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13 febbraio 2012

la soluzione è nella democrazia


La soluzione è nella democrazia. Non ci si può più nascondere. I cittadini oramai sanno bene con chi hanno a che fare. I partiti tutti insieme, nessuno escluso, sono la casta e siccome in termini teorici non amministrerebbero alcuno strumento di persuasione economica - vera leva del dominio - si servono di altre corporazioni che agiscono compiacenti, ricevendo dall’organizzazione partitocratica una distribuzione di poteri che, per cooptazione, sono esercitati in modo esclusivo.

L’effetto della rivoluzione mediatica, invece di portare trasparenza, diffondendo le informazioni, e, invece che fungere da cassa di risonanza degli effetti distorti e corruttivi del potere, ha moltiplicato, dandone più visibilità, il sistema dei partiti, richiamando una pluralità di soggetti che hanno visto, nell’esercizio della politica e nella partitocrazia, uno spazio in cui infilarsi per trarne vantaggi. In alcuni casi, anche quello dei contratti di lavoro a più zeri, per rappresentare sui media il populismo qualunquista o, per colmo della beffa, la demonizzazione ipocrita della stessa partitocrazia alla quale devono la parcellizzazione del loro lavoro.

Dai comici che attraverso il paradosso - energia atomica del facile consenso - aizzano le folle, al sagrestano dei templi giudiziari, che mette in piega le toghe e che sbroglia le cordoniere dei pubblici ministeri, con quel cinismo beffardo degno d’un boia dell’Inquisizione.

La soluzione, non facile, è nelle regole che sono contemporaneamente garanzia di certezza e fenomeno di trasparenza. Solo col riscrivere tutto - dalla Costituzione ai regolamenti di Camera e Senato, all’organizzazione dello Stato, ai sistemi rappresentativi, alle scelte istituzionali, alla gestione di ordinamenti e funzioni, alla trasparenza dei controlli – sarà forse possibile uscire dal guado, prima di incontrare le sabbie mobili della rivolta civile.

La soluzione è così nel riscrivere tutto per il funzionamento della pubblica amministrazione, per la gestione del territorio, per il controllo tecnico-giuridico dei provvedimenti, per le regole e i controlli nelle fasi esecutive, per la giustizia amministrativa e per quella civile e penale, per gli organismi della rappresentanza popolare, per lo studio e per la ricerca, per il lavoro, per l’assistenza sanitaria, per l’uso delle risorse (idriche, energetiche, minerarie), per il sistema fiscale.

E’ da riscrivere un testo unico, inoltre, per le pensioni, laddove le modalità di accesso e di prestazioni siano uguali per tutti, senza privilegi ed arroganti distinzioni, soprattutto se destinate a chi ha avuto più fortuna degli altri, e senza ipocrite motivazioni di diversa opportunità. Non ne esistono! Chi lavora ha diritto alla pensione per la parte e per gli anni in cui ha concorso ad accantonarla, secondo i più asettici criteri statistico-matematici. Chi fa il politico, ad esempio, non lo fa su prescrizione medica. Nessuno poi è indispensabile. L’accesso alla politica deve essere libero e garantito a tutti, perché non sia inteso come un mestiere, ma come un impegno volontario che coinvolga l’onorabilità di un cittadino responsabile. Anche le funzioni di governo, inoltre, non devono aggiungere ulteriori diritti che vadano oltre la retribuzione di un lavoro svolto con competenza e responsabilità, senza alcun cumulo con compensi di altri lavori lasciati.

Si parla tanto di far uscire dal sommerso una parte dell’economia italiana, con tutto quel lavoro, che sfugge al pagamento degli oneri fiscali e previdenziali, ma dal sommerso deve uscire anche il riconoscimento giuridico di tutte quelle funzioni di rappresentanza politica e sindacale che, benché riconosciute e consolidate nella prassi, siano in contrasto con la democrazia, prima che con quanto previsto dalla Legge fondamentale dello Stato. Partiti e sindacati devono essere case di vetro. Per esserlo devono rispettare norme di trasparenza e di democrazia.

La Costituzione, inoltre, non può essere un elastico che si estende e si comprime a piacimento, com’è oggi in Italia. Non può essere funzionale a quell’apparato, racchiuso nel rapporto d’interdipendenza di corporazioni consolidate che s’intrecciano tra istituzioni, politica, burocrazia, impresa e finanza, che, con l’apporto di tutte, forma e sostiene la Casta, “monade” dell’organizzazione affaristico-mafiosa del Paese.

Se sin dal primo articolo della nostra Costituzione, si pone al centro il metodo democratico, perché esso sia alla base di ogni rapporto funzionale, economico e sociale. La prima azione per chi tiene alla Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla lotta all’autoritarismo, senza con questo voler comprendere la stuccosa retorica antifascista dei suoi custodi più “incredibili”, apparsi, invece, nella sostanza, persino ad essa meno fedeli, è ripristinare, appunto, la democrazia. E la democrazia, nei paesi pluralisti di tradizione occidentale, è rispetto delle scelte degli elettori, garanzie e libertà.

Il funzionamento civile del nostro sistema, il recupero della fiducia, per allontanare il pericolo dello scontro sociale, passa attraverso la rivisitazione di tutto ciò che trasforma in tecnocratico, in oligarchico, in autoreferenziale, in abusivo, cioè in casta, l’organizzazione politica e sociale dello Stato. Il popolo è stanco di essere preso in considerazione solo quando è chiamato alle urne per conferire agli eletti un mandato in bianco che il più delle volte è utilizzato per tutt’altro, compreso il tornaconto e le opportunità dei mandatari, a dispetto della volontà dei conferenti.

L’art. 67 della Costituzione, da essere a garanzia dell’autonomia dei parlamentari, per difenderli dalle pressioni di lobbies e partiti, funge da copertura a chi si mette sul mercato. C’è chi, per tutta la durata del mandato, s’impegna solo a studiare il modo per far rendere al massimo la propria condizione di eletto, senza interessarsi alle scelte degli elettori. I più pensano ad assicurarsi solo la ricandidatura e la rielezione.

La democrazia è sovranità popolare. E’ il popolo che deve scegliere. E deve farlo in sicurezza vincolando moralmente i suoi delegati. Le scelte non possono essere mortificate da interessi personali e tantomeno da quelli di apparati funzionali e burocratici dello Stato. Anche l’azione penale, ad esempio, a volte condiziona le scelte. In Italia si è anche avuta la sensazione che sia più vantaggiosa una collocazione politica, anziché un’altra, per farla franca.

Il popolo è in se democrazia. Il resto sono solo funzioni dello Stato che, perché siano giuste e democratiche, devono essere esercitate in modo uguale per tutti, senza distinzioni di niente. Il resto, in se, non è mai democrazia e, se esercitato contro i cittadini, o contro una parte di questi, il più delle volte è autoritarismo. E’ prepotenza.

Vito Schepisi

31 ottobre 2008

La sinistra italiana resta quella delle suggestioni

Anche la scuola come le altre questioni sollevate con tanto clamore svanirà dalla cronaca come una bolla di sapone. Questo governo ha appena 5 mesi di vita e si è già trovato dinanzi a più di un venditore di cilindri colorati con dentro acqua e sapone per bolle che si diffondono nell’aria, si alzano, cercando di prendere il largo, e poi scoppiano per la loro materiale inconsistenza.
Le bolle di sapone durano lo spazio di un momento, anche se in quel momento fanno la gioia dei bambini. Le balle della sinistra durano altrettanto, e non si può dire che nel loro spazio di vita facciano la gioia di qualcuno.
Prevale la spinta alle suggestioni, più che la sostanza conta la rappresentazione delle cose. Non a caso il PD si è fornito di un leader diplomato in fiction.
L’Italia per il divertimento della sinistra ha pagato prezzi altissimi, persino in vite umane, oltre a danni materiali. I risultati, però, lasciano tutti molto perplessi. Lo Stato, infatti, non solo ha servizi da terzo mondo, ma precipita anno per anno nelle classifiche in tutti i settori, scuola compresa.
Si è visto che per la sinistra non servono i confronti, non sono mai abbastanza i fondi stanziati, non è utile l’analisi economica delle compatibilità, non sono sufficienti gli spazi di controllo e la gestione della società attraverso i sindacati ed i patronati, e non sono mai congrui i fondi impiegati per la solidarietà e gli interventi per l’assistenza. Non bastano i trattamenti sociali e previdenziali al di sopra della media europea, e non basta neanche un numero di dipendenti in ogni settore pubblico in misura superiore agli altri paesi, c’è sempre qualcosa di più da imporre. Manca, però, e purtroppo, la percezione dell’efficienza commisurata a ciò che è ritenuto appena sufficiente.
Si ha l’impressione che il motivo sia rimasto quello di poter strumentalizzare l’irritazione dell’utenza. Si crea il disservizio per poter contestare al Governo di non essere capace di fornire risposte adeguate. Sarà per questo che la sinistra italiana, al contrario di quella europea, e dell’immagine che si ha della sinistra riformatrice, sembra essere più una forza conservatrice, persino con punte marcate di atteggiamenti reazionari.
L’inefficienza ed il bisogno creano una domanda non soddisfatta, soprattutto per le fasce più deboli che non possono permettersi di ricorrere a strutture private più costose. Questo vale per la sanità, i trasporti, la scuola e persino per la sicurezza e la previdenza. Non a caso a sinistra, tra i leader, si fa largo uso delle strutture private per i bisogni personali e per quelli delle proprie famiglie.
La sinistra italiana si è sviluppata in Italia nella serrata concorrenza, con le altre espressioni popolari, sulla ricerca del consenso attraverso i sistemi corruttivi - clientelari.
Dagli anni sessanta in poi c’è stato un braccio di ferro poco politico e molto populista. Mentre la destra e le espressioni liberali venivano marginalizzate, si rafforzavano le espressioni corporative in cui si insediavano caste organizzate a piramide. La gestione del potere comprimeva persino le libertà formali che non trovavano spazi di diffusione. Chi si chiamava fuori era indicato come appartenente alla destra fascista, anche se invece era democratico e liberale.
Il sistema politico-clientelare, soprattutto nel mezzogiorno, si è retto sull’organizzazione politica dei bisogni della gente. Il voto di scambio consisteva nell’offrire i diritti come se fossero concessioni elargite. I partiti di massa avevano le loro cinghie di trasmissioni nei sindacati, nei patronati, nelle associazioni di categoria. Questi organismi si trasformavano in centri di reclutamento e di orientamento politico, non fondato però sul consenso e sulle convinzioni sociali degli elettori, ma sulla capacità di sfornare lettere di raccomandazioni, di distribuire posti di lavoro, di nominare Cavalieri della Repubblica, di istruire pratiche per la pensione, di esercitare la difesa sindacale sui posti di lavoro, di sollecitare il trasferimento vicino casa dei giovani di leva.
Per molti versi il Paese è ancora strutturato su queste logiche. Le giovani energie dovrebbero impegnarsi a respingere una realtà di caste e di privilegi, invece che battersi contro il nuovo e l’efficienza. A che servono ad esempio 5.000 facoltà universitarie con tanto di personale, mentre mancano i fondi per la ricerca, se non all’esercizio del potere delle caste?
Per la scuola e l’università c’è un lungo elenco di abusi e di sprechi, come lo è uno spreco anche il modulo delle tre maestre per le scuole primarie.
Vito Schepisi su l'Occidentale

01 luglio 2008

Gli assalti dell'opportunismo ignorante

Non so se sia così in tutta Italia ma dalle mie parti quando si ha a che fare con un individuo riprovevole s’usa dire: “dovresti vergognarti persino d’essere nato”. Ma sappiamo che il senso etico di ciascuno è ben distinto o ancora che questi ne possa anche avvertire la misura, ma l’indole meschina di poterne e volerne valutare la portata finisce sempre per indurre ad optare per l’uso strumentale della propria pochezza.
In causa è spesso l’ignoranza a cui sopraggiunge l’esercizio di un benché minimo potere. Esercitarlo, se pone dubbi e mette in crisi le menti illuminate, le persone tolleranti e le coscienze democratiche, fa “esondare” di insipiente soddisfazione ogni limitato. “noi gonfiamo e divegnamo superbi, e non ricapendo in noi... essondiamo” (Boccaccio).
Parlare degli uomini, quando ci si riferisce agli altri, è cosa anche semplice e se si è prudenti lo si può fare impunemente. La libertà di parola avrebbe il solo limite verso l’ingiuria e la diffamazione, ed anche questi limiti, a seconda della parte offesa, a volte vengono superati
L’offesa ha così il suo limite nell’uso delle parole, ovvero nel significato comune che alle stesse generalmente si dà. Ad esempio, se Di Pietro avesse detto che Berlusconi si occupa di attricette per favorirne la carriera, sfruttandone eventuali vantaggi politici e/o edonistici, avrebbe anche potuto evitare l’annunciata querela e offrire ugualmente la stessa immagine, che l’ex magistrato voleva focalizzare, e cioè quella di un Presidente del Consiglio avvezzo ad attività al limite del lecito e comunque oltremodo frivole rispetto al suo ruolo.
Ma parlare di “magnaccia” non solo è da trivio ma inserisce nel concetto anche un’evidente carica di violenza.
Voluta la violenza? O frutto casuale di un insipiente uso della parola? Forse un po’ l’una ed un po’ l’altra cosa: per accentuare lo scontro e, consapevole della presenza nel Paese di fasce di intolleranti, porsi quale più credibile oppositore di questo governo, ovvero per incapacità di esprimersi in modo civile. La sua indole di poliziotto, incline ai metodi sbrigativi ed all’uso gridato della parola, alla fine prevale comunque, anche quando i nuovi ruoli imporrebbero comportamenti diversi e soprattutto classe, educazione e rispetto istituzionale.
Il personaggio è “scarpa grossa e cervello fine” come si dice degli italiani del meridione d’Italia. Possiede la furbizia di coloro che non si pongono scrupoli, come quando da magistrato ha inflitto più pene inquisitorie che condanne agli imputati che gli capitavano a tiro; più violenza verbale, tipo “a quello lo spezzo”, che qualità giuridiche.
Cosa pensa di Di Pietro una notevole quantità di cittadini italiani, e forse non solo italiani, non emerge e per ovvie ragioni non può emergere. Alcuni pensieri sono irripetibili e questa volta non per buon gusto ma per l’abitudine del signore in questione alla querela ed alla richiesta risarcitoria che la corporazione, alla casta, non nega mai.
Si può dire, però, ciò che nell’ex magistrato, nell’uomo e nel politico non emerge. Non abbiamo riscontri, ad esempio, della sua capacità intellettuale tale da consentirgli di vincere un concorso in magistratura. Non abbiamo potuto apprezzare i suoi modi democratici, la sua finezza espressiva, la sua umanità nell’esercizio delle sue funzioni prima di magistrato e poi di politico. Non abbiamo alcuna indicazione sul suo programma politico che prescinda dai temi sulla giustizia, dal suo giustizialismo e dall’odio verso Berlusconi. Anche la strategia della convergenza elettorale col PD lascia perplessi prima che gli elettori, gli stessi dirigenti del Partito Democratico.
Un furore degno di causa migliore. Tanto da lasciar il dubbio in molti che, come tutti gli amanti dei metodi sbrigativi, abbia bisogno di individuare un proprio nemico. Nella passata legislatura, al Governo con Prodi, non poteva prendersela più di tanto con l’opposizione ed il suo nemico era Mastella, ma anche Pannella quando gli capitava a tiro.
In questa legislatura il bersaglio più “eccellente” (chiedo scusa per il dipietrismo.Ndr) per politici e magistrati non può che essere Berlusconi.
In altri tempi l’avrebbero tacciato di atteggiamento reazionario, di neo fascismo e non gli avrebbero consentito spazio nel confronto politico. Oggi, invece, tutto ciò che è utile al sistema della delegittimazione dell’avversario politico è utilizzato senza troppa vergogna. Anche se scaturisce da persone che adottano metodi e mostrano indole autoritaria.
Abbiamo perduto il gusto dello scontro politico duro ma serio e corretto. Abbiamo perduto il gusto della lealtà e della dialettica raffinata.
Ora siamo alla mercé di guitti e umorali, siamo a doverci difendere dagli assalti dell’opportunismo ignorante.
Vito Schepisi

10 giugno 2008

L'Italia delle intercettazioni

L’Italia sembra sia la nazione in Europa in cui prevalga il malaffare. Dagli altri paesi europei, Germania ed Inghilterra avanti a tutti, puntualmente ogni anno il Bel Paese viene descritto come una terra dove regna l’illegalità ed in cui cosche mafiose, scippatori, rapinatori, truffatori ed imbroglioni sguazzano senza controllo.
Siamo ogni anno a difenderci da vere e proprie campagne di diffamante disinformazione, soprattutto per salvaguardare l’afflusso turistico verso le nostre città, che rappresentano un patrimonio unico al mondo di arte e di cultura, e che è fonte importante per la nostra economia.
L’Italia è anche il Paese più volte condannato dalla Corte europea per la lentezza dei processi civili e penali. Nel nostro Paese sono state focalizzate carenze, nella formazione dei giudizi, che finiscono col privilegiare il crimine e carenze che, invece, privano i cittadini dei loro diritti alla giustizia o che ne compromettono salute ed interessi economici.
Si sono verificate situazioni in cui persone innocenti sono state dimenticate nelle carceri, altre privati della libertà sulla base di testimonianze di pregiudicati pentiti, gestiti da magistrati quanto meno poco scrupolosi. Ci sono persino stati nel passato cittadini arrestati e mantenuti in detenzione in attesa di essere interrogati da taluni magistrati che, senza curarsi della condizione di uomini privati della libertà, hanno preferito andarsene in ferie anziché interrogare l’imputato. E’ accaduto così che una persona potesse essere gestita come una pratica da esaminare al rientro dalle vacanze, e che per alcuni magistrati il diritto alle ferie potesse essere una prerogativa inalienabile attribuita in esclusiva.
In Italia tra comitati di affari, logge deviate, cupole e quant’altro funzionale ad allungare le mani sul pubblico denaro, sottratto oltre ogni misura attraverso la leva fiscale ai cittadini inermi, abbiamo un primato invidiabile, tale da poter competere con le agguerrite dittature latino-americane.
Un best seller dello scorso anno in Italia è stato il libro “La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella in cui vengono descritti gli sprechi, gli interessi, gli abusi, i privilegi e le ingiustizie nel Paese. Ed ora pare che la giustizia sia legata esclusivamente alla curiosità di magistrati e funzionari di polizia nell’ascoltare l’effluvio di parole che in Italia si diffonde attraverso le linee telefoniche. Un Paese dove il malcostume nasce dalle istituzioni, dagli ordinamenti, dai servizi e dalla classe politica, ed in cui s’avverte la complicità silente ed interessata di cittadini, conniventi e tronfi della loro arroganza, nell’esercizio di una piccola fetta di potere a loro riservata.
Il nostro è il Paese dei sospetti e delle insinuazioni. Ogni cittadino che in un periodo anche remoto della propria esistenza sia stato in contatto con uno o più persone che in seguito, anche a distanza di decenni, sia stato coinvolto in gestioni di malaffare può essere tranquillamente, e senza possibilità di difendersi, indicato come amico, connivente e socio di mafiosi.
Accade anche che la televisione del servizio pubblico, volentieri e con grande indifferenza, si sostituisca alle aule di tribunale per celebrare processi. Capita che a volte sia presente una sola parte, e quando anche lo sia la controparte, essa è rappresentata in modo del tutto sbilanciato. Col conduttore che ammicca al “pubblico ministero”, che arringa, toglie la parola e conduce verso un’unica direzione, che la fa insomma da padrone e si compiace dell’impresa. Le trasmissioni dei tribunali mediatici si esauriscono così senza una sentenza, ma lasciando alla giuria popolare, gli telespettatori, l’erogazione di un giudizio che appare scontato.
Sui giornali nel frattempo si leggono le frasi lascive di personaggi più o meno noti, i commenti peccaminosi, le pruderie di un’Italia per molti versi marcatamente provinciale. Si leggono confidenze di uomini in vista, persino minacce profuse o fantasiosi progetti politici, manie di grandezza, megalomanie di ogni tipo, segnalazioni, raccomandazioni, pettegolezzi ed opinioni su uomini e cose. Le intercettazioni vengono fornite come eventi eccezionali e con gran dovizia di particolari, a volte estrapolati più da fertili fantasie che da fatti reali o propositi realizzabili. Eccezionali, però, gli eventi lo sono perché quelle chiacchierate intercettate non dovrebbero essere riportate sui giornali ma, se giuridicamente rilevanti, negli atti processuali e, se invece privi di consistenza processuale, cancellati e distrutti.
Ma anche espressioni di rilevanza giuridica andrebbero analizzate nel contesto e non prese nella loro parzialità. Come, ad esempio, se non capitasse tutti i giorni di sentir dire a qualcuno frasi sconclusionate e senza senso in un contesto di scherzo, di irritazione, di pettegolezzo. Quanti reati di omicidi e di lesioni personali in più ci sarebbero per tutte le volte che si sente dire a qualcuno “a quello lo ammazzo” ovvero “gli spezzo le gambe” o ancora “gli stronco la carriera”, “lo mando in rovina” ed altro ancora?
Poi ci si chiede come mai in Italia ci sia tanto malaffare! Se si perde tempo e risorse per correr dietro ai pettegolezzi o agli improbabili teoremi giudiziari!
Se in Italia la giustizia impiega un terzo delle sue risorse per le intercettazioni, da queste dovrebbero provenire validi sostegni nel rendere giustizia. I benpensanti oserebbero persino sperare che servano a sconfiggere definitivamente il tormentone, che viene propinato all’estero, dell’Italia insicura e pericolosa.
E se in Italia tutti i soggetti a rischio sembra che siano sottoposti ad intercettazioni telefoniche (centomila soggetti posti sotto controllo non sono poca cosa), come mai dei presunti corrotti e malversatori in carcere non finisce mai nessuno?
E se quello delle intercettazioni fosse un perverso giocattolo nelle mani di magistrati annoiati?
E se le intercettazioni servissero a ritagliarsi uno spazio in quella casta in cui il potere si misura nella pratica dell’interdizione e del ricatto?

Vito Schepisi

23 febbraio 2008

La doppia morale di Di Pietro




Il sospetto è l’anticamera della colpa, sosteneva Leoluca Orlando Cascio, attuale militante dell’Italia dei Valori di Di Pietro.
C’è qualcuno che il sospetto l’ha avuto. Un sospetto che ha coinvolto in responsabilità penali l’On. Antonio Di Pietro, finora deciso sostenitore di un sistema giudiziario con accentuata prevalenza inquisitoria.
E’ indagato, l’ex PM di “Mani Pulite”, per appropriazione indebita, falso in atto pubblico e, soprattutto, per truffa aggravata ai danni dello Stato finalizzata al conseguimento dell’erogazione di fondi pubblici. Sono reati ipotizzati per l’uso, a fine privato, di fondi pubblici e privati erogati come finanziamento pubblico ai partiti. Sono reati gravi per l’immagine di un uomo politico che ha sostenuto il moccolo dell’antipolitica di Beppe Grillo.
Di Pietro, già Pubblico Ministero a Milano, è colui che ha contraddistinto la sua attività di magistrato con l’accentuazione dell’aspetto inquisitorio e poliziesco del processo penale. E’ rimasta nota la violenza verbale dei suoi interrogatori e l’attitudine al tintinnio delle manette.
La sua è stata, e l’abitudine gli è rimasta tutta, l’esaltazione della teoria che porta a ritenere con convinzione che più indizi, anche senza prove acquisite, equivalgano a granitiche certezze.
Tra le sue caratteristiche più note è rimasto il metodo adottato nell’utilizzare la delazione come salvacondotto utile per risparmiarsi, da sospettato, l’ospitalità dello Stato nelle celle penitenziarie. Questa minaccia veniva utilizzata per coinvolgere la responsabilità di altre persone, così da creare una penosa catena di Sant’Antonio (nomen omen) dell’attività inquirente.
In virtù di questi espedienti sono stati sottoposti al rigore giudiziario, anche con la sospensione forzata della libertà personale, un elevato numero di cittadini, molti dei quali poi assolti perché risultati innocenti.
Il suo metodo accusatorio era quasi sempre basato su convinzioni, talmente radicate e senza ombra o beneficio del dubbio, tali da ritenere indubitativamente colpevole l’imputato: anche quando per mancanza di prove, per insussistenza di moventi, per estraneità ai fatti, o successivamente, dopo anni di azione giudiziaria, per decorrenza dei termini, questi veniva assolto dalla magistratura giudicante.
La decorrenza dei termini, spesso, sopravviene quando i processi si impantanano tra cavilli, interpretazioni, contraddittori, incertezze, insussistenza del castello accusatorio, irregolarità formali, sospetti di parzialità e diritti negati. Se c’è un reato e c’è un colpevole, con prove a carico, è difficile che sopravvenga la decorrenza dei termini. Se, invece, c’è un colpevole “per definizione” e si va alla ricerca di un reato da ascrivergli, alla fine, se non ci sono validi elementi probanti, l’imputato o viene assolto o decorrono i termini.
Sorge così la curiosità di sapere se il vecchio giustizialista siciliano, solidale compagno di partito, già sindaco di Palermo, anche lui famoso per impeto forcaiolo, abbia o meno mutato il suo pensiero a riguardo della “colpa” e se permangano le sue semplificazioni giudiziarie.
Altro interesse ci sarebbe nel valutare, eventualmente se sarà il caso, anche le motivazioni del possibile cambio di opinione di Orlando. E’ sempre interessante, infatti, perfezionare i percorsi della conoscenza, soprattutto se si tratta dell’arte di arrampicarsi sugli specchi. I contributi conoscitivi di questa arte, In Italia, ha infatti ancora tanti misteri da chiarire, soprattutto nella nemesi storica del pensiero politico e nello spirito delle attività di trasformazione sia della storia personale di molti che dei fatti accaduti.
Orbene, nonostante tutto, c’è invece chi sostiene ancora che la giustizia debba essere vista secondo un indirizzo essenzialmente garantista. C’è, infatti, chi non sospende la propria convinzione nel pensare che la riservatezza e la presunzione di innocenza degli individui debbano essere sempre ed in ogni circostanza assicurate.
L’esigenza della presunzione di innocenza e della riservatezza vale sempre e per tutti. Porre gli individui, possibili innocenti o per quanto colpevoli, dinanzi al pubblico ludibrio e sollecitare l’istinto popolare alla sommarietà del giudizio non è, infatti, un grande esempio di civiltà.
Di questa cattiva abitudine, purtroppo, c’è stato ampio modo di avvertirne i sintomi. Basti, ad esempio, pensare ad alcune trasmissioni televisive ed ai processi sommari che si sviluppano, spesso senza contraddittorio. C’è in Italia un uso incivile, e Di Pietro non si è sottratto a questo esercizio, di sottoporre alla gogna mediatica i “nemici” politici, utilizzando tranci di atti giudiziari in cui si esaltano le ipotesi accusatorie dei pubblici ministeri e si ignorano le controdeduzioni difensive. Si arriva persino a nascondere che l’impianto giudiziario di colpevolezza non abbia retto nei giudizi finali dei tribunali.
La politica del “diffama perché qualcosa resterà”, con il coinvolgimento di strati di istituzioni, rappresenta un limite allo sviluppo civile ed un sintomo di incipiente regime.
Per fortuna in Italia ci sono ancora coloro che sostengono che i valori veri siano ben differenti da quelli vantati da Di Pietro, e dalla sua Italia dei Valori, e che la civiltà giuridica imponga di ritenere anche lui innocente fino a prova contraria. C’è persino un Italia civile e democratica che vorrebbe vederlo uscire trionfante da questa ulteriore esperienza giudiziaria, ricordando che non è inedita, evitando così all’Italia questa ulteriore mortificazione per una politica fatta di opportunismi, di ipocrisie e soprattutto di caste e di abusi.
Vito Schepisi