Visualizzazione post con etichetta fascismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fascismo. Mostra tutti i post
26 aprile 2013
L'intollerante Vendola
Vendola, il politico in cui pulsa un cuore orgogliosamente comunista, insofferente al pluralismo, ma anche alla democrazia liberale, inquieto e intransigente, sostenitore di ogni protesta violenta contro lo Stato, spesso in contraddizione tra l'azione rozza ed il lessico falsamente gentile, giustizialista ma collocato, in un’oasi di impunità personale, in un tribunale “amico”, ha approfittato persino del 25 aprile, giorno della liberazione dell’Italia dal fascismo, per colpire l’idea delle grandi intese, con cui le due maggiori forze politiche del Paese stanno sperimentando una nuova esperienza di governo per le riforme e per uscire dalla crisi.
Con la sua retorica, senza mai pause di semplicità e di comprensione popolare, il leader di SEL ha sostenuto che nel Comitato di Liberazione Nazionale, da cui sorse la democrazia in Italia, non c’erano i “fascisti”. Ma nel Cnl i conflitti ci furono ugualmente perché se è vero che non c’erano i fascisti, c’erano invece i comunisti.
Per l’intollerante Vendola s’intuisce che l'esperienza per uscire dalla crisi, paragonata, con la consueta elaborazione enfatica, alla liberazione dell'Italia dal ventennio fascista, le grandi intese di oggi, a differenza di quelle del CLN di allora, sarebbero partecipate da soggetti politici che lui definisce “fascisti”.
Per il Governatore pugliese, i “fascisti” sarebbero quelli del Popolo della Libertà.
Un’accusa forte e violenta.
I fatti dicono cose diverse. Gli uomini liberi, piuttosto, mettono il fascismo in paragone con il comunismo e ne traggono persino differenze nella somma degli effetti negativi nei crimini contro l'umanità, e contro l'individuo e la sua sfera di libertà.
Il comunismo è stato, ed è ancora in alcune nazioni, un regime ancora più spietato e crudele del fascismo: un regime che in tutte le realtà nazionali in cui si è applicato si è retto sul terrore e sull'assoluta negazione dei diritti degli uomini.
Il comunismo, al pari del fascismo, concettualmente, è violenza. E’ un’idea contro l’uomo e contro la sua natura libera, con buona pace di Vendola che non se ne è mai accorto, o che se ne è accorto, ma che, per mero e meschino calcolo di opportunità, è stato così ipocrita da non volerlo far vedere.
Gli italiani liberi, però, sanno molto bene chi sono i reazionari e gli intolleranti. Sanno chi agisce contro la Nazione e contro gli italiani. Sanno chi rappresenta il nuovo pericolo per la democrazia e per la libertà.
Tra questi Vendola è in prima fila.
Se l’Italia facesse le riforme (come si vorrebbe provare con le grandi intese) il ruolo di quei ronzinari che cavalcano la protesta e le difficoltà della gente fallirebbe, Vendola non avrebbe più un ruolo da interpretare e l’Italia ne trarrebbe certamente gran giovamento.
Se con il fascismo si evoca la violenza, se nel suo accesso più comune ci ricorda i toni forti e autoritari, se con il termine “fascismo” s’indica la negazione del pluralismo, i toni apodittici, il culto dell’autoperfezione e si dà l’idea dell’arroganza … Vendola sembra una delle figure tipiche per rappresentarne la parte più inquietante e pericolosa: a lui andrebbe l’eredità sostanziale.
Vendola sarebbe un fascista a tutto tondo e non gli mancherebbe la tipicaretorica.
Fallita alle elezioni la sua proposta politica - senza l’alleanza con il PD il suo partito non sarebbe neanche entrato in Parlamento - con la foto di Vasto sgranatasi dinanzi a scelte velleitarie e alle evidenti contraddizioni nel voler coniugare soluzioni demagogiche – o altre autoritarie e illiberali – con obiettivi di sviluppo e di contenimento della spesa pubblica, persa per strada la maggioranza del Paese, Vendola ora prende le distanze dal PD ed è alla ricerca di nuove aggregazioni, magari con il populismo di Grillo, con cui già condivide alcune scelte e certamente anche quella di voler violentare l’Italia e la democrazia.
E’ troppo ora sentire che Vendola dia lezioni di democrazia e che celebrando il 25 aprile si faccia interprete di quel cambiamento che in Italia si è arenato per via delle politiche demagogiche e illiberali della sinistra comunista.
Vito Schepisi
23 dicembre 2012
Populismo
C’è una nuova parola d’ordine nella politica dei luoghi comuni. Ora la usano in modo diffuso, spesso in modo improprio. La parola è “populismo”.
I più non sanno cosa significhi, ma suona abbastanza bene. Anche chi l’ascolta, non conoscendone il significato, la riempie di altri luoghi comuni, soprattutto di nefandezze e di responsabilità. Il populismo nell’accesso politico indica il modo demagogico e facile di parlare alla pancia del popolo interpretandone le ansie e il modo sommario di risolvere le criticità sociali e quelle economiche e di vita. Il populismo dalla “Treccani” è: 1) Movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizî del sec. 20°; si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate (contadini e servi della gleba), e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale; 2) atteggiamento ideologico che, sulla base di principi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. C’era già molta confusione in Italia. L’oligarchia è spacciata per democrazia, la repressione per libertà e la Costituzione per una miss in un concorso di bellezza. Ora anche questa! Il populismo buttato là, come una colpa, si presta a riassumere tutte le immagini di un pericolo, come una volta si faceva con l’accusa di “fascismo”. Una volta, per somma di beffa, era “fascismo” tutto ciò che contrastava l’idea populista. Ricordiamo, ad esempio, quando si diceva del profitto variabile indipendente dell’impresa o quando la classe operaia che andava direttamente in Paradiso. Erano tutte espressioni della retorica populista, di formazione prettamente operaista. Tutto si reggeva su quella parola magica del tempo “il fascismo” e tutto si esorcizzava con l’antifascismo. Era populismo il richiamo ad unirsi ai proletari di tutto il mondo contro la democrazia borghese dell’Occidente, era populismo il richiamo contro le idee liberali che non anteponevano la lotta di classe alle scelte individuali e alla libera concorrenza. Come in una sorta di contrappasso socio-politico, ora invece capita che siano quelli che una volta erano chiamati “fascisti” ad accusare di populismo chi si richiama ancora alla società plurale e chi non accetta le concertazioni, il consociativismo e la conflittualità finta tra le parti. Se la società moderna si evolve e conquista i suoi spazi di libertà e di benessere attraverso il confronto degli interessi contrapposti - accade così dappertutto nel mondo libero - vorrà dire che il contrario sarà a danno di qualcuno o qualcosa. Sarebbe logico pensare che sia a danno della libertà e del benessere di tutti e a solo vantaggio della classe dominante che si propone come arbitro e che decide le regole per tutti a spese della collettività. Il populismo è così diventato un effetto magico che, inserito nell’insieme di un discorso critico, in un comizio piuttosto che in un ragionamento finito, ci sta come la ciliegina sulla torta. A questo bieco gioco “etichettaro” si presta anche l’uomo dell’annus horribilis italiano, Mario Monti, che con Repubblica si è lasciato andare ad una frase che sembra presa tutta intera dal repertorio della retorica del nostro Presidente della Repubblica: "fare muro e limitare il riafflusso alla destra populista". Si, va bene professor Monti, ma cosa significa? La destra che non accetta un’Europa a trazione tedesca, che non accetta le politiche di rigore sulle spalle della povere gente, senza tagliare sprechi e privilegi, che non accetta la mancanza assoluta delle politiche per lo sviluppo, che non può avallare la distruzione della piccola e media impresa italiana, che non condivide le politiche vessatorie dello Stato, cinico ed esoso nel mettere in difficoltà imprese e famiglie, ma lento e strafottente nell’assolvere i suoi impegni, questa destra perché sarebbe populista? Un interrogativo che in questa campagna elettorale non avrà nessuna risposta. Vito Schepisi |
Etichette:
fascismo,
Monti,
Napolitano,
populismo
22 giugno 2010
Destra e sinistra ieri ed oggi

La semplificazione politica induce ad usare definizioni affrettate per indicare le sintesi ideali dei partiti e delle maggioranze. Si usa, ad esempio, parlare di centrodestra o di centrosinistra per indicare le coalizioni di maggioranza e di opposizione attualmente presenti in Parlamento. Ma non siamo sempre convinti che le semplificazioni corrispondano alle interpretazioni delle strategie politiche e dei modelli sociali proposti.
Accade che si faccia confusione e che alternativamente le semplificazioni assumano, per parte, soltanto il ricorso storico alla collocazione dei gruppi parlamentari nelle aule parlamentari e per parte, invece, più il ricorso ai luoghi comuni, ovvero a strumenti di mera propaganda, piuttosto che sintesi dei contenuti programmatici e dell’orientamento politico.
La destra, nella storia parlamentare, si chiamava così perché sedeva a destra dell’emiciclo visto dalla poltrona del Presidente, mentre la sinistra naturalmente era la parte che sedeva dall’altro verso. Negli anni, però, destra e sinistra hanno acquisito significati diversi. La democrazia ed il pluralismo politico, con la continua elaborazione dei partiti e finanche del pensiero, hanno reso ancor più complesso e differenziato il confronto. Il percorso evolutivo delle idee e dei modelli sociali, velocizzato dalle trasformazioni tecnologiche, industriali ed epocali, ha introdotto caratteristiche sempre più differenti per scelte ed obiettivi, sia da una parte che dall’altra.
Nel periodo tra la seconda metà degli anni 60 ed i primi anni 80 del secolo scorso, ad esempio, destra e sinistra avevano assunto il significato di un profondo discrimine sui valori dell’uomo. Si semplificava con disinvolta facilità su tutta una serie di aspetti umani, sociali e culturali. Si usava la doppia morale sui concetti di violenza, di democrazia, di solidarietà e, persino, sui sentimenti di pace. Emergeva un pacifismo ideologico che spesso si manifestava in modo contraddittorio, discriminando sui concetti di guerra, di aggressione, di violenza, di sopraffazione, di imperialismo e di sfruttamento.
Non più solo la distinzione tra la prevalenza dei contenuti di solidarietà o della diffusione della ricchezza. Tra i più moderati, il socialismo ed il liberismo venivano intesi come sistemi di sviluppo soltanto sociale, con più o meno diritti, con più o meno garanzie, ma del tutto slegati dai processi economici. Come se gli stati si potessero governare con i principi filosofici, con le spinte ideali, con i buoni propositi.
Nel movimento studentesco, sulla scia del pensiero di Herbert Marcuse, si imponeva tra i giovani il rifiuto di una scala dei valori riferiti alle origini, all’appartenenza, ed alle stesse tradizioni culturali del Paese. I valori suddetti venivano additati come strumenti borghesi che stabilivano la “tolleranza repressiva” delle democrazie occidentali. Da qui un complesso conflitto ideologico che arrivava a teorizzare persino una presunta diversa sostanza antropologica delle masse.
Parlare di individui era diventato difficile e pericoloso. Imperava il mito della rivoluzione culturale di Mao dove al rogo finivano i libri che testimoniavano appunto le tradizioni, i sentimenti e le origini del popolo cinese. Tutto era massa, tutto era numero. Una forma di pensiero che, assumendo forme più esasperate, riapriva lo stesso conflitto sulle ideologie assolute, come una forma di nazifascismo di ritorno, e con tanto di spinta alla soluzione finale.
La cultura della differenza era presente in tutti gli aspetti della vita quotidiana, persino nelle comitive, tra le scuole, nelle letture, nelle scelte dei film e nell’abbigliamento. Questa differenza si allargava nelle piazze, impregnandole dell’odore del fumo dei lacrimogeni e delle molotov ed, a volte, persino della polvere da sparo. E c’era anche chi ci rimetteva la vita.
In quegli anni c’era l’istigazione, a volte minacciosa, ad imporre una cultura piuttosto impropria dello Stato. Lo si voleva forzatamente ideologico. In tv e sui giornali, si affermavano modi e principi che divenivano stereotipi. Si provava anche a separare il pensiero degli uomini in una sorta di concetto manicheo dei buoni e dei cattivi. Era diventato difficile esprimersi. Il conformismo ammutoliva le coscienze. L’Italia che si esprimeva era di fatto divisa tra quella politicamente corretta e quella improponibile e pregiudizialmente scorretta, con quest’ultima categoria che si riduceva sempre di più per mancanza di spazio. L’unica voce libera era quella de Il Giornale di proprietà di Berlusconi e diretto da Indro Montanelli: fu sparato alle gambe dalle BR. Il Giornale era persino pericoloso acquistarlo nelle edicole
Quando si discuteva di problemi e soluzioni, c’era sempre qualcuno che al minimo cenno di dissenso strillava con ardore: “tu sei fascista e non puoi parlare”. Si urlava per aver più ragione e si parlava prevalentemente, per concetti astratti, di arco costituzionale e di fronte democratico, e si anteponevano, altresì, ad ogni tipo di confronto le pregiudiziali antifasciste.
E risale proprio a quei tempi l’uso del termine fascista per definire tutto ciò che era balordo, crudele, rozzo, arrogante, ma anche tutto ciò che si riferiva a quei valori che allora erano definiti borghesi, come la Patria, la famiglia, l’educazione, il rispetto, il dovere, la bandiera e l’inno nazionale. Era fascista l’anticomunismo ed il liberalismo. La stessa idea di libertà, nei suoi significati formali, era fascista. Anche il confronto parlamentare, a quei tempi, eludeva pregiudizialmente le istanze delle destre, per evitare l’istigazione alla sollevazione popolare.
Dalla seconda metà degli anni 60 il centrosinistra era diventata una formula irreversibile di governo, mentre, per i rapporti sempre più intensi con il pci, Aldo Moro, sfidando la logica matematico-geometrica, coniò il termine delle “convergenze parallele”. I non allineati, quelli che non ritenevano che la democrazia uscita dalle ceneri del fascismo dovesse risolversi nell’abbraccio ineluttabile, in un sistema consociativo, tra le due espressioni meno liberali della società italiana, erano tacciati d’essere reazionari ed antipopolari e si invocava per loro l’emarginazione sociale.
In questa confusione sui valori e nella mancanza di una serena coscienza civile del Paese, c’era naturalmente tutto lo spazio per una sorta di giustificazionismo ideologico che tutelava anche il teppismo politico.
Quella tra la seconda metà degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stata una finta democrazia. Sono stati anni dominati dall’interpretazione faziosa e distorta delle collocazioni politiche. Si voleva che il pluralismo politico fosse possibile solo nell’ambito di un pensiero unico e prevaleva l’idea del “chi non è con me, è contro di me” o, come direbbero oggi, “chi non salta … fascista è”.
I liberali, ad esempio, erano, senza appello, tacciati d’essere adepti della Confindustria ed il partito di Malagodi era il partito dei ricchi, anche se la Confindustria era essenzialmente fiat-dipendente ed amoreggiava con quel potere che veniva gestito in modo consociativo tra centrosinistra, partito comunista e sindacato e se Malagodi era invece un interprete molto serio e composto del liberalismo anglosassone.
Destra e sinistra nell’immaginario assumevano così significati molto diversi dalla mera collocazione parlamentare e dalle sintesi del pensiero e dei modelli di società che si conoscevano dall’Unità d’Italia fino all’avvento del fascismo. La prima veniva indicata come una rozza centrale della reazione, mentre la seconda come una virtuosa zona di sensibilità sociali. Solo i fatti e la lenta disgregazione del Paese hanno certificato, invece, l’incongruenza e l’inconsistenza di una imposizione culturale trasformatasi quasi in sistema, in un Paese che, privo di autentico pluralismo politico, si andava involvendo per asfissia di pensiero e di impulsi.
Caduto il tempo delle ideologie sono venute a nudo le difficoltà di rinnovarsi e la pigrizia nella capacità di liberare energie ed idee laddove l’assistenzialismo rendeva ininfluente l’impegno e la competizione. Un arrogante sistema chiuso ed autoreferenziale, con personaggi che si avvolgevano nelle forme per negare al popolo la sostanza o che insabbiatisi nella retorica populista sostenevano il clientelismo ed il parassitismo industriale. Senza la cultura della competitività, come soluzione non restava che l’azione di trasformare in debito pubblico la pace sociale.
Ci chiediamo ora a distanza di tempo, invece, cosa fossero destra e sinistra a quei tempi? E se fascismo e comunismo, che hanno monopolizzato l’immaginario sistema di misura nelle coscienze e nella cultura politica del secolo scorso, non siano state in definitiva le due facce della stessa medaglia autoritaria, anche se con accentuazioni diverse? Ci chiediamo se le comunità nazionali democratiche non siano quelle che invece valorizzano l’equilibrio, la moderazione ed il riformismo e che respingono le accentuazioni e l’esasperazioni dello scontro?
Democratico è chi si attiva a respingere la cultura degli accenti, chi privilegia il confronto, chi propone le soluzioni, non chi dice sempre di no.
La riflessione ritorna ai tempi attuali per chiederci cosa siano destra e sinistra oggi? Il riformismo, ad esempio, è di destra o di sinistra? La sicurezza dei cittadini cosa è? Ed i consumi, il mercato, le piccole imprese, il profitto, gli investimenti? E l’abuso, l’ingiuria, l’odio? E la legalità, la giustizia, l’equità? E la faziosità? E Travaglio? E Santoro? E, tolto Di Pietro, inclassificabile per assoluta mancanza di elementi di valutazione intellettiva, cosa sono Prodi, Casini, Berlusconi, Fini, D’Alema, Bossi e Bersani? Tutte domande che ci servono per capire se lo scontro politico d’oggi, se la faziosità, il narcisismo, l’intolleranza, la rabbia, l’odio, il rancore e persino l’ignoranza di alcuni avventurieri, non rischino di ricondurci indietro nel tempo.
Vito Schepisi
Etichette:
Berlusconi,
Bersani,
Bossi,
Casini,
D'Alema,
destra,
Di Pietro,
fascismo,
Fini,
Il Giornale,
Malagodi,
Mao,
Maurcuse,
Montanelli,
Prodi,
Santoro,
sinistra,
Travaglio
14 dicembre 2009
Uomini e modi disgustosi

A margine della notizia c’è il disgusto. Naturalmente sto parlando della vile aggressione al Presidente del Consiglio. C’è il disgusto per una politica che è uscita dall’alveo della lotta per le scelte, ed è uscita dalle ispirazioni ideali degli elettori che si cimentano con le immagini di una società, non priva di carenze e di difetti, ma impegnata a rincorrere gli obiettivi della crescita.
Nella vita politica italiana, dalla caduta del fascismo in poi, nell’era repubblicana, ci sono stati due macigni che hanno ostruito la strada alla normalità del confronto politico. Due grossi ostacoli che hanno impedito l’accesso sereno alla normale agibilità politica di un Paese libero. Il primo ostacolo è arrivato dal pericolo del possibile avvento di una nuova dittatura, quella comunista, del tutto simile a quella realizzata sulla base dell’intolleranza reazionaria e del nazionalismo autarchico fascista. L’Italia ha dovuto lottare e fare le sue scelte, a volte obbligatoriamente intorno al simbolo religioso che richiamava la comune tradizione popolare, per sventare il pericolo del reiterarsi dell’oppressione contro il libero pensiero, la libera iniziativa e la libera autodeterminazione del popolo. Questo pericolo diretto, su cui il PCUS di Mosca aveva investito rubli ed impegno strategico, è durato sino al 9 novembre del 1989, fino al crollo del Muro di Berlino. Un evento quello di 20 anni fa che ha liberato popoli e speranze, e che ha liberato anche l’Italia dall’obbligo irreversibile di una scelta elettorale, qualche volta con la mano sul naso per alleviare la puzza.
L’Italia però è il Paese di Depretis. Il trasformismo è nel dna della sinistra. Lo si è visto anche con la conversione all’antifascismo dell’ultima ora, o alla riconversione a regime abbattuto, di politici e di uomini di cultura. In Italia ci si può anche definire liberaldemocratici da sempre, solo per un auto referente atto di fede, anche avendo assunto in passato incarichi importanti nel Pci. Nel nostro Paese, Veltroni, ad esempio, ha potuto dire, senza far ridere tutti, di non essere mai stato comunista.
Il secondo macigno che ostacola la normalità è l’antiberlusconismo. E’ questa un’altra artefatta corrente di pensiero che raccoglie per strada coloro che per motivi di contrapposizione politica, ovvero di lotta di potere, di antiliberalismo, di dirigismo, di interessi economici, di opportunismo, di difesa corporativa e di casta, ovvero per rancori ed ambizioni personali, vedono in Berlusconi un ostacolo alle loro scelte ed ai loro interessi. L’antiberlusconismo è visto, anche e spesso, come uno strumento per conservare i privilegi acquisiti: si guardi alla magistratura, alla finanza, alle banche ed alla grande industria.
Campione dell’antiberlusconismo più becero e sbracato è l’ex PM di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Mai poté il suo cervello quanto la sua ferocia, mai poté la sua lingua quanto il suo cinismo, mai la sua capacità politica quanto la stupidità di quelli che l’hanno buttato nella mischia per usarlo, finendone usati. Ci sono uomini che non hanno il senso della misura, reazionari, ignoranti, violenti, furfanti che si rifugiano dietro la democrazia per farsene scudo. Si trovano tutti tra i fautori dell’antiberlusconismo.
Ciò che è capitato a Milano al Capo del Governo dà la misura del pericolo dell’antiberlusconismo: un ulteriore ed ingombrante macigno che ostacola e svilisce il confronto democratico. Non esiste, infatti, un berlusconismo come corrente di pensiero politico, ma esiste solo una parte moderata del Paese che prevale elettoralmente sui temi della sicurezza, dell’efficienza, del controllo dell’immigrazione, dell’occupazione, delle riforme e dello sviluppo degli investimenti in una prospettiva di garanzie sociali coerenti con la tradizione europea e con i diritti relazionati ai doveri. C’è un Paese di cittadini e non di caste che vorrebbe vedere aumentare i servizi e la loro efficienza e vedere ridotto e ben utilizzato il prelievo fiscale. Non c’è un sistema Berlusconi, ma un sistema liberale che si contrappone al sistema della conservazione, dei privilegi, degli abusi, dell’arroganza, della mortificazione, dell’ingiustizia, della burocrazia, della cooptazione politica e della demeritocrazia.
Ci sono responsabilità per il linguaggio improprio usato oggi nel Paese, per le parole d’ordine che circolano su internet, per le manifestazioni politiche di piazza organizzate sul concetto dell’antiberlusconismo. C’è una responsabilità per i processi sceneggiati in televisione, con lo stravolgimento di verità giudiziarie, con monologhi di accuse estratte dalle tesi accusatorie, senza dar spazio alla difesa. Sono responsabilità che appartengono a uomini e modi disgustosi. I democratici veri dovrebbero respingere questa barbarie!
Vito Schepisi
26 agosto 2009
L'Italia dei vagabondi
La gratitudine in politica non esiste. E’ una regola valida da sempre. Una costante che ha una sua ragione di essere. Il consenso del popolo, infatti, a cui la responsabilità dei partiti dovrebbe richiamarsi, non può garantire benevolenze private e neanche rendite di posizione. Ma in tutti i rapporti, anche politici, dovrebbero coesistere lealtà e rigore ideale, quali pilastri della correttezza umana, quali capisaldi di un modo corretto di proporsi. E sono proprio questa lealtà e questo rigore ideale che sempre più spesso non si ritrovano nelle strategie politiche delle alleanze e nei comportamenti degli uomini e dei partiti.Ci sarebbe da chiedersi, a tal proposito, come mai Di Pietro si è alleato con Veltroni, impegnandosi alle ultime elezioni politiche finanche a costituire un gruppo unico in Parlamento, se Di Pietro ora accusa Veltroni di essere responsabile della caduta di Prodi e del ritorno al Governo di Berlusconi?
Se il leader dell’Idv nutriva riserve sul progetto del Partito Democratico e sulle responsabilità dell’ex Sindaco di Roma per la caduta di Prodi, perché si è alleato con Veltroni ed il PD? E, se non credeva in quel progetto, quale valore aveva la sua alleanza, se non quello di una furbesca ed interessata finzione?
Altro che l’Italia dei valori! Più l’Italia dei vagabondi.
Non è un mistero che il salvagente a Di Pietro, alle politiche, l’abbia fornito proprio Veltroni, e che l’ex magistrato abbia barato al gioco, impegnandosi a sostenere un progetto politico che invece ha poi denunciato e fatto fallire. Veltroni ha ingenuamente fornito persino il lubrificante con cui il “feroce” molisano sta ungendo la corda con la quale intende impiccare l’intero PD.
Ma non si tratta solo di mancanza di gratitudine. Si è ripresentata, invece, la bieca attitudine dell’ex PM a tradire chiunque gli abbia allungato una mano. A nulla vale che la mano in questione, trattandosi di quella di Veltroni, prestigiatore a sua volta delle parole e delle immagini, preso dall’illusione di poter vincere le elezioni, non fosse del tutto disinteressata.
Un uomo fortunato Di Pietro. Trova sempre chi lo fa emergere dalle zolle di terra. Ma ci sono anche molti furbastri che sognano di utilizzare il suo trattore per mietere grano elettorale e riempire i silos, all’occasione trasformati in loft, finendo invece con le palle nei cingoli, o basiti dalla sua travolgente inaffidabilità.
Facendo fallire il progetto di un partito nuovo, affrancato dalla sinistra radicale e riferimento, invece, di un’area di sinistra democratica di tipo europeo, aperto al confronto con la parte moderata e propositiva del Paese, Di Pietro ha fatto fallire l’intero progetto politico del PD. E’ venuta meno la stessa ragione di esistere, come emerge dalla miserevole fase precongressuale. Una mera alleanza elettorale tra post democristiani e post comunisti, vuota di ideali e di prospettive future. Solo un contenitore di uomini lividi, arroccati a difendere spazi di potere, con un comune rancoroso collante antiberlusconiano.
Affossando il proposito veltroniano di collaborare all’avvio delle riforme condivise, per trasformare anche quello politico italiano in un sistema di democrazia compiuta, Di Pietro ha mortificato ancora una volta il tentativo - tutto da verificare per la presenza nel PD di incrostazioni massimaliste - di consolidare nel Paese una normale democrazia liberale.
Una preoccupazione quest’ultima che prende corpo col ripresentarsi della protesta intollerante, montata sui pregiudizi e contro un Governo che mostra invece grande impegno e concretezza, nonostante le grandi difficoltà rappresentate da calamità, strutture obsolete e dalla difficile crisi mondiale dei mercati.
Un “cupio dissolvi” sulla pelle degli Italiani. La chiamata alle armi autunnale di Di Pietro è simile alla retorica fascista prima della marcia su Roma, quando il populismo di sinistra e di destra si andavano a congiungere nella follia di ritenere che fuori dalla mediazione della politica, con i modi sbrigativi e con la complicità di pezzi dei poteri dello Stato, si potessero risolvere le difficoltà tipiche delle grandi trasformazioni sociali. E come allora, quando una parte della burocrazia aristocratica - lo stesso potere delle caste di oggi - aveva pensato che si potesse governare la trasformazione della società con l’instaurazione di uno Stato autoritario, anche oggi c’è chi pensa di poter impedire la trasformazione del Paese, le riforme per la trasparenza e la liberazione dai soprusi e dai privilegi delle caste, fomentando un clima di intolleranza e di delegittimazione politica.
Vito Schepisi su Il Legno Storto
20 aprile 2009
Tanti nemici, tanto onore
Si apprende che l'On. Di Pietro abbia osservato che a Montecitorio non ci sia nessuno che voglia pranzare in sua compagnia. L'ex magistrato ha aperto la campagna elettorale in Puglia traendone buoni auspici per il suo partito. Buoni presentimenti colti dalla difficoltà dei suoi colleghi deputati a relazionarsi con lui. Sostiene che tutti mostrino di temerlo e che sia proprio la crescita delle inimicizie a fargli trarre sentore di grandi successi politici. Sono le stesse conclusioni di Benito Mussolini, quando sosteneva "tanti nemici, tanto onore", anche se sarebbe prudente non fargli sapere quanto dalla quantità dei suoi nemici Mussolini traesse la misura dei suoi meriti. E’ bene che il leader dell’Idv non si monti ulteriormente la testa. E’ già difficile digerirlo per quello che è, da sembrar sin troppo inquietante pensarlo in ruoli ancor più arroganti ed autoritari. Sarebbe davvero eccessivo!Il molisano avrebbe più affinità elettive con Hugo Chavez: stessi modi rozzi, stessa violenza espressiva, stessa mancanza di cultura. Non sappiamo, però, per i congiuntivi! La figura di Mussolini, invece, pur discutibile come lo è Di Pietro, anche lui abile nel sollecitare gli istinti più che la ragione, ha avuto un rilievo storico ed un ruolo autorevole nella coscienza del tempo, con personalità decisamente diversa dall’ex poliziotto di Montenero di Bisaccia. Paragonare Di Pietro al dittatore di Predappio è senza dubbio un azzardo storico ed intellettuale a tutto svantaggio del secondo. Mussolini non aveva solo carattere e lucidità politica ma anche maggiori qualità umane ed una cultura ben più solida di Di Pietro. Più raffinato, più carismatico, oratore retorico ma molto efficace. Niente a che fare, insomma, con il molisano cresciuto a manette e trattore.
Saranno altre, però, le motivazione che spingono i Parlamentari a disdegnare la compagnia di Di Pietro. Il personaggio si presta a riflessioni poco lusinghiere sulla sua capacità di mantenere a lungo le amicizie. Tutti i compagni dei percorsi politici seguiti dal leader giustizialista hanno poi avuto parole molto dure nei suoi confronti. I parlamentari degli schieramenti avversari non hanno poi particolari motivi d’amicizia con Di Pietro. Lo immaginano sempre pronto ad utilizzare qualsiasi confidenza che fosse utile alla sola sua causa, anche se dovesse tradire la riservatezza di coloro che gli hanno mostrato amicizia. Di Pietro è come il suo trattore, passa sopra a tutto e non fa niente per dissipare quest’impressione. Con la sua antenna moralizzatrice e forcaiola è più pericoloso di una microspia collocata per l’intercettazione ambientale. Non deve essere un piacere pranzare con Di Pietro, se si immagina ad una tavola imbandita come ad un luogo ideale per le confidenze, per i pettegolezzi, per le malignità, per le supposizioni e per il chiacchiericcio politico.
Nessuno ha, infatti, conservato a lungo stima per Di Pietro. A suo tempo neanche il capo della Procura di Milano, Borrelli. Tanti sostengono che il personaggio non sia un esempio di lealtà e che sia pronto a rimangiarsi la parola data in qualsiasi momento. Sono note le liti con i compagni di cordate elettorali a cui ha sottratto voti, rifiutandosi poi di dividere i rimborsi elettorali.
Per Di Pietro vale sempre la metafora, famosa ai tempi di mani pulite, del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, utilizzata sempre a seconda delle opportunità, tanto che tutto ciò che vale per gli altri non è detto che valga anche per lui o per chi gli sia vicino. Gli unici che gli sono stati vicini, da sempre, sono solo i componenti della sua famiglia ed il tesoriere del suo partito.
Due pesi e due misure per ogni cosa. Un giudizio severo per gli altri, comprensione ed assoluzione per se stesso e per chi gli faccia comodo. Anche le intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto il figlio hanno un peso diverso. Fa acqua anche la sua reiterata asserzione del rispetto della magistratura, se poi ad esserne vittima è un magistrato che scende in corsa alle europee con il suo partito. Quando è stato ministro arrivò ad sospendersi dall’incarico, pur non essendo prevista dalla nostra Costituzione la facoltà di esercitare le funzioni di Ministro ad intermittenza a seconda degli umori del giorno. Una via di mezzo tra la sguscevole sagoma del protagonista della commedia all’italiana e l’uomo nero che si usava per rabbonire la vivacità dei bambini. Riesce così difficile pensare a Di Pietro meritevole di “tanto onore” per la misura della quantità dei suoi nemici!
Vito Schepisi
17 settembre 2008
L'antifascismo tra valori e retorica
Quasi sempre in Italia quando si parla di fascismo e di resistenza si tende a strumentalizzare. C’è molta retorica e c’è una frangia interessata che su queste questioni ci ha costruito una carriera politica e/o intellettuale. E’ persino vergognoso ricordare come per alcuni, dopo essersi assicurati dell’aria mutata, sia stato facile recuperare la civiltà dei valori, dopo aver sostenuto l’opacità delle coscienze e addirittura farneticato sulle qualità della razza.Le polemiche oggi sollevate sembra siano sui valori assoluti del pensiero. Si potrebbe liquidare tutto dicendo che l’antifascismo non possa essere pensato come un valore assoluto, perchè vale quanto, nello stesso modo, si possa affermare che il fascismo sia stato o meno il male assoluto. Tutto questo per rispetto alla necessaria prudenza di guardare alla politica come un metodo per stabilire le regole e l’organizzazione di popoli e stati, più che una concezione filosofica che serva a misurare e stabilire le peculiarità dell’animo.
Il pensiero laico supera l’estremismo degli stereotipi (supremo, assoluto, sommo) e la politica deve essere incentrata sulla laicità dei sistemi per consentire di governare e convivere, e per dotarsi di regole condivise nell’interesse del popolo, piuttosto che metafisica delle coscienze per porre questioni ideologiche a confliggere sulla storia passata.
In Italia, però, sembra che quando una parte politica sia in crisi propositiva e non riesca a trovare un nesso logico tra le azioni ed i bisogni, non trovi di meglio da fare che passare a discutere dei massimi sistemi. Si conferisce così alle questioni di speciosa sensibilità ideologica un vitale interesse per il futuro, anche quello, ad esempio, dell’approfondimento sulle scelte per lo sviluppo di Roma capitale, come è anche accaduto.
Per tornare sull’argomento, c’è una certa differenza tra il sostegno ai valori dell’antifascismo e l’inserirsi nella truppa degli antifascisti italiani, nello stesso modo in cui v’è differenza tra i principi universali della democrazia liberale ed il sostenere le tesi di una democrazia popolare. L’antifascismo in Italia è diventata una maschera dietro cui si sono nascoste, e si nascondono ancora, ipocrisie ed opportunismi, ed a volte violenza e neo fascismo di sostanza.
Non si può certo ignorare che ci sia stata una differenza sostanziale tra gli antifascisti democratici e liberali e gli antifascisti marxisti: i primi lottavano per liberare il Paese dalla dittatura, i secondi per passare dalla dittatura fascista a quella comunista. Una differenza di non poco conto se si guarda a cosa sia poi successo ai paesi dell’est passati nell’orbita della “normalizzazione” staliniana.
I valori sono una cosa ed i metodi ed i comportamenti sono altro. Se i metodi oppressivi delle dittature fasciste, ovvero quelle totalitarie e comuniste, sono un male da respingere, sono nello stesso modo da respingere coloro che hanno usato e usano la contrapposizione a questo male per introdurne un altro di segno inverso. E’ da respingere, infatti, ogni principio che viene affermato con l’uso degli stessi metodi violenti che si vorrebbero condannare, soprattutto se non è in difesa di alcun atto di reale minaccia.
A cosa vale, infatti, evocare il pericolo fascista in ogni momento e senza ragione se non a consolidare una rendita di posizione per una collocazione non certo marginale nella realtà politica e sociale del Paese?
A cosa vale poi evocare il pericolo fascista se non a fomentare motivi di contrapposizione e di scontro o creare quelle condizioni, come quelle della favola di Esopo “Al lupo! Al Lupo”, in cui la morale è che il pastore, protagonista della favola dello scrittore greco, nel momento di effettivo pericolo non viene più preso sul serio?
In questa retorica antifascista c’è davvero qualcosa di perverso!
Sono dunque da considerarsi allo stesso modo del peggior fascismo quelle situazioni in cui, senza motivo concreto, per sostenere una contrapposizione ci si possa rendere protagonisti di manifestazioni di intolleranza e di violenza. Per tale ragione è così giusto ritrovarsi tra i valori dell’antifascismo (termine che sarebbe meglio sostituire con “non fascismo” per evitare che dietro il sostantivo “antifascismo” ci si possa confondere e mescolare con comportamenti di ugual tipo. ndr) senza però fare di questa scelta, naturale per un democratico, un distintivo di appartenenza.
Non servono patacche per essere democratici e liberali, le patacche servono solo a coloro che strumentalizzano questa condizione di asserito antifascismo, ed in Italia ce ne sono tanti.
Chi crede nei valori della libertà e della democrazia non ama che sia un punzone a stabilire l’appartenenza a quei valori che sono già nel proprio patrimonio culturale. Non è utile l’applicazione di marchi di fabbrica e che ci sia qualcuno che arrivi persino a porre discrimine su coloro che non hanno bisogno alcuno nè di riconoscimenti nè di legittimità. Se poi la pretesa proviene da coloro che non mostrano d’aver ancora maturato una cultura pluralista e democratica certa, il rifiuto della strumentalizzazione è ancora più giustificato.
Vito Schepisi
13 marzo 2008
Ciarrapico e l'ipocrisia della sinistra
Il caso Ciarrapico ha sollevato la maschera della ipocrisia. Si pensava che il Paese avesse alcuni problemi da risolvere e che la serietà imponesse un confronto serrato ma serio. Si pensava che con i programmi i due maggiori partiti in competizione elettorale avessero intenzione di confrontarsi sulle priorità e le scelte. Si pensava che fosse arrivato il tempo di convincere gli elettori sulla credibilità, sull’esperienza, in alcuni casi sulla reale rottura della sinistra con il recente passato, e sulla consistenza degli impegni per il prossimo futuro. Invece non è così!E’ bastata la trappola di Repubblica nell’aver sollecitato Ciarrapico, imprenditore e candidato indipendente nelle liste della Cdl, ad un insignificante giudizio politico su storie morte ed irripetibili, per far ritornare la politica nel vuoto della inconcludenza, imbrigliata nella presunzione di misurare con il metro del passato le proposte che circolano per il futuro.
Con puntuale e consapevole perfidia si è chiesto all’imprenditore romano se le sue idee sul fascismo, come idea politica (e non sulle valutazioni delle scelte del ventennio), fossero ancora rimaste integre. Si era alla ricerca della polemica da creare per tentare di colmare con palate di fango la differenza di consenso nel Paese tra i due contendenti politici.
I soliti metodi di coloro che non reggono al confronto sulle cose e rovesciano il tavolo, fomentando la rissa. Dopo aver navigato per tutti i mari del vizio, costoro si presentano con la faccia scandalizzata in tv. Come innocenti verginelle, si mostrano esterrefatti per ciò che accade e preoccupati per la tenuta del quadro politico a causa della parte liberale del paese. Siamo alla farsa! E’ il colmo, dopo aver rasentato il regime con Prodi, Di Pietro e la sinistra radicale!
Sembra di rivivere la favola di Fedro in cui la volpe che non arrivava all’uva diceva che era acerba. Veltroni incapace di reggere al confronto sulla credibilità di un programma liberale per lo sviluppo, la pressione fiscale, la sicurezza, i valori, si rifugia nel diversivo dell’ipocrisia per sottrarsi al giudizio degli elettori sulla sua incapacità.
“Ma voi vi ricordate che scandalo scoppiò esattamente un anno fa, quando quel fascistone di Ciarrapico dimostrò il suo entusiasmo per la nascita del Partito democratico, partecipando addirittura a un suo convegno? Vi ricordate le reazioni indignate di Veltroni, Fassino, Rutelli, D’Alema e Prodi? Io no.” ( Riccardo Barenghi, ex direttore del Manifesto, sulla Stampa del 12 marzo).
Gli italiani dovrebbero ormai sapere che a sinistra, come accadeva ai tempi del Pci, da una parte c’è il bene e dall’altra il male. A dividere gli uni dagli altri c’è un simbolico fiume, come il Gange per gli Indù. Se ci si immerge nel fiume per raggiungere le rive della sinistra il corpo si purifica e prevalgono le ragioni del divenire e della redenzione. Se si fa il percorso inverso si è invece venduti e traditori. Di quelli che stanno permanentemente dall’altra parte, invece, il meno colpevole è uno sciocco fuori dal tempo o, come dice D’Alema, “un reperto archeologico”, altri hanno malattie altamente infettive, alcuni sono pericolosi criminali e, naturalmente tutti, chi più o chi meno, fascisti.
Una volta si diceva che parlamentarizzare i settori più radicali serviva a renderli innocui, ad eliminare l’imprevedibilità delle posizioni extraparlamentari. Ma questa, a quanto pare, è una prerogativa solo della sinistra. Vale solo se resta una loro imprescindibile scelta: vogliono il possesso esclusivo del timbro di legittimità.
Come se la sinistra, che resta purtroppo quella di sempre, e non riesce assolutamente a nasconderlo, fosse una sorta di dogana della politica che stabilisca le merci importabili.
Persino Gavino Angius, già esponente di rilievo dei DS, non ha potuto fare a meno di definire “ipocrita” il PD ed invece “sincero” il Cavaliere.
La sincerità di Berlusconi sull’argomento è stata persino disarmante. La verità è sempre ciò che più si addice ai fatti. Averlo dimostrato anche in questo caso, al contrario di ciò che si vuol far pensare, è la riprova della bontà della fiducia che si deve riporre verso chi si preoccupa di arginare sulla destra un consenso che rimarrebbe, quanto meno al Senato, certamente extraparlamentare. Un consenso che non verrebbe sottratto al PD ma aggiunto al PDL per rendere maggiormente agibile la vittoria. Per governare.
Ciarrapico ha i suoi giornali che tornano utili e attira un consenso che andrebbe disperso.
In campagna elettorale si è sempre detto che i voti non si odorano ma si pesano: nella competizione del 2006, ventiquattromila voti sono stati fatti pesare come tonnellate contro l’opposizione. C’erano anche quelli di Caruso e della sinistra alternativa e dei centri sociali, spesso violenta e molto più pericolosa di un innocuo nostalgico.
Preoccuparsi dei numeri sufficienti per poter governare il Paese non è un esercizio di arroganza ma di consapevolezza delle difficoltà da affrontare. E’ serietà nel valutare la necessità di dover disporre di una maggioranza solida e coesa.
Chi si scandalizza farebbe bene piuttosto a parlare chiaro ai suoi elettori. Dovrebbe spiegare che le sue aspettative sono quelle di mirare a rendere numericamente limitata la vittoria del PDL. Per chiedere poi le larghe intese. E sembrano davvero sprovveduti coloro che invitano a sostenere Veltroni, magari tappandosi il naso, per contrastare Berlusconi, e nello stesso tempo mantengono il fervore di un contrasto senza esclusione di colpi verso il leader della PDL. Sono consapevoli che aiuteranno così Veltroni a ricercare l’intesa con Berlusconi?
Vito Schepisi
Etichette:
Angius,
Barenghi,
Berlusconi,
Ciarrapico,
DS,
fascismo,
il libero pensiero,
ipocrisia,
Pci,
PD,
Pdl,
sinistra,
veltroni
Iscriviti a:
Post (Atom)

