Visualizzazione post con etichetta Bonino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bonino. Mostra tutti i post

02 maggio 2013

L'auspicio della svolta liberale



Se non ci fosse stata la legge dei numeri preponderanti, il governo Letta – Alfano sarebbe apparso come un governo a guida Pdl.
Basterebbe soffermarsi sulla sostanza del discorso pronunciato da Letta in Parlamento.
Se si ripulissero le sue parole dalla retorica dell’occasione, dalla difesa degli atteggiamenti del suo partito, dal richiamo ad una identità politica da rivendicare e da tutte le cose che doveva necessariamente dire, per il modo della sinistra di voler apparire sempre più “politicamente corretto”, Il discorso di Letta potrebbe anche sembrar scritto dal Cavalier Berlusconi.
La guida di questo governo è, però, del PD.
Il partito della sinistra ha anche la maggioranza assoluta dei ministri. Il Pdl ne ha solo 5 su ventidue, 3 sono di Scelta Civica di Mario Monti, un radicale e 4 tecnici, ma di area naturalmente vicina alla sinistra.
Sembra che il Pdl non abbia posto nessun ostacolo sui numeri e sui nomi, al contrario del PD che ne ha bocciati alcuni del centrodestra. Tutta roba di lana caprina per soddisfare la sete di astio di una base eccitata dai capipopolo, avvezzi a scaldare le piazze e le tribune televisive indicando i nemici da abbattere. Gli idioti non mancano mai e serviva anche questo per celare il carattere pretestuoso degli atteggiamenti già visti con Bersani.
E’ facile fare i prepotenti con un sistema elettorale che, pensato per un confronto bipolare, ha consentito al PD, con solo lo 0,36% dei voti in più del Pdl, di avere alla Camera invece del 30%, il 55% dei seggi, con un premio di maggioranza del 25% di seggi in più. Per questo Bersani aveva ostacolato, negli sgoccioli della passata legislatura, ogni tentativo di modifica della legge elettorale, compresa la soglia per accedere al premio di maggioranza.
In virtù di questo vantaggio la sinistra ha provato a fare il pieno occupando il 100% delle istituzioni. Voleva fare così anche con il Governo, ma il grande slam a Bersani non è riuscito.
E’ stato varato, invece, un Governo dalle larghe intese.
Ha vinto il buon senso.
E’ prevalso l’invito di Napolitano ai partiti di ricercare la pacificazione nazionale e di assumersi le responsabilità verso il Paese.
L’Italia non si poteva ancora permettere di proseguire con i pregiudizi ideologici. L’alternativa alle larghe intese, dopo che il Capo dello Stato aveva respinto ogni soluzione pasticciata e confusa, sarebbero state solo le nuove elezioni. Ma con il Pdl decisamente in testa nei sondaggi, per la sinistra un nuovo ricorso alle urne sarebbe stato un massacro, dopo 60 giorni di impasse, senza idee, sfiancato dall’antipolitica e con un partito diviso, e incapace di fare sintesi su scelte condivise.
L’antiberlusconismo non è un programma di governo, né dà soluzioni alla crisi del Paese. Anche le iniziative, comuni con il M5S, di liberarsi per legge dell’avversario politico, sono apparse deliranti e tali da inquietare gli elettori moderati del centrosinistra per il riemergere della sinistra post-comunista che cambia pelle ma che resta legata ai metodi illiberali.
Il Governo Letta ha, invece, un programma di governo.
Il PD non l’aveva.
Solo il Pdl in campagna elettorale ha proposto un programma per cambiare il Paese senza avventure. E l’ha fatto con l’indicazione di provvedimenti su questioni vere.
Enrico Letta ha recepito le indicazioni del Popolo della Libertà. C’è la cancellazione dell’IMU sulla prima casa che fa da apripista alla questione fiscale ed ai problemi delle famiglie.
C’è lo stop all’aumento, previsto per luglio, di un punto dell’Iva, poi gli sgravi fiscali per le imprese che assumono.
La rivisitazione della riforma Fornero, per rivederne le rigidità, accoglie le perplessità del Pdl. Il programma del Pdl chiedeva la cancellazione dei rimborsi elettorali e la riduzione dei costi della politica, recepite da Letta, e poi c’è l’idea della “Convenzione” per le riforme, per cambiare la seconda parte della Costituzione e riportare la centralità della nostra democrazia sulla sovranità popolare.
Ce n’è in abbondanza per comprendere che c’è condivisione sulla ricetta liberale per uscire dalla crisi economica, strutturale e politica e l’Italia.
Vito Schepisi
 

02 novembre 2008

Il Referendum sul grembiule

La sintesi l’ha tratta l’on. Emma Bonino, già radicale ed ora parcheggiata nel serraglio PD, assieme a intolleranti e populisti, alle lobby dei baroni ed ai difensori delle caste, ai giustizialisti ed agli integralisti. “Ci avete raccontato per 30 anni – ha detto l’ex ministra di Prodi – che i referendum si fanno sulle grandi questioni di principio. Quindi non andavano bene su giustizia ed energia. Ed oggi su cosa lo facciamo sul grembiule?”.
Neanche Berlusconi avrebbe potuto essere più tranchant della Bonino nel demolire prima del nascere il proposito di Veltroni e Di Pietro di un referendum sul decreto Gelmini. Dopo questa uscita dei radicali in congresso a Chianciano Terme - dove Veltroni non ha neanche trovato il tempo di farsi vedere per una visita di cortesia - insistere sul referendum sarebbe davvero disastroso e infantile. Ritrovarsi nuovamente a fianco dei dipietristi, scaricati appena qualche giorno prima, e della sinistra neo comunista con cui, prima delle ultime elezioni, aveva separato i letti per un amore risultato impossibile, è una scelta sgradevole dettata solo dalla confusione e dalla disperazione.
Una mossa precipitosa? Un entusiasmo esagerato per la presunta sensazione di aver trovato qualcosa da dire? Un leader che presumeva di poter governare il Paese e che ora si lascia andare a dichiarazioni senza senso, ad istigare la reazione di un misto di interessi di caste, di pulsioni vetero- sindacali, di baroni incalliti, di fannulloni preoccupati e di pregiudizi ideologici, è inquietante.
Dal rigido richiamo del controllo dei conti, con cui Prodi aveva costretto i suoi ministri e la sua maggioranza a sacrificare le istanze dei lavoratori italiani, ritrovatisi a dover tirare la cinghia, come è possibile ora passare senza vergogna all’avallo degli sprechi e degli abusi?
Quello della sinistra e del PD è un modo spregiudicato di strumentalizzare una facile protesta. E’ una strategia che denota disinteresse per il Paese, oltre che l’inossidabile abitudine della sinistra nel privilegiare gli interessi di parte all’interesse generale.
Veltroni e Di Pietro dovrebbero spiegare come possano avallare, con il loro silenzio, l’esercito di spregiudicati baroni universitari che dilapidano il pubblico denaro estendendo i loro vantaggi dai benefici personali a quelli di parenti, amici ed, in alcuni casi, a quelli di compiacenti concubine.
Se si dovesse convenire sull’uso del referendum sulle questioni di principio, tra le due situazioni, quella sul Lodo Alfano, ad esempio, e quella sul decreto convertito in legge della Gelmini, non dovrebbero esserci dubbi nel ritenere il primo più pertinente con la richiesta di abrogazione attraverso il referendum di leggi che violino principi, e non invece una richiesta di consultazione referendaria su dispositivi di legge rientranti nel regolare svolgimento delle attività di governo.
Il Lodo Alfano stabilisce che le funzioni principali dello Stato, espressioni della democrazia rappresentativa, siano messe in grado di lavorare con serenità e senza ingerenze da parte delle funzioni giurisdizionali dello Stato. Su questa norma a garanzia della continuità delle attività dell’esecutivo, salvo la facoltà di riprendere l’attività giudiziaria al termine del mandato popolare, con relativa a sospensione dei termini di prescrizione, sono stati sollevati dubbi di legittimità per presunta lesione dei principi di uguaglianza con gli altri cittadini italiani.
Ma quale principio c’è, invece, dietro un provvedimento legislativo che stabilisca che il percorso formativo primario di un bambino debba avvenire attraverso l’opera di un maestro unico, con l’ausilio per alcune discipline soltanto, come religione e lingua, di altri specifici insegnanti?
Ora se Veltroni si è rifiutato di avallare la richiesta referendaria di Di Pietro per il Lodo Alfano, non dovrebbe spiegare le basi logiche che lo vedono invece richiedente, assieme allo stesso ex PM, di una raccolta di firme per il referendum abrogativo della legge sul maestro unico?
Veltroni dovrebbe anche spiegare ai suoi elettori ed agli iscritti al PD come, dall’impegno per il nuovo corso della sinistra riformista italiana, si è ritrovato a dover abbracciare le semplificazioni acritiche e populiste dell’alfiere del neo-giustizialismo. Il suo PD si ritrova, infatti, a ripercorrere i passi del vecchio ideologismo autoritario-massimalista del secolo scorso. Ma ciò che più inquieta è che su questa strada si ritrova a dover inseguire un rozzo interprete come Di Pietro, per il quale anche un banale referendum sul grembiule può starci.
Vito Schepisi

29 febbraio 2008

Quelli che il programma PD

Leggendo il programma del PD c’è da porsi dinanzi ad un serio problema esistenziale. Tanti, infatti, sono stati investiti dal dubbio d’aver veramente vissuto una vita intellettualmente normale. Era tutto là, pronto: c’era la famosa ricetta per rendere felici gli italiani!
Nessuno era ancora riuscito purtroppo a capirlo. Tanto meno Prodi! E’ proprio vero che le cose che sembrano più difficili sono sempre quelle che hanno le soluzioni più facili! E’ sufficiente avere un’intelligenza più frizzante. L’intuito del “si può fare”!
Non è utile solo approfondire e studiare i problemi, è necessario anche pensare alla vita un po’ meno normale, anche a quella un po’ frivola fatta di feste, di notti bianche, di artisti di strada. Anche le sere e le notti passate con un bicchiere in mano, tra una battuta scontata, una citazione fuori posto, un sorriso inutile ed un po’ di memorie simil-epiche e divertenti dei tempi passati, ed ancora un po’ di vintage cinematografico. Le intuizioni utili sono quelle che richiedono fantasia e semplicismo. Una dote che possiede Veltroni.
La vita, i problemi, le difficoltà, sono del resto come un miscuglio di vicende, di fatti, di sogni, di successi e di delusioni. E’ sempre così! Le difficoltà provengono dalle illusioni mortificate, dai sogni non realizzati, dalle vite consumate nell’incomprensione.
E la soluzione per tutto non è forse solo un insieme di parole ben scelte e ben messe? Parole come tante altre che sono già state scritte? Le frasi si compongono tra sostantivi, verbi, aggettivi, preposizioni, articoli ed avverbi. Ed i fatti sono solo la riproduzione di una storia sempre uguale che si ripete monotonamente. Le soluzioni sono sempre là, perché sono le storie di sempre: quelle già note. Basta allora mischiare tutto insieme nello shaker della vita e mescere così nei bicchieri di ciascuno la pozione magica per far sorridere tutti. Si può fare Veltroni!
Peccato che Prodi non l’avesse capito! Invece Veltroni, il sindaco di Roma, con quelli che la sera…tra un abbacchio ed un bicchiere di vino, tra una matriciana ed una “americanata” decide d’inventarsi un cocktail di parole ed incomincia a mixerare essenze diverse: una tassa in meno di qua, un sogno infinito di là, un ritocco ai costi, un Pil che si gonfia ed un fegato che s’ingrossa, un favorino di qua, l’altro di là e una Tav che ancora non va.
Così si risolvono le cose! Ad esempio, per la spazzatura di Napoli un sacchetto per uno non farebbe male a nessuno. E’ così facile! Ma non l’aveva capito nessuno. E, perché no? Così, si può fare! Meno male allora che c’è Veltroni!
L’americano di Roma, con ascendente continente africano, deve averlo capito guardando i film degli yankees. Quelli dove con la mano protesa ed il pollice e l’indice uniti alle punte a forma di “O” e con l’idioma texano c'è ci dice: OK! Yes, we can. Basta un po’ di fantasia ed un po’ di mimica ed il film di Veltroni si che si può fare!
Un po’ di leghismo, un po’di finismo ed un po’ di berlusconismo, un’occhiata a Di Pietro, uno sguardo torvo a Boselli, una strizzatina d’occhi a Bonino, di nascosto a Pannella, e poi tante gocce di quel condimento saporito fatto di parole inutili e senza senso come lo "sviluppo inclusivo", il "welfare universalistico", l"educazione come ascensore sociale". Non è uno scherzo di Grillo! A pagina 5 del programma del PD di Veltroni c’è scritto proprio così!
I programmi elettorali dei partiti sono come le sintesi delle idee politiche. Sembrano tutti come un insieme di buoni propositi che presuppongono una condizione ideale ed animi virtuosi. In definitiva nient’altro che un cumulo di luoghi comuni e di sciocchezze che, si sa già in partenza, rimarranno ancorate solo ai principi teorici. Sono costruiti su presupposti di realtà più idealizzate che vere. Hanno anche la caratteristica della inevitabile ciclicità delle attualità politiche. I concetti, pur spesso veri ed importanti, se perdono attualità, si riempiono della polvere dell’oblio, per poi essere rispolverati quando la nuova attualità li ripropone.
Nel programma del PD, con un po’ di capitomboli, c’è qualche concetto scopiazzato, uno spreco di banali sciocchezze, qualche richiamo in formato ridotto di qualche concetto recuperato nelle 282 pagine di Prodi. Non mancano, però, gli intuiti veltroniani di grande genialità come, ad esempio, il più diretto, quello che fa presa subito perché splende di luce propria, quello immediato: “spendere meglio e meno”.
Basterebbe questa semplificazione per comprendere la grande tensione morale e l’ardua missione sociale del PD di Veltroni. Appare così, con la forza di questo concetto forte, quello che lega il meno al meglio, la novità dell’uomo nuovo.
Come allora non avvertire il soffio di questo vento che arriva?
Veltroni è come Moretti, il regista, campione della sinistra suggestiva fatta di immagini e sensazioni, ma anche di una noia pazzesca. E’ come la discontinuità col passato. Perché si dica qualcosa di diverso. Perché la politica si riduca a questo dire continuo. Alla ricerca del pensare: perché si appaia collocati in una geografia di un concetto. All’astrattezza del fare ed alla concretezza del dire, perché si sia protagonisti di un’immagine.
L’aspetto più preoccupante è l’impressione di leggere la sceneggiatura di una fiction: è il film di Veltroni.
Non si sa se verrà mai programmato. Saranno gli italiani a scegliere se vorranno rivedere un film che, in definitiva, molti in Italia hanno già visto.