18 aprile 2007

Censura, censura, censura....


“ E’ un grande ed esaltante momento di attività parlamentare”.
Sono le parole di Clemente Mastella, dopo l’approvazione alla Camera dei Deputati del ddl sulla pubblicazione delle intercettazioni e degli atti di un processo penale coperti da segreto istruttorio.
Anche noi blogger non potremo commentare e parlare delle nostre sensazioni dinanzi a questioni che investono i rapporti tra politici e magistratura!
Non si potranno citare e dare notizie di vicende giudiziarie tra uomini noti del mondo dell’attualità, dello spettacolo, dello sport, dell’arte, dell’editoria, dell’impresa.
Non potremo conoscere i loro rapporti con la giustizia e conoscere gli sviluppi delle loro questioni giudiziarie.
Non potremo valutare, ad esempio, anche se la giustizia sia veramente “uguale per tutti”.
Non potremo sapere e scrivere di Moggi o di Wanna Marchi e neanche di Corona e di Fassino e delle sue aspirazioni di possedere una banca.
Non potremo leggere e protestare per la Parmalat e gli istituti finanziari e di controllo e certificazione.
Non potremo conoscere i misteri del direttore di Oggi per cui compra le foto del portavoce del governo di Prodi, Sircana, pagando ben 100 mila euro e non le pubblica, mentre invece il suo giornale pubblica, e commenta in modo allusivo, alcune foto che invadono la privacy all’interno della casa di Berlusconi in Sardegna, dove l’ex presidente del consiglio appare in compagnia di 5 ragazze, mentre passeggia, chiacchiera e scherza.
Non potremo leggere di Prodi e delle sue eventuali questioni giudiziarie e neanche di Lele Mora e di Consorte.
Non potremo più conoscere le abitudini ed i gusti di Sircana e neanche i risultati dell’impegno dei copia ed incolla di pezzi di atti processuali dell’abile Travaglio.
Non potremo persino sapere di come Berlusconi possa essere accusato anche di terremoti ed eruzioni vulcaniche.
Ci mancherà tutta la letteratura del sospetto che per Orlando Cascio Leoluca da Palermo era l’anticamera della verità.
“In nome del popolo italiano…” e sembra suonare in modo retorico e privo di veridicità sostanziale il richiamo alla volontà del popolo italiano.
L’esercizio della giustizia, già fuori del controllo e del sentimento popolare, per essere la Magistratura un organo che si autogoverna e che mantiene impermeabile il suo spirito di corpo e l’autoreferenza della sua espressione, diviene ancor più distinta dal popolo e dal suo giudizio, dalla sua volontà e dalla sua tensione, dalla sua democratica valutazione.
L’esagerazione e l’ingerenza nella vita privata è alla base delle misure di cautela della privacy e della dignità dei soggetti interessati.
Si è sviluppata nel Paese una spinta verso forme di giustizia sommaria in cui l’imputato, a prescindere dalla sua provata o meno colpevolezza, viene additato all’opinione pubblica come il reo, come se ci fossero elementi di colpevolezza certi e documentati.
E’ vero tutto questo.
Sono stati pubblicati brani di intercettazioni telefoniche del tutto private ed ininfluenti rispetto ai fatti delle inchieste ed agli estremi di reato.
Si sono sbattuti ripetutamente i mostri in prima pagina.
A volte anche divulgate sensazioni di preoccupazione e di tensione sociale spropositate rispetto ai fatti reali.
Si sono addirittura, nel recente passato, sovvertiti gli equilibri istituzionali e la volontà politica degli elettori.
Ma per impedire tutto questo si deve necessariamente arrivare al bavaglio dell’informazione?
E’ necessario stabilire severe ammende pecuniarie e persino l’arresto per i giornalisti?
Non sarà più possibile, ad esempio, ipotizzare e documentare interessi privati di uomini pubblici nell’adempimento delle loro funzioni o che svolgano attività che il sentimento popolare possa ritenere non adeguate, o finanche incompatibili, con il loro ruolo pubblico.
Tutto questo a prescindere dal fatto che i fatti e le circostanze siano veritiere ed a prescindere dal diritto di ciascuno di esporre querela.
Se lo scopo era quello di punire la diffusione di notizie sottoposte a segreto istruttorio, ovvero le registrazioni di intercettazioni telefoniche, perché punire solo coloro che pubblicano i fatti divenuti noti e non coloro che lasciano filtrare e divulgano queste notizie?
Sembra che la domanda abbia una sola risposta: perchè dovrebbero punire i magistrati inquirenti o tutto il sistema della giustizia in Italia.
Chissà perchè questa esigenza s'avverte solo in Italia e solo dopo che alcuni nodi sono venuti al pettine ed altri rischiano di arrivarci a breve!
Vito Schepisi

12 aprile 2007

Quando si cammina per Strada!



Il rischio dello sfaldamento della maggioranza è nelle cose.
Si sa che questa compagine non ha un comune sentire politico in nessuno dei pilastri portanti di una gestione di governo.
Non ha una visione d’insieme dell’economia, né nei diritti civili, nel welfare e nelle politiche sociali e tanto meno in politica estera.
Ha un’idea molto particolare e variegata su tutto ciò che attiene le libertà formali e nessuna convergenza sulle scelte sostanziali che distinguono una società liberale da un’altra di tipo collettivo.
I partiti di governo hanno persino un diverso modo di distinguere le liberalizzazioni dalle politiche di trust e privilegi economico-industrali.
Anche le libertà di professare liberamente la propria fede e di focalizzarne le fondamenta, in questa maggioranza trova ostacoli di comprensione e di tolleranza.
E’ questa la ragione che porta un po’ tutti a pensare che la pazienza dei moderati del centrosinistra, messi alle strette da iniziative politiche fuori anche del buon senso, possa da un momento all’altro saltare.
E’ proprio, infatti, questa parte moderata della maggioranza che ha subito le maggiori mortificazioni politiche.
Ha dovuto subire l’ultima finanziaria redatta soprattutto per penalizzare i ceti medi e quella parte del paese che, pur lontana dalle lobbies della politica e delle organizzazioni sociali, ne costituisce l’ossatura imprenditoriale e produttiva.
Ha dovuto subire la responsabilità della penalizzazione dell’intero Paese per correr dietro alla logica della discontinuità, che a volte è sembrata l’unica ispiratrice della politica di questa compagine ministeriale.
La sinistra alternativa, invece, in 10 mesi di governo ha messo a segno, una dietro l’altra, una serie di affermazioni politiche, naturalmente intese tali secondo il loro particolare punto di vista.
Tra queste la più importante è certamente l’aver ribaltato il ruolo dell’Italia nella politica estera.
Il nostro Paese, infatti, da alleato leale dell’occidente ha intrapreso la strada del sostanziale neutralismo.
Si declama ora una equivicinanza che quasi sempre, però, si trova sbilanciata verso paesi e gruppi che sono contro gli alleati tradizionali dell’Europa e persino solidale con quei paesi che, in nome di principi etici e di influenza politica, si schierano contro le politiche di sviluppo della civiltà occidentale.
La politica estera dell’Italia viene persino meno al sostegno convinto alla lotta contro il terrorismo, trovando in movimenti ed organizzazioni senza scopi politici, ma politicamente sfacciatamente schierate come Emercency di Gino Strada, collaborazione e dialogo, e offrendo alla loro organizzazione spazio per inserimento, voce e riconoscimento politico.
Una politica estera, quella italiana, che ha affievolito la spinta a contrastare le politiche di oppressione, di minacce e di terrore, proveniente dall’espandersi del fondamentalismo islamico, e di contrapposizione allo sviluppo della civiltà laica, democratica e pluralista.
Una scelta che, spesso, pur di porsi contro gli Usa o Israele o la Nato, si presta a valorizzare le società oppressive, autoritarie di stampo totalitario e di chiara impronta nazista.
La discontinuità in politica estera ha significato l’abbandono del ruolo di protagonista attivo nella formazione della strategia della fermezza sui principi della civile convivenza tra i popoli e sulla lotta al terrorismo.
Si può anche essere d’accordo con ciò che ha appena detto il Presidente Napolitano e cioè che non sia possibile esportare la democrazia.
Ma si dovrebbe anche affermare che non dovrebbe essere neanche possibile tollerare di importare il terrorismo.
Non si può esportare la democrazia se si pretende di imporre principi e regole che siano espressione di una modo diverso di concepire lo sviluppo civile di un popolo.
Si può, però, pretendere di esportarla se si intende diminuire e rendere innocui comportamenti di cieca intolleranza, e si riduce o si elimina la pretesa di imprimere, speculando sull’ignoranza e sui “vantaggi” del martirio, forme di rapporti che penalizzino e rendano schiava una parte dell’umanità.
Quando l’Onu, ad esempio, ha consentito la presenza della Nato in territorio Afgano l’ha fatto in ossequio ai due principi che tuttora ne dovrebbero costituire l’ossatura portante: lotta al terrorismo e autodeterminazione del popolo afgano secondo i principi della democrazia.
Su questi valori si costruisce la convivenza civile tra i popoli ed ha significato il compito delle Nazioni Unite.
Il Governo italiano che, invece, affida a Gino Strada il compito di seguire la liberazione di un nostro connazionale, preoccupato della tenuta della maggioranza, e che da questi si lascia gestire la soluzione del rapimento del giornalista italiano è un Paese che ha perso il filo dell’equilibrio delle cose.
L’aver fatto pressione su Karzai, facendo leva sulla presenza italiana in Afghanistan e sul contributo italiano agli interventi economico-strutturali in quel paese, è motivo di grave preoccupazione morale per lo spessore, davvero sottile, di dignità ed autorevolezza politica di un Presidente del Consiglio.
L’Italia in questo modo certo non esporta democrazia ma rischia, invece, di importare la confusione e le contraddizioni di Strada, il suo pacifismo strabico, la sua arroganza, il suo orientamento politico, l’uso spregiudicato di persone e metodi privi di trasparente legittimità.
Si era detto che il rischio di sfaldamento della maggioranza è nelle cose. Si aspettava, però, l’alt dei moderati al governo.
Si aspettava la parola fine alla confusione ed alla pretesa di spingere sull’acceleratore dell’estremismo.
La maggioranza, invece, sembra sfaldarsi per iniziativa delle forze radicali che inciampano sulle loro contraddizioni e finiscono col rendersi conto di trovarsi in una realtà ben diversa da quella che avevano vagheggiato.
La pace, la tolleranza, la solidarietà, come l’impresa, il capitalismo, l’economia sono cose molto diverse, viste dall’interno del mondo reale, da quelle che si sviluppano sulla bocca dei teorici e dei demagoghi.
Le strumentalizzazioni di sempre, inevitabilmente, si ritorcono contro chi finora ne ha fatto professione.
Che la maggioranza possa venir meno proprio a causa delle contraddizioni all’interno della sinistra più estrema?
Quando si cammina per Strada!
Vitoschepisi

05 aprile 2007

Il Partito Democratico tra proclami e realtà


Le contraddizioni della sinistra e l’incapacità di rappresentare un riferimento coerente per un movimento politico su cui incentrare la spinta di un programma innovativo, pluralista e coerente, hanno reso già deludente, prima della sua nascita, il “Partito Democratico”.
Da ciò che emerge dalle intenzioni di voto degli italiani, questa formazione, su cui convergerebbero forze di estrazione marxista, cattolica e di democrazia liberale, prenderebbe meno consensi dei partiti che la comporrebbero.
E’ evidente che nonostante la semplificazione richiesta dagli elettori, l’unione tra ex o post comunisti e laici e cattolici lascia sul campo la posta delle sue contraddizioni.
Agli occhi dei cittadini offre l’idea di una coperta dai lati più corti del necessario che voglia coprire miserie, illusioni, realtà e l’arroganza di chi ritiene di poter bluffare e prendersi gioco degli elettori.
Un movimento politico, più che sui numeri, nasce nelle coscienze.
Il risultato non è mai la somma algebrica dei sentimenti che si uniscono.
Può essere superiore, ma anche inferiore come nel caso in questione.
E’ superiore se è la convergenza su un metodo ed una linea politica, con riferimenti radicati nella società, che spesso allarga lo spazio del suo interesse, incontrando credibilità ed equilibrio sufficiente per diventare un programma di governo, una scelta di sviluppo sociale, una fonte di politiche virtuose e potenzialmente un progetto per la diffusione del benessere.
E’ superiore se viene riconosciuta l’omogeneità degli obiettivi, la convergenza di idee politiche che abbiano i presupposti della realizzazione di un preciso progetto politico.
Al contrario la convergenza strumentale di diversità che hanno riferimenti spesso separati e contraddittori nella società riduce il suo spazio di azione, perché evoca compromessi e condizionamenti che non sono sempre accettabili.
L’essere poi uniti per essere contro non è mai un valore, anzi è un limite al percorso politico perché è una finzione di unitarietà: un sofisma politico.
Il “partito Democratico” che si vuole realizzare in Italia l’ho sempre definito una finzione storica prima che politica.
E’ la realizzazione dopo circa 30 anni dell’idea del “compromesso storico”.
Questo concetto lo vado ripetendo da tempo.
Lo scorso anno ho già avuto modo di osservare che l’idea di creare un partito unico della sinistra riformista si scontra contro tre realtà nello stesso tempo.
La prima è che la sinistra che lo promuove è per molti versi conservatrice.
L’incontrario della definizione che a questo nuovo soggetto politico si vuole dare.
La seconda è che le anime che lo animerebbero sono in antitesi storica.
La terza realtà è che questo partito sarebbe una sintesi di almeno tre, se non più, correnti di pensiero espresse in Europa.
Se così fosse nella Comunità, dove liberali, popolari e socialisti rappresentano la stragrande maggioranza, non ci sarebbe confronto ma pensiero unico.
Tutto questo è percepito dall’elettore che si pone domande ed immagina prospettive ed epiloghi di politiche che non sempre riescono ad interpretare le indicazioni della società e che il più delle volte non risultano chiare.
L’Italia, al contrario, avrebbe bisogno di due schieramenti “moderati” (dove per moderati si intende, liberi dai condizionamenti delle ali estreme) che riflettano due visioni laiche del percorso politico.
Da una parte spinte di scelte di libertà e di mercato, con le garanzie proporzionate allo sviluppo e, dall’altra, spinte di scelte di solidarietà e con lo sviluppo proporzionato alle garanzie.
Sembrerebbe così semplice!
Nel dibattito degli ultimi mesi il “Partito Democratico” è sembrato che si schierasse all’interno della sinistra europea, facendo osservare a molti ex popolari che non avrebbero finito i loro giorni con la divisa dei socialisti.
Viceversa l’ipotesi di un partito democratico, fuori dalla famiglia del socialismo europeo, ha motivato la reazione di quanti hanno ritenuto di dover ribadire che la loro aspirazione non fosse quella di dover finire di avere le sembianze dei democristiani.
Alla luce di quanto emerge e delle difficoltà avvertite, appare azzardata la profezia di Bersani:
«Sarà come un treno in corsa, nessuno si butterà sui binari per arrestarlo».
Tanto azzardata ed improvvida per quanto sembra ora lenta la corsa del treno e per quanto incerta la sua direzione.
Vito Schepisi

01 aprile 2007

Iran e terrorismo


Negli ultimi tempi al nord dell’Iraq i soldati americani hanno arrestato 5 iraniani accusati di sostenere e fomentare la guerriglia irachena.
La cattura dei 15 militari inglesi in acque irachene, come i satelliti hanno dimostrato, può rappresentare la risposta dell’Iran e forse il tentativo di negoziare lo scambio.
I 5 uomini iraniani arrestati in Iraq sono membri dei Pasdaran, la cosiddetta guardia nazionale di Ahmadinejad, sono accusati di essere ufficiali della “Brigata Gerusalemme”, fazione responsabile delle operazioni segrete all’estero.
La stessa brigata che agli inizi degli anni ‘80 ha dato origine alla formazione di Hezbollah in Libano.
In molti si chiedono quale sia la strategia dell’Iran di Ahamadinejad, ed in particolare se valesse la pena arrivare al fermo dei militari britannici per la liberazione di 5 dei suoi emissari inviati in Iraq a fomentare terrorismo ed aizzare le fazioni di fede sciita.
La risposta è che ne vale la pena per l’Iran e non solo per riavere i 5 suoi uomini esperti.
E’ necessario leggere in maniera più articolata l’azione dell’Iran, ed ogni obiettivo non può che essere complementare.
In gioco, infatti, c’è ancora un altro diverso interesse, quello finale, il vero scopo di tutto.
Un principio sottile, un gioco meschino, l’epilogo di una escalation di provocazioni che è tutto racchiuso nello scontro, che non si può continuare ancora ad ignorare, e che è l’emergere in toni sempre più gravi dello scontro di civiltà.
La lotta, non più sottaciuta, all’intero occidente; la volontà di piegarlo ed umiliarlo, di porlo supino ad accettare condizioni e ricatti.
L’Iran ha voluto rimarcare il concetto che la parte ritenuta più forte, in sostanza, è la parte invece più debole, la più vulnerabile per la realtà di questa parte del mondo.
Nessun Governo occidentale rapirebbe un cittadino mediorientale per esercitare un ricatto politico, e nessuna comunità civile accetterebbe di sacrificare la vita di uomini per perseguire scopi di pressione politica.
Anche il braccio di ferro sulla questione nucleare, per paradosso, diviene un freno alla soluzione della crisi in atto.
Un’azione di guerra, una minaccia e l’intervento di altri paesi o della comunità internazionale, sarebbe fatto passare per il pretesto di un’aggressione per ragioni diverse.
E' questo un momento di forte dispersione dell’identità culturale di una parte del mondo, si è in una realtà in cui si avverte la difficoltà a distinguere, senza grandi scontri ideologici, tra imperialismo ed autodifesa.
Il presidente iraniano, con la mobilitazione interna al suo paese, alimenta il processo all’occidente e minaccia di processare i militari rapiti, anzi fa ancora di più, anticipa la sentenza con un processo fatto celebrare dagli studenti che diviene il processo al regno di satana.
L’ampio risalto interno e le richieste di scuse della Gran Bretagna esaltano il fanatismo verso la richiesta dell’umiliazione dell’Inghilterra.
Le confessioni estorte a uomini e donne in stato di grave cattività, in territorio straniero e senza conforto diplomatico, stabiliscono i metodi incivili e spietati di un regime fanatico.
Anche l’immagine della soldatessa inglese con il velo islamico è un modo per far prevalere l’immagine di una cultura che prevale: vuole stabilire l’idea, da spacciare al popolo musulmano, della superiorità di una civiltà che non teme la forza degli altri, perché è sorretta dai principi della fede nell’Islam.
Tutti ingredienti di una strategia di sfide umilianti per mostrarsi in grado di confrontarsi con chiunque sul proprio territorio ed anche al di fuori.
Chi non ricorda i diplomatici americani negli anni 80, circa 25 anni fa, rapiti in territorio iraniano dai seguaci dell’ayatollah Khomeini?
Ed oggi i marinai britannici rapiti anche loro, e con Tony Blair a cui è chiesto di chiedere scusa.
Trenta anni circa di terrore seminato nell’aria mediorientale dai Pasdaran iraniani, i cosiddetti “guardiani della rivoluzione” letteralemente la “legione dei devoti”, istituita per legge dallo stesso Khomeini nel 1979 per affiancare l’esercito regolare di leva: Ahamadinejad era uno di loro.
Forte di circa 125.000 uomini l’esercito dei Pasdaran, ben addestrato e pronto al sacrificio supremo, si muove in una strategia fatta di terrore e di diffusione dei principi del fondamentalismo.
Dal loro lavoro si muove la lotta, attraverso la provocazioni ed il terrorismo, all’occidente ed ad Israele.
Nel 1983 alimentano la destabilizzazione del Libano per trasformalo nell’avamposto alla guerra di sempre con Israele e l’occidente.
Addestrano e assecondano la formazione nel paese dei cedri degli Hezbollah, il ramo armato dei seguaci del “Partito di Dio”.
Da provocazione in provocazione, fino alla recente, contro i marinai inglesi, impegnati nel pattugliamento delle acque irachene per il controllo dei trasporti mercantili e per impedire il traffico delle armi nell’aria del golfo.
Una strategia, quella iraniana, di attenzione per tutto il mondo arabo, un richiamo ad infiammarlo nelle moschee e nelle piazze.
L’aspirazione alla formazione di un impero dell'Islam e la spasmodica ricerca dell’arma atomica, per condizionare il mondo intero ed ergersi a dominio del Medio Oriente e del mondo arabo.
Il tutto tra fervore religioso e delirio di vendetta storica, come ha fatto presagire la reazione alle parole del Papa a Ratisbona.
Da un uomo che dichiara senza mezzi termini che vuole fornirsi dell’arma atomica per cancellare Israele dalle cartine geografiche e che è arrivato a negare l’Olocausto, organizzando persino a Teheran una squallida conferenza che sostenesse la negazione della storia della persecuzione nazista, penso ci sia da aspettarsi di tutto.
Anche da Hitler c’era da aspettarsi di tutto e quello che è stato, purtroppo, ha superato anche la più fervida immaginazione.
Possa pertanto l’occidente mostrare fermezza e mostrarsi compatta.
Si alzi la voce anche con Mosca e si chieda perché, tra le sanzioni, pone il veto all’Onu al blocco dei beni dell’Iran all’estero, beni sottratti al beneficio del popolo iraniano che nonostante la ricchezza del paese vive nell’indigenza.
L’Europa, ammonita da Ahmadinejad a non interessarsi, alzi la voce e reclami e risponda compatta nell’affermare che l’azione compiuta dall’Iran è di pirateria medioevale e che si stringe compatta alla G.B. nel richiedere fermamente e senza indugio il rilascio dei marinai illegalmente detenuti.
Se passa questa vicenda nell’oblio e nell’indifferenza ci saranno altre provocazioni ed altre azioni efferate fino alla minaccia di non poterne più neanche parlare.
Vito Schepisi

27 marzo 2007

Un appello per Titti Pinna

Il 19 settembre del 2006 è stato rapito a Bonorva, in Sardegna, un paesino a 50 chilometri da Sassari, l'imprenditore agricolo Giovanni Battista Pinna, un uomo di 37 anni.
Dopo i primi giorni di ricerche e titoli di giornali, tutto è passato in silenzio, sei mesi senza nessuna notizia.
Un uomo sparito nel nulla.
Un uomo la cui sorte non interessa che ai suoi concittadini, ai suoi familiari ed ai suoi amici.
Il resto è solo silenzio.
Gli italiani, però, sono tutti uguali, la libertà di ciascuno è sacra per tutti, i diritti sono inalienabili per chi nasce a Roma e chi in provincia di Sassari, per chi lavora per la sua terra e chi per un giornale, per chi ha un nome noto e per chi opera in modo riservato.
Sono anche italiani coloro che con dignità dedicano il proprio impegno al lavoro umile di ogni giorno, fuori dai riflettori e dai flash.
E' stato rapito in pieno giorno, all'interno della sua azienda, mentre si dedicava alle sue attività, come tanti lavoratori, come tanti uomini comuni, come tanti uomini liberi.
E' stato rapito, sotratto ai suoi affetti, sottratto ai suoi amici, ai suoi collaboratori, sottratto alla sua gente, alla sua vita di ogni giorno, al suoi diritto di muoversi e di sorridere, al suo diritto d'essere giovane a 37 anni.
Nessun paragone con altri, nessuna richiesta di privilegi rispetto ad altri, nessuna accusa a nessuno se non a coloro che, vili, hanno compiuto questo barbaro gesto.
Solo giustizia, solo considerazione che un italiano, come è stato per altri, è in grave pericolo:
è stato privato della sua libertà, come è accaduto per altri; ha bisogno di essere aiutato come si è fatto per altri.
Un giovane che ha gli stessi diritti, un giovane che svolgeva il suo lavoro, un giovane uguale agli altri.
Chiediamo di smuovere ogni cosa, di percorrere tutti i sentieri, fossero anche quelli dell'inferno, di cercare senza tregua, e di non tirarsi indietro su niente, come si è fatto per altri.
Chiediamo di non dimenticare di non far calare l'oblio, di non lasciar solo il nostro amico e fratello, di chiamarlo, cercarlo come se fosse uno degli altri, perchè è uno di noi, un uomo che soffre, un uomo che non si può lasciar solo.
E' vile ignorarlo, è vile lasciarlo al suo destino.
Vito Schepisi

Prodi ringrazierà l'Udc?

L’UDC di Cesa e Casini sembra ignorare che se il decreto sulle missioni militari dovesse passare al Senato, anche con i voti determinanti di parte dell’opposizione, non vi sia nessuna intenzione di Prodi di dimettersi.
Prodi è tranquillo, è incollato alla poltrona, con l’attack che gli fornisce Casini, mostra persino sicurezza e si concede anche il lusso di far la morale.
Il Presidente della Repubblica ha già detto di recente che se l’opposizione vuole far cadere il governo deve richiederne la sfiducia nei modi formali.
Correre al Quirinale quindi non servirà a niente ed è forse proprio ciò che i leader dell’UDC vogliono.
Chiedere chiarezza dunque è un esercizio inutile se la chiarezza la chiede chi sguazza nel torbido.
Non si può accusare di mancanza di chiarezza proprio l’opposizione che fa il suo mestiere: l’opposizione vera, quella che considera questo governo e questa maggioranza il vero problema di questo Paese.
Afferma Prodi che dal voto alla Camera non sia cambiato niente e che non sia giustificabile, pertanto, il voto contrario dell’opposizione.
Se così fosse perché il Governo e Prodi in persona hanno voluto a qualsiasi costo la liberazione del giornalista di Repubblica rapito in Afghanistan?
Perché a tutti i costi prima del voto al Senato?
Quali i timori se non di un voto contrario della frangia della sinistra radicale della loro maggioranza che, senza la liberazione di Mastrogiacomo, avrebbe richiesto l’abbandono dei militari italiani dall’Afghanistan?
Poteva il Presidente del Consiglio sostenere in quel caso che non vi fossero motivi per mutare il voto già concesso alla Camera?
La situazione è mutata ed anche in modo politico importante.
E’ cambiato il rapporto con i nostri alleati; è cambiata l’immagine del contingente italiano; è cambiata la fermezza della nostra convinzione politica.
Siamo l’unico Paese ad aver trattato con i talebani, seppure per ragioni umanitarie.
L’unico Paese che ha concesso loro un riconoscimento politico.
I talebani possono ora dire di aver stabilito con uno dei paesi “in guerra” uno scambio di prigionieri.
Un paese, l’Italia, in Afghanistan con i suoi militari, sotto il comando della Nato, su risoluzione dell’ONU, che scambia prigionieri con guerriglieri afgani (i talebani) che se riconosciuti politicamente trasformerebbe i militari della Nato in forze di occupazione.
E’ passata la linea di Strada ed il governo, se avesse dignità, dovrebbe trarne le conseguenze, altro che non è cambiato niente!
I nostri militari diventano il ventre molle della missione antiterroristica in Afghanistan, sono quelli che, a prescindere dagli scenari di guerra che si aprono sui territori controllati dai militari italiani, diventano bersaglio privilegiato, grazie agli interessi del governo di Prodi.
Si è parlato in questi giorni di forze politiche dell’opposizione che antepongono gli interesse di partito agli interessi del Paese.
Ma si è visto solo il contrario!
Si è visto il governo anteporre l’interesse di sopravvivenza all’interesse del Paese.
Anche le affermazioni del Presidente del Consiglio, più simili alle minacce con i suoi toni perentori, prive di moderazione e di ricerca di dialogo, sono sembrate esagerate e prive di buon senso.
Non si può dire che se il decreto fosse bocciato al Senato il giorno tutti i militari, di tutte le missioni, tornano a casa.
Si sa che non è così!
Ci sono sia le forme parlamentari che le forme costituzionali, ed anche le maggioranze politiche per scongiurare questa ipotesi.
Perché non fare chiarezza su questo?
Si parla di un ipotetico Ordine del Giorno che presenterebbe l’Udc e della possibile convergenza di parte dei voti dell’Unione su questo Odg
…ma se i tempi per presentarlo sono decaduti!
Solo il presidente del Senato Marini potrebbe riaprirli, se si ravviseranno motivi di rilevanza politica, e siamo certi che per salvare la faccia all'Udc Marini lo farà…ma solo se l’Odg sarà ritenuto accettabile e votato da buona parte della maggioranza.
Prodi ringrazi Casini e l’Udc per il sostegno al suo governo.
Vito Schepisi

24 marzo 2007

Ora Basta!



Ora basta!
Dopo le reiterate umiliazioni sia per la politica economica del Governo in carica, sia per le brutte figure in campo internazionale, l’Italia che lavora, l’Italia che produce, l’Italia che investe non può che dire: basta!
In pochi mesi il nostro Paese si è giocato anni di impegno e di credibilità politica.
E’ simpatico pensare all’Italia come il paese di “pulcinella” per la sua capacità di sorridere e di esorcizzare la cattiva sorte, per saper affrontare con disincanto le avversità e percorrere anche gli itinerari di sofferenze e disgrazie nella consapevolezza di una grande umanità e di un forte coraggio.
Ma solo per questo!
Non per la meschina astuzia ed imbelle protervia dei suoi uomini di governo: altrimenti così ci giochiamo ogni cosa!
Dignità, coraggio, operosità persino ingegno ed intelligenza.
Non è la furbizia che stabilisce i limiti del buon intelletto e delle capacità di un popolo.
Non l’arroganza e la supponenza sono doti che da secoli ci sono riconosciute nel campo dell’arte e della scienza, per la cultura e la sapienza, per la sensibilità, l’eroismo e l’abnegazione del nostro popolo.
Uomini che si sentivano “superiori” li abbiamo già avuti ed il loro destino, negli anni ’40 del secolo scorso, ha segnato persino il destino del Paese: a testa in giù! Abbiamo subito umiliazioni, i nostri connazionali spesso mortificati e sacrificati; abbiamo perso lembi del nostro territorio, sbeffeggiati ed umiliati, depredati.
Nel nostro Parlamento nazionale hanno messo piede persone indegne, assassini e traditori.
Abbiamo subito una retorica stantia tra parole d’ordine ed invocazioni di regimi speculari a quello appena caduto.
Abbiamo visto riciclare penne e burocrati, politici ed imprenditori, buffoni di corte.
Abbiamo sopportato di tutto ma la coscienza nazionale, il senso dello Stato, anche se spesso precario, è emerso a difesa della dignità del popolo e dei valori fondanti.
A difesa di una realtà nazionale rinascimentale che voleva l’Italia ferma nelle scelte di libertà e di democrazia, tra i valori occidentali, a difesa dell’uomo e delle sue conquiste sociali, dell’uguaglianza fra i sessi, a difesa dei diritti, della famiglia, delle libertà.
Può arrivare un D’Alema a mettere in discussione tutto questo?
Possiamo ancora ritenere che sia Prodi l’uomo che riesce a mantenere dritto il timone della coerenza e della dignità nazionale?
Dopo l’arrogante affermazione di avere avuto la comprensione degli USA per la liberazione del nostro connazionale dai tagliagole afgani ed aver fatto sorridere il mondo, e messo in difficoltà il già debole governo Karzai, cos’altro si aspetta per far deporre la cresta all’equivicino d’accatto?
E’ necessario, ora, un forte segnale di discontinuità con la recente gestione della politica estera.
Sarebbe necessaria una discontinuità sostanziale con tutto il Governo in carica! Prodi non si è mostrato all’altezza: ha gestito la questione afgana peggio della questione economica del Paese.
Naviga tra le bugie, nasconde le cose, ricerca le strade tortuose, inganna le componenti della sua maggioranza.
Mette in pericolo i nostri militari, ora in zona di prossima guerra senza armi adeguate, senza mezzi pesanti sul campo, senza aviazione, come vigili urbani impegnati al controllo del traffico.
Inganna il Paese!
Si ritorna in Parlamento, al Senato, a votare il rifinanziamento delle missioni militari italiane.
Ma siamo sicuri che votare a favore nelle condizione attuali non sia un atto di codarda insipienza nei confronti dei nostri militari impegnati?
Con quale coscienza ed amore per i nostri amici, figli e fratelli che rischiano la vita si vota a favore senza dar loro i mezzi necessari a sostenere i pericoli a cui vanno incontro?
Con quale sentimento viene votato il rifinanziamento sapendo che tra coloro che lo votano per mantenere in piedi il Governo ci sono anche quelli che fanno il tifo per il terrorismo fondamentalista e per la vittoria dei talebani?
Ora basta, dunque, si chiede un po' di coraggio ed un po' di saggezza: è giunto il momento!
Si mettano da parte stupide ed improducenti diatribe e si affronti la questione con la dovuta dignità. Riemerga con impeto e con coraggio il nostro orgoglio ed il nostro sentimento nazionale.

Non lasciamo ancora spazio ai cialtroni!

Vito Schepisi

21 marzo 2007

L'inutile contesa



E’ iniziato il concerto.
Dopo la liberazione di Mastrogiacomo, tutti ad assumersi meriti.
In prima fila, Gino Strada, leader di Emergency, che afferma di aver fatto tutto da solo.
Avrebbe a suo dire trattato con i talebani e così scavalcato la diplomazia italiana ed il Sismi.
Ha invece rubato la scena come un divo da Gossip: si fa fotografare assieme al giornalista di Repubblica appena rilasciato, sorride e fa il segno della vittoria con le dita.
Si fa intervistare, canta vittoria, elogia la sua organizzazione, diffonde il suo messaggio politico.
Non gli sembra vero di poter far emergere il suo odio ideologico contro gli USA e contro la presenza italiana in Afghanistan, e di poter affermare che si debba alla azione di Emergency, ed al suo credito sul territorio, se l’impresa di sottrarre Mastrogiacomo ai tagliagole sia perfettamente riuscita.
Ma molti di noi non sono cultori passivi del Gossip, ragionano al di là delle immagini che ci propinano.
Molti di noi sanno far calcoli e si fanno domande.
Il rapimento aveva uno scopo.
Aveva di certo una valenza politica, prima di ogni cosa, e poi una svolta di contropartite.
Oppure qualcuno ritiene che Mastrogiacomo sia stato liberato per la barbetta di Strada?
Il nostro connazionale è stato scambiato con 5 pericolosi terroristi detenuti a kabul.
Emergency, l’organizzazione di Strada, è solo servita da base logistica per lo scambio e per i contatti tra le autorità afgane, i servizi segreti italiani, il nostro governo ed i terroristi.
Non vorrà farci credere Strada da aver costretto Karzai a far aprire le celle a Kabul per liberare i 5 talebani rilasciati?
Le pressioni e l’insistenza di Prodi per ottenere il consenso del governo afgano alla liberazione dei terroristi detenuti è comprovata dalle parole di Prodi ( è una bugia anche questa?) che ne rivendica il merito:
“ho chiesto personalmente più volte a Karzai di fare di tutto per la liberazione dell’inviato di Repubblica”.
Sulla questione, dice D'alema, c’è stato persino il consenso e la collaborazione degli USA (un falso indecente clamorosamente smentito).
Qualcuno azzarda l’ipotesi che ora i talebani siano politicamente più forti.
Si paventa persino la convinzione che i rapimenti si ripeteranno, e quello dell’Italia non potrà che costituire un pericoloso precedente.
Anche Karzai ed il governo afgano ne escono indeboliti nei confronti dell’opinione pubblica.
In Afghanistan la gente si pone domande sulla fine dei due afgani rapiti con Mastrogiacomo: l’autista e l’interprete.
Uno sgozzato ed uno scomparso nel nulla.
E’ umano che sia così!
E' normale che il popolo reagisca!
In qualsiasi paese la sorte dei propri connazionali ha maggiore presa ed attenzione degli altri.
Perchè in Afghanistan non dovrebbe essere così?
Per far cantare vittoria a Strada?
Come è antipatico dover trarre le conclusioni da tutto questo discorso!
Una cosa è, però, certa:
cantare vittoria, gloriarsi ed assumersi meriti, per come stanno le cose, a me sembra sia il metodo più vile e incivile per esprimere la soddisfazione per la liberazione del nostro connazionale.
Vito Schepisi

19 marzo 2007

Il Regime che avanza



Molti di noi pensano che per trarre conclusioni sulla qualità di una maggioranza o di un governo sia necessario seguire la sua condotta in Parlamento o analizzare i contenuti dei provvedimenti addottati.
Anch’io sono tra quelli che trae buona parte delle proprie convinzioni dal monitoraggio parlamentare dell’azione degli uomini chiamati a espletare il mandato popolare.
Ma non è sempre così.
Ci sono comportamenti della vita privata o modalità di influenzare la pubblica opinione, ed ancora pressioni autoritarie su istituzioni e media, che misurano la sostanziale legittimità democratica di uomini e partiti.
E’ accaduto con il caso Sircana, ultimo in ordine di tempo, in cui media ed istituzioni sono stati chiamati a far quadrato attorno all’amico personale di Prodi, frettolosamente nominato portavoce del suo governo, mentre era ancora in corso il clamore dei fatti riportati da “Il Giornale”.
Sulla diffusione della notizia di una ipotesi di “ricatto”, tentata nei confronti del deputato dell’Unione, si è scatenata una campagna di disinformazione, di ingiurie e di minacce nei confronti di Belpietro e del giornale che dirige: uno dei pochi fuori dal coro.
Un fatto di cronaca, di rilevanza giornalistica che coinvolgeva niente-poco-di-meno-che il portavoce in pectore del Governo, a detta di censori alla Gad Lerner, indisponente e fazioso pettegolo politico, doveva restare notizia riservata, nonostante fosse una situazione ed un nome che correva da tempo sulla bocca di tanti.
Palate di bieca ipocrisia e di arroganti comportamenti, conditi persino di minacce su Belpietro e la sua famiglia.
Un cittadino è libero di avere i propri modi e le proprie preferenze, e di fare le proprie scelte: se siano comportamenti condivisi ed eticamente irreprensibili, lasciamolo giudicare alla pubblica opinione, se desidera farlo.
Perché allora nascondere?
Perché ritenere censurabile l’emergere nella libera informazione di questi comportamenti?
Perché un periodico, ad esempio, del gruppo RCS ha acquistato, si dice per 100.000 Euro, queste foto sin dal mese di novembre del 2006 ed omesso di pubblicarle?
A che scopo comprarle?
Chi ne poteva disporre l’acquisto?
Il Corriere della Sera del gruppo RCS arriva persino a negare l’esistenza di queste foto.
Esistono, invece, ed "Il Giornale" ne entra in possesso.
Sulle prime pagine dei quotidiani finisce ogni cosa e tra queste, anche e soprattutto, fatti di persone coinvolte per la loro vita privata o per scelte di cui non devono dar conto a nessuno.
Se capita invece di dover informare la pubblica opinione sull’ipotesi di un ricatto intentato al portavoce del Governo, si solleva la cortina di fumo, si cela, si mischiano le carte, si spendono somme importanti, si afferma persino il falso.
Il fatto in se, invece, può preoccupare la gente se si riferisce a persona che riveste un incarico rilevante e che, sotto ricatto, possa pregiudicare la serenità e la credibilità stessa dell’azione di Governo.
Se la persona è poi un rappresentante del popolo, delegato a svolgerne il mandato, mi sembra sia anche giusto che l’elettore sappia quali persone siano state delegate, anche per rinnovare o meno la sua fiducia elettorale.
Penso sia giusto così!
In democrazia l'uomo politico, l'amministratore, il rappresentante del popolo, ha da esser visto come in una casa di vetro.
Colpito Sircana, però, con una rapidità strabiliante, che non può che apparire sospetta, scatta l’irritazione di stampa e di giornalisti sempre attenti a giudicare la moralità degli altri.
Scatta anche l'attenzione del Garante della privacy.
Ma è lecito chiedersi il giorno prima dove fosse?
Ho la sensazione di sentir odor di regime!
Vito Schepisi

14 marzo 2007

Maggioranza di lotta e di governo



Per la sua visione multilaterale delle cose, il centrosinistra ambisce a rappresentare un po’ tutti.
Funge da maggioranza di governo per smarcarsi subito dopo in opposizione: un Giano bifronte della politica.
Ministri che scendono in piazza, segretari di partito che contestano le politiche dei ministri dei partiti alleati.
Parlamentari che votano contro e ministri che vengono contestati.
Richiamo al buonsenso e richiami da parte degli uni e degli altri al programma sottoscritto: oracolo della Sibilla di un percorso tracciato tortuoso.
Sono passati meno di quindici giorni dalla fiducia ottenuta al Senato, grazie alla compiacenza di un rappresentante del popolo che ancora riceve telegrammi e lettere da parte dei suoi elettori che, votando per lui, non hanno mai inteso delegarlo ad esprimere la fiducia a Prodi ed alla sinistra.
Solo quindici giorni ma la maggioranza non fa altro che presentarsi in ordine sparso su ogni questione.
Superata, per il momento, la questione Vicenza con i leader dei partiti di governo a contestare lo stesso governo, si è aperta la questione dei diritti delle coppie di fatto, con i ministri in piazza a Roma a fischiare altri ministri e dileggiare il Vaticano.
Forse mi sbaglio, ma se c’è una questione su cui la Chiesa ha il diritto ed il dovere di esprimere la propria opinione, questa è proprio quella del confronto sui diritti civili che coinvolgano gli aspetti etici della società.
La chiesa, infatti, ha da sempre posto la famiglia, intesa come nucleo di base fatta di un uomo ed una donna che si uniscono in matrimonio per procreare, al centro della sua attenzione.
Se alla Chiesa, pertanto, si debba attribuire la sua funzione storica di indirizzo etico che è alla base dello sviluppo della nostra civiltà, come si fa a dire che la sua voce ed il suo monito etico interferisca con la laicità dello Stato?
In democrazia, ancora, tutti avrebbero diritto di far sentire la propria voce, nel rispetto degli altri, e senza disporre chi sia legittimato e chi non lo sia.
Anche per l’Afghanistan, questione su cui D’Alema ha registrato al Senato quel deficit di consensi che ha motivato la richiesta di una rinnovata fiducia al governo di Prodi, si continua a discutere, e si ha l’impressione che la questione della carenza di una necessaria maggioranza politica non sia affatto superata.
Alle difficoltà già presenti, si è aggiunta la tensione per il rapimento dell’inviato di Repubblica.
Ad accrescere maggiormente l’apprensione di Prodi giungono notizie, che seppure si cerca di mantenere riservate, filtrano riferite dalla stampa spagnola.
Sono notizie relative alla presenza italiana in zona di conflitto armato con i talebani :
«MADRID, 14 Mar. (EUROPA PRESS) - Tropas españolas e italianas participan en la zona oeste de Afganistán --su zona de responsabilidad-- en una operación en colaboración con el Ejército Nacional Afgano y la Policía en apoyo de la denominada 'operación Aquiles', la mayor ofensiva contra el movimiento talibán de todas las desplegadas este año».
Il comandante della offensiva è anche italiano come altri fonti spagnole confermano:
«El teniente general italiano Mauro del Vecchio, quien comanda el Mando Oeste de la ISAF en Afganistán».
Il Governo nasconde, tace, ed anche la stampa italiana si adegua.
Ma la confusione non finisce qua.
L’ultima uscita della maggioranza di lotta e di governo viene ancora da Rifondazione Comunista.
Il segretario Giordano, pur raccomandando ai ministri del proprio partito “per una questione di stile” di non partecipare alla manifestazione, indetta dai sindacati contro il governo, per protestare contro il mancato rinnovo del contratto della scuola, fissata per il prossimo 16 aprile, ha confermato la sua partecipazione a fianco delle confederazioni CGIL , CISL e UIL, ritenendo di dover protestare contro il governo di cui il suo partito fa parte.
Oramai sembra che la strada sia aperta e si possa essere contemporaneamente da una parte e dall’altra.
La prossima mossa?
Che sia eliminare per legge l’opposizione?
Hanno “occupato” di tutto nel Paese.
Si esprimono affermando e rivendicando il diritto di essere multilaterali su ogni cosa, perché dovremmo meravigliarci se dovessero pretendere anche di gestire e monopolizzare persino il dissenso?
Se la cantano e se la suonano in questa finzione di democrazia che sta diventando il nostro Paese.
Vito Schepisi

11 marzo 2007

La Riforma Elettorale


Parlare della riforma elettorale, ignorando le riforme costituzionali ed un nuovo assetto delle istituzioni e della rappresentanza politica, mi sembra il modo peggiore per risolvere l’annosa questione.
Ignorare che esista ancora un sistema partitocratrico, in cui i leader politici si ritagliano i propri spazi di gestione, non contribuisce a risolvere in via definitiva la governabilità ed il rispetto del mandato elettorale.
Le elezioni servono spesso a dimensionare alla propria capacità di interdizione sia la gestione del potere che l’affermazione di principi ideologici di nicchia.
Manca nel Paese la consapevolezza che se a prevalere sia una linea politica questa, in tutta coerenza e tranquillità parlamentare, possa perseguire il progetto di governo indicato.
Manca il rispetto del mandato popolare ricevuto e si è alla ricerca, tempo per tempo e provvedimento per provvedimento, delle maggioranze possibili.
L’abitudine al principio assembleare sembra tanto diffuso da far proporre al ministro dell’interno Giuliano Amato, che è persona riflessiva, una inedita proposizione di maggioranze variabili.
La proposta è tanto fuori del sentimento politico da sembrare ignorare che l’opposizione non sia interessata a mantenere in vita un Governo che è senza una vera maggioranza politica ed inviso a gran parte degli italiani.
Mantenere in vita un governo che sta provocando lacerazioni nel tessuto sociale del Paese, che sta falcidiando speranze e progetti degli italiani, che sta sconvolgendo persino i principi fondanti della nostra società.
Ma come si fa ad ignorare che la proposta d’Amato trova invece consenso nel sentimento strumentale di tanti parlamentari interessati invece a prorogare la legislatura almeno fino alla maturazione dell’assegno previdenziale?
La proposta delle maggioranze variabili, perché sia utile al fine, rappresenta un invito rivolto all’opposizione a convergere coi numeri a sostegno della maggioranza, laddove questa non abbia la forza politica per farlo.
L’invito ha la sua logica nel monito che l’unica opzione posta da Prodi alla sua Presidenza siano le elezioni anticipate.
C’è in Parlamento un largo schieramento trasversale ai due poli sensibile alla volontà di veder allontanare lo spettro di nuove elezioni.
Esiste anche tra i partiti un gruppo, già alleato della Cdl, che guarda alle elezioni anticipate come ad un grosso ostacolo alla realizzazione del suo progetto politico.
Casini, al pari di Follini, mira a recuperare lo spazio di tempo possibile per preparare un nuovo soggetto che miri a superare il bipolarismo e proporsi quale perno centrale di maggioranze alternative.
Nella proposta di Amato però, il fine è così poco trasparente ed anche un po’ subdolo per non tener in alcun conto la volontà degli elettori.
Nel sistema bicamerale perfetto, che si è voluto confermare nel Paese per iniziativa dei partiti dell’attuale maggioranza che ha respinto la riforma costituzionale che ne modificava le funzioni , è possibile che le maggioranze nei due rami del Parlamento siano differenziate, come è avvenuto il 9 e 10 aprile dello scorso anno.
Con qualsivoglia sistema elettorale questa realtà sarebbe emersa, benché oggi si voglia attribuire la responsabilità alla legge elettorale “porcata”.
Al Senato la Cdl ha sopravanzato l’Unione di quattrocentomila voti circa.
Tale circostanza, prova provata della necessità di modifiche costituzionali che modifichino le funzioni delle due camere, avrebbe dovuto consigliare una forma di governo che fosse sintesi politica dei due schieramenti ed evitare un braccio di ferro deleterio e mortificante per tutta la Nazione.
Un dialogo che, per confermare il principio del bipolarismo e della necessità di una omogenea maggioranza politica, avrebbe dovuto privilegiare la volontà di metter mano alla riforma costituzionale, invece respinta dopo una accesa campagna che la configurava come una minaccia per l’unità del Paese.
Nella precedente legislatura è stato perduto tempo prezioso nella ricerca di composizione sulle riforme dei meccanismi di rappresentanza democratica.
Per responsabilità dei partiti della maggioranza di allora che premevano per dare contenuti diversi sia all’una che all’altra delle riforme, e per l’assenza colpevole della opposizione interessata solo a delegittimare la coalizione espressa dalla maggioranza degli italiani.
Forse qualcuno ricorderà anche le offese rivolte, in particolare dalla sinistra radicale, al corpo elettorale.
Anche in questa legislatura si sta perdendo tempo prezioso eludendo un’ampia riflessione su queste questioni, salvo rifarsi alle necessità di affrontare questi argomenti per scongiurare il ritorno alle elezioni.
Nessuna maggioranza variabile, quindi, che serva a mantenere in piedi interessi soggettivi.
Nessuna delle deleterie strategie di sopravvivenza!
Non ci interessa quella di Prodi, consapevole dell'esaurimento della sua funzione di Governo ma caparbiamente intenzionato a non cedere.
Non ci interessa l’altra, quella di Casini e Follini, che ha lo scopo di sconvolgere il bipolarismo ed affermare la centralità della loro componente ( stimata al 5%) con la prerogativa di “scelta irreversibile”, per mantenere un potere ininterrotto e senza alternative se non nell’alternanza dei suoi alleati.
La sola riforma elettorale nelle condizioni attuali non servirebbe a nulla.
Non risolverebbe alcuna questione di fondo; anche il premio di maggioranza sui dati nazionali al Senato, ammesso che la Corte Costituzionale lo possa avvallare, non modificherebbe la possibilità di due maggioranze diverse nei due rami del Parlamento.
E’ questa la ragione per cui si debba ritenere utile respingere le maggioranze variabili e richiedere le larghe intese con un Governo di impronta istituzionale che abbia lo scopo di offrire al Paese soluzioni di efficienza e di governabilità, nel rispetto delle scelte e delle opzioni del corpo elettorale.
Penso sia venuto il momento di uscire dall’antagonismo Prodi-Berlusconi o dalla anacronistica contrapposizione destra e sinistra anche per la costruzione di un ponte o di una linea ferroviaria: vorremmo che in parlamento e nel paese finalmente si parli delle scelte per l’Italia.

Vito Schepisi

08 marzo 2007

La "Giustizia" secondo Mastella



E’ la seconda volta che Mastella e questo Governo si piegano alle pressioni ed alle capacità persuasive della corporazione dei magistrati.
La prima volta quando nella finanziaria si è parlato del contenimento degli aumenti dei loro stipendi,e questa volta quando ispirano una riforma che favorisca i privilegi e l’insindacabilità del loro operato.
Questa è la sintesi di nove mesi di governo di centrosinistra sui problemi della giustizia in Italia.
Una sorta di restaurazione che riporta i magistrati a ritagliarsi gli spazi della loro privilegiata collocazione di unici pubblici funzionari che agiscono in nome del popolo e non rispondono a nessuno se non a loro stessi.
Una riforma che blocca e riporta indietro negli anni il tentativo di restituire alla giustizia il suo spazio di difesa democratica dei principi del diritto e si presta, invece, ad un vero mercanteggiare di privilegi corporativi e di gestione autoreferenziale.
Aumentano i posti di comando e di influenza, le carriere sono valutate e programmate dai loro organi, aumenta persino l’organico del CSM fino a trenta consiglieri di cui venti eletti dai magistrati.
In altre occasione mi sono soffermato sull’assurdità di un principio che se fosse diffuso vedrebbe ogni categoria provvedere a stabilire gli spazi e le prerogative delle loro funzioni e giudicare l’esatto adempimento dei ruoli assegnati, anche riguardo agli aspetti morali ed ai comportamenti omissivi, ovvero invasivi e vessatori, nei confronti di terzi o della dignità ed autorevolezza di altri organi dello stato o di funzioni di pubblica rilevanza.
L’esempio del medico che sbaglia per negligenza e scarsa professionalità, e causa danni irreversibili a terzi, e risponde dei suoi sbagli, non deve essere considerato un esempio al di fuori di un omogeneo confronto.
E non esiste un consiglio superiore di sanitari formato da medici che stabilisca le responsabilità.
Spesso i danni di una cattiva magistratura ricadono sulle persone e sugli interessi collettivi più di quanto si possa immaginare, ed in forma tanto violenta da essere causa di danni fisici, morali e materiali di ingente portata.
Anche il Notaio o il commercialista o il tecnico, se sbagliano a redigere i loro atti o ad assolvere le loro funzioni, ovvero i calcoli di portata, o altro, sono sanzionabili e rispondono per i loro errori.
Il Magistrato invece se sbaglia, se sperpera il pubblico denaro inseguendo improducenti teoremi, se è pervaso da furia ideologica, purché trovi una maggioranza nel CSM pronto a sostenerlo, viene invece gratificato.
Continuerà ad essere premiato come è accaduto e sappiamo che ancora accadrà.
Come poi valutare lo svilimento della motivata richiesta della separazione delle carriere?
E’ un principio fondamentale di una ordinamento giudiziario all’altezza delle comuni norme di diritto che ispirano le democrazie occidentali.
Se una parte è rappresentata dall’accusa ed è il pubblico ministero e l’altra dalla difesa che è il legale di fiducia, la terza parte, il giudice, deve o non deve essere terzo?
Può essere concepibile che il magistrato giudicante sia espressione della categoria della difesa?
E perché allora debba essere espressione della categoria dell’accusa?
Il disegno di legge Mastella prevede funzioni separate e condizioni al passaggio da una funzione all’altra.
Cosa significa e cosa risolve?
E’ chiaro che debbano essere funzioni separate o pensa Mastella e l’ANM che il giudicante e l’inquirente debbano anche poter essere la stessa persona?
Ma sono le stesse figure che svolgono la stessa carriera, le stesse che votano i loro organi di rappresentanza e 20 su 30 dei componenti del CSM, le stesse persone che fanno carriera perché la loro corporazione ne organizza i percorsi.
Gli stessi individui che potrebbero domani trovarsi ad esercitare le stesse funzioni.
L”ascia di guerra” è stata sotterrata annuncia Mastella.
Ma è la Giustizia che è stata sotterrata!
Ancora una volta, per compiacere la corporazione più potente e minacciosa, è stata mortificata e calpestata, adattata al partito dei giudici, asservita agli interessi di parte.
Dal Governo Prodi non avverrà nessuna “azione piratesca” annuncia tronfio Mastella, quasi fosse un forte messaggio di grande merito e di coraggioso sostegno a principi di libertà in pericolo, ed ora grazie a lui ed a questo governo finalmente difesi da pericolosi assalti.
E gli assalti sarebbero di coloro che chiedono equilibrio, responsabilità e vera giustizia!
Vito Schepisi

04 marzo 2007

Riforma della Costituzione e occasioni perdute



Sono passati 10 anni e passa da quando il 24 gennaio del 1997 fu istituita la Commissione Parlamentare per le Riforme Costituzionali meglio nota come la “Bicamerale”.
La Commissione nacque per la convinzione che allo sviluppo economico ed industriale della nostra Nazione, tale da essere tra le prime grandi della terra, non facesse riscontro un quadro d’insieme del sistema politico, istituzionale e civile all’altezza delle esigenze.
L’ingerenza pubblica nell’economia, i confini dell’esercizio dei poteri degli organi statali, i conflitti nelle competenze, la burocratizzazione delle regole di attuazione e di funzionamento del servizio delle autorizzazione e l’esercizio dei diritti di impresa ed iniziativa in campo economico e giuridico costituivano un ostacolo allo sviluppo della società.
Anche la forte richiesta di iniziativa spontanea e popolare, avanzata nella specificità di territori diversi, che spingeva verso maggiori autonomie nella gestione decentrata dei poteri, reclamava l’esigenza di sfoltire ed aggiornare un sistema che rimaneva ancorato a principi scritti e sanciti in una realtà molto diversa.
La nostra Carta Costituzionale scritta e varata in un Paese appena uscito malconcio dalla guerra, senza compiuti riferimenti territoriali, ancora incerto nei confini, appena riunificato dai rischi di conflitti intestini che mietevano ancora vittime fraterne per furore ideologico ed incertezze future.
La logica del dopoguerra prevedeva l’opportunità di distribuire i poteri, per non favorire la concentrazione di prerogative di gestione e conduzione politica nelle mani di pochi.
Esigenza che veniva condivisa per costituire una più efficace difesa contro pericoli di nuove negative esperienze.
Le intolleranze ed i regimi dispotici nel dopoguerra ancora imperversavano in un esteso fronte che si addossava al nostro Paese.
Ma sembrava giunto, finalmente, il momento in cui i pericoli venivano meno.
Lo sguardo sempre più convinto all’Europa e la caduta dei regimi totalitari dell’est consentivano di fornire al Paese conduzioni politiche più forti e meno precarie.
Come la "Bicamerale" poi sia finita è noto.
Uno scontro tra chi, attraverso la Commissione bicamerale, prefigurava sistemi di controllo politico finalizzato ai propri interessi ed alle proprie ambizioni, e mi riferisco a D’Alema, e chi come Berlusconi prefigurava un Paese più snello, con poteri decentrati e sicuri da ingerenze e pressioni, con certezza del diritto: una conduzione dell'Italia meno invasiva e meno burocratizzata.
E’ interessante, ad esempio rileggere il giudizio di De Mita rilasciato al Corriere della Sera il 5 giugno del 1997:
“Se la Bicamerale rischia di fallire... è per colpa... del modo con cui è stata gestita: troppo tatticismo, troppa attenzione agli equilibri delle forze in campo e scarso interesse per il raggiungimento di un obiettivo serio di riforme. D'Alema si è messo a governare la Bicamerale come se fosse un congresso di partito”.
Ed ancora nella stessa intervista:
“Senza una nuova forma di Stato e di governo non nascerà mai la Seconda Repubblica. Siamo ancora pienamente nella Prima, e nella sua parte peggiore. Siamo nel limbo del tatticismo, delle piccole strategie, cioè i vizi della Prima Repubblica”.
Naturalmente l’inevitabile fallimento della bicamerale fu attribuito a Berlusconi.
Questi in sostanza chiedeva bipolarismo, aumento dei poteri del capo del governo, sistema giudiziario in linea con le forme di garanzia delle più avanzate democrazie occidentali.
Una richiesta sulla giustizia inaccettabile per la sinistra che forte di una magistratura militante, di cui si serviva come clava politica, farà dire che la bicamerale sia caduta per la pretesa di Berlusconi di ottenere garanzie di impunità.
Eppure della riforma per eccellenza se ne avvertiva e si avverte la necessità.
Si è perduta una ulteriore occasione per riformare il sistema obsoleto: c’è stata un diniego falso ed ipocrita per il referendum che modificava la proposta della scorsa legislatura.
Le norme avanzate avrebbero consentito una gestione più efficiente dei meccanismi sia delle istituzioni, e degli organi dello stato, sia di quelli politico-sociali.
Avrebbe rafforzato il bipolarismo, tra l’altro, ed impedito la sopravalutazione delle capacità di interdizione e di condizionamento dei piccoli partiti.
C’è stata la voluta, e consentitemi stupida ed improducente, azione di ostacolo e di acritico e aprioristico diniego, per risoluta volontà del più inetto degli uomini politici candidatosi alla guida del Paese.
Per ordine dunque di Prodi il centrosinistra si è aprioristicamente rifiutato di sedere al tavolo di approfondimento e di confronto per lo studio e la valutazione delle norme di modifica, che pur sono ritenute necessarie.
Sono ritenute tanto necessarie che Prodi oggi le richiede, senza averne le prerogative costituzionali, ponendosi in contrasto sulle forme e sui limiti imposti dalla nostra Carta.
Vito Schepisi

01 marzo 2007

Il Governo di un piccolo uomo

Prodi ha avuto la fiducia.
La maggioranza dei senatori eletti dal popolo, grazie ai voti di Pallaro e Follini, gli ha tributato una fiducia cieca.
La fiducia politica richiesta dal Presidente della Repubblica, però, è solo apparentemente politica.
Per essere tale richiederebbero convergenze che dir che ci siano significa esser fuori della realtà, se non in malafede.
Le divergenze che c’erano, come si sa, rimangono in piedi e sono totali.
La maggioranza numerica, però, rimane e rimarrà finché qualche specie di squalo, dai denti taglienti, non penserà di rivendicare in prima persona la scomposizione della maggioranza, componendo di contro equilibri di diversa valenza politica.
Prodi è un uomo di paglia, è una mummia senza parola, un icona su cui si clicca per aprire la solita e sola pagina di un sito che sa di stantio.
E’ la formula dell’antiberlusconismo e delle politiche dei sacrifici e della pressione fiscale.
Un disco stonato di un festival decadente che ha deluso gli italiani.
A breve si aprirà un dibattito nel Paese sulla legge elettorale ma anche sulle riforme, da quella costituzionale per un diverso assetto istituzionale a quella della burocrazia statale.
Da questo dibattito si potranno trarre spunti per nuove convergenze.
Per gli architetti dell’inciucio, non era questo il momento buono per uscire allo scoperto.
Con un Paese spaccato su temi importanti, seri, difficili ma anche laceranti e trasversali.
Pensiamo alle pensioni ed alla revisione dei coefficienti, pensiamo ai Dico, alla Tav, alla pressione fiscale, ai venti di crisi mediorientali.
Pensiamo alla base vicentina ed alle questioni Alialia, Telecom, Ferrovie e poi alle famiglie in difficoltà con la finanziaria di Prodi.
Pensiamo alle pressioni della Commissione Europea che richiama l’Italia a dar corso alle politiche impopolari dei tagli alla spesa.
Un Paese in difficoltà di immagine sul piano internazionale, con gli alleati e la Nato che ci guardano con diffidenza.
Una politica estera prona e supina verso il fondamentalismo ed il terrorismo mediorientale , sbilanciata verso la Siria, Hamas e l’Iran e con indosso le simpatie di Hezbollah.
Un quadro di insicurezze devastante: è l’immagine che il mondo intero ci illustra e denuncia e che solo in Italia si fa finta di non osservare.
E’ disarmante l’allegria ed il sorriso di Prodi, l’immagine agghiacciante di un maniaco perverso che terrorizza il Paese e la fa franca.
Ciò che è ilare è la sua sicurezza, la sua inconsapevolezza, l’inconsistenza leggera di un uomo mediocre il cui obiettivo è fissato nel ritardare la sua caduta.
Un uomo che è uscito dalla scena politica del Paese e che non se ne rende conto, attaccato alle ambizioni di occupare poltrone che, come si è espressa la stampa europea al tempo in cui ne presiedeva la Commissione, non erano a lui adatte per non esserne all’altezza.
Un uomo che vorrebbe passare alla storia come “statista” e che non si rende conto che non ne ha i requisiti.
Per essere considerato tale dovrebbe avere il carisma che non ha; dovrebbe avere la capacità di saper indirizzare la rotta della sia leadership senza obiezioni, ma lui ogni volta che parla è puntualmente smentito dalla sua maggioranza: ciò che propone viene immancabilmente modificato e si deve sempre piegare alle soluzioni degli altri.
Uno statista non è presuntuoso e spocchioso ma fa passare la sua linea politica e le sue scelte inducendo i suoi alleati ad adottare sia l’una che le altre.
Insomma Prodi è un piccolo e mediocre uomo ed è in fase calante: sembra che non abbia proprio più niente da dire.
Sarebbe più dignitoso per lui ritirarsi in buon ordine.
Vito Schepisi

27 febbraio 2007

L'Italia di Prodi



“Non deve sorprendere che la coalizione arcobaleno italiana si sia frantumata la scorsa settimana, ma che continui a governare”.
E’ una frase tratta da un pungente articolo sulla crisi politica italiana del prestigioso Financial Times di Londra.
Uno di quei modi di dare la notizia da scuola di giornalismo, in cui si stabilisce che niente di ciò che è ovvio costituisce notizia, ma se si verifica una cosa folle questa si che è notizia.
Un po’ come dire che non sia una notizia se un cane morde un uomo ma è notizia che questi morda un cane.
Così nell’articolo di commento molto critico sulle vicende italiane, l’autorevole quotidiano britannico punta il dito osservando che l’Italia avrebbe bisogno di una svolta e non di continuare con l’esecutivo uscente.
L’autore dell’articolo, Wolfang Munchau, avverte così la necessità delle larghe intese per realizzare le riforme che consentano il risanamento della economia italiana.
Le cosiddette riforme strutturali che vedrebbero l’ala della sinistra estrema della coalizione di Prodi, che l’articolista britannico definisce ala conservatrice, del tutto dissidente e contraria.
Il Financial Times osserva ancora che l’economia italiana sia in ripresa soprattutto perché è in forte ripresa il mercato tedesco, bacino di grossa diffusione della produzione italiana.
Se dovesse, però, rallentare la domanda tedesca, l’Italia avrebbe grosse difficoltà nel procedere verso la ripresa.
Per il Financial Times il problema di Prodi non è solo la politica estera ma anche e non meno le preoccupanti divergenze sul modello di sviluppo e sui contenuti della politica di risanamento e sull’intera politica economica.
I richiami del commissario europeo Almunia sulla manovra taglia deficit, richiederebbe una rigorosa politica della spesa.
I dodici punti di Prodi, in cui si indica per la spesa previdenziale l’accorpamento degli enti come misura per il taglio delle risorse economiche assorbite, è considerata insufficiente.
Anche le notizie di stampa che danno l’impressione di cedimenti del ministro del lavoro Damiano, su pressione dell’ala radicale della maggioranza e delle organizzazioni sindacali, sullo scalone previdenziale giustificano le preoccupazioni per il venir meno degli impegni di Prodi in sede europea di dar corso entro marzo alla definitiva riforma sulle pensioni.
E’ preoccupata l’Ecofin ed il suo responsabile, tanto da far predisporre un documento, alla discussione dei ministri europei dell’economia, in cui si afferma che “l’Italia dovrà dare piena attuazione alla riforma delle pensioni compresa le revisioni dei coefficienti”.
Nel documento Almunia non si sottrae dal porre in evidenza la natura della manovra finanziaria italiana recentemente varata, tutta sbilanciata sul piano dell’aumento delle entrate anziché sui contenimenti della spesa.
Il Commissario europeo nella stesura del documento ammonisce l’Italia a destinare tutte le maggiori entrate (leggi tasse aumentate) alla riduzione del deficit.
L’Italia è sotto procedura di deficit eccessivo e non è in condizione di permettersi di disattendere i suggerimenti della Commissione Europea.
Di questo passo altro che 2009, come detto da Padoa Schioppa, per la riduzione delle tasse e ci si prepari invece alla finanziaria 2008 ancora lacrime e sangue.
Bisognerà dire addio agli investimenti ed a salire sul treno dello sviluppo.
Niente innovazione, niente modernizzazione del Paese, niente infrastrutture, niente investimenti, niente sviluppo e occupazione.
Sarà questa l’Italia di Prodi.
La notizia è dunque che ritorni il Governo di Prodi!

Vito Schepisi


26 febbraio 2007

Una crisi nell'equivoco



Questa crisi si è risolta nell’equivoco.
E’ vero che il Parlamento non si è ancora pronunciato e che Napolitano sembra aver chiesto una fiducia che convincesse, non solo coi numeri ma anche con l’allargamento del fronte del consenso.
Prodi ha, stranamente, trovato il voto di Follini, dopo che il 2 febbraio scorso il Consiglio dei Ministri aveva rinnovato per tre anni alla moglie del senatore dell’Italia di Centro l’incarico di Direttore dell’Agenzia del Demanio.
E se pensiamo che nel 2000, la signora Follini era stata nominata da Visco, allora Ministro del Tesoro, con un compenso annuo di 650.000.000 milioni di lire!
Anche il peggior Presidente della Repubblica Italiana, Scalfaro, ha espresso il suo parere ed ha sostenuto che una maggioranza ottenuta con i voti dei senatori a vita debba indurre Prodi e trarne le conseguenze.
Non è scritto da nessuna parte che la maggioranza al Senato si debba ottenere in modo autosufficiente e senza contare sui senatori a vita.
Sembra però che alcuni passaggi di Napolitano ed i suoi richiami a maggiori consensi abbiano fatto intendere ed indotto Prodi a optare per la ricerca di una maggioranza ottenuta coi voti dei senatori eletti dal popolo.
Senza apporti, da intendersi solo aggiuntivi, di senatori nominati o di diritto, che possano falsare la legittimità sovrana degli elettori di determinare col voto le maggioranze parlamentari.
La crisi si è risolta nell’equivoco perché è stato acquisito il 157esimo voto, quello di Follini, ma manca il 158esimo per essere maggioranza dei senatori eletti, posto che per prassi e per legittimare uno "status super partes" il Presidente del Senato Marini non vota.
L’argentino Pollaro, l’abbiamo lasciato convinto che la soluzione della crisi debba essere rivolta verso la ricerca delle ampie convergenze.
E’ anche probabile che Pollaro possa essere il 158esimo, ma tirato per il collo, con una sua nota e differente convinzione politica, anzi assertore di una tesi sostenuta in modo autorevole ed ampio nell’opposizione.
Anche la convergenza di Follini è equivoca, a parte l’opinione che se ne possa trarre sul personaggio.
E’ equivoca perché parte da un presupposto irrealizzato che è quello di riequilibrare sul centro la maggioranza: presupposto che non esiste per numeri e per contenuti politici.
Il Governo Prodi è stato rinviato alle camere alla ricerca della fiducia che il Professore ha sostenuto di avere.
Deve essere quindi lo stesso governo e senza nessuna modifica della sua piattaforma programmatica, politica estera compresa, e tanto meno senza modifica dei partiti che lo sostengono.
L’aggiunta o la sottrazione di un partito implicherebbe per prassi e per chiarezza parlamentare una vera crisi ed un nuovo governo.
E’, invece, la stessa coalizione di centrosinistra già capeggiata da Prodi, e con lo stesso programma di governo della proposizione elettorale dell’Unione contro cui Follini ha svolto la sua campagna elettorale in contrapposizione.
La piattaforma programmatica della Cdl era antagonista ed alternativa rispetto a quella del centrosinistra.

Follini così ha ingannato i suoi elettori.

Se ci fosse un Prodi bis con altre dichiarazioni programmatiche e con altra prospettiva e strategia politica, la posizione di Follini potrebbe apparire meno moralmente scandalosa ed inopportuna.
Il suo passaggio nelle fila della maggioranza avviene, invece, senza che questa abbia modificato di una virgola la sua piattaforma politica e la strategia del consenso e del peso dei partiti e delle spinte di questi.
Un cambio di giacchetta bello e buono, uno squallido trasformismo.
E sarebbe ancora più equivoca la svolta della crisi se fosse vera la fandonia che il voltagabbana Follini voglia accreditare di voler rappresentare la spinta per invogliare i centristi dell’UDC a sostenere il governo per attenuarne la deriva verso la sinistra alternativa e radicale.
Motivazione senza capo né coda in quanto numericamente insufficiente l’UDC ad essere alternativo ai gruppi della sinistra comunista al governo.
Anche il metodo ed il tentativo di coinvolgimento è offensivo se rivolto verso l’autonomia politica di un partito.
Lo sconforto e la nausea per il comportamento di Follini si accentua per le sue precedenti innumerevoli dichiarazioni che negavano sdegnate l'eventualità del suo tradimento e la contrarietà etica al gesto politico da lui invece appena compiuto.
Parole e metodi che danno la misura dello squallore con cui spesso la Politica deve confrontarsi.
Vito Schepisi

23 febbraio 2007

Lettera aperta al Presidente della Repubblica On. Giorgio Napolitano




Inviata al Quirinale all'indirizzo: https://servizi.quirinale.it/webmail



Illustrissimo Presidente,
in questi giorni è sottoposto ad uno stress che immagino avrebbe pure evitato. Uno stress derivato dalla caduta dell'esecutivo. Il Presidente Prodi, indotto alle dimissioni dalla consapevolezza dell’inesistenza di una vera maggioranza politica che lo sostenga, sembra voglia essere riproposto sulla base di un documento riportante 12 perentorie condizioni. Punti programmatici o proposizioni d’intenti che appaiono così vaghe da poter essere accettate dai partiti del centro sinistra. Gli stessi che avevano già accettato il più vasto programma dell'Unione, così vago e così diversamente interpretabile da poter essere paragonato alle profezie di Nostradamus. Un programma che esordiva con la frase "Per il bene dell'Italia" e che oggi si dimostra così beffardo verso tutti quegli italiani che non sono riusciti ad avvertire, in nessun momento, la volontà promessa. La maggioranza dell’Unione non ha retto ed è andata in frantumi dimostrando l'inconsistenza politica del collante utilizzato per metterla insieme. Un mastice valido solo per una campagna elettorale ma non adatto al più articolato sostegno parlamentare. I patti, come è giusto che sia, saltano anche per questioni di coscienza, ed in effetti così è stato.
Affidando nuovamente il mandato all'Onorevole Prodi, Lei si renderebbe responsabile di una riedizione di un Governo che non ha più la fiducia del Paese. Non può non avvertirne l'aria! Non Le può sfuggire, neanche, che in nessuna materia importante un Prodi bis avrebbe una vera maggioranza politica e neanche parlamentare, se non sarà per rigide imposizioni di partito. Il nuovo governo nascerebbe all’insegna della più deprecabile partitocrazia ed ispirato a respingere l’opposizione anziché proporre soluzioni per l'intera nazione, come le dichiarazioni dei capo partito tengono ripetutamente a ribadire. In ultima analisi, vorrei che valutasse la legittimità costituzionale di un capo del governo che si propone di imporre un rigido comando sia sull’azione del Governo che sul sostegno dei partiti che lo sorreggono e valuti quanto tutto questo strida con la tradizione democratica e parlamentare del nostro Paese.
In conclusione, signor Presidente, Le chiedo di mostrare il Suo amore per L'Italia e per le Istituzioni e sia - come già ha iniziato a fare - il Presidente di tutti e non si presti a soluzioni precarie e senza chiari e legittimi sbocchi politici. L’Italia ha bisogno di una rinnovata fiducia; ha bisogno che vengano meno odio ed intolleranza; ha bisogno che si dia sbocco alla voglia di dialogo che è pur presente tra la gente italiana che lavora e che investe. Una soluzione come quella proposta da Prodi porterebbe ad alimentare le incomprensioni ed esacerbare gli animi. L’Italia nelle ultime elezioni non ha avuto né vincitori, né vinti. Sia interprete dunque di questa realtà. Dia vita ad un Governo del Presidente, un esecutivo di pacificazione che possa sembrare il governo della parte sana, democratica e liberale dell’Italia e che possa dar soluzione ad alcune questioni che vanno dalla legge elettorale alla riforma dello Stato e che, esaurita la sua funzione, possa, al più presto, riportare gli Italiani al voto per fornirli di una maggioranza politica.
Caro Presidente, tocca a Lei. Non deluda gli Italiani.
Cordiali saluti.
Vito Schepisi

22 febbraio 2007

Prodi bis? Che senso ha!?



Prodi è caduto per mancanza di omogeneità politica.
La sua presunta maggioranza diverge su più di una questione.
E' unita solo dall'antiberlusconismo e dalla gestione del potere.
Un nuovo Governo Prodi con questa maggioranza non avrebbe senso e sarebbe una prova di presunzione e di arroganza, oltre a non poter esser compresa dagli italiani.
E’ vero che Prodi ha vinto le elezioni, sebbene col solo 50% dei voti e con sospetti di brogli, ma è anche vero che le ha vinte più che su di un programma politico chiaro e condiviso, su un collante fuori programma: l’antiberlusconismo.
C'è però ora una stragrande maggioranza di elettori che di questa maggioranza, ed anche di Prodi, non vorrebbe più sentirne parlare.
Un Prodi bis, pertanto, significherebbe solo perseverare nell'errore.
Sulla politica estera, prima che su altre questioni, le divergenze sono così macroscopiche da non potersi pensare alcuna forma di mediazione.
C'è una maggioranza di italiani che chiede continuità nelle scelte e nei riferimenti, che sente gli USA paese amico e fidato, che condivide il patto atlantico e la politica della diffusione della democrazia.
C'è una maggioranza di italiani che ritiene pericolosa la troppa accondiscendenza verso il fondamentalismo arabo e che ritiene Israele uno stato assediato e minacciato.
Italiani che attribuiscono al mancato riconoscimento dello stato ebraico, alla doppiezza ed alla corruzione della dirigenza palestinese ed ai gruppi terroristi arabi, tollerati anche dal nostro ministro degli esteri, le responsabilità storiche della tensione in medioriente.
Altri italiani, invece, ritengono di dover mutare il rapporto con gli USA e di dover dar credito alle politiche che privilegiano il rapporto con Hezbollah e con Hamas e persino con Amhadinejad.
Questa Italia è quella che scende nelle piazze e che trova contiguità con gruppi eversivi confinanti con le rinate Brigate Rosse e che si infiltra in partiti della sinistra radicale ed alternativa, nel sindacato di sinistra, maggioritario nel Paese, nei centri sociali e che, seppure a volte frenata, si lascia andare nelle città italiane in devastazioni, furti chiamati “spesa proletaria”, violenze e scontri con la polizia.
Atti tutti perpetrati inneggiando alla pace.
Una parte del popolo italiano che ha in odio gli USA ed Israele e che nelle piazze ne incendia le bandiere e si lascia andare a slogan violenti e di odio verso tutto ciò che è americano.
Questa realtà è all'interno del centrosinistra.
E’ all’interno delle forze parlamentari che hanno concesso la fiducia a Prodi, è stata all’interno del suo Governo.
Nelle ultime elezioni dell’aprile del 2006 è stata determinante per raggiungere la risicata presunta maggioranza.
I loro rappresentanti in Parlamento sono perfettamente consapevoli del loro indispensabile apporto, tanto da imporre in ogni circostanza la linea al Governo.
Esiste nel centrosinistra ancora un’altra realtà.
Quella dei post comunisti, orfani dell’URSS, che hanno avuto in odio da sempre la democrazia liberale e che oggi per trasformismo politico e ragioni di partito (classico nella storia marxista), per non essere fuori dalla scena per incompatibilità politica con l’Europa e le sue direttive di sviluppo, dopo aver scippato anche la storia del socialismo democratico ed autonomista, nascondono l'antiamericanismo e l'antisionismo col "multilateralismo" e la "equivicinanza".
Anche quest'ultimo è un termine cinicamente coniato per confondere le intenzioni e nascondere la diversa collocazione.
Non si può essere equivicini tra terrorismo e democrazia e non si può essere equivicini tra un paese alleato ed un altro che si porge minaccioso.
Non si può certo verso coloro che non perdono occasione per mettere in discussione i valori della nostra civiltà.
Un Prodi bis, pertanto, non avrebbe proprio senso.
Vito Schepisi

20 febbraio 2007

Si va a casa?



“Se viene meno la maggioranza parlamentare sulla politica estera il Governo va a casa”.
E’ stato D’Alema ad esprimersi in questi termini e non Fini o Berlusconi.
In attesa del dibattito domani al Senato sulla missione italiana in Afghanistan, il capo della Farnesina lancia segnali espliciti e , per rendere concreta la minaccia, aggiunge:
“è un principio costituzionale”.
Cosa sta a fare allora Prodi a Palazzo Chigi?
Sulla politica estera, infatti, in Parlamento non c’è maggioranza.
E’ già capitato una volta sulle dichiarazioni di Parisi per la missione militare italiana in Afghanistan, sotto l’egida delle Nazioni Unite.
E’ stata l’opposizione ad approvare la mozione favorevole alle dichiarazioni del Ministro della Difesa: la sua maggioranza ha votato contro.
Non può esserci maggioranza politica se deputati e senatori della maggioranza ed i partiti della sinistra radicale contestano apertamente la politica estera dell'esecutivo e marciano, persino, contro le decisioni del Governo di cui fanno parte.
Non può esserci maggioranza in politica estera retta sulla confusione e sull’equivoco: non è dignitoso.
I rapporti con gli altri paesi del mondo non sono i conti di Padoa Schioppa che si allungano e si allargano a coprire vergogne e menzogne, o le lenzuolate di Bersani fatte di doni ai compagni spacciate come liberalizzazioni.
I fatti son chiari e sono sotto gli occhi di tutti, nonostante gli artifizi verbali e diplomatici del “marinaretto” ministro degli esteri italiano, interprete ancora una volta di una disonorevole sceneggiata.
Questa non è la “missione arcobaleno” fatta di cibi avariati, medicinali scaduti, spese gonfiate o di containers abbandonati sulle banchine del porto di Bari.
Di mezzo ci sono i nostri soldati e la credibilità internazionale e non gli sporchi commerci di un gruppo di faccendieri nominati dall’allora Presidente del Consiglio D’Alema a “nutrire” ed “aiutare” la popolazione Kosovara.
Ci sono i nostri interessi economico-politici nell’aria del Mediterraneo
C'è, soprattutto, la nostra posizione logistica e strategica che ci vede a rischio per un ampissimo fronte scoperto da ogni parte: di fronte al mondo arabo che si arma e si dota anche della tecnologia nucleare e non certo per procurarsi le fonti energetiche essendo produttori di petrolio.
Un fronte che richiede un’adeguata difesa fatta di strategie politiche e di adeguato deterrente militare.
Il pacifismo unilaterale non ferma le armi ma le richiama per facilità di aggressione, e quello italiano è tanto peloso da sembrare solo antiamericanismo e "antisionismo".
Non possiamo con indifferenza consentire che un governo di illusionisti, attaccati alle poltrone da un collante fatto di intrecci di poteri, possa pregiudicare il futuro e la collocazione politica del Paese.
E' davvero indecente che uomini come Prodi e D’Alema demoliscano le nostre certezze di pluralismo e di civiltà, per correre dietro a personaggi sinistri del tipo di Diliberto e Giordano.
Vito Schepisi

15 febbraio 2007

La ripresa economica


Il Prodotto interno lordo per effetto di una migliorata struttura internazionale, dell’aumento dell’occupazione e dell’ incremento della domanda sia interna che esterna è cresciuto nel 2006 del 2%.
L’incremento ci riporta ai periodi antecedenti l’11 settembre, prima della guerra in Afghanistan e di quella in Irak.
Una tendenza che gli analisti avevano ampiamente prevista e che ha trovato il Paese preparato a cavalcarla.
La finanziaria di Berlusconi per l’esercizio economico-finanziario 2006 ha sortito i suoi effetti e le previsioni sono state ampiamente rispettate.
Anche il rapporto deficit/Pil si mantiene al di sotto del 3% ben al di sotto dei catastrofismi preelettorali di Prodi e compagni.
Inutile dire che a cose fatte, incassata la posta, il centrosinistra attribuisca alla sua politica i risultati raggiunti.
Difficile dire con quale logica.
E con quale faccia tosta!
Già per le entrate del 2006, superiori di poco meno di 30 miliardi di Euro a quelle del 2005, l’accoppiata Prodi-Padoa Schioppa, con la coda di Visco e Bersani, se ne voleva attribuire i meriti, arrivando persino ad ipotizzare la crescita delle entrate per il timore degli evasori di essere scovati da Visco.
I risultati raggiunti, invece, erano ampiamente previsti.
L’incremento del 2,4% della produzione industriale e la crescita dell’export dell’8,6%, assieme alla crescita del numero delle imprese, favorita da una minore pressione fiscale e l’attuazione delle norme previste dalla legge Biagi, che ha favorito in modo sorprendente l’occupazione, facendo emergere anche buona parte del sommerso, non potevano che ampliare le misura delle entrate.
Hanno accresciuto la base imponibile.
La ripresa economica che si è diffusa in ambito mondiale (non è solo in Italia che il Pil è cresciuto) era da tempo prevista e già si sapeva che il nostro Paese non poteva che beneficiarne, come in effetti è stato.
In Italia tra l’altro il Pil è cresciuto in misura inferiore rispetto al resto d’Europa per la minore competitività.
Anche i vituperati condoni hanno reso i loro effetti.
I condoni sono provvedimenti iniqui, anche immorali, ma sono serviti a sfoltire i ricorsi, a rendere certe le entrate, anche se in misura ridotta rispetto al dovuto, ad evitare le prescrizioni che sarebbero state ancora più inique ed a regolarizzare per il futuro la dazione fiscale.
Ora si gira pagina e si deve prendere coscienza che non perché la congiuntura internazionale ha invertito la marcia sia possibile allentare la guardia e inficiare i risultati che le riforme di Berlusconi, hanno iniziato a sortire.
Il monito ed il richiamo è autorevole e viene da fonti diverse.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale:
“L'Italia continua a perdere competitività - da quanto si legge nel rapporto degli ispettori - tra rigidità economiche, e una specializzazione storica su settori industriali a basso valore aggiunto”;
ed ancora:
“Segnali incoraggianti, che si basano interamente su un aumento delle entrate - avvertono gli ispettori - tanto che su orizzonti di tempo più lunghi le previsioni sui conti pubblici italiani segnano netti deterioramenti.”
Anche la Commissione europea in riferimento al tavolo di trattativa con i sindacati previsto per il prossimo marzo afferma:
“non deve compromettere le riforme strutturali già realizzate, compresa la riforma Maroni, che prevede l’aumento dell’età pensionabile a partire dal 2008”.
La crescita dunque va supportata e l’aumento della pressione fiscale non giova agli investimenti ed alla riduzione dei costi: non favorisce la competitività.
Servirebbe una politica di rigore nelle spesa pubblica ma assistiamo, invece, al suo ampliamento ed al moltiplicarsi degli interventi a favore di enti e ministeri, di aumenti sconsiderati a magistrati, parlamentari e ministeriali ed il moltiplicarsi delle poltrone e dei servizi dello Stato.
Servirebbe mantenere le potenzialità di contenimento della spesa previdenziale, previste dalla riforma Maroni, ed invece si parla addirittura di riduzione dell’età pensionabile e di cancellare i provvedimenti sulle pensioni del Governo Berlusconi.
Servirebbe l’effettiva riduzione del cuneo fiscale attraverso una riforma seria del costo del lavoro, invece si rischia di vedersi respinti dalla Commisione europea i previsti interventi governativi, in quanto in contrasto con l’art.87 del Trattato di Roma che recita:
“Salvo deroghe contemplate dal presente Trattato, sono incompatibili con il mercato comune, nella misura in cui incidono sugli scambi fra gli Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma, che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza».
Occorrerebbe favorire l’occupazione e la mobilità, mantenendo le norme previste dalla legge Biagi e magari introducendone altre sulla produttività e sulla lotta ai fannulloni, come suggerisce il giuslavorista di sinistra Pietro Ichino.
Invece c’è chi parla di soppressione della Biagi e figuriamoci per le misure contro i fannulloni.
Ho timore che con questo Governo che “si pavoneggia con penne non sue”, come dice Cicchitto, non si riuscirà a prendere il treno dello sviluppo ma solo a pedalare in salita.
Vito Schepisi