
A margine della notizia c’è il disgusto. Naturalmente sto parlando della vile aggressione al Presidente del Consiglio. C’è il disgusto per una politica che è uscita dall’alveo della lotta per le scelte, ed è uscita dalle ispirazioni ideali degli elettori che si cimentano con le immagini di una società, non priva di carenze e di difetti, ma impegnata a rincorrere gli obiettivi della crescita.
Nella vita politica italiana, dalla caduta del fascismo in poi, nell’era repubblicana, ci sono stati due macigni che hanno ostruito la strada alla normalità del confronto politico. Due grossi ostacoli che hanno impedito l’accesso sereno alla normale agibilità politica di un Paese libero. Il primo ostacolo è arrivato dal pericolo del possibile avvento di una nuova dittatura, quella comunista, del tutto simile a quella realizzata sulla base dell’intolleranza reazionaria e del nazionalismo autarchico fascista. L’Italia ha dovuto lottare e fare le sue scelte, a volte obbligatoriamente intorno al simbolo religioso che richiamava la comune tradizione popolare, per sventare il pericolo del reiterarsi dell’oppressione contro il libero pensiero, la libera iniziativa e la libera autodeterminazione del popolo. Questo pericolo diretto, su cui il PCUS di Mosca aveva investito rubli ed impegno strategico, è durato sino al 9 novembre del 1989, fino al crollo del Muro di Berlino. Un evento quello di 20 anni fa che ha liberato popoli e speranze, e che ha liberato anche l’Italia dall’obbligo irreversibile di una scelta elettorale, qualche volta con la mano sul naso per alleviare la puzza.
L’Italia però è il Paese di Depretis. Il trasformismo è nel dna della sinistra. Lo si è visto anche con la conversione all’antifascismo dell’ultima ora, o alla riconversione a regime abbattuto, di politici e di uomini di cultura. In Italia ci si può anche definire liberaldemocratici da sempre, solo per un auto referente atto di fede, anche avendo assunto in passato incarichi importanti nel Pci. Nel nostro Paese, Veltroni, ad esempio, ha potuto dire, senza far ridere tutti, di non essere mai stato comunista.
Il secondo macigno che ostacola la normalità è l’antiberlusconismo. E’ questa un’altra artefatta corrente di pensiero che raccoglie per strada coloro che per motivi di contrapposizione politica, ovvero di lotta di potere, di antiliberalismo, di dirigismo, di interessi economici, di opportunismo, di difesa corporativa e di casta, ovvero per rancori ed ambizioni personali, vedono in Berlusconi un ostacolo alle loro scelte ed ai loro interessi. L’antiberlusconismo è visto, anche e spesso, come uno strumento per conservare i privilegi acquisiti: si guardi alla magistratura, alla finanza, alle banche ed alla grande industria.
Campione dell’antiberlusconismo più becero e sbracato è l’ex PM di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Mai poté il suo cervello quanto la sua ferocia, mai poté la sua lingua quanto il suo cinismo, mai la sua capacità politica quanto la stupidità di quelli che l’hanno buttato nella mischia per usarlo, finendone usati. Ci sono uomini che non hanno il senso della misura, reazionari, ignoranti, violenti, furfanti che si rifugiano dietro la democrazia per farsene scudo. Si trovano tutti tra i fautori dell’antiberlusconismo.
Ciò che è capitato a Milano al Capo del Governo dà la misura del pericolo dell’antiberlusconismo: un ulteriore ed ingombrante macigno che ostacola e svilisce il confronto democratico. Non esiste, infatti, un berlusconismo come corrente di pensiero politico, ma esiste solo una parte moderata del Paese che prevale elettoralmente sui temi della sicurezza, dell’efficienza, del controllo dell’immigrazione, dell’occupazione, delle riforme e dello sviluppo degli investimenti in una prospettiva di garanzie sociali coerenti con la tradizione europea e con i diritti relazionati ai doveri. C’è un Paese di cittadini e non di caste che vorrebbe vedere aumentare i servizi e la loro efficienza e vedere ridotto e ben utilizzato il prelievo fiscale. Non c’è un sistema Berlusconi, ma un sistema liberale che si contrappone al sistema della conservazione, dei privilegi, degli abusi, dell’arroganza, della mortificazione, dell’ingiustizia, della burocrazia, della cooptazione politica e della demeritocrazia.
Ci sono responsabilità per il linguaggio improprio usato oggi nel Paese, per le parole d’ordine che circolano su internet, per le manifestazioni politiche di piazza organizzate sul concetto dell’antiberlusconismo. C’è una responsabilità per i processi sceneggiati in televisione, con lo stravolgimento di verità giudiziarie, con monologhi di accuse estratte dalle tesi accusatorie, senza dar spazio alla difesa. Sono responsabilità che appartengono a uomini e modi disgustosi. I democratici veri dovrebbero respingere questa barbarie!
Vito Schepisi