
su l'Occidentale



Quella sulla flessibilità del lavoro e sull’art.18 può essere una bella battaglia a sinistra per tentare la scalata alla leadership. In questa contesa, nessun colpo sembra del tutto proibito e i protagonisti si scaldano i muscoli.
Le premesse ci sono tutte, compresa la tentazione di Bersani di far saltare il banco del Governo, per andare a elezioni anticipate, assicurandosi la candidatura a premier, e provare a vincerle.
Il PD è al centro di una diatriba interna per questioni di gestione e di candidature. Le spaccature favoriscono candidati alternativi che Vendola, leader del Sel, contrappone con astuzia ai candidati del Partito Democratico. Dopo Genova, infatti, rischia di implodere anche Palermo, dove vi sono 3 candidati, di cui uno solo del PD, ma vicino ai “rottamatori” del sindaco di Firenze Matteo Renzi e quindi non sostenuto da Bersani. Anche qui Vendola gioca la sua carta con la candidatura alle primarie di Rita Borsellino, sorella del magistrato vittima della mafia, e Bersani, terrorizzato dal pericolo di dover subire una nuova sconfitta, com’è successo già a Napoli, a Milano e a Genova, si è precipitato a sostenerla, a dispetto così del candidato del suo partito.
Non ci sarebbe modo migliore, come nella vecchia scuola della prima repubblica, per ricompattare le diverse anime interne, che andare a elezioni anticipate, senza primarie, con la candidatura del leader del maggior partito della sinistra, a fianco dei sindacati, su battaglie di principio e chiamando i lavoratori a difendersi dalle regole rigide del mercato. Una battaglia tutta ideologica.
Chi sospinge il PD a dilaniarsi, però, più che la Cgil della Camusso, che guida il sindacato a difendere l’art. 18 sulla flessibilità in uscita, è il leader di Sinistra e Libertà, Niki Vendola. A sinistra c’è anche chi prova ad aprire il confronto sulle scelte, come deve essere in un partito democratico, per allargarsi verso le aree più moderate del Paese, per affrancare la sinistra dallo schiacciamento su posizioni visibilmente ideologiche. Si pensi al Prof. Ichino, ad esempio. C’è il tentativo nel PD di ragionare sulle cose, senza farle diventare subito battaglie di principio, ma Di Pietro, o Vendola, o tutti e due insieme, laddove possono spaccare la base del PD ci vanno giù duro per la conquista di fette di elettorato tradizionale della sinistra.
Il PD per difendersi si deve adeguare e, nei fatti, sono loro, Vendola e Di Pietro, che ne stabiliscono la linea politica.
Non è facile il compito di Bersani, pressato tra la ragione di un partito che guarda alle soluzioni, pesando le diverse opzioni, e la difesa dall’aggressione del fuoco alleato. Non riesce bene ai democratici di sinistra la copertura dei margini, pur provandoci, come sull’art.18 con Veltroni da una parte e con Fassina dall’altra. Non riesce al PD il gioco delle parti per tenere in armi, motivandola, sia la base ideologica, radicata sul “non possumus”, che quella più pragmatica che guarda al governo di domani in cui la sinistra può essere chiamata a giocare il suo ruolo.
Far fare a un Governo tecnico il lavoro difficile, appellandosi al bene del Paese in difficoltà, sarebbe la soluzione ottimale per la sinistra. Nella “flessibilità in uscita”, infatti, c’è la soluzione per rilanciare gli investimenti, per recuperare la crescita, per contenere la disoccupazione e per dare risposte di speranza ai giovani che si vogliono affacciare sul mondo del lavoro. Per un partito che ambisce a governare dal 2013 per i successivi 5 anni questa sarebbe un’ottima occasione.
E’ in errore chi, come Vendola, pone la questione dell’art.18 come una contesa tra destra e sinistra, è lui il manicheo che vorrebbe sostituire il confronto politico tra buoni e cattivi. Se fosse vera la sua semplificazione, in Europa l’unico Paese con una piattaforma sociale di sinistra sarebbe quello italiano. Pur senza l’art.18, però, non mancano le conquiste sociali altrove, e più che in Italia, e per cose più concrete rispetto alle fumosità che ispirano il Governatore pugliese. Non mancano i servizi che funzionano, e che contribuiscono a migliorare la qualità della vita dei cittadini, ed anche il rispetto dei diritti dei lavoratori, senza tanta conflittualità e con meno stress per tutti.
Quali diritti vorrebbe difendere Vendola se la disoccupazione giovanile sta diventando un dramma sociale e se si stanno perdendo posti di lavoro? Quali se non ci sono investimenti perché l’Italia è un Paese a rischio per gli investitori italiani, e tanto più per quelli stranieri? La Burocrazia, la giustizia, l’instabilità politica, i sindacati capricciosi e litigiosi, le normative che cambiano come le mode e le stagioni, infatti, fanno dell’Italia, per gli investimenti di capitali esteri, il fanalino di coda dell’Europa.
Conquiste sociali, buona politica, cultura del lavoro … Vendola conta balle, come al solito, ed utilizza le sue narrazioni monche del risultato finale. Se siamo a questo punto in Italia è perché ci sono state troppe “narrazioni” sconclusionate.
Il lavoro va creato, non piove dall’alto. Va organizzato attraverso contratti che consentano reciproci interessi, senza neanche pensare alle “semplificazioni manichee” paventate dal “poeta” pugliese. Questo suo modo di vedere e narrare le cose appartiene a una vecchia cultura politica. Soffre di anacronistiche incrostazioni ideologiche. Fa da anticamera al ritorno di un pensiero di classe. E’ retaggio di vecchio.
Non ce lo possiamo più permettere. Il novecento è archiviato, bisogna rivolgersi verso nuove conquiste sociali, senza attestarci a far barricate per difendere l’immagine di un mondo che non c’è più. Nessuno può pensare di fermarlo all’antico. Ci sono altre sfide da affrontare e altre conquiste da fare. La prima è dare una prospettiva di lavoro ai giovani. Nel passato si sono dilapidate risorse, lasciando amare eredità alle generazioni future, ora sarebbe onesto pensare soprattutto a loro, più che fare battaglie ideologiche di principio.
Vito Schepisi su l'Occidentale


La soluzione è nella democrazia. Non ci si può più nascondere. I cittadini oramai sanno bene con chi hanno a che fare. I partiti tutti insieme, nessuno escluso, sono la casta e siccome in termini teorici non amministrerebbero alcuno strumento di persuasione economica - vera leva del dominio - si servono di altre corporazioni che agiscono compiacenti, ricevendo dall’organizzazione partitocratica una distribuzione di poteri che, per cooptazione, sono esercitati in modo esclusivo.
L’effetto della rivoluzione mediatica, invece di portare trasparenza, diffondendo le informazioni, e, invece che fungere da cassa di risonanza degli effetti distorti e corruttivi del potere, ha moltiplicato, dandone più visibilità, il sistema dei partiti, richiamando una pluralità di soggetti che hanno visto, nell’esercizio della politica e nella partitocrazia, uno spazio in cui infilarsi per trarne vantaggi. In alcuni casi, anche quello dei contratti di lavoro a più zeri, per rappresentare sui media il populismo qualunquista o, per colmo della beffa, la demonizzazione ipocrita della stessa partitocrazia alla quale devono la parcellizzazione del loro lavoro.
Dai comici che attraverso il paradosso - energia atomica del facile consenso - aizzano le folle, al sagrestano dei templi giudiziari, che mette in piega le toghe e che sbroglia le cordoniere dei pubblici ministeri, con quel cinismo beffardo degno d’un boia dell’Inquisizione.
La soluzione, non facile, è nelle regole che sono contemporaneamente garanzia di certezza e fenomeno di trasparenza. Solo col riscrivere tutto - dalla Costituzione ai regolamenti di Camera e Senato, all’organizzazione dello Stato, ai sistemi rappresentativi, alle scelte istituzionali, alla gestione di ordinamenti e funzioni, alla trasparenza dei controlli – sarà forse possibile uscire dal guado, prima di incontrare le sabbie mobili della rivolta civile.
La soluzione è così nel riscrivere tutto per il funzionamento della pubblica amministrazione, per la gestione del territorio, per il controllo tecnico-giuridico dei provvedimenti, per le regole e i controlli nelle fasi esecutive, per la giustizia amministrativa e per quella civile e penale, per gli organismi della rappresentanza popolare, per lo studio e per la ricerca, per il lavoro, per l’assistenza sanitaria, per l’uso delle risorse (idriche, energetiche, minerarie), per il sistema fiscale.
E’ da riscrivere un testo unico, inoltre, per le pensioni, laddove le modalità di accesso e di prestazioni siano uguali per tutti, senza privilegi ed arroganti distinzioni, soprattutto se destinate a chi ha avuto più fortuna degli altri, e senza ipocrite motivazioni di diversa opportunità. Non ne esistono! Chi lavora ha diritto alla pensione per la parte e per gli anni in cui ha concorso ad accantonarla, secondo i più asettici criteri statistico-matematici. Chi fa il politico, ad esempio, non lo fa su prescrizione medica. Nessuno poi è indispensabile. L’accesso alla politica deve essere libero e garantito a tutti, perché non sia inteso come un mestiere, ma come un impegno volontario che coinvolga l’onorabilità di un cittadino responsabile. Anche le funzioni di governo, inoltre, non devono aggiungere ulteriori diritti che vadano oltre la retribuzione di un lavoro svolto con competenza e responsabilità, senza alcun cumulo con compensi di altri lavori lasciati.
Si parla tanto di far uscire dal sommerso una parte dell’economia italiana, con tutto quel lavoro, che sfugge al pagamento degli oneri fiscali e previdenziali, ma dal sommerso deve uscire anche il riconoscimento giuridico di tutte quelle funzioni di rappresentanza politica e sindacale che, benché riconosciute e consolidate nella prassi, siano in contrasto con la democrazia, prima che con quanto previsto dalla Legge fondamentale dello Stato. Partiti e sindacati devono essere case di vetro. Per esserlo devono rispettare norme di trasparenza e di democrazia.
La Costituzione, inoltre, non può essere un elastico che si estende e si comprime a piacimento, com’è oggi in Italia. Non può essere funzionale a quell’apparato, racchiuso nel rapporto d’interdipendenza di corporazioni consolidate che s’intrecciano tra istituzioni, politica, burocrazia, impresa e finanza, che, con l’apporto di tutte, forma e sostiene la Casta, “monade” dell’organizzazione affaristico-mafiosa del Paese.
Se sin dal primo articolo della nostra Costituzione, si pone al centro il metodo democratico, perché esso sia alla base di ogni rapporto funzionale, economico e sociale. La prima azione per chi tiene alla Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla lotta all’autoritarismo, senza con questo voler comprendere la stuccosa retorica antifascista dei suoi custodi più “incredibili”, apparsi, invece, nella sostanza, persino ad essa meno fedeli, è ripristinare, appunto, la democrazia. E la democrazia, nei paesi pluralisti di tradizione occidentale, è rispetto delle scelte degli elettori, garanzie e libertà.
Il funzionamento civile del nostro sistema, il recupero della fiducia, per allontanare il pericolo dello scontro sociale, passa attraverso la rivisitazione di tutto ciò che trasforma in tecnocratico, in oligarchico, in autoreferenziale, in abusivo, cioè in casta, l’organizzazione politica e sociale dello Stato. Il popolo è stanco di essere preso in considerazione solo quando è chiamato alle urne per conferire agli eletti un mandato in bianco che il più delle volte è utilizzato per tutt’altro, compreso il tornaconto e le opportunità dei mandatari, a dispetto della volontà dei conferenti.
L’art. 67 della Costituzione, da essere a garanzia dell’autonomia dei parlamentari, per difenderli dalle pressioni di lobbies e partiti, funge da copertura a chi si mette sul mercato. C’è chi, per tutta la durata del mandato, s’impegna solo a studiare il modo per far rendere al massimo la propria condizione di eletto, senza interessarsi alle scelte degli elettori. I più pensano ad assicurarsi solo la ricandidatura e la rielezione.
La democrazia è sovranità popolare. E’ il popolo che deve scegliere. E deve farlo in sicurezza vincolando moralmente i suoi delegati. Le scelte non possono essere mortificate da interessi personali e tantomeno da quelli di apparati funzionali e burocratici dello Stato. Anche l’azione penale, ad esempio, a volte condiziona le scelte. In Italia si è anche avuta la sensazione che sia più vantaggiosa una collocazione politica, anziché un’altra, per farla franca.
Il popolo è in se democrazia. Il resto sono solo funzioni dello Stato che, perché siano giuste e democratiche, devono essere esercitate in modo uguale per tutti, senza distinzioni di niente. Il resto, in se, non è mai democrazia e, se esercitato contro i cittadini, o contro una parte di questi, il più delle volte è autoritarismo. E’ prepotenza.
Vito Schepisi


RAGIONIAMO UN PO’! 
La crisi, le difficoltà economiche, il taglio delle disponibilità finanziarie alle amministrazioni locali, l’enorme massa di richieste di assistenza, l’impegno non sempre costante delle istituzioni per il sociale, la sottrazione dei diritti e il senso d’ingiustizia che s’insinua nelle coscienze, la mancanza di lavoro, la difficoltà nell’assicurare i beni di sostentamento per la propria famiglia: sono queste le motivazioni più ricorrenti di disperazioni che sfociano nei gesti più drammatici, e spesso tristemente conclusivi.
Sono storie che in un’Italia presa dalla crisi dei mercati e dalle difficoltà delle famiglie, si ripetono con sempre maggiore frequenza. Sono episodi presenti nella cronaca quotidiana dei media, come accade per i delitti più efferati, come per tutti quegli episodi di disagio sociale e di disperazione ai quali non sarà mai possibile fare l’abitudine.
Destano inquietudine perché le vittime sono persone normali, come tutti, come i signori della porta accanto, come la gente che incontriamo ogni giorno per strada, nei negozi, al mercato a fare la spesa, alla fermata dell’autobus, seduti sulle panchine dei giardini pubblici. Anche per la cronaca ci sono le strisce di episodi che si susseguono, spesso simili, come se fossero collegati tra loro, o come se la stessa cronaca si attrezzi per autoalimentarsi e per garantire la sua continuità.
Ora gli operai sui tetti per difendere il posto di lavoro, ora i pacchi con materiale esplosivo a “Equitalia”, ora le buste contenenti proiettili o, come è capitato al Senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri , una busta contenente una siringa legata ad un libro di fumetti di “Lupo Alberto”.
Quanta stranezza c’è nella disperazione, quanta nell’orrore e quanta nella stupidità degli uomini! Disperazione? Fantasia? Orrore? Intimidazione? Violenza? Vendetta? Follia? Protesta? Stupidità? Un solo motivo? Tutti insieme? Oppure passioni e pregiudizi ideologici? Di vero c'è che esiste una società che non conosciamo fino in fondo e che scegliamo di non comprendere per debolezza, per pigrizia, per rassegnazione, qualche volta per incapacità, spesso per egoismo. Ne avvertiamo, però, la presenza e ci sorprende per le lezioni di vita che a volte ci dà.
Quando, infatti, i protagonisti oltrepassano la fase del modo sensazionale con cui ci fanno avvertire il loro disagio e, per un impulso della disperazione portano a compimento i drammi annunciati, ci sorprendiamo. A quel punto, però, è già dramma e tutti ne parliamo come di un fatto che addolora e colpisce. E, naturalmente, la responsabilità è sempre di altri.
E’ accaduto a Bari, ad esempio, per i coniugi Di Salvo, vittime della loro disperazione, ma anche di un sistema che non si è mostrato indifferente, ma in un modo, purtroppo, che è ancor peggiore dell’indifferenza. Accade quando anche le istituzioni, oltre ai tanti furbi che ci sono in Italia, s’impegnano a trovare soluzioni non lineari per risolvere le questioni. Il Signor De Salvo, però, chiedeva trasparenza e linearità. Non voleva togliere niente a nessuno.
Un epilogo annunciato con lucidità, come lucida e coerente è stata la vicenda che si è trascinata dal 2004 in poi, da quando il signor De Salvo, rappresentante di commercio, ha perso il suo lavoro e si è trovato in difficoltà economiche. Video, lettere, denunce, richieste di aiuto, e persino un passaggio televisivo sulle reti nazionali, per lanciare il suo appello disperato alla società, non hanno sortito che pacche sulle spalle ed impegni puntualmente disattesi. Il signor De Salvo non era un fannullone, né aveva disagi mentali, come qualcuno voleva far apparire, ma era un uomo lucido e capace, con buone capacità relazionali. Chiedeva di rendersi utile, non di vivere alle spalle della comunità.
Il Comune di Bari per quattro anni ha speso per lui e per la moglie 110 euro al giorno per la collocazione in una casa di accoglienza, dove hanno vissuto separati in due stanze diverse, a dispetto di una vita trascorsa sempre insieme, mano nella mano, nel bene e nel male. Due stanze umide, in un contesto degradato. Chiedevano, invece, di poter rinunciare a ciò che costava al Comune di Bari quasi 40 mila euro l’anno, in cambio di un lavoro da soli mille euro al mese.
Il dramma dei coniugi De Salvo è ricco di tanti episodi, c’è un carteggio di lettere ed esposti e di circostanze tutte puntualmente e pubblicamente denunciate. Persino con un esposto alla Procura della Repubblica di Bari nell’ottobre del 2007, una settimana dopo un servizio sulla Gazzetta del Mezzogiorno in cui venivano pubblicate le frasi (registrate) di un colloquio in cui al signor De Salvo era stata offerta “la disponibilità a «costruirgli» una pratica d’invalidità psichica falsa”, per accedere, da invalido, ad una graduatoria riservata. Il signor De Salvo, però, assieme alla moglie era “determinato a conservare la sua onestà e a non defraudare i veri disabili”. Non si sa che fine abbia fatto l’esposto. Magari alla Procura di Bari, in un clima di faide, sarà stato ritenuto secondario rispetto a ben altre questioni.
De Salvo e sua moglie, però, non ci sono più. Si sono suicidati dopo le Feste di Natale. In silenzio. In un Hotel della periferia di Bari, per non turbare il clima di gioia.
Vito Schepisi per l'Occidentale

A funerale avvenuto, anche la pietà per la morte diventa cronaca. E quando muore un uomo che ha percorso la storia, lasciandone, comunque, marcata o meno, una traccia, anche il dissenso e la critica assumono le sembianze di un tributo da assolvere per ricordare la persona scomparsa.
E la storia si scrive su ciò che è stato di buono o di cattivo, di nobile o meno. Si scrive sui sentimenti, sui lasciti, sulle sensazioni diffuse. Si scrive per chi poi resta e vuole capire.
Con Bocca è scomparso un giornalista comodo.
E’ morto un uomo che in fondo serviva a tutti. Serviva agli amici e ai nemici.
Agli uni, agli amici, è servito come l’esempio di un giudizio autorevole, simile ad una condanna da reiterare fino alla noia, in particolare se tipizzata su un singolo individuo. Una pronuncia che cade greve, senza appelli.
In quel mondo che, formato nel fascismo, è maturato nell’ideologia successiva dell’antifascismo, infatti, non esiste un processo di appello, e la condanna è emessa senza che sia persino legittima la difesa. Ed è come se da quel giudizio si debba trarre tutta la sintesi complessiva del merito della stessa esistenza del giudicando.
Passa per il tratto storico di un giudizio che, irrorato al di fuori di un vero tribunale, per le personalità più discusse, diventa un peso da portare a vita. Un giudizio che finisce con l’essere più mortificante di quello espresso dopo un processo penale che, come si sa, oggi, passa per essere sempre meno attendibile. Celebrato in quei luoghi dove non si fa più Giustizia.
Agli altri, ai nemici, serve come esempio negativo di un metodo che non riesce a rilasciare con una pacata ragione l’idea di una scelta diversa. Come è per il pregiudizio che si rivela allorquando viene meno sia la forza di comprendere che il coraggio dell’autoironia e del confronto critico.
La storia è come uno stagno.
Qui si fermano le acque limacciose che la retorica trasforma in flussi di eroismo e di viltà. Ed è lo stesso stagno che ribalta il riflesso della storia, mutandone appena il soggetto osservatore.
Ma, in uno stagno, la risultante che compone le forze che si muovono è nulla: tutto resta così ineffabilmente fermo.
Nelle acque stagnanti si riflettono, invece, le immagini dei profili rugosi, per sopraggiunta vecchiaia, di tutte le giustificazioni di comodo che chi prevale antepone alla storia che vuol raccontare. E tra le immagini sono compresi i riflessi di quei carri su cui salgono sempre nuovi vincitori ad ogni giro di ruota.
Bocca è stato un maestro di ipocrisia. Ha fatto del pregiudizio, maturato nell’astiosità preconcetta, il principio immanente del suo modo di rappresentare le circostanze presenti, come rappresentazione salvifica nel giustificare gli episodi e i comportamenti del passato.
Non irriverente, piuttosto maleducato, iroso, offensivo, ingiusto, quasi violento. Mai misurato.
E’ morto un antifascista che non è mai stato contro l’arroganza, l’ingiustizia, il sopruso.
E’ morto un partigiano che era stato fascista e che ha continuato ad essere reazionario, elitario, superbo.
E’ morto Giorgio Bocca che ha continuato a fare il partigiano scambiando per oppressione anche il confronto delle idee, la critica, la verità storica, la discussione, le scelte contrarie, la libertà di tutti, come quella dei meridionali che godevano, ingiustamente a suo vedere, della libertà di esistere e di pensare.
Vito Schepisi


Ancora una volta la "presunta giustizia" interviene per rimuovere chi è sgradito. In questo caso un Direttore di testata che in Rai non ha accettato compromessi e "veline" di gruppi e partiti.
La magistratura, da tempo, gli ronzava intorno. Sin dai tempi della convocazione del giornalista, per sentirlo, come persona informata sui fatti, sulle truffe sulle carte di credito a Trani.
Quell’inchiesta, in cui Minzolini era del tutto estraneo, è anche servita a giustificare le intercettazioni telefoniche sul premier Berlusconi (un membro del Parlamento, per giunta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la legge italiana, non può essere intercettato) che discuteva al telefono con un consigliere dell'Agcom.
Uno sfogo, contenente la denuncia dell'uso improprio della Rai contro una parte politica, è stato trasformato dal PM di Trani in un'ipotesi di reato. Già questo sarebbe “lunare”, incredibile e grave, ma se fosse servito per formulare ipotesi di reato inesistenti e comunque, come si è visto, fuori della competenza del magistrato tranese, anche questa questione non potrebbe che destare inquietudine sull’agibilità politica e sulla libertà di esporre in privato le proprie ragioni su questioni che appartengono al dibattito politico in Italia.
C'è sempre una trama?
C’è sempre un teorema diabolico in tutto?
Sono le domande che in tanti si pongono. Non arrivano risposte, però, né si vedono prese di responsabilità delle Istituzioni. Nessuna via di uscita.
Ma l’Italia è destinata a essere un Paese governato dai poteri giudiziari?
Il protagonismo giudiziario s’è sparso a macchia d’olio: è diventato infettivo come la febbre gialla!
Il direttore del Tg1 è stato rinviato a giudizio per un uso "illecito" della carta di credito aziendale.
Tanto basterà per motivarne, nella riunione del 13 dicembre prossimo del C. di A. della Rai, l'allontanamento dalla Direzione del telegiornale.
Minzolini ha già interamente rimborsato l'importo all'azienda, senza neanche contestare la legittimità o meno dell'utilizzo totale o parziale delle somme spese.
E' un episodio inquietante. Lo è a prescindere dal torto o dalla ragione del Direttore Minzolini.
Come si farebbe, infatti, a rimuovere l’opinione di tanti che sia stato fatto ad arte?
Interviene, in questo momento politico, come la riprova dell'esistenza di una reazione massimalista e ideologica che utilizza tutti i mezzi per abbattere il "nemico".
La sinistra italiana, bisogna pur dirlo, non cambia mai. E' rimasta al sogno del regime. Come nel passato, non intende confrontarsi con il metodo della democrazia pluralista. Predilige e vuole solo militanti.
L’area della sinistra ideologica sa che solo discutere di soluzioni e metodi è partita persa per chi ha una formazione incentrata sul "centralismo democratico", sulla piramide del controllo e sul servilismo dei militanti.
Quest’area, in Italia, usando la lealtà e la ragione non potrà mai essere vincente.
La sinistra l’ha saputo da sempre, sin dai tempi del consociativismo e della concertazione, sin dai tempi della sua opposizione ipocrita e lottizzata quando era in piedi la Prima Repubblica.
Tutto ciò che riguarda l'informazione, come accadeva negli anni '70 e '80, per questa cultura, o è fazione schierata da una precisa parte politica o è da abbattere.
Allora c'erano i gruppi terroristi che sparavano, i famosi “compagni che sbagliano”, ora che c'é la magistratura che fa per loro il lavoro “sporco”?
Come si fa a vincere questa convinzione che si radica?
E come la sfiducia di tantissimi pensieri liberi?
Nella magistratura, nel giornalismo, in politica, nella società, chi non si schiera contro i suoi "nemici" per la sinistra è già un "nemico".
Tutto questo non è concepibile in democrazia.
E' vergognoso che si arrivi a tanto!
Vito Schepisi