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11 dicembre 2011

Shut down Minzolini

Ancora una volta la "presunta giustizia" interviene per rimuovere chi è sgradito. In questo caso un Direttore di testata che in Rai non ha accettato compromessi e "veline" di gruppi e partiti.

La magistratura, da tempo, gli ronzava intorno. 
Sin dai tempi della convocazione del giornalista, per sentirlo, come persona informata sui fatti, sulle truffe sulle carte di credito a Trani. 


Quell’inchiesta, in cui Minzolini era del tutto estraneo, è anche servita a giustificare le intercettazioni telefoniche sul premier Berlusconi (un membro del Parlamento, per giunta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la legge italiana, non può essere intercettato) che discuteva al telefono con un consigliere dell'Agcom.
Uno sfogo, contenente la denuncia dell'uso improprio della Rai contro una parte politica, è stato trasformato dal PM di Trani in un'ipotesi di reato. Già questo sarebbe “lunare”, incredibile e grave, ma se fosse servito per formulare ipotesi di reato inesistenti e comunque, come si è visto, fuori della competenza del magistrato tranese, anche questa questione non potrebbe che destare inquietudine sull’agibilità politica e sulla libertà di esporre in privato le proprie ragioni su questioni che appartengono al dibattito politico in Italia.

C'è sempre una trama?

C’è sempre un teorema diabolico in tutto?

Sono le domande che in tanti si pongono. Non arrivano risposte, però, né si vedono prese di responsabilità delle Istituzioni. Nessuna via di uscita.

Ma l’Italia è destinata a essere un Paese governato dai poteri giudiziari?


Il protagonismo giudiziario s’è sparso a macchia d’olio: è diventato infettivo come la febbre gialla!


Il direttore del Tg1 è stato rinviato a giudizio per un uso "illecito" della carta di credito aziendale. 
Tanto basterà per motivarne, nella riunione del 13 dicembre prossimo del C. di A. della Rai, l'allontanamento dalla Direzione del telegiornale.


Minzolini ha già interamente rimborsato l'importo all'azienda, senza neanche contestare la legittimità o meno dell'utilizzo totale o parziale delle somme spese.


E' un episodio inquietante. Lo è a prescindere dal torto o dalla ragione del Direttore Minzolini.

Come si farebbe, infatti, a rimuovere l’opinione di tanti che sia stato fatto ad arte?

Interviene, in questo momento politico, come la riprova dell'esistenza di una reazione massimalista e ideologica che utilizza tutti i mezzi per abbattere il "nemico".


La sinistra italiana, bisogna pur dirlo, non cambia mai. E' rimasta al sogno del regime. Come nel passato, non intende confrontarsi con il metodo della democrazia pluralista. Predilige e vuole solo militanti. 


L’area della sinistra ideologica sa che solo discutere di soluzioni e metodi è partita persa per chi ha una formazione incentrata sul "centralismo democratico", sulla piramide del controllo e sul servilismo dei militanti. 


Quest’area, in Italia, usando la lealtà e la ragione non potrà mai essere vincente.
 La sinistra l’ha saputo da sempre, sin dai tempi del consociativismo e della concertazione, sin dai tempi della sua opposizione ipocrita e lottizzata quando era in piedi la Prima Repubblica.

Tutto ciò che riguarda l'informazione, come accadeva negli anni '70 e '80, per questa cultura, o è fazione schierata da una precisa parte politica o è da abbattere.


Allora c'erano i gruppi terroristi che sparavano, i famosi “compagni che sbagliano”, ora che c'é la magistratura che fa per loro il lavoro “sporco”?

Come si fa a vincere questa convinzione che si radica?

E come la sfiducia di tantissimi pensieri liberi?

Nella magistratura, nel giornalismo, in politica, nella società, chi non si schiera contro i suoi "nemici" per la sinistra è già un "nemico".


Tutto questo non è concepibile in democrazia.


E' vergognoso che si arrivi a tanto!

Vito Schepisi

04 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^parte)


Nel 2009 era partita con l’ipotesi di associazione a delinquere. La Procura di Bari non aveva emesso ancora alcuna ordinanza, ma già nei primi giorni del febbraio del 2009 si conoscevano già i presunti imputati e le presunte imputazioni. Alla prima eco sui giornali locali, Alberto Tedesco, dopo un incontro con Vendola, motivandole con la volontà di non creare difficoltà alla Giunta, rassegnava le dimissioni da assessore e veniva prontamente sostituito da Tommaso Fiore. I filoni d’indagine si sono subito moltiplicati: emergeva Tarantini e le sue forniture di protesi. S’è parlato di scosse ed è arrivata la D’Addario. Era tanto forte la preoccupazione di un ciclone giudiziario che potesse coinvolgere il “sottosistema” di potere pugliese (la sanità pugliese gestisce circa il 75% delle risorse economiche della Regione) che ci è stato chi ha pensato di ricorrere a manovre dispersive. Serviva un qualcosa che distraesse l’attenzione da quello che poteva rivelarsi come uno degli scandali più cinici e deprimenti d’Italia. Appalti, rifiuti speciali, nomine clientelari, denaro, controllo politico del territorio, lotte di potere, spartizioni, sprechi, donnine, corruzione, spregiudicati avventurieri, droga. C’era di tutto e qualcuno ha ben pensato di innalzare barriere di fumo, per distogliere l’eccessiva attenzione. In Italia è facile. E’ sufficiente fare quel nome che è sempre sulla bocca di tutti e il gioco è presto fatto. La scossa è così partita, e col sospetto che sia nata addirittura in Procura. Un capitolo della serie: come trasformare un evento negativo in un vantaggio politico per la sinistra? Nel 2009, in primavera, c’erano le elezioni europee e un importante impegno elettorale amministrativo, e Berlusconi stava vincendo, una dopo l’altra, tutte le tornate elettorali. A Bari, ad esempio, il sindaco Michele Emiliano, segretario regionale PD, uomo di D’Alema e protagonista in Città di un vero vuoto amministrativo, rischiava la poltrona. Dall’inchiesta, come da un cilindro di un prestigiatore, la scossa si materializzava così in Silvio Berlusconi. Il Premier in Sardegna aveva conosciuto Giampaolo Tarantini, scaltro e funambolico fornitore di protesi sanitarie. Con l’imprenditore pugliese era stato mantenuto un rapporto di frequentazione di vita mondana, un rapporto che niente aveva a che fare con gli affari e con la sanità pugliese. L’imprenditore si accompagnava a giovani e attraenti ragazze, tra cui la D’Addario, escort di professione col “pallino” d’incastrare. Tanto è bastato per aprire un altro capitolo di gossip e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica. Tarantini e la D’Addario, accostati a Berlusconi, subito occupavano per settimane i titoli di testa su tutti i quotidiani. Un piccolo corruttore e fornitore di protesi sanitarie, con pochi milioni di fatturato annuo, e una escort, fornita di registratore tascabile, usati per oscurare l’inquietante scandalo della sanità pugliese: una cortina di fumo innalzata avanti ad un servizio da terzo mondo, con episodi di malasanità e con l’accumulo di due miliardi di debiti; un vero colpo da teatro per sceneggiare un diversivo e per nascondere una realtà agghiacciante sulla gestione del potere in Puglia. Il Sindaco di Bari Michele Emiliano, a quel tempo segretario regionale del PD, intercettato in una telefonata con Tedesco, aveva definito la sanità pugliese un “sottosistema” di potere per la gestione politica del territorio. Mazzette e sesso tra bisturi e garze. Clientele e voti tra analisi cliniche e nomine di primari. Patti scellerati del tipo: io ti nomino a capo di una Asl e tu mi organizzi una rete di clientele e di voti. Anche una parte della magistratura barese ha indugiato su questo filone d’indagine, fino al crearsi di fazioni all’interno della stessa procura. Solo con l’insediamento a Bari del nuovo procuratore capo, il diversivo Berlusconi veniva definitivamente abbandonato, per l’inesistenza di una qualsiasi ipotesi di reato, ma il danno era già stato fatto e l’effetto era già stato ottenuto. Alcuni giornali e conduttori tv sono andati in visibilio: non aspettavano altro. Santoro si scatenava in tv, invitava la D’Addario in trasmissione, facendola apparire come una povera vittima, quasi una rediviva Santa Maria Goretti. Il pettegolezzo aveva la meglio. Spuntavano il lettone di Putin, le foto dei bagni di Palazzo Grazioli, le registrazioni, le intercettazioni, i verbali e persino un fantomatico sistema a stantuffo atto a sostituire la naturale erezione. Il gossip è andato avanti per mesi e, per tutto questo tempo, la cattiva gestione della sanità pugliese, i reati di associazione a delinquere, di concussione, di corruzione e di turbativa d’asta passavano in cavalleria, mentre la D’Addario diventava una diva in tournée per l’Italia, persino autrice di un libro dal titolo felliniano: “Gradisca Presidente”. Nessuno che, invece, si fosse soffermato su alcune semplici riflessioni: 1) Tedesco era l’uomo meno adatto a quell’assessorato, le società dei suoi figli, infatti, fornivano protesi sanitarie, e la Regione era tra gli acquirenti quasi esclusivi, ma Vendola l’aveva voluto a quell’assessorato con ostinazione; 2) il Governatore pugliese sapeva benissimo tutto ciò che succedeva in Regione; 3) c’era stata una presa di posizione dell’Idv sull’evidente conflitto d’interessi e il Governatore aveva garantito per Tedesco.

Ma garantito cosa?

(continua)

Vito schepisi

23 aprile 2010

Perchè il Premier va difeso

Quando le calunnie girano con insistenza, saranno pur farlocche, ma qualcosa rimane. E’ questo il metodo con cui da 16 anni la sinistra vorrebbe far passare l’idea che in Italia ci sia una parte sana del Paese, che naturalmente è tutta al loro interno, ed un’altra invece meno affidabile, per lo più corrotta, tollerante verso la criminalità organizzata, pronta a legiferare per proprio uso e consumo, insofferente verso altri poteri, arrogante e persino puttaniera.
La storiella della superiorità morale della sinistra e, di contro, della preoccupazione sociale che creano i governi di centrodestra stenta a rientrare. E questo anche se i fatti dicono cose diverse: anche se persino le leggi sono applicate per alcuni, mentre sono interpretate per altri; anche se la cronaca giudiziaria individua, in misura ben più ampia, responsabilità penalmente rilevanti a sinistra; anche se le città, le provincie e le regioni governate da maggioranze di sinistra costituiscono esempi di cattiva gestione; anche se, quando ha governato la sinistra, il Paese ha mostrato grandi sofferenze.
A propagare l’idea contribuiscono in tanti. C’è da dire che almeno in questo a sinistra ci sanno fare.
C’è una battente informazione televisiva nei programmi di approfondimento che privilegia l’allestimento di grandi e suggestivi palchi di recita. L’articolazione di una regia ben studiata diffonde informazioni inquietanti e deforma spesso la realtà: fa transitare notizie parziali che s’accompagnano a testimonianze o fatti di grande presa; tende ad ignorare, invece, ora il contesto ben più ampio delle circostanze citate, ora i diritti della difesa delle persone coinvolte; toglie la parola a chi fa una diversa ricostruzione dei fatti; provoca la rissa che impedisce di ragionare; fa, infine, intervenire la satira che trasforma tutto in quattro risate. La satira è l’ornamento, come la ciliegina sulla torta, ed ha il vantaggio che non consente repliche, non ha un contraltare ed alimenta lo scherno. Nelle sceneggiature si materializzano a volte anche alcuni solisti, un po’ come Paganini, refrattari ai contraddittori ed alle repliche.
Accanto all’informazione televisiva, c’è la stragrande maggioranza della carta stampata. Quotidiani e riviste che, con toni diversi, si fanno strumento e megafono di persistenti aggressioni mediatiche, che analizzano ed amplificano ogni vicenda sul premier e sulla sua famiglia, anche se di natura privata, anche se priva di spessore politico. Prevalgono campagne di stampa in cui si antepongono alla denuncia, le questioni morbose; campagne che, anche a dispetto dell’informazione, ripropongono ossessivamente per mesi domande formulate come atti d’accusa, e che fanno passare per scoop le foto che riprendono l’interno delle residenze e le relazioni private di Berlusconi e dei suoi ospiti, condite da insinuazioni e da gossip.
Alla carta stampata si aggiunge la faziosa parzialità del sindacato unico dei giornalisti, la Fnsi, che ha montato, senza vergogna, una manifestazione per la libertà di stampa in Italia, dopo che il Cavaliere aveva citato in giudizio alcuni giornali che da mesi conducevano una campagna di stampa offensiva e denigratoria.
Anche l’ordine dei giornalisti che chiude gli occhi sulle tante cadute di stile e sulle tante violazioni della deontologia professionale, e li spalanca, invece, in modo esagerato, per sanzionare il Direttore del Giornale, Feltri, reo di aver pubblicato una notizia, prima tenuta nascosta, sull’ex Direttore dell’Avvenire Boffo, scambiando, per informativa della polizia, una informativa arrivata da ambienti riservati che non modificava assolutamente la sostanza dei fatti.
E poi via da là, con la magistratura che spulcia ossessivamente i bilanci e che analizza ogni vicenda pubblica e privata del Berlusconi imprenditore, di quello politico e di quello privato cittadino. La magistratura che origlia e che iscrive sul registro degli indagati il Capo del governo, anche per frasi confidenziali e pensieri ad alta voce, come accade nei regimi totalitari, dove si condannano le opinioni e i pensieri.
Quando si ricercano reati nelle frasi pronunciate al telefono in conversazioni tra amici, conoscenti, giornalisti e collaboratori e, in assenza di ogni sostanza penale, quando si fanno trapelare alla stampa le intercettazioni private, violando il diritto alla riservatezza, e quando su queste intercettazioni si montano teoremi di ipotetici reati, si sprofonda in un regime giustizialista e si fomentano pericolosi pensieri violenti e forcaioli.
Intercettare le comunicazioni di un membro del Parlamento è anche un reato!
Una magistratura che con in testa il suo organo supremo, il Csm, invade il campo della politica, rivendica la sua legittimità nell’entrare nel merito del potere legislativo del Parlamento, per criticare il contenuto delle leggi, emette comunicati di chiaro riferimento politico, si pone come oppositore del Governo e pretende, persino, di sindacare sul potere del Ministro della Giustizia di inviare gli ispettori in quelle Procure dove si verificano episodi che si prestano ad interpretazioni poco trasparenti.
La Magistratura che nel complesso mette i riflettori sui processi di mafia in cui nella gestione dei pentiti emergono riferimenti al Presidente del Consiglio che, generici e privi di riscontri, nonché privi di movente, ritenuti poi inattendibili, richiamano un attento osservatorio mediatico internazionale con il quale si compromette sia la reputazione del leader che legittimamente, con il consenso degli elettori, governa, sia la reputazione stessa del Paese.
Ma tutto diventa ancora più difficile, se poi ci mettono di loro anche alcuni protagonisti del centrodestra che provano a demolire il carisma del Cavaliere, per lanciare il loro cavallo di razza, imbalsamato, per sua scelta, in una rilevante carica istituzionale. Un Presidente della Camera che si mostra irrequieto e preoccupato per la grande prova di competenza, abilità, credibilità ed autorevolezza con cui alcuni ministri di questo Governo hanno occupato la scena italiana, europea e mondiale, preoccupato che oscuri le sue ambizioni.
L’ex leader del Msi, sdoganato da Berlusconi, ha superato ostacoli che sembravano insormontabili, passando da una sorta di patto ad excludendum, che si era stabilito con l’arco costituzionale della prima repubblica, a fare prima il vice Presidente del Consiglio, poi il Ministro degli Esteri ed infine il Presidente della Camera dei Deputati. Un percorso politico esaltante e lo sarebbe ancora di più se focalizzasse il suo esclusivo impegno verso il Paese, lasciando al futuro il proprio destino di uomo di Stato.
Ma un leader carismatico, uno statista, colui che guida la maggioranza che si propone di varare dopo anni di tentativi falliti, dal 1983 della Prima Bicamerale presieduta dal Liberale Aldo Bozzi, le riforme istituzionali e le grandi riforme della Giustizia e del fisco, va difeso senza se e senza ma. Non si possono privilegiare le aspettative di singoli rispetto all’obiettivo storico che si vuole raggiungere. Non si può inoltre consentire che in tv uomini di questa maggioranza facciano il tiro al bersaglio sulla propria parte politica e facciano il verso, invece, a coloro che vorrebbero abbatterla.

Vito Schepisi