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03 ottobre 2008

La politica del tanto peggio, tanto meglio

A corto di argomenti seri e di proposte su ciò che è utile al Paese, l’opposizione non trova di meglio che rilanciare il vecchio metodo del tanto peggio, tanto meglio. Il leader dell’opposizione moderata - che poi tanto moderata non appare - recupera i toni dello scontro, contraddicendo i propositi con cui alle elezioni ha cannibalizzato la sinistra alternativa.
L’idea è che siano prevalsi più i toni da opposizione al sistema, che la serenità dell’opposizione nel merito dei provvedimenti. Non emerge affatto lo spirito di una opposizione costruttiva, come avviene nelle democrazie più evolute. Sembra più una gara di fuochi d’artificio incrociata con Di Pietro per chi la spara più in alto.
Gli italiani dinanzi alla cagnara di questa inconcludente opposizione avvertono la sensazione di vivere in un Paese diverso da quello in cui consumano le abitudini della loro quotidianità.
Tra accostamenti senza senso a uomini del passato, tra sindacati che rischiano di mettere in mezzo alla strada migliaia di lavoratori, tra accuse di putinismo, fascismo, autoritarismo ed evocazione del regime argentino, in Italia sembra di vivere tra colpi di fucili sparati dai tetti e tra le autovetture riempite di tritolo.
La verità è che la gente ha davvero paura, ma non di questo governo che si possa trasformare in regime autoritario, ma ha paura di uscire di casa. L’attenzione dell’opposizione è rivolta più ai casi in cui la stupidità dei singoli possa far emergere sospetti di razzismo, che ai soprusi ed alle violenze a danno dei cittadini italiani da parte di una popolazione clandestina che riempie le piazze delle nostre città e che si rivela spesso coinvolta in attività criminose.
Le carceri italiane sono piene di extracomunitari ed il numero è davvero preoccupante se si pensa che in valore assoluto sfiora il 35% della popolazione carceraria.
Il sindacato italiano si è nuovamente spaccato. Dopo la questione Alitalia e la strana faccenda di Epifani e Veltroni, con cui si è sfiorato il dramma per migliaia di famiglie, la spaccatura ora emerge nel confronto tra la Confindustria e la stessa Cgil di Epifani, impegnato solo ad accentuare i motivi dello scontro.
Immaginare che ci sia una regia contro il governo, per partito preso, e che questa regia sia portata avanti con cinica indifferenza contro gli interessi dei lavoratori e quelli del Paese, non può definirsi come una maligna dietrologia politica, perché è la risultante chiara di un ragionamento semplice.
L’Italia ha passato due anni in cui il sindacato si è appiattito silente su un governo, quello di Prodi, che sembrava governasse contro gli italiani. La scure fiscale sia diretta che indiretta, per gli effetti dell’aumento dei costi, ha massacrato il potere d’acquisto dei lavoratori. La mancanza di investimenti, il blocco delle politiche di innovazione e delle grandi opere, unite allo sperpero delle risorse per provvedimenti di spesa, come lo scalino anziché lo scalone previdenziale, ad esempio, hanno depresso lo sviluppo e reso ancora più incerto il mondo del precariato.
Ora tra le difficoltà di una congiuntura finanziaria internazionale; pur in presenza di un lavoro costante del Governo sui diversi fronti della accorata domanda sociale di sicurezza; dinanzi ai successi registrati e persino al tributo di sangue pagato; nonostante gli sforzi del Governo nell’agire per qualificare la produttività ed isolare coloro che sfruttano il lavoro degli altri; malgrado il ripristino del decoro di una città come Napoli, il successo del rilancio di Alitalia, la volontà di riportare su percorsi di qualità e di efficienza la scuola, la giustizia, i servizi del Paese; con un governo che si attiva su tutti i fronti per recuperare serietà ed efficienza, la Cgil pensa a colorare di pregiudiziale politica antigovernativa la sua attività sindacale.
Anche questa volta interviene Veltroni a proporsi come facilitatore. Il proposito di rendersi protagonista, dopo aver ispirato il boicottaggio, come è sucesso per Alitalia, il leader del PD ora lo ripropone per l’ipotesi di rottura tra Confindustria e Cgil. Il terreno dello scontro è sull’inflazione programmata per il recupero del potere d’acquisto dei salari. Confindustra accusa la Cgil di voler ripristinare la scala mobile di cui ancora si ricordano i danni al Paese fino alla sua abolizione col Governo Amato nel luglio del 1992.
Vito Schepisi

30 giugno 2008

La paura smorza la voce degli uomini

Sulle misure per la sicurezza c’è chi lancia allarmi contro le nuove norme e ne mette in discussione la compatibilità con i trattati internazionali, la normativa europea ed i principi universali dei diritti degli uomini. Sono per lo più evasioni dalla logica di un’opposizione a corto di argomenti più seri. Si dispiega così il festival degli equilibrismi interpretativi, conditi di vere e proprie bufale, come quella del presunto contrasto con le direttive comunitarie sulle impronte digitali ai nomadi, minori compresi. La recente direttiva europea, al contrario, indica tra l’altro proprio l’adozione di questo provvedimento.
Addentrarsi su questo percorso, e cioè nel guardare all’interno della casa del vicino per sentirsi cautelati nel rispetto di ciò che può apparire, sembra, però, un esercizio del provincialismo di certa politica italiana.
Sarebbe auspicabile, invece, un Paese cosciente delle proprie esigenze e capace di risolvere i suoi problemi in autonomia, senza scimmiottare ciò che fanno gli altri, soprattutto se non sempre possono essere presi ad esempio. Il faro ovviamente deve essere la garanzia del rispetto umano e dei principi di solidarietà e di convivenza civile, ma anche della libertà di tutti di sentirsi cautelati e protetti dalle istituzioni pubbliche.
Lo Stato deve pretendere da tutti il reciproco rispetto. I cittadini devono avvertire la certezza della sua presenza, anche nella funzione di arbitro delle difficoltà sociali, per iniziative di buon senso ma anche e soprattutto per indurre al rispetto delle leggi. Le Istituzioni devono essere, inoltre, garanti dei diritti di ciascuno, anche, e forse soprattutto, di coloro che hanno la cittadinanza italiana e che contribuiscono attraverso l’imposizione fiscale al mantenimento della coscienza nazionale e della sua organizzazione politica.
Non è possibile pretendere che lo Stato abdichi a questa fondamentale funzione. Non è possibile continuare, com’è stato nel passato, che in nome dei principi della solidarietà e dell’accoglienza dei diseredati, si possa chiudere uno o tutti e due gli occhi dinanzi a questioni che mettono in discussione le origini, la cultura, le tradizioni, le abitudini, la qualità della vita, la decenza, la tranquillità e la sicurezza delle nostre famiglie, delle nostre donne, dei nostri figli, dei nostri concittadini. Questo non è possibile e non può essere consentito!
Il provincialismo non aiuta soprattutto quando non riesce a vedere le questioni nella loro complessità. E’ capitato persino che da altri paesi, ad esempio dalla Spagna, arrivassero richiami preoccupati verso alcune norme sull’immigrazione clandestina. Le iniziative parlamentari della maggioranza italiana, ritenute, su sollecitazione di ambienti della sinistra italiana, rigide e repressive, dovrebbero invece essere giudicate blande e garantiste, se paragonate ai modi del paese iberico che, retto da un primo ministro indicato come esempio per la sinistra italiana, è arrivato addirittura ad usare le armi per respingere gli immigrati alle frontiere.
L’Italia per la sua umanità e per la tolleranza della sua gente in tutti i tempi, anche quelli bui dei conflitti e delle occupazioni coloniali, non ha mai dato adito a sospetti di comportamenti violenti, xenofobi e/o razzisti, al contrario di altri paesi europei che si fanno venire pruriti di buon senso e di civiltà in casa d’altri.
Non si pretende d’essere esempio per nessuno ma nello stesso tempo non si può pretendere che altri ci facciano scuola.
La questione è, né più né meno, in questi termini: esiste un problema sicurezza in Italia.
Se c’ è un evento delittuoso la polizia interviene per garantire l’ordine e la sicurezza. Lo fa in base ai principi generici dell’ordine pubblico, ma anche per il rispetto di apposite leggi che lo Stato italiano ha adottato per prevenire e reprimere il crimine e l’illecito, oltre che per cautelare la sicurezza dei cittadini.
Se c’è un problema di sicurezza e condizioni di invivibilità civile nei consessi urbani lo Stato ha così il dovere di intervenire per rimuoverne le cause.
Le Istituzioni pubbliche hanno così anche la facoltà di dotarsi delle leggi necessarie per arginare il fenomeno. E se questo è determinato dalla massa di immigrazione clandestina ha il diritto-dovere di fermarne il flusso.
Se per pubblica sicurezza sono adottate leggi limitative della libertà di ciascuno, come nel codice della strada, ad esempio, per limitare la velocità dei veicoli, causa di incidenti con morti e feriti, le limitazioni delle libertà non possono e non devono essere intese come limiti all’uguaglianza ed alla libertà personale, ma come argine all’uso indiscriminato della propria libertà che in alcune circostanze lede sostanzialmente il diritto all’incolumità degli altri. Questo è un fondamentale principio liberale che trova riscontro in ogni disputa filosofica sul confronto di etica e politica.
La stessa cosa è per l’immigrazione clandestina, con le leggi che la pongono come reato e/o come aggravante per i reati commessi sul territorio nazionale e per le norme, come il deposito delle impronte digitali per i nomadi, soprattutto allorquando è noto che in Italia esiste una tratta inumana e spietata per lo sfruttamento dei minori e degli invalidi.
I cittadini italiani hanno il diritto di sentirsi tranquilli nelle loro città.
Non avere timore è il bene primario e fondamentale di ciascuno perché senza terrore l’individuo è libero d’esprimersi e riscuote rispetto.
La paura, invece, smorza la voce degli uomini.
Vito Schepisi

07 marzo 2008

Un Parlamento senza Mastella

Fa uno strano effetto sapere che Mastella stia fuori quest’anno. Eravamo abituati ai suoi cambi di campo, ai suoi colpi di scena, alle sue frasi allusive, ai messaggi cifrati, alla spontaneità della sua arroganza politica. Ci sembrava che fosse un tutt’uno con la politica italiana. Anche per la famiglia, pensandoci, non sembra che sia il solo ad averla. Del resto se c’è Veltroni non si riesce a capire perché non ci debba stare Mastella!
Ognuno ha il suo ruolo, recita la sua parte, assume i toni di scena, riscalda il pubblico. Ciascuno come sa fare. Sono abili sia l’uno che l’altro. Due platee diverse, due pubblici diversi, due ruoli appunto diversi. Ma due interpreti geniali, quasi unici.
Ci sono più di un’analogia tra i due. Per faccia tosta sono perfettamente in linea. Si potrebbe indire un concorso ed iscriverli d’ufficio. E sarebbe davvero una bella gara!
Anche per giravolte politiche sanno ben seguire il vento che tira. Ma l’eccellenza la raggiungono nell’abilità della disinformazione.
Hanno l’abilità di esser convincenti nel saper dire giusto il contrario di ciò che pensano e fanno. Sanno smentirsi con abilità e fingere con mimica professionale. Dalla tragedia alla commedia dell’arte, dalla sceneggiata all’avanspettacolo, alle comiche finali, solo mutando gli abiti di scena: davvero gran classe!
Quando, ad esempio, Mastella affermava di essere un fedele sostenitore di Prodi, c’era da esser certi, come se colti da un riflesso condizionato, che stesse giungendo il momento di un suo improvviso colpo di mano. Come un classico effetto da teatro!
La stessa cosa è valsa per Veltroni, ad esempio. Il leader del PD se a giorni alterni dichiarava il pieno sostegno al lavoro della maggioranza di centrosinistra e di Prodi, e non faceva distinzioni di opzioni politiche tra ciò che si andava sostenendo in quell’area da Dini a Bertinotti, attraverso mastelliani, socialisti, radicali e Di Pietro, nei restanti giorni ne minava la credibilità politica e programmatica. Come in un gioco delle parti, come se presagisse che a distanza di pochi mesi dovesse accreditarsi per il ruolo sia della maggioranza che dell’opposizione, come fa ora in campagna elettorale a seconda delle circostanze. Ricorda Gassman, il compianto Vittorio Gassman: il mattatore!
Se Prodi parlava di una tale coesione del centrosinistra, da potergli tranquillamente garantire la conclusione del suo mandato alla normale fine della legislatura, Veltroni esprimeva condivisione e prometteva il suo apporto leale. Dopo qualche ora, però, apriva scenari nuovi, sia programmaci che istituzionali, ben sapendo che avrebbero reso irrespirabile il clima parlamentare.
Se Prodi, ancora, insisteva sulla sostenibilità del programma dell’Unione e sulla sua coerente attuazione, Veltroni scopiazzava di già, sui temi della sicurezza, sui temi delle tasse, sui temi dell’impresa, su quelli dell’economia e sui temi della riforma istituzionale, le posizioni ed i programmi del centrodestra, ponendo persino in difficoltà ed imbarazzo il premier. Il Capo del Governo in carica si è trovato a volte costretto a svolte immediate ed a correzioni di tiro, come è accaduto sul disegno di legge sulla sicurezza, poi trasformato in decreto, sulla spinta delle emergenze nelle periferie romane.
Si è avuta persino la sensazione di un’Italia dalle attenzioni diverse. Se la delinquenza ed il teppismo violento toccavano le città del nord, ad esempio, è parso che per il governo l’evento potesse ritenersi tollerabile e compreso in una casistica dei tempi difficili e di un prezzo da pagare in una società dai forti contrasti. Se la stessa violenza e criminalità toccavano la Roma del sindaco Veltroni, invece, l’impressione è stata che il caso diventasse di assoluta gravità e tale da richiedere interventi immediati.
Un decreto ritenuto inadeguato se richiesto dall’opposizione, mancando a parere di Prodi i presupposti per la decretazione d’urgenza, diventava invece opportuno solo sulla parola di Veltroni. Ma anche il caso della spazzatura di Napoli veniva gestito dal governo e da Prodi con molta prudente compiacenza e senza richieste di rimozione dei responsabili politici della Città, della Regione e del Governo. Sono in molti a chiedersi oggi se la stessa compiacenza ci sarebbe stata in altre città d’Italia con Sindaco e Governatore estranei al PD di Veltroni.
Era bastato, così, un atto efferato su Roma, come se nel resto d’Italia le efferatezze contassero meno, perchè l’urgenza diventasse tale ed il disegno di legge del governo diventasse subito decreto.
E’ così è stato per la Giustizia. Quest’ultima è parsa come un olio che scivola sui corpi dei personaggi appartenenti al PD, ma che diventa un macigno che schiaccia per altri, come Mastella, ad esempio.
Altro che Pirandello! Altro che personaggi dalla personalità controversa! Quelle del centrosinistra in Italia sono parse vere e proprie comiche finali! Ora invece siamo all’avanspettacolo delle luci e dei colori dove si canta e si balla con spensieratezza. Ma i personaggi sono sempre gli stessi!
Mastella è fuori ma restano Veltroni e Di Pietro, anche lui con famiglia e con l’uso personale di un partito, anche lui impegnato immobiliarmente.
Senza Mastella all’ex PM gli viene a mancare la spalla, come i fratelli De Rege, dove uno dei due recitava la parte del sempliciotto.
Resta solo il dubbio dove Di Pietro se l’andrà a cercare la spalla nel nuovo Parlamento? E chi dei due sarà il sempliciotto?
Vito Schepisi

20 dicembre 2007

Un 2007 da dimenticare

A sinistra non sanno che pesci pigliare! La maggioranza ed il Governo, i partiti ed il Parlamento sono imbrigliati in una morsa stringente. Si muovono in affanno alla ricerca di soluzioni per uscire dall’impasse in cui si sono addentrati. Osservano impotenti le sorti dell’Italia che per la loro insipienza scivola verso un inesorabile declino. Hanno impantanato il Paese in una palude di sabbie mobili, con l’economia che perde colpi, il debito pubblico che cresce ed i redditi dei lavoratori insufficienti a star dietro al crescente costo della vita reale. Uno Stato che perde competitività ed indietreggia ed è risucchiato sempre più giù in Europa. Un’Italia che s’intristisce e che con collaudata pazienza aspetta che passi anche quest’ondata di pessimo tempo.
Nelle stanze del centrosinistra hanno tutti gli occhi fissi nel vuoto. Guardano con sadica rassegnazione l’inevitabile procedere di questo Governo in bilico su di un sentiero buio e senza via d’uscita. Sono impotenti a tracciare margini ad un declino inesorabile, persino inermi e arresi nella rassegnazione fatalistica dell’inevitabile, convinti che rimediare sia impossibile, specialmente quando si ritiene che non esista la necessaria coesione nelle possibili soluzioni da adottare.
Ora la maggioranza sa solo farsi del male da sola: ma causa malanni anche ai cittadini italiani. Il Governo, tra le sue contraddizioni e le sue velleità, è in completa balia delle onde: ma ciò che è più grave è che trascina nella sofferenza tutto il Paese. La sinistra italiana è insicura ed incerta come un soggetto infantile che stenta a sollevarsi, e che non è in grado di mantenersi sulle proprie gambe. La sua crisi per ignoranza, demagogia ed infingarda supponenza trascina tutto: è come un fiume in piena che tracima e che, impetuoso, scorre e travolge tutto ciò che incontra sulla sua strada.
Il Governo di Prodi vive ormai alla giornata. Non può fare programmi, non ha una linea politica, non un percorso condiviso, non ha un’anima che s’ispiri ai bisogni del Paese: è la lotta di tutti contro tutti.
Dopo le preoccupazioni dello scorso anno, dopo l’emergere delle falsità dette agli italiani in campagna elettorale, dopo aver torchiato i contribuenti con una pressione fiscale da spavento, all’inizio del 2007 si era riunita a Caserta, in conclave, per consentire a Prodi di dettare le sue 10 regole. Doveva essere il programma del 2007 per rilanciare l’iniziativa politica. Mai lancio, però, fu più effimero, debole e di basso profilo, e sui risultati è meglio stendere un velo pietoso.
Alla reggia, il Prodi, imperatore della sinistra italiana, si era rivolto ai sudditi convenuti imponendo i suoi editti, a cui tutti si dovevano strettamente attenere. La confusione, infatti, era già tale da far paventare, già allora, un repentino crollo dell’impero Romano. A porte chiuse aveva detto che gli dovevano obbedienza, come si conviene ad un condottiero di nome Romano. Aveva alzato la voce e gridato che, senza la sua guida, per la sinistra c’era solo la sconfitta e lo sfaldamento della maggioranza: c’erano, insomma, le elezioni anticipate e Berlusconi.
Era un insieme quello di Caserta, animato da un’unione di partiti delle sinistre italiane, senza respiro politico, disperso nei protagonismi. Un’Unione che trovava coesione solo nel timore di perdere le poltrone e di dover dar ragione al “nemico” di Arcore. E così, mentre si elevava ancora forte il richiamo alla coesione, già i suoi sottoposti interpretavano con diversa misura e tensione il significato dei comandamenti del prode Romano. L’eco era ancora nell’aria, quando il suo imperativo categorico si sfaldava ed il diluvio evocato travolgeva illusioni e speranze.
Le sue 10 tavole sono state spazzate, arse dal fuoco della follia di ritenere che si possa governare contro il popolo e malgrado l’indignazione degli uomini. Aveva proprio ragione Boselli, dopo Caserta, a sostenere che “non c’è stato un briciolo di coraggio per affrontare i nodi che vanno sciolti. Si è imboccata solo la strada del rinvio”. E come dar torto, così, al segretario di Rifondazione Comunista Giordano quando, dopo la gita a Caserta, trionfante affermava: "Li abbiamo fermati. Partita chiusa."?
Con quello che va a chiudersi sarà passato un anno dal conclave nella reggia vanvitelliana dove, non il re borbone, ma il principe imbroglione si impegnava al rilancio dell’iniziativa di governo. E se gli italiani nelle piazze reclamavano meno tasse e più sicurezza, Prodi con la sua corte di cortigiani e ministri ci ha offerto più insicurezza e più tasse. Se il popolo chiedeva chiarezza e trasparenza, la sinistra si è invece distinta prima con un golpe alla Rai, sostituendo il Consigliere Petroni, e poi con la rimozione del Generale Speciale dal comando della Gdf, “colpevole” di aver ostacolato la rimozione di ufficiali integerrimi e capaci che indagavano sulle scalate bancarie, dove erano coinvolti uomini di punta dei DS. Provvedimenti che il Tar del Lazio ha giudicato illegittimi, quindi autoritari ed illeciti.
I cittadini hanno quindi chiesto risparmi e rigore e la risposta del Governo è stata quella di dilatare la spesa e di mercificare persino il voto sulla fiducia al Senato, concedendo a uomini e gruppi politici ingenti risorse sottratte ai contribuenti.
E’ stata invocata più giustizia e imparzialità e, mentre si infanga il leader dell’opposizione con accuse infondate e senza rilevanza penale, sono posti sotto procedimento disciplinare i magistrati che hanno indagato su episodi di malcostume in cui sono coinvolti uomini di governo.
Traendo un bilancio dell’anno trascorso, a Prodi non gli rimarrebbe così niente di più dignitoso che rassegnare le dimissioni, per il rispetto che deve al popolo Italiano.