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06 luglio 2010

I magistrati se la prendono con Il Legno Storto


Se il Vice Presidente del CSM, Mancino, ha ritenuto “eccessivo” lo sciopero dei magistrati contro il Governo, avallando di fatto l’accusa del Ministro Alfano di “sciopero politico”, è un segnale di preoccupazione e stabilisce che qualche limite sia stato superato.
Ma se è così, è legittima anche la preoccupazione per una magistratura che appare in sospetto di parzialità. E’ giusto chiedersi se sia qualcosa di più di una sensazione la presenza del sistema giudiziario nelle mani di una corporazione spesso sorda alle regole della civiltà giuridica. E ci può anche stare il sospetto che la magistratura, trasformatasi in casta, pensi più ad altro che non alla mera erogazione della giustizia.
I giudici che si autoassolvono, ed i magistrati chiamati a giudicare su risarcimenti richiesti dai loro stessi colleghi su cause intentate contro chi esprime le proprie opinioni, fa poi parte di un sistema che facilita i sospetti. L’autonomia giurisdizionale è stata voluta dal Costituente con un significato molto diverso dalla presunzione dell’esercizio di un potere esclusivo e fuori da un riferimento democratico e pluralista. I costituenti non hanno certo pensato all’ordinamento giurisdizionale come a quello di una casta.
La democrazia non è un feticcio da idolatrare a comando. E’uno strumento di civiltà che si adopera giorno per giorno per migliorare la vita relazionale di intere comunità. Non si può pensare che valga per alcuni e non per altri. La democrazia consente a ciascuno di esprimersi, di non essere d’accordo e soprattutto di poter correggere ciò che non funziona. E la Magistratura in Italia non funziona.
Per un principio liberale, nessuno deve sentirsi al disopra di tutto e nessuno può esercitare funzioni senza controllo nel metodo e nel merito. Il controllo deve essere esercitato dagli organi preposti, per la parte disciplinare, e dall’opinione pubblica e dalla stampa per quello della pertinenza e dell’efficacia. Non può pensarsi una giustizia che sia lasciata nelle mani di singoli ed usata per esercitare vendette, per modificare la storia, per imporre un principio politico, per sovvertire l’espressione democratica della pronuncia popolare.
Non si può pensare che nello Stato ci possano essere corpi che agiscano per fini diversi dal pubblico interesse. E se la giustizia è amministrata nel nome del popolo è perché si pensa che così debba essere perché l’Italia sia un nazione coerentemente democratica. C’è più di un dubbio, però, che sia effettivamente così!
Se la Giustizia, ad esempio, fosse utilizzata per tappare la bocca a chi esprime le sue convinzioni o a chi si cimenta ad interpretare la storia, assumerebbe la funzione di un’arma impropria utilizzata per sopprimere la libertà. Se si prendesse nota di ciò che succede con l’azione di quella magistratura che invade il campo della politica e con quella di politici che si rendono portavoce delle procure, emergerebbe con chiarezza anche il pericolo di una pericolosa deriva giustizialista. Non va! Non Piace! Inquieta!
Il timore di una magistratura che finisca per sostenere una parte politica, intervenendo nel merito delle leggi, sta diventando più di un sospetto! I casi di estemporaneità dell’azione giudiziaria alla vigilia di ogni elezione, se finiscono col deviare l’attenzione sui connessi episodi marginali che si prestano alle più classiche azioni di strumentalizzazione, non possono essere solo e sempre coincidenze.
E’ bastato, ad esempio, far scendere in campo una escort per trasformare la cattiva gestione della sanità pugliese in gossip. La focalizzazione su episodi pruriginosi è stata sufficiente per deviare l’attenzione dai risvolti meschini ed inquietanti, dai fatti di corruzione, di malavita organizzata, di controllo politico del territorio, di ricatti sessuali che coinvolgevano personaggi della Giunta regionale di Vendola.
Sarà perché si vive in una realtà mediatica, ma tutto ruota intorno alla spettacolarizzazione degli episodi. Ma la macchina da presa è uno strumento che non ha anima! E’ l’operatore che la punta sui fatti che animano la curiosità degli spettatori. In Puglia invece d’essere puntata su episodi che avevano per sostanza l’uso allegro e prepotente delle risorse pubbliche della regione, quelli che poi avrebbero portato gli inquirenti a chiedere l’arresto di un vide presidente del PD ed a far emergere una vasta trama di rapporti illegali, è stata puntata, invece, sulla vita privata del Premier. Sullo sfondo c’era il lettone di Putin a solleticare la curiosità, ma in cabina di regia anche la mano di un malizioso regista. Ma se la magistratura si mette al servizio del regista, c’è motivo o no per esserne preoccupati?
E se la stampa libera, anche se minore e più povera, viene citata in giudizio per opinioni critiche e valutazioni politiche c’è motivo di preoccupazione? Preoccupiamoci allora perché è ciò che sta accadendo al giornale on line Il Legno Storto. Chi sarà il prossimo?
Vito Schepisi

19 ottobre 2009

Calzini turchesi per Franceschini


Se un segretario uscente di un partito, in corsa per la rielezione, indossa i calzini turchesi, per far parlare di se, finisce col rendere inconsistente la sua intera proposta politica ed assolutamente mortificante la sua rielezione. I calzini dal colore stravagante, indossati dal magistrato che ora passa per vittima, dopo aver conquistato il primato italiano nell’uso della giustizia come arma di vendetta politica, sono diventati così il nuovo simbolo dell’intero spessore politico di Franceschini.
L’attuale segretario PD, però, dovrebbe avere ben altro da proporre al Paese, ma non risulta di contro alcuna sua chiara proposta politica, se non il solito antiberlusconismo che lo accomuna, con poche varianti tattiche, ai suoi rivali nella scalata alla riconquista della segretaria del PD.
Sembra che si imponga da noi una sorta di pregiudizio libertario per il quale possa essere consentito a chiunque di guardare, scrivere, spiare, sfruculiare nella vita privata del Capo del Governo, se questi si chiama Berlusconi, mentre diventa pestaggio mediatico, ed atto intimidatorio e politicamente scorretto, osservare le stravaganze di un magistrato che, per sua sentenza immediatamente esecutiva, chiede il passaggio di 750 milioni di Euro, il valore di circa 10.000 appartamenti costruiti nelle zone terremotate dell’Aquila, dalla Fininvest della famiglia Berlusconi alla Cir di De Benedetti.
"Oggi questi – dice Franceschini, riferendosi ai calzini turchese - sono la cosa più importante". Ma se un leader di partito per dare il meglio di se ricorre agli effetti mediatici, si capisce perché abbia poi bisogno di un simbolo, di parole d’ordine, di démoni, di feticci per polarizzare l’attenzione dei suoi possibili sostenitori. La richiesta di Franceschini “tutti coi calzini turchesi”, e l’indicazione di Mesiano a simbolo della giustizia italiana, non è un bel vedere per un partito che si propone per la guida del governo e che dovrebbe responsabilmente sapere che tra i mali italiani ci sia una giustizia che trova difficoltà ad essere tale.
I cittadini italiani, infatti, avvertono con preoccupazione la presenza di una corporazione, quella dei magistrati, che indugia più nella ricerca della notorietà e dell’invasione sul terreno della politica, che nell’assolvere al ruolo previsto dalla Costituzione d’essere autonoma ed indipendente. Assistiamo da tempo a manifestazioni di tifo e di pregiudizio politico da parte di un ordinamento che gode di assoluta insindacabilità e che ha un suo proprio organismo di autogoverno. Dovrebbe essere inquietante sapere che ci sia un magistrato che brinda pubblicamente per un risultato elettorale negativo per una parte politica su cui, come giudice unico di primo grado, sta per emettere un verdetto. Sarebbe difficile, infatti, pensare che dopo aver esultato, il verdetto non debba essere di assoluta condanna. Come è stato. Ma è strana anche la preventiva levata di scudi di un’associazione, come l’ANM, che manifesta fastidio al solo sentir parlare di riforma dell’ordinamento giudiziario, la cui necessità è invece diffusamente sentita.
C’è una ‘casuale’ coincidenza, anche fisionomica, tra il segretario dell’ANM Palamara e quello della FNSI Franco Siddi, sono entrambi segretari dei sindacati unici: Il primo dei magistrati ed il secondo dei giornalisti. Il primo reagisce per le critiche di giornalisti e politici contro la corporazione dei giudici ed il secondo quando i giornalisti vengono querelati da una parte politica per diffamazione o quando alcuni servizi focalizzano perplessità sulle “stranezze” caratteriali di un magistrato. Entrambi però tacciono e minimizzano se i comportamenti inusuali e le esternazioni di magistrati, le sentenze astruse, le interpretazioni faziose, i proclami politici, le manifestazioni di non imparzialità, ovvero se le intimidazioni, le querele, la faziosità, l’aggressione mediatica e l’uso improprio dell’informazione vengono usate da una parte politica contro l’altra, non casualmente sempre la stessa.
Un modo d’essere dei due segretari, nei modi e nei toni, che brilla per assoluta carenza d’autocritica. Non è certo questo il modo migliore per rappresentare sindacati unici che dovrebbero, invece, offrire una visione d’insieme di tutte le opinioni. Se un sindacato unico diventa strumento di parzialità, elude la sua piena rappresentatività, mortifica le diversità e denota scarso interesse per la stessa democrazia.
Vito Schepisi sul Il Legno Storto

04 dicembre 2007

Un magistrato scomodo

Tutto dev’essere iniziato nel gennaio di quest’anno, quando la signora Forleo ad un convegno organizzato a Milano dall’Unione delle Camere Penali dal tema: “Giudice e pubblico ministero. Due soggetti diversi nel processo, nell’ordinamento, nella Costituzione» si era espressa in modo disallineato sul progetto di riforma Mastella sull’ordinamento giudiziario.
Indifferente alla consapevolezza che la riforma era stata imposta dalla stessa associazione dei magistrati, la Forleo andava sostenendo le sue perplessità proprio sulla parte più discussa delle norme: quelle che regolano le carriere e le funzioni dei magistrati. Il magistrato perorava la separazione delle carriere tra requirenti e giudicanti.
Una posizione quella del Gip di Milano che rivalutava lo spirito della riforma coraggiosamente voluta dal centrodestra. Una riforma per l’ordinamento giudiziario pensata per uniformare la giustizia italiana alle scelte di civiltà giuridica già in esser in gran parte dei paesi liberali e democratici d’occidente.
Il Gip di Milano, sostenendo la necessità della separazione delle carriere si era, così, messa di traverso all’ANM. Da quel momento il magistrato già noto per il discusso provvedimento di scarcerazione di presunti terroristi definiti “guerriglieri”, atto giuridico che aveva persino esaltato la sinistra radicale italiana, è entrata nel mirino di chi intende la giustizia alla stregua di un’arma politica da utilizzare per scardinare il sistema delle certezze democratiche e rappresentative e predisporre il Paese alle avventure dell’antipolitica e della sommarietà dei giudizi.
Se Speciale è stato rimosso da Generale della Guardia di Finanza per essersi messo per traverso alla pretesa di Visco di rimuovere i vertici della Gdf di Milano che avevano indagato sull’affare Unipol-Bnl, non si capirebbe la ragione che dovrebbe impedire ora la rimozione della Forleo dall’Ufficio di Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano! E la ragione sembra tutta nella gestione prevalentemente politica del CSM.
La seconda volta la sua colpa è ancora più grave. Il giudice ha voluto toccare i fili della corrente elettrica ad alta tensione, ed è opinione corrente che chi tocca i fili, muore. E’ scritto persino sui tralicci dell’Enel!
La desolante impressione è che anche questa volta la “casta” abbia fatto quadrato intorno agli interessi della politica. E resta tutta la preoccupazione per i cittadini di sentirsi ancora una volta traditi dalle ramificazioni di una logica di potere che si chiude a riccio per impedire che emergano inganni, bugie e privilegi dei soliti noti. L’antipolitica nasce anche da qui!
Forse, però, conviene entrare nel merito delle “colpe” della signora Forleo. Le sue responsabilità consistono prevalentemente nell’aver formulato al Parlamento una richiesta d’autorizzazione all’utilizzo di alcune intercettazioni telefoniche acquisite ai fini di un’indagine penale in corso. Nelle intercettazioni si materializzavano strategie e suggerimenti di parlamentari DS di alto profilo che si accordavano sui metodi e sugli strumenti da utilizzare per l’acquisizione della Banca Nazionale del Lavoro.
Dalla trascrizione sono emersi intrecci e metodi, ritenuti illegali per la scalata alla BNL, tra D’Alema, Fassino, Latorre e Consorte. Quest’ultimo all’epoca era Presidente dell’Unipol, gruppo assicurativo legato alla Lega delle Cooperative, altro colosso produttivo, imprenditoriale, e distributivo ritenuto molto vicino alla sinistra. Ai tempi del Pci la Lega delle Cooperative era considerata persino parte integrante del movimento politico. Le “cooperative rosse” appaltano tuttora in percentuali bulgare tutte le attività della fascia rossa del Paese.
Alla Forleo, giudice per le indagini preliminari, viene persino imputata una formulazione esorbitante dalle sue prerogative per l’atto di richiesta dell’autorizzazione alle Camere. Viene ipotizzato l’inserimento di ipotesi di reato, prerogative invece dei pubblici ministeri, laddove Cicu, Comincioli, D’Alema, Fassino e Latorre vengono definiti: “consapevoli complici di un atto criminoso di ampia portata”.
Il compito della Giustizia è di venire a capo, seguendo un processo di competenze e di prerogative, alle responsabilità penali imputabili ai diversi soggetti interessati. La richiesta del Gip di autorizzazione all’uso delle intercettazioni, per essere privilegio riservato ai membri del Parlamento e non ai cittadini comuni, non potrebbe che essere pertanto motivata. Qualora non ci siano valide motivazioni, si dovrebbe presupporre che l’uso delle intercettazioni in cui compaiono parlamentari non debbano essere autorizzate. E cos’è una motivazione se non la segnalazione d’indizi e comportamenti illeciti che possano motivare persino una successiva iscrizione sul registro degli indagati? Senza l’utilizzo delle intercettazioni non è possibile formulare un atto d’accusa, ma senza un’ipotesi di reato non è possibile richiedere l’acquisizione delle intercettazioni! Delle due l’una!
Il provvedimento di rimozione della Forleo, già preannunciato, come sostiene Letizia Vacca, esponente laico del partito dei comunisti italiani nel CSM, “servirà è riportare la serenità negli uffici di Milano”. Il popolo italiano, però, nel nome del quale si eserciterebbe la giustizia in Italia, avrebbe idee del tutto diverse sulla sua serenità; ma sembra che di questo il CSM non si faccia carico.
Vito Schepisi
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