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18 febbraio 2008

L'antipolitica è la sinistra che si vergogna di Prodi

E’ uno strano modo quello della sinistra italiana. Ma il suo gioco di scegliere tra il serrare le fila e l’antipolitica, tra la crisi della capacità di proposta sociale e civile ed il lancio di nuove strategie di attenzione al Paese, riciclando persino per nuovo uomini già sperimentati, e per originali idee già di altri, oramai ha fatto il suo tempo.
Anche la suggestione popolare del pullman è un film già visto e neanche tanto vecchio da poter sembrare un “remake”. C’è chi preferisce la sostanza e le esperienze fatte e soprattutto la sostenibilità delle idee.
Quando ha governato la parte moderata del Paese, abbiamo assistito ad una opposizione compatta e rumorosa che ha giudicato dannosa, pericolosa e sbagliata la politica dell’esecutivo. Girotondi di patetici sessantottini ultra sessantenni, scioperi in nome della libertà di tutto e da tutti, contestazioni mirate, bagarre parlamentare su ogni legge in discussione. Erano tutti uniti e concordi dal social forum agli opportunisti di Mastella, dai centri sociali e dai diversi movimenti della sinistra alternativa, ai liberaldemocratici di Dini. E la sinistra era tutta un blocco monolitico tanto da presentarsi unita alle elezioni del 2006 e firmare tutti insieme un ambizioso programma di ben 282 pagine: un autentico libro dei sogni.
L’Italia e le sue istituzioni hanno trovato anche al di fuori dei confini nazionali complotti ed attentati alla dignità e credibilità del Paese. In Europa, l’Italia moderata e liberale è stata spesso bersaglio di azioni indecorose tese allo svilimento ed alla delegittimazione dei suoi rappresentanti nazionali. Imboscate e villlanzonate spesso stimolate e concordate con i gruppi europei omologabili al socialismo ed alla sinistra più estrema, ed il sostegno complice ed indifferente di quella fascia sedicente di centro o di sinistra moderata.
Anche la componente di sinistra cattolica si è mostrata appiattita con la componente socialista su posizioni stantie, di tipica impronta togliattiana, di presunzione di diversità morale. Cattolici integrati in una strategia di contrapposizione e di unità sino al punto da risultare persino indifferenti ai richiamo dei valori etici che, non la Chiesa, che in ogni caso fa bene a ribadire le conquiste del cristianesimo, ma la società civile ritiene tuttora pilastri della civiltà occidentale. Sordi persino alla percezione che siano i popoli che si riconoscono in quell’insieme di valori, non dissimili da quelli di libertà e di democrazia, su cui i percorsi delle società di indirizzo liberale si pongono al confronto con le spinte e le minacce di civiltà e culture diverse.
Se la sinistra è all’opposizione non c’è legge o provvedimento che meriti attenzione o confronto, non c’è uomo o donna, non di sinistra, o non contro il governo e la sua maggioranza, che sia considerato credibile e propositivo. Tutto è ritenuto inqualificabile e da respingere, tutto da modificare per ottenere l’omologazione della sinistra, come se si trattasse di un marchio D.O.C.. Si ricordino le continue minacce di referendum abrogativo su ogni provvedimento varato dal Governo di centrodestra, ad esempio.
Un metodo un po’ all’ingrosso di fare opposizione, atteggiamenti ripetitivi che diventano una ridicola e biliosa costante. E poi la rappresentazione di un vero e proprio allarme continuo, con la denuncia poco credibile del danno e del pericolo costante per tutto il Paese, come se fosse in corso un tornado o uno Tsunami distruttivo che rischiasse di sommergere la nazione.
Poi ci si accorge che quella di centro destra sia stata l’unica maggioranza, almeno degli ultimi 20 anni, che ha aumentato le pensioni minime, che ha creato milioni di posti di lavoro, che ha ridotto, sebbene di poco, la pressione fiscale, che in una realtà di difficoltà dei mercati non ha infierito con nuove tasse sui salari dei lavoratori ed ha persino creato, attraverso opportune manovre di bilancio, gli strumenti finanziari idonei per il recupero, la crescita e lo sviluppo.
L’unica maggioranza di governo che ha lavorato e varato una legge di riforma della scuola. La sola che ha rivisto con moderazione l’ordinamento giudiziario e che con interventi, non drastici e dirompenti, come i magistrati e la sinistra volevano far credere, lasciando ogni piena autonomia all’attività della magistratura, ha delineato minore disinvoltura nei percorsi di carriera e nello svolgimento di funzioni diverse ed a volte in contrasto. Una riforma dell’ordinamento che aveva anche lo scopo di ridurre l’anomalia Italia di una giustizia più volte condannata dalla commissione europea.
Anche la rivisitazione delle regole del mercato del lavoro e la riforma delle pensioni con lo sguardo alle nuove generazioni, la riforma societaria e la rivisitazione dell’Ordinamento della Repubblica previsto nella seconda parte della Costituzione Italiana sono stati oggetto di attenzione e di proficuo lavoro parlamentare.
Ora ci si chiede perché, dopo la deludente esperienza di Prodi, si dovrebbe ancora pensare che sia la sinistra a poter risolvere le questioni, per alcuni versi, drammatiche le cui soluzioni, oggi, sono ritenute improcrastinabili, soprattutto per le famiglie italiane.
Ma soprattutto è doveroso chiedersi come mai la sinistra diventa antipolitica se è la sinistra stessa che governa male, ma è compatta e convergente, come la maggioranza che ha portato Prodi al Governo, se è il centrodestra che invece governa e certamente in modo più concreto?
Si ha l’impressione che quegli italiani che si sono battuti per respingere Berlusconi, quando questi aveva la maggioranza, si siano vergognati dei deludenti risultati di Prodi, quando questi macellava la fascia più debole del Paese. E’ così, per vergogna, che sono diventati antipolitica. C’è persino chi, per opportunismo più che per vergogna, ha pure parlato di crisi della politica quando in crisi è entrata la loro capacità d’essere forza di governo.Sarà questa la ragione che ha spinto Veltroni a ricercare ora il consenso in quei settori più viscerali della sinistra, allacciando l’accordo con Di Pietro che si collega perfettamente ai modi meno razionali e più sbrigativi e diretti di rendere sfogo alla protesta che proviene dalla pancia del popolo.
Vito Schepisi

21 dicembre 2007

Signor Prodi governare il Paese non Le si addice

L’attacco dei giudici e la campagna del gruppo Repubblica – L’Espresso ci avvertono che la resa dei conti è vicina. Il partito della rissa e della diffamazione si schiera con la sua artiglieria. L’ordine è partito e si spara ad altezza d’uomo. Il bersaglio? Sempre lo stesso: Berlusconi!
Tra l’amarezza nel constatare il barbaro riproporsi del malcostume politico-giudiziario, tra lo sconforto per il riemergere dei toni aspri a sinistra e del reiterarsi di una politica fatta di odio e di delegittimazioni, s’avverte all’incontrario una bella sensazione: è quella di pensare che a breve Prodi, voglia o non voglia, si debba far da parte.
Non tutti ricevono i regali da Babbo Natale, molti sono tradizionalmente legati alla Befana, ed il dono di un Prodi che ritorna finalmente a casa, che venga da babbo Natale o dalla Befana fa poca differenza: l’importante è che venga!
Prodi è come la carestia, come il tormento…come l’agonia. E perché non dare serenità alla signora anziana in piazza Colonna a Roma che supplicava il Presidente del Consiglio di tornarsene a casa perché sta rovinando il Paese? Se la signora Flavia vuole così bene a suo marito, e lo ammira, se lo tenga vicino, vicino…ma per cortesia lo allontani da noi! A noi non (ci) piace!
Parafrasando le parole di Don Luigi Sturzo “la libertà è come l'aria: si vive nell'aria; se l'aria è viziata, si soffre; se l'aria è insufficiente, si soffoca; se l'aria manca si muore”, potremmo dire che con Prodi l’aria è viziata, spesso insufficiente ed a volte manca del tutto. Il professore è asfittico, è soffocante, è allergico agli italiani:
Prodi è indigesto, per conformazione, per modi, per comprensione. E’ l’idea dell’esatto contrario della sensazione di libertà. Prodi è come un regime: quando c’è, ci si accorge che c’è, perché si avverte, si soffre…fa male!
Nessuno vorrebbe essere triste ma… se lo si guarda, lo si sente, lo si subisce: Prodi rattrista!
Si è aperta una fase nuova per la politica italiana. Il senatore diniano D’Amico ha dichiarato in Senato: "Consideriamo conclusa una fase della vita politica nazionale. Da oggi in poi svilupperemo una libera iniziativa politica affinché il salto si possa compiere". Parole che annunciano che il tormento è finito e che l’Italia può riprendere il suo cammino verso scelte di crescita e di libertà. Sarà il voto o un nuovo governo, sarà ciò che dovrà, ma è già un gran risultato rimuovere Prodi
Questa maggioranza ha dunque concluso il suo percorso. Era ora! Il voto sull’ultima fiducia al Senato è stato garantito dal voto compatto dei 6 senatori a vita presenti. Tra questi anche da coloro che hanno dichiarato di voler mantenere in vita questa maggioranza solo per il tempo necessario ad assicurare una qualsivoglia legge finanziaria per il 2008. E’ prevalso solo il senso di responsabilità e la volontà di evitare l’esercizio provvisorio. Pezzi della vecchia maggioranza hanno preso le distanze da questo esecutivo pasticcione e confuso. L’Unione, che non è mai stata tale nelle scelte politiche, si è definitivamente sfaldata. Si è dissolta, come la neve caduta nei giorni scorsi, scaldata dal tepore di questa piccola primavera meteorologica che s’è affacciata in Italia.
Il senatore Fisichella ha annunciato che il suo voto alla finanziaria è l’ultimo voto concesso a questa maggioranza perché “il rapporto di fiducia con il Governo è esaurito”. E Mastella che dichiara "di fronte alla ritrosità di senatori come Fisichella e Dini prendi atto e vai al voto", da simbolo negativo dell’Italia furbesca, diviene persino simpatico.
Liberarci da Prodi vale un 25 aprile per chi ama l’Italia e la libertà. Prodi per le sue ambizioni può solo trascinare l’Italia nel baratro: avevano ragione in Europa a considerarlo inadeguato. Aveva ragione la Bonino a ritenerlo un cervello piatto.
E’ apparso un uomo disposto a tutto pur di incollare il suo sedere sulla poltrona più alta: ci ha persino riportati sulla scena politica i comunisti, ormai reperti archeologici negli altri paesi occidentali. L’ha fatto quando il comunismo, fallito, è rimasto imbrigliato dalla sua storia e dalle sue colpe. Li ha condotti per mano al Governo mentre il comunismo veniva condannato dalle società civili e dalle democrazie europee. Se nel gennaio del 2006 a Bruxelles il Consiglio d’Europa approvava una risoluzione di condanna del comunismo che, alla pari del nazismo, veniva considerato crimine contro l’umanità, pochi mesi dopo venivano chiamati al governo il simpatizzante castrista Bianchi ed il rifondarolo Ferrero. Alla Presidenza della Camera veniva eletto il neo comunista Bertinotti ed alla Presidenza della Repubblica il post comunista Napolitano.
Con la fiducia sulla finanziaria al Senato si è solo voluto scongiurare il timore che alla precarietà del Paese sullo scenario economico-politico internazionale, ed alla grigia tristezza dell’era Prodi, su cui già si era soffermato l’autorevole quotidiano di New York, si aggiungessero la difficoltà di uno Stato, tra le economie industriali più avanzate del mondo, priva della sua legge di indirizzo finanziario per il prossimo imminente esercizio.
“Sarebbe quasi da non votarla – ha dichiarato Dini - Diamo un giudizio di non soddisfazione, ma riteniamo per il Paese pericoloso restare senza Finanziaria, in particolare in un momento di turbolenza sui mercati finanziari internazionali". Se la parole hanno un senso, questa è proprio la fine di Prodi. Viene meno, oltre che la maggioranza politica, anche quella numerica, garantita finora solo dall’apporto dei senatori a vita. Anche Napolitano ora prende atto che vi sono “molte inquietudini e manifestazioni di sfiducia tra i cittadini”.
Signor Prodi a questo punto ne prenda atto anche Lei, si faccia le vacanze di Natale a casa e ci resti! Governare il Paese non Le si addice! Non Le sembra più dignitoso andarsene con le sue gambe anziché farsi cacciare?
Vito Schepisi
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28 novembre 2007

La riforma elettorale tra alchimie e furbizie

E’ opinione comune che le alchimie elettorali, più che essere un modo per assicurare al Paese governabilità e maggioranze omogenee e coese, servano ai partiti per tentare di assestare meglio la propria consistenza parlamentare e per poter esercitare pressioni politiche ben oltre il proprio peso specifico, anche contro il mandato della maggioranza del corpo elettorale.
Tra le scelte, alla base c’è già un intreccio iniziale da sciogliere: se optare per un sistema maggioritario o per un sistema proporzionale.
Mentre il primo, senza correzione proporzionale, favorisce prevalentemente il bipolarismo, rendendo necessario l’accordo tra partiti collocati in aree larghe (centrodestra, ovvero centrosinistra), pena il rischio di restare fuori dalla rappresentanza parlamentare; il secondo, quello proporzionale, favorisce la frammentazione e persino la convenienza a porre motivi di divisione.
Tra le opportunità del proporzionale per i gruppi minori, oltre ad esserci quella della possibilità di esercitare pressioni sulla maggioranza o sulle scelte del Governo, persino al limite di ogni decenza, c’è la possibilità di favorire di volta in volta l’adeguamento dei regolamenti parlamentari, anche attraverso deroghe di cui è divenuto costume l’abuso, onde creare diversi gruppi con tanto di sedi e rappresentanze, con costi sempre a carico dei contribuenti, ed ancora, fatto ritenuto di grande importanza, la possibilità di poter accedere al finanziamento pubblico.
Sia il maggioritario che il proporzionale sono scelte che rispettano in pieno i principi della democrazia: sono ambedue legittime espressioni del popolo. Appare però evidente che l’opzione proporzionale sia quella che più possa riflettere compiutamente le diverse anime del Paese e che più possa essere legittimata a sostenerne le istanze. Se si potesse trarre un giudizio di merito sulle regole di una democrazia parlamentare, si potrebbe affermare che il proporzionale puro possa essere la scelta più equa. La suddivisione in perfetta percentuale riflette, infatti, i limiti ed i confini di ciascuna forza ed offre l’immagine precisa del Paese.
Tutto questo in teoria ma, come si è detto, e soprattutto si è visto dal vero, la realtà è purtroppo diversa. L’obiettivo non deve essere, allora, quello di comprendere cosa ci sia di diverso, ad esempio, tra Casini e Mastella, o tra questi e Dini, o ancora tra Diliberto e Giordano. Una volta compresa la ragione del loro diverso sentire, se mai si possa comprendere, resta il fatto che ove l’uno, o l’altro prenda un “piccio”, se il loro apporto di voti parlamentari dovesse essere indispensabile, il Paese si troverà a dover attendere i comodi loro per poter adottare provvedimenti o varare riforme.
Ma la democrazia non può essere questa! Non si può ridurre il mandato popolare all’esercizio delle schermaglie di nicchia o agli interessi particolari e neanche, come abbiamo visto di recente tra Di Pietro e Mastella, alle rivalità personali. Se la civiltà del confronto richiede il massimo rispetto per le istanze delle minoranze e per il pluralismo delle posizioni, è vero anche che si debba prendere atto che c’è una maggioranza che ha un diverso sentire e che ha diritto di prevalere, laddove il suo diritto non sia lesivo di quello degli altri. Ed inoltre, se c’è una maggioranza nel Paese sugli indirizzi generali, non la si può ricercare continuamente persino sulle istanze particolari. Niente funziona in questo modo. Se si pigia sul freno, e si ferma la macchina che procede ad andatura continua e costante, a conti fatti, si rischia di consumare più energie e di arrivare in ritardo agli appuntamenti che nel caso di un governo sono quasi sempre i bisogni.
Tra i principi delle democrazie elettorali, per ovviare alle tante questioni, ce ne sarebbero alcuni abbastanza validi, sperimentati con successo in altri paesi. Ma non è detto che si possa importare un sistema che altrove funziona e presumere di farlo funzionare anche da noi. Le realtà sono diverse e sono differenti persino i profili costitutivi dei diversi stati. In Spagna ed Inghilterra, ad esempio, c’è la monarchia. In Francia e negli USA il presidente è eletto dal popolo ed ha ampi poteri. Sarà per questa ragione che l’occhio è continuamente puntato sul sistema tedesco dove il Cancelliere è espressione della maggioranza parlamentare.
Quello della Germania è un sistema elettorale misto: i parlamentari sono eletti metà col maggioritario e metà col proporzionale. Su questa seconda metà, però, c’è una soglia di sbarramento: i partiti che non raggiungono il 5% restano fuori dal parlamento. Non è detto, però, che col sistema tedesco si garantisca la governabilità: dopo le ultime elezioni, vinte di misura dalla Merkel, si è fatto ricorso alla grande coalizione per consentire la governabilità. In Italia. Invece, pur non avendo vinto le elezioni in entrambi i rami del Parlamento, Prodi ha respinto la proposta di un esecutivo dalle larghe intese. E’ interessante osservare, però, che in Germania non si può con un colpo di mano sfiduciare il governo in carica. Esiste, infatti, l’istituto della sfiducia costruttiva che prevede la proposta di un diverso premier e di una diversa maggioranza con cui sostituire il cancelliere e la maggioranza già in carica.
E’ opinione comune, come si diceva all’inizio, che le alchimie elettorali servano anche ad altri fini. Sono in molti, infatti, oggi in Italia a chiedersi se l’iniziativa del centrosinistra sia ispirata dai buoni propositi di dotare il Paese di una efficiente riforma elettorale più idonea alla governabilità e non, come da più parti si sospetta, per prendere tempo e superare le difficoltà di una maggioranza senza una vera e credibile proposta politica.
Sarà per questo che Berlusconi ha deciso di sedersi al tavolo per vedere le carte ed eventualmente smascherare il bluff di Veltroni.
Vito Schepisi

16 novembre 2007

Presidente Prodi ha capito che la sua maggioranza non esiste più?

Prodi sorride e si mostra soddisfatto. Ma non ha capito che la sua maggioranza è finita?
Non è una spallata e neanche un incidente di percorso: è una volontà politica del Paese, prima che delle forze politiche della sua maggioranza parlamentare.
Il Presidente del Consiglio più caparbio e restio a scendere dalla sella della sua bicicletta, oramai con le ruote forate, si rende conto che è diabolico e persino immorale governare contro il Paese? Persino larghi settori della componente centrista e della sinistra moderata della sua maggioranza lo considerano responsabile del malessere diffuso. Tra questi in buona parte anche tra coloro che sono confluiti nel Partito Democratico che è ritenuto, persino a ragione, sua creatura politica.
Con il suo linguaggio dislalico, le sue bugie e l’ostinata presunzione nel ritenere di poter mischiare gli opposti è il responsabile della crisi emersa con la debolezza della proposta politica della sinistra.
E’ un ostacolo a tutto: al dialogo, alla pacificazione, alle riforme, persino al buonsenso.
Le dichiarazione al Senato di Dini “ Va superato questo quadro politico, poiché il governo che ne è espressione non appare adatto a realizzare le politiche necessarie per invertire la tendenza al declino economico e civile del Paese” e l’avviso così lapidario nelle sue conclusioni di Bordon “voto si, ma la maggioranza non c’è più” fanno parte degli atti parlamentari del Senato della Repubblica e non dell’annuario del circolo bocciofili di Scandiano, il comune nella provincia di Reggio Emilia che dette i natali a Romano Prodi.
Un qualsiasi uomo politico responsabile ne avrebbe preso atto e sarebbe andato dal Presidente della Repubblica per concordare i tempi della crisi. Uno statista avrebbe dato seguito alle dichiarazioni dei dissidenti della sua maggioranza per dirsi disposto a portare a termine l’approvazione della legge finanziaria ma solo per senso di responsabilità, premettendo che alla fine dell’iter parlamentare della legge di bilancio avrebbe ritenuto conclusa la sua esperienza di governo. Un politico responsabile, ma a quanto sembra non Prodi, avrebbe dichiarato, senza mezzi termini, di voler rassegnare, al più presto possibile, nelle mani del Presidente della Repubblica il mandato ricevuto, perché questi possa ottemperare alle sue prerogative di indicare per il prosieguo della legislatura le decisioni ritenute più idonee. Tra queste, ad esempio, se opzione largamente condivisa dal Parlamento, far proseguire la legislatura per una strada diversa, ovvero in caso contrario indire nuove elezioni politiche.
Prodi invece non ci pensa neanche. Resta attaccato a Palazzo Chigi come una mosca a quella striscia impregnata di collante che si usava verso la seconda metà del secolo scorso, appesa al candelabro delle stanze in cui le famiglie cosuetudinalmente si riunivano, per bloccare la libera circolazione delle mosche.
Invece che l’insetto, però, in questo caso si costringe all’immobilità il Paese e si impone, ai tanti italiani che nei sondaggi mostrano insofferenza e fastidio, la presenza sgradita di un Governo in crisi di credibilità politica. Ci sono regole scritte, principi costituzionali, persino aspetti di regolarità democratica che possono avallare la caparbietà di Prodi nel non voler prendere atto di un’intesa difficile con il sentimento popolare. Su queste basi il Presidente del Consiglio continua ad affermare che fino a quando non riceverà la sfiducia formale del Parlamento si riterrà legittimato a presiedere il Consiglio dei Ministri e rappresentare l’indirizzo politico del Paese.
Ci sono però anche sensazioni non scritte e senso di responsabilità che non sono formalmente, civilmente o penalmente rilevabili. E’ possibile che un Capo del Governo non debba avvertire l’obbligo morale di prendere atto di situazioni di oggettivo fastidio che la sua gestione politica sta alimentando tra i cittadini italiani?
Ci sono pezzi di consenso politico che hanno abbandonato l’Unione, di gran lunga più rappresentativi dei 24mila voti in più guadagnati alla Camera nelle ultime elezioni. Si sono sfilati dalla coalizione di maggioranza sia il partito dei pensionati (333.000 voti) sia Capezzone, allora leader della componente radicale della Rosa nel Pugno (990.000 voti). Al Senato l’Unione ha persino avuto ben 428.000 voti in meno della Cdl.
Ora si aggiungono al Senato almeno 5 senatori tra i liberaldemocratici di Dini, Bordon e Manzione e già si parla di ulteriori confluenze provenienti dal centrosinistra.
Sono tutti segnali politici che già per loro conto, senza ricorrere ai sondaggi rilevati da più fonti e convergenti, avrebbero dovuto consigliare al Presidente Prodi di mettersi da parte. Uomini più attenti e sensibili avrebbero persino mutato i contenuti dell’azione politica e soprattutto evitato di adottare scelte mirate a ribaltare le riforme adottate dal precedente governo ed apprezzate da larghi settori del Paese. La furbizia e l’intelligenza politica avrebbero dovuto far emergere l’umiltà di chiedere persino il sostegno dell’opposizione per migliorare, sia negli effetti che nell’impatto sociale, riforme come la Biagi o la Maroni.
Si sono invece percorse strade diverse, più dure ed orientate allo scontro, persino dissolti equilibri di rappresentatività come con la rimozione del consigliere Petroni dal Cda della Rai (ritenuta ora illegittima dal Tar) .
La maggioranza di Prodi è finita perché rappresentava un sofisma, perché ha voluto realizzare sulle finzioni una proposta politica inesistente. E’ giunto ora il momento di staccare la spina: le medicine somministrate non sono in grado di ristabilire regolari funzioni di vita, risultano persino tossiche per il Paese. L’accanimento terapeutico non serve: è necessaria una guida forte e coerente.
Possibile che sia rimasto solo Prodi a non aver ancora realizzato che il tempo è ormai abbondantemente scaduto?
Vito Schepisi

14 novembre 2007

E' stato un errore

Nel 1995 a Lamberto Dini, già Ministro del Tesoro del Governo Berlusconi, non gli sembrò di star nella pelle per l’opportunità offertagli dal Presidente della Repubblica del tempo, Oscar Luigi Scalfaro, di sostituire Berlusconi alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Fu così che l’ex Direttore Generale della Banca d’Italia, senza porsi problemi di legittimità, formò il suo governo, coi ministri suggeriti da Scalfaro e sostenuto da coloro che erano usciti perdenti dalle consultazioni elettorali dell’anno precedente, dando così vita al “ribaltone” più famoso della storia della Repubblica Italiana.
Se il leader di Forza Italia ritiene ora di poter contare su chi già una volta ha dato esempio di privilegiare l’ambizione personale alla legittimità degli atti, commette almeno due errori.
Il primo dei due è il rischio di trovarsi con un pugno di mosche in mano per la scarsa fiducia che il leader di Forza Italia dovrebbe avere verso chi già in precedenza non si è creato scrupolo alcuno. Se nelle scelte di Dini ci fossero ragioni politiche, piuttosto che ambizioni personali, non si capisce perché questi scrupoli giungano ora. L’ex ministro, prima di Berlusconi e poi di Prodi, era già pronto ad entrare nel PD e se ne è mantenuto fuori solo quando è stato reso evidente che il suo ruolo futuro sarebbe stato del tutto secondario se non marginale o nullo. Se l’ispirazione liberaldemocratica, che Dini sembra ora voler rappresentare, fosse stata sincera, non si capisce perché portare le cose alla lunga: non sono mancate nei 18 mesi trascorsi di governo di sinistra-centro sia le circostanze, sia le scelte di spessore squisitamente politico in cui le istanze di scelte di rigore e di valenza prevalentemente liberale sarebbero dovute emergere con chiarezza.
Il secondo errore di Berlusconi è di non considerare che contro lo scioglimento delle Camere esista un partito trasversale motivato dal timore di perdere l’indennità previdenziale per la mancanza del requisito della durata della legislatura. Cosa che invece Prodi sa bene tant’è che annuncia, come se fosse una minaccia, che la caduta del suo Governo porta dritto alle elezioni anticipate in primavera e cioè prima della maturazione del requisito richiesto. Non a caso Mastella, molto attento alle debolezze dei parlamentari, sembra essere diventato il più energico protagonista della compattezza della maggioranza. Ha sotterrato, per il momento, la sua ascia di guerra in attesa di circostanze migliori ed anche di cause più redditizie.
Non si sa se sia vero ciò che Berlusconi ha lasciato pensare per giorni. Ha fatto credere di disporre di un gruppo di senatori, delusi dall’immobilismo e dalla confusione della sinistra e persino spiazzati dalla nascita del Partito Democratico, pronti a passare dall’altra parte. E’ anche possibile che possa effettivamente accadere ma è stato un errore aver consentito ai media, sempre pronti ad enfatizzare i termini delle sue dichiarazioni, e senza immediate smentite, di far passare la data del 14 novembre come quella della caduta quasi certa di Romano Prodi. Se accadesse apparirebbe più una congiura di palazzo che l’implosione della maggioranza parlamentare. E’stato uno sbaglio che potrebbe rafforzare persino Prodi e la credibilità del suo governo, se invece non accadesse niente ed il voto finale sulla finanziaria passasse.
La caduta di Prodi non dipende dalle scelte di Berlusconi o di altri leader del centrodestra ma solo dalla eventuale sfiducia di una parte della sua maggioranza, ovvero da eventuali incidenti di percorso. Neanche le contraddizioni, a volte sopra le righe, tra i partiti ed i ministri riescono a dissolvere un Governo di così limitato spessore, e nonostante il precipizio della popolarità e la inconsistenza di una proposta politica credibile.
La maggioranza e la compagine ministeriale hanno dimostrato di saper inghiottire ogni rospo ed ogni pietanza indigesta. L’impressione che si ha è che sia l’ultima spiaggia per la sinistra italiana. Il collante sta nel loro timore d’avere la difficoltà d’esser credibili. Sembrano invisi a tanti e considerati generalmente incapaci ed inadeguati, e soprattutto imborghesiti e privilegiati, componenti a vario titoli delle cosiddette “caste”. Questa consapevolezza rende concreta l’ipotesi che se questa classe dirigente di oggi, sia politica che di gestione, va a casa poi ci rimane per sempre.
La sinistra, infatti, oltre a dover scontare il prezzo della incapacità dimostrata, confina con larghi settori dell’antipolitica e le invasioni di campo, che si verificano, sono ora considerate non più solo fenomeni da mettere in conto quanto, invece, realtà quotidiana con cui fare i conti. Le manifestazioni organizzate dalle sinistre contro le scelte del governo non sono solo sintomi di un disagio di militanti, quanto prove dell’emigrazione a sinistra di fette di organizzazioni sociali e di espressioni politiche alternative della sinistra più radicale.
Il rafforzamento della maggioranza potrebbe coincidere sull’altro versante con l’indebolimento di Berlusconi. Le ripetute aspettative deluse di coloro che confidano nella possibilità di vedere soccombere questo governo rischiano di trasformarsi in disillusioni e criticità nella leadership dell’ex Presidente del Consiglio.
Per queste ragioni è stato un errore.
Vito Schepisi

26 settembre 2007

L'autunno che non scalda il cuore del Paese

Tempi difficili per il Governo. La stretta politica si fa più vicina. E’ l’ora delle scelte e Prodi si contorce tra le opzioni della sua coalizione.
A rendere più incandescente la scena, si riapre l’affare Visco. La coerenza e l’esigenza di legittimità dell’esecutivo vorrebbero che la sua rimozione fosse imprescindibile. Salvato dal rinvio a giudizio (per tentato abuso di ufficio continuato e minaccia aggravata a pubblico ufficiale) dai PM che hanno definito solo illegittima la condotta del vice ministro, anche se non illecita per mancanza di prove sui motivi del comportamento illegittimo, ora al Senato l'iniziativa della Cdl ne richiede la rimozione dalle deleghe e dal ministero.
La maggioranza, anche per ragioni di opportunità, dovrebbe evitare di andar sotto al Senato: dovrebbe sollecitare le dimissioni spontanee del signor Visco. Sulla carta la maggioranza non c’è per far quadrato intorno al parlamentare diessino. La posizione di Di Pietro e dell’Idv offre, infatti, all’opposizione l’opportunità di prevalere nella richiesta delle dimissioni del vice di Padoa Schioppa.
Prodi, se potesse, dovrebbe disinnescare l’ordigno, chiedendo al vice ministro di fare un passo indietro e farsi quindi da parte. La sfiducia a Visco, a dispetto del sostegno della maggioranza, infatti, porrebbe il Governo in grave imbarazzo. La ragionevolezza dovrebbe consigliare di evitare la deflagrazione della sfiducia parlamentare ad un rappresentante del Governo: sarebbe più dignitoso. Ma non è semplice e per questa maggioranza sembra cosa impensabile!
E’ difficile che la componente diessina abbandoni il suo uomo (agente?), anche se la saggezza e la gravità dei comportamenti vorrebbero che sia la stessa maggioranza a prendere le distanze da un uomo che ha mostrato protervia ed arroganza. Indurre Visco a rassegnare le dimissioni potrebbe essere un'occasione per ritrovare la compattezza; ed è importante, per coloro che sono chiamati ad amministrare il Paese, convergere sulle questioni che richiamano l’esigenza di comportamenti leali ed irreprensibili . La rimozione di Visco sarebbe un atto di dignità e coerenza: una buona carta da giocare dopo aver rimosso, dal suo incarico di Comandante della Gdf, ed in modo indecente, il Generale Speciale.
Le dimissioni del responsabile delle manovre fiscali della passata legge finanziaria, legge considerata da tanti inutile e dannosa per aver frenato la crescita del Paese e portato la pressione fiscale ai limiti del tollerabile, sarebbe anche un segnale di discontinuità, utile persino a frenare la caduta della popolarità di Prodi e del suo Governo. Ma è così poco stabile l’equilibrio del centrosinistra da rendere preoccupante anche un atto dovuto per mera decenza.
Presentando i contenuti della finanziaria 2008 Padoa Schioppa non ha nascosto che a fronte di 5 miliardi di tagli i ministri hanno richiesto 20 miliardi di maggiori spese. Ferrero ancor oggi dichiara in termini ultimativi che il Governo con la prossima finanziaria non possa esimersi da provvedimenti a favore dei settori più deboli. Il senatore Dini, che ha appena formato un nuovo gruppo, dopo essere stato tra i 45 saggi del PD, ed esserne uscito denunciando comportamenti egemonici in conflitto tra Ds e Margherita, ha condizionato il suo futuro sostegno a Prodi all’adozione di misure funzionali alla ripresa, ed in controtendenza con l’ultima finanziaria . Il pacchetto di parlamentari che rappresenta, tra cui due senatori, condizionano, infatti, il voto favorevole alla presentazione di una legge finanziaria che miri al recupero della produttività, al rilancio dell’economia ed all’assoluto divieto di ulteriori aumenti della pressione fiscale, ritocco della tassazione sulle rendite finanziarie comprese.
“…I governi non sono eterni, si vedrà” ha sostenuto l’ex ministro del tesoro del primo Governo Berlusconi, dopo aver ammonito che se sarà cambiato l’accordo sul welfare, i parlamentari del suo nuovo gruppo voteranno contro la finanziaria. Non sembra neanche rassicurante per la coalizione governativa la sua dichiarazione densa di significati “noi ci riteniamo liberi di votare le modifiche che riterremo necessarie” sull’iter parlamentare della legge di bilancio dello Stato.
La Tav nel frattempo è diventata un ricordo lontano e scaduti i tempi per presentare il progetto all’Unione Europea, i fondi destinati sono al momento definitivamente persi. Le possibilità di recupero negli anni futuri imporrebbero comportamenti diversi e generale condivisione che allo stato delle cose sembra una vera chimera. Se far viaggiare su rotaie merci e persone era considerato un contributo importante all’inquinamento ed al contenimento delle risorse energetiche, questo Governo smentisce del tutto questo principio. Con la complicità del suo ministro per l’ambiente Pecoraro Scanio che anche in questo caso, come sul clima, prende lucciole per lanterne, la sinistra alternativa, guidata dall’ex leader del Social Forum, Agnoletto, frena la modernizzazione del Paese ed il suo sviluppo nel contesto europeo.
Il no alla Tav impedisce all’Italia di dotarsi di una delle infrastrutture ritenute, a ragione, utili anche a risolvere i gravi problemi della congestione del traffico sulle strade del nord dell’Italia. Impedisce a merci e persone un transito diretto e veloce per lo scambio commerciale, turistico e culturale soprattutto con l’est dell’Europa. Con buona pace della coerenza, quando si impone di fatto di privilegiare il traffico su ruote e la dipendenza da fonti energetiche non rinnovabili. Per un ecologista, come si ritiene il ministro dell’ambiente, è proprio un buon risultato!
Con Prodi emergono contraddizioni politiche molto evidenti. Vengono rappresentate istanze tanto diverse e tali da far pensare che la maggioranza voglia occupare anche lo spazio dell’opposizione. Nella confusione si compromettono i presupposti della democrazia parlamentare. Si svilisce il dibattito sulle istanze delle diverse anime del Paese e si inserisce l’antipolitica che, come abbiamo visto, si accende come una miccia da un giorno all’altro.
L’agonia non giova a nessuno e logora ancora di più la credibilità del sistema: sarebbe ora che per responsabilità se ne prenda atto e si adempiano i conseguenti comportamenti.
Sarà un autunno caldo, ma anche un autunno che non riscalda il cuore del nostro magnifico e generoso Paese.
Vito Schepisi

19 settembre 2007

Valium...Alzheimer...Cera Pongo

Cadrà sulla Rai per aver fatto gridare all’emergenza democratica? Per la situazione di carenza di democrazia e di pluralismo mai verificata dal dopoguerra ad oggi? Cadrà sulla Biagi perché la sinistra più conservatrice e reazionaria pretende di cancellarla? Cadrà sulle lotte e le contraddizioni del Partito Democratico e sul cattivo esempio di democrazia partecipata che sta offrendo al paese? Cadrà per una marcia su Roma dell’antipolitica alla Beppe Grillo? Cadrà per mano di Dini che fiuta il cattivo tempo autunnale e prende le distanze? O cadrà per una congiura interna al Palazzo?
Come cadrà questo che è stato definito il peggior Governo dell’era repubblicana? E’ questa la domanda che tanti si pongono. Una risposta la si può già dare: non cadrà mai per volontà del suo Presidente.
Prodi sembra che abbia cosparso la poltrona di “attak” e ci abbia incollato su il proprio sedere.
I segnali di un cedimento irreversibile ci sono, in abbondanza e con tanto di avanzo: s’è aperta la guerra del tutti contro tutti. Ministri che straparlano e fanno opposizione all’esecutivo, segretari di partito che lanciano ultimatum, un rinfaccio indecente di responsabilità senza remore e freni, una serie di espansione polemica su ogni questione. La maggioranza si comporta come se fosse stata innescata una bomba nucleare che lentamente sprigiona la sua reazione a catena.
Anche la terza Camera, come è stata definita la trasmissione Porta a Porta di Vespa, ha inchiodato il premier sulla difensiva, che poi è la difesa del niente. Il capo dell'esecutivo è sembrato incapace di esprimere un indirizzo, di indicare una scelta, di offrire uno spiraglio, di volere e sapere uscire dal guado di una irresponsabile impotenza del suo Governo. Ha dato l'impressione di essere allo sbando, come una “nave senza nocchiero in gran tempesta”, per parafrasare il Poeta, ed in attesa di un bel tempo che è difficile che arrivi, soprattutto se i suoi ministri e la sua maggioranza sparano dardi contro le nuvole cariche di pioggia.
Un Governo che mostra persino d’aver timore di un guitto e che impegna il suo leader a replicare alle sue parole. Un esecutivo che ha al suo interno più di un ministro che regge il moccolo a Grillo.
Prodi, paragonato ad un forte sonnifero attivo negli stati depressivi e nei disturbi del sonno, che replica come se il comico genovese fosse un protagonista della vita politica, come se fosse un accreditato avversario, come se avesse la capacità di indicare un percorso programmatico virtuoso, come se fosse in grado di interpretare e comprendere le complessità di un Paese. Grillo che si getta a capo fitto nella più facile delle strumentalizzazioni, a guisa di un qualsiasi demagogo che sa cogliere gli umori più viscerali della gente che lo apostrofa, lo deride, lo beffa. E Prodi a dargli statura e dignità.
Grillo somiglia un po’ a quell’imbonitore televisivo, una volta principe delle televendite che si spartiva con la Vanni Marchi il primato dell’offesa al buongusto. (Non ricordo il suo nome, forse non l’ho mai saputo, lo soprannominavo “enfisema” per quella sua asma fastidiosa tra un pugno sul tavolo e l’altro - ndr). Non somiglianza fisica, ma affinità oggettiva in quella sensazioni di un fiume di parole libere destinate a convincere la gente a comprare qualcosa, e mentre il primo vendeva pentole e piatti, il nostro invece vende solo suggestive illusioni.
L’artista genovese a Bologna, l’8 settembre scorso durante il V-Day, ha saputo trovare alcune tra le migliori espressioni della sua vena mimica ed ha colto e descritto il Presidente del Consiglio in modo comicamente esemplare, con gli occhi chiusi, quasi sorridente e l’ha così chiamato “Valium”, facendo sbellicare dal ridere tutti (in verità quando chiude gli occhi, alza la testa verso l'alto ed abbozza ciò che vorrebbe essere un sorriso, Prodi dà da pensarle un po' tutte - ndr) . Poi la risposta di Prodi, inopportuna e senza senso, e la replica di cattivo gusto del comico con cui l’ha ribattezzato “Alzheimer”, per stroncarlo e dar l’impressione di un uomo ormai anziano ed un po’ rincoglionito.
E’ stata un’ulteriore riprova della inadeguatezza dell’attuale leader del centrosinistra. Prodi ha già in tasca un biglietto di sola andata in uscita da Palazzo Chigi e nel porsi in confronto con Grillo, ha forse nutrito la speranza di potergli contrapporre un esercito di italiani più responsabili, refrattari alle illusioni di un comico. Ha forse nutrito la speranza di evitare quel percorso in discesa verso il viale del tramonto. Il popolo di sinistra, però, gli ha voltato le spalle, l'ha usato ed ora non è più utile. L'ex e discusso Presidente della Commissione europea ha perso la fiducia del suo popolo che è pronto a scaricargli addosso le responsabilità del fallimento di questa maggioranza. E' un uomo non più credibile e se volesse veramente rendere un servizio al Paese, ed alla sua parte politica, dovrebbe utilizzare in tutta fretta quel biglietto di solo andata che ha in tasca e togliere il disturbo.
Da Vespa questa volta ha promesso di non abbassare le tasse. Lo scorso anno in campagna elettorale promise di non innalzarle.
Ma oramai non trova più chi sia disposto a credergli ancora.
Non ha una sua politica, non una sua idea. Si fa manovrare come una cera pongo e quando si impegna sa già che niente di ciò che ha promesso potrà mantenere: è un pugile suonato.
Un anno fa si doveva approfittare della congiuntura favorevole iniziata nei primi mesi del 2006, per ridurre la pressione fiscale ed il costo del lavoro, per incoraggiare gli investimenti, per aumentare la produzione e conquistare i mercati, per favorire l'occupazione, per rendere più stabile la ripresa. Si è preferito tartassare i contribuenti ed aumentare la spesa. Per l'anno in corso e per il 2008 si preannuncia la riduzione del prodotto interno lordo. La flessione del Pil genererà una serie di altre difficoltà sul disavanzo e sul debito pubblico.
Prodi è un uomo cinico, duro e caparbio ma solo se si tratta di legarsi al potere.
Quello intrapreso è un percorso verso un vicolo cieco in cui “Cera Pongo” ci sta trascinando, mentre continua a farsi mutare e plasmare a seconda della mano che lo lavora.