19 luglio 2013
Democrazia e società civile
E' attiva una campagna di gruppi che si richiamano alla "società civile" che spingono per una candidatura a Sindaco di Bari del PM Desirèe Digeronimo, chiedendo ai grillini del M5S di unirsi a loro.
Requisito essenziale è di non essere iscritti a partiti.
Pur non essendo iscritto a nessun partito e pur con tantissime riserve che ho sull'attuale organizzazione partitocratica del Paese, non penso che una democrazia liberale possa prescindere dal pluralismo e dal confronto tra i partiti.
Senza i partiti non c'è democrazia.
E' in crisi il sistema della delega. Si vorrebbe un sistema che dia agli elettori un potere più ampio, come, ad esempio, quello di indicare un premier, un governo, un rappresentante e garante dello stato, togliendo ai partiti l'arte del compromesso e dell'accomodamento.
Quando il popolo stabilisce, fino a nuove elezioni, si devono aver chiari ruoli e programmi.
Questo sarebbe accettabile e condivisibile, ma pensare che si possa governare anche un piccolo comune con gli umori discordanti della così detta "società civile" - in cui spesso prevale chi si organizza e chi grida di più, o chi interrompe un tratto di strada, occupa una sede istituzionale o si stende sui binari della ferrovia - sarebbe impensabile.
In questo modo non si rende un'immagine di trasparenza e di trasversalità a Desirèe Digeronimo.
C'è un'area di opposizione al "sistema" Emiliano che è di gran lunga più largo. Io penso a questa area che è larga, larghissima. Che è maggioranza!
Altrimenti è tutto inutile ... consegniamo la città al designato di Emiliano.
Assisteremo ai colpi di teatro da qui alle elezioni! I professionisti della politica dell'inciucio stanno in agguato. Stanno già prendendo le misure a questo nuovo fenomeno. Repubblica che fa l'occhiolino a questa iniziativa, in verità, con l'articolo della scorsa settimana, le ha già tagliato un pezzo di gamba.
O si crede di avere a che fare con armate leggere?
Quando si metterà in moto l'artiglieria pesante, anche questa sarà stata solo una bella avventura. L'opportunità, invece, andrebbe utilizzata con trasparenza. Ci si può provare. Io direi che per il bene di Bari ci dobbiamo provare.
UNITI SI PUO' VINCERE AL PRIMO TURNO.
Agli amici di questo movimento l'ho detto in modo molto chiaro: per Bari voglio vincere. Abbiamo il dovere di liberare Bari dalle caste e dagli apparati, dai sistemi della parcellizzazione, dall'immobilismo amministrativo, dal degrado e dall'agonia lenta della nostra Città.
In quest'area di opposizione ci sono i partiti ed i valori fondanti della democrazia che restano. Ci sono le idee, i modelli, i sentimenti, la cultura di appartenenza ed anche quella visione d'insieme di un sistema sociale che è il nucleo propulsivo del confronto tra i partiti.
I sentimenti, le idee, i principi, le scelte di fondo restano anche se sono fuori dai partiti, ma per la coerenza del pensiero politico non si possono porre contro il sistema della democrazia rappresentativa.
Questo modo non sarebbe rivoluzionario, ma reazionario. Avrebbe come sbocco solo un'immagine eversiva.
Nella tradizione dei partiti c'è la democrazia, la libertà, il confronto, il pluralismo, la giustizia, le pari opportunità, il rispetto, la cultura, la legalità, i giovani, il lavoro, la qualità della vita e poi gli aspetti fondamentali di ogni comunità che si stringe attorno ai suoi simboli ed ai suoi colori per realizzare accoglienza, benessere, civiltà, aggregazione, servizi.
Tutto questo è un patrimonio che si realizza nel tempo attraverso le aperture ai contributi di tutti, non chiudendosi nell'autoreferenzialità esclusiva di associazioni che si richiamano alla "società civile".
Non fa poi parte della società civile anche chi è iscritto ai partiti?
Vito Schepisi
13 febbraio 2012
la soluzione è nella democrazia

La soluzione è nella democrazia. Non ci si può più nascondere. I cittadini oramai sanno bene con chi hanno a che fare. I partiti tutti insieme, nessuno escluso, sono la casta e siccome in termini teorici non amministrerebbero alcuno strumento di persuasione economica - vera leva del dominio - si servono di altre corporazioni che agiscono compiacenti, ricevendo dall’organizzazione partitocratica una distribuzione di poteri che, per cooptazione, sono esercitati in modo esclusivo.
L’effetto della rivoluzione mediatica, invece di portare trasparenza, diffondendo le informazioni, e, invece che fungere da cassa di risonanza degli effetti distorti e corruttivi del potere, ha moltiplicato, dandone più visibilità, il sistema dei partiti, richiamando una pluralità di soggetti che hanno visto, nell’esercizio della politica e nella partitocrazia, uno spazio in cui infilarsi per trarne vantaggi. In alcuni casi, anche quello dei contratti di lavoro a più zeri, per rappresentare sui media il populismo qualunquista o, per colmo della beffa, la demonizzazione ipocrita della stessa partitocrazia alla quale devono la parcellizzazione del loro lavoro.
Dai comici che attraverso il paradosso - energia atomica del facile consenso - aizzano le folle, al sagrestano dei templi giudiziari, che mette in piega le toghe e che sbroglia le cordoniere dei pubblici ministeri, con quel cinismo beffardo degno d’un boia dell’Inquisizione.
La soluzione, non facile, è nelle regole che sono contemporaneamente garanzia di certezza e fenomeno di trasparenza. Solo col riscrivere tutto - dalla Costituzione ai regolamenti di Camera e Senato, all’organizzazione dello Stato, ai sistemi rappresentativi, alle scelte istituzionali, alla gestione di ordinamenti e funzioni, alla trasparenza dei controlli – sarà forse possibile uscire dal guado, prima di incontrare le sabbie mobili della rivolta civile.
La soluzione è così nel riscrivere tutto per il funzionamento della pubblica amministrazione, per la gestione del territorio, per il controllo tecnico-giuridico dei provvedimenti, per le regole e i controlli nelle fasi esecutive, per la giustizia amministrativa e per quella civile e penale, per gli organismi della rappresentanza popolare, per lo studio e per la ricerca, per il lavoro, per l’assistenza sanitaria, per l’uso delle risorse (idriche, energetiche, minerarie), per il sistema fiscale.
E’ da riscrivere un testo unico, inoltre, per le pensioni, laddove le modalità di accesso e di prestazioni siano uguali per tutti, senza privilegi ed arroganti distinzioni, soprattutto se destinate a chi ha avuto più fortuna degli altri, e senza ipocrite motivazioni di diversa opportunità. Non ne esistono! Chi lavora ha diritto alla pensione per la parte e per gli anni in cui ha concorso ad accantonarla, secondo i più asettici criteri statistico-matematici. Chi fa il politico, ad esempio, non lo fa su prescrizione medica. Nessuno poi è indispensabile. L’accesso alla politica deve essere libero e garantito a tutti, perché non sia inteso come un mestiere, ma come un impegno volontario che coinvolga l’onorabilità di un cittadino responsabile. Anche le funzioni di governo, inoltre, non devono aggiungere ulteriori diritti che vadano oltre la retribuzione di un lavoro svolto con competenza e responsabilità, senza alcun cumulo con compensi di altri lavori lasciati.
Si parla tanto di far uscire dal sommerso una parte dell’economia italiana, con tutto quel lavoro, che sfugge al pagamento degli oneri fiscali e previdenziali, ma dal sommerso deve uscire anche il riconoscimento giuridico di tutte quelle funzioni di rappresentanza politica e sindacale che, benché riconosciute e consolidate nella prassi, siano in contrasto con la democrazia, prima che con quanto previsto dalla Legge fondamentale dello Stato. Partiti e sindacati devono essere case di vetro. Per esserlo devono rispettare norme di trasparenza e di democrazia.
La Costituzione, inoltre, non può essere un elastico che si estende e si comprime a piacimento, com’è oggi in Italia. Non può essere funzionale a quell’apparato, racchiuso nel rapporto d’interdipendenza di corporazioni consolidate che s’intrecciano tra istituzioni, politica, burocrazia, impresa e finanza, che, con l’apporto di tutte, forma e sostiene la Casta, “monade” dell’organizzazione affaristico-mafiosa del Paese.
Se sin dal primo articolo della nostra Costituzione, si pone al centro il metodo democratico, perché esso sia alla base di ogni rapporto funzionale, economico e sociale. La prima azione per chi tiene alla Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla lotta all’autoritarismo, senza con questo voler comprendere la stuccosa retorica antifascista dei suoi custodi più “incredibili”, apparsi, invece, nella sostanza, persino ad essa meno fedeli, è ripristinare, appunto, la democrazia. E la democrazia, nei paesi pluralisti di tradizione occidentale, è rispetto delle scelte degli elettori, garanzie e libertà.
Il funzionamento civile del nostro sistema, il recupero della fiducia, per allontanare il pericolo dello scontro sociale, passa attraverso la rivisitazione di tutto ciò che trasforma in tecnocratico, in oligarchico, in autoreferenziale, in abusivo, cioè in casta, l’organizzazione politica e sociale dello Stato. Il popolo è stanco di essere preso in considerazione solo quando è chiamato alle urne per conferire agli eletti un mandato in bianco che il più delle volte è utilizzato per tutt’altro, compreso il tornaconto e le opportunità dei mandatari, a dispetto della volontà dei conferenti.
L’art. 67 della Costituzione, da essere a garanzia dell’autonomia dei parlamentari, per difenderli dalle pressioni di lobbies e partiti, funge da copertura a chi si mette sul mercato. C’è chi, per tutta la durata del mandato, s’impegna solo a studiare il modo per far rendere al massimo la propria condizione di eletto, senza interessarsi alle scelte degli elettori. I più pensano ad assicurarsi solo la ricandidatura e la rielezione.
La democrazia è sovranità popolare. E’ il popolo che deve scegliere. E deve farlo in sicurezza vincolando moralmente i suoi delegati. Le scelte non possono essere mortificate da interessi personali e tantomeno da quelli di apparati funzionali e burocratici dello Stato. Anche l’azione penale, ad esempio, a volte condiziona le scelte. In Italia si è anche avuta la sensazione che sia più vantaggiosa una collocazione politica, anziché un’altra, per farla franca.
Il popolo è in se democrazia. Il resto sono solo funzioni dello Stato che, perché siano giuste e democratiche, devono essere esercitate in modo uguale per tutti, senza distinzioni di niente. Il resto, in se, non è mai democrazia e, se esercitato contro i cittadini, o contro una parte di questi, il più delle volte è autoritarismo. E’ prepotenza.
Vito Schepisi
21 dicembre 2009
Le riforme

Da qualche anno, la parola magica della politica è “riforme”. E’ come per il Barbiere di Siviglia … tutti le vogliono, tutti le cercano … purché siano di qualità. E’ dal 1983, con la Commissione Bicamerale di Aldo Bozzi, che provano in Italia a farle queste benedette riforme costituzionali e legislative dello Stato. Fino ad ora è stato un inutile processo di ipocrisia politica, un tentativo reiterato e dispendioso, nebuloso, dispersivo e senza senso. Tutti, a parole, le riforme le vogliono, ma tutti purché non siano un qualcosa. E ciascuno fa un elenco di ciò che non devono essere. Nella perizia di fare elenchi di ciò che non devono essere, va sempre a finire che non lo sono affatto: cioè che non si facciano. Non devono servire a questo, non devono favorire quello, così stranamente sfugge la percezione di ciò che invece dovrebbero essere.
La verità è ben diversa. Appare un gioco ostruzionistico, una melina politica. Sembra, infatti, che sia come se ben si sapesse che le riforme servano a chi ha un modello sociale da proporre, ma che, allo stesso tempo, sia anche consapevole di non avere nell’area di riferimento una larga coesione su una strategia politica, costruita questa su un nuovo modello di società da rilanciare. Va a finire che ci si preoccupi solo che non siano altri a prendere l’iniziativa, ed in questo caso a stroncarla.
Sembra la politica degli interessi conservatori degli strati più retrivi e corporativi del Paese. Uomini che spacciano la distruzione dei valori tradizionali di un popolo per nuovo progresso. Soggetti che fomentano lo scontro etico ed i dubbi sui valori della nostra civiltà e che si attrezzano a porre steccati di incomprensione, per trascinare alla reazione contro uno sviluppo ordinato del Paese. Una classe conservatrice e reazionaria dove il dividere serve per imprimere una precisa ragione di casta e di controllo. Parrucconi e sepolcri imbiancati che si nascondono dietro le contrapposizioni pregiudiziali, che fomentano odio, che diffondono le parole d’ordine del disfattismo, per nascondere i successi, come è capitato nel periodo più nero dei mercati mondiali dal 1929, quando si è usato anche il gossip per celare i successi del Paese. E’ emersa persino la volontà di infangare l’Italia. Un rancore che sembra il frutto non solo dell’invidia, ma del calcolo. C’è una commistione tra poteri e partiti preoccupata ad impedire che l’azione dell’esecutivo riesca efficacemente ad incidere, perché ciò li metterebbe definitivamente fuori gioco per “impotentia generandi”o addirittura “coeundi”.
Non si capisce, però, come si faccia a fare le riforme senza cambiare qualcosa. Tutti le vorrebbero purché non favoriscano qualcuno. Ma le riforme in democrazia favoriscono tutti. Bisognerebbe che sia ben chiaro ai competitori della politica che prima di essere premier, in democrazia, si compete per esserlo. Se volessimo trovare una riforma democratica che impedisca per legge che il governo del Paese sia presieduto da chi vince le elezioni, bisognerebbe rivolgersi ad un altro sistema. Di Pietro ed i suoi modi, pertanto, non sono un esempio di democrazia, ma di reazione squadrista. Il neo fascismo violento è reazione. E tra le riforme non rientra.
Bisogna aumentare i poteri dell’esecutivo, ma senza con questo favorire Berlusconi. Bisogna riequilibrare i poteri costituzionali ma senza favorire Berlusconi. Bisogna riformare la Giustizia ma senza favorire Berlusconi. Bisogna riformare la funzione del Parlamento ma senza favorire Berlusconi. In questo modo, però, non si può che vedere una vita dura per le riforme. In definitiva alcuni, forse troppi, vorrebbero solo mettere in un angolo Berlusconi, non fare le riforme.
La verità è che in Italia ci sono larghi strati di burocrati e di detentori di poteri di casta che le riforme invece non le vogliono affatto e che si servono dei politici compiacenti per affossare ogni tentativo. E lo fanno ponendosi strumentalmente sempre dietro l’ipotetico paravento del “cui prodest?” Naturalmente tutti dicono che sia sempre e solo Berlusconi.
Vito Schepisi
23 luglio 2009
Qualcosa di serio

Un partito si forma per qualcosa, per realizzare un modello di società, per far sviluppare una serie di iniziative nella vita civile e sociale del Paese. Una formazione politica propone una strategia in cui gli individui o le popolazioni possano meglio ritagliarsi gli spazi della propria soddisfazione.
Un partito, per definizione, rappresenta una parte più o meno vasta di popolazione che indica un modello di società e che privilegia una progetto di forme di rapporti tra cittadino e Stato. Più un partito incarna gli umori e la forza del sentimento comune e più si afferma attraverso l’espressione democratica del consenso.
Questo modo di regolare i rapporti tra stato e cittadino, questa facoltà di libertà associativa, di pluralismo delle idee e delle forme, di rispetto delle regole e delle leggi e di partecipazione alla vita politica si chiama democrazia. Per inciso andrebbe sempre ricordato che nella sostanza la democrazia è questa e niente altro.
Non esiste una dittatura democratica e neanche una dittatura dal basso del popolo del web (Grillo) che possa sostituire le regole di civiltà di una democrazia rappresentativa. E’ la democrazia dei partiti che, organizzata nelle sue diverse forme istituzionali, ha consentito nel mondo occidentale di far sviluppare condizioni di civiltà e di benessere diffuse tra le popolazioni. Ogni partito ha la sua storia, anche quelli che, di nuova formazione, assimilano culture ed origini diverse o integrano i valori essenziali dei più importanti comuni ideali per essere riferimento di un’area di proposta più vasta per il governo del Paese.
Il dibattito politico avrebbe dunque la funzione del confronto tra le diverse istanze sociali e le diverse prerogative dei valori che emergono dai bisogni della popolazione, dalla sua emotività ideale, dalla sua tradizione e memoria storica, dalla sua esigenza di crescita culturale, ed ancora dai rapporti economico-sociali tra il mondo della produzione e quello del lavoro e dagli impegni di natura finanziaria, fiscale, diplomatica e/o istituzionale dello Stato.
Non sempre, però, questo dibattito riesce a svilupparsi compiutamente. C’è una sorta di disconoscimento reciproco della legittimità di rappresentare il Paese. Il tatticismo finisce per coinvolgere un po’ tutti. Ci sono, inoltre, anche elementi estranei alla democrazia che si assumono il compito di ostacolare tutto: dal dialogo, alle riforme; dai provvedimenti legislativi, ai corretti rapporti istituzionali. Ci sono protagonisti che si intromettono nel dibattito interno di un partito, in modo invasivo e spesso mortificante, falsandone i contenuti e rendendo ancor più complesso il travaglio di una scelta ragionata.
Accade anche questo! Ed è la ragione per la quale i regolamenti delle assemblee e dei congressi, che hanno sempre stabilito le modalità per le iscrizioni e per le candidature ed i termini del tesseramento per la partecipazione attiva e passiva ai lavori congressuali, devono essere conservati. Qualcuno nel PD ha detto, giustamente, che un partito non è un tram o un taxi o un qualsiasi mezzo di trasporto. Un partito, e la sua conduzione, in tutta onestà, non può essere lasciato agli umori di avventurieri dell’ultima ora.
Questi uomini contro, protagonisti di politiche dai tratti sommari, estranei alla democrazia, si sono assunti la responsabilità di ostacolare quel proposito, che in certi momenti è sembrato condiviso, di rendere normale la vita politica del Paese. L’antipolitica, benché inserita nel sistema dei partiti, impedisce l’abbattimento dei vecchi steccati ed ostacola l’avvio di un corretto confronto tra maggioranza ed opposizione.
Se la mancanza di un leale rapporto democratico tra gli opposti schieramenti politici rappresenta un grosso ostacolo nel rendere, anche il nostro, un paese normale, la reazione dell’antipolitica fomenta forme di pericoloso dissenso. I toni e gli atteggiamenti dirompenti e le campagne di stampa diffamanti, benché prive di contenuti politici, ma miranti alla delegittimazione del Governo, invece suffragato dal consenso popolare, costituiscono un serio pericolo per la democrazia.
Dal Congresso del PD, pertanto, è doveroso aspettarsi qualcosa di serio: una strategia politica più visibile, più autonoma e meno confusa. Le comiche le abbiamo già viste!
12 settembre 2008
Tutti aspettano che prenda il volo

Il fatto è che mentre c’è una parte del Paese che vorrebbe veder volare gli aerei con la bandiera tricolore, ce n’è un’altra che vorrebbe veder volare l’accordo.
In Italia si chiamano “gufi”, come coloro che fanno gli scongiuri contro qualcosa. Sappiamo che sono sparsi dappertutto. Sono negli stadi, nelle tv, nei giornali, nella politica. I gufi sono né più né meno che gli iettatori, termine italiano carico di storia popolare che ci ricorda Napoli ed i suoi grandi personaggi del teatro popolare.
La trattativa è difficile perché le criticità sono tante. In passato si è pensato che la festa durasse per sempre e che gli aeroplani fossero come i maestri alle elementari. E così per assicurare lavoro a tutti, e distribuirne ancora altro, si sarà pensato di far volare il modulo di tre aerei, al posto di uno, con gli stessi passeggeri. E’ infatti possibile che tra i consulenti, che in Italia si sprecano su tutto, ne abbiano cooptati alcuni che potessero studiare la realizzazione dell’idea di far volare più aerei contemporaneamente per lo stesso volo.
Gli esuberi, gli stipendi, l’orario di lavoro, la flessibilità, i benefit, il piano industriale, i debiti, gli azionisti della vecchia compagnia e poi gli scali, le ambizioni territoriali, i capitali, gli ammortizzatori sociali, la vendita delle singole attività alla nuova Alitalia, i sindacati, la cordata industriale, i politici sono soltanto una ricognizione per difetto delle parti in causa. Ci sono anche gli enti locali, i sindaci di importanti comuni, i presidenti delle regioni, gli interessi delle società che gestiscono gli aeroporti sul territorio nazionale e persino tecnici e personale di terra dei diversi aeroporti italiani.
Dietro tutto questo c’è ancora l’interesse del Paese, del suo turismo, del suo ruolo strategico in Europa e nel mondo. L’Italia non è la Svizzera che se è priva della Swissair non se ne accorge nessuno: è un Paese del G7 ed ambisce a giocare il suo ruolo nel contesto internazionale. Ed a giusta ragione, perché è centro di interesse mondiale per patrimonio naturale, arte e cultura.
Se tutti si aspettano che il rilancio di Alitalia prenda il volo, si deve però essere preoccupati per quelli che tifano perché prenda il volo sbagliato.
Si resta allibiti se si pensa che fa scalpore il taglio di 87.000 lavoratori nella scuola, da distribuire in un largo arco di tempo, senza licenziare nessuno, ma solo non sostituendo coloro che vanno in quiescenza e riducendo il ricorso ai supplenti, ed invece si vorrebbe far saltare il piano per il salvataggio di Alitalia lasciando definitamene a terra 20.000 lavoratori diretti e non si sa quanti ancora nelle attività che al trasporto aereo nazionale sono collegati.
Eppure se si va su internet c’è una quantità notevole di bloggers e commentatori che sostengono che il piano Fenice non debba decollare. Sono tutti quelli che vedono nel fallimento di Alitalia l’opportunità per mettere in difficoltà Berlusconi e la sua maggioranza di centrodestra. Il classico dispetto del marito stupido e sprovveduto alla moglie.
Non resta che aspettare. Ora è dovere di tutti cercare di smussare le spigolosità di una trattativa complicata dove sono certamente sul tavolo richieste ed offerte legittime da una parte e dall’altra. Nessuno deve pensare, fino a prova del contrario, che manchi il senso della responsabilità delle parti che discutono. Le rinunce sono amare ed è sempre facile giudicarle dal di fuori. Ma anche i cedimenti sono pericolosi se non riescono a centrare l’obiettivo della redditività e della collocazione sul mercato. Gli investimenti accorrono laddove c’è convenienza e scappano dalle imprese che non offrono prospettive, per un elementare principio economico basato sulla ricerca del profitto.
Il rilancio va bene se si parte con il piede giusto. Pensare, invece, di andare avanti per prendere tempo e disperdere risorse sarebbe inutile. Se questa Italia intesa come Istituzioni, forze politiche e rappresentanze sociali non è in grado di sollevarsi, di decollare sulle ali di una Compagnia di Bandiera nel segno della responsabilità di tutti, è destinata purtroppo ad altri insuccessi ed ad altre avventure che spero nessuno osi augurarsi.
06 marzo 2008
Il Grande Circo Barnum della politica

L’indicazione, e la collocazione dei candidati nelle liste, stabilisce il successo, le speranze o la sicura trombatura dell’aspirante parlamentare.
Sia il sistema uninomale maggioritario che quello proporzionale con liste bloccate affidano, infatti, ai partiti il massimo delle responsabilità e della discrezionalità per le nomine, e sia l’un metodo che l’altro privano gli elettori del diritto di scelta.
Con il maggioritario avviene che in collegi più ridotti si presentano, contrapposti, i candidati indicati dai partiti o dalle coalizioni. Con la scelta del partito si è obbligati a scegliere così anche il candidato. E’ un metodo, però, che andrebbe bene in un sistema prevalentemente bipolare.
Con il proporzionale a liste bloccate i collegi sono più ampi ed in questi sono proposti gruppi di candidati in ordine già stabilito di preferenza, in modo tale che sono i partiti a disporre quali nell’ordine far eleggere.
La scelta dei cittadini avviene solo sui partiti, o le coalizioni. Gli elettori in questo modo non sapranno di fatto chi dei candidati nella lista beneficerà del loro voto.
C’è stato molto disappunto per questa forma di voto perché impedisce agli elettori la facoltà della scelta ed attribuisce ai partiti un potere molto ampio. Sappiamo, però, che è solo una questione di forma. Anche con il precedente sistema per la parte proporzionale era così! La sostanza, infatti, resta quella del programma e dell’indirizzo politico che l’elettore ha in animo di scegliere.
Neanche la scelta del metodo tedesco, o quello delle bozze uno e due di Bianco, avrebbe risolto la questione della scelta dell’elettore. Il proporzionale è, comunque e sempre, o a lista bloccata o con le preferenze. E c’è un’idea abbastanza condivisa che indica le preferenze come fonte di corruzione e di mercificazione del voto. Riesumarle sarebbe, pertanto, un rimedio peggiore del male.
Se l’alternativa alla scelta dei partiti sono così le preferenze, una iattura a cui si attribuisce gran parte del malcostume della prima repubblica, sarebbe persino opportuno pensare che sia preferibile lasciare le cose come stanno.
Si ha, infatti, l’impressione che questo sia un falso problema che si è voluto ingigantire, per la solita contrapposizione politica, oltre la sua vera portata, anche se si ritiene opportuna una nuova legge elettorale che semplifichi il sistema del consenso popolare e renda più certe ed individuabili le scelte. L’obiettivo dovrebbe essere quello di favorire la formazione di grandi partiti, radicati sulle larghe ispirazioni civili e sociali della popolazione. Favorire l’aggregazione sulle idee e sui contenuti e non necessariamente sugli uomini.
E’ illusivo si diceva il gioco delle candidature e la distribuzione in pillole giornaliere delle novità. Scendono in campo nomi famosi, o rappresentanti di categorie, per dar forma a strategie di penetrazione in strati sempre più larghi di opinione pubblica.
E’ l’aspetto pubblicitario della politica, come quella del bucato più bianco, perché alla fine, come in passato, non sono i nomi dei personaggi famosi e neanche quelli degli operai e dei lavoratori di call center, ad esempio, che stabiliranno gli indirizzi guida di una maggioranza.
Saranno sempre i partiti. Gli altri sono spesso figuranti, sono come le immagini sulle copertine patinate dei giornali. Servono a convincere gli elettori indecisi a votare per chi candida il personaggio ritenuto più sostenibile, proprio come i rotocalchi che per attirare gli acquirenti mettono in prima pagina le foto che riscontrano un piacevole impatto con i lettori.
Comporre le liste è anche traumatico perché si promuove sempre qualcuno, mentre si retrocedono altri. Si deve tener conto delle competenze perché in ogni Camera siano rappresentate conoscenze adeguate per saper e poter fronteggiare il dibattito sui diversi argomenti in discussione. Si deve assicurare la presenza di uomini con forte personalità, tenaci e capaci nel saper gestire i gruppi parlamentari.
Serve assicurare l’esperienza e la conoscenza dei regolamenti parlamentari. Serve disporre di una rosa di candidati capaci di assumere responsabilità istituzionali e presidenze di commissioni di Camera e Senato.
Nella composizione delle liste si deve tener conto dell’aggancio territoriale dei candidati perché le diverse zone del Paese siano adeguatamente rappresentate. Conta il seguito dei personaggi e la loro affidabilità in ambito sia nazionale che territoriale. Ci sono poi i casi personali, i litigi e le contrapposizioni, l’equilibrio dei pesi, donne e giovani adeguatamente distribuiti, le figure carismatiche, gli amici di cordata, i portavoce, i portaborse, i fedeli, i capri espiatori di ieri e quelli di un possibile domani a cui garantire uno scanno parlamentare, i portatori d’acqua e quelli di idee. In fin dei conti al Parlamento vanno coloro che sono lo specchio della società. Anche se nessuno è disposto ad ammetterlo.
I capilista e le candidature multiple sono poi l’esercizio dell’arte più sottile degli apparati dei partiti. I primi hanno lo scopo di identificare con un personaggio un valore aggiunto ai programmi ed agli indirizzi politici. I secondi sono la variabile delle opzioni future perché in base alla loro opzione finale si faranno le ulteriori scelte tra i primi dei non eletti.
E’così che tra illusioni e traumi si sviluppa il primo atto del Grande Circo Barnum della campagna elettorale.