13 febbraio 2012

la soluzione è nella democrazia


La soluzione è nella democrazia. Non ci si può più nascondere. I cittadini oramai sanno bene con chi hanno a che fare. I partiti tutti insieme, nessuno escluso, sono la casta e siccome in termini teorici non amministrerebbero alcuno strumento di persuasione economica - vera leva del dominio - si servono di altre corporazioni che agiscono compiacenti, ricevendo dall’organizzazione partitocratica una distribuzione di poteri che, per cooptazione, sono esercitati in modo esclusivo.

L’effetto della rivoluzione mediatica, invece di portare trasparenza, diffondendo le informazioni, e, invece che fungere da cassa di risonanza degli effetti distorti e corruttivi del potere, ha moltiplicato, dandone più visibilità, il sistema dei partiti, richiamando una pluralità di soggetti che hanno visto, nell’esercizio della politica e nella partitocrazia, uno spazio in cui infilarsi per trarne vantaggi. In alcuni casi, anche quello dei contratti di lavoro a più zeri, per rappresentare sui media il populismo qualunquista o, per colmo della beffa, la demonizzazione ipocrita della stessa partitocrazia alla quale devono la parcellizzazione del loro lavoro.

Dai comici che attraverso il paradosso - energia atomica del facile consenso - aizzano le folle, al sagrestano dei templi giudiziari, che mette in piega le toghe e che sbroglia le cordoniere dei pubblici ministeri, con quel cinismo beffardo degno d’un boia dell’Inquisizione.

La soluzione, non facile, è nelle regole che sono contemporaneamente garanzia di certezza e fenomeno di trasparenza. Solo col riscrivere tutto - dalla Costituzione ai regolamenti di Camera e Senato, all’organizzazione dello Stato, ai sistemi rappresentativi, alle scelte istituzionali, alla gestione di ordinamenti e funzioni, alla trasparenza dei controlli – sarà forse possibile uscire dal guado, prima di incontrare le sabbie mobili della rivolta civile.

La soluzione è così nel riscrivere tutto per il funzionamento della pubblica amministrazione, per la gestione del territorio, per il controllo tecnico-giuridico dei provvedimenti, per le regole e i controlli nelle fasi esecutive, per la giustizia amministrativa e per quella civile e penale, per gli organismi della rappresentanza popolare, per lo studio e per la ricerca, per il lavoro, per l’assistenza sanitaria, per l’uso delle risorse (idriche, energetiche, minerarie), per il sistema fiscale.

E’ da riscrivere un testo unico, inoltre, per le pensioni, laddove le modalità di accesso e di prestazioni siano uguali per tutti, senza privilegi ed arroganti distinzioni, soprattutto se destinate a chi ha avuto più fortuna degli altri, e senza ipocrite motivazioni di diversa opportunità. Non ne esistono! Chi lavora ha diritto alla pensione per la parte e per gli anni in cui ha concorso ad accantonarla, secondo i più asettici criteri statistico-matematici. Chi fa il politico, ad esempio, non lo fa su prescrizione medica. Nessuno poi è indispensabile. L’accesso alla politica deve essere libero e garantito a tutti, perché non sia inteso come un mestiere, ma come un impegno volontario che coinvolga l’onorabilità di un cittadino responsabile. Anche le funzioni di governo, inoltre, non devono aggiungere ulteriori diritti che vadano oltre la retribuzione di un lavoro svolto con competenza e responsabilità, senza alcun cumulo con compensi di altri lavori lasciati.

Si parla tanto di far uscire dal sommerso una parte dell’economia italiana, con tutto quel lavoro, che sfugge al pagamento degli oneri fiscali e previdenziali, ma dal sommerso deve uscire anche il riconoscimento giuridico di tutte quelle funzioni di rappresentanza politica e sindacale che, benché riconosciute e consolidate nella prassi, siano in contrasto con la democrazia, prima che con quanto previsto dalla Legge fondamentale dello Stato. Partiti e sindacati devono essere case di vetro. Per esserlo devono rispettare norme di trasparenza e di democrazia.

La Costituzione, inoltre, non può essere un elastico che si estende e si comprime a piacimento, com’è oggi in Italia. Non può essere funzionale a quell’apparato, racchiuso nel rapporto d’interdipendenza di corporazioni consolidate che s’intrecciano tra istituzioni, politica, burocrazia, impresa e finanza, che, con l’apporto di tutte, forma e sostiene la Casta, “monade” dell’organizzazione affaristico-mafiosa del Paese.

Se sin dal primo articolo della nostra Costituzione, si pone al centro il metodo democratico, perché esso sia alla base di ogni rapporto funzionale, economico e sociale. La prima azione per chi tiene alla Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla lotta all’autoritarismo, senza con questo voler comprendere la stuccosa retorica antifascista dei suoi custodi più “incredibili”, apparsi, invece, nella sostanza, persino ad essa meno fedeli, è ripristinare, appunto, la democrazia. E la democrazia, nei paesi pluralisti di tradizione occidentale, è rispetto delle scelte degli elettori, garanzie e libertà.

Il funzionamento civile del nostro sistema, il recupero della fiducia, per allontanare il pericolo dello scontro sociale, passa attraverso la rivisitazione di tutto ciò che trasforma in tecnocratico, in oligarchico, in autoreferenziale, in abusivo, cioè in casta, l’organizzazione politica e sociale dello Stato. Il popolo è stanco di essere preso in considerazione solo quando è chiamato alle urne per conferire agli eletti un mandato in bianco che il più delle volte è utilizzato per tutt’altro, compreso il tornaconto e le opportunità dei mandatari, a dispetto della volontà dei conferenti.

L’art. 67 della Costituzione, da essere a garanzia dell’autonomia dei parlamentari, per difenderli dalle pressioni di lobbies e partiti, funge da copertura a chi si mette sul mercato. C’è chi, per tutta la durata del mandato, s’impegna solo a studiare il modo per far rendere al massimo la propria condizione di eletto, senza interessarsi alle scelte degli elettori. I più pensano ad assicurarsi solo la ricandidatura e la rielezione.

La democrazia è sovranità popolare. E’ il popolo che deve scegliere. E deve farlo in sicurezza vincolando moralmente i suoi delegati. Le scelte non possono essere mortificate da interessi personali e tantomeno da quelli di apparati funzionali e burocratici dello Stato. Anche l’azione penale, ad esempio, a volte condiziona le scelte. In Italia si è anche avuta la sensazione che sia più vantaggiosa una collocazione politica, anziché un’altra, per farla franca.

Il popolo è in se democrazia. Il resto sono solo funzioni dello Stato che, perché siano giuste e democratiche, devono essere esercitate in modo uguale per tutti, senza distinzioni di niente. Il resto, in se, non è mai democrazia e, se esercitato contro i cittadini, o contro una parte di questi, il più delle volte è autoritarismo. E’ prepotenza.

Vito Schepisi

09 febbraio 2012

Le Foibe e gli esuli dimenticati per anni

Il Giorno del Ricordo è stato istituito solo 8 anni fa. Cosa è stato prima? Perché nessuno ne parlava?
Per una scrittura più onesta della storia d’Italia, bisogna pur dire che c’è stata l’azione di chi si è mostrato abile solo ad usarla.

E’ solo l’ottavo anno che l’Italia celebra il Giorno del Ricordo. E’ stato istituito con Legge n.92 del 30 marzo 2004. Al Governo c’era Berlusconi. La sinistra era all’opposizione. L’apertura della pagina della storia sulle Foibe, e sull’esodo degli italiani dalle loro terre nei territori della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Istria, rispetto al silenzio omertoso e colpevole sulle vicende che avevano coinvolto le popolazioni italiane a Trieste e nei territori limitrofi, ha rappresentato per l’Italia repubblicana e democratica il segnale del cambiamento di un’epoca. E’ stato un primo passo verso una scrittura più onesta dei primi anni dell’Italia che chiudeva con il passato fascista.
L’Italia libera che apriva il suo libro di storia, affrancato dalla penna rossa che fino a quel momento aveva cancellato interi periodi e tante vicende scabrose consumate a danno di tante famiglie. La storia di terre italiane e soprattutto di donne, di uomini, di anziani e di bambini, con gli stessi diritti di tutti gli altri, trattati come oggetti scomodi da nascondere, perché erano individui che facevano paura per i loro ricordi e per le loro testimonianze.
Erano state accuratamente tenute nascoste in Italia, anche le violenze e la pulizia etnica compiuta dalle milizie comuniste di Tito a danno della popolazione italiana. L’informazione popolare, la Rai, la scuola, i convegni, la cultura aveva accuratamente occultato, per compiacere il partito comunista italiano, la cacciata delle famiglie dalle case e dalla loro terra in Istria, a Fiume, a Pola, in Dalmazia. I nostri fratelli erano stati uccisi o cacciati, allontanati dai loro interessi, dalle loro radici, dai loro affetti, dalla loro vita e nessuno ne parlava, nessuno protestava, nessuno sollevava problemi, nessuno manifestava, nessuno intonava inni, nessuno indossava magliette con le foto dei simboli di quella tragedia. Nessuno sapeva della nave Toscana che nel 1947 sbarcava a Venezia proveniente da Pola, con a bordo gli esuli italiani e le loro modeste masserizie con le quali speravano di ricostruirsi un futuro. Nessuno sapeva del treno di esuli in transito per Bologna a cui i sindacalisti della Camera del Lavoro (Cgil) impedirono di avere acqua e cibo e di scendere dai convogli.
Era stata tenuta nascosta la confisca dei loro beni, sottratti con la forza dalla milizia titina, sopprimendo e cacciando questa povera gente: vittime per cose più grandi di loro, di cui non avevano colpa. I loro piccoli averi facevano così da bottino di guerra dei vincitori che si vendicavano sulla gente inerme. Sui vinti. E questi poveri uomini che, mortificati, minacciati, depredati, decimati e scacciati, guardavano all’Italia per un giusto riscatto umano, per la comprensione, per il bisogno, per i sentimenti di fratellanza, ne ricevettero invece indifferenza, anzi fastidio. Era l’Italia dove la violenza politica che è fatta di radicamento ideologico, di condizionamento psicologico, di luoghi comuni, d’immagini, di propaganda, di parole d’ordine, si era sostituita a quella autoritaria del regime abbattuto, alla guerra, ai lutti, alle sofferenze della popolazione civile.
Scriveva l’Unità: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”. (L’esercito liberatore era quello di Tito e gli esuli erano gli italiani scacciati da Fiume, dall’Istria, dalla Dalmazia e dalla Venezia Giulia).
Gli esuli sono stati sparsi, tenuti nascosti, poco tollerati e senza che alcuno si mostrasse disposto a riprendere e mettere ordine nei loro ricordi, né di raccogliere le denunce e le testimonianze. Nessuno sapeva, poi, delle foibe. Nessuno delle tragedie che facevano da cornice alla cacciata della popolazione italiana ed alla cancellazione di tutto ciò che era italiano, né di ciò che era accaduto nelle terre italiane, sottratte ai civili come bottino di guerra. Nessuno che prestasse attenzione alle tante storie di uomini scomparsi nel nulla. Scomparire costituiva l’alternativa che era stata lasciata a questa povera gente che aveva scelto di scappare e di rifarsi una vita in Italia.
Con il primo governo di alternativa alla sinistra, dopo la beve parentesi del 1994, nei primi anni del terzo millennio, anche sulla Tv di Stato, cadeva finalmente il silenzio. L’informazione e gli approfondimenti avevano così dovuto cedere alla Storia, alle testimonianze, ai ricordi di chi era sopravvissuto anche alla congiura del silenzio. Non è stato più possibile nascondere la viltà e le complicità di alcuni protagonisti cinici e scellerati di quella tragedia. E’ stata diradata quella coltre di nebbia che nascondeva la storia e che aveva mortificato le sofferenze dei protagonisti di quelle tristi vicende. Gli italiani hanno potuto sapere del terrore che aveva spinto gli italiani a fuggire dalle terre occupate da Tito. Hanno potuto conoscere quella parte della storia che era rimasta saldamente cucita, come una divisa, sulle sagome dell’opportunismo e dell’ipocrisia della sinistra italiana.
Le Foibe. Solo da pochi anni gli italiani hanno iniziato a sentir pronunciare questo nome, alcuni senza saperne il significato, senza saperne cogliere la sostanza, senza abbinarlo ai fatti drammatici che avevano collegato queste fessure nelle rocce carsiche di quei territori con la pulizia etnica, con le sparizioni, con l’uccisione di migliaia di uomini colpevoli di essere italiani.
Ancora oggi in molte scuole non si dice niente agli studenti di cosa siano state le foibe e quanto siano menzognere quelle storie che parlano di liberazione dal nazifascismo, nascondendo tutte le viltà che si sono celate dietro l’abbattimento di una dittatura sanguinaria e feroce.
Quante viltà ci sono state nel nascondere le ipocrisie di chi provava a costruire per l’Italia un altro regime con altri sanguinari protagonisti ed altre vittime.
La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita. Ma nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!

Vito Schepisi

27 gennaio 2012

Nell'acqua di Puglia annega l'inganno

Se ci fosse una graduatoria tra gli amministratori pubblici che hanno “narrato” di più, senza poi trasformare le parole in realizzazioni e soluzioni, in testa non potrebbe che esserci il campione del pensiero narrativo della politica italiana. Nessuno, infatti, più di Nichi Vendola da Terlizzi, cittadina dei fiori in Provincia di Bari, meriterebbe la testa della classifica.
Parlando del Governatore pugliese, l’imbarazzo è solo nello stabilire da dove partire. Il leader di Sinistra e Libertà non è un personaggio facile. E’ difficile da capire, con le sue narrazioni che spaziano dai toni poetici, con cui tratteggia la sua immagine della Puglia migliore - quella del bene comune, dell’attenzione all’emarginazione sociale, delle diversità, dell’integrazione - per passare poi ai soliti sistemi della politica, costituiti da promesse non mantenute, dalla pratica delle clientele, dai privilegi, dai lussi, dai disservizi e dagli sprechi.
Vendola è un Giano bifronte. Da un lato è il cantore d’immagini d’intensa armonia cromatica, sebbene appesantito da una prosa ermetica, artefatta, involuta. Dall’altro è l’uomo di governo appesantito, invece, dalla cattiva amministrazione. E’ impresa impossibile separare l’uomo delle plurime battaglie, vinte appellandosi all’impegno etico dei suoi corregionali, da quello del politico che le stesse battaglie le fa perdere ai suoi corregionali, nella mancanza di soluzioni concrete.
Non si può, però, non denunciare il degrado in cui versa la Regione Puglia: con il paesaggio deturpato dall’invasione delle pale eoliche, spettrali, devastanti come orde di barbari; con i pannelli solari che sostituiscono i vigneti, gli uliveti, gli orti e gli alberi da frutta; con i giovani senza lavoro; con le fabbriche chiuse; con l’agricoltura abbandonata.
A simbolo del degrado della Puglia vendoliana c’è poi l’Acquedotto Pugliese, già rifugio per politici trombati e fucina di pratiche clientelari. La rete idrica è piena di buchi, taglia intere comunità dall’erogazione dell’acqua potabile, perde acqua come uno scolapasta, disperdendo quel “bene comune” che i cittadini pugliesi pagano, a metro cubo, quanto la benzina verde.
Vendola è un “green” a tutto campo: si è battuto per difendere l’acqua pubblica come bene di tutti e si vanta di aver portato la Puglia ai primi posti tra le regioni d’Italia per la produzione delle energie alternative. La Puglia, però, è anche tra le regioni in cui le tariffe dell’acqua e dell’Energia elettrica sono tra le più care d’Italia. Tra i più cari d’Italia, gravati da accise regionali, sono anche i costi degli idrocarburi per trazione e per riscaldamento. Anche l’addizionale regionale sull’Irpef è da record. Solo gli extracomunitari, poi, non pagano il ticket sanitario, gli altri, anche con patologie invalidanti, lo pagano tutti.
E se “green” è salute, ammalarsi in Puglia è diventato un dramma per intere famiglie. I pugliesi, però, pagano tutto in silenzio: sono contenti di sentirsi tanto fortunati da avere un Governatore così sensibile!
Ferma nell’acqua, la Puglia è come la Costa Concordia. Ha fatto l’inchino a Vendola, ed ora galleggia, quasi affonda.
Annaspa anche sul costo del “bene comune”. Le tariffe aumentano, sebbene la vittoria del “si” al referendum dello scorso anno, abbia abrogato la norma – valida per tutti, pubblici e privati - che consentiva «al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio».
I costi a carico degli utenti pugliesi con Vendola aumentano sempre, e senza che quel 7%, già messo in tariffa dalla Aqp Spa, con la ripubblicazione dell’Ente sia stato scorporato dalla bolletta dell’acqua. La politica e chi governa e governerà la Puglia, però, ora avrà mano libera nel gestire l’ente pubblico Acquedotto Pugliese, tornato per somma di beffe alla gestione dei partiti.
A muovere le acque ci ha pensato, però, il movimento “Acqua Bene Comune”. In una conferenza, a Bari lo scorso 20 gennaio, è stato invitato Riccardo Petrella, già Presidente dell’Aqp dimessosi in polemica con il Governatore. Petrella è un economista impegnato nella ricerca delle “soluzioni alternative alla mondializzazione dell’economia capitalistica di mercato” (bontà sua!) ed è stato l’animatore della campagna sull’acqua “bene comune, patrimonio dell’umanità”. Alla conferenza Petrella non ha risparmiato nessuno.
Da Monti, in modo duro: “ciò che sta accadendo con il decreto legge che il governo Monti è pronto ad approvare è un attacco frontale ai referendum sull’acqua e alla democrazia. Anche voi giornalisti dovreste ribellarvi. Scendere nelle piazze”.
A Vendola, in modo più soft: «voglia o no abbassare le tariffe per le fasce più deboli della popolazione, ha per adesso disatteso le dichiarazioni della sua stessa giunta sulla ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese, che di fatto non ha finalità pubbliche, se prevede la remunerazione del 7% del capitale».
La conclusione è che quel 7% resta là sulle bollette a carico dei cittadini pugliesi, salvo lo studio in corso per uno sconto per le famiglie con reddito (Isee) inferiore a 7.500 Euro l’anno, che passa a 10.000 con la presenza di portatori di handicap, d’invalidi, di anziani ultra sessantacinquenni e di malati che necessitano di maggiori quantità di acqua. Uno sconto è previsto anche per le famiglie con un reddito Isee inferiore 20.000 Euro l’anno, ma con almeno 4 figli a carico.
E meno male …
Vito Schepisi su l'Occidentale

Il Giorno della Memoria


Il 27 gennaio, Il Giorno della Memoria, è diventato un appuntamento fisso con la nostra coscienza.
Quest’anno compie 12 anni. E, come ogni anno, prevale quella forza interiore che ci spinge a non lasciarlo trascorrere senza soffermarci nella meditazione, e senza sentire di dover rendere omaggio alla memoria di coloro che subirono la più atroce delle sofferenze: quella di essere marchiati per via di una colpa che non avevano, per stupidità, per orrore, per follia, per viltà.
Donne e uomini, vecchi e bambini marchiati con un numero, violati nell’intimità, nella dignità, negli affetti, ghettizzati, arrestati, rinchiusi, deportati, schiavizzati, uccisi, dispersi. E la memoria dei sopravissuti che hanno portato negli occhi e nel cuore il dolore, le urla, i pianti, il terrore, il lutto.
Il 27 gennaio è la nostra coscienza che deve spingerci ad esprimerci e ciascuno di noi lo deve fare come meglio sa fare. Anche con un pensiero semplice, purché sentito, con una preghiera, con una lacrima, con un atto di amore, con una gentilezza, con un sorriso verso le persone care. Ciò che deve spingere a farlo è ciò che nello stesso tempo ci deve inquietare, è nell’insicurezza che ancora oggi abbiamo che ciò che è accaduto non possa ancora accadere.
Mi sono ricordato d’aver scritto un pezzo, lo scorso anno, dal titolo “Occorre di più”, in cui mi sono fatto trascinare dal dubbio e dall’insoddisfazione.
L’ho recuperato perché è vero che occorre di più.

Occorre di più
Non bastano le parole di circostanza pronunciate ogni anno, dal 2000 - da quando, con Legge, la Repubblica Italiana ha riconosciuto il 27 gennaio come “Giorno della Memoria” - per respingere l’orrore di una mattanza contro il genere umano per questioni di odio e di razza.
Non basta una data, un giorno, una circostanza per scollegare la storia contemporanea dall’odioso passato e per esorcizzare il pericolo di un nuovo tragico futuro.
La storia si ripete sempre, inesorabile come il destino di ognuno. Si ripete con la sua retorica e con i suoi lutti. Ritornano anche gli errori, le distrazioni, le tragedie, i tradimenti, le viltà collettive. La storia si ripete con le sue follie. Si ripete sempre, con o senza preavvisi.
La storia, però, è parte di tutti noi e si riflette, prima che nel sentimento, nelle nostre azioni e nelle nostre scelte. L’odio è sintesi d’istinto e di perversione. E’ una malevolenza irrazionale, sentimento spesso latente negli uomini. E, come per ogni attività fisica o intellettuale, anche l’odio si perfeziona con la sua pratica.
L’equilibrio dell’uomo, quando è offuscato dall’odio e dall’intolleranza, si ritorce contro la sua stessa specie e annulla d'un colpo tutte le conquiste di civiltà. Mai si deve abbassare la guardia!Ogni anno si ripetono le stesse parole, si ricordano le stesse immagini, gli stessi racconti, si leggono le stesse poesie, con l’impegno condiviso di non consentire che crimini contro l’umanità, come l’Olocausto del popolo ebraico, abbiano più compimento.
Ma basta tutto questo? E’ sufficiente ogni anno ricordare e riscrivere gli stessi concetti? Possiamo pensare che la follia nazista sia stata solo una parentesi superata della storia dell’umanità? E’ giusto cancellare ciò che è accaduto come un’idea del passato e ritrovare i motivi di una stessa origine umana che supera gli steccati della razza, della religione e delle diverse culture?
Quando i sopravvissuti all’orrore non ci saranno più, quando la storia e la memoria si mescoleranno con altre storie e altre memorie, chi impedirà ai carnefici di passare per vittime e a quest’ultime di essere due volte massacrati?
Come non accorgersi dell’antisemitismo latente che è nella nostra cultura? Come non ricordare che non esiste solo la vigilia del 27 gennaio per assumere comportamenti che segnino le differenze tra chi ha memoria e chi ancora non riesce a liberarsi dalle ideologie?
Come non ricordarsi, ad esempio, che la memoria della Shoah non è solo rifiuto del nazifascismo, ma è anche quello di ogni ideologia che non riconosca l’individuo e la sua libertà di essere?
Il clima che si vive in Italia, ad esempio, ha del paradossale. C’è ancora chi prova a creare profili antropologici in base alle scelte. Anche la cultura prova a chiudersi, a escludere e ad imporre i principi assoluti.
Non basta solo una data per la memoria. Occorre di più!
Vito Schepisi

21 gennaio 2012

Le "tasse occulte"

RAGIONIAMO UN PO’!
Monti rivolto agli italiani ha detto: “Vi tolgo le tasse occulte”.
Cacchio, ho pensato! … ma ora ci vuole l’applauso?
Sono un tipo difficile, però! Qualcuno direbbe un rompimaroni! Non mi accontento mai!
Subito prendo biro e carta e provo a fare due conti.
Da dove cominciamo?
Dalle banche? Dai servizi? Dai taxi? Dai giornalai? Dalle tariffe? Dai crediti delle imprese verso lo Stato? Dalle medicine? Dal provvedimento per lanciare le ferrovie di Montezemolo? Dai benzinai? (il costo del carburante è determinato da: accise per il 52%; costo del greggio per il 38%; lavorazione, trasporto, spese di distribuzione, aggio per i benzinai per il restante 10%, cioè circa 17 centesimi) Dai notai? Dalla scatola nera da montare sulla mia autovettura? Dall’abolizione delle tariffe minime e massime dei professionisti? Dalla separazione di Snam da Eni per la fornitura del gas? Dai giovani che mettono su una srl senza capitali di rischio? (con quali soldi?) Dal tentativo estorsivo verso chi ci fornisce 3 canali televisivi gratuiti?
Sono ancora con questa benedetta biro in mano e con il foglio ancora bianco.

MA DOVE CAZZO SONO QUESTE “TASSE OCCULTE” CHE MONTI MI HA TOLTO?

Le liberalizzazioni vanno anche bene. E’ importante stabilire per principio che si possano sciogliere quei vincoli che impediscono le iniziative dei privati e l’elasticità delle gestioni.
Si è aperta una breccia nel circuito chiuso della burocrazia e delle caste. Per ora, però, il profilo è rimasto molto basso. Sembrano più favori ad alcuni e vendette per altri. Ci vorrebbe sempre maggior coraggio e più equità.
Liberalizzazione vuol dire anche elasticizzare il mercato del lavoro e tagliare il fardello burocratico che mozza le gambe alle piccole imprese, tartassate e oberate da migliaia d’incombenze. La normativa (con le scadenze quasi sempre collegate ai pagamenti) cambia giorno per giorno, rendendo necessario un aggiornamento costante. Un impegno che per i piccoli imprenditori è impossibile da seguire, senza dover abbandonare il lavoro d’impresa. E, già in sofferenza per la crisi finanziaria, con la cassa a rosso per il calo della domanda e per la riduzione del fatturato, le piccole imprese devono anche sobbarcarsi i costi dei consulenti. Ma per queste cose non ci sono liberalizzazioni!?
E non ci sono liberalizzazioni per le aziende gestite dalla politica, soprattutto negli enti locali.
Monti ha tenuto ad informarci, però, che ora si passerà (ma Passera si scrive con l’accento sulla “a” o no?) alla terza fase … quella dei tagli!
Può apparir strano … ma l'opzione tagli resta per ultima. Come quelli che dicono sempre ... da domani!
Chissà perché?
Vito Schepisi

12 gennaio 2012

Volevano solo vivere insieme, onestamente e con dignità

La crisi, le difficoltà economiche, il taglio delle disponibilità finanziarie alle amministrazioni locali, l’enorme massa di richieste di assistenza, l’impegno non sempre costante delle istituzioni per il sociale, la sottrazione dei diritti e il senso d’ingiustizia che s’insinua nelle coscienze, la mancanza di lavoro, la difficoltà nell’assicurare i beni di sostentamento per la propria famiglia: sono queste le motivazioni più ricorrenti di disperazioni che sfociano nei gesti più drammatici, e spesso tristemente conclusivi.

Sono storie che in un’Italia presa dalla crisi dei mercati e dalle difficoltà delle famiglie, si ripetono con sempre maggiore frequenza. Sono episodi presenti nella cronaca quotidiana dei media, come accade per i delitti più efferati, come per tutti quegli episodi di disagio sociale e di disperazione ai quali non sarà mai possibile fare l’abitudine.

Destano inquietudine perché le vittime sono persone normali, come tutti, come i signori della porta accanto, come la gente che incontriamo ogni giorno per strada, nei negozi, al mercato a fare la spesa, alla fermata dell’autobus, seduti sulle panchine dei giardini pubblici. Anche per la cronaca ci sono le strisce di episodi che si susseguono, spesso simili, come se fossero collegati tra loro, o come se la stessa cronaca si attrezzi per autoalimentarsi e per garantire la sua continuità.

Ora gli operai sui tetti per difendere il posto di lavoro, ora i pacchi con materiale esplosivo a “Equitalia”, ora le buste contenenti proiettili o, come è capitato al Senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri , una busta contenente una siringa legata ad un libro di fumetti di “Lupo Alberto”.

Quanta stranezza c’è nella disperazione, quanta nell’orrore e quanta nella stupidità degli uomini! Disperazione? Fantasia? Orrore? Intimidazione? Violenza? Vendetta? Follia? Protesta? Stupidità? Un solo motivo? Tutti insieme? Oppure passioni e pregiudizi ideologici? Di vero c'è che esiste una società che non conosciamo fino in fondo e che scegliamo di non comprendere per debolezza, per pigrizia, per rassegnazione, qualche volta per incapacità, spesso per egoismo. Ne avvertiamo, però, la presenza e ci sorprende per le lezioni di vita che a volte ci dà.

Quando, infatti, i protagonisti oltrepassano la fase del modo sensazionale con cui ci fanno avvertire il loro disagio e, per un impulso della disperazione portano a compimento i drammi annunciati, ci sorprendiamo. A quel punto, però, è già dramma e tutti ne parliamo come di un fatto che addolora e colpisce. E, naturalmente, la responsabilità è sempre di altri.

E’ accaduto a Bari, ad esempio, per i coniugi Di Salvo, vittime della loro disperazione, ma anche di un sistema che non si è mostrato indifferente, ma in un modo, purtroppo, che è ancor peggiore dell’indifferenza. Accade quando anche le istituzioni, oltre ai tanti furbi che ci sono in Italia, s’impegnano a trovare soluzioni non lineari per risolvere le questioni. Il Signor De Salvo, però, chiedeva trasparenza e linearità. Non voleva togliere niente a nessuno.

Un epilogo annunciato con lucidità, come lucida e coerente è stata la vicenda che si è trascinata dal 2004 in poi, da quando il signor De Salvo, rappresentante di commercio, ha perso il suo lavoro e si è trovato in difficoltà economiche. Video, lettere, denunce, richieste di aiuto, e persino un passaggio televisivo sulle reti nazionali, per lanciare il suo appello disperato alla società, non hanno sortito che pacche sulle spalle ed impegni puntualmente disattesi. Il signor De Salvo non era un fannullone, né aveva disagi mentali, come qualcuno voleva far apparire, ma era un uomo lucido e capace, con buone capacità relazionali. Chiedeva di rendersi utile, non di vivere alle spalle della comunità.

Il Comune di Bari per quattro anni ha speso per lui e per la moglie 110 euro al giorno per la collocazione in una casa di accoglienza, dove hanno vissuto separati in due stanze diverse, a dispetto di una vita trascorsa sempre insieme, mano nella mano, nel bene e nel male. Due stanze umide, in un contesto degradato. Chiedevano, invece, di poter rinunciare a ciò che costava al Comune di Bari quasi 40 mila euro l’anno, in cambio di un lavoro da soli mille euro al mese.

Il dramma dei coniugi De Salvo è ricco di tanti episodi, c’è un carteggio di lettere ed esposti e di circostanze tutte puntualmente e pubblicamente denunciate. Persino con un esposto alla Procura della Repubblica di Bari nell’ottobre del 2007, una settimana dopo un servizio sulla Gazzetta del Mezzogiorno in cui venivano pubblicate le frasi (registrate) di un colloquio in cui al signor De Salvo era stata offerta “la disponibilità a «costruirgli» una pratica d’invalidità psichica falsa”, per accedere, da invalido, ad una graduatoria riservata. Il signor De Salvo, però, assieme alla moglie era “determinato a conservare la sua onestà e a non defraudare i veri disabili”. Non si sa che fine abbia fatto l’esposto. Magari alla Procura di Bari, in un clima di faide, sarà stato ritenuto secondario rispetto a ben altre questioni.

De Salvo e sua moglie, però, non ci sono più. Si sono suicidati dopo le Feste di Natale. In silenzio. In un Hotel della periferia di Bari, per non turbare il clima di gioia.

Vito Schepisi per l'Occidentale

27 dicembre 2011

Giorgio Bocca non c'è più

A funerale avvenuto, anche la pietà per la morte diventa cronaca. E quando muore un uomo che ha percorso la storia, lasciandone, comunque, marcata o meno, una traccia, anche il dissenso e la critica assumono le sembianze di un tributo da assolvere per ricordare la persona scomparsa.

E la storia si scrive su ciò che è stato di buono o di cattivo, di nobile o meno. Si scrive sui sentimenti, sui lasciti, sulle sensazioni diffuse. Si scrive per chi poi resta e vuole capire.

Con Bocca è scomparso un giornalista comodo.

E’ morto un uomo che in fondo serviva a tutti. Serviva agli amici e ai nemici.

Agli uni, agli amici, è servito come l’esempio di un giudizio autorevole, simile ad una condanna da reiterare fino alla noia, in particolare se tipizzata su un singolo individuo. Una pronuncia che cade greve, senza appelli.

In quel mondo che, formato nel fascismo, è maturato nell’ideologia successiva dell’antifascismo, infatti, non esiste un processo di appello, e la condanna è emessa senza che sia persino legittima la difesa. Ed è come se da quel giudizio si debba trarre tutta la sintesi complessiva del merito della stessa esistenza del giudicando.

Passa per il tratto storico di un giudizio che, irrorato al di fuori di un vero tribunale, per le personalità più discusse, diventa un peso da portare a vita. Un giudizio che finisce con l’essere più mortificante di quello espresso dopo un processo penale che, come si sa, oggi, passa per essere sempre meno attendibile. Celebrato in quei luoghi dove non si fa più Giustizia.

Agli altri, ai nemici, serve come esempio negativo di un metodo che non riesce a rilasciare con una pacata ragione l’idea di una scelta diversa. Come è per il pregiudizio che si rivela allorquando viene meno sia la forza di comprendere che il coraggio dell’autoironia e del confronto critico.

La storia è come uno stagno.

Qui si fermano le acque limacciose che la retorica trasforma in flussi di eroismo e di viltà. Ed è lo stesso stagno che ribalta il riflesso della storia, mutandone appena il soggetto osservatore.
Ma, in uno stagno, la risultante che compone le forze che si muovono è nulla: tutto resta così ineffabilmente fermo.

Nelle acque stagnanti si riflettono, invece, le immagini dei profili rugosi, per sopraggiunta vecchiaia, di tutte le giustificazioni di comodo che chi prevale antepone alla storia che vuol raccontare. E tra le immagini sono compresi i riflessi di quei carri su cui salgono sempre nuovi vincitori ad ogni giro di ruota.

Bocca è stato un maestro di ipocrisia. Ha fatto del pregiudizio, maturato nell’astiosità preconcetta, il principio immanente del suo modo di rappresentare le circostanze presenti, come rappresentazione salvifica nel giustificare gli episodi e i comportamenti del passato.

Non irriverente, piuttosto maleducato, iroso, offensivo, ingiusto, quasi violento. Mai misurato.

E’ morto un antifascista che non è mai stato contro l’arroganza, l’ingiustizia, il sopruso.

E’ morto un partigiano che era stato fascista e che ha continuato ad essere reazionario, elitario, superbo.
E’ morto Giorgio Bocca che ha continuato a fare il partigiano scambiando per oppressione anche il confronto delle idee, la critica, la verità storica, la discussione, le scelte contrarie, la libertà di tutti, come quella dei meridionali che godevano, ingiustamente a suo vedere, della libertà di esistere e di pensare.

Vito Schepisi


14 dicembre 2011

In Puglia si allarga lo spread tra le chiacchiere e i fatti


Se n’è accorto anche il Presidente della Regione Puglia che è finito il tempo di utilizzare le risorse economiche dei contribuenti per “scialare”.
Ove mai fosse mai stato il tempo delle cicale a beneficio dei cittadini pugliesi, nessuno in passato ha avuto il modo di accorgersene.
Quello di “scialare” è un privilegio che è stato concesso a pochi. E, tra questi, a tanti amministratori che non si sono certamente ritratti dal fare delle Istituzioni e del Territorio pugliese un proprio personale campo di battaglia da utilizzare, sia per accelerare le carriere politiche e sia per alimentare gli affari privati, come più volte la stessa magistratura, seppur lacunosa nel fare piena luce su fatti e circostanze, ha, via via, rilevato.
Quella che dice di voler percorrere il tragitto che va dalla spensieratezza delle cicale all’impegno per la parsimonia delle formiche, però, è la stessa giunta che governa la Puglia dal 2004.
E’ quella che ha visto i giovani emigrare, le fabbriche chiudere, l’agricoltura abbandonata, i politici usare le risorse pubbliche per rafforzare il proprio insediamento politico sul territorio.
E’ la stessa maggioranza, con lo stesso Governatore, che ora si ripresenta per annunciare le linee programmatiche per il 2012 e che dice, in piena consapevolezza della menzogna, di non voler mettere le mani in tasca ai cittadini.
Dalla mortificazione del territorio, ferito dall’incuria e dagli insediamenti di pale eoliche che ne hanno violato l’originale bellezza, alla indifferenza verso i giovani, gli anziani, i malati, verso l’impresa ed il lavoro. E’ questo in sintesi il bilancio degli ultimi 7 anni.
L’era Vendola dovrà finire per rivedere rinascere la Puglia.
In poco tempo, il “poeta” pugliese ha trasformato la Regione da una fucina fervida di iniziative, da cui aver modo di partire per sviluppare lavoro e per dare esito alla domanda dei giovani, ad un arido deserto di promesse mancate e di speranze disperse.
In così poco tempo è stata resa arida, per ignoranza, per indifferenza, per cinismo e per trasporto ideologico, una terra su cui erano già stati piantati i semi del nuovo raccolto.
Per il 2012, però, ai cittadini pugliesi, nonostante i fallimenti, senza soluzione di continuità con il passato, arrivano promesse e nuovi impegni, come se una stessa scena possa rappresentare l’immagine sia di una terra splendida per storia, arte, paesaggio e prodotti tipici e sia quella dei servizi degradati, delle risposte insufficienti, del lavoro precario, delle truffe e dei costi onerosi.
Il Presidente Vendola è un Giano Bifronte guarda sia alla sua poltrona di Governatore e sia fuori dei confini regionali, promettendo al resto del Paese la stessa immagine “poetica” della politica delle “chiacchiere”, mentre per il presente ai pugliesi, puntuale come l’oste, presenta il conto da pagare.
Ogni anno è sempre la stessa cosa, ma come si diceva un tempo, quando il Banco di Napoli gestiva nelle nostre città meridionali il Monte dei Pegni: "Chiacchiere e tabacchere e' lignamm o' Banco 'e Napule nun ne 'mpegna!" (Chiacchiere e tabacchiere di legno il Banco di Napoli non ne impegna).
Tante, tantissime chiacchiere di cui il Nostro è maestro ma lo “spread” tra le sue parole e i suoi fatti, per usare un’espressione di moda e a lui cara, invece di ridursi si allarga sempre di più. Nonostante le affermazioni contrarie, sono anni che la Regione mette le mani in tasca ai cittadini pugliesi.
La Puglia è la Regione più cara d’Italia. I maggiori costi, gli sprechi ed i buchi della sanità sono pagati dai suoi cittadini. Vendola e il suo assessore non dicono che in puglia si paga: 0,25 cent/lt in più di accise sui carburanti (per autotrazione e per riscaldamento); un’addizionale IRAP sul valore della produzione netta delle imprese (molte sono in difficoltà per la crisi dei mercati e per mancanza di liquidità) del 4,82%; un addizionale sull’ irpef dell’1,53%, o dell’1,73, sui redditi a seconda che questi siano, rispettivamente, inferiori o superiori a 28.000 euro. A tutto questo si aggiungono i ticket sanitari sulle analisi, sui farmaci e sulle ricette (un euro a ricetta) e si estende il taglio della fascia di esenzione, allargandosi ai portatori di patologie invalidanti.
I tempi non consentano di “scialare”. Le difficoltà del Paese sono oggettive. Il debito sovrano dovrà imporci un taglio netto con le cattive abitudini del passato. I costi sono importanti e andrebbero tagliati laddove sia possibile farlo.
In questa realtà sarebbe stato più opportuno alleggerire, ove possibile, l’onere che ricade sulle fasce più deboli. Ma non sembra sia questa la logica che ispiri il bilancio di previsione 2012 per la Puglia. Nessun taglio alle spese di gestione, nessun taglio agli organici, né al numero dei dirigenti, nessun taglio alle spese di rappresentanza e di pubblicità istituzionale, nessun taglio all’effimero (tanto), né alle spese correnti e nessun programma di tagli alle sponsorizzazioni e ai contributi, in sostanza non è cambiato niente rispetto al recente passato.
Vito Schepisi

11 dicembre 2011

Shut down Minzolini

Ancora una volta la "presunta giustizia" interviene per rimuovere chi è sgradito. In questo caso un Direttore di testata che in Rai non ha accettato compromessi e "veline" di gruppi e partiti.

La magistratura, da tempo, gli ronzava intorno. 
Sin dai tempi della convocazione del giornalista, per sentirlo, come persona informata sui fatti, sulle truffe sulle carte di credito a Trani. 


Quell’inchiesta, in cui Minzolini era del tutto estraneo, è anche servita a giustificare le intercettazioni telefoniche sul premier Berlusconi (un membro del Parlamento, per giunta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la legge italiana, non può essere intercettato) che discuteva al telefono con un consigliere dell'Agcom.
Uno sfogo, contenente la denuncia dell'uso improprio della Rai contro una parte politica, è stato trasformato dal PM di Trani in un'ipotesi di reato. Già questo sarebbe “lunare”, incredibile e grave, ma se fosse servito per formulare ipotesi di reato inesistenti e comunque, come si è visto, fuori della competenza del magistrato tranese, anche questa questione non potrebbe che destare inquietudine sull’agibilità politica e sulla libertà di esporre in privato le proprie ragioni su questioni che appartengono al dibattito politico in Italia.

C'è sempre una trama?

C’è sempre un teorema diabolico in tutto?

Sono le domande che in tanti si pongono. Non arrivano risposte, però, né si vedono prese di responsabilità delle Istituzioni. Nessuna via di uscita.

Ma l’Italia è destinata a essere un Paese governato dai poteri giudiziari?


Il protagonismo giudiziario s’è sparso a macchia d’olio: è diventato infettivo come la febbre gialla!


Il direttore del Tg1 è stato rinviato a giudizio per un uso "illecito" della carta di credito aziendale. 
Tanto basterà per motivarne, nella riunione del 13 dicembre prossimo del C. di A. della Rai, l'allontanamento dalla Direzione del telegiornale.


Minzolini ha già interamente rimborsato l'importo all'azienda, senza neanche contestare la legittimità o meno dell'utilizzo totale o parziale delle somme spese.


E' un episodio inquietante. Lo è a prescindere dal torto o dalla ragione del Direttore Minzolini.

Come si farebbe, infatti, a rimuovere l’opinione di tanti che sia stato fatto ad arte?

Interviene, in questo momento politico, come la riprova dell'esistenza di una reazione massimalista e ideologica che utilizza tutti i mezzi per abbattere il "nemico".


La sinistra italiana, bisogna pur dirlo, non cambia mai. E' rimasta al sogno del regime. Come nel passato, non intende confrontarsi con il metodo della democrazia pluralista. Predilige e vuole solo militanti. 


L’area della sinistra ideologica sa che solo discutere di soluzioni e metodi è partita persa per chi ha una formazione incentrata sul "centralismo democratico", sulla piramide del controllo e sul servilismo dei militanti. 


Quest’area, in Italia, usando la lealtà e la ragione non potrà mai essere vincente.
 La sinistra l’ha saputo da sempre, sin dai tempi del consociativismo e della concertazione, sin dai tempi della sua opposizione ipocrita e lottizzata quando era in piedi la Prima Repubblica.

Tutto ciò che riguarda l'informazione, come accadeva negli anni '70 e '80, per questa cultura, o è fazione schierata da una precisa parte politica o è da abbattere.


Allora c'erano i gruppi terroristi che sparavano, i famosi “compagni che sbagliano”, ora che c'é la magistratura che fa per loro il lavoro “sporco”?

Come si fa a vincere questa convinzione che si radica?

E come la sfiducia di tantissimi pensieri liberi?

Nella magistratura, nel giornalismo, in politica, nella società, chi non si schiera contro i suoi "nemici" per la sinistra è già un "nemico".


Tutto questo non è concepibile in democrazia.


E' vergognoso che si arrivi a tanto!

Vito Schepisi

01 dicembre 2011

L'Italia autocratica

Sta cambiando qualcosa, e ciò che appare non è confortante. La svolta voluta dal Presidente Napolitano, prima che i redditi, gli stipendi e le pensioni dei lavoratori, taglia qualcosa di più importante.
Agli occhi interessati di finanza e mercati, le fondamenta di un Paese appaiono meno fungibili, ma per i cittadini che non giocano in borsa e che non speculano sulle valute e sui titoli del debito pubblico ci sono principi molto più importanti, come quelli di libertà e di democrazia che restano ancora impressi nella nostra Costituzione.
Non si conoscono ancora nei dettagli i contenuti della manovra annunciata per il 5 dicembre prossimo dal nuovo Presidente del Consiglio Monti, ma si sa già che qualcosa sta cambiando. Ciò che appare chiaro è che, da qualche giorno, le decisioni prendono forma in luoghi del tutto diversi da quelli tipici di un sistema democratico. Da Bruxelles, ad esempio, non si arriva più con una valigia piena di impegni e di opportunità, ma con una cartellina che, come intestazione, porta scritto “prendere o lasciare” ed in cui è contenuta una lista di diktat.
Siamo dinanzi ad una svolta epocale. E’ doveroso, pertanto, rifletterci sopra. Dobbiamo farlo per registrare questa visibile nuova realtà, senza ignorare quanto sia altrettanto visibilmente pericolosa, come quella in cui le scelte per gli italiani le stanno facendo i burocrati ed i banchieri europei, non più i cittadini in libere elezioni.
Non c’è più neanche il confronto tra le diverse opzioni politiche. Questo Governo ha avuto la fiducia di quasi tutto il Parlamento, alla Camera e al Senato. Eccetto alcuni parlamentari che hanno dissentito a titolo personale, soprattutto per esprimere un malessere, e della Lega Nord che è passata all’opposizione, il Governo Monti ha avuto una fiducia larghissima ed è stato votato dalla destra, dal centro e dalla sinistra. Sulla carta gode di una maggioranza bulgara.
Ad occhio, c’è puzza di imbroglio!
Se la Conferenza di Messina del 1955 si fermò alla CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) con l’auspicio di voler camminare tanto per raggiungere quella comunione di intenti che aveva animato lo spirito europeista di uomini come De Gasperi, Einaudi, Gaetano Martino, Adenauer, senza dimenticare Giuseppe Mazzini, oggi quelli che sembrano esser stati alcuni pur timidi passi avanti in senso europeista, in verità si rivelano come il tipico procedere incerto di un passo avanti e due indietro.
E’ il fallimento dell’immagine di un’Europa che si voleva unita nelle decisioni importanti. Viene meno un Comunità che si auspicava adottasse una politica comune improntata al rilancio della plurimillenaria civiltà del Vecchio Continente. Manca, purtroppo, la consapevolezza di un ruolo. Nessuna comunità cresce senza che abbia uno scopo e senza un coincidente obiettivo di diffusa equità sociale. Dalle piccole alle grandi comunità è sempre così.
L’Europa è, se si prefigge di diventare un faro di civiltà, un riferimento per la pacifica convivenza civile, un modello di democrazia. Il vecchio Continente avrebbe da porsi come riferimento per tutti quegli uomini e quei popoli che mirano alla pace, alla solidarietà e alla cooperazione.
Come gli USA che, a torto o ragione, rappresentano nel mondo l’idea della libertà della gente oppressa, l’Europa doveva rappresentare, per i popoli che vanno dall’area mediterranea fino all’oriente, la nuova frontiera dell’equità sociale e dell’umanesimo. Doveva essere la traccia di un multiculturalismo che si apriva alla comprensione e alla solidarietà, in cui ogni paese si attribuiva il suo fardello di impegni.
E’ emersa, invece, l’Europa degli egoisti e dei furbi.
Sembriamo dei pazzi, vandali ed ubriachi che si divertono a distruggere tutto ciò che capita a tiro.
Questa che c’è, è l’Europa delle mezze tacche, degli uomini piccoli che con veti, spocchia, presunzione e prepotenza mettono con le spalle al muro gli stati che ne fanno parte, e piegano le ginocchia dei più deboli.
E’ la stessa Europa che finisce con il non avere più una sua moneta credibile. Una finta unione di paesi diversi per lingua e storia, permeabile agli spifferi della speculazione e cagionevole, tanto da costiparsi a tal punto da dover ricorrere a terapie d’urto, dinanzi alla poca avvedutezza di una protagonista che un giorno ebbe la brillante idea di disfarsi dei titoli di debito pubblico italiano dal portafoglio del suo Paese.
E l’Italia è la terza grandezza economica dell’Europa dell’Euro.
Questa è l’Europa che perde prestigio internazionale, mentre si piega dinanzi alla bolla speculativa di mercati e di banchieri, senza registrare alcuna lodevole e coraggiosa reazione dei suoi governanti. Questi sono uomini che si credono statisti e che si piegano agli eventi della speculazione, senza la capacità di reagire e di riprendere in mano il timone di comando per rimettere la nave in acque più navigabili.
La finanziaria italiana ora la faranno la speculazione ed i diktat della Bce, della Merkel e dell’Amministratore Delegato dell’autocratico primo Uomo del Quirinale.
La cura da cavallo ridurrà certamente l’affanno del Paese.
Ma a che prezzo?
Vito Schepisi

22 novembre 2011

L'ICI sulla prima casa è macelleria sociale

Al precedente governo c’era chi attribuiva l’incapacità di recuperare una montagna di soldi (alcuni sparavano cifre da 4/500 miliardi di Euro l’anno) non riscossi per l’evasione fiscale e contributiva, per l’economia sommersa, per la criminalità organizzata, per gli sprechi, per le tangenti e per la gestione clientelare e affaristica della politica.
Ora di tutto questo nessuno parla più. Sono spariti tutti quelli che ritenevano il governo precedente accondiscendente a una politica a danno dei poveri diavoli.
Se non ha moltiplicato i pani, a Monti si deve, però, attribuire il merito di aver fatto mettere i piedi per terra a tanti demagoghi di professione.
Ora si parla di reintrodurre l’Ici, ed anche l’Irpef, sulla prima casa (qui) .
Nessuno parla più della gente modesta, delle famiglie e dei lavoratori chiamati a pagare. Anzi le notizie che circolano vanno in tutt’altra direzione, quasi a far intendere che sia giusto far pagare a chi possiede una casa. Come se l’avesse furbescamente acquisita. Come se per tantissimi la casa di proprietà non sia stata il frutto di sacrifici, di risparmi e di oneri finanziari pagati (anche per 30 anni) per l’ammortamento delle rate di mutuo.
I media parlano di Ici da reintrodurre, come se i proprietari di immobili al momento non siano già sottoposti a questa e ad altri balzelli di tasse e tributi.
L’ICI che si vorrebbe reintrodurre, è bene che si chiarisca, è quella sulla prima casa: quella di proprietà in cui vivono generalmente la gran parte delle famiglie italiane. L’imposta che si vorrebbe ripristinare graverebbe su un bene primario.
L'ici che è stata eliminata (da Berlusconi) è, infatti, proprio quella a carico dei proprietari della prima casa, purché non in categoria di lusso. In definitiva oggi non paga l'ICI chi abita la casa di proprietà che abbia caratteristiche di edilizia economico-residenziale.
Ripristinare questa imposta è, pertanto, una “mazzata” per chi ha redditi medio bassi. I possessori di casa, che la utilizzano come propria abitazione, rappresentano l'assoluta maggioranza dei proprietari di case.
Questo per la chiarezza. l’ICI sulla prima casa è da ritenersi, pertanto, “macelleria sociale”.
Per chi ha redditi medio alti, invece, e abita in una casa non di lusso (se in categoria di pregio la paga sempre), l'ICI rappresenta solo un ulteriore, ma minimo impegno fiscale.
Questo balzello, se sarà introdotto, andrà essenzialmente a danno delle famiglie e dei consumi. Sarà anche una imposizione fiscale dagli effetti depressivi. Andrà direttamente a incidere sui consumi, sottraendo risorse alle famiglie.
Potrebbe, inoltre, agire negativamente sul mercato dell’edilizia, già in difficoltà per mancanza di liquidità.
Con una spesa pubblica che rappresenta il 50% del Pil, la ricetta non può essere quella di aumentare le tasse, per tenerne testa, ma di ridurre le spese.
L'ICI, che sta per Imposta Comunale sugli Immobili, è utilizzata per le spese dei Comuni. Questi ultimi, spendono, generalmente, oltre le possibilità, e sprecano tantissimo. Alcuni hanno un numero di dipendenti spropositato rispetto alle funzioni svolte. Si servono di consulenti per lo più legati ai partiti e dilapidano una barca di soldi per spese di rappresentanza e per pubblicità istituzionale.
Il buon senso vorrebbe che si intervenisse per razionalizzare e tagliare, piuttosto che per distribuire più soldi.
Vito Schepisi

16 novembre 2011

La ragione degli avvoltoi


Il 16 novembre, con Monti che incontra il Presidente della Repubblica, scioglie la riserva e presenta la lista dei ministri, si consumerà una delle pagine più controverse della Repubblica Italiana.

Si aveva la convinzione che la nostra Costituzione fosse oramai consunta e inadeguata. Si pensava che nella sua parte seconda, dopo esser stati sanciti, nella prima, i principi fondamentali di un Paese libero e democratico, sebbene con tutte le incrostazioni retoriche che contiene, la Carta Costituzionale dovesse essere rivisitata per assegnare al popolo, prima che ai partiti, la sua sovranità, ed alla democrazia, attraverso l’esercizio della politica e la inviolabile volontà del popolo, prima che ai servizi ed alle funzioni dello Stato, la priorità legislativa e l’autorevolezza della sua rappresentatività.

Si pensava che anche all’Italia, passata l’emergenza del dopo guerra e quella della reciproca diffidenza, che l’aveva vista dividersi in due differenti strategie di sviluppo, fosse data la possibilità di dotarsi di un governo autorevole per determinazione e capacità d’intervento, in un quadro di alternanza delle volontà e dei sentimenti popolari.

Si osserva, invece, che anche questa volta non è stato così. E’ stato assegnato quasi d’imperio, con la giustificazione dei mercati in tensione, per iniziativa della Presidenza della Repubblica, un Presidente del Consiglio, fatto senatore a vita con scelta unilaterale, repentina, inutile, oltre che stridente con i presupposti del rigore economico e della riduzione della spesa.

La politica è consenso e proposta. La politica è discussione sui provvedimenti che servono ad amministrare il Paese e a rendere servizi e condizioni di vita confortevoli ai suoi cittadini. La politica non è, invece, lotta alle persone e potere di veto. Non è diffamazione, non è offesa, né contrapposizione pregiudiziale. Non può essere volgarità e violenza. Nessun fine può giustificare un mezzo rozzo e intollerante. Ma è ciò che si è visto in Italia in questi ultimi tre anni.

Gli elettori vanno rispettati sempre. Perché sono la sostanza della democrazia. Nessuno può dire, senza ricadere nell’assolutismo massimalista, che le scelte del popolo siano stupide e inaccettabili e ritenerle così non valide, come, appunto, è avvenuto in Italia. Nessuno può assumersi la responsabilità civile di disfare ciò che nelle urne è stato messo insieme. Nessuno in democrazia dovrebbe avere il diritto di delegittimare la libertà di scegliere.

Devono essere i sentimenti dei cittadini a prevalere, non quelli dei funamboli della politica e dei trasformisti. E la politica era, e deve continuare ad essere, non altro che la sintesi e la razionalizzazione di questi sentimenti da trasformare in contenuti di governo.

La sintesi dei sentimenti popolari non la può fare assolutissimamente il Presidente della Repubblica che non è espressione del popolo, e pertanto non legittimato ad interpretarne la volontà, ma solo un nominato dal Parlamento attraverso il consueto gioco dei partiti. La figura in Costituzione del Presidente della repubblica è quella del “notaio” che certifichi l’esistente e la volontà del Parlamento. E’ quest’ultimo, infatti, che l’ha nominato. Tra le sue prerogative c’è quella di sciogliere uno o i due rami del Parlamento, quando nelle Camere viene meno una convergente volontà politica e quando gli intenti programmatici non siano condivisi da una costituita maggioranza. Tra le sue prerogative non c’è quella di sostituirsi al popolo e di scegliere, in sua vece, l’indirizzo politico.

Non si pensava assolutissimamente che la Costituzione potesse essere ancora una volta violentata, dopo l’esperienza del 1995, con il maneggio di Scalfaro, il peggior Presidente della Repubblica che l’Italia abbia avuto.

Non si pensava che si potesse togliere ai suoi costituiti, cioè ai cittadini, attraverso l’espressione elettorale, la prerogativa di compiere le scelte per il governo del Paese.

Nella sostanza, e a prescindere dal merito, si lamenta l’inopportunità di un processo autoritario che sostanzialmente attribuisce un discutibile premio di ragione a chi inganna gli elettori. Sembra che si sia premiata l’azione di chi ha costantemente lavorato per il proprio interesse politico o personale, ma prevalentemente contro il Paese.

Non si sa se il Governo Monti risolverà i problemi italiani, soprattutto sul versante della fiducia dei mercati, della riduzione della spesa, dello sviluppo industriale, dell’occupazione, della crescita economica e della riduzione del debito. E’ l’augurio che gli facciamo nell’interesse di tutti.

Questo Governo, però, nasce con un debito nei confronti di tutti gli italiani: un debito di legittimità e di chiarezza. La ragione degli avvoltoi non può coincidere con la ragione dei cittadini.

Gli italiani moderati sapranno ancora una volta capire e mantenere la fiducia nelle Istituzioni, come hanno sempre fatto. Lo faranno nella convinzione che la prepotenza dalla sua non abbia alcuna ragione e che, alla prima occasione, possa essere ancora una volta respinta.

Vito Schepisi

04 novembre 2011

Clima da Marcia su Roma

Come con i mercati, in cui l’estensione dell’offerta fa scendere il valore dei prodotti, così è per tutto il resto. In particolare è così anche per le mode, per i principi e per i valori fondanti di una comunità.
C’è troppa confusione di offerta. C’è un’inflazione di soggetti che prospettano il bene del Paese, pensando soprattutto agli interessi propri. Ne fanno le spese il confronto sereno, la democrazia, il rispetto delle persone, la dignità della propria autonomia di pensiero e l’onestà intellettuale. E, con tutto questo, ne fanno anche le spese, purtroppo, la semplificazione e la trasparenza politica, assieme alle prospettive per il benessere delle generazioni future.
Ciò che è ‘troppo’ finisce per diventare invisibile. Così, come per l’aria che si respira, anche la sensazione di libertà appare invisibile, tanto da lasciare pensare che la libertà sia una fonte inesauribile da cui poter sempre attingere.
Tutto questo si chiama abitudine, come lo è il ridondare dei luoghi comuni in cui spesso si rifugiano l’ignoranza e la mancanza di autonomia di giudizio. Con l’abitudine anche all’orrore e alla strumentalizzazione delle passioni si assottiglia, però, lo spessore etico di un’intera società e si disperde, assieme al ricordo, anche la funzione educatrice della storia.
Non si può fare l’abitudine alle aggressioni, alla faziosità e alla violenza, senza doverne poi pagare le conseguenze.
La civiltà si sviluppa, invece, facendo tesoro delle esperienze fatte nelle passate stagioni politiche. Le nuove classi dirigenti, a prescindere dalle scelte e dai programmi proposti, dovrebbero prendere atto della storia del proprio popolo, e di quella articolata nell’insieme più largo delle esperienze sociali vissute ai quattro angoli della terra.
Dallo studio delle realtà, in cui siano emerse le sofferenze e le strisce di difficoltà sociali, lasciate poi in eredità alle nuove generazioni, la classe politica contemporanea, nell’interesse generale, dovrebbe trarre le giuste motivazioni per mettere in guardia i giovani dalle contrapposizioni più aspre, per impedire che si ripetano quegli episodi di barbarie in cui la ferocia di pochi finisce con alimentare la follia collettiva.
La violenza non è mai circoscrivibile nell’episodio brutale di una circostanza, ma ha dietro di se un retroterra di condizioni e d’istigazioni a comportamenti che indirettamente la sollecitano. Nasce dall’assimilazione dei toni e dall’offerta di bersagli già preparati. In un’era mediatica i bersagli della violenza assumono lineamenti ancor più precisi quando, tutte insieme, l’informazione, la giustizia e la politica si concentrano a indicare il nemico del popolo, ovvero un colpevole per definizione. E’ il metodo tipico delle dittature in cui si usa criminalizzare l’avversario politico.
E’ grottesco osservare come, in uno sguardo d’insieme, oggi, si mescolino le esperienze e le abitudini persino con gli “status symbol” di una generazione. La noia si trasforma nella ricerca di sensazioni forti. Gli ingredienti sono quelli di sempre: dall’alcol alla droga, dal sesso alla violenza. In un contesto di sballi, tra menù di papatine fritte e di panini all’hamburger, si discutono le strategie delle manifestazioni, si accordano gli slogan delle marce e s’individuano i bersagli della protesta.
Tra un sorso di coca cola e gli stereotipi dell’abitudine si premedita, così, la violenza. Un noioso ripetitivo corollario di certezze acquisite senza conoscere, non certo la reazione a un bisogno avvertito, né la sensazione di situazioni di sofferenza sociale, fanno da cornice al crescere di una nuova ragione di sentirsi protagonisti e di battersi contro qualcosa o qualcuno.
Non ci sono analisi sulle responsabilità, di solito più articolate e complesse di quanto non appaiano, ma solo la ricerca di un pretesto per scaricare sul presente le colpe di generazioni politiche e di scelte sociali passate. Una furbizia indecente che ha spregiudicati mandanti. In Italia, non tutte le follie hanno fatto i conti con le sentenze della storia. E’ del tutto incompiuto un processo plurale che serva a evitare nuove catastrofi. C’è chi si è sottratto in passato e che vuole ancora sottrarsi al giudizio della storia.
Manca un processo di analisi che serva a smascherare i falsi e gli ipocriti e a comprendere le responsabilità del presente. E’ mancato un giudizio politico sugli steccati ideologici che rischiano tuttora di fomentare una guerra civile. Ce ne sarebbe di materia per essere indignati. Non si può, però, continuare a intervenire a piedi uniti sulle gambe della storia, senza vedersi estrarre il cartellino rosso e l’espulsione dal campo di gioco. E’ un gioco codardo di chi sa e tace e di chi trova più conveniente chiudere gli occhi e seguire, negli agi e con il proprio tornaconto, il corso delle cose.
Oggi, ad esempio, è di moda individuare in Berlusconi la ragione di un malessere complessivo del Paese. Nessuno, però, sa darne una motivazione precisa. A parte l’aggressione giudiziaria di chi lo vorrebbe colpevole di tutto - non riferibile, però, alla sua conduzione del Governo - di quale misfatto politico sarebbe colpevole il Premier?
Oggi l’attenzione è rivolta contro l’Uomo di Arcore, ieri è toccato a Bettino Craxi, ancor prima a Forlani e Andreotti. Domani a chi capiterà?
E’ come se ci fosse una regia che faccia partire all’unisono tutta una serie di comportamenti: lo stesso metodo della criminalità organizzata. Come fa la mafia, quando attiva tutti i suoi referenti palesi e occulti per “mascarare” chi dà loro fastidio, per farlo apparire sporco, brutto e cattivo. Per isolarlo e fargli perdere credito. Per colpirlo!
Ci sono oggi tutti i sintomi di un attacco al buon senso e alla stessa democrazia. La sensazione della “mascarata” si fa sempre più estesa e profonda. E’ un attacco scellerato che danneggia il Paese e che si avvale, com’é capitato altre volte, anche della presenza di chi tradisce.
Si avverte un clima antidemocratico, illiberale, autoritario alimentato dai nuovi “fascisti” che sono pronti a una nuova “Marcia su Roma”.
Vito Schepisi