava le distanze elettorali con il Pci.
Nel 1980 il Congresso DC del preambolo Forlani: mai più con il pci.
Sembra preistoria, o sembra ieri, ma la storia è come un cerchio che gira attorno alle cose. E’ che la storia siamo sempre noi. Si dice così perché, se è vero che cambia tutto, dalla fanciullezza ai capelli bianchi, è anche vero che i protagonisti sono sempre gli uomini, i popoli, le scelte, le idee, le aspettative, le delusioni, le rabbie, il rancore, la fiducia, la speranza.
Non c’è niente che resti fuori da queste sensazioni. La storia le percorre, entra nella vita degli uomini, aggiusta, devasta, modifica, attenua, sviluppa, accende le passioni. Ed è anche per questo che si fanno sempre gli stessi errori.
Oggi si è dinanzi alle stesse questioni di ieri, ma in un quadro ancor più deteriorato. Sarà una questione epocale, come il passaggio da un’era all’altra, ma l’Italia non riesce a liberarsi delle illusioni alternative.
Come se la democrazia non fosse già un sistema di cose sgangherate, ma inevitabili, c’è ancora chi ne trova i difetti senza saper proporre soluzioni diverse. Ma non c’è alternativa alla democrazia. Non sempre piace ciò che produce, ma non esiste niente di meglio.
Cosa si può fare? Si deve andare a votare anche turandosi il naso, senza rischiare avventure. Se è giusto, e lo è, chiedere trasparenza e giustizia, non è giusto rischiare la democrazia e il futuro.
Si deve andare a votare ricordando che il preambolo della democrazia non cambia: è sempre mai più svolte autoritarie.
Vito Schepisi
 

17 dicembre 2009

Regime giudiziario



Saranno trascorsi 18 anni il prossimo febbraio da quando la Procura di Milano arrestò il “mariuolo” Mario Chiesa e dette il via alla stagione di Mani Pulite. Da quella data cambiarono le stagioni politiche del Paese. Era crollato tre anni prima il Muro di Berlino, il Pci aveva appena cambiato nome in Pds, e si collocava, con l’aiuto di Bettino Craxi, nella famiglia dei socialisti europei, dopo averli per anni considerati revisionisti e borghesi. Nelle politiche del 1992, con il 16,1% e facendo registrare un meno 10, 5% rispetto all’ultimo risultato del Pci, i post comunisti, avendo anche subito una scissione col Partito della Rifondazione Comunista, 5,6% alle stesse elezioni, facevano registrare un rilevante minimo storico. Un tracollo!
La caduta del muro aveva liberato il voto degli italiani. Veniva giù, assieme ai blocchi di cemento che avevano diviso la città tedesca, anche quel consociativismo che aveva congelato il quadro politico e che, come aveva sostenuto fino all’ultimo momento della sua prigionia e del suo assassinio, Aldo Moro, si apprestava a sconfinare nell’ineluttabile fase del compromesso di potere tra cattolici e marxisti. E’ in quella fase che nasce mani pulite. In quella fase in cui il partito post comunista è travolto dalla consapevolezza del fallimento del modello sociale che pretendeva importare in Italia. Nel momento in cui emergono le omertà, le viltà, le bugie, la propaganda, le illusioni, l’orrore.
“I comunisti sono gli unici che ci difendono" - Sono le parole che l’allora Vice Procuratore capo del pool di mani pulite, Gerardo D’Ambrosio (dal 2006 parlamentare del PD), disse al PM Tiziana Parenti che indagava sulle tangenti incassate dal Pci. La stessa Parenti che, dimessasi dalla magistratura nel 2003, dirà: “Mi venne affidata l'inchiesta Greganti non perché fossi la più brava fra i 50 sostituti, ma perché ero comunista e quindi avrei dovuto avere un occhio di riguardo. Era una questione di "opportunità"! In pratica mi chiese (D’Ambrosio) di fare una cosa disonesta deontologicamente, proponendo l'archiviazione. Fatelo voi, dissi a lui e a Borrelli, ma lasciate fuori me -Mi fu detto che mi divertivo a perseguitare i comunisti”.
Sono le stesse cose che la sinistra dice tuttora quando accusa Berlusconi di “ossessione dei comunisti”, quando vengono ricordate le viltà e le gesta infelici degli uomini di quel partito. In Italia si vuole che sia proibito parlare del fallimento comunista, e delle sue malefatte, come se non si dovesse più parlare degli orrori delle ideologie di massa, se non solo in riferimento al nazi-fascismo. Invece no! Il comunismo è stato del tutto simile ed a volte speculare al nazi-fascismo. Perfettamente sovrapponibile!
Il Pool di mani pulite partiva da una volontà politica più volte emersa a margine di quelle inchieste: quella di tener fuori la sinistra post comunista. Un salvacondotto che politicamente doveva legittimare la richiesta degli ex comunisti di assumere la guida del Paese. Benché fosse crollato il comunismo, l’Italia si doveva rivolgere agli ex comunisti per dare una svolta di cambiamento ai quasi 50 anni di corruzione, di immobilismo e di politica consociativa in cui anche il Pci aveva sguazzato. La rivoluzione di mani pulite eludeva la verità giudiziaria per trasformarsi in una ben precisa azione politica. Eludeva la costatazione che c’era un sistema di partiti che, salve alcune eccezioni (missini e radicali), toccava tutti i partiti in ordine direttamente proporzionale alla loro influenza. Il Pool aveva deciso di stroncare solo una parte della classe politica, facendo prevalere l’assunto che, se si toccavano gli ex comunisti, veniva meno tutto il castello di mani pulite. E’ stato un golpe giudiziario, lo stesso che ha smosso la fantasia del simbolo più crudo di quella stagione, Antonio Di Pietro, ideatore a quei tempi di un teorico golpe giudiziario di rilevanza prima europea e poi mondiale, come l’Ulivo mondiale di Prodi e compagni.
Sono trascorsi 18 anni e siamo ancora allo stesso punto. La magistratura, caparbia, delegittima le scelte democratiche degli elettori, anche se il Paese, di contro, non ne vuole sapere di affidarsi alla sinistra, anche se mischia le carte per confondersi e nascondersi dietro i nuovi soggetti politici che costituisce. I tre ultimi presidenti della repubblica che si sono succeduti, espressi da quell’area, o convertitisi dopo accuse gravi, ottenendone la redenzione, hanno infarcito gli organi che presiedono le garanzie (legittimità delle leggi ed autogoverno della magistratura) di uomini schierati a sinistra. Un pericolo che richiede attenzione e riforme. Il Paese è ora in una morsa che stringe l’esecutivo in un attacco, senza soluzione di continuità alla sua legittimità, benché sia espressione del voto popolare. L’Italia vorrebbe, invece, girar pagina.
Sarà mai possibile chiudere questa stagione e porre fine a questo regime giudiziario?
Vito Schepisi

14 ottobre 2008

Quanto durerà questo partito democratico?



Leggendo l’articolo di Peppino Caldarola sul Giornale di questa mattina, ho risolto un enigma che mi ponevo da tempo. Se il Pd in definitiva abbia offerto alla politica italiana qualcosa di nuovo. La risposta è stata negativa. Anche la presunta unificazione, in un partito, delle due componenti interessate all’incontro tra marxismo e cattolicesimo, caro al sentimento di ineluttabilità di Aldo Moro, e che ha coinvolto i post comunisti ed i post confessionali cattolici italiani, sa tanto di antico.
E’ emerso il vecchio compromesso storico, inseguito da anni in piena prima repubblica e bloccato solo con la tragica scomparsa dello Statista cattolico. Lo stesso che è stato pensato allora per sbancare il tavolo della democrazia e mettere fuori gioco sia il socialismo riformista che il liberalismo pragmatico dello Stato necessario. Il nuovo partito è simile all’equilibrio sostanziale tra la maggioranza a centralità democristiana e l’opposizione a centralità marxista del vecchio consociativismo.
La particolarità si rispecchia soltanto nella riflessione che, con il venir meno del centralismo democratico dell’esperienza marxista, il nuovo partito è stato influenzato maggiormente dall’aspetto tattico della vecchia Dc, dove e quando non si risparmiavano munizioni nella lotta intestina, per compattarsi subito dopo in presenza della divisione degli spazi di potere.
La presenza all’interno di anime teoricamente così differenti, da sembrare persino del tutto inconciliabili impone, oggi come imponeva allora, il metodo dell’immobilismo nell’attività propositiva del partito e la chiusura culturale alle riforme ed alle novità in genere. Contava allora, come conta ora, più ciò che si lasciava intendere di ciò che si faceva. La politica delle parole, cara a Veltroni, anziché la politica dei fatti.
Il PD è un puzzle dove le tessere si scompongono su ogni questione, per ricomporsi solo al sopraggiungere della necessità dell’unità strumentale per conquistare il proprio spazio di interdizione. La forza di ciascuno consiste solo nella sua capacità di poter impedire. E’ un campo di battaglia dove la tensione si avverte a naso. Veltroni acquista consenso solo se riesce a dividere. La sua forza è in definitiva solo quella sua debolezza che lo mantiene in vita. “Sulla carta - sostiene Caldarola - più il Pd si divide in ex Ds ed ex Popolari, con altre correnti di contorno, più il segretario può sentirsi in sella. A meno di un patto doroteo fra diessini e popolari che lo butti per aria, la nuova divisione nel Pd lascia un po’ di tempo da vivere, politicamente, a Veltroni”.
Tutti sono di passaggio, a parte che nel cammino della vita, anche nell’impegno politico, ma per Veltroni i suoi passaggi sono caratterizzati soltanto da rappresentazioni prive di contenuto. E’ come se in un teatro il sipario si aprisse dinanzi ad una scenografia maestosa per sfarzo e luci, ma senza che il protagonista abbia poi mostrato di saper ben occupare la scena. Una comparsa. Solo una semplice comparsa! Quanto fugace si vedrà: per ora ha solo compiuto un anno.
Anche il governo ombra del PD è piuttosto un governo in ombra. E’ sterile, inutile ed inconsistente; è privo della fisionomia rigorosa che, invece, la serietà del momento richiederebbe.
Il Pd si è spaccato persino sulla manifestazione del 25 ottobre, su cui invece Veltroni ha puntato giocandosi anche le carte del dialogo e del confronto con la maggioranza. La manifestazione avrà successo solo se riuscirà a mobilitare l’antiberlusconismo militante, Di Pietro, girotondini e sinistra alternativa compresi. Saranno, però, sempre coloro che non hanno votato e non voteranno Pd a decretare il successo o meno dell’iniziativa. Il collante sarà sempre il solito, ma perdente, prodotto.
Per raccattare questa gente, Veltroni ha chiesto sostegno alla base ed al sindacato della Cgil e si è mostrato disposto ad ogni genere di linguaggio, anche il più aspro. Da Alitalia ai contratti nell’industria il leader Pd è andato via, via alla ricerca dei toni esasperati per accreditarsi credibile, rincorrendo Di Pietro ed i centri sociali e facendo ricorso ad ogni doppiezza e strumentalizzazione. Sono tornate le polemiche su fascismo ed antifascismo, sono emerse le accuse di putinismo; si è arrivati a strumentalizzare gli immigrati e lanciare accuse di razzismo. Veltroni ha speculato persino sull’ultima crisi finanziaria.
Quanto durerà questo Partito Democratico? Questa si che è una bella domanda!
Vito Schepisi su l'Occidentale