Alla mia età i sogni più che nei sospiri si avvolgono in manti di buon senso.
Il mio sogno di una notte di mezza estate si riempie così di speranze e di angosce.
Mi scuserà dalla tomba Shakespeare, ma l’intreccio da commedia fantasiosa e complessa della sua nota opera teatrale mi sembra lo scenario adeguato ad una storia surreale che dura da venti anni e che il buon senso vorrebbe che si concludesse con il classico buon fine.
Oggi o tutt’al più domani dovrebbe chiudersi la storia giudiziaria sui diritti tv di Berlusconi. Mediaset è accusata di frode fiscale. Vero o falso non si saprà mai, non esistendo alcuna prova, neanche indiziaria, di questa accusa.
Se fosse però vero il reato di evasione fiscale, resterebbe il dato che dal 1994 Berlusconi non ha più alcun incarico nelle aziende da lui fondate, essendo, con la sua famiglia, solo l’azionista di maggioranza del Gruppo del Biscione. Esistono, al contrario, sentenze emesse dalla Corte di Cassazione che hanno stabilito, per ben due volte, l’estraneità del leader del centrodestra alla gestione di Mediaset.
Sulla scorta di questo processo, il Tribunale di Milano ha adottato due condanne durissime, in primo e secondo grado, come se il Tribunale nel giudicare non avesse avuto alcun dubbio sulla colpevolezza dell’ex premier: due condanne di gran lunga spropositate, rispetto alla precedente esperienza giudiziaria italiana per i reati di evasione fiscale.
Mancando prove e indizi ci troveremmo ancora una volta dinanzi all’assunto del “non poteva non sapere” che vale per alcuni casi e per altri no, a seconda dell’imputato e dei riti, quasi “privati”, di alcuni uffici giudiziari d’Italia.
Non mi soffermerò oltre, però, sui fatti che con contrapposte ricostruzioni appaiono su tutti i giornali ricchi di particolari e di ricostruzioni, controversi e interpretati a uso e consumo del target dei lettori e delle differenti linee editoriali e lobbistiche.
Solo un’amara riflessione che non si può sottacere: dopo l’allenatore della nazionale di calcio, quella d’ergersi a giudice, pratica alimentata da alcuni giornalisti manettari e da alcuni conduttori-sceneggiatori televisivi, è diventata la seconda aspirazione di milioni d’italiani.
Nella notte di mezza estate, bollente e umida di scirocco, ho sognato che i giudici della Corte di Cassazione, caricatisi d’un moto d’impeto, si soffermassero sulla Giustizia italiana imponendosi di darne dignità; respingessero, annullandole, le due sentenze per consentire che anche in Italia il confronto politico riprendesse come in una normale democrazia liberale.
Ho sognato che dopo l’esperienza vissuta, le forze politiche democratiche prendessero coscienza del corto circuito che si sta creando nel Paese, per effetto d’una parte della magistratura che prevarica il proprio ruolo costituzionale per intimidire, invadere, stabilire, scegliere e affermare principi etici ed ideologici che niente hanno a che fare con la normale gestione della Giustizia.
Ho sognato che si prendesse coscienza delle difficoltà e che per amor di Patria si deponessero le armi per stabilire in modo serio, e senza ipocrisie, quali siano le soluzioni.
In Italia, inaffi, c’è chi vive negli agi, perché privilegiato da un sistema in cui le caste e la burocrazia assorbono, consumano e sprecano le risorse di tutti, e c’è la povera gente che perde il lavoro o non ce la fa ad arrivare alla fine del mese.
In Italia c’è chi parla dei diritti dei gay e vorrebbe l’introduzione dei reati di opinione, anticamera dei regimi autoritari, e ci sono bambini denutriti e abusati e donne violentate.
Ho sognato, così, che dopo questo processo continuo alle scelte degli elettori, la nostra classe dirigente si accorgesse della necessità delle riforme, Giustizia per prima.
Ho sognato che decadessero tutti gli altri processi messi in piedi, in giro per l’Italia, come atti complementari allo scontro politico. Ruby compreso.
Ho sognato una moratoria per le farse e per le ipocrisie.
Poi ho pensato ai personaggi della politica italiana, alla sua classe dirigente, ho pensato ai giornalisti, ho pensato ai magistrati e mi è venuta l’angoscia.
Vito Schepisi
30 luglio 2013
19 luglio 2013
Democrazia e società civile
E' attiva una campagna di gruppi che si richiamano alla "società civile" che spingono per una candidatura a Sindaco di Bari del PM Desirèe Digeronimo, chiedendo ai grillini del M5S di unirsi a loro.
Requisito essenziale è di non essere iscritti a partiti.
Pur non essendo iscritto a nessun partito e pur con tantissime riserve che ho sull'attuale organizzazione partitocratica del Paese, non penso che una democrazia liberale possa prescindere dal pluralismo e dal confronto tra i partiti.
Senza i partiti non c'è democrazia.
E' in crisi il sistema della delega. Si vorrebbe un sistema che dia agli elettori un potere più ampio, come, ad esempio, quello di indicare un premier, un governo, un rappresentante e garante dello stato, togliendo ai partiti l'arte del compromesso e dell'accomodamento.
Quando il popolo stabilisce, fino a nuove elezioni, si devono aver chiari ruoli e programmi.
Questo sarebbe accettabile e condivisibile, ma pensare che si possa governare anche un piccolo comune con gli umori discordanti della così detta "società civile" - in cui spesso prevale chi si organizza e chi grida di più, o chi interrompe un tratto di strada, occupa una sede istituzionale o si stende sui binari della ferrovia - sarebbe impensabile.
In questo modo non si rende un'immagine di trasparenza e di trasversalità a Desirèe Digeronimo.
C'è un'area di opposizione al "sistema" Emiliano che è di gran lunga più largo. Io penso a questa area che è larga, larghissima. Che è maggioranza!
Altrimenti è tutto inutile ... consegniamo la città al designato di Emiliano.
Assisteremo ai colpi di teatro da qui alle elezioni! I professionisti della politica dell'inciucio stanno in agguato. Stanno già prendendo le misure a questo nuovo fenomeno. Repubblica che fa l'occhiolino a questa iniziativa, in verità, con l'articolo della scorsa settimana, le ha già tagliato un pezzo di gamba.
O si crede di avere a che fare con armate leggere?
Quando si metterà in moto l'artiglieria pesante, anche questa sarà stata solo una bella avventura. L'opportunità, invece, andrebbe utilizzata con trasparenza. Ci si può provare. Io direi che per il bene di Bari ci dobbiamo provare.
UNITI SI PUO' VINCERE AL PRIMO TURNO.
Agli amici di questo movimento l'ho detto in modo molto chiaro: per Bari voglio vincere. Abbiamo il dovere di liberare Bari dalle caste e dagli apparati, dai sistemi della parcellizzazione, dall'immobilismo amministrativo, dal degrado e dall'agonia lenta della nostra Città.
In quest'area di opposizione ci sono i partiti ed i valori fondanti della democrazia che restano. Ci sono le idee, i modelli, i sentimenti, la cultura di appartenenza ed anche quella visione d'insieme di un sistema sociale che è il nucleo propulsivo del confronto tra i partiti.
I sentimenti, le idee, i principi, le scelte di fondo restano anche se sono fuori dai partiti, ma per la coerenza del pensiero politico non si possono porre contro il sistema della democrazia rappresentativa.
Questo modo non sarebbe rivoluzionario, ma reazionario. Avrebbe come sbocco solo un'immagine eversiva.
Nella tradizione dei partiti c'è la democrazia, la libertà, il confronto, il pluralismo, la giustizia, le pari opportunità, il rispetto, la cultura, la legalità, i giovani, il lavoro, la qualità della vita e poi gli aspetti fondamentali di ogni comunità che si stringe attorno ai suoi simboli ed ai suoi colori per realizzare accoglienza, benessere, civiltà, aggregazione, servizi.
Tutto questo è un patrimonio che si realizza nel tempo attraverso le aperture ai contributi di tutti, non chiudendosi nell'autoreferenzialità esclusiva di associazioni che si richiamano alla "società civile".
Non fa poi parte della società civile anche chi è iscritto ai partiti?
Vito Schepisi
24 giugno 2013
Il più processato d'Italia
Molti italiani in questo momento sono in attesa della sentenza "Ruby".
Tra di loro due fazioni agguerrite: una a favore di una sentenza di assoluzione ed un'altra che tifa per una sentenza di condanna.
Il Cavalier Berlusconi ha sempre avuto un comportamento disinvolto. Questa è una verità incontrovertibile. La sua leggerezza, però, pesa sul piatto della bilancia molto meno di quanto possa pesare il conformismo e l'ipocrisia di altri.
Dovremmo chiederci se sia meno commendevole una vita spavalda o una vita tutta finzione ed etichetta. Se sia più accettabile l'arroganza di chi non si vuole privare di niente, o quella di chi, di nascosto, approfitta del suo potere per favorire gli amici, per arricchirsi e per togliere danaro dalle tasche degli altri.
E' stato accusato di aver elargito soldi a destra ed a manca. E' stato accusato di averlo fatto per tante cose: per avere consenso; per nascondere le sue marachelle; per vincere le sue battaglie.
Sarà vero?
Nessun tribunale ha mai provato tutto questo.
C'è chi, invece, dovrebbe essere accusato di reati ben più gravi, ma si avvale di omertà e di compiacenze. C'è chi ruba e la fa franca. C'è chi truffa e affama il popolo, chi è corrotto, chi nasconde la verità, chi favorisce la casta, chi finge, chi è insensibile a tutto e a tutti.
C'è chi è mandante di stragi, chi nasconde i colpevoli, chi tratta con la mafia, chi si arricchisce sulla pelle e sulla salute della povera gente.
C'è chi nasconde il degrado per avidità. C'è chi è incapace, chi si vende, chi è pavido, chi tace. C'è chi è strisciante e viscido. C'è chi non lavora e vive bene, chi sfrutta il lavoro degli altri. C'è chi vive nel lusso a spese dei contribuenti.
La questione è che Berlusconi è l'uomo più indagato del mondo. E' l'uomo che ha subito più processi in assoluto. Se si sommassero le condanne richieste per lui ci vorrebbero una decina di vite per scontarle.
Eppure Berlusconi non ha mai rubato, né ha mai ucciso qualcuno e non è neanche mai stato un gerarca fascista, al contrario di altri. Non ha mai gettato bombe molotov, né ha mai parteggiato per squadracce di facinorosi che si sono macchiati di feroci delitti politici negli anni 70.
Non ha mai esultato per l'ingresso dei carri armati nelle città del mondo per soffocare la libertà degli individui. Non ha mai giustificato i fatti più atroci della storia.
La domanda viene spontanea: ma allora perché è da venti anni che ha la magistratura che gli sta alle calcagna?
Forse perché è quel personaggio che nel 1994 ha impedito agli ex comunisti di prendere il potere in Italia?
Vito Schepisi
19 giugno 2013
Desirèe chi ama la Giustizia è con te
Le motivazioni della prima commissione del CSM per l'avvio della procedura per incompatibilità ambientale a carico della PM Desirèe Digeronimo lasciano allibiti.
Com’è noto, tutto è iniziato con una lettera riservata dei PM Digeronimo e Bretone ai Capi della Procura e al Presidente del Tribunale di Bari.
Nella lettera, finita "misteriosamente" sulla stampa, i due PM segnalavano circostanze che, a loro avviso, avrebbero dovuto indurre il magistrato che aveva assolto Vendola ad astenersi dal Giudizio.
La pubblicazione della lettera ha mosso 26 magistrati di “Area”, corrente della sinistra ideologica della magistratura, a censurare e chiedere il trasferimento della sola Digeronimo per incompatibilità ambientale.
Nell’istruttoria aperta, la prima commissione del CSM ha formulato alcune ipotesi di responsabilità. Tra queste, imputa alla Dr. Digeronimo conflittualità con esponenti del Foro barese.
Come se le dispute tra accusa e difesa siano sempre state serene discussioni tra amici.
Avendo in memoria la lettera aperta di Vendola dell'estate del 2009: «La sua indagine sta diventando lo strumento di una campagna che mira a colpire la mia persona», sarebbe interessante conoscere i nomi degli assistiti dei legali che hanno lamentato questa conflittualità.
Ma sarebbe ancora più interessante sapere, magari dal CSM, cosa debba fare un magistrato onesto che non ci sta ad usare la giustizia facendosi dominare dalle passioni e dai pregiudizi.
La prima commissione del CSM rileva, inoltre, che la PM Digeronimo ha per amica il medico Dr. Paola D’Aprile che a sua volta è amica del Direttore Generale delle Asl pugliesi Lea Cosentino, ma gli Ordinamenti democratici della nostra Repubblica non vietano ad un magistrato il diritto di vivere la normale vita sociale della propria città.
Avere un'amica è tutt'altro che un fatto disciplinarmente rilevante. Sarebbe, invece, più rilevante avere rapporti di amicizia con un imputato o con un suo parente stretto, e poi giudicarlo.
Nel caso specifico, non si può sostenere che l'amicizia con una persona possa aver messo in pericolo l'imparzialità del PM, quando la persona in questione non ha nessun conto da chiarire con la giustizia. E non risulta, infine, che il PM Digeronimo abbia avuto occhi di riguardo per il Direttore delle Asl pugliesi Lea Cosentino, quando, come appare dagli atti giudiziari compiuti, l'ha indagata e trascinata in giudizio per rispondere di ipotesi di reato.
Vito Schepisi
BUROCRAZIA AMICA PER UNA NUOVA BARI
Il ruolo della burocrazia è l’argomento d’attualità per un’Italia che punta alla ripresa e vuole recuperare la fiducia dei cittadini.
In un Convegno organizzato da Rinascibari, introdotti dal portavoce dr. Giovanni Giua, dopo il saluto del Presidente Della Provincia Dr. Francesco Schittulli, ne hanno parlato: il dr. Michele D’Innella, l’avv. Dante Leonardi ed il giornalista-saggista Dr. Canio Trione.
In Italia - ha sostenuto D’Innella - la burocrazia è il mezzo con cui si esercita il potere, ed è la ragione per la quale la politica cerca di occuparla. Lo spoil system in Italia si attua cambiando i vertici degli enti e degli apparati burocratici.
Anche l’aspetto tecnico-giuridico-normativo ha le sue criticità: cinque responsabilità in capo al dirigente sono eccessive, perché paralizzano l'azione amministrativa e impediscono gli accordi. L’ideale – ha sostenuto l’avv. Leonardi - sarebbe procedere mettendo attorno ad un tavolo tutti i portatori d'interesse per promuovere accordi che riescano ad attuare il massimo possibile degli interessi di ciascuno.
In democrazia, l’azione politico-amministrativa deve essere sostanza economico-sociale. In quest’ottica il lavoro è al primo posto, com’è sancito dall’art.1 della Costituzione. Non si può pensare - ha detto l’economista Trione - che per creare lavoro sia necessario chiedere permessi. L’intervento dell’autorità amministrativa deve essere a sostegno per il disbrigo delle pratiche necessarie. E’ da chiudere il capitolo medioevale delle istituzioni contro i cittadini, per aprire la fase moderna della collaborazione. Per Trione, le pratiche burocratiche devono essere ridotte al minimo e quelle necessarie assolte dalla P.A.
Riportare al centro il cittadino con i suoi diritti. La burocrazia dovrebbe solo aiutarlo a creare lavoro e ricchezza. E’ questa la Burocrazia Amica che Rinascibari propone per tutta l’Italia, ad iniziare da Bari.
Si è aperto un vivace dibattito a cui hanno preso parte tra gli altri l’ing.Campanale, la giornalista Mary Sellani, l’avv Ernesto Cianciola e l’On. Antonio Distaso.
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07 giugno 2013
Emiliano tra politica e magistratura
Il sindaco di Bari Emiliano, su Facebook, chiede ai baresi quali siano gli impegni disattesi della sua amministrazione.
Il suo EGO non gli dà pace. Prova ancora a far prevalere le sue ostentazioni di trasparenza e di condivisione, anche se poi fa sempre tutto da solo.
E fa sempre male. Emiliano è come un temporale senza pioggia. Lampi e tuoni e poi … niente.
Chiede ai baresi di contestargli gli impegni non mantenuti. Sarebbe più facile iniziare dalle promesse mantenute: si eviterebbe di spulciare, tra le tante parole scritte e pronunciate, quelle che sono rimaste solo sulla carta e quelle che si sono involate tra i tanti suoni indistinti a cui la politica, da tempo, ha abitato gli italiani. Lo si dica subito, pertanto: nessuna promessa è stata mantenuta.
NESSUN IMPEGNO DI EMILIANO E' ANDATO A BUON FINE.
A Bari direbbero di lui: è un “carico a chiacchiere”.
Il Sindaco della Città levantina si è trovato ben presto a fare le stesse cose di tutti i politici: scalare la vetta del partito - fino ad arrivare prima alla Segreteria e poi alla Presidenza regionale del PD - magnificare il suo operato e raccontar balle.
Le somme del suo mandato sono scarse. A renderle poco convincenti non è stata solo la candidatura alla gara del miglior demagogo con il ricordo dei 30.000 posti di lavoro a Bari, promessi nel 2009 - una promessa che, se ha fatto colpo in campagna elettorale, non ha mai convinto i più attenti - e non è stato neanche lo squallore delle "cozze pelose", in cui la cosa più grave non è nella facile ironia, ma nel fatto che alcuni palazzinari facevano e disfacevano a Palazzo di Città come se la Casa della comunità cittadina fosse casa loro.
Nel tirare le somme, dopo quasi 10 anni delle due sindacature, si rileva che Bari ha ceduto terreno su diversi fronti: dall'igiene, alla raccolta differenziata; dalla viabilità urbana, alla qualità della vita; dal recupero ambientale, all'ordine pubblico; dai servizi resi alla cittadinanza, alla valorizzazione del patrimonio culturale. Ha perso posti di lavoro. Ha perso attività commerciali. Ha perso coraggio e speranze. Rischia di perdere il futuro dei giovani.
Bari oggi è una Città alla deriva, ad iniziare da Piazza Moro e Piazza Umberto con il tratto di via Sparano che li collega, immagine d’impatto della Città per chi ci viene in treno, immerse in uno squallore indicibile, tra degrado e spaccio e per quell’inquietudine che prende per l’avvertibile presenza della microcriminalità.
A BARI NON C'E' UN'OPERA PUBBLICA CHE SIA STATA REALIZZATA.
Il Sindaco lascerà in eredità alla prossima amministrazione: criminalità, racket, degrado, contenziosi e risarcimenti (Cittadella Giudiziaria e Punta Perotti), una città in cui i parcheggi costano 2 euro l'ora, burocrazia asfissiante e saracinesche chiuse. Lascerà i "fallimenti" del Teatro Petruzzelli e della Fiera del Levante. Il primo simbolo di una Bari colta e sensibile; la seconda simbolo di una gloria passata in cui Bari ambiva ad essere un riferimento per gli scambi commerciali e per la cultura dell'integrazione nell'Area del Mediterraneo.
L’hanno soprannominato "lo sceriffo" perché, come gli uomini di legge del vecchio far west, quelli che entravano nel saloon per dirimere le controversie e mettere in prigione l'ubriaco molesto, il Sindaco di Bari è intervenuto sui fatti di piccola cronaca della Città con la stessa ostentazione e con la stessa spavalderia, spesso a beneficio di telecamere, di giornalisti e di studi televisivi locali e nazionali. Prima di lui, senza spavalderie, Bari aveva, invece, recuperato smalto e fermento.
Dopo l’esperienza di amministratore di una grande Città, L'ex PM Emiliano, forse deluso dalla sua inconcludenza, dice di voler tornare a fare il Magistrato. Sbaglia anche in questo. La questione è controversa, ma è diffusa l’idea che sia inopportuno che un magistrato possa passare da un ruolo politico e amministrativo, schierato da una parte, all'esercizio di una funzione giudiziaria. Si è sempre detto, infatti, che un magistrato deve essere e sembrare sopra le parti.
Ha lasciato la magistratura per la politica, ora continui a farla.
Potrà sempre promettere trasparenza e condivisione e altri 30.000 posti di lavoro: vedrà che in questa Italia troverà sempre qualcuno disposti a credergli.
Vito Schepisi
Il suo EGO non gli dà pace. Prova ancora a far prevalere le sue ostentazioni di trasparenza e di condivisione, anche se poi fa sempre tutto da solo.
E fa sempre male. Emiliano è come un temporale senza pioggia. Lampi e tuoni e poi … niente.
Chiede ai baresi di contestargli gli impegni non mantenuti. Sarebbe più facile iniziare dalle promesse mantenute: si eviterebbe di spulciare, tra le tante parole scritte e pronunciate, quelle che sono rimaste solo sulla carta e quelle che si sono involate tra i tanti suoni indistinti a cui la politica, da tempo, ha abitato gli italiani. Lo si dica subito, pertanto: nessuna promessa è stata mantenuta.
NESSUN IMPEGNO DI EMILIANO E' ANDATO A BUON FINE.
A Bari direbbero di lui: è un “carico a chiacchiere”.
Il Sindaco della Città levantina si è trovato ben presto a fare le stesse cose di tutti i politici: scalare la vetta del partito - fino ad arrivare prima alla Segreteria e poi alla Presidenza regionale del PD - magnificare il suo operato e raccontar balle.
Le somme del suo mandato sono scarse. A renderle poco convincenti non è stata solo la candidatura alla gara del miglior demagogo con il ricordo dei 30.000 posti di lavoro a Bari, promessi nel 2009 - una promessa che, se ha fatto colpo in campagna elettorale, non ha mai convinto i più attenti - e non è stato neanche lo squallore delle "cozze pelose", in cui la cosa più grave non è nella facile ironia, ma nel fatto che alcuni palazzinari facevano e disfacevano a Palazzo di Città come se la Casa della comunità cittadina fosse casa loro.
Nel tirare le somme, dopo quasi 10 anni delle due sindacature, si rileva che Bari ha ceduto terreno su diversi fronti: dall'igiene, alla raccolta differenziata; dalla viabilità urbana, alla qualità della vita; dal recupero ambientale, all'ordine pubblico; dai servizi resi alla cittadinanza, alla valorizzazione del patrimonio culturale. Ha perso posti di lavoro. Ha perso attività commerciali. Ha perso coraggio e speranze. Rischia di perdere il futuro dei giovani.
Bari oggi è una Città alla deriva, ad iniziare da Piazza Moro e Piazza Umberto con il tratto di via Sparano che li collega, immagine d’impatto della Città per chi ci viene in treno, immerse in uno squallore indicibile, tra degrado e spaccio e per quell’inquietudine che prende per l’avvertibile presenza della microcriminalità.
A BARI NON C'E' UN'OPERA PUBBLICA CHE SIA STATA REALIZZATA.
Il Sindaco lascerà in eredità alla prossima amministrazione: criminalità, racket, degrado, contenziosi e risarcimenti (Cittadella Giudiziaria e Punta Perotti), una città in cui i parcheggi costano 2 euro l'ora, burocrazia asfissiante e saracinesche chiuse. Lascerà i "fallimenti" del Teatro Petruzzelli e della Fiera del Levante. Il primo simbolo di una Bari colta e sensibile; la seconda simbolo di una gloria passata in cui Bari ambiva ad essere un riferimento per gli scambi commerciali e per la cultura dell'integrazione nell'Area del Mediterraneo.
L’hanno soprannominato "lo sceriffo" perché, come gli uomini di legge del vecchio far west, quelli che entravano nel saloon per dirimere le controversie e mettere in prigione l'ubriaco molesto, il Sindaco di Bari è intervenuto sui fatti di piccola cronaca della Città con la stessa ostentazione e con la stessa spavalderia, spesso a beneficio di telecamere, di giornalisti e di studi televisivi locali e nazionali. Prima di lui, senza spavalderie, Bari aveva, invece, recuperato smalto e fermento.
Dopo l’esperienza di amministratore di una grande Città, L'ex PM Emiliano, forse deluso dalla sua inconcludenza, dice di voler tornare a fare il Magistrato. Sbaglia anche in questo. La questione è controversa, ma è diffusa l’idea che sia inopportuno che un magistrato possa passare da un ruolo politico e amministrativo, schierato da una parte, all'esercizio di una funzione giudiziaria. Si è sempre detto, infatti, che un magistrato deve essere e sembrare sopra le parti.
Ha lasciato la magistratura per la politica, ora continui a farla.
Potrà sempre promettere trasparenza e condivisione e altri 30.000 posti di lavoro: vedrà che in questa Italia troverà sempre qualcuno disposti a credergli.
Vito Schepisi
04 giugno 2013
Burocrazia amica
Lo statalismo e la burocrazia snaturano lo spirito di competizione, mortificano il merito e sottraggono le risorse da destinare ai servizi e alla perequazione sociale.
Chi pensa in Italia, e lo fa fuori dal sistema partitocratico, non ha difficoltà a individuare nell’oppressione burocratica i limiti alla crescita.
Il sistema dei controlli preventivi e quello delle istanze per autorizzazioni e licenze paralizza, infatti, ogni buona volontà.
Il sistema sanzionatorio, usato spesso - anche se indirettamente - contro il lavoro, per la sua potenzialità di mettere in pericolo la continuità operativa delle imprese, è diventato un ostacolo agli investimenti e alla nascita delle attività produttive. E’ diventato uno strumento punitivo, dagli esiti incerti per la presenza di un sistema giudiziario costoso e inefficiente: un vero pericolo per chi rischia e intraprende.
Il taglio dei posti di lavoro non può essere la conseguenza dell’inosservanza di una procedura, né il mancato pagamento di un tributo. E non è possibile che l’impresa debba sopportare i tempi autorizzativi degli apparati amministrativi preposti.
La burocrazia è già grigia e insensibile per proprio conto, ma, se usata, può diventare uno strumento del potere politico. Riconduce al sistema della corruzione e del controllo delle libertà individuali.
L’alternativa alla “inconcludenza” della politica, come paventa il Presidente Napolitano, è ritrovare lo spirito della “Rivoluzione liberale”. E se il Capo dello Stato si riferiva alle “Riforme”, c’è da osservare che senza impresa e lavoro vengono meno anche le motivazioni costituzionali di una comunità nazionale.
Bisogna far ripartire la nostra economia ad ogni costo.
Se c’è un merito da attribuire al centrodestra è quello d’aver proposto per venti anni l’unica ricetta possibile per far ripartire le nostre Città, le nostre Regioni e l’intera Nazione. La "Rivoluzione Liberale" annunciata da Berlusconi nel 1994 si poneva l'obiettivo di spronare le risorse d’idee, d’ingegno e di iniziative per cambiare l'Italia. Lo si ripete da tempo: è l’Italia che deve essere cambiata.
Di liberalizzazioni se ne è parlato da sempre, ma è dal 1994 che si sono create le condizioni politiche per parlarne. E' da quella data che si è posto l'obiettivo di far ripartire il Paese. Le precedenti politiche consociative e assistenziali, invece, non l’avevano mai consentito.
Le liberalizzazioni, però, non sono quelle che servono a introdurre nuove lobby e nuovo controllo politico. Non sono né quelle di Bersani e né quelle di Monti. Sono quelle in cui non si tolgono diritti ma se ne aggiungono altri. Ma è anche dal 1994 che la reazione conservatrice dei burocrati, sodale con la parte politica più populista e immaginifica del Paese, inseguendo i miti di una mal interpretata uguaglianza sociale, o rappresentando conseguenze dagli effetti disastrosi ha impedito che si cambiasse.
La crisi che nei due anni più recenti ha fatto seguito all'indotto recessivo di quelle esasperate politiche finanziarie internazionali - cavalcate dalle lobby speculative - hanno invece messo a nudo la debolezza di un sistema eccessivamente rigido.
Non è possibile frenare più di tanto - anche se ve ne fosse la volontà in sede europea - l'attività speculativa delle multinazionali finanziarie che, per realizzare utili a beneficio della loro esigente clientela, speculano sulle economie più deboli (indebitate), sottraendo le residue energie e riducendo la vitalità produttiva dei Paesi.
Siamo alla strategia delineata nel 1992 a bordo della nave Britannia in cui "si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane“(R. Brunetta).
L’idea di "burocrazia amica" si muove su percorsi di libertà: l’obiettivo deve essere quello di trovare la sintesi politico-amministrativa tra civiltà sociale e libertà economica in cui far maturare lo sviluppo produttivo, il lavoro e gli uomini liberi.
La vitalità economica è l’unico ostacolo capace di frenare la speculazione e di scongiurare disegni monopolistici multinazionali.
“La via del declino – come si legge nella presentazione di Stefania Fuscagni, Presidente di Società Libera, dell’XI Rapporto sulle liberalizzazioni - si vince e s’inverte se sapremo trovare la giusta formula tra concorrenza, liberalizzazioni, rispetto delle regole e prima ancora delle persone".
Vito Schepisi
Chi pensa in Italia, e lo fa fuori dal sistema partitocratico, non ha difficoltà a individuare nell’oppressione burocratica i limiti alla crescita.
Il sistema dei controlli preventivi e quello delle istanze per autorizzazioni e licenze paralizza, infatti, ogni buona volontà.
Il sistema sanzionatorio, usato spesso - anche se indirettamente - contro il lavoro, per la sua potenzialità di mettere in pericolo la continuità operativa delle imprese, è diventato un ostacolo agli investimenti e alla nascita delle attività produttive. E’ diventato uno strumento punitivo, dagli esiti incerti per la presenza di un sistema giudiziario costoso e inefficiente: un vero pericolo per chi rischia e intraprende.
Il taglio dei posti di lavoro non può essere la conseguenza dell’inosservanza di una procedura, né il mancato pagamento di un tributo. E non è possibile che l’impresa debba sopportare i tempi autorizzativi degli apparati amministrativi preposti.
La burocrazia è già grigia e insensibile per proprio conto, ma, se usata, può diventare uno strumento del potere politico. Riconduce al sistema della corruzione e del controllo delle libertà individuali.
L’alternativa alla “inconcludenza” della politica, come paventa il Presidente Napolitano, è ritrovare lo spirito della “Rivoluzione liberale”. E se il Capo dello Stato si riferiva alle “Riforme”, c’è da osservare che senza impresa e lavoro vengono meno anche le motivazioni costituzionali di una comunità nazionale.
Bisogna far ripartire la nostra economia ad ogni costo.
Se c’è un merito da attribuire al centrodestra è quello d’aver proposto per venti anni l’unica ricetta possibile per far ripartire le nostre Città, le nostre Regioni e l’intera Nazione. La "Rivoluzione Liberale" annunciata da Berlusconi nel 1994 si poneva l'obiettivo di spronare le risorse d’idee, d’ingegno e di iniziative per cambiare l'Italia. Lo si ripete da tempo: è l’Italia che deve essere cambiata.
Di liberalizzazioni se ne è parlato da sempre, ma è dal 1994 che si sono create le condizioni politiche per parlarne. E' da quella data che si è posto l'obiettivo di far ripartire il Paese. Le precedenti politiche consociative e assistenziali, invece, non l’avevano mai consentito.
Le liberalizzazioni, però, non sono quelle che servono a introdurre nuove lobby e nuovo controllo politico. Non sono né quelle di Bersani e né quelle di Monti. Sono quelle in cui non si tolgono diritti ma se ne aggiungono altri. Ma è anche dal 1994 che la reazione conservatrice dei burocrati, sodale con la parte politica più populista e immaginifica del Paese, inseguendo i miti di una mal interpretata uguaglianza sociale, o rappresentando conseguenze dagli effetti disastrosi ha impedito che si cambiasse.
La crisi che nei due anni più recenti ha fatto seguito all'indotto recessivo di quelle esasperate politiche finanziarie internazionali - cavalcate dalle lobby speculative - hanno invece messo a nudo la debolezza di un sistema eccessivamente rigido.
Non è possibile frenare più di tanto - anche se ve ne fosse la volontà in sede europea - l'attività speculativa delle multinazionali finanziarie che, per realizzare utili a beneficio della loro esigente clientela, speculano sulle economie più deboli (indebitate), sottraendo le residue energie e riducendo la vitalità produttiva dei Paesi.
Siamo alla strategia delineata nel 1992 a bordo della nave Britannia in cui "si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane“(R. Brunetta).
L’idea di "burocrazia amica" si muove su percorsi di libertà: l’obiettivo deve essere quello di trovare la sintesi politico-amministrativa tra civiltà sociale e libertà economica in cui far maturare lo sviluppo produttivo, il lavoro e gli uomini liberi.
La vitalità economica è l’unico ostacolo capace di frenare la speculazione e di scongiurare disegni monopolistici multinazionali.
“La via del declino – come si legge nella presentazione di Stefania Fuscagni, Presidente di Società Libera, dell’XI Rapporto sulle liberalizzazioni - si vince e s’inverte se sapremo trovare la giusta formula tra concorrenza, liberalizzazioni, rispetto delle regole e prima ancora delle persone".
Vito Schepisi
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21 maggio 2013
“ADESSO BASTA! FERMIAMO IL SISTEMA FORTETO”
Sabato prossimo alle 21 a Vicchio del Mugello ci sarà una fiaccolata organizzata dal comitato «Adesso basta! Fermiamo il sistema Forteto ».
C’è molta omertà da quelle parti, e chi nel PD locale si fa domande viene messo sotto accusa.
Si parla di strumentalizzazione della destra. Come se denunciare i fatti gravissimi e le violenze subite dai minori, l’induzione alle pratiche omosessuali, lo sfruttamento del lavoro minorile, l’abuso e i metodi di correzione tipici dei lager, possa essere di destra o di sinistra.
Al Mugello il Pci era tutto: eleggeva chi voleva, anche una mummia. E la stessa cosa è stata per il Pds, i Ds ed ora è per il PD.
E’ terra rossa quella. E’ terra in cui “il Partito” controlla tutto, anche le coscienze delle persone. Se esci dal gregge te la fanno pagare.
Chi ha denunciato ciò che succedeva al Forteto, infatti, sta subendo ritorsioni. Si è creato un clima di tensione e c’è omertà, come succede nei luoghi della mafia. Danneggiamenti, minacce, pressioni e consigli che non si possono ignorare. Manca solo la lupara ma, sebbene manchi, si assiste agli stessi metodi che usa la mafia per compiere le sue vendette e per far tacere chi sa.
Fa davvero senso quest’arroccamento in difesa di ogni orrore che abbia una matrice sinistra. Non è la prima volta che capita. Impartiscono lezioni morali, ma privi di autonomia di pensiero, non conoscono neanche i fondamentali della democrazia e della libertà. Sono ossessionati dal loro complesso di superiorità. Sono ipocriti. Sono illiberali e rancorosi. Sono faziosi. Il loro metodo omertoso e criminalizzante non è meno riprovevole di quello dell’uso della violenza fisica, a cui spesso si lasciano andare.
Non c’è democrazia, non c’è spirito critico, non c’è coscienza e dignità umana in chi nasconde l’orrore per salvaguardare il partito o l’idea politica.
Il furore ideologico paralizza il cervello e rende gli uomini ciechi e schiavi dei loro principi assoluti: è qui che “il bene” ovvero “la verità” o ci sono o, nell’interesse del “Partito”, ci devono essere per forza.
Degli orrori del Forteto, si dubita che nessuno sapesse. Questa omertà non ha giustificazioni. Ci sarebbe solo una grande vergogna, come è vergognoso che domenica scorsa,19 maggio, alla 12° Marcia di Barbiana, per ricordare Don Lorenzo Milani, fondatore di quella Comunità, con il pretesto di voler evitare strumentalizzazioni, è stata sconsigliata la partecipazione all’Associazione vittime del Forteto.
Ma quali strumentalizzazioni?
Denunciare l’orrore è forse una strumentalizzazione?
Si fanno chiamare PD ma sono sempre loro. I metodi sono sempre gli stessi. Sono quelli del vecchio Pci: lo stesso retroterra culturale.
Sono aggressivi, violenti, pericolosi, falsi e bugiardi. Sono pedine di un sistema burocratico in cui nessuno osa ragionare autonomamente e nessuno reagisce agli abusi per non mettere in difficoltà il “Partito”, come accadeva con Togliatti.
Non sono cambiati. E non si vergognano mai!
Vito Schepisi
C’è molta omertà da quelle parti, e chi nel PD locale si fa domande viene messo sotto accusa.
Si parla di strumentalizzazione della destra. Come se denunciare i fatti gravissimi e le violenze subite dai minori, l’induzione alle pratiche omosessuali, lo sfruttamento del lavoro minorile, l’abuso e i metodi di correzione tipici dei lager, possa essere di destra o di sinistra.
Al Mugello il Pci era tutto: eleggeva chi voleva, anche una mummia. E la stessa cosa è stata per il Pds, i Ds ed ora è per il PD.
E’ terra rossa quella. E’ terra in cui “il Partito” controlla tutto, anche le coscienze delle persone. Se esci dal gregge te la fanno pagare.
Chi ha denunciato ciò che succedeva al Forteto, infatti, sta subendo ritorsioni. Si è creato un clima di tensione e c’è omertà, come succede nei luoghi della mafia. Danneggiamenti, minacce, pressioni e consigli che non si possono ignorare. Manca solo la lupara ma, sebbene manchi, si assiste agli stessi metodi che usa la mafia per compiere le sue vendette e per far tacere chi sa.
Fa davvero senso quest’arroccamento in difesa di ogni orrore che abbia una matrice sinistra. Non è la prima volta che capita. Impartiscono lezioni morali, ma privi di autonomia di pensiero, non conoscono neanche i fondamentali della democrazia e della libertà. Sono ossessionati dal loro complesso di superiorità. Sono ipocriti. Sono illiberali e rancorosi. Sono faziosi. Il loro metodo omertoso e criminalizzante non è meno riprovevole di quello dell’uso della violenza fisica, a cui spesso si lasciano andare.
Non c’è democrazia, non c’è spirito critico, non c’è coscienza e dignità umana in chi nasconde l’orrore per salvaguardare il partito o l’idea politica.
Il furore ideologico paralizza il cervello e rende gli uomini ciechi e schiavi dei loro principi assoluti: è qui che “il bene” ovvero “la verità” o ci sono o, nell’interesse del “Partito”, ci devono essere per forza.
Degli orrori del Forteto, si dubita che nessuno sapesse. Questa omertà non ha giustificazioni. Ci sarebbe solo una grande vergogna, come è vergognoso che domenica scorsa,19 maggio, alla 12° Marcia di Barbiana, per ricordare Don Lorenzo Milani, fondatore di quella Comunità, con il pretesto di voler evitare strumentalizzazioni, è stata sconsigliata la partecipazione all’Associazione vittime del Forteto.
Ma quali strumentalizzazioni?
Denunciare l’orrore è forse una strumentalizzazione?
Si fanno chiamare PD ma sono sempre loro. I metodi sono sempre gli stessi. Sono quelli del vecchio Pci: lo stesso retroterra culturale.
Sono aggressivi, violenti, pericolosi, falsi e bugiardi. Sono pedine di un sistema burocratico in cui nessuno osa ragionare autonomamente e nessuno reagisce agli abusi per non mettere in difficoltà il “Partito”, come accadeva con Togliatti.
Non sono cambiati. E non si vergognano mai!
Vito Schepisi
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19 maggio 2013
Il Forteto: la comunità degli abusi
Viviamo in un Paese in cui è sufficiente dirsi di sinistra e tutto, proprio tutto, è possibile.
Poi che a sinistra si accapiglino e litighino tra di loro è scontato.
Tutti i malfattori lo fanno.
Ed è così che mentre si celebra un processo infamante contro il leader del centrodestra su ipotesi di reato che, nonostante l'impegno di un esercito fra magistrati e polizia giudiziaria, non emergono, l'Italia dei media tace, con un colpevole e riprovevole silenzio, porcherie inaudite di maltrattamenti e di abusi sessuali su minori.
Non cadono teste.
Non si fanno crociate.
I giornali tacciono.
E già, se a sinistra si abusa e qualcuno lo dice, poco ci manca che si debba anche chiedere scusa.
Le cose in Italia vanno così!
E' un modo idiota?
E' un'idiozia dividere i reati a seconda del colore politico di chi lo commette?
Si è un'idiozia e mi chiedo: quelli che riescono a capirlo come fanno a sopportarlo?
Se penso a Moretti che sollecitava D’Alema a dir qualcosa di sinistra, mi verrebbe da chiedergli … Moretti, ma ti sei fatto mai le domande tu?
O ti senti troppo intellettuale per fartele?
Non può essere che la gente si vergogni a fare o dire qualcosa di sinistra?
Un amico mi dice: vedi Vito quelli che fanno finta di non vedere non sono ciechi, sono porci nel cervello. E mi sa che ha ragione!
Ma passiamo ai fatti. Naturalmente brutti fatti. Fatti di sinistra.
In una delle Comunità che passava come un fiore all'occhiello delle politiche sociali della sinistra, nel Mugello, terra rossa non per il colore del terreno, invero piuttosto giallo, ma per scelta politica, avvenivano cose da "lager nazista".
Molti sapevano. Molti uomini di primo piano della sinistra, del PD e della stessa magistratura sapevano. Tutti, però, tacevano!
Tutti guardavano da un'altra parte. Ad esempio, guardavano ad Arcore, alla villa di Berlusconi, alle sue residenze, ed ai suoi ospiti che le frequentavano per libera scelta.
Nella Comunità Il Forteto da 35 anni, come ha certificato una commissione d’inchiesta bipartisan, contro i minori si praticava la pedofilia, si imponeva l’omosessualità, si sfruttava il lavoro minorile.
I maltrattamenti psicologici oltre che quelli fisici erano all’ordine del giorno.
Il “profeta”: lo chiamavano così il predicatore di una comune in cui i minori erano educati (evidente eufemismo) a spossessarsi della loro natura umana fatta di affetti e di riferimenti.
Dovevano obbedire e sottostare. Sottostare anche agli abusi sessuali.
La terapia imposta, per superare i traumi che questi bambini disagiati si portavano appresso, era l’omosessualità.
Aberrante!
Era quella la cultura della sinistra, come mi ricorda la riflessione di Vendola del 1985 sui minori che dovevano essere liberi di avere rapporti sessuali con gli adulti.
Ciò che accadeva a Il Forteto veniva spacciato come modello di assistenza sociale.
Era il tribunale che affidava i minori alla comunità.
Era il tribunale che affidava poveri ed innocenti adolescenti, coinvolti loro malgrado nel disagio sociale dei genitori, ad un uomo, Rodolfo Fiesoli, uscito di galera, condannato negli anni '80 a 2 anni per atti di libidine e maltrattamenti.
Sul sito di una parlamentare del PD in riferimento al Forteto si legge: «Una scelta sgombra di pretese teoriche e ideologiche le cui parole chiave erano: vita comune, condivisione della cassa, della casa, delle automobili, dei mezzi di produzione, delle responsabilità».
Retorica stupida?
No colpevole!
Ora tutti prendono le distanze.
La Bindi, ad esempio, come appare su “Il Giornale” prima sostiene di non sapere dove sia la comunità Il Forteto, poi ritratta: «Non so come mai il mio nome compare della relazione finale della Commissione d'inchiesta della Regione Toscana, ma sono intenzionata a capirlo per evitare strumentalizzazioni sulla mia persona». Ma alcuni testimoni, come sostiene sempre il Giornale, la smentiscono, ed anche gli articoli sui giornali che ne parlano.
Sono in tanti a prendere le distanze.
Il sindaco di Milano, Pisapia, sostiene che “l'inserimento nel comitato scientifico della Fondazione Il Forteto è avvenuto a sua insaputa”.
Un altro caso Scajola!
Naturalmente in Toscana niente cresce senza l’ala protettiva della Lega delle Cooperative. E la Comunità Il Forteto aderiva alla Lega. Tutto secondo le regole. Ma anche la Lega delle coop ora prende le distanze.
Vuoi vedere che i responsabili dell'orrore sono le olgettine e Berlusconi?
Vito Schepisi
15 maggio 2013
L'armistizio
Era da tempo che la Dott.ssa Boccasini fremeva per fare la sua requisitoria al processo Ruby, come se dovesse essere il giorno più importante della sua vita.
Finalmente quel giorno è arrivato. Ha parlato per sei ore e … ne ha elencate di presunte colpe di Berlusconi!
Tutto era iniziato con una telefonata. Quella di Berlusconi che con gentilezza si era rivolto alla Questura di Milano per informarsi sulle sorti di Ruby.
Nella telefonata, Berlusconi faceva cenno alla ragazza come una nipote di Mubarak. Alcuni hanno fatto ironia, ma il Cavaliere aveva chiesto di questa parentela, alla presenza di molti testimoni, a Mubarak in persona.
La PM Ilda Boccasini nella requisitoria si è sfogata. In sei ore ha buttato giù il mondo della giustizia contro il Berlusconi “pericolo sociale”. Ha chiesto oltre alla condanna, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici: 6 anni di reclusione e l’interdizione. Una sentenza eclatante, certo esagerata.
I fatti sono tutte cose ricostruite dalla Procura di Milano in un meticoloso lavoro di intercettazioni e di controlli di tabulati, ma senza un solido riferimento circostanziato.
Se la vita goduriosa tra adulti e consenzienti può ritenersi immorale, la PM di Milano ha chiesto di condannare la presunta immoralità di tutta l’umanità, individuando in Berlusconi le responsabilità penali dell’intero universo di goduriosi.
Un po’ troppo anche per un megalomane come il Cavaliere!
Nelle case di Berlusconi si facevano delle feste, c’erano belle ragazze, partecipavano arzilli e maliziosi vecchietti, ma non è la prima volta che succede in Italia e nel mondo, e non sarà l’ultima.
La Dott.ssa Boccasini se ne sarà dimenticata, ma è normale che le donne giovani e belle piacciano agli uomini. Non si può neanche dire, inoltre, che Berlusconi sia insensibile al fascino femminile. E succede sempre e dappertutto che le donne seducano gli uomini. Questi sono i fatti, e sono fatti loro, a meno che il PM non possa dimostrare che il Cavaliere abbia indotto alla prostituzione qualcuna e nello specifico che l’abbia fatto con una minorenne.
L’interessata, Ruby, però, dice il contrario e nessun testimone era presente al consumarsi del presunto rapporto sessuale. Ma lo vedete Berlusconi che induce una ragazza a prostituirsi? E a che pro?
Sono mancate solo le scene di seduzione omosessuale. Se ci fossero state, la lobby dei gay non avrebbe consentito che si parlasse di palpeggiamenti e di atteggiamenti seducenti, per giunta in luogo chiuso, come di fatti osceni!
Se ci fossero stati strusciamenti omosessuali … Berlusconi forse non avrebbe neanche subito questo processo!
Bene!
Ora la PM si è sfogata. Ha fatto la sua requisitoria. Si sente in pace con se stessa. Ha detto che Berlusconi ha rovinato la morale dell’universo intero e che ha ammorbato l’Italia.
Ma ora basta!
Il Tribunale ci metta una pietra sopra, se ne esca con una sentenza assolutoria, articolata come vogliono, per evidente mancanza di riscontri effettivi di reati e … pensiamo all’Italia.
Si giri pagina, per favore!
La magistratura e la politica hanno altre cose importanti a cui pensare.
La magistratura si dedichi ai reati di mafia e di corruzione, ai reati di malversazione verso la pubblica amministrazione. Si occupi di abusi e violenze contro le donne, di violenza nelle strade e di reati finanziari, di furti, truffe e raggiri.
La politica ha invece l’onere di recuperare la fiducia nel Paese. Il pil sta pericolosamente scendendo. La recessione non si ferma. Le politiche di austerità hanno bloccato lo sviluppo e tagliato le gambe alle piccole imprese. Aumentano i disoccupati e i ricorsi alla cassa integrazione. Le famiglie sono in difficoltà. I consumi sono fermi. I giovani non trovano occupazione e calano gli investimenti. Siamo come in un’economia post bellica.
C’è stata la guerra dei vent’anni tra le Procure e Berlusconi. E, dopo una guerra, anche se le responsabilità del passato restano, c’è sempre un armistizio.
Ora giriamo pagina e pensiamo alle cose serie.
Vito Schepisi
14 maggio 2013
I rimborsi elettorali, le diarie, le indennità
Se la politica ha provato di tutto per utilizzare i soldi pubblici per intessere una rete di gestione in cui coinvolgere i militanti attivi, gli eletti non si sono lasciati sfuggire le opportunità per migliorare nel presente le proprie condizioni di vita e per assicurarsi i vitalizi per il futuro.
Il ragionamento è stato semplice. Con l’accordo di tutti, si poteva disporre di somme importanti che, utilizzate per la macchina propagandistica e le campagne elettorali, rendeva molto di più di un programma politico da sottoporre all’attenzione degli elettori.
La logica è di quelle che fanno inorridire i puristi: con i soldi si allarga il consenso e si vincono le elezioni.
La politica è così diventata una questione di marketing, come un detersivo, o ancor peggio una questione di controllo e gestione di un territorio, per soddisfare certi interessi, come fa la mafia.
I pullman, i camper, i treni, le navi, ad esempio, sono diventate immagini di attenzione, come per le tappe del giro d’Italia. Con i politici che si muovono in percorsi studiati. I mezzi popolari sono solo finzioni. L’effetto marketing è di dare un’idea parsimoniosa, con un percorso da fare assieme agli elettori. Un tragitto che, con la compiacenza dei mezzi d’informazione, è seguito, tappa per tappa.
La verità, però, è sempre diversa. Dietro a certe campagne ci sono costi mostruosi.
“I care”, “yes, we can”, o più modestamente “io centro” hanno solo fatto da apripista all’american style.
Anche in Italia è diventato di moda lo “spin doctor” che, tradotto nel nostro modo, è quel signore che con i sondaggi alla mano vorrebbe prendere per i fondelli gli elettori, facendo acquistare loro ciò che normalmente non acquisterebbero mai. Non sempre ci riescono, però. Nessuno può pretendere che si acquistino oggetti inservibili. Per Monti e Bersani è stato così.
I politici trovano sempre una spiegazione alle cose: è un po’ il loro mestiere.
La democrazia ha un costo. Ci hanno detto sempre così. Mai, però, ci hanno spiegato perché questi costi debbano servire per mantenere nel lusso i politici o per pagare questi semidei chiaroscuri, come appunto gli spin doctors che fanno vincere Obama negli USA e che tentano in Italia la “ mission impossible” coi nostri politici impresentabili per somma di spocchia e d’inganno.
Un capitolo a parte meriterebbero quei cartelloni lunghi un Km. e alti mezzo, spesso con stampate le facce da lancio delle freccette nei momenti di ozio, che prima delle elezioni circondano le città o che ricoprono le pareti di interi palazzi. Il costo al metro quadro di questi cartelloni è pari al costo, sempre a metro quadro, di una casa, come quella su cui il cittadino è chiamato a pagare l’IMU.
E’ facile però far leva sui sentimenti popolari e indignarsi sui costi della politica, ma il timore che si faccia facile demagogia o che possa diventare un metodo di scelta tra un’idea politica e l’altra, tra un sistema e l’altro, anche tra un politico e l’altro, c’è tutto.
Gli imbecilli sono sempre in agguato. C’è da diffidare.
La scena di questi giorni degli eletti del M5S è deprimente. Ci sono costi della politica che non è possibile tagliare. Vivere fuori di casa costa. Se si fa il proprio dovere, si ha diritto a vivere dignitosamente. I costi vanno si tagliati, meglio però iniziare dai privilegi e dal numero di parlamentari e consiglieri, per poi arrivare alle esagerazioni su indennità e rimborsi.
Ci hanno provato in tanti a far leva sul risentimento popolare. Di Pietro, ad esempio, l’ha fatto, unendolo ad un furore giustizialista applicato solo ai suoi avversari. E’ bastata una trasmissione televisiva, e un consigliere regionale col vizio dei videopoker, per mettere in discussione i suoi metodi e per far dubitare sull’uso che ha fatto dei fondi pubblici, sempre puntualmente incassati senza avvertire troppo fastidio, e qualche volta pur usando qualche furbizia a danno di altri.
La palla di grandine, ritenuta per troppo tempo una stella, si è così sciolta nel nulla. Non s’avverte la mancanza dell’uso improprio del suo congiuntivo: l’Italia poteva tranquillamente farne a meno.
Ci prova ora una compagine commerciale. E’ priva d’idee, è destinata a fallire. Ha giocato d’astuzia sulle difficoltà del Paese, sulla rabbia dei giovani, sulla confusione. L’ha fatto servendosi d’internet, una platea che va in tempo reale e che si diffonde tra i giovani.
Su Internet ogni parola d’ordine trova la sua cassa di risonanza. Il Web è un grande spazio vuoto. E’ deprimente che si riempia spesso d’ingiurie, di diffamazioni, d’incitazione all’odio, di turpiloquio e di falsità.
E’ un peccato! Non c’è niente di buono in tutto questo. E’ la parte meno affascinante del Web.
Vito Schepisi
Il ragionamento è stato semplice. Con l’accordo di tutti, si poteva disporre di somme importanti che, utilizzate per la macchina propagandistica e le campagne elettorali, rendeva molto di più di un programma politico da sottoporre all’attenzione degli elettori.
La logica è di quelle che fanno inorridire i puristi: con i soldi si allarga il consenso e si vincono le elezioni.
La politica è così diventata una questione di marketing, come un detersivo, o ancor peggio una questione di controllo e gestione di un territorio, per soddisfare certi interessi, come fa la mafia.
I pullman, i camper, i treni, le navi, ad esempio, sono diventate immagini di attenzione, come per le tappe del giro d’Italia. Con i politici che si muovono in percorsi studiati. I mezzi popolari sono solo finzioni. L’effetto marketing è di dare un’idea parsimoniosa, con un percorso da fare assieme agli elettori. Un tragitto che, con la compiacenza dei mezzi d’informazione, è seguito, tappa per tappa.
La verità, però, è sempre diversa. Dietro a certe campagne ci sono costi mostruosi.
“I care”, “yes, we can”, o più modestamente “io centro” hanno solo fatto da apripista all’american style.
Anche in Italia è diventato di moda lo “spin doctor” che, tradotto nel nostro modo, è quel signore che con i sondaggi alla mano vorrebbe prendere per i fondelli gli elettori, facendo acquistare loro ciò che normalmente non acquisterebbero mai. Non sempre ci riescono, però. Nessuno può pretendere che si acquistino oggetti inservibili. Per Monti e Bersani è stato così.
I politici trovano sempre una spiegazione alle cose: è un po’ il loro mestiere.
La democrazia ha un costo. Ci hanno detto sempre così. Mai, però, ci hanno spiegato perché questi costi debbano servire per mantenere nel lusso i politici o per pagare questi semidei chiaroscuri, come appunto gli spin doctors che fanno vincere Obama negli USA e che tentano in Italia la “ mission impossible” coi nostri politici impresentabili per somma di spocchia e d’inganno.
Un capitolo a parte meriterebbero quei cartelloni lunghi un Km. e alti mezzo, spesso con stampate le facce da lancio delle freccette nei momenti di ozio, che prima delle elezioni circondano le città o che ricoprono le pareti di interi palazzi. Il costo al metro quadro di questi cartelloni è pari al costo, sempre a metro quadro, di una casa, come quella su cui il cittadino è chiamato a pagare l’IMU.
E’ facile però far leva sui sentimenti popolari e indignarsi sui costi della politica, ma il timore che si faccia facile demagogia o che possa diventare un metodo di scelta tra un’idea politica e l’altra, tra un sistema e l’altro, anche tra un politico e l’altro, c’è tutto.
Gli imbecilli sono sempre in agguato. C’è da diffidare.
La scena di questi giorni degli eletti del M5S è deprimente. Ci sono costi della politica che non è possibile tagliare. Vivere fuori di casa costa. Se si fa il proprio dovere, si ha diritto a vivere dignitosamente. I costi vanno si tagliati, meglio però iniziare dai privilegi e dal numero di parlamentari e consiglieri, per poi arrivare alle esagerazioni su indennità e rimborsi.
Ci hanno provato in tanti a far leva sul risentimento popolare. Di Pietro, ad esempio, l’ha fatto, unendolo ad un furore giustizialista applicato solo ai suoi avversari. E’ bastata una trasmissione televisiva, e un consigliere regionale col vizio dei videopoker, per mettere in discussione i suoi metodi e per far dubitare sull’uso che ha fatto dei fondi pubblici, sempre puntualmente incassati senza avvertire troppo fastidio, e qualche volta pur usando qualche furbizia a danno di altri.
La palla di grandine, ritenuta per troppo tempo una stella, si è così sciolta nel nulla. Non s’avverte la mancanza dell’uso improprio del suo congiuntivo: l’Italia poteva tranquillamente farne a meno.
Ci prova ora una compagine commerciale. E’ priva d’idee, è destinata a fallire. Ha giocato d’astuzia sulle difficoltà del Paese, sulla rabbia dei giovani, sulla confusione. L’ha fatto servendosi d’internet, una platea che va in tempo reale e che si diffonde tra i giovani.
Su Internet ogni parola d’ordine trova la sua cassa di risonanza. Il Web è un grande spazio vuoto. E’ deprimente che si riempia spesso d’ingiurie, di diffamazioni, d’incitazione all’odio, di turpiloquio e di falsità.
E’ un peccato! Non c’è niente di buono in tutto questo. E’ la parte meno affascinante del Web.
Vito Schepisi
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