
Sembra che la nuova idea dei finiani, per concedere respiro al Governo, sia quella di chiedere una modifica della legge elettorale. Non si tratta di reintrodurre le preferenze. La questione preferenze non è mai stata un vero problema per i partiti, anzi per alcuni le cose vanno fin troppo bene, trasformando la stessa questione in un suggestivo strumento di indignazione, per far presa sugli elettori. E’ sufficiente far intendere che Berlusconi, “dittatore” e “mignottaro”, assieme ai leghisti “rozzi” e “razzisti”, abbia anche espropriato gli italiani del diritto di scelta dei parlamentari sulla scheda elettorale e tutto va bene.
Il “porcellum” si presta con facilità ad essere additato come un metodo ingiusto e autoritario per la nomina dei Parlamentari. Aiuta all’idea negativa anche l’aneddoto storico, forse un po’ fantasioso, di Caio Giulio Cesare Germanico, imperatore romano noto come Caligola, che, in un crescendo di follia, in segno di disprezzo verso le istituzioni, pare che avesse voluto nominare il suo cavallo, Incitatus , al Senato di Roma.
Le motivazioni del legislatore sulle preferenze sono state del tutto diverse e riflettendoci con la dovuta prudenza si ricaverebbero valutazioni più ragionevoli. La partitocrazia, infatti, più che sulle persone più rappresentative che i partiti, anche per immagine, mettono in campo, si regge sui comitati di affari e sulle manipolazioni delle selezioni elettorali. Le preferenze in mano alle caste ed ai gruppi di pressione sarebbero, pertanto, lo strumento più subdolo per favorire il dilagare della corruzione. Con la reintroduzione delle preferenze andrebbero a contare di più i mezzi finanziari, gli accordi occulti o il sostegno delle lobby, che non la cultura, la competenza e l’onestà dei candidati.
In una società come l’attuale, così aperta alle comunicazioni e con spiccata caratterizzazione mediatica, malgrado il paradosso, ciò che può sembrare più democratico, in realtà potrebbe non esserlo, anche se è ferma la convinzione che sarebbe auspicabile la messa a punto di un metodo che possa garantire l’agibilità politica al riparo dalle gestioni occulte e mafiose. Nel frattempo, però, resta auspicabile che nessuno possa essere messo nelle condizioni di comprare nessuno. L’attuale metodo, pertanto, se tutti si togliessero la maschera della finzione, va bene anche ai partiti. A Tutti. Solo gli ipocriti possono sostenere il contrario.
L’idea nuova dei finani, invece, consisterebbe nella modifica della parte della legge che riguarda il premio di maggioranza. Un nuovo cavallo di Troia per ridurre Berlusconi alla resa. L’idea, avanzata da Urso, sarebbe quella di porre l’asticella del premio di maggioranza sulla soglia del 45%. A quella soglia il Pdl e la Lega, valutati tra il 42% ed il 44%, non riuscirebbero ad arrivare. Con questa modifica diverrebbe meno inutile e meno rischioso l’accordo elettorale tra Casini, Rutelli e Fini. Fini, infatti, teme le elezioni perché nelle condizioni attuali, se anche il Pdl e la Lega si fermassero al 42%, a tutto beneficio del trio neocentrista che così arriverebbe a sfiorare il 18%, che è anche il massimo della forbice attribuito dai sondaggi, e con la coalizione di sinistra, da Vendola a Bersani, attraverso Di Pietro, al di sotto del 40%, il centrodestra vincerebbe le elezioni e conquisterebbe alla Camera il premio di maggioranza, con buona pace di Fini che si troverebbe a capo di un piccolo partito e privo anche della sua identità. A Fini, invece, interesserebbe sia la caduta Berlusconi, che restare in gioco.
Con la proposta di Urso le tre debolezze si trasformerebbero in una forza. Diventerebbero l’ago della bilancia del Parlamento. Casini, Rutelli e Fini, a corto di voti ma arbitri della situazione, adotterebbero la politica dei due forni, com’è sempre piaciuto a Casini.
Fini immagina così di potersi liberare di Berlusconi. Con una proposta che ci riporterebbe nella più classica delle degenerazioni della partitocrazia. Non varrebbero più i programmi e le scelte dei modelli di società per il futuro, ma gli accordi sui prezzi da pagare fino a soddisfare gli interessi di quei gruppi di potere che, servendosi di piccoli ma indispensabili numeri, arriverebbero, come un tempo, a condizionare le scelte del Paese.
Altro che bipolarismo! Fini anche in questo ha cambiato pensiero?
Vito Schepisi