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14 ottobre 2010

Santoro e più Santoro



Se Santoro fosse un conduttore di un programma televisivo privato, o un editorialista di una testata giornalistica, ed avesse mandato a quel paese il suo direttore di testata o il suo editore, senza trarne le dovute conclusioni, cioè senza farle seguire dalle dimissioni, avrebbe sbagliato due volte. La prima nell’aver approfittato della fiducia del suo datore di lavoro e del responsabile legale della testata e la seconda per non aver fatto seguire ad una posizione così dirompente le sue dimissioni.
Ma nel privato sarebbe stato costretto a trovarsi un altro lavoro.
Santoro, però, è un giornalista della Rai pubblica, un giornalista che gode di una sua posizione privilegiata. Non è uomo che accetta ciò che vale per tutti gli altri comuni mortali. Santoro non ammette i suoi errori, anzi non li ha mai considerati tali, perché per il suo egocentrismo ad aver torto sono sempre gli altri. Si sente forte perché è un vincitore, non di un concorso, ove la cosa sarebbe anche corretta per pretendere il diritto al mantenimento del suo posto di lavoro, ma di una causa contro la Rai. Un magistrato, infatti, ha ritenuto che la Rai fosse obbligata a dargli uno spazio in prima serata per legge, come se fosse, in una separazione legale, l’assegno di mantenimento di un coniuge verso l’altro.
Santoro uscì dalla Rai sbattendo la porta – facendosi però eleggere, senza dar molto di se, deputato europeo dei DS nel 2004 - a seguito di una striscia polemica che fece seguito alle parole del premier Berlusconi, nel 2002, in Bulgaria: « L'uso che Biagi... Come si chiama quell'altro? Santoro... Ma l'altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga ».
Lo sfogo del Premier aveva una sua ragione. Durante la campagna elettorale del 2001, la Rai presieduta dal Prof. Zaccaria si era schierata compatta contro l’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi. Mai la programmazione della tv pubblica era mai stata così caratterizzata da un fuoco così concentrico e senza risparmio di munizioni contro il leader dell’opposizione. Persino la satira che prende normalmente di mira chi governa, in Italia faceva l’esatto contrario.
La vittoria dell’Ulivo di Prodi del 1996 aveva perso la sua forza propulsiva e soprattutto la sua compattezza, fino a dissolversi con la frattura del partito della Rifondazione comunista. Cossiga, per sostituire i voti di Bertinotti e per far eleggere Massimo D’Alema alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva sospinto Mastella a formare un nuovo partito con parlamentari eletti tra le fila dell’opposizione. Lo scopo era quello di dar vita ad un governo che andasse a fare la guerra in Kosovo. Per la prima volta, così, nella storia del nostro Paese, un post comunista diventava Capo del Governo. E per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia diventava protagonista di un conflitto armato ed inviava i suoi aerei a bombardare obiettivi militari e strategici in Serbia.
Con D’Alema alla Presidenza del Consiglio si apriva anche una fase politica molto chiacchierata, tanto da far dire a Guido Rossi, già senatore della sinistra indipendente e più volte Presidente Telecom, che Palazzo Chigi si era trasformata in una Merchant Bank. E dopo una sconfitta elettorale alle regionali del 2000, D’Alema, visto dagli italiani come un Premier non eletto dal popolo, cedeva le armi e veniva sostituito da Giuliano Amato che, a sua volta, l’anno successivo veniva sostituito da Francesco Rutelli ( u bell’ uaglione, per usare la definizione di Prodi) per guidare la campagna elettorale del 2001. D’un colpo la sinistra bruciava ben 4 suoi uomini: Prodi, D’Alema, Amato e Rutelli.
La sinistra nel 2001 appariva in evidente difficoltà, e non solo per la carenza di una leadership autorevole, ma anche per mancanza di idee. Per allentare lo spettro della disfatta, la tv pubblica era stata schierata, compatta, a difesa del suo fortino e contro l’opposizione. Le parole di Berlusconi in Bulgaria intendevano, pertanto, stigmatizzare questo atteggiamento, per sottolineare l’insufficiente maturità democratica e l’intolleranza al pluralismo della sinistra. Ed è la stessa convinzione che resta tuttora ben radicata di una sinistra che, quando vince, non lascia spazio neanche ai sospiri, figurarsi all’informazione libera.
Dopo quello che fu definito “l’editto bulgaro” di Berlusconi, e dopo l’irrogazione nell’ottobre del 2002 a carico di Santoro di un provvedimento disciplinare del Cda Rai, per i contenuti di due puntate della trasmissione “Sciuscià”, il programma di Santoro non veniva confermato nel palinsesto Rai. Nel giugno del 2003, però, il Tribunale di Roma, accogliendo la causa di lavoro intentata dal conduttore, stabilì che gli fosse assegnato in Rai un programma «di approfondimento giornalistico a puntate collocato in prima o in seconda serata con dotazione delle risorse umane, materiali e tecniche, idonee ad assicurare la buona riuscita di esso, in misura equivalente a quella praticata per i programmi precedenti».
Per sciogliere questo “vincolo giudiziario”- è bene ricordarlo - e per concedere di liberarsi della sua presenza, al termine della scorsa stagione televisiva, Santoro chiedeva alla Rai di svenarsi con i soldi dei contribuenti.
E’ in virtù di questa sentenza che il conduttore di “Annozero” fa la voce grossa, come colui che ha un fratello campione di karatè e si consente di fare il bullo con tutti minacciando l’uso del fratello. La stessa voce grossa che fa tuttora, dopo che il Direttore Generale Rai Masi ha adottato un provvedimento di sospensione per 10 giorni dal video e dallo stipendio, per le parole offensive usate nei suoi confronti, per la “colpa” di aver richiesto, per le trasmissioni di approfondimento, maggior pluralismo ed un pubblico in studio non schierato. Regole che in democrazia sembrerebbero normali, ma non per il conduttore di “Annozero” che, evidentemente, preso dal suo “io”, le considera limitative alla sua libertà professionale.
Vito Schepisi

04 febbraio 2009

Libertà politica o libertà dalla politica?

La proposta di riforma della legge elettorale per le elezioni europee è passata in uno dei due rami del Parlamento, alla Camera, e con il successivo passaggio al Senato diventerà legge in vigore. E’ passata alla Camera con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione dei deputati radicali eletti nel PD e di quelli del Movimento per le Autonomie (Lombardo) eletti nel PDL, oltre che di pochi singoli parlamentari. Tre astenuti, 22 contrari e 517 voti favorevoli: un risultato netto che non si vedeva da tempo in Parlamento su una legge. Sarà ora difficile far marcia indietro al Senato, non essendoci in sostanza opposizione sul provvedimento. Neanche l’Idv di Di Pietro ha votato contro.
E’ bene chiarire che è stata una prova di prepotenza dei due schieramenti maggiori - il PD ed il PDL - finora invece in dura competizione nelle aule parlamentari su tutto.
Non può sfuggire, per convinzione diffusa, che un Parlamento diverso, composto da più gruppi, per l’esercizio arcinoto dei piccoli ricatti e dei veti incrociati, avrebbe incontrato più di una difficoltà per far passare una qualsiasi legge che penalizzasse la rappresentanza politica dei gruppi minori.
Anche lo sbarramento del 4%, unica novità di rilievo della legge, sembra più frutto di un compromesso che l’esito di una scelta strategica di portata bipolare. Nel PD con D’Alema c’è stata fino all’ultimo anche la tentazione di distinguersi ed abbassare lo sbarramento al 3%, ma è sembrata più una questione di immagine che un’effettiva volontà, per essere stata la soglia del 4% già frutto di una serrata e difficile mediazione.
L’incontro tra le richieste di maggioranza ed opposizione e la formulazione della legge varata alla Camera appare così più una fotografia del Parlamento attuale, che un orientamento dettato dall’esigenza della semplificazione della politica. Più un accordo elettorale per far fuori le galassie dei personalismi e per riempire il carniere degli eletti dei gruppi più grossi, che la costituzione di un tavolo aperto sulle questioni della governabilità del Paese. Più un espediente partorito dal calcolo, che l’avvio di un confronto sulle riforme, per iniziare a discutere sulle scelte di una democrazia pluralista che privilegi le opzioni della governabilità.
E’ apparso un calcolo elettorale in cui il Pdl ha approfittato dell’interesse del PD a frenare le tentazioni centrifughe, nonostante che Veltroni si sforzi a dire che sia stata “una convenienza di evoluzione del sistema politico più che di calcolo elettorale”.
Ma agli italiani, agli elettori queste cose interessano meno. I fautori del bipolarismo ritengono la soglia del 4% assai bassa, mentre i militanti dei piccoli partiti la ritengono troppo alta, e ritengono che nel complesso sia una legge che limita il pluralismo e la democrazia. Mastella diventa persino solenne e parla di "offesa alla libertà e al pluralismo che sono componenti essenziali della democrazia".
Ma nel Paese è bene che si ponga al più presto la questione che si dipana dal dubbio se si debba privilegiare la libertà politica o la libertà dalla politica. L’aria di protesta che trae linfa dalla questione morale e che fa sorgere o gonfiare movimenti che si propongono di “giustiziare” i colpevoli, anche attraverso processi sommari nelle piazze o nelle arene televisive dove agiscono “reucci” e “censori” che si auto-proclamano difensori delle virtù popolari, appartiene al partito della libertà politica o a quello della libertà dalla politica?
Siamo a questo punto perché il Paese si avvolge intorno ai personalismi, alle guerre tra bande, anziché iniziare un percorso di scelte per la governabilità nell’interesse di tutti. Siamo a questo punto perché lo spazio della protesta civile è stata appaltata da uomini senza storia e senza tradizioni e che nulla hanno a che fare con la civiltà e le conquiste democratiche dell’Italia.
L’ideale sarebbe avere il coraggio di promuovere le vere ed indifferibili riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, perché ci sia libertà “di” e libertà “da”, togliendo per un momento, per come è (male) inteso oggi in Italia, il sostantivo “politica”. Nelle democrazie compiute ci sono maggioranze ed opposizioni legittimamente costituite che si rispettano e si alternano al governo e senza i Mastella, di Di Pietro, i Casini, la stessa Lega ed altri che, ai lati, o nell’area di mezzo, sono portatori di furbizie e di particolarismi, nonché manovrati da caste corporative ed egoismi locali.
Vito Schepisi

15 gennaio 2009

Di Pietro risponda almeno alla prima e fondamentale domanda!

Sin dall’inchiesta sugli appalti di Napoli, la stampa nazionale scrive degli intrecci compromettenti tra gli affari, gli appalti, i favori e personaggi legati a Di Pietro ed al suo movimento politico.
La magistratura fa il suo lavoro e ci auguriamo che la giustizia svolga serenamente il suo corso, soprattutto per fare chiarezza sulle circostanze e sui riscontri che ci sono sembrati inquietanti.
In questo caso, però, si ha la sensazione che la giustizia si muova con metodi ed atti differenti dai casi simili. Non riusciamo, infatti, a dimenticare, sempre in Campania, l’arresto della signora Mastella, allora moglie del ministro della Giustizia, sulla base di intercettazioni telefoniche in cui ci sembrava che di preoccupante ci fosse molto meno. Ma sarà solo una nostra impressione!
Nelle telefonate di Cristiano Di Pietro con il Provveditore alle Opere Pubbliche di Molise e Campania, Mautone, ad esempio, emergono segnalazioni, e metodi di gestione dei favori, molto particolari, tipici di un rapporto di reciproca opportunità, come la consegna, ad esempio, allo stesso Di Pietro Jr. della lettera di incarico per un raccomandato. E’ un metodo clientelare, quest’ultimo, molto coinvolgente e certamente privo di assoluto valore morale. E pensare che il papà Antonio aveva dato del “magnaccia” a Berlusconi per la segnalazione per un provino ad alcune attricette!
Non ci interessa, però, Cristiano Di Pietro, non ci sembra un personaggio politicamente importante, ci interessa, invece, lo stile ed il modo di far politica di suo padre. Ci interessano i valori a cui si richiama, e la cruda durezza dei suoi attacchi sia ai partiti che alla legittimità dei suoi avversari, in particolare di quelli che hanno il consenso della maggioranza degli italiani.
In Italia dalle ultime elezioni si attende ancora di capire se per l’Idv la maggioranza sia legittimata a governare in nome del popolo; se sia giusto che l’opposizione si faccia in Parlamento, con gli strumenti della democrazia e della Costituzione, e se l’opposizione, compreso Di Pietro e la sua associazione familiare, l’Idv, abbia tra i valori anche quello del confronto.
Sarebbe poi un grande successo democratico se i gruppi di minoranza in Parlamento, compresa l’Idv di Di Pietro, riuscissero a formulare proposte politiche alternative che non si limitino a denigrare, anche con meschinità, i ministri, ma a fronteggiare un programma di governo attraverso proposte alternative ritenute più proficue per il Paese.
Non c’interessa, si diceva, Di Pietro Jr, anche se c’è difficoltà a capire perché debba fare politica, avendo fondati dubbi che, se non fosse stato figlio dell’ex PM di Mani Pulite, avrebbe scelto ugualmente di percorrere anche questa carriera, per la quale constatiamo che non sia affatto portato.
Di Pietro padre sta subendo un attacco serrato da alcuni quotidiani e riviste. Ci dispiace che ciò avvenga, perché siamo contrari alla gogna mediatica. Ci sono, però, dei dubbi che vanno chiariti. Su alcune questioni c’è una nebbia che va diradata. Nessuno è perfetto ed il personaggio è più da “grande fratello” che da protagonista politico: sarà questa la ragione della grande curiosità!
Il Giornale ad esempio, gli chiede da settimane di dar conto di alcune vicende, ma le sue risposte, quando non sono offese e minacce, non sono chiarificatrici e sembrano, invece, piuttosto evasive. Tra le domande su tante questioni immobiliari, finanziarie, societarie, giudiziarie e fatti per cui ci auguriamo che la giustizia faccia al più presto chiarezza, ce n’è una che da tempo è rimasta senza un’esplicita e definitiva risposta. Si vorrebbe da più parti conoscere i motivi della sua “fuga” dalla magistratura, avvenuta quando il magistrato Di Pietro era al massimo della popolarità.
L’ex PM aveva invocato la creazione di una “Mani Pulite” mondiale, anche se aveva l’aspetto di una deriva giustizialista della politica, come accade per i regimi fondamentalisti, che sembrava emergere da uno dei suoi tanti deliri di onnipotenza.
Un magistrato che ha la pretesa di ricondurre alla eticità delle scelte la politica, sia a livello nazionale che mondiale, e che fa del suo impegno sulla giustizia una missione per la moralizzazione della vita pubblica, non lascia la magistratura, per poi, dopo qualche manfrina, mettersi in politica e farsi eleggere al Mugello, in un collegio blindato post comunista, da quel partito che lui aveva evitato di indagare da magistrato, desistendo dinanzi alle sole dichiarazioni di diversità che poi si sono mostrate infondate.
Allora Di Pietro ci dica con chiarezza, a parole sue, perché ha lasciato la magistratura?
Vito Schepisi

12 gennaio 2009

La Lega, la civiltà e la responsabilità

Un Partito di Governo ha maggiori responsabilità verso i cittadini di una componente politica di opposizione. L’immagine e la coerenza, oltre alla serietà ed alla imparzialità verso tutti, sono i requisiti essenziali perché appaia indiscutibile che non si sta al governo contro qualcosa, ma per realizzare la volontà degli elettori su programmi chiari e trasparenti.
A volte, però, si ha idea che sia noioso e stancante avere l’onore di rappresentare la maggioranza degli italiani. Non è sempre facile e usuale in Italia, infatti, avere la possibilità di impostare un programma politico e portarlo a compimento, assumendo nel contempo comportamenti piuttosto omogenei che siano sintesi delle diverse sensibilità del Paese.
Non si capisce perché ci sia sempre la voglia di introdurre alcune proposte che creino una serie di oggettive difficoltà e che, se ponderate, e con un po’di doverosa intelligenza politica, potrebbero essere facilmente evitate. Ci sono iniziative, infatti, che sembrano assolutamente prive di valore e tali da far pensare che siano concepite per ragioni di visibilità politica, e non per l’effettiva stupidità dei proponenti. Alcune, in particolare, sarebbero di così insulsa valenza da non poterle comprendere in un partito che è maggioritario nel nord del Paese e che ha importanti responsabilità di governo.
E’ davvero difficile capire, infatti, quale sarebbe il senso positivo dell’emendamento della Lega di Bossi al decreto anticrisi, mirante ad introdurre il pagamento di 50 euro per i permessi di soggiorno agli extracomunitari. Appare evidente che questo emendamento sia stato dettato solo da ragioni di propaganda verso l’elettorato del nord e per soddisfare la pancia pelosa della base più estremista ed intollerante della Lega.
Quello della visibilità degli schieramenti minori, come accadeva nel governo di Prodi con le schermaglie tra Di Pietro e Mastella, è un comportamento che non è affatto opportuno imitare, soprattutto se si ha l’intenzione di voler determinare una svolta storica per il Paese e se si ha la virtuosa ambizione di essere protagonisti di un’intensa stagione di riforme.
E’ ancora più difficile pensare che possa essere serio e persino costituzionale anche l’altro emendamento, sempre della Lega, sempre al medesimo decreto, e sempre concepito contro gli extracomunitari, tendente a discriminare gli immigrati nell’apertura di una partita IVA, per la qual cosa sarebbero stati costretti al rilascio di una fideiussione bancaria di 10.000 euro.
I due emendamenti, come appare ragionevole comprendere, sono stati bloccati dal governo con un deciso quanto immediato parere negativo, ma non hanno impedito all’opposizione di ricamare la solita tela dell’accusa di discriminazione del centro-destra verso i cittadini stranieri e di ergersi quindi a maestri (sic!)di tolleranza e di umanità.
Questi comportamenti (della Lega Nord), senza alcun senso pratico, finiscono per sminuire la serietà delle questioni legate all’immigrazione, alla clandestinità ed alla sicurezza. Il problema immigrati, infatti, esiste ma è limitato principalmente alla clandestinità (i clandestini non chiedono permessi di soggiorno e non aprono partita Iva) e tutt’al più alla legalità, posto che le percentuali di criminalità sono altissime tra la popolazione immigrata.
Riesce anche difficile comprendere altre iniziative, in alcune regioni del nord, che vorrebbero impedire agli immigrati (questa volta) clandestini, se bisognosi, l’erogazione della necessaria assistenza sanitaria nelle strutture pubbliche.
Non si può fare appello alla civiltà, anche quando si stigmatizza il comportamento aggressivo e violento di alcuni immigrati, e consentire che le istituzioni si comportino nello stesso modo incivile. Il diritto alla salute prescinde da ogni considerazione d’ordine sociale o di merito. Il dovere di offrire le cure necessarie a chi ne abbia bisogno sospende ogni aspetto relativo alla condizione legale dell’ammalato. E’ come per la giustizia, dove appare evidente che i metodi della tortura e della pressione psicologica sull’imputato, si guardi ad esempio al metodo Di Pietro ai tempi di mani pulite, non siano compatibili con il senso di giustizia e la stessa prevenzione del crimine.
La ragione di un senso civile si dimostra, invece, rilasciando sempre esempi di comprensione e di umanità, e non usando il potere e la forza in modo vendicativo e gratuito.
Vito Schepisi

07 marzo 2008

Un Parlamento senza Mastella

Fa uno strano effetto sapere che Mastella stia fuori quest’anno. Eravamo abituati ai suoi cambi di campo, ai suoi colpi di scena, alle sue frasi allusive, ai messaggi cifrati, alla spontaneità della sua arroganza politica. Ci sembrava che fosse un tutt’uno con la politica italiana. Anche per la famiglia, pensandoci, non sembra che sia il solo ad averla. Del resto se c’è Veltroni non si riesce a capire perché non ci debba stare Mastella!
Ognuno ha il suo ruolo, recita la sua parte, assume i toni di scena, riscalda il pubblico. Ciascuno come sa fare. Sono abili sia l’uno che l’altro. Due platee diverse, due pubblici diversi, due ruoli appunto diversi. Ma due interpreti geniali, quasi unici.
Ci sono più di un’analogia tra i due. Per faccia tosta sono perfettamente in linea. Si potrebbe indire un concorso ed iscriverli d’ufficio. E sarebbe davvero una bella gara!
Anche per giravolte politiche sanno ben seguire il vento che tira. Ma l’eccellenza la raggiungono nell’abilità della disinformazione.
Hanno l’abilità di esser convincenti nel saper dire giusto il contrario di ciò che pensano e fanno. Sanno smentirsi con abilità e fingere con mimica professionale. Dalla tragedia alla commedia dell’arte, dalla sceneggiata all’avanspettacolo, alle comiche finali, solo mutando gli abiti di scena: davvero gran classe!
Quando, ad esempio, Mastella affermava di essere un fedele sostenitore di Prodi, c’era da esser certi, come se colti da un riflesso condizionato, che stesse giungendo il momento di un suo improvviso colpo di mano. Come un classico effetto da teatro!
La stessa cosa è valsa per Veltroni, ad esempio. Il leader del PD se a giorni alterni dichiarava il pieno sostegno al lavoro della maggioranza di centrosinistra e di Prodi, e non faceva distinzioni di opzioni politiche tra ciò che si andava sostenendo in quell’area da Dini a Bertinotti, attraverso mastelliani, socialisti, radicali e Di Pietro, nei restanti giorni ne minava la credibilità politica e programmatica. Come in un gioco delle parti, come se presagisse che a distanza di pochi mesi dovesse accreditarsi per il ruolo sia della maggioranza che dell’opposizione, come fa ora in campagna elettorale a seconda delle circostanze. Ricorda Gassman, il compianto Vittorio Gassman: il mattatore!
Se Prodi parlava di una tale coesione del centrosinistra, da potergli tranquillamente garantire la conclusione del suo mandato alla normale fine della legislatura, Veltroni esprimeva condivisione e prometteva il suo apporto leale. Dopo qualche ora, però, apriva scenari nuovi, sia programmaci che istituzionali, ben sapendo che avrebbero reso irrespirabile il clima parlamentare.
Se Prodi, ancora, insisteva sulla sostenibilità del programma dell’Unione e sulla sua coerente attuazione, Veltroni scopiazzava di già, sui temi della sicurezza, sui temi delle tasse, sui temi dell’impresa, su quelli dell’economia e sui temi della riforma istituzionale, le posizioni ed i programmi del centrodestra, ponendo persino in difficoltà ed imbarazzo il premier. Il Capo del Governo in carica si è trovato a volte costretto a svolte immediate ed a correzioni di tiro, come è accaduto sul disegno di legge sulla sicurezza, poi trasformato in decreto, sulla spinta delle emergenze nelle periferie romane.
Si è avuta persino la sensazione di un’Italia dalle attenzioni diverse. Se la delinquenza ed il teppismo violento toccavano le città del nord, ad esempio, è parso che per il governo l’evento potesse ritenersi tollerabile e compreso in una casistica dei tempi difficili e di un prezzo da pagare in una società dai forti contrasti. Se la stessa violenza e criminalità toccavano la Roma del sindaco Veltroni, invece, l’impressione è stata che il caso diventasse di assoluta gravità e tale da richiedere interventi immediati.
Un decreto ritenuto inadeguato se richiesto dall’opposizione, mancando a parere di Prodi i presupposti per la decretazione d’urgenza, diventava invece opportuno solo sulla parola di Veltroni. Ma anche il caso della spazzatura di Napoli veniva gestito dal governo e da Prodi con molta prudente compiacenza e senza richieste di rimozione dei responsabili politici della Città, della Regione e del Governo. Sono in molti a chiedersi oggi se la stessa compiacenza ci sarebbe stata in altre città d’Italia con Sindaco e Governatore estranei al PD di Veltroni.
Era bastato, così, un atto efferato su Roma, come se nel resto d’Italia le efferatezze contassero meno, perchè l’urgenza diventasse tale ed il disegno di legge del governo diventasse subito decreto.
E’ così è stato per la Giustizia. Quest’ultima è parsa come un olio che scivola sui corpi dei personaggi appartenenti al PD, ma che diventa un macigno che schiaccia per altri, come Mastella, ad esempio.
Altro che Pirandello! Altro che personaggi dalla personalità controversa! Quelle del centrosinistra in Italia sono parse vere e proprie comiche finali! Ora invece siamo all’avanspettacolo delle luci e dei colori dove si canta e si balla con spensieratezza. Ma i personaggi sono sempre gli stessi!
Mastella è fuori ma restano Veltroni e Di Pietro, anche lui con famiglia e con l’uso personale di un partito, anche lui impegnato immobiliarmente.
Senza Mastella all’ex PM gli viene a mancare la spalla, come i fratelli De Rege, dove uno dei due recitava la parte del sempliciotto.
Resta solo il dubbio dove Di Pietro se l’andrà a cercare la spalla nel nuovo Parlamento? E chi dei due sarà il sempliciotto?
Vito Schepisi

18 febbraio 2008

L'antipolitica è la sinistra che si vergogna di Prodi

E’ uno strano modo quello della sinistra italiana. Ma il suo gioco di scegliere tra il serrare le fila e l’antipolitica, tra la crisi della capacità di proposta sociale e civile ed il lancio di nuove strategie di attenzione al Paese, riciclando persino per nuovo uomini già sperimentati, e per originali idee già di altri, oramai ha fatto il suo tempo.
Anche la suggestione popolare del pullman è un film già visto e neanche tanto vecchio da poter sembrare un “remake”. C’è chi preferisce la sostanza e le esperienze fatte e soprattutto la sostenibilità delle idee.
Quando ha governato la parte moderata del Paese, abbiamo assistito ad una opposizione compatta e rumorosa che ha giudicato dannosa, pericolosa e sbagliata la politica dell’esecutivo. Girotondi di patetici sessantottini ultra sessantenni, scioperi in nome della libertà di tutto e da tutti, contestazioni mirate, bagarre parlamentare su ogni legge in discussione. Erano tutti uniti e concordi dal social forum agli opportunisti di Mastella, dai centri sociali e dai diversi movimenti della sinistra alternativa, ai liberaldemocratici di Dini. E la sinistra era tutta un blocco monolitico tanto da presentarsi unita alle elezioni del 2006 e firmare tutti insieme un ambizioso programma di ben 282 pagine: un autentico libro dei sogni.
L’Italia e le sue istituzioni hanno trovato anche al di fuori dei confini nazionali complotti ed attentati alla dignità e credibilità del Paese. In Europa, l’Italia moderata e liberale è stata spesso bersaglio di azioni indecorose tese allo svilimento ed alla delegittimazione dei suoi rappresentanti nazionali. Imboscate e villlanzonate spesso stimolate e concordate con i gruppi europei omologabili al socialismo ed alla sinistra più estrema, ed il sostegno complice ed indifferente di quella fascia sedicente di centro o di sinistra moderata.
Anche la componente di sinistra cattolica si è mostrata appiattita con la componente socialista su posizioni stantie, di tipica impronta togliattiana, di presunzione di diversità morale. Cattolici integrati in una strategia di contrapposizione e di unità sino al punto da risultare persino indifferenti ai richiamo dei valori etici che, non la Chiesa, che in ogni caso fa bene a ribadire le conquiste del cristianesimo, ma la società civile ritiene tuttora pilastri della civiltà occidentale. Sordi persino alla percezione che siano i popoli che si riconoscono in quell’insieme di valori, non dissimili da quelli di libertà e di democrazia, su cui i percorsi delle società di indirizzo liberale si pongono al confronto con le spinte e le minacce di civiltà e culture diverse.
Se la sinistra è all’opposizione non c’è legge o provvedimento che meriti attenzione o confronto, non c’è uomo o donna, non di sinistra, o non contro il governo e la sua maggioranza, che sia considerato credibile e propositivo. Tutto è ritenuto inqualificabile e da respingere, tutto da modificare per ottenere l’omologazione della sinistra, come se si trattasse di un marchio D.O.C.. Si ricordino le continue minacce di referendum abrogativo su ogni provvedimento varato dal Governo di centrodestra, ad esempio.
Un metodo un po’ all’ingrosso di fare opposizione, atteggiamenti ripetitivi che diventano una ridicola e biliosa costante. E poi la rappresentazione di un vero e proprio allarme continuo, con la denuncia poco credibile del danno e del pericolo costante per tutto il Paese, come se fosse in corso un tornado o uno Tsunami distruttivo che rischiasse di sommergere la nazione.
Poi ci si accorge che quella di centro destra sia stata l’unica maggioranza, almeno degli ultimi 20 anni, che ha aumentato le pensioni minime, che ha creato milioni di posti di lavoro, che ha ridotto, sebbene di poco, la pressione fiscale, che in una realtà di difficoltà dei mercati non ha infierito con nuove tasse sui salari dei lavoratori ed ha persino creato, attraverso opportune manovre di bilancio, gli strumenti finanziari idonei per il recupero, la crescita e lo sviluppo.
L’unica maggioranza di governo che ha lavorato e varato una legge di riforma della scuola. La sola che ha rivisto con moderazione l’ordinamento giudiziario e che con interventi, non drastici e dirompenti, come i magistrati e la sinistra volevano far credere, lasciando ogni piena autonomia all’attività della magistratura, ha delineato minore disinvoltura nei percorsi di carriera e nello svolgimento di funzioni diverse ed a volte in contrasto. Una riforma dell’ordinamento che aveva anche lo scopo di ridurre l’anomalia Italia di una giustizia più volte condannata dalla commissione europea.
Anche la rivisitazione delle regole del mercato del lavoro e la riforma delle pensioni con lo sguardo alle nuove generazioni, la riforma societaria e la rivisitazione dell’Ordinamento della Repubblica previsto nella seconda parte della Costituzione Italiana sono stati oggetto di attenzione e di proficuo lavoro parlamentare.
Ora ci si chiede perché, dopo la deludente esperienza di Prodi, si dovrebbe ancora pensare che sia la sinistra a poter risolvere le questioni, per alcuni versi, drammatiche le cui soluzioni, oggi, sono ritenute improcrastinabili, soprattutto per le famiglie italiane.
Ma soprattutto è doveroso chiedersi come mai la sinistra diventa antipolitica se è la sinistra stessa che governa male, ma è compatta e convergente, come la maggioranza che ha portato Prodi al Governo, se è il centrodestra che invece governa e certamente in modo più concreto?
Si ha l’impressione che quegli italiani che si sono battuti per respingere Berlusconi, quando questi aveva la maggioranza, si siano vergognati dei deludenti risultati di Prodi, quando questi macellava la fascia più debole del Paese. E’ così, per vergogna, che sono diventati antipolitica. C’è persino chi, per opportunismo più che per vergogna, ha pure parlato di crisi della politica quando in crisi è entrata la loro capacità d’essere forza di governo.Sarà questa la ragione che ha spinto Veltroni a ricercare ora il consenso in quei settori più viscerali della sinistra, allacciando l’accordo con Di Pietro che si collega perfettamente ai modi meno razionali e più sbrigativi e diretti di rendere sfogo alla protesta che proviene dalla pancia del popolo.
Vito Schepisi

21 dicembre 2007

Signor Prodi governare il Paese non Le si addice

L’attacco dei giudici e la campagna del gruppo Repubblica – L’Espresso ci avvertono che la resa dei conti è vicina. Il partito della rissa e della diffamazione si schiera con la sua artiglieria. L’ordine è partito e si spara ad altezza d’uomo. Il bersaglio? Sempre lo stesso: Berlusconi!
Tra l’amarezza nel constatare il barbaro riproporsi del malcostume politico-giudiziario, tra lo sconforto per il riemergere dei toni aspri a sinistra e del reiterarsi di una politica fatta di odio e di delegittimazioni, s’avverte all’incontrario una bella sensazione: è quella di pensare che a breve Prodi, voglia o non voglia, si debba far da parte.
Non tutti ricevono i regali da Babbo Natale, molti sono tradizionalmente legati alla Befana, ed il dono di un Prodi che ritorna finalmente a casa, che venga da babbo Natale o dalla Befana fa poca differenza: l’importante è che venga!
Prodi è come la carestia, come il tormento…come l’agonia. E perché non dare serenità alla signora anziana in piazza Colonna a Roma che supplicava il Presidente del Consiglio di tornarsene a casa perché sta rovinando il Paese? Se la signora Flavia vuole così bene a suo marito, e lo ammira, se lo tenga vicino, vicino…ma per cortesia lo allontani da noi! A noi non (ci) piace!
Parafrasando le parole di Don Luigi Sturzo “la libertà è come l'aria: si vive nell'aria; se l'aria è viziata, si soffre; se l'aria è insufficiente, si soffoca; se l'aria manca si muore”, potremmo dire che con Prodi l’aria è viziata, spesso insufficiente ed a volte manca del tutto. Il professore è asfittico, è soffocante, è allergico agli italiani:
Prodi è indigesto, per conformazione, per modi, per comprensione. E’ l’idea dell’esatto contrario della sensazione di libertà. Prodi è come un regime: quando c’è, ci si accorge che c’è, perché si avverte, si soffre…fa male!
Nessuno vorrebbe essere triste ma… se lo si guarda, lo si sente, lo si subisce: Prodi rattrista!
Si è aperta una fase nuova per la politica italiana. Il senatore diniano D’Amico ha dichiarato in Senato: "Consideriamo conclusa una fase della vita politica nazionale. Da oggi in poi svilupperemo una libera iniziativa politica affinché il salto si possa compiere". Parole che annunciano che il tormento è finito e che l’Italia può riprendere il suo cammino verso scelte di crescita e di libertà. Sarà il voto o un nuovo governo, sarà ciò che dovrà, ma è già un gran risultato rimuovere Prodi
Questa maggioranza ha dunque concluso il suo percorso. Era ora! Il voto sull’ultima fiducia al Senato è stato garantito dal voto compatto dei 6 senatori a vita presenti. Tra questi anche da coloro che hanno dichiarato di voler mantenere in vita questa maggioranza solo per il tempo necessario ad assicurare una qualsivoglia legge finanziaria per il 2008. E’ prevalso solo il senso di responsabilità e la volontà di evitare l’esercizio provvisorio. Pezzi della vecchia maggioranza hanno preso le distanze da questo esecutivo pasticcione e confuso. L’Unione, che non è mai stata tale nelle scelte politiche, si è definitivamente sfaldata. Si è dissolta, come la neve caduta nei giorni scorsi, scaldata dal tepore di questa piccola primavera meteorologica che s’è affacciata in Italia.
Il senatore Fisichella ha annunciato che il suo voto alla finanziaria è l’ultimo voto concesso a questa maggioranza perché “il rapporto di fiducia con il Governo è esaurito”. E Mastella che dichiara "di fronte alla ritrosità di senatori come Fisichella e Dini prendi atto e vai al voto", da simbolo negativo dell’Italia furbesca, diviene persino simpatico.
Liberarci da Prodi vale un 25 aprile per chi ama l’Italia e la libertà. Prodi per le sue ambizioni può solo trascinare l’Italia nel baratro: avevano ragione in Europa a considerarlo inadeguato. Aveva ragione la Bonino a ritenerlo un cervello piatto.
E’ apparso un uomo disposto a tutto pur di incollare il suo sedere sulla poltrona più alta: ci ha persino riportati sulla scena politica i comunisti, ormai reperti archeologici negli altri paesi occidentali. L’ha fatto quando il comunismo, fallito, è rimasto imbrigliato dalla sua storia e dalle sue colpe. Li ha condotti per mano al Governo mentre il comunismo veniva condannato dalle società civili e dalle democrazie europee. Se nel gennaio del 2006 a Bruxelles il Consiglio d’Europa approvava una risoluzione di condanna del comunismo che, alla pari del nazismo, veniva considerato crimine contro l’umanità, pochi mesi dopo venivano chiamati al governo il simpatizzante castrista Bianchi ed il rifondarolo Ferrero. Alla Presidenza della Camera veniva eletto il neo comunista Bertinotti ed alla Presidenza della Repubblica il post comunista Napolitano.
Con la fiducia sulla finanziaria al Senato si è solo voluto scongiurare il timore che alla precarietà del Paese sullo scenario economico-politico internazionale, ed alla grigia tristezza dell’era Prodi, su cui già si era soffermato l’autorevole quotidiano di New York, si aggiungessero la difficoltà di uno Stato, tra le economie industriali più avanzate del mondo, priva della sua legge di indirizzo finanziario per il prossimo imminente esercizio.
“Sarebbe quasi da non votarla – ha dichiarato Dini - Diamo un giudizio di non soddisfazione, ma riteniamo per il Paese pericoloso restare senza Finanziaria, in particolare in un momento di turbolenza sui mercati finanziari internazionali". Se la parole hanno un senso, questa è proprio la fine di Prodi. Viene meno, oltre che la maggioranza politica, anche quella numerica, garantita finora solo dall’apporto dei senatori a vita. Anche Napolitano ora prende atto che vi sono “molte inquietudini e manifestazioni di sfiducia tra i cittadini”.
Signor Prodi a questo punto ne prenda atto anche Lei, si faccia le vacanze di Natale a casa e ci resti! Governare il Paese non Le si addice! Non Le sembra più dignitoso andarsene con le sue gambe anziché farsi cacciare?
Vito Schepisi
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14 dicembre 2007

Intercettazioni e Giustizia

Il Consiglio Superiore della Magistratura sta per trasferire, e forse per rimuovere dalle funzioni di giudice monocratico, il magistrato, Gip di Milano, Clementina Forleo e, dopo due giorni di contenuto dibattito, sulla notizia è passato l’omertoso silenzio.
Repubblica, quotidiano dell’ulteriore partito occulto della sinistra, rivela un’azione della Procura di Napoli diretta ad indagare su Berlusconi per presunte corruzioni. Una nei confronti di Agostino Saccà, direttore di Raifiction, per aver chiesto di valutare la possibilità di far lavorare in Rai alcune soubrette. L’altra corruzione nei confronti del senatore dell’Unione Nino Randazzo, eletto nel collegio australiano, invitato a passare nello schieramento dell’opposizione per far cadere il Governo. Assolutamente niente di nuovo rispetto a ciò che sappiamo succede da ambo le parti. E nessuna delle soubrette segnalate lavora per la Rai, come Randazzo è rimasto fermo al suo posto a votare la fiducia a Prodi ed al suo Governo.
Dalla pubblicazione su Repubblica, però, questa notizia, senza sosta e con grande evidenza, circola su tutti i quotidiani e su tutte le reti televisive nazionali e locali.
Nel Paese aleggia la convinzione che la Forleo sia entrata in disgrazia per essersi addentrata nella verifica delle responsabilità penali di uomini di punta dei DS, quali D’Alema, Fassino e Latorre. Ed i media, Repubblica in testa, minimizzano, nascondono, eludono, sottovalutano.
E’ la stessa Repubblica che da giorni riporta con grande evidenza i chiacchiericci ed i pettegolezzi, ritenuti da più parte senza alcuna rilevanza penale, conversazioni su “puttanate”, come le definisce il Sindaco di Venezia Cacciari, contenuti in telefonate private dell’ex Presidente del Consiglio e leader dell’opposizione Silvio Berlusconi.
Il CSM, che si divide sul trasferimento di De Magistris dalla Procura di Catanzaro, magistrato che si è occupato di loschi affari in cui sono risultati coinvolti personaggi vicini a Prodi e Mastella, trova persino il tempo e l’opportunità di ergersi a difesa della Procura di Napoli per il presunto attacco di Berlusconi alle toghe “rosse”. Lo spunto è dato dall’opinione espressa dal Cavaliere in cui fa rilevare come puntualmente, nei momenti importanti della politica italiana, la magistratura intervenga a fomentare lo scontro politico, con lo scopo di sabotare i tentativi di condurre alla normalità il confronto tra i partiti.
Il Paese è preoccupato per l’odore di regime che emerge quando le istituzioni convergono a delegittimare la parte politica dell’opposizione. Il sospetto che si sia in un regime preoccupa maggiormente quando gli organi di governo presieduti dalle stesse istituzioni si adoperano a trasferire magistrati impegnati ad indagare su uomini della maggioranza, ponendo di fatto ostacoli alla verifica ed alla eventuale sanzione degli aspetti di illegalità che sono emersi. E non può che alimentare ancor più, sia il sospetto che il legittimo timore della compiacenza politica, sapere che i fatti, noti, in cui personale di primo piano della sinistra è coinvolto in ipotesi di reato penalmente rilevanti, non hanno avuto per protagonisti magistrati schierati. Non esiste infatti l’assoluto dubbio di alcuna assonanza politica di questi magistrati con l’opposizione.
In Italia anche le pareti sono intrise di un solo sospetto. Tanti uomini liberi non riescono a fugare la cattiva impressione che ci sia una giustizia spesso mirata, sempre pronta a ricercare responsabilità e rilevanza penale, anche dove questa non esiste, pur di screditare l’immagine e la credibilità politica del Cavalier Berlusconi.
Persino il Presidente della Repubblica ha ritenuto di dover intervenire per ammonire al reciproco rispetto. E se chiede alla politica di avere misura, chiede alle toghe solo di rispettare i limiti della loro funzione ed alla stampa di astenersi dal diffondere notizie coperte dal segreto istruttorio. Un colpo diversamente calibrato a ciascuno, e così pensa di lavarsi le mani. Ma non è così!
L’uso illegale della notizia di stampa va perseguita se si vuole che le notizie private, senza rilevanza penale, non siano diffuse invadendo la privacy del cittadino. Pubblicare notizie private, quantunque sconvenienti, con lo scopo di mortificare i protagonisti è metodo incivile che nessun paese democratico dovrebbe poter consentire. E chi più che il garante supremo delle Istituzioni dovrebbe diffondere questo monito?
Ma la delegittimazione della politica è altrettanto preoccupante quanto quella della Magistratura. Il Presidente della Repubblica, invece che invocare il rispetto della politica per la magistratura, farebbe bene a richiamare principalmente il rispetto della magistratura per le garanzie costituzionali dei cittadini.
Non si possono tollerare, infatti, queste continue invasioni nella privacy dei cittadini. E cos’è questo controllo vigile e minuzioso nella vita privata del Capo dell’opposizione se non un tentativo persecutorio tipico di un regime? Presidente Napoletano, cosa sono questi chilometri di nastri registrati di intercettazioni di relazioni telefoniche private che circolano nelle Procure d’Italia? Come definire questo connubio tra alcune procure ed alcuni giornali, mirati spesso al tentativo di screditare l’onore e la legittimità dei cittadini?
Presidente Napoletano, cosa dobbiamo aspettarci ancora da quest’Italia di tanti uomini liberi ed onesti, ma anche di tanti forcaioli, intolleranti e spioni?
Vito Schepisi

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04 dicembre 2007

Un magistrato scomodo

Tutto dev’essere iniziato nel gennaio di quest’anno, quando la signora Forleo ad un convegno organizzato a Milano dall’Unione delle Camere Penali dal tema: “Giudice e pubblico ministero. Due soggetti diversi nel processo, nell’ordinamento, nella Costituzione» si era espressa in modo disallineato sul progetto di riforma Mastella sull’ordinamento giudiziario.
Indifferente alla consapevolezza che la riforma era stata imposta dalla stessa associazione dei magistrati, la Forleo andava sostenendo le sue perplessità proprio sulla parte più discussa delle norme: quelle che regolano le carriere e le funzioni dei magistrati. Il magistrato perorava la separazione delle carriere tra requirenti e giudicanti.
Una posizione quella del Gip di Milano che rivalutava lo spirito della riforma coraggiosamente voluta dal centrodestra. Una riforma per l’ordinamento giudiziario pensata per uniformare la giustizia italiana alle scelte di civiltà giuridica già in esser in gran parte dei paesi liberali e democratici d’occidente.
Il Gip di Milano, sostenendo la necessità della separazione delle carriere si era, così, messa di traverso all’ANM. Da quel momento il magistrato già noto per il discusso provvedimento di scarcerazione di presunti terroristi definiti “guerriglieri”, atto giuridico che aveva persino esaltato la sinistra radicale italiana, è entrata nel mirino di chi intende la giustizia alla stregua di un’arma politica da utilizzare per scardinare il sistema delle certezze democratiche e rappresentative e predisporre il Paese alle avventure dell’antipolitica e della sommarietà dei giudizi.
Se Speciale è stato rimosso da Generale della Guardia di Finanza per essersi messo per traverso alla pretesa di Visco di rimuovere i vertici della Gdf di Milano che avevano indagato sull’affare Unipol-Bnl, non si capirebbe la ragione che dovrebbe impedire ora la rimozione della Forleo dall’Ufficio di Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano! E la ragione sembra tutta nella gestione prevalentemente politica del CSM.
La seconda volta la sua colpa è ancora più grave. Il giudice ha voluto toccare i fili della corrente elettrica ad alta tensione, ed è opinione corrente che chi tocca i fili, muore. E’ scritto persino sui tralicci dell’Enel!
La desolante impressione è che anche questa volta la “casta” abbia fatto quadrato intorno agli interessi della politica. E resta tutta la preoccupazione per i cittadini di sentirsi ancora una volta traditi dalle ramificazioni di una logica di potere che si chiude a riccio per impedire che emergano inganni, bugie e privilegi dei soliti noti. L’antipolitica nasce anche da qui!
Forse, però, conviene entrare nel merito delle “colpe” della signora Forleo. Le sue responsabilità consistono prevalentemente nell’aver formulato al Parlamento una richiesta d’autorizzazione all’utilizzo di alcune intercettazioni telefoniche acquisite ai fini di un’indagine penale in corso. Nelle intercettazioni si materializzavano strategie e suggerimenti di parlamentari DS di alto profilo che si accordavano sui metodi e sugli strumenti da utilizzare per l’acquisizione della Banca Nazionale del Lavoro.
Dalla trascrizione sono emersi intrecci e metodi, ritenuti illegali per la scalata alla BNL, tra D’Alema, Fassino, Latorre e Consorte. Quest’ultimo all’epoca era Presidente dell’Unipol, gruppo assicurativo legato alla Lega delle Cooperative, altro colosso produttivo, imprenditoriale, e distributivo ritenuto molto vicino alla sinistra. Ai tempi del Pci la Lega delle Cooperative era considerata persino parte integrante del movimento politico. Le “cooperative rosse” appaltano tuttora in percentuali bulgare tutte le attività della fascia rossa del Paese.
Alla Forleo, giudice per le indagini preliminari, viene persino imputata una formulazione esorbitante dalle sue prerogative per l’atto di richiesta dell’autorizzazione alle Camere. Viene ipotizzato l’inserimento di ipotesi di reato, prerogative invece dei pubblici ministeri, laddove Cicu, Comincioli, D’Alema, Fassino e Latorre vengono definiti: “consapevoli complici di un atto criminoso di ampia portata”.
Il compito della Giustizia è di venire a capo, seguendo un processo di competenze e di prerogative, alle responsabilità penali imputabili ai diversi soggetti interessati. La richiesta del Gip di autorizzazione all’uso delle intercettazioni, per essere privilegio riservato ai membri del Parlamento e non ai cittadini comuni, non potrebbe che essere pertanto motivata. Qualora non ci siano valide motivazioni, si dovrebbe presupporre che l’uso delle intercettazioni in cui compaiono parlamentari non debbano essere autorizzate. E cos’è una motivazione se non la segnalazione d’indizi e comportamenti illeciti che possano motivare persino una successiva iscrizione sul registro degli indagati? Senza l’utilizzo delle intercettazioni non è possibile formulare un atto d’accusa, ma senza un’ipotesi di reato non è possibile richiedere l’acquisizione delle intercettazioni! Delle due l’una!
Il provvedimento di rimozione della Forleo, già preannunciato, come sostiene Letizia Vacca, esponente laico del partito dei comunisti italiani nel CSM, “servirà è riportare la serenità negli uffici di Milano”. Il popolo italiano, però, nel nome del quale si eserciterebbe la giustizia in Italia, avrebbe idee del tutto diverse sulla sua serenità; ma sembra che di questo il CSM non si faccia carico.
Vito Schepisi
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28 novembre 2007

La riforma elettorale tra alchimie e furbizie

E’ opinione comune che le alchimie elettorali, più che essere un modo per assicurare al Paese governabilità e maggioranze omogenee e coese, servano ai partiti per tentare di assestare meglio la propria consistenza parlamentare e per poter esercitare pressioni politiche ben oltre il proprio peso specifico, anche contro il mandato della maggioranza del corpo elettorale.
Tra le scelte, alla base c’è già un intreccio iniziale da sciogliere: se optare per un sistema maggioritario o per un sistema proporzionale.
Mentre il primo, senza correzione proporzionale, favorisce prevalentemente il bipolarismo, rendendo necessario l’accordo tra partiti collocati in aree larghe (centrodestra, ovvero centrosinistra), pena il rischio di restare fuori dalla rappresentanza parlamentare; il secondo, quello proporzionale, favorisce la frammentazione e persino la convenienza a porre motivi di divisione.
Tra le opportunità del proporzionale per i gruppi minori, oltre ad esserci quella della possibilità di esercitare pressioni sulla maggioranza o sulle scelte del Governo, persino al limite di ogni decenza, c’è la possibilità di favorire di volta in volta l’adeguamento dei regolamenti parlamentari, anche attraverso deroghe di cui è divenuto costume l’abuso, onde creare diversi gruppi con tanto di sedi e rappresentanze, con costi sempre a carico dei contribuenti, ed ancora, fatto ritenuto di grande importanza, la possibilità di poter accedere al finanziamento pubblico.
Sia il maggioritario che il proporzionale sono scelte che rispettano in pieno i principi della democrazia: sono ambedue legittime espressioni del popolo. Appare però evidente che l’opzione proporzionale sia quella che più possa riflettere compiutamente le diverse anime del Paese e che più possa essere legittimata a sostenerne le istanze. Se si potesse trarre un giudizio di merito sulle regole di una democrazia parlamentare, si potrebbe affermare che il proporzionale puro possa essere la scelta più equa. La suddivisione in perfetta percentuale riflette, infatti, i limiti ed i confini di ciascuna forza ed offre l’immagine precisa del Paese.
Tutto questo in teoria ma, come si è detto, e soprattutto si è visto dal vero, la realtà è purtroppo diversa. L’obiettivo non deve essere, allora, quello di comprendere cosa ci sia di diverso, ad esempio, tra Casini e Mastella, o tra questi e Dini, o ancora tra Diliberto e Giordano. Una volta compresa la ragione del loro diverso sentire, se mai si possa comprendere, resta il fatto che ove l’uno, o l’altro prenda un “piccio”, se il loro apporto di voti parlamentari dovesse essere indispensabile, il Paese si troverà a dover attendere i comodi loro per poter adottare provvedimenti o varare riforme.
Ma la democrazia non può essere questa! Non si può ridurre il mandato popolare all’esercizio delle schermaglie di nicchia o agli interessi particolari e neanche, come abbiamo visto di recente tra Di Pietro e Mastella, alle rivalità personali. Se la civiltà del confronto richiede il massimo rispetto per le istanze delle minoranze e per il pluralismo delle posizioni, è vero anche che si debba prendere atto che c’è una maggioranza che ha un diverso sentire e che ha diritto di prevalere, laddove il suo diritto non sia lesivo di quello degli altri. Ed inoltre, se c’è una maggioranza nel Paese sugli indirizzi generali, non la si può ricercare continuamente persino sulle istanze particolari. Niente funziona in questo modo. Se si pigia sul freno, e si ferma la macchina che procede ad andatura continua e costante, a conti fatti, si rischia di consumare più energie e di arrivare in ritardo agli appuntamenti che nel caso di un governo sono quasi sempre i bisogni.
Tra i principi delle democrazie elettorali, per ovviare alle tante questioni, ce ne sarebbero alcuni abbastanza validi, sperimentati con successo in altri paesi. Ma non è detto che si possa importare un sistema che altrove funziona e presumere di farlo funzionare anche da noi. Le realtà sono diverse e sono differenti persino i profili costitutivi dei diversi stati. In Spagna ed Inghilterra, ad esempio, c’è la monarchia. In Francia e negli USA il presidente è eletto dal popolo ed ha ampi poteri. Sarà per questa ragione che l’occhio è continuamente puntato sul sistema tedesco dove il Cancelliere è espressione della maggioranza parlamentare.
Quello della Germania è un sistema elettorale misto: i parlamentari sono eletti metà col maggioritario e metà col proporzionale. Su questa seconda metà, però, c’è una soglia di sbarramento: i partiti che non raggiungono il 5% restano fuori dal parlamento. Non è detto, però, che col sistema tedesco si garantisca la governabilità: dopo le ultime elezioni, vinte di misura dalla Merkel, si è fatto ricorso alla grande coalizione per consentire la governabilità. In Italia. Invece, pur non avendo vinto le elezioni in entrambi i rami del Parlamento, Prodi ha respinto la proposta di un esecutivo dalle larghe intese. E’ interessante osservare, però, che in Germania non si può con un colpo di mano sfiduciare il governo in carica. Esiste, infatti, l’istituto della sfiducia costruttiva che prevede la proposta di un diverso premier e di una diversa maggioranza con cui sostituire il cancelliere e la maggioranza già in carica.
E’ opinione comune, come si diceva all’inizio, che le alchimie elettorali servano anche ad altri fini. Sono in molti, infatti, oggi in Italia a chiedersi se l’iniziativa del centrosinistra sia ispirata dai buoni propositi di dotare il Paese di una efficiente riforma elettorale più idonea alla governabilità e non, come da più parti si sospetta, per prendere tempo e superare le difficoltà di una maggioranza senza una vera e credibile proposta politica.
Sarà per questo che Berlusconi ha deciso di sedersi al tavolo per vedere le carte ed eventualmente smascherare il bluff di Veltroni.
Vito Schepisi

24 ottobre 2007

Con toni pacati

Anche questa volta il Presidente Prodi è riuscito a salvare il suo Governo. L’ha salvato nelle forme costituzionali, con un voto di scarto al Senato e grazie ai soliti senatori a vita. Quello che conta però, più dei numeri e della legittimità etica di utilizzare i voti di senatori “non eletti”, per superare l’ostacolo di una maggioranza che al Senato non c’è, è il clima politico che si è andato creando.
Oramai il 2007 volge al termine. E’stato un anno pieno di fatti da ricordare, alcuni straordinari, come le anomalie atmosferiche, il gran caldo, un’estate meteorologica lunghissima ma anche vissuto in un clima politico che si è fatto rovente.
Tra le tante questioni che dividono il mondo politico, come è giusto che sia nella dialettica maggioranza/opposizione, ve ne sono ancora di più all’interno dello schieramento di maggioranza. Lo scontro che puntualmente si accende, spesso in termini e modi dirompenti tra le componenti politiche e gli uomini di questo governo, finisce col svilire la serietà e l’autorevolezza di tutte le Istituzioni.
Anche gli interventi tardivi del Presidente della Repubblica, e persino quelli che sono venuti a mancare, non giovano a ripristinare il rispetto delle forme che, come si afferma nelle questioni giuridiche, sono spesso sostanza nel perseguire i fini di una entità nazionale democratica dove la civiltà del confronto prevalga sui modi barbari ed arroganti.
Una preoccupazione in più, in Italia, è la litigiosità e le divergenze programmatiche all’interno della maggioranza. Criticità che si intersecano con le altre questioni irrisolte, anzi aggravate proprio dall’immobilismo di questo governo: si aggiungono così al debito pubblico record ed alla obsolescenza delle strutture istituzionali, oltre che alla ricerca da tempo di un sistema elettorale che assicuri governabilità e responsabilità.
Chissà quanti italiani lucidi e riflessivi rimpiangono ora la riforma costituzionale bocciata lo scorso anno da una consultazione referendaria in cui i vinti, come sempre accade, sono saliti sul carro dei vincitori, all’insegna della discontinuità con Berlusconi, per respingere proprio quella riforma della politica invocata da sempre dagli italiani!
Sin dalla realizzazione di questo Governo, tra Mastella e Di Pietro s’è creata una conflittualità che è andata oltre la politica e le scelte. L’ultima diatriba, che li ha visti coinvolti sulla questione del PM De Magistris e della Procura di Catanzaro, è stata stoppata con l’intervento diretto di Prodi. Ma la disistima reciproca continua a covare, esiste un’evidente incompatibilità tra i due, e spesso si ha l’impressione che la lotta sia principalmente rivolta alla ricerca di visibilità, a discapito del raziocinio e della tolleranza.
La situazione conflittuale richiamata è la cartina di tornasole della fragilità di questa maggioranza, e stabilisce per di più che non si vedono sintomi del ripristino del confronto, seppur serrato, ma civile e pacato tra le forze politiche che danno vita alla coalizione del centrosinistra. Anche la fiducia di Prodi al Guardasigilli viene letta come l’obbligo del Presidente del Consiglio a non volgere le spalle a colui che gli ha tolto le castagne dal fuoco giudiziario, per il suo coinvolgimento nella questione degli affari poco chiari in Calabria con i fondi europei, su cui De Magistris stava indagando.
Sulle questioni del lavoro e sugli “scalini” della riforma delle pensioni le divergenze, tra sinistra radicale, ancorata a vecchi schemi ideologici, e le forze della sinistra moderata, esistono e rappresentano rotture reali, sebbene camuffate. Si sono viste centinaia di migliaia di persone scendere in piazza a Roma sotto i vessilli di forze politiche con responsabilità di governo a manifestare contro le scelte dello stesso governo.
Il clima non è dei migliori e nessuno sembra disposto a fare un passo indietro. La confusione rischia di accendere gli animi più dirompenti, alimenta l’antipolitica, crea disorientamento e preoccupa perché allontana la capacità di lavoro dell’esecutivo e non pone soluzione alla crisi della politica, richiamata da D’Alema appena qualche mese fa, anzi l‘aggrava.
Se si va diffondendo la sensazione d’aver vissuto un anno particolare che a memoria d’uomo non si ricorda, è anche vero che si stenta a ricordare un disfacimento così pesante della stima dei cittadini verso la nostra classe dirigente. C’è la sensazione che la vecchia politica s’aggrappi alle maniglie dell’omertà, come gli anziani ai maniglioni nella vasca da bagno per non scivolare.
E’ in questo clima che le persone responsabili, consapevoli d’essere motivo di scontro e d’aver fallito nell’impresa di costruire un cartello elettorale contro una persona, ma senza una vera e credibile proposta politica, avrebbero tutto da guadagnare prendendo atto d’aver sbagliato e lasciando le redini di un Governo ormai in balia delle beghe personali tra ministri. L’Italia democratica, i cittadini con le loro idee anche differenti, il buonsenso vorrebbero che si passasse la mano.
Le stagioni della politica sono come quelle meteorologiche: a volte sono anomale. Alla fine, però, la natura, che è “la ragione” della metafisica, prevale: all’estate segue l’autunno e poi l’inverno per arrivare alla primavera ed al ripristino della buona stagione.
Presidente Prodi, ci consenta un appello con toni pacati. Iniziano i primi freddi, è arrivato l’autunno, ed è arrivato anche il suo, l’Italia le chiede di mettersi da parte: ora c’è anche Veltroni, il nuovo. Lasci a quest’ultimo, se capace, il compito di affrontare l’inverno e ricondurre la politica al tepore della primavera. Lo lasci provare! Per farlo, però, coerentemente e senza condizionamenti, c’è bisogno che lei si metta da parte: l’Italia ha anche bisogno di una sinistra che sia presentabile!


Vito Schepisi

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