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24 febbraio 2013

Votare per battere le svolte autoritarie



Ve la ricordate l’Italia del preambolo?
Eravamo agli inizi egli anni ’80 ed il centrosinistra era entrato in crisi.
Nessuno degli obiettivi annunciati da Moro e Fanfani con l’apertura a sinistra negli anni 60, era stato raggiunto.
L’Italia usciva dal decennio delle contestazioni. Il centrosinistra era diviso e l’Italia era governata a macchia di leopardo (Bersani non li smacchiava ancora).
Negli anni 70 Le Brigare Rosse avevano seminato nel Paese lutti e inquietudini: per la sinistra erano i “compagni che sbagliano”.
Due anni prima era stato assassinato Aldo Moro.
Il Pci alternava le sue maschere di partito di lotta e di governo.
Anche l’idea della solidarietà nazionale era fallita.
Il PSI di Bettino Craxi con la politica dei due forni irritava la Democrazia Cristiana e la costringeva a subire.
L’ambiguità creava tensioni e divideva.
Al Congresso di Roma del 1980 usciva così vincitrice l’ala moderata della Democrazia Cristiana. Arnaldo Forlani vinceva il congresso sulla base di un “preambolo”, elaborato da Donat Cattin, che costituirà la base del documento finale su cui convergerà la maggioranza del partito.
Lo chiamarono il “preambolo Forlani”. Il documento, determinante per la vittoria congressuale, si poteva riassumere in un solo concetto: mai più con il Pci.
Le letture sono state diverse, ma il “preambolo” dette vita ad un periodo delicato della storia italiana. Gli anni 80 furono quelli del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). Vennero fuori gli scandali, il sistema delle lobby e delle lottizzazioni. Venne fuori il volto della gestione del potere che aveva coinvolto il sistema di una democrazia bloccata, priva com’era di un vero confronto politico costruito sull’alternanza, come, invece, avveniva in tutte le altre democrazie occidentali.
Le responsabilità erano da ricercare nella radicalizzazione del confronto politico. La propaganda comunista si faceva capillare, casa per casa. Le enormi disponibilità economiche di una parte (i soldi di Mosca) motivavano la sollecitazione dei finanziamenti illeciti anche dall’altra. Nei partiti non centralisti, però, salvo poche eccezioni, la corruzione si allargava anche all’arricchimento personale.
Si scoprì così che la politica italiana, attraversata dal sistema delle tangenti, si frammentava per la lotta del potere, creando questioni politiche, e si ricompattava in difesa degli spazi conquistati. Un modo che spesso coinvolgeva insieme maggioranza e opposizione, come un perfido gioco delle parti.
L’Italia, il futuro, gli stessi diritti dei cittadini passavano in secondo piano rispetto alla gestione del potere e alle strategie dello “status quo ante”. Tutti i reati, fino a tutto il 1989, furono poi cancellati con l’amnistia del 1990, votata dal pentapartito e dal Pci. Si salvò così il Pci. Anche allora la causa del male, anzi il male in assoluto, per lo sviluppo liberale e democratico dell’Italia, per i suoi inganni e per le sue ipocrisie, si è sfilato dal giudizio della storia.
La Dc del preambolo passava così dalla sofferenza intellettuale di Aldo Moro, preoccupato per la tenuta del sistema, al trionfo della strategia di potere delle correnti democristiane. Nel 1980, con il preambolo Forlani, la DC aveva provato ad uscire da una fase di drammatici e laceranti avvenimenti storici degli anni 70.
Nel 1976 alle elezioni politiche, Montanelli - quando sembrava che il Pci potesse essere il primo partito italiano – diceva agli italiani “turiamoci il naso e votiamo DC”, fotografando la sintesi schietta, come era nel carattere del giornalista, della tensione politica del momento.
Nel 1977 le proposte di Berlinguer per l’alternativa democratica, lanciate in una serie di articoli su “Rinascita”, aprivano brecce in una DC, uscita vincitrice dalla sfida per il primato nel 1976, ma assolutamente debole, incapace di un’iniziativa politica vincente. Gli italiani si dividevano sul “compromesso storico”.
Nel 1978, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro scuoteva l’Italia. Le Brigate Rosse rapivano lo statista pugliese il 16 marzo, mentre alla Camera si votava la fiducia al governo Andreotti, il primo senza il voto contrario del PCI.
Sul fallimento di questa esperienza, nel 1979 arrivavano le elezioni politiche anticipate con la DC che ripristinava le distanze elettorali con il Pci.
Nel 1980 il Congresso DC del preambolo Forlani: mai più con il pci.
Sembra preistoria, o sembra ieri, ma la storia è come un cerchio che gira attorno alle cose. E’ che la storia siamo sempre noi. Si dice così perché, se è vero che cambia tutto, dalla fanciullezza ai capelli bianchi, è anche vero che i protagonisti sono sempre gli uomini, i popoli, le scelte, le idee, le aspettative, le delusioni, le rabbie, il rancore, la fiducia, la speranza.
Non c’è niente che resti fuori da queste sensazioni. La storia le percorre, entra nella vita degli uomini, aggiusta, devasta, modifica, attenua, sviluppa, accende le passioni. Ed è anche per questo che si fanno sempre gli stessi errori.
Oggi si è dinanzi alle stesse questioni di ieri, ma in un quadro ancor più deteriorato. Sarà una questione epocale, come il passaggio da un’era all’altra, ma l’Italia non riesce a liberarsi delle illusioni alternative.
Come se la democrazia non fosse già un sistema di cose sgangherate, ma inevitabili, c’è ancora chi ne trova i difetti senza saper proporre soluzioni diverse. Ma non c’è alternativa alla democrazia. Non sempre piace ciò che produce, ma non esiste niente di meglio.
Cosa si può fare? Si deve andare a votare anche turandosi il naso, senza rischiare avventure. Se è giusto, e lo è, chiedere trasparenza e giustizia, non è giusto rischiare la democrazia e il futuro.
Si deve andare a votare ricordando che il preambolo della democrazia non cambia: è sempre mai più svolte autoritarie.
Vito Schepisi
 

22 giugno 2010

Destra e sinistra ieri ed oggi


La semplificazione politica induce ad usare definizioni affrettate per indicare le sintesi ideali dei partiti e delle maggioranze. Si usa, ad esempio, parlare di centrodestra o di centrosinistra per indicare le coalizioni di maggioranza e di opposizione attualmente presenti in Parlamento. Ma non siamo sempre convinti che le semplificazioni corrispondano alle interpretazioni delle strategie politiche e dei modelli sociali proposti.
Accade che si faccia confusione e che alternativamente le semplificazioni assumano, per parte, soltanto il ricorso storico alla collocazione dei gruppi parlamentari nelle aule parlamentari e per parte, invece, più il ricorso ai luoghi comuni, ovvero a strumenti di mera propaganda, piuttosto che sintesi dei contenuti programmatici e dell’orientamento politico.
La destra, nella storia parlamentare, si chiamava così perché sedeva a destra dell’emiciclo visto dalla poltrona del Presidente, mentre la sinistra naturalmente era la parte che sedeva dall’altro verso. Negli anni, però, destra e sinistra hanno acquisito significati diversi. La democrazia ed il pluralismo politico, con la continua elaborazione dei partiti e finanche del pensiero, hanno reso ancor più complesso e differenziato il confronto. Il percorso evolutivo delle idee e dei modelli sociali, velocizzato dalle trasformazioni tecnologiche, industriali ed epocali, ha introdotto caratteristiche sempre più differenti per scelte ed obiettivi, sia da una parte che dall’altra.
Nel periodo tra la seconda metà degli anni 60 ed i primi anni 80 del secolo scorso, ad esempio, destra e sinistra avevano assunto il significato di un profondo discrimine sui valori dell’uomo. Si semplificava con disinvolta facilità su tutta una serie di aspetti umani, sociali e culturali. Si usava la doppia morale sui concetti di violenza, di democrazia, di solidarietà e, persino, sui sentimenti di pace. Emergeva un pacifismo ideologico che spesso si manifestava in modo contraddittorio, discriminando sui concetti di guerra, di aggressione, di violenza, di sopraffazione, di imperialismo e di sfruttamento.
Non più solo la distinzione tra la prevalenza dei contenuti di solidarietà o della diffusione della ricchezza. Tra i più moderati, il socialismo ed il liberismo venivano intesi come sistemi di sviluppo soltanto sociale, con più o meno diritti, con più o meno garanzie, ma del tutto slegati dai processi economici. Come se gli stati si potessero governare con i principi filosofici, con le spinte ideali, con i buoni propositi.
Nel movimento studentesco, sulla scia del pensiero di Herbert Marcuse, si imponeva tra i giovani il rifiuto di una scala dei valori riferiti alle origini, all’appartenenza, ed alle stesse tradizioni culturali del Paese. I valori suddetti venivano additati come strumenti borghesi che stabilivano la “tolleranza repressiva” delle democrazie occidentali. Da qui un complesso conflitto ideologico che arrivava a teorizzare persino una presunta diversa sostanza antropologica delle masse.
Parlare di individui era diventato difficile e pericoloso. Imperava il mito della rivoluzione culturale di Mao dove al rogo finivano i libri che testimoniavano appunto le tradizioni, i sentimenti e le origini del popolo cinese. Tutto era massa, tutto era numero. Una forma di pensiero che, assumendo forme più esasperate, riapriva lo stesso conflitto sulle ideologie assolute, come una forma di nazifascismo di ritorno, e con tanto di spinta alla soluzione finale.
La cultura della differenza era presente in tutti gli aspetti della vita quotidiana, persino nelle comitive, tra le scuole, nelle letture, nelle scelte dei film e nell’abbigliamento. Questa differenza si allargava nelle piazze, impregnandole dell’odore del fumo dei lacrimogeni e delle molotov ed, a volte, persino della polvere da sparo. E c’era anche chi ci rimetteva la vita.
In quegli anni c’era l’istigazione, a volte minacciosa, ad imporre una cultura piuttosto impropria dello Stato. Lo si voleva forzatamente ideologico. In tv e sui giornali, si affermavano modi e principi che divenivano stereotipi. Si provava anche a separare il pensiero degli uomini in una sorta di concetto manicheo dei buoni e dei cattivi. Era diventato difficile esprimersi. Il conformismo ammutoliva le coscienze. L’Italia che si esprimeva era di fatto divisa tra quella politicamente corretta e quella improponibile e pregiudizialmente scorretta, con quest’ultima categoria che si riduceva sempre di più per mancanza di spazio. L’unica voce libera era quella de Il Giornale di proprietà di Berlusconi e diretto da Indro Montanelli: fu sparato alle gambe dalle BR. Il Giornale era persino pericoloso acquistarlo nelle edicole
Quando si discuteva di problemi e soluzioni, c’era sempre qualcuno che al minimo cenno di dissenso strillava con ardore: “tu sei fascista e non puoi parlare”. Si urlava per aver più ragione e si parlava prevalentemente, per concetti astratti, di arco costituzionale e di fronte democratico, e si anteponevano, altresì, ad ogni tipo di confronto le pregiudiziali antifasciste.
E risale proprio a quei tempi l’uso del termine fascista per definire tutto ciò che era balordo, crudele, rozzo, arrogante, ma anche tutto ciò che si riferiva a quei valori che allora erano definiti borghesi, come la Patria, la famiglia, l’educazione, il rispetto, il dovere, la bandiera e l’inno nazionale. Era fascista l’anticomunismo ed il liberalismo. La stessa idea di libertà, nei suoi significati formali, era fascista. Anche il confronto parlamentare, a quei tempi, eludeva pregiudizialmente le istanze delle destre, per evitare l’istigazione alla sollevazione popolare.
Dalla seconda metà degli anni 60 il centrosinistra era diventata una formula irreversibile di governo, mentre, per i rapporti sempre più intensi con il pci, Aldo Moro, sfidando la logica matematico-geometrica, coniò il termine delle “convergenze parallele”. I non allineati, quelli che non ritenevano che la democrazia uscita dalle ceneri del fascismo dovesse risolversi nell’abbraccio ineluttabile, in un sistema consociativo, tra le due espressioni meno liberali della società italiana, erano tacciati d’essere reazionari ed antipopolari e si invocava per loro l’emarginazione sociale.
In questa confusione sui valori e nella mancanza di una serena coscienza civile del Paese, c’era naturalmente tutto lo spazio per una sorta di giustificazionismo ideologico che tutelava anche il teppismo politico.
Quella tra la seconda metà degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stata una finta democrazia. Sono stati anni dominati dall’interpretazione faziosa e distorta delle collocazioni politiche. Si voleva che il pluralismo politico fosse possibile solo nell’ambito di un pensiero unico e prevaleva l’idea del “chi non è con me, è contro di me” o, come direbbero oggi, “chi non salta … fascista è”.
I liberali, ad esempio, erano, senza appello, tacciati d’essere adepti della Confindustria ed il partito di Malagodi era il partito dei ricchi, anche se la Confindustria era essenzialmente fiat-dipendente ed amoreggiava con quel potere che veniva gestito in modo consociativo tra centrosinistra, partito comunista e sindacato e se Malagodi era invece un interprete molto serio e composto del liberalismo anglosassone.
Destra e sinistra nell’immaginario assumevano così significati molto diversi dalla mera collocazione parlamentare e dalle sintesi del pensiero e dei modelli di società che si conoscevano dall’Unità d’Italia fino all’avvento del fascismo. La prima veniva indicata come una rozza centrale della reazione, mentre la seconda come una virtuosa zona di sensibilità sociali. Solo i fatti e la lenta disgregazione del Paese hanno certificato, invece, l’incongruenza e l’inconsistenza di una imposizione culturale trasformatasi quasi in sistema, in un Paese che, privo di autentico pluralismo politico, si andava involvendo per asfissia di pensiero e di impulsi.
Caduto il tempo delle ideologie sono venute a nudo le difficoltà di rinnovarsi e la pigrizia nella capacità di liberare energie ed idee laddove l’assistenzialismo rendeva ininfluente l’impegno e la competizione. Un arrogante sistema chiuso ed autoreferenziale, con personaggi che si avvolgevano nelle forme per negare al popolo la sostanza o che insabbiatisi nella retorica populista sostenevano il clientelismo ed il parassitismo industriale. Senza la cultura della competitività, come soluzione non restava che l’azione di trasformare in debito pubblico la pace sociale.
Ci chiediamo ora a distanza di tempo, invece, cosa fossero destra e sinistra a quei tempi? E se fascismo e comunismo, che hanno monopolizzato l’immaginario sistema di misura nelle coscienze e nella cultura politica del secolo scorso, non siano state in definitiva le due facce della stessa medaglia autoritaria, anche se con accentuazioni diverse? Ci chiediamo se le comunità nazionali democratiche non siano quelle che invece valorizzano l’equilibrio, la moderazione ed il riformismo e che respingono le accentuazioni e l’esasperazioni dello scontro?
Democratico è chi si attiva a respingere la cultura degli accenti, chi privilegia il confronto, chi propone le soluzioni, non chi dice sempre di no.
La riflessione ritorna ai tempi attuali per chiederci cosa siano destra e sinistra oggi? Il riformismo, ad esempio, è di destra o di sinistra? La sicurezza dei cittadini cosa è? Ed i consumi, il mercato, le piccole imprese, il profitto, gli investimenti? E l’abuso, l’ingiuria, l’odio? E la legalità, la giustizia, l’equità? E la faziosità? E Travaglio? E Santoro? E, tolto Di Pietro, inclassificabile per assoluta mancanza di elementi di valutazione intellettiva, cosa sono Prodi, Casini, Berlusconi, Fini, D’Alema, Bossi e Bersani? Tutte domande che ci servono per capire se lo scontro politico d’oggi, se la faziosità, il narcisismo, l’intolleranza, la rabbia, l’odio, il rancore e persino l’ignoranza di alcuni avventurieri, non rischino di ricondurci indietro nel tempo.
Vito Schepisi

14 gennaio 2010

Bettino Craxi, uno Statista





All’inizio degli anni ’90, per trarre un profilo di Bettino Craxi, avrei detto che era l’uomo che aveva saputo interpretare in Italia il nuovo corso del socialismo democratico. Craxi era stato il politico socialista che aveva saputo cambiare il volto del Psi, tirandolo fuori dal complesso di sudditanza ideologica verso il marxismo.
Nel post fascismo italiano l’idea della rivoluzione delle masse proletarie, il marxismo, aveva rappresentato il marchio di fabbrica di un nuovo sogno di giustizia sociale e di libertà. Il Psi aveva finito con interpretare il suo ruolo di partito dei lavoratori, proprio nel solco della continuità con la sua tradizione socialista del periodo antecedente all’avvento del fascismo. Le cose, però, erano un po’ cambiate, perché le scelte del Partito Socialista finivano sempre più con l’essere subordinate alle scelte politiche del Pci.
Il Partito Comunista, direttamente collegato ad una delle grandi potenze vincitrici dell’ultimo conflitto mondiale, duro, radicale, antisistema, vociante, ben finanziato e ben organizzato, emanava un fascino particolare verso i lavoratori. Il Pci in Italia predicava soluzioni di distribuzione delle ricchezze, diffondeva slogan come meno lavoro e più salario, e la sua propaganda finiva col sollecitare la fantasia delle masse.
Il Partito Socialista italiano, di contro, soffriva la presenza comunista, ma si trovava nell’incapacità di proporsi diversamente. Mancavano i mezzi ed era in dipendenza economica da fonti controllate direttamente o indirettamente dalla stessa rete del partito comunista. I socialisti finivano con l’essere costretti, per forza di cose, a nascondere le omissioni del Pci sulle condizioni di vita dei lavoratori nei paesi dell’est, a tacere sulla mancanza dei diritti, sulle violazioni delle libertà fondamentali represse dai regimi comunisti, a tacere sui lager, sui manicomi criminali per i dissidenti e sugli orrori della repressione sovietica.
Anche l’esperienza del centrosinistra dal 1962 non aveva favorito alcun “appeal” socialista degli elettori rispetto al Pci. La gestione del potere, al contrario, veniva vista, anche in questo caso, come un rapporto subordinato del Psi alla Democrazia Cristiana. Il centrosinistra aveva, invece, esaltato il ruolo politico del Pci, accreditato come unica alternativa al centrosinistra. Anche nel Parlamento il ruolo del Pci era quello di esclusiva opposizione alternativa, mentre le altre formazioni politiche, meno consistenti, erano chiamate dai media, e dalla letteratura conformista, con intento sottilmente spregiativo, come “le destre”.
Nel 1976 Montanelli dovette scrivere ai suoi lettori, su Il Giornale, di dover andare a votare per la Democrazia Cristiana, tappandosi il naso, per scongiurare il sorpasso alle elezioni politiche del Pci sulla Dc.
Il Psi aveva fallito. Alle elezioni del 1976, De Martino, allora segretario, subì una cocente sconfitta e scese sotto il 10%. Il suo Psi non era riuscito a convogliare verso il centro le forze popolari e proletarie del Paese. Iniziò così, nel luglio del 1976, all’hotel Midas di Roma, l’ascesa di Bettino Craxi. Nel 1983, per la prima volta in Italia, un socialista divenne Presidente del Consiglio.
Craxi, l’ultimo vero leader socialista italiano, seppe tirar fuori l’orgoglio dell’autonomia socialista. Lo statista socialista, guardando alla tradizione europea, riscoprendo il percorso pluralista delle democrazie riformiste dell’occidente, seppe imprimere la forza della svolta, come una “Bad Godesberg” italiana. Denunciò gli errori del leninismo e pose il socialismo umanitario di Proudhon in contrapposizione al marxismo. Lo fece senza timori riverenziali verso il Pci, che aveva incominciato ad odiarlo, ma mise così anche le radici per la vendetta e per la sua condanna all’esilio. A morte!
Craxi seppe sdoganare l’alternativa politica e parlamentare in un Parlamento che fino a tutti gli anni 70 era sclerotizzato, mummificato nella ricerca di un compromesso che doveva servire alla secolarizzazione dei due poteri emersi dalla caduta del fascismo: quello clericale – economico – finanziario, che ruotava intorno alla DC, e quello marxista – sindacale – editoriale, che ruotava intorno al Pci.
Se all’inizio degli anni ’90, per trarre un profilo di Bettino Craxi, avrei scritto tutto questo, oggi aggiungo che il Psi, per la svolta dell’alternativa riformista al compromesso tra cattolici e marxisti doveva uscire dalla subalternità economica e doveva potersi organizzare sul territorio alla pari di Pci e Dc. Ma questi ultimi si sostenevano su una fitta rete di finanziamenti di enti ed imprese e su un sistema già consolidato di finanziamenti illegali alla politica. Quella scelta era obbligata per competere, ed i socialisti di Craxi la fecero.
E’ stata la sua fine, però. E’stato il modo per farlo cadere.
Vito Schepisi

24 aprile 2009

I manipolatori dell'informazione

Non si sa quanto Indro Montanelli avrebbe gradito essere chiamato in causa, in occasione del centenario della sua nascita, per sentirsi da miglior vita tirare la giacchetta perché avallasse la tesi di un’Italia occupata da un regime che, armato di manganello, impedisse la libertà d’informazione. E’ l’Italia che all’illusionista Santoro piacerebbe veder materializzare, per far emergere il suo immaginario eroismo di coraggioso difensore della libertà d’informazione o ergersi a vittima sacrificale, corredato di coordinate iban per bonifico bancario di riparazione.
Non si sa se Montanelli avrebbe persino gradito che a parlare di giornalismo, di professionalità e di etica dell’informazione ed ad accusare di autoritarismo ed addirittura di fascismo il leder moderato del Paese potessero essere giornalisti come Santoro, Gad Lerner, Travaglio, Mentana e Mieli.
Ancora una volta sulla televisione pubblica è stata allestita una trasmissione con molte ipocrisie e piena di rievocazioni di episodi di comodo. Una trasmissione sostenuta dallo staff e dal pubblico in sala ben allineato, come accade sempre e come piace al conduttore che però in questa circostanza è apparso, approssimativo e impreciso. Questa volta l’obiettivo di dimostrare che Berlusconi abbia il controllo dell’informazione era così inverosimile che la manipolazione gli è sfuggita di mano. Annozero si è concluso tra il nervosismo di Santoro, smentito con buona eleganza da Mieli e Mentana, con Lerner mortificato da Belpietro, con lo stereotipato sorriso simil-ebete di Travaglio e con la tristezza delle vignette del riesumato Vauro.
Per tornare al Giornalista di Fucecchio, nessuno ha mai nascosto la crisi dei rapporti tra Berlusconi e Montanelli, rispettivamente editore e direttore del Giornale fino all’inizio del 1994, e sfociata in una polemica rottura. Nessuno però, per onestà intellettuale, dovrebbe nascondere che il conflitto riveniva dalla natura dei personaggi e che fosse più caratteriale che politico, più di metodo che di merito. Quella di riconoscere a Montanelli il peso del suo fastidio per rischiare di diventare il direttore di un giornale allineato su di una parte politica, è la più grande espressione di lealtà che tutti amici ed avversari gli devono, anche coloro che sono rimasti delusi dalle posizioni assunte nei suoi ultimi anni di vita, e che lo hanno anche amabilmente perdonato.
La testimonianza della grande fermezza e personalità del fondatore de “Il Giornale” non sta tanto nel riconoscimento interessato dei suoi avversari (politici e giornalisti), quanto, invece, è da ricercare nella ferocia dei medesimi nel contrastarlo quando, col suo giornale era una voce fuori dal coro. E’ degno di grande stima ed onore, infatti, il Montanelli che uscito dal Corriere della Sera fonda Il Giornale ed occupa la scena, nonostante la ferocia e l’arroganza che covava all’interno di una opposizione politica che condizionava stampa, cultura ed istituzioni. In quell’opposizione politica che dominava le piazze, si ricorda che c’erano anche i Santoro, i Mieli ed i Gad Lerner, oltre a tanti altri che al tempo non si limitavano a porsi contro la diversità delle opinioni, ma le criminalizzavano, le minacciavano, le reprimevano. Invocavano allora un’informazione di classe, tutt’altro che libera.
A posteriori sono stati chiamati cattivi maestri e, per gli eccessi di alcuni, a sinistra si diceva che fossero anche compagni che sbagliavano. Impugnare un’arma e sparare, però, è stata solo la parte più infame di un metodo che comunque mirava a criminalizzare coloro che la pensavano in modo diverso. Dietro le pistole c’erano i movimenti di pensiero che teorizzavano la pretesa massimalista che non tutti potessero avere lo stesso diritto di esprimersi.
Invece di parlare dell’arcigno e tagliente risentimento di Montanelli contro Berlusconi, fingendo di ignorare che solo pochi mesi prima della rottura ne aveva tessuto le lodi, Santoro ed i suoi ospiti avrebbero fatto meglio a parlare della loro brillante carriera approdata ora sui lauti guadagni a spese dei contribuenti, ora nel sostegno di caste e famiglie industriali. Una bella e vantaggiosa evoluzione dopo esser stati a vociare nelle piazze contro la società borghese e per la lotta di classe ed avallato tesi sull’informazione anch’essa di classe.
Appare inverosimile pensare che ci sia un’informazione che abbia per protagonisti di riferimento gli stessi personaggi che sostengono che sia, invece, manipolata dal signore di Arcore.
E’ più che un lapsus freudiano il loro: è un dubbio amletico.
Vito Schepisi