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30 settembre 2008

il PD riposiziona il trattino tra centro e sinistra

La campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento è ormai alle spalle, e la prossima sui temi della scelta politico-programmatica degli elettori è lontana nel tempo a venire. Il PD abbandona così il percorso, mutuato dalla tradizione europea, di una sinistra moderata che contende la centralità della strategia politica ai gruppi popolari, e riscopre il trattino che separa il centro dalla sinistra.
L’apparentemente insignificante trattino, come è ormai diventata abitudine, viene riscoperto solo per distinguere le istanze del centro da quelle della sinistra. Viene interposto, nella semplificazione del concetto di “centrosinistra” da quello di “centro-sinistra”; per separare le tipiche spinte dei moderati verso lo sviluppo con una sguardo alla solidarietà, dalle scelte più estremiste, tipiche invece della sinistra, proprie di una cultura della lotta sociale avulsa dal contesto economico-produttivo. Ovvero le due collocazioni insieme ma separate da un trattino, per porre un distinguo tra la predisposizione al confronto ed al dialogo con le diverse istanze della società civile, propria dei centristi, e quella invece di una formazione acquisita tra i principi del conflitto tra classi ed abituata alla vecchia contrapposizione ideologica verso il mondo della produzione, propria, invece, quest’ultima della tradizione dei movimenti di sinistra.
In Italia, però, nei fatti, il trattino significa sempre che il centro viene abbandonato per dar sfogo alla rituale aggressione contro il competitore politico ed alla sua ormai consueta criminalizzazione. L’esperienza nazionale ci porta a ritenere che i toni ed i contenuti della sinistra, ex o post marxista, siano così impregnati di carattere ideologico e di metodo assolutista da riuscire a sopraffare i toni più pacati e civili, tipici del centro. La prepotenza della sinistra, perciò, prevale quasi sempre.
E’ la ragione per cui si finisce col mettere la mordacchia alla moderazione per far prevalere i toni più esagitati dello scontro.
Con l’apparizione del trattino, riemergeranno le bandiere rosse nelle piazze. Si prepara così, infatti, la manifestazione di Veltroni del 25 ottobre prossimo: l’antiberlusconi-day come è stata soprannominata. Già si è riproposta la solita retorica inconcludente dell’antifascismo di maniera. E si rinfocolerà pure quella forma oggettiva di simil-fascismo che si sostanzia nell’intolleranza e nell’odio verso il competitore politico. Ci si dovrà ora riabituare a sentir ripercorrere la storia di ieri e quella di oggi dell’avversario, e se fosse possibile anche quella di domani, naturalmente per trarne motivi di criminalizzazione, come con gli archivi del Kgb con le ventate del revisionismo in Urss per dar corso alla repressione. Riemergerà, poi, quella spocchia elitaria che farà considerare di inferior peso i voti raccolta dai partiti avversari che vincono le elezioni. E si tornerà di conseguenza ad accusare gli elettori di stupidità e di ignoranza. Naturalmente quando non voteranno per loro! Si riproporrà la favola, davvero stucchevole e stantia, oltre che falsa e maligna, del controllo dei media e del conflitto di interessi di Berlusconi. Ritorneranno insomma i sintomi di quel “delirium tremens” della sinistra che, purtroppo per il Paese, si conosce già da tempo.
Il mito della sinistra e la sua consueta retorica sono ormai degli “evergreen”. Non tramontano mai! E non manca il furbo di turno che spaccia il riciclo di uomini e parole d’ordine per il nuovo, come quel capo di lana lavato con quel detersivo che fa sembrare sempre tutto come se fosse nuovo. Come Walter Veltroni che è un capo, anche se non di lana, ma anche un vecchio e ben conosciuto politicante di professione che si spaccia, invece, anch’esso per nuovo.
A sinistra ha cominciato Di Pietro con la sua corte di incalliti calunniatori, pronto ad occupare quello spazio apparentemente lasciato vuoto, ed ora, subito, dopo neanche sei mesi dal suo impegno alla moderazione ed al confronto, all’ex magistrato, come si pensava, si unisce Veltroni.
E’ un atteggiamento tipico del post comunismo che non riesce a liberarsi della tara della sua provenienza.
E’ ormai uno stereotipo per la sinistra indossare in campagna elettorale il mantello dell’agnello per spogliarsi dagli orpelli del buonismo e dell’immagine della affidabilità democratica sin dal primo richiamo della foresta. Il post comunismo non è meno falso ed ingannevole della sua vecchia espressione più tradizionale ed ortodossa. Alla sinistra post comunista, ad esempio, è rimasta la stessa pretesa di quella di una volta di non tollerare un nemico a sinistra.
Ha così ragione di esultare l’idv di Di Pietro che rivendica il merito d’aver tracciato la nuova linea del PD. Ha ragione di esultare per aver costretto Veltroni a seguirlo sulla strada dello scontro: “finalmente- ha dichirato il dipietrista Donati - la pensa come noi”.
Bella soddisfazione per il nostro cultore della fction! Questa volta, però, la trama del film l’ha scritta un altro per lui.
Vito Schepisi

07 marzo 2008

Un Parlamento senza Mastella

Fa uno strano effetto sapere che Mastella stia fuori quest’anno. Eravamo abituati ai suoi cambi di campo, ai suoi colpi di scena, alle sue frasi allusive, ai messaggi cifrati, alla spontaneità della sua arroganza politica. Ci sembrava che fosse un tutt’uno con la politica italiana. Anche per la famiglia, pensandoci, non sembra che sia il solo ad averla. Del resto se c’è Veltroni non si riesce a capire perché non ci debba stare Mastella!
Ognuno ha il suo ruolo, recita la sua parte, assume i toni di scena, riscalda il pubblico. Ciascuno come sa fare. Sono abili sia l’uno che l’altro. Due platee diverse, due pubblici diversi, due ruoli appunto diversi. Ma due interpreti geniali, quasi unici.
Ci sono più di un’analogia tra i due. Per faccia tosta sono perfettamente in linea. Si potrebbe indire un concorso ed iscriverli d’ufficio. E sarebbe davvero una bella gara!
Anche per giravolte politiche sanno ben seguire il vento che tira. Ma l’eccellenza la raggiungono nell’abilità della disinformazione.
Hanno l’abilità di esser convincenti nel saper dire giusto il contrario di ciò che pensano e fanno. Sanno smentirsi con abilità e fingere con mimica professionale. Dalla tragedia alla commedia dell’arte, dalla sceneggiata all’avanspettacolo, alle comiche finali, solo mutando gli abiti di scena: davvero gran classe!
Quando, ad esempio, Mastella affermava di essere un fedele sostenitore di Prodi, c’era da esser certi, come se colti da un riflesso condizionato, che stesse giungendo il momento di un suo improvviso colpo di mano. Come un classico effetto da teatro!
La stessa cosa è valsa per Veltroni, ad esempio. Il leader del PD se a giorni alterni dichiarava il pieno sostegno al lavoro della maggioranza di centrosinistra e di Prodi, e non faceva distinzioni di opzioni politiche tra ciò che si andava sostenendo in quell’area da Dini a Bertinotti, attraverso mastelliani, socialisti, radicali e Di Pietro, nei restanti giorni ne minava la credibilità politica e programmatica. Come in un gioco delle parti, come se presagisse che a distanza di pochi mesi dovesse accreditarsi per il ruolo sia della maggioranza che dell’opposizione, come fa ora in campagna elettorale a seconda delle circostanze. Ricorda Gassman, il compianto Vittorio Gassman: il mattatore!
Se Prodi parlava di una tale coesione del centrosinistra, da potergli tranquillamente garantire la conclusione del suo mandato alla normale fine della legislatura, Veltroni esprimeva condivisione e prometteva il suo apporto leale. Dopo qualche ora, però, apriva scenari nuovi, sia programmaci che istituzionali, ben sapendo che avrebbero reso irrespirabile il clima parlamentare.
Se Prodi, ancora, insisteva sulla sostenibilità del programma dell’Unione e sulla sua coerente attuazione, Veltroni scopiazzava di già, sui temi della sicurezza, sui temi delle tasse, sui temi dell’impresa, su quelli dell’economia e sui temi della riforma istituzionale, le posizioni ed i programmi del centrodestra, ponendo persino in difficoltà ed imbarazzo il premier. Il Capo del Governo in carica si è trovato a volte costretto a svolte immediate ed a correzioni di tiro, come è accaduto sul disegno di legge sulla sicurezza, poi trasformato in decreto, sulla spinta delle emergenze nelle periferie romane.
Si è avuta persino la sensazione di un’Italia dalle attenzioni diverse. Se la delinquenza ed il teppismo violento toccavano le città del nord, ad esempio, è parso che per il governo l’evento potesse ritenersi tollerabile e compreso in una casistica dei tempi difficili e di un prezzo da pagare in una società dai forti contrasti. Se la stessa violenza e criminalità toccavano la Roma del sindaco Veltroni, invece, l’impressione è stata che il caso diventasse di assoluta gravità e tale da richiedere interventi immediati.
Un decreto ritenuto inadeguato se richiesto dall’opposizione, mancando a parere di Prodi i presupposti per la decretazione d’urgenza, diventava invece opportuno solo sulla parola di Veltroni. Ma anche il caso della spazzatura di Napoli veniva gestito dal governo e da Prodi con molta prudente compiacenza e senza richieste di rimozione dei responsabili politici della Città, della Regione e del Governo. Sono in molti a chiedersi oggi se la stessa compiacenza ci sarebbe stata in altre città d’Italia con Sindaco e Governatore estranei al PD di Veltroni.
Era bastato, così, un atto efferato su Roma, come se nel resto d’Italia le efferatezze contassero meno, perchè l’urgenza diventasse tale ed il disegno di legge del governo diventasse subito decreto.
E’ così è stato per la Giustizia. Quest’ultima è parsa come un olio che scivola sui corpi dei personaggi appartenenti al PD, ma che diventa un macigno che schiaccia per altri, come Mastella, ad esempio.
Altro che Pirandello! Altro che personaggi dalla personalità controversa! Quelle del centrosinistra in Italia sono parse vere e proprie comiche finali! Ora invece siamo all’avanspettacolo delle luci e dei colori dove si canta e si balla con spensieratezza. Ma i personaggi sono sempre gli stessi!
Mastella è fuori ma restano Veltroni e Di Pietro, anche lui con famiglia e con l’uso personale di un partito, anche lui impegnato immobiliarmente.
Senza Mastella all’ex PM gli viene a mancare la spalla, come i fratelli De Rege, dove uno dei due recitava la parte del sempliciotto.
Resta solo il dubbio dove Di Pietro se l’andrà a cercare la spalla nel nuovo Parlamento? E chi dei due sarà il sempliciotto?
Vito Schepisi

18 febbraio 2008

L'antipolitica è la sinistra che si vergogna di Prodi

E’ uno strano modo quello della sinistra italiana. Ma il suo gioco di scegliere tra il serrare le fila e l’antipolitica, tra la crisi della capacità di proposta sociale e civile ed il lancio di nuove strategie di attenzione al Paese, riciclando persino per nuovo uomini già sperimentati, e per originali idee già di altri, oramai ha fatto il suo tempo.
Anche la suggestione popolare del pullman è un film già visto e neanche tanto vecchio da poter sembrare un “remake”. C’è chi preferisce la sostanza e le esperienze fatte e soprattutto la sostenibilità delle idee.
Quando ha governato la parte moderata del Paese, abbiamo assistito ad una opposizione compatta e rumorosa che ha giudicato dannosa, pericolosa e sbagliata la politica dell’esecutivo. Girotondi di patetici sessantottini ultra sessantenni, scioperi in nome della libertà di tutto e da tutti, contestazioni mirate, bagarre parlamentare su ogni legge in discussione. Erano tutti uniti e concordi dal social forum agli opportunisti di Mastella, dai centri sociali e dai diversi movimenti della sinistra alternativa, ai liberaldemocratici di Dini. E la sinistra era tutta un blocco monolitico tanto da presentarsi unita alle elezioni del 2006 e firmare tutti insieme un ambizioso programma di ben 282 pagine: un autentico libro dei sogni.
L’Italia e le sue istituzioni hanno trovato anche al di fuori dei confini nazionali complotti ed attentati alla dignità e credibilità del Paese. In Europa, l’Italia moderata e liberale è stata spesso bersaglio di azioni indecorose tese allo svilimento ed alla delegittimazione dei suoi rappresentanti nazionali. Imboscate e villlanzonate spesso stimolate e concordate con i gruppi europei omologabili al socialismo ed alla sinistra più estrema, ed il sostegno complice ed indifferente di quella fascia sedicente di centro o di sinistra moderata.
Anche la componente di sinistra cattolica si è mostrata appiattita con la componente socialista su posizioni stantie, di tipica impronta togliattiana, di presunzione di diversità morale. Cattolici integrati in una strategia di contrapposizione e di unità sino al punto da risultare persino indifferenti ai richiamo dei valori etici che, non la Chiesa, che in ogni caso fa bene a ribadire le conquiste del cristianesimo, ma la società civile ritiene tuttora pilastri della civiltà occidentale. Sordi persino alla percezione che siano i popoli che si riconoscono in quell’insieme di valori, non dissimili da quelli di libertà e di democrazia, su cui i percorsi delle società di indirizzo liberale si pongono al confronto con le spinte e le minacce di civiltà e culture diverse.
Se la sinistra è all’opposizione non c’è legge o provvedimento che meriti attenzione o confronto, non c’è uomo o donna, non di sinistra, o non contro il governo e la sua maggioranza, che sia considerato credibile e propositivo. Tutto è ritenuto inqualificabile e da respingere, tutto da modificare per ottenere l’omologazione della sinistra, come se si trattasse di un marchio D.O.C.. Si ricordino le continue minacce di referendum abrogativo su ogni provvedimento varato dal Governo di centrodestra, ad esempio.
Un metodo un po’ all’ingrosso di fare opposizione, atteggiamenti ripetitivi che diventano una ridicola e biliosa costante. E poi la rappresentazione di un vero e proprio allarme continuo, con la denuncia poco credibile del danno e del pericolo costante per tutto il Paese, come se fosse in corso un tornado o uno Tsunami distruttivo che rischiasse di sommergere la nazione.
Poi ci si accorge che quella di centro destra sia stata l’unica maggioranza, almeno degli ultimi 20 anni, che ha aumentato le pensioni minime, che ha creato milioni di posti di lavoro, che ha ridotto, sebbene di poco, la pressione fiscale, che in una realtà di difficoltà dei mercati non ha infierito con nuove tasse sui salari dei lavoratori ed ha persino creato, attraverso opportune manovre di bilancio, gli strumenti finanziari idonei per il recupero, la crescita e lo sviluppo.
L’unica maggioranza di governo che ha lavorato e varato una legge di riforma della scuola. La sola che ha rivisto con moderazione l’ordinamento giudiziario e che con interventi, non drastici e dirompenti, come i magistrati e la sinistra volevano far credere, lasciando ogni piena autonomia all’attività della magistratura, ha delineato minore disinvoltura nei percorsi di carriera e nello svolgimento di funzioni diverse ed a volte in contrasto. Una riforma dell’ordinamento che aveva anche lo scopo di ridurre l’anomalia Italia di una giustizia più volte condannata dalla commissione europea.
Anche la rivisitazione delle regole del mercato del lavoro e la riforma delle pensioni con lo sguardo alle nuove generazioni, la riforma societaria e la rivisitazione dell’Ordinamento della Repubblica previsto nella seconda parte della Costituzione Italiana sono stati oggetto di attenzione e di proficuo lavoro parlamentare.
Ora ci si chiede perché, dopo la deludente esperienza di Prodi, si dovrebbe ancora pensare che sia la sinistra a poter risolvere le questioni, per alcuni versi, drammatiche le cui soluzioni, oggi, sono ritenute improcrastinabili, soprattutto per le famiglie italiane.
Ma soprattutto è doveroso chiedersi come mai la sinistra diventa antipolitica se è la sinistra stessa che governa male, ma è compatta e convergente, come la maggioranza che ha portato Prodi al Governo, se è il centrodestra che invece governa e certamente in modo più concreto?
Si ha l’impressione che quegli italiani che si sono battuti per respingere Berlusconi, quando questi aveva la maggioranza, si siano vergognati dei deludenti risultati di Prodi, quando questi macellava la fascia più debole del Paese. E’ così, per vergogna, che sono diventati antipolitica. C’è persino chi, per opportunismo più che per vergogna, ha pure parlato di crisi della politica quando in crisi è entrata la loro capacità d’essere forza di governo.Sarà questa la ragione che ha spinto Veltroni a ricercare ora il consenso in quei settori più viscerali della sinistra, allacciando l’accordo con Di Pietro che si collega perfettamente ai modi meno razionali e più sbrigativi e diretti di rendere sfogo alla protesta che proviene dalla pancia del popolo.
Vito Schepisi