18 febbraio 2009

Da Prodi a Veltroni: tre anni di sconfitte per la sinistra

Tutto era cominciato con il malumore in Italia per un governo, il Prodi, che sembrava confliggere con l’Italia intera: aumento delle tasse, aumento dei costi, aumento delle tariffe, aumento di ministri e sottosegretari, aumenti dei costi della politica, aumento della litigiosità interna, aumento dell’arroganza di una maggioranza senza numeri nel Parlamento e nel Paese.
In gestazione c’era il Partito Democratico ispirato da Prodi con l’idea di avere un partito importante, per numeri e per progetto politico, che lo sostenesse.
La sua designazione alle primarie nell’autunno del 2005 era stata una farsa. La candidatura era emersa più per tenere unita la sinistra che per il riconoscimento del suo carisma e del suo spessore politico. Prodi sembrava l’uomo giusto per la necessità di mostrare una coalizione “coesa”, come gli piaceva sostenere. La sua nella realtà era stata una nomina, non una designazione popolare.
Con la creazione del PD, Prodi mirava a creare un partito con la sua leadership in grado di legittimarlo politicamente come soggetto politico capace di conquistare un importante consenso elettorale. Le cose, però, sono andare male per lui. La sua maggioranza era ingovernabile ed il suo metodo indisponente. Per Berlusconi è stato anche troppo facile girargli contro il Paese: Prodi ed i suoi ministri sembravano così sprovveduti da farsi autogol a ripetizione.
C’era un Sindaco a Roma, in procinto di partire per l’Africa non appena concluso il mandato. Si diceva un gran bene di lui. Tagliava nastri a ripetizione e cantava nel coro del politicamente corretto.
Nel Paese la sinistra era in crisi, scossa dall’antipolitica che emergeva con i V.Day di Grillo. Il viaggio di Veltroni nell’Africa della sofferenza veniva così annullato, c’era per lui un’altra missione caritatevole: salvare la sinistra dalla deriva verso cui Prodi la stava trascinando.
Altre primarie, altra farsa ed altra indicazione plebiscitaria. E’sembrato un successo per Veltroni, un po’ meno per le sorti della sinistra al Governo, già in crisi di identità. Si creavano due sinistre: una di Prodi in Parlamento e l’altra di Veltroni nelle piazze del Paese; una di chiusura al confronto con il centrodestra sulle riforme e l’altra che invece si sedeva ai tavoli per discutere.
E’ bastato un colpo di vento, uno spiffero proveniente dalle stanze delle procure italiane, per far cadere Prodi, già costipato, ed il suo sgangherato governo.
Arrivava così il Veltroni delle aperture: mai più antiberlusconismo; dialogo con gli avversari politici; legittimazione di chiunque vinca; è il momento di avere finalmente un paese normale; rispetto per l’avversario; le riforme sono necessarie e c’è il nostro impegno a farle, a prescindere dai risultati elettorali. Tanti proclami di serietà, di buonsenso, quasi di rammarico per il passato indecente fatto di insulti e di prepotenze. Il più gridato tra tutti il proclama della fine delle alleanze con i cespugli e la sfida al centrodestra di fare altrettanto per superare la paralisi della partitocrazia.
Quello che poi è stato è storia recente. Sin dalla campagna elettorale delle politiche del 2008 i toni sono diventati più duri ed al limite dell’oltraggio, l’antiberlusconismo è riemerso come e più di prima. I buoni propositi sono andati a farsi benedire, le immagini suggestive hanno travalicato i fatti, l’ostruzionismo si è sostituito alle proposte ed il pregiudizio al confronto.
Il proclama d’andare da soli si infrangeva immediatamente. Il PD di Veltroni si sceglieva l’alleato più viscerale, si alleava con Di Pietro, il politico più intollerante, quello che è contro ogni riforma, quello che della crociata contro Berlusconi sta facendo l’unica ragione di vita del suo partito dai connotati personali e dalla conduzione familiare.
Il PD è nuovamente in evidente crisi di identità, ma invece di chiedersi cosa voglia il suo zoccolo duro veterostalinista, si è mai chiesto, invece cosa voglia il Paese?
Gli italiani non ne possono più delle barricate e non ne possono più dei proclami e delle dispute ideologiche sulle questioni gravi che affliggono l’orgoglio e la dignità del Paese. Per gli italiani una cosa è la solidarietà verso i diseredati del mondo, altra è la tolleranza agli abusi; una cosa sono il multilateralismo, la multietnicità, il pluralismo culturale ed altra la delinquenza, l'inganno, la violenza e l'arroganza.
Se il PD non cresce nella cultura della democrazia liberale, in cui le scelte le fanno gli elettori e dove i doveri hanno lo stesso peso dei diritti, non ha futuro, anche se cambia il suo segretario.
Vito Schepisi su l'Occidentale

16 febbraio 2009

Il denaro immaginario del Benchmark sullo Spending Review



Il danaro nasce nell’antichità come unità di scambio nei rapporti tra mercanti. Era fungibile con le merci ed altri beni. Tuttora sono rappresentativi del danaro servizi ed oggetti di varia natura.
La caratteristica allo stesso tempo sofisticata e rivoluzionaria del danaro ha modificato profondamente la gamma dei valori materiali creando per ciascuno un metro di valutazione: dalla materia prima al prodotto finito, attraverso il lavoro, i consumi, i rischi e gli ammortamenti.
Il sistema, sempre più ai tempi con l’informatica e la velocità delle comunicazioni, ha riservato alle banconote una circolazione reale più contenuta, privilegiando l’utilizzo di mezzi sempre più sofisticati per sostituirle, tanto più per beni non al dettaglio, negli scambi commerciali e nelle transazioni economiche.
La qualità dei beni sostitutivi, però, hanno una sostanza concreta che è alla base della loro fungibilità. Una volta, per lo Stato, le masse circolanti di danaro erano essenzialmente legate alle riserve auree. Ora il riferimento è agli scambi commerciali globali ed al PIL del Paese e della Comunità Europa (la banca emittente, una volta rappresentata dalla Banca d’Italia, è oggi la Banca Europea). Per le transazioni interne di fungibilità ci sono invece merci di ogni tipo, dall’oro ai crediti, a terreni ed agli immobili, quando non ai progetti di realizzazione, ovvero danaro futuro.
Non è mai capitato che il danaro sia reso fungibile dalle astrattezze e dalla fumosità di pensieri degli uomini, neanche se con le idee ' in the american dream ' e con la casa a Manhattan.
Non è mai capitato che si sia reso spendibile quello che si ricava da calcoli di disperazione e/o dai buoni propositi. E’sempre consigliabile, per chi ha responsabilità di governo, o per chi intende averne, tornare al pallottoliere per far di conto. L’economia, tutto sommato, è una scienza esatta che costringe sempre a far quadrare ogni cosa, per come è e non per come si vorrebbe che fosse.
Il leader dell’opposizione, ha finalmente indicato le proposte alternative del suo governo ombra, dopo esser stato più volte accusato di dire sempre di no, senza fornire proposte alternative se non vuote asserzioni di principio, buone per i comizi, ma non per andare a Bruxelles e presentare i conti del Paese e farseli approvare in quanto compatibili con gli obiettivi programmati, il debito, la capacità produttiva, i parametri di Maastricht, gli obiettivi di riassorbimento della fase depressiva dovuta alla recessione mondiale e gli obiettivi di pareggio del bilancio statale.
Il Piano Veltroni ha dell’incredibile per due ragioni.
La prima è che pur avendo molti ministri ombra rivenienti dai ministeri veri nel governo di Romano Prodi, annuncia un’ipotesi di netta divergenza con quell’indirizzo politico. Taglio delle tasse, cento euro al mese per tutti i redditi al di sotto di 30.000 euro l’anno, oltre alla cassa integrazione anche ai contrattisti a progetto, occupazione femminile, un milione di nuovi posti di lavoro e mille treni in più per i pendolari. Costo? Solo 16 miliardi di spesa complessiva.
E Berlusconi che ne vuole spendere 80 senza offrirci tutto questo patrimonio di virtuosità!
La seconda ragione è che solo la distribuzione di 100 euro al mese per i redditi al di sotto dei 30.000 l’anno, moltiplicato per circa 25 milioni di lavoratori in questa condizione, ci costerebbero già 30 miliardi. Se si aggiungono ancora la cassa integrazione ai precari, il calo delle tasse per tutti, gli investimenti per l’occupazione (sarebbe già tanto mantenerne i livelli!) dove arriviamo?
Un capitolo a parte meriterebbe l’analisi delle risorse da reperire e cioè le fonti di questo danaro da distribuire agli italiani. Per Veltroni ci sono le formule magiche “spending review sulla quale fondare una sistematica operazione di benchmark” e la “green economy” - e per cosa allora la casa a Manhattan? Immaginiamo la faccia di Tremonti nel leggere questi buoni propositi: sarà diventato più rosso del solito dinanzi a queste grosse emozioni!
Danaro immaginario: una vera stamperia nel cervello!
Dinanzi a queste fantasie, tutte da comprendere, se la prima significa un programma di taglio alle spese e la seconda un piano di investimenti nel campo delle diversificazioni delle fonti energetiche, con le conseguenti economie da finanziare con l’aumento delle tasse sulla benzina, siamo alle solite e siamo dinanzi alle contraddizioni di sempre.
Vito Schepisi

13 febbraio 2009

Scalfaro arroccato con enfasi sui principi astratti

Tutti si rivolgono contro tutti con “rispetto” e “pacatezza”. Prima Veltroni, poi Di Pietro ed ora Scalfaro: “Ci rivolgiamo al Presidente del Consiglio con rispetto e con pacatezza: non ci faccia vivere giornate con timori che riguardano la nostra Patria, la sua libertà e la sua democrazia”.
Da che pulpito!
All’esimio ex Presidente della Repubblica, giudicato da molti il peggiore della Storia d’Italia, democristiano di lungo corso sin dalla Costituente, storicamente considerato come uomo della destra DC, chiediamo anche noi con “rispetto” e “pacatezza” conto di quei cento milioni mensili che da Ministro dell’Interno del Governo Craxi percepiva dal SISDE, i servizi segreti italiani dell’epoca. Chiediamo al senatore Oscar Luigi Scalfaro, sempre con il dovuto “rispetto” e con la dovuta “pacatezza”, di dar conto e documentazione del suo utilizzo e se possibile di spiegarci a che titolo li ha percepiti.
Per essere credibili, quando si richiamano altri ai grandi sentimenti patriottici e si sollecita la difesa della libertà e della democrazia, richiamando i principi costitutivi che rappresentano l’unità nazionale ed il rispetto dei ruoli istituzionali, è necessario esser stati sempre virtuosi. E’ più difficile farlo quando si sono lasciate zone d’ombra dove il sospetto inevitabilmente si annida. E’ stato proprio un politico, sodale con la manifestazione in Piazza SS Apostoli a Roma, che ha teorizzato in passato che il sospetto sia l’anticamera della colpa.
E’ apparsa solo una manifestazione pretestuosa quella che ha visto uno sparuto gruppo del Partito Democratico manifestare contro il presunto attacco di Berlusconi alla Costituzione, ed è stata sgradevole la presenza di chi non avrebbe niente da insegnare a nessuno.
Pretestuosa perché, invece di dar conto di proposte o di motivato dissenso alla linea delle riforme della maggioranza - riforme richieste un anno fa dallo stesso Veltroni, quando le contrapponeva alle elezioni anticipate, ritenendole allora persino indispensabili per poter offrire al Paese stabilità e governabilità - si è preferito solo dar conto di un chiassoso dissenso con la linea del Governo sulla recente questione del decreto che avrebbe consentito di salvare la vita di Eluana Englaro.
Appare così in tutta la sua impropria ed intrecciata doppiezza la retorica del cattolico Scalfaro contro un Governo ed un Presidente del Consiglio che intendeva salvare una vita e che a tal fine teneva a sottolineare che nessuna interpretazione della Carta Costituzionale potesse aver maggior valore della vita di un essere umano.
Per le riforme, anche della seconda parte della Costituzione, c’è una bozza Violante della scorsa legislatura che ha trovato ampi consensi nella nuova maggioranza e che può essere un punto di partenza importante per metter mano alla modifica di quei punti che necessitano di aggiornamenti.
Dalla manifestazione del PD, invece, nessun segnale di dialogo e di confronto. Nessuna proposta concreta. La difesa dei principi di libertà e di democrazia si attua invece con le riforme. Queste sono gli strumenti che favoriscono lo sviluppo della società, la governabilità e la tempestività degli interventi di chi, in virtù del consenso elettorale, ha responsabilità di governo. Lo spirito riformatore dovrebbe spingere a rivedere la Giustizia per rispettare i diritti di tutti e per garantire il suo esercizio effettivo e puntuale. Quello di Scalfaro e Veltroni è sembrato, invece, uno schieramento conservatore arroccato con enfasi sui principi astratti.
Non si è ascoltata alcuna riflessione che abbia preso atto che la velocità delle comunicazioni e dei flussi delle economie mondiali, in tempi di globalizzazione, impongono al sistema delle decisioni tempi di assoluta brevità. E’ sembrata piuttosto la solita kermesse di coloro che alzano la voce perché non hanno nulla di serio da dire. È mancata persino la presa d’atto che la Costituzione sia sorta in un momento difficile per il Paese e che ha una struttura adeguata a quel momento caratterizzato da forti tensioni.
Sarà per questa incapacità di avere buon senso e per la mancanza di presa del PD, di Scalfaro e della opposizione tutta, come difensori dei valori di libertà e di democrazia che a Piazza SS Apostoli è stata stimata una presenza inferiore a mille persone.
Vito Schepisi

10 febbraio 2009

I colpevoli non pagheranno








E’ morta Eluana
È morta nel peggiore dei modi,
tra le polemiche, tra gli inganni, tra le ipocrisie.
E’ morta di fame e di sete, come da sentenza di un tribunale.
E’ morta senza sapere, senza capire: è morta senza pietà.
Milioni di bicchieri di acqua, milioni di tozzi di pane
erano pronti per nutrirla e per dissetarla.
Milioni di bambini, di donne e di uomini,
milioni di essere umani hanno pregato per Lei.
Hanno pregato per Eluana, per la sua vita,
hanno pregato contro la morte, perché è così da sempre.
Perché la vita è la naturale avversaria della morte.
L’hanno uccisa Eluana?
Di certo l’hanno condannata a morte!
L’ha uccisa la burocrazia, l’ha uccisa l’ostinazione,
l’ha uccisa il presunto valore supremo di uno Scritto.
Si pensava che la Carta suprema di una Nazione servisse alla vita.
Per i valori della fedeltà alla Nazione e per la sua identità,
sono morti nel tempo migliaia di uomini che abbiamo chiamato eroi.
Difendevano i confini del loro Paese
per dar sicurezza ai loro cari, ai fratelli, ai bambini, alle donne.
Non sapevamo che per i principi di una fedeltà burocratica
si potesse, invece, consentire che si strappasse una vita.
Eluana è morta è stata uccisa e, come sempre accade, in Italia
I colpevoli non pagheranno.

Vito Schepisi

09 febbraio 2009

10 febbraio 2009 Il Giorno del Ricordo: la Storia fatta di silenzi

La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita.

Oltre 60 anni di silenzi e di omissioni. Ma nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!
Sono stato a Basovizza due anni fa. E’ una località appena fuori Trieste in cui è presente una cavità utilizzata tra l’aprile ed il maggio del 1945 dalle milizie comuniste di Tito per occultare i cadaveri di italiani, in particolare triestini, contrari al comunismo ed all’invasione degli slavi a Trieste.
A Basovizza c’è una delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano (anche se, a differenza di altre, in origine la cavità di Basovizza era un vecchio pozzo minerario di carbone). Dal 1992 è monumento nazionale.
Ho girato per quei luoghi, sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, già terre italiane. Ed è facile in quei posti lasciarsi trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho raccolto così il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di queste terre italiane, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta. E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata da subito dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione.
Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche, e ciò è ancora più doloroso, nella disattenzione della politica e della informazione italiana.
La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975.
Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come dimenticare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito?
I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento. 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia: uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere percossi, trucidati, ammazzati.
Il ricordo dei martiri ricorda la Shoah, l’Olocausto infame verso il popolo ebraico, e come questa tragedia ha valore universale, per non dimenticare, perché non sia solo il consueto e generico omaggio alle vittime, ma un monito alle coscienze.
Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare soltanto come le azioni di comune viltà che ogni conflitto propone.
Il tentativo, per molti anni, di nascondere, di far finta di niente, di sottacere e di compiacere è stato vile. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo l’occasione per tentare la conquista del potere, il pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche: è la verità della storia che emerge!
Non fu vile, infatti, l’azione di Togliatti quando spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile il cosiddetto “Migliore” nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile, oltre che falso, affermare che “la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua affermazione sulle vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero e fino in fondo. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. In verità, sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo ben curato, come accade per i sacrari in Italia. Ma non ho avuto, invece, la percezione della sacralità e dell’invito a riflettere. Solo la sensazione di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia, ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. Ho avuto l’idea che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge invece quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui! Tutto qui a Basovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato per la follia del fascismo e per la viltà del comunismo.
Che pericolo l’Italia ha corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido gelido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero!
Il 10 febbraio di ogni anno è ciò che ci resta. E’ il giorno del ricordo per non dimenticare. Per non dimenticare la storia dei profughi. Per non dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro di Bologna che impedirono la sosta del treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma. Per non dimenticare il vile giudizio, severo e sommario, che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore.
Così scriveva l’Unità, organo ufficiale dei comunisti italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”.
Eserciti liberatori …la milizia comunista di Tito? …se non fu questa viltà?
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani, se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà ed il riconoscimento della propria identità nazionale?
“tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi
ed il silenzio dei morti”

Vito Schepisi


06 febbraio 2009

Di Pietro ed il Terzo Reich: tutto in una lettera

Di Pietro è alla ricerca di qualcuno che dica che non se ne possa più. Santoro deve avergli insegnato che fare la vittima e spararla sempre più grossa sia appagante in termini di visibilità e di consenso. Non contento di aver già preso sotto tiro il Presidente della Repubblica a Piazza Farnese, ora riprende a sparare bordate contro il Governo e contro la legittimità del Parlamento, ed indirizza una lettera al Presidente Napolitano, dai toni e contenuti da vero diktat, ammonendolo “rispettosamente ma con fermezza” a non rimanere in silenzio ed a intervenire(?) prima che sia troppo tardi.
E’ legittimo rivolgersi al Presidente della Repubblica per segnalare torti o reali sensazioni di pericolo per la democrazia, non dovrebbe essere legittimo, però, procurare allarme sociale o avvelenare i pozzi del legittimo confronto sulle attività del Parlamento. Non è storicamente e moralmente accettabile affermare, come fa Di Pietro, che “quello che sta avvenendo nel Paese, ad opera dell’attuale governo, sembra ricalcare più le orme del partito nazionalsocialista degli anni ’30 che quelle di una democrazia fondata sul diritto”.
Per opinione del partito dell’Italia dei valori(?), questo avverrebbe per quattro ragioni.
La prima è che la Vigilanza Rai, ora insediata e presieduta da un uomo dell’opposizione di riconosciuta onestà intellettuale, come Sergio Zavoli, si accinge a nominare il CdA Rai, con Presidente di area – per le notizie che si conoscono - dell’opposizione, e con le nomine, come vuole la legge, di consiglieri su indicazione della maggioranza e della opposizione parlamentare. Se Di Pietro e l’Idv resteranno fuori dal Cda Rai, si spieghino con Veltroni, forse hanno sbagliato ad insistere per la Vigilanza su Orlando, ritenuto inidoneo come garante. Fare i furbi non paga!
La seconda questione è relativa alla possibilità, prevista dal disegno di legge Brunetta sulla P.A., che il governo utilizzi la Corte dei Conti per scovare chi amministra male gli enti e che affidi al suo Presidente maggiori poteri di indirizzo, oltre al controllo sugli incarichi extraistituzionali dei giudici contabili. Il disegno di legge, inoltre, prevede modifiche dell’assetto del Consiglio di Presidenza della Corte riducendolo da 13+4 (2 nominati dalla Camera e 2 dal Senato) a 11 componenti.
La terza questione riguarda la modifica dei regolamenti di Camera e Senato, invocati da tempo, anche nella scorsa legislatura, per rendere più tempestiva ed efficace l’attività del Parlamento.
La quarta, invece, riguarda l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche che il Governo vorrebbe ricondurre nell’ambito della compatibilità con i diritti alla privacy ed alla libertà dei cittadini ed al corretto utilizzo dei mezzi di indagine giudiziaria. L’Italia, infatti, è in cima a tutte le classifiche mondiali come violazione della privacy, come numero delle intercettazioni, come spesa sostenuta per la loro gestione, come ricorso per le attività di indagine, come diffusione di notizie riservate o sottoposte a segreto istruttorio, come uso illecito e come alimentatore di squallidi gossip.
Per queste quattro ragioni il Governo italiano, per Di Pietro, sarebbe “come il Terzo Reich”.
Di Pietro è come quel signore che, impotente, accusa la moglie di non avere “sex appeal”. Non è capace di rappresentare una proposta politica al di là dell’accusa, suo leit motiv di origine professionale, e alza il tono della provocazione per chiari fini elettorali. Paragonare il governo al Terzo Reich non è soltanto una fregnaccia polemica, ma è l’indice di un indecoroso metodo nel confronto politico che non è possibile accettare: siamo dinanzi al reiterarsi delle provocazioni.
La replica, seppur doverosa, della politica, della stampa, degli storici, degli studiosi, dei politologi, sottintende una minaccia per tutti d’esser chiamati a rispondere di diffamazione, solo se si è appena coerenti con i propri principi nel definire un po’ di più di rozze, illegittime ed inopportune le accuse provocatorie dell’ex PM e velleitario ed inopportuno l’ordito di utilizzare le Istituzioni, fino alla Presidenza ella Repubblica, per il proprio scopo politico.
Se ci fosse ancora Alberto Sordi la canterebbe di gusto quel “…te c’hanno mai mandato…”.
Quella della lettera al Presidente Napolitano è solo l’ultima delle trovate che denotano l’imbarbarimento del confronto tra l’opposizione e la rappresentanza legittima del popolo italiano. Sono azioni che fanno emergere anche le responsabilità di una giustizia che troppo spesso si trasforma in casta corporativa e che si fa rappresentare da interpreti del giustizialismo sommario nell’attacco ai partiti, al Parlamento ed agli Organi Costituzionali dello Stato.
Vito Schepisi

05 febbraio 2009

Nella scuola di oggi è consentito dissentire dal dissenso?

La notizia ha dell’incredibile! Ma nella scuola italiana ci sono ancora sacche di nostalgia di regime? C’è ancora chi ritiene che sia necessario essere tutti della stessa idea e che la ragione di partito o di casta o di fazione, o della più bieca e codina stupidità umana, debbano avere sempre ragione?
E’ tollerabile che se si sia “a sinistra per Veltroni” e se si sia dirigente scolastico, anche la scuola si debba uniformare in modo totalitario al pensiero unico della Preside?
Ma chi vince un concorso a dirigente scolastico ha forse diritto di condurre un’armata politica?
Ha dell’incredibile quanto è capitato a Roma ad una ragazzina di 15 anni, diligente ed autonoma, ma con la colpa di non essersi fatta trascinare dall’onda quando, senza neanche sapere per cosa, migliaia di ragazzi disertavano le lezioni e scendevano in piazza a manifestare contro il decreto Gelmini, dai più neanche conosciuto. E’ un episodio di intolleranza che non può rimanere sottaciuto e senza conseguenze perché è diseducativo, perché è un grave precedente, è illiberale, autoritario e … diciamolo pure, è un comportamento reazionario e “fascista”. La magistratura, il ministero hanno il dovere di intervenire.
La ragazzina ha avuto un bel “sei” in condotta senza aver mai avuto una sanzione disciplinare, senza essere stata mai scortese con i suoi professori e senza aver mai assunto atteggiamenti dissociati dai suoi compagni, se non nel ritenere strumentale la protesta contro il ministro Gelmini ed essersi sfilata sia dagli scioperi che dall’autogestione nella sua scuola.
La ragazzina, finita la contestazione al decreto, con la scuola tornata alla calma e con le onde già acquietate, è stata convocata dalla Preside del suo Istituto per sentir ancora parlar male del decreto Gelmini e di ciò che, secondo la dirigente scolastica, non andasse in quella legge e per sentirsi contestare una presunta sua responsabilità per aver mancato nel non dar credito alla contestazione dei professori e degli studenti.
La difesa della ragazzina, minorenne, nel sostenere invece di voler ragionare col proprio cervello e di non volersi far strumentalizzare è risultata inutile e forse anche irritante agli occhi di chi è “a sinistra per Veltroni”, per essersi la Preside candidata in una lista vergata con quello slogan, all’assemblea regionale del PD.
Se questo non è un messaggio diseducativo?
Se non è dirompente il messaggio di un Dirigente Scolastico che convoca degli adolescenti che non hanno scioperato per contestare le loro scelte di pensiero?
Se non è diseducativo l’atteggiamento di una Preside che si lascia andare, quasi fosse impegnata in un comizio politico, a dissentire dal governo e dal ministro della P.I., e disprezzare la ferma e coraggiosa rivendicazione di una giovane per la sua autonomia di pensiero e di scelta?
Ma può una preside censurare il pensiero, moderato, ma fermo e coerente, di un suo studente?
Ma quale educazione di vita viene impartita oggi nella scuola ai nostri giovani?.
Alla mamma della ragazzina che chiedeva spiegazioni, la stessa Preside ha voluto ancora una volta e con caparbia ostinazione, far valere le sue ragioni politiche di contrarietà al decreto, ed al reiterare della rivendicazione della genitrice, preposta in prima persona ad impartire l’educazione di vita ai propri figli, del diritto di non essere d’accordo e della legittimità dei giovani nel voler ragionare con la propria testa, la mamma s’è sentita strillare addosso che non le poteva insegnare il mestiere.
Questa preside, se sta nella scuola, e per il tempo che sta, dovrebbe avere il buon senso di sdoppiarsi dalla sua collocazione “a sinistra con Veltroni”….o c’è bisogno che qualcuno le ricordi che quella è un’altra assemblea?
Vito Schepisi su l'Occidentale

04 febbraio 2009

Libertà politica o libertà dalla politica?

La proposta di riforma della legge elettorale per le elezioni europee è passata in uno dei due rami del Parlamento, alla Camera, e con il successivo passaggio al Senato diventerà legge in vigore. E’ passata alla Camera con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione dei deputati radicali eletti nel PD e di quelli del Movimento per le Autonomie (Lombardo) eletti nel PDL, oltre che di pochi singoli parlamentari. Tre astenuti, 22 contrari e 517 voti favorevoli: un risultato netto che non si vedeva da tempo in Parlamento su una legge. Sarà ora difficile far marcia indietro al Senato, non essendoci in sostanza opposizione sul provvedimento. Neanche l’Idv di Di Pietro ha votato contro.
E’ bene chiarire che è stata una prova di prepotenza dei due schieramenti maggiori - il PD ed il PDL - finora invece in dura competizione nelle aule parlamentari su tutto.
Non può sfuggire, per convinzione diffusa, che un Parlamento diverso, composto da più gruppi, per l’esercizio arcinoto dei piccoli ricatti e dei veti incrociati, avrebbe incontrato più di una difficoltà per far passare una qualsiasi legge che penalizzasse la rappresentanza politica dei gruppi minori.
Anche lo sbarramento del 4%, unica novità di rilievo della legge, sembra più frutto di un compromesso che l’esito di una scelta strategica di portata bipolare. Nel PD con D’Alema c’è stata fino all’ultimo anche la tentazione di distinguersi ed abbassare lo sbarramento al 3%, ma è sembrata più una questione di immagine che un’effettiva volontà, per essere stata la soglia del 4% già frutto di una serrata e difficile mediazione.
L’incontro tra le richieste di maggioranza ed opposizione e la formulazione della legge varata alla Camera appare così più una fotografia del Parlamento attuale, che un orientamento dettato dall’esigenza della semplificazione della politica. Più un accordo elettorale per far fuori le galassie dei personalismi e per riempire il carniere degli eletti dei gruppi più grossi, che la costituzione di un tavolo aperto sulle questioni della governabilità del Paese. Più un espediente partorito dal calcolo, che l’avvio di un confronto sulle riforme, per iniziare a discutere sulle scelte di una democrazia pluralista che privilegi le opzioni della governabilità.
E’ apparso un calcolo elettorale in cui il Pdl ha approfittato dell’interesse del PD a frenare le tentazioni centrifughe, nonostante che Veltroni si sforzi a dire che sia stata “una convenienza di evoluzione del sistema politico più che di calcolo elettorale”.
Ma agli italiani, agli elettori queste cose interessano meno. I fautori del bipolarismo ritengono la soglia del 4% assai bassa, mentre i militanti dei piccoli partiti la ritengono troppo alta, e ritengono che nel complesso sia una legge che limita il pluralismo e la democrazia. Mastella diventa persino solenne e parla di "offesa alla libertà e al pluralismo che sono componenti essenziali della democrazia".
Ma nel Paese è bene che si ponga al più presto la questione che si dipana dal dubbio se si debba privilegiare la libertà politica o la libertà dalla politica. L’aria di protesta che trae linfa dalla questione morale e che fa sorgere o gonfiare movimenti che si propongono di “giustiziare” i colpevoli, anche attraverso processi sommari nelle piazze o nelle arene televisive dove agiscono “reucci” e “censori” che si auto-proclamano difensori delle virtù popolari, appartiene al partito della libertà politica o a quello della libertà dalla politica?
Siamo a questo punto perché il Paese si avvolge intorno ai personalismi, alle guerre tra bande, anziché iniziare un percorso di scelte per la governabilità nell’interesse di tutti. Siamo a questo punto perché lo spazio della protesta civile è stata appaltata da uomini senza storia e senza tradizioni e che nulla hanno a che fare con la civiltà e le conquiste democratiche dell’Italia.
L’ideale sarebbe avere il coraggio di promuovere le vere ed indifferibili riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, perché ci sia libertà “di” e libertà “da”, togliendo per un momento, per come è (male) inteso oggi in Italia, il sostantivo “politica”. Nelle democrazie compiute ci sono maggioranze ed opposizioni legittimamente costituite che si rispettano e si alternano al governo e senza i Mastella, di Di Pietro, i Casini, la stessa Lega ed altri che, ai lati, o nell’area di mezzo, sono portatori di furbizie e di particolarismi, nonché manovrati da caste corporative ed egoismi locali.
Vito Schepisi

02 febbraio 2009

Veltroni come il mago Otelma

L’Italia è distratta dalle numerose questioni che si aprono quotidianamente e che ci fanno discutere per motivi di preoccupazione, efferatezza ed indignazione.
In poco più di un mese l’attenzione degli italiani è stata attratta dalle notizie sulla guerra di Gaza, con l’esaltazione santoriana di Hamas; dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca; dalla Lucia Annunziata che, accusando Santoro d’essere fazioso, si alza dall’arena di “Annozero” e lascia la scena indignata; dal caso del criminale Battisti con l’accusa brasiliana all’Italia d’avere una giustizia persecutoria e d’essere un paese di torturatori; dalla Jervolino che a Napoli ricostituisce, nel ridicolo, e tra l’indignazione di quasi tutta l’Italia, la Giunta del capoluogo partenopeo; dal caso dei seguaci di Lefebvre che negano l’Olocausto; dal dibattito sulla Giustizia e sulle intercettazioni; dal caso Genchi e dai dossier di un esercito di cittadini intercettati in Italia; da Cristiano Di Pietro ascoltato mentre chiedeva favori a Mautone; da Di Pietro, padre, convocato dai magistrati napoletani per spiegare come fosse venuto a sapere, sei mesi prima dall’uscita delle prime notizie, che il telefono di Mautone e del figlio fossero intercettati dai magistrati della Procura di Napoli; dall’isolamento della Cgil sui contratti; dall’accusa di mafiosità sparata a Piazza Farnese, sempre del leader dell’Idv, contro il Presidente della Repubblica; dalla questione immigrati, con la protesta di Lampedusa, e con l’efferatezza di atti di violenza sul territorio nazionale collegati a questioni di degrado e di clandestinità.
Il dibattito politico e lo scontro, a volte pretestuoso, tra maggioranza ed opposizione, su questioni frivole o su argomenti d’interesse, non ha mai lesinato esempi d’impudenza, d'arroganza politica e sindacale e spesso di completo disinteresse per il Paese.
Siamo alla presenza di una crisi recessiva che avrebbe, invece, bisogno di buoni esempi, di pacificazione, di fiducia nelle istituzioni e nel sistema Italia, oltre a virtuose iniziative riformiste.
C’è al contrario un leader del PD, Veltroni, che se esiste e se è ancora il capo di un partito che ha legittimità parlamentare ed importante presenza politica, nei fatti, invece, non esiste già più.
Il leader dell’opposizione, invece di offrire segnali di compattezza democratica e di responsabilità politica, sebbene in contrapposizione al Governo, com’è giusto che sia, ma con attenzione all’imprescindibile confronto tra maggioranza ed opposizione, per poterne essere legittima alternativa, si cimenta nel lanciare segnali di catastrofismo economico e di decadimento morale, quasi che la sinistra si possa tranquillamente tirar fuori da ogni passata responsabilità.
C’è una crisi mondiale dove il Paese mostra persino segnali di minor difficoltà rispetto al resto del mondo. La nostra economia, nonostante tutto, e pur con la flessione nella produzione industriale, sta tenendo ed alla fine del 2009 potrà già uscire dal tunnel senza grossi traumi. Il Paese, pur avendo un rilevante debito pubblico, ha mostrato d’avere una struttura che ha tenuto. Il Governo, inoltre, ha dato vita ad un’azione economica d’intervento sui salari e nelle situazioni d’indigenza, e mostra la dovuta prudenza nel destinare le risorse disponibili e le economie ricavate al rilancio delle attività produttive. Il ministro Tremonti, inoltre, ha lanciato un piano d’investimenti che ha unito il ricorso alle risorse nazionali con l’utilizzo più attento dei fondi europei.
I segnali del PD e di Veltroni sulle questioni innanzi elencate brillano, invece, d’incoerenza, e di confusione. Il nostro “maanchista” continua a sparare bordate di funesti presagi contro tutto e tutti. Per il leader PD, le misure economiche contro la crisi sono asfittiche ed insufficienti; il clima del Paese è intollerante (sarà questo il motivo di tanta violenza contro le donne?); la riforma della Giustizia si fa insieme, ma anche “fatela da soli”; Il federalismo fiscale può essere utile, ma anche pericoloso per il mezzogiorno; le intercettazioni telefoniche sono utili, ma anche invasive, esagerate e pericolose; Di Pietro è un eversore, ma anche un alleato. Il PD è attento al meridione d’Italia, ma anche alle istanze del nord. E' un vaniloquio politico, il suo, senza prospettive. Senza passione: Veltroni è solo un replicante monotono di se stesso e non perde il vizio d’essere sempre il profeta del tutto e del suo esatto contrario, come con Barack Obama dove sembra Pippo Baudo che dice “l’ho inventato io”. Dopo varie metamorfosi, questo è il periodo in cui eccelle in catastrofismo e profezie di sventura: sembra il mago Otelma!
Vito Schepisi

29 gennaio 2009

Di Pietro è un uomo contro il Paese

Questa volta il forcaiolo d’Italia ha valicato una punta ancora più alta del suo reiterato delirio. Nell’attacco di Antonio Di Pietro e dei suoi amici alle istituzioni è coinvolta la funzione del Parlamento, la legittimità del Governo e l’onorabilità del Presidente della Repubblica. Si avverte un’offesa al Paese, alla maggioranza dei suoi cittadini, alla democrazia ed alla dignità del confronto politico. Si ha l’impressione che l’alzo del tiro sia conseguenza del basso livello di popolarità che Di Pietro e l’intero movimento dell’antipolitica stia registrando e che si usino, ancora una volta, le espressioni più colorite ed irriguardose verso le istituzioni per riscaldare le piazze, come usano fare i dittatori che hanno bisogno d’inventarsi un nemico per soddisfare la rabbia del popolo.
E’in atto con Di Pietro, col suo partito e con la compagnia dell’antipolitica, una vera deriva sfascista dell’opposizione politica. Una deriva a cui presta il fianco Veltroni ed il Partito Democratico, incapaci di scrollarsi di dosso la stretta mortale dell’ex magistrato. C’è la percezione di un attacco forsennato, irrazionale, viscerale e violento alla democrazia, alla libertà, alla serietà, alla governabilità del Paese, oltre che alla legittimità istituzionale dei suoi rappresentanti.
Il giorno dopo della Giornata della Memoria, per meditare sull’Olocausto, il metodo Di Pietro, fatto d’odio e di condanne sommarie e pregiudiziali, induce ancor più a riflettere.
La ferocia e le espressioni più atroci dell’animo umano covano sempre nell’intolleranza e nell’ignoranza di quegli uomini che adottano le teorie giustizialiste e fondamentaliste per esercitare le proprie vendette, per appagare le proprie frustrazioni o ancor più semplicemente per arricchire il bottino delle invasioni nei luoghi della discussione e della rituale dialettica politica, saccheggiando le coscienze ed inficiando le conquiste di spazi di civiltà e di democrazia.
Nessuna attenuante, nessuna giustificazione politica, può essere concessa a chi non ha mai proposte da avanzare ma solo dosi di veleno da somministrare al Paese.
Quello del percorso disfattista e reazionario è un indirizzo che accomuna tutti gli uomini impulsivi ed autoritari e tutti i demagoghi, anche se nel caso in questione si tratta solo di un furbo ex magistrato che non ha ancora spiegato al Paese i veri motivi del suo abbandono della magistratura per abbracciare, sull’onda della notorietà per le sue prestazioni eterodosse nelle istruttorie processuali, la carriera politica.
Gli spunti vengono dai provvedimenti di questo Governo in tema di Giustizia, dalla legge nota come “Lodo Alfano” mirante ad impedire che le quattro più alte cariche dello Stato, nel corso del mandato, possano essere sottoposte a processo penale, dalle iniziative per le limitazioni alle intercettazioni telefoniche e, ancor più a valle, dalla riforma dell’Ordinamento Giudiziario.
C’è una crisi della giustizia che è tangibile e che è avvertita dai cittadini e dalle istituzioni. La Corte di Giustizia Europea sottopone a più riprese l'Italia a formale condanna con le conseguenti sanzioni per i casi di giustizia negata, per i casi di giustizia deviata e per i casi di giustizia male erogata. Prendere atto della necessità di cambiare le cose e prendere l’iniziativa di modificare l’ordinamento giudiziario diventa indifferibile ed urgente, mentre, al contrario, ostacolare e difendere nel complesso l’esistente diventa colpevole ed omertoso.
C’è inoltre la necessità di rasserenare il confronto politico e sociale nel Paese, e non solo per poter tranquillamente analizzare e risolvere le questioni della giustizia, ma anche perché c’è una crisi difficile da cui è possibile poter uscire senza grossi traumi, ma con il sostegno, l’aiuto e, laddove possibile, con la fiducia di tutti, ad iniziare dalle forze politiche e dalle rappresentanze sociali.
I tentativi reiterati di Di Pietro di avvelenare i pozzi del confronto, per raggiungere fini politici di parte, devono preoccupare. Si constata l’incapacità dell’opposizione di isolare la deriva illiberale e frenante del leader dell’Idv, mentre occorrerebbe che si faccia interprete della necessità delle riforme. La questione morale passa anche attraverso la capacità di rinnovare le funzioni dello Stato, di responsabilizzare la politica, di riformare la giustizia e di fornire sistemi elettorali che, assieme alle possibilità di scelta degli elettori, assicurino la governabilità.
L’Italia non ha bisogno di odio e di giustizialismo, ma di giustizia e di riforme.
Vito Schepisi

26 gennaio 2009

Nella Giornata della memoria accanto al popoo ebraico


Ogni anno c’è sempre la solita incertezza. C’è il timore di essere retorici, di ripetere come replicanti le tante ragioni di un insieme di coscienze che ricordano con scadenza periodica, come in un rito, l’ingiustificabile debolezza dell’animo umano. Ogni anno ci ritroviamo a pensare alla leggerezza dell’equilibrio dell’uomo, quando, coinvolto dagli effetti dopanti dell’odio e dell’intolleranza, si ritorce contro la dignità della sua stessa specie ed annulla d'un colpo tutti i traguardi raggiunti sul piano della sua evoluzione culturale e della sua civiltà.
Il 27 gennaio del 1945 l’avanzata russa in Polonia liberava il campo di deportazione di Aushwitz dove nelle camere a gas i nazisti avevano sterminato decine di migliaia di ebrei deportati, poi arsi e resi cenere nei forni crematori.
Per non dimenticare, con la Legge 20 luglio 2000, n. 211, “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Ogni anno si ripetono così le stesse parole, si ricordano le stesse immagini, gli stessi racconti, si leggono le stesse poesie, con l’impegno coralmente condiviso di non consentire che crimini contro l’umanità, come l’Olocausto del popolo ebraico, abbiano più compimento.
Fanno eccezione solo un manipolo di ipocriti, di cinici uomini accecati dall’odio, di spietati e sanguinari carnefici che negano persino ciò che non è possibile negare. Negano le testimonianze di chi è sopravissuto, negano tutto ciò che si legge sulle riviste e sui libri di storia, negano persino ciò che è possibile vedere e giudicare dalle foto, dai filmati, dalle stesse strutture fisiche degli orrori, rimasti a testimoniare la più grande e crudele persecuzione della storia, la più orrida di una idea folle sulla razza, una fobia che è diventata strumento di persecuzione e di morte. Fa impressione, in proposito, leggere di un vescovo, adepto del negazionismo dell’Olocausto, riabilitato in questi giorni dalla scomunica nell’ambito dello scisma lefebvriano.
Esiste allora il timore d’essere retorici e replicanti? E’ giusto ogni anno ricordare e riscrivere gli stessi concetti? Possiamo dimenticare come se la follia nazista sia stata solo una parentesi superata della storia dell’umanità? E’ giusto cancellare il ricordo e ritrovare i motivi di una stessa origine umana che supera gli steccati della razza, della religione e delle diverse culture?
La risposta è, senza dubbio, no! E’ una risposta negativa perché non appare per niente superata la stagione delle follie, perché reiterare ciò che è stato fa parte dello storicismo culturale del mondo, e non solo per una questione di corsi e ricorsi teorizzati da Vico, ma per quella forma di pensiero in cui la verità non è ciò che è, ma ciò che serve, come una ragione diversa che si afferma per servire ad uno scopo.
Di questa natura dell’uomo si potrebbero portare esempi storici italiani come le “verità” mitizzate della resistenza, o il “paradiso” comunista, la “liberazione” titina della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia e persino l’ispirazione popolare del marxismo, ma anche esempi recenti.
Fra quest’ultimi le forme di manipolazione della realtà con l’informazione finalizzata a perseguire scopi diversi, utili a servire una causa. Come il metodo dell’informazione di Santoro, nella trasmissione “Annozero” sulla guerra nella striscia di Gaza, che si è servito delle sofferenze dei bambini palestinesi per focalizzare l’attenzione sulle responsabilità d’Israele.
Dar voce ad Hamas contro Israele, com’è stato fatto, e senza un accenno di distinzione e di confronto, è un crimine culturale contro l’umanità. Sarebbe bastato a Santoro leggere alcuni passi dello Statuto di Hamas per comprendere, ed informare su quanto orrore ci sia in una guerra voluta per attirare l’attenzione internazionale sui bombardamenti e dove le donne ed i bambini dovevano essere le vittime innocenti sacrificate da Hamas.
Ogni anno, dunque, deve essere un dovere morale ricordare: per non dimenticare mai!
Vito Schepisi

23 gennaio 2009

Epifani e Di Pietro: cos'hanno in comune?

Non me ne voglia Epifani. Ha i modi, lo spessore culturale, un’educazione diversa, ma il suo compito tra i sindacati, nella Cgil, è lo stesso di quello che il leader dell’Idv Antonio Di Pietro assume nell’ambito della lotta politica.
Epifani per i suoi pregiudizi è come il magistrato spogliato Di Pietro.
C’è in Italia un’opposizione imbalsamata dal leader dell’Idv che sembra aver per missione quella di impedire il dialogo, la civiltà del confronto, le riforme.
Di Pietro gestisce un partito che, per sottrarre al PD i consensi della componente più intollerante e caciara, in modo pregiudiziale, si rifiuta di affrontare il confronto sulle diverse questioni della politica, riducendo tutto il suo impegno all’assunto di rappresentare e promuovere la legalità. Come tutti i demagoghi fa leva sulla protesta, lo scontento, l’invidia e la rabbia per infiammare gli animi, come gli abbiamo visto fare a Fiumicino per la questione Alitalia. La sua immagine è quella della farsa di una marcia su Roma in lessico molisano.
Di Pietro, coi dubbi e le contraddizioni delle tante domande senza risposta a cui è sottoposto, è in continua ricerca di visibilità; è tignosamente impegnato a sottrarre spazio politico al PD. Attrezzatosi con le compagnie giuste per acquisire consenso nell’aria del qualunquismo reazionario e forcaiolo, si è assunto il ruolo di impedire le riforme e di conservare un’Italia obsoleta, incapace di esprimersi con rapidità, intrecciata tra poteri, caste e privilegi: insomma, un’Italia che indigni!
Epifani, nel sindacato, alla pari di Di Pietro, reitera i suoi no ad ogni iniziativa che possa rigenerare il rapporto responsabile delle organizzazioni sociali con i lavoratori e l’impresa, con il Paese e la produttività, con lo sviluppo e l’efficienza.
C’è nell’azione del leader della Cgil un visibile impedimento alla creazione di una contiguità virtuosa tra il merito, l’efficienza, la produttività e la crescita professionale del mondo del lavoro. C’è una barriera culturale di vetero marxismo o di anarchico menefreghismo che non si smuove e non si evolve, anche se le nuove frontiere del mercato rivoluzionano l’economia e se i venti della crisi recessiva pongono con serietà l’esigenza di riflessioni profonde.
C’è stata, infatti, questa riflessione nel sindacato e nelle associazioni di categoria. C’è stata convergenza sui principi della responsabilità, del merito e della valorizzazione della produttività. C’è stata, e senza che la cosa sia apparsa come uno scandalo, la preoccupazione del sindacato per la collocazione dell’azienda sul mercato, per la sua sorte e per tutte quelle questioni che sono state oggetto di dotte teorizzazioni (qualità – sicurezza – occupazione), anche nei convegni sindacali, ma che stentavano a diventare parte di un comune sentire e di una responsabile gestione aziendale.
Si è sfilata ancora una volta la Cgil di Epifani, sospinta sulle posizioni più estreme della FIOM, sin da quando il governo del Paese è passato dalle politiche del massacro dei lavoratori di Prodi, alle aperture sui diritti relazionati ai doveri dell’attuale governo.
E’ stata una giornata storica per le relazioni sindacali, quella del 22 gennaio 2009, che avrà la stessa valenza degli accordi per lo statuto dei lavoratori del 1970 (legge n. 300) e degli accordi sulla scala mobile del 1992.
L’accordo è su di un modello contrattuale valido per tutte le categorie pubbliche e private. Modificherà l’attuale rapporto conflittuale, nella stipula dei contratti, con un approccio condiviso alla contrattazione di primo livello, per poi, con il secondo livello di contrattazione, favorire la produttività e la valorizzazione decentrata dei salari. Alle dinamiche salariali verranno applicati non più i criteri dell’inflazione programmata ma quella degli indici revisionali dei prezzi ed inoltre sarà introdotta la possibilità di correttori salariali rivenienti da incentivi e da sgravi.
“Lavoro e salario – ha dichiarato il leader della Uil Angeletti - riacquistano la loro dignità”. Una vera rivoluzione, frutto di impegno delle parti sociali e del governo, con un’ampia adesione delle parti, ma con l’ostacolo della Cgil che sulle conquiste del mondo del lavoro continua a far sentire tutta la sua assenza.
Epifani somiglia sempre più a Di Pietro, disinteressato al Paese, per inseguire solo il suo odio.
Vito Schepisi

20 gennaio 2009

Nell'attesa di vedere all'opera Obama, salutiamo George Bush

Ci sono circostanze in cui ciò che appare è solo un’immagine virtuale e ciò che poi si materializza può essere solo un fantoccio di carta che si infiamma al primo fuoco, per poi disperdersi immediatamente non rilasciando né luce e né calore. Speriamo che non sia questa l’immagine successiva all’evento del giorno in cui il nuovo Presidente degli States si insedia alla Casa Bianca ed assume il ruolo di Leader della potenza economico-politico-militare più potente del mondo.
Per ora, nell’attesa di vederlo impegnato sulle questioni calde della Terra, salutiamo l’uscente Gorge Bush, un amico del nostro Paese.
Molti italiani l’hanno apprezzato per la sua sensibilità e per la sua fermezza e ci piace ricordare, a tal proposito, quella mostrata nel 2007 a Roma nel respingere i tentativi della diplomazia Prodi - D’Alema di assegnare a questa sua visita un basso profilo. Piace ricordarlo soprattutto per la sua indifferibile volontà, nonostante la visibile irritazione di Prodi, d’incontrare l’amico Silvio Berlusconi, minacciando altrimenti di disdettare la visita.
Bisognerebbe prendere atto che un Presidente degli Stati Uniti, fosse solo per la sterile logica statistica, non può essere esente dal commettere errori. E’ l’uomo più potente del mondo con i suoi amici ed i suoi nemici, con le sue simpatie ed antipatie, con i suoi programmi ed i suoi sogni, ma anche con i suoi grandi elettori, le sue lobbies, le sue contraddizioni, le sue debolezze.
E Bush Jr. di errori ne ha commessi tanti, ma non più di altri. Ha ridato, però, un’identità agli USA dopo l’11 settembre, con l’orgoglio maturato nella consapevolezza d’essere l’epicentro dell’odio di quel fondamentalismo odioso che vede nel paese americano la terra del “diavolo” e la centrale dei valori occidentali da cui emerge la cultura dell’uguaglianza e della libertà, o dei diritti fondamentali, come sostiene su “il legno storto” l’amico direttore Marco Cavallotti.
Esce di scena un grande Presidente, nonostante l’odio ideologico neo-comunista di quanti mettono persino in discussione la tragedia delle Twin Towers a New York e parteggiano per Hamas o Hezbollah e sostengono, come l’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, il diritto alla tecnologia atomica dell’Iran di Ahdaminejad.
Un grande Presidente che nelle difficoltà dei mercati, in quello del sistema economico americano, scosso dalla globalizzazione senza regole, nell’altalena del prezzo del greggio, tra le banche che deflagravano nella bolla della speculazione finanziaria, in piena crisi recessiva mondiale, ha saputo mantenere ferma la rotta, ricercando e trovando le misure più opportune per ridare nuovo impulso all’economia americana, e con esso coraggio e fiducia ai mercati del mondo.
Bush ha attraversato la storia in uno dei periodi più difficili per l’America e per l’intero modello occidentale. La guerra al terrorismo ha riacceso la tensione mondiale. Ma chi può dire oggi che, senza una presa d’atto coraggiosa dell’ardire spietato contro i sentimenti d’umanità propri della civiltà occidentale, le questioni del mondo avrebbero avuto un percorso di maggior sicurezza?
La storia, ma soprattutto gli eventi futuri potranno dare risposte più concrete ai dubbi ed alle preoccupazione di oggi. Resta, però, la convinzione che non si vince niente, neanche la pace, nell’inerzia e nella passiva rassegnazione ai soprusi. E’ come nelle strade delle nostre città in cui non hanno affatto ragione coloro che gridano di più o che occupano gli spazi che simboleggiano le nostre radici e le nostre tradizioni popolari. La tolleranza non può prescindere dalla dignità e dalla fermezza nel non consentire che siano offesi i sentimenti popolari, perché questi sono i valori del nostro comune sentire e le ragioni che uniscono la nostra comunità nazionale.
Arriva Obama, ma chi si aspetta che le questioni si risolvano, come se il nuovo presidente avesse la sua ricetta magica, incorre in più di un errore. Anche l’affermato approccio diverso ai problemi non è di per se una soluzione, ma soltanto un modo diverso di affrontarli. La questione economica e la recessione sono una realtà oggi e lo saranno per l’immediato futuro. La questione mediorientale registra solo una tregua di Israele, si pensa proprio in omaggio ad Obama, nella lotta tutta sua “singolare” contro il terrorismo palestinese che si intreccia con quello fondamentalista islamico, mentre l’Iran continua ancora a lavorare per realizzare la sua bomba atomica.
Auguri Mr. Obama!
Vito Schepisi

19 gennaio 2009

Hamas: se non te ne vai, ti meno!


Può sembrare comico ma l’impressione che se ne ricava è quella del bulletto che attende che il suo contendente giri l’angolo per gridare sottovoce: “se non te ne vai, ti meno”. Anche se ha molto poco di allegro la faccenda a cui la si collega.
E’ così che nella Striscia di Gaza la tregua unilaterale proclamata da Israele viene fatta passare per il ritiro delle truppe della Stella di Davide e per la vittoria di Hamas.
Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza in un discorso televisivo ai palestinesi di Gaza rivendica la vittoria del suo movimento: "Dio ci ha dato una grande vittoria, non solo per una fazione, o un partito o un movimento ma per il nostro intero popolo. Abbiamo fermato l'aggressione e il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi".
I miliziani palestinesi ci provano anche a dettare le loro condizioni, dando sette giorni di tempo alle truppe israeliane per ritirarsi completamente dai territori di Gaza. E’ lo spirito del “se non te ne vai ti meno!”, ma solo dopo che il contendente, meno gradasso, valutando per raggiunti gli obiettivi politici e militari, fa invertire la marcia dei suoi blindati!
E’ bene ricordare che l’azione armata di Tel Aviv nella Striscia è nata per la rottura unilaterale della già instabile tregua da parte di Hamas e per lo stillicidio continuo dei lanci dei razzi Qassam diretti contro le città e le popolazioni civili nei territori del sud dello Stato ebraico. L’intervento militare aveva due fini dichiarati: quello della distruzione dei varchi, a Sud della Striscia di Gaza, da cui passavano, nonostante la tregua negoziata dall’Egitto con Hamas nel giugno del 2008, le armi ed i razzi usati dai guerriglieri, e quello di impedire il loro lancio verso il territorio israeliano.
Un altro obiettivo, non dichiarato, ma implicito, era quello di indebolire in quei territori il potere di Hamas.
Alla situazione attuale non è dato sapere se gli obiettivi di Israele siano stati tutti completamente centrati. Sembra di no! Almeno non quello di impedire del tutto il lancio degli ordigni verso Israele, che è un risultato difficile da raggiungere appieno: i razzi, infatti, partono dal mezzo degli insediamenti urbani, tra la popolazione civile, tra le donne ed i bambini di cui i guerriglieri si fanno scudo. E’certa, però, ed è triste, quella cruda realtà delle molte vittime innocenti e si può pensare che l’obiettivo di Hamas, di impietosire il mondo con il sangue di donne e bambini, sia stato, invece, sufficientemente raggiunto.
Sui risultati politici è invece difficile far previsioni. Se la guerra, infatti, rafforza l’odio verso il nemico, nel nostro caso dei palestinesi verso Israele, è anche vero che la popolazione attribuisce ad Hamas la responsabilità delle molte vittime civili e che, ai sentimenti di vendetta, sa alternare anche la voglia di moderazione e di pace.
I guerriglieri di Hamas rendono proprio l’idea dei bulletti di cui si diceva prima e, mentre le forze armate dello Stato ebraico volgono ora in ritirata, sospinte anche dalla pressione internazionale preoccupata ed impietosita per le vittime innocenti, loro cantano vittoria, invece di avvertire le loro responsabilità e di piangere le loro vittime.
La gente del mondo ha, però, il dovere di sapere, malgrado i Santoro e l’indecenza dei pseudo-pacifisti, sedicenti schierati dalla parte dei deboli per nascondere le turbe di un’ideologia anti-occidentale, che in questa contesa i bulletti di Hamas, per mal compreso eroismo, più che la loro vita hanno messo a rischio quella di migliaia di civili, dietro i quali si sono vilmente nascosti.
Nessuno, con onestà, può non vedere chi voglia davvero la pace e chi invece soffia sul fuoco.
E’indecente, almeno quanto l’arroganza di coloro che sostengono dal servizio pubblico le ragioni del terrorismo, trasformare la codardia degli uomini di Hamas nell’indignazione che investe la civiltà occidentale mentre osserva inorridita l’ingiusto sacrificio di donne e bambini.
I criminali, e questa è la riprova, adottano sempre la stessa cinica strategia: usare i civili come scudi umani per ricatto o per impietosire il mondo. I miliziani di Hamas, come quelli del 2006 di Hezbollah nel Libano, in questa infamia ci ricordano i metodi di Saddam Hussein e di Milosevic, ritenuti già responsabili di crimini contro l’umanità.
Vito Schepisi

15 gennaio 2009

Di Pietro risponda almeno alla prima e fondamentale domanda!

Sin dall’inchiesta sugli appalti di Napoli, la stampa nazionale scrive degli intrecci compromettenti tra gli affari, gli appalti, i favori e personaggi legati a Di Pietro ed al suo movimento politico.
La magistratura fa il suo lavoro e ci auguriamo che la giustizia svolga serenamente il suo corso, soprattutto per fare chiarezza sulle circostanze e sui riscontri che ci sono sembrati inquietanti.
In questo caso, però, si ha la sensazione che la giustizia si muova con metodi ed atti differenti dai casi simili. Non riusciamo, infatti, a dimenticare, sempre in Campania, l’arresto della signora Mastella, allora moglie del ministro della Giustizia, sulla base di intercettazioni telefoniche in cui ci sembrava che di preoccupante ci fosse molto meno. Ma sarà solo una nostra impressione!
Nelle telefonate di Cristiano Di Pietro con il Provveditore alle Opere Pubbliche di Molise e Campania, Mautone, ad esempio, emergono segnalazioni, e metodi di gestione dei favori, molto particolari, tipici di un rapporto di reciproca opportunità, come la consegna, ad esempio, allo stesso Di Pietro Jr. della lettera di incarico per un raccomandato. E’ un metodo clientelare, quest’ultimo, molto coinvolgente e certamente privo di assoluto valore morale. E pensare che il papà Antonio aveva dato del “magnaccia” a Berlusconi per la segnalazione per un provino ad alcune attricette!
Non ci interessa, però, Cristiano Di Pietro, non ci sembra un personaggio politicamente importante, ci interessa, invece, lo stile ed il modo di far politica di suo padre. Ci interessano i valori a cui si richiama, e la cruda durezza dei suoi attacchi sia ai partiti che alla legittimità dei suoi avversari, in particolare di quelli che hanno il consenso della maggioranza degli italiani.
In Italia dalle ultime elezioni si attende ancora di capire se per l’Idv la maggioranza sia legittimata a governare in nome del popolo; se sia giusto che l’opposizione si faccia in Parlamento, con gli strumenti della democrazia e della Costituzione, e se l’opposizione, compreso Di Pietro e la sua associazione familiare, l’Idv, abbia tra i valori anche quello del confronto.
Sarebbe poi un grande successo democratico se i gruppi di minoranza in Parlamento, compresa l’Idv di Di Pietro, riuscissero a formulare proposte politiche alternative che non si limitino a denigrare, anche con meschinità, i ministri, ma a fronteggiare un programma di governo attraverso proposte alternative ritenute più proficue per il Paese.
Non c’interessa, si diceva, Di Pietro Jr, anche se c’è difficoltà a capire perché debba fare politica, avendo fondati dubbi che, se non fosse stato figlio dell’ex PM di Mani Pulite, avrebbe scelto ugualmente di percorrere anche questa carriera, per la quale constatiamo che non sia affatto portato.
Di Pietro padre sta subendo un attacco serrato da alcuni quotidiani e riviste. Ci dispiace che ciò avvenga, perché siamo contrari alla gogna mediatica. Ci sono, però, dei dubbi che vanno chiariti. Su alcune questioni c’è una nebbia che va diradata. Nessuno è perfetto ed il personaggio è più da “grande fratello” che da protagonista politico: sarà questa la ragione della grande curiosità!
Il Giornale ad esempio, gli chiede da settimane di dar conto di alcune vicende, ma le sue risposte, quando non sono offese e minacce, non sono chiarificatrici e sembrano, invece, piuttosto evasive. Tra le domande su tante questioni immobiliari, finanziarie, societarie, giudiziarie e fatti per cui ci auguriamo che la giustizia faccia al più presto chiarezza, ce n’è una che da tempo è rimasta senza un’esplicita e definitiva risposta. Si vorrebbe da più parti conoscere i motivi della sua “fuga” dalla magistratura, avvenuta quando il magistrato Di Pietro era al massimo della popolarità.
L’ex PM aveva invocato la creazione di una “Mani Pulite” mondiale, anche se aveva l’aspetto di una deriva giustizialista della politica, come accade per i regimi fondamentalisti, che sembrava emergere da uno dei suoi tanti deliri di onnipotenza.
Un magistrato che ha la pretesa di ricondurre alla eticità delle scelte la politica, sia a livello nazionale che mondiale, e che fa del suo impegno sulla giustizia una missione per la moralizzazione della vita pubblica, non lascia la magistratura, per poi, dopo qualche manfrina, mettersi in politica e farsi eleggere al Mugello, in un collegio blindato post comunista, da quel partito che lui aveva evitato di indagare da magistrato, desistendo dinanzi alle sole dichiarazioni di diversità che poi si sono mostrate infondate.
Allora Di Pietro ci dica con chiarezza, a parole sue, perché ha lasciato la magistratura?
Vito Schepisi

12 gennaio 2009

La Lega, la civiltà e la responsabilità

Un Partito di Governo ha maggiori responsabilità verso i cittadini di una componente politica di opposizione. L’immagine e la coerenza, oltre alla serietà ed alla imparzialità verso tutti, sono i requisiti essenziali perché appaia indiscutibile che non si sta al governo contro qualcosa, ma per realizzare la volontà degli elettori su programmi chiari e trasparenti.
A volte, però, si ha idea che sia noioso e stancante avere l’onore di rappresentare la maggioranza degli italiani. Non è sempre facile e usuale in Italia, infatti, avere la possibilità di impostare un programma politico e portarlo a compimento, assumendo nel contempo comportamenti piuttosto omogenei che siano sintesi delle diverse sensibilità del Paese.
Non si capisce perché ci sia sempre la voglia di introdurre alcune proposte che creino una serie di oggettive difficoltà e che, se ponderate, e con un po’di doverosa intelligenza politica, potrebbero essere facilmente evitate. Ci sono iniziative, infatti, che sembrano assolutamente prive di valore e tali da far pensare che siano concepite per ragioni di visibilità politica, e non per l’effettiva stupidità dei proponenti. Alcune, in particolare, sarebbero di così insulsa valenza da non poterle comprendere in un partito che è maggioritario nel nord del Paese e che ha importanti responsabilità di governo.
E’ davvero difficile capire, infatti, quale sarebbe il senso positivo dell’emendamento della Lega di Bossi al decreto anticrisi, mirante ad introdurre il pagamento di 50 euro per i permessi di soggiorno agli extracomunitari. Appare evidente che questo emendamento sia stato dettato solo da ragioni di propaganda verso l’elettorato del nord e per soddisfare la pancia pelosa della base più estremista ed intollerante della Lega.
Quello della visibilità degli schieramenti minori, come accadeva nel governo di Prodi con le schermaglie tra Di Pietro e Mastella, è un comportamento che non è affatto opportuno imitare, soprattutto se si ha l’intenzione di voler determinare una svolta storica per il Paese e se si ha la virtuosa ambizione di essere protagonisti di un’intensa stagione di riforme.
E’ ancora più difficile pensare che possa essere serio e persino costituzionale anche l’altro emendamento, sempre della Lega, sempre al medesimo decreto, e sempre concepito contro gli extracomunitari, tendente a discriminare gli immigrati nell’apertura di una partita IVA, per la qual cosa sarebbero stati costretti al rilascio di una fideiussione bancaria di 10.000 euro.
I due emendamenti, come appare ragionevole comprendere, sono stati bloccati dal governo con un deciso quanto immediato parere negativo, ma non hanno impedito all’opposizione di ricamare la solita tela dell’accusa di discriminazione del centro-destra verso i cittadini stranieri e di ergersi quindi a maestri (sic!)di tolleranza e di umanità.
Questi comportamenti (della Lega Nord), senza alcun senso pratico, finiscono per sminuire la serietà delle questioni legate all’immigrazione, alla clandestinità ed alla sicurezza. Il problema immigrati, infatti, esiste ma è limitato principalmente alla clandestinità (i clandestini non chiedono permessi di soggiorno e non aprono partita Iva) e tutt’al più alla legalità, posto che le percentuali di criminalità sono altissime tra la popolazione immigrata.
Riesce anche difficile comprendere altre iniziative, in alcune regioni del nord, che vorrebbero impedire agli immigrati (questa volta) clandestini, se bisognosi, l’erogazione della necessaria assistenza sanitaria nelle strutture pubbliche.
Non si può fare appello alla civiltà, anche quando si stigmatizza il comportamento aggressivo e violento di alcuni immigrati, e consentire che le istituzioni si comportino nello stesso modo incivile. Il diritto alla salute prescinde da ogni considerazione d’ordine sociale o di merito. Il dovere di offrire le cure necessarie a chi ne abbia bisogno sospende ogni aspetto relativo alla condizione legale dell’ammalato. E’ come per la giustizia, dove appare evidente che i metodi della tortura e della pressione psicologica sull’imputato, si guardi ad esempio al metodo Di Pietro ai tempi di mani pulite, non siano compatibili con il senso di giustizia e la stessa prevenzione del crimine.
La ragione di un senso civile si dimostra, invece, rilasciando sempre esempi di comprensione e di umanità, e non usando il potere e la forza in modo vendicativo e gratuito.
Vito Schepisi

08 gennaio 2009

Israele: una reazione eccessiva?


Una guerra è orribile sempre e comunque. L’opzione armata dovrebbe essere l’ultima, in un ventaglio molto articolato di azioni diplomatiche e di ricorsi agli organismi internazionali, per la difesa dei diritti dei popoli e per reagire ai soprusi ed agli atti ostili. Ma la guerra è l’azione indifferibile per costringere chi è sordo, prepotente e aggressivo a rinunciare alle ostilità ed alle reiterate azioni di terrore tra le popolazioni civili. La guerra diventa persino indispensabile contro la viltà ed il fanatismo.
Il pacifismo unilaterale prepara solo una guerra da perdere. Non esiste poi una proporzione in guerra. E’ cinico, ma una guerra si combatte per vincerla da tutte le parti in causa.
Ciò che accade da anni in Israele sa di incredibile. Israele è nei suoi territori per decisione degli organismi internazionali che hanno stabilito che la “Terra promessa” del popolo ebraico fosse in quei territori, una volta in gran parte desertici, assegnati nel 1947 con la risoluzione n. 181.
La modifica dei confini è successivamente avvenuta in conseguenza del consolidamento delle azioni di difesa di Israele, attaccata più volte dagli stati arabi confinanti. Questi confini sono stati ripristinati laddove con i Paesi confinanti si sono siglati trattati di pace e di reciproco riconoscimento, come è capitato con Giordania ed Egitto, ad esempio.
La stampa internazionale e la sensibilità dei governi mondiali si risveglia solo quando Israele, unico paese democratico nell’area mediorientale, decide che sia ora di rispondere alle azioni di provocazione e di terrorismo che partono dai territori rilasciati, come la Striscia di Gaza, o confinanti, come il Libano.
Israele ha chiesto ad Hamas di fermare il lancio di razzi che partono dalla Striscia di Gaza e sono diretti nelle città di confine israeliano (Sderot), indiscriminatamente lanciati sulle popolazioni civili, senza obiettivi militari o altri obiettivi tattici se non quelli di provocare terrore tra le popolazioni inermi. Il gruppo terroristico di Hamas (quello che D’Alema vorrebbe riconoscere come interlocutore politico) ha continuato ad armarsi nella Striscia di Gaza e si è reso responsabile della rottura di una tregua negoziata dall’Egitto e che, sebbene molto tenue, durava da almeno sei mesi.
Questo stillicidio di razzi sul territorio israeliano, partito dall’iniziativa esclusiva di Hamas, non può che avere un fine ed un collegamento inquietante perché, per essere irrazionale, e controproducente per la popolazione palestinese di Gaza, non può non avere finalità diverse.
Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, infatti, riceve l’appoggio non solo verbale di Hezbollah, come ha lui stesso dichiarato: “Hassan Nasrallah (leader di Hezbollah) ha chiesto ai libanesi di sostenere il popolo palestinese a Gaza per porre fine all’assedio”. Lo si constata con l’aggiornamento delle notizie del lancio di missili dal sud del Libano sulle città israeliane. Il conflitto si allarga, com’era nelle intenzioni degli attaccanti. Le seguenti, infatti, sono parole di chi scrive, pubblicate due giorni fa in un commento:
Una provocazione politica, forse mirata ad aprire il fronte di Siria ed Iran in Libano, per mezzo di Hezbollah. Ciò che l'opinione pubblica occidentale stenta a capire è che ad Hamas, ad Hezbollah non fa impressione il numero dei morti e le vittime civili, come non fanno impressione all'Iran di Adhaminejad, a loro interessa imbrigliare Israele...magari con l’invio a Gaza di altre forze di interposizione dell'ONU che consentano ai terroristi di fare ciò che vogliono, come nel sud del Libano, magari protetti proprio dai militari dell'ONU, di cui persino si servono. Il fine è l'atomica iraniana che appena pronta avrà un motivo politico, patriottico, morale ed etico (per il fondamentalismo islamico) per essere sganciata su Tel Aviv".
Accade così che chi afferma che l’azione di difesa israeliana sia una reazione eccessiva - come abbiamo sentito dall’ex ministro degli esteri D’Alema anche in occasione dell’attacco di Hezbollah nel sud del Libano di due anni fa, mentre d’eccessivo c’è solo la malafede di chi vorrebbe ascrivere alle responsabilità d’Israele questo nuovo focolaio di conflitto - si prepara vilmente a poter giustificare la distruzione dello Stato d’Israele.
E’ orribile solo a pensarlo, ma c’è chi si sta preparando a dire che “se la sono voluta”!
Vito Schepisi

06 gennaio 2009

Cos'altro doveva capitare a Napoli per far dimettere la Jervolino?

Jamme Jamme, signora Jervolino, su tolga il disturbo! Solo il pensiero di risparmiare ai suoi concittadini napoletani la sua voce gracchiante sarebbe già “na’ bella pensata”.
Non sono bastati 4 assessori arrestati ed un altro morto suicida per farle comprendere d’essere inadeguata per la guida di Napoli?
Non è ancor contenta del danno arrecato alla città più estroversa del mondo?
Non si sente affatto responsabile per non essere riuscita ad intercettare le trame che si svolgevano all’ombra della sua gestione?
Una persona normale si sarebbe già dimessa da tempo!
Ponga fine alla sua “tarantella”: non ha “le physique du role”.
Quello d’essere primo cittadino di Napoli è un incarico gravoso per chiunque, ma del suo impegno non se ne sentirà affatto il bisogno: non è indispensabile, e la sua ostinazione diventa inquietante.
Di Napoli abbiamo un’immagine che amiamo conservare, malgrado la protervia del sindaco nel volerci far cambiare idea. Se la signora Rosetta ama la sua città, tolga subito il disturbo, altro che presentare la nuova Giunta! Anche il segretario provinciale del suo partito si è dimesso in dissenso .
Sindaco ci ripensi! Comprendiamo la sua insoddisfazione per dover porre termine in modo inglorioso alla sua carriera politica, ma la responsabilità è solo sua!
Cosa pretende ora dai napoletani? La finisca di affliggerli!
Ha già l’età per la pensione: abbia anche un briciolo di dignità! Suvvia coraggio, molli! Vedrà che poi ci sarà poi un coro di consensi per lei.
Napoli è la città di sognatori, dei filosofi, degli scrittori, degli artisti e dei poeti, ma oggi, invece, se ne parla, purtroppo, solo per la spazzatura e per la questione morale, e quando se ne parla vengono in mente due ritratti: quello della Jervolino e quello di Bassolino “o’ presidente”.
Pensiamo che ci sia di meglio a Napoli ed in Campania: ne siamo sicuri!
Amiamo Napoli, ci affascina la sua cultura, quella popolare, ci incuriosisce la sua filosofia di vita, e la gente con il suo congenito relativismo. Ci piace lo stile, spesso disarmante ma umano, ci piace quel modo dei napoletani d’essere disincantati. Perché questo sindaco vuole ancora infierire?
Si è tirata fuori dalle responsabilità per la spazzatura, mentre le cronache riportavano la notizia che le strade vicino alla sua abitazione erano sgombre e pulite. I problemi, però, c’erano prima del suo avvento, c’erano con Bassolino e forse anche prima, ma con lei tutti i nodi sono venuti al pettine. Inesorabilmente! E’ come la storia del cerino che non ha più stelo e brucia tra le dita dell’ultimo arrivato. Ci dispiace, ma le dita che restano bruciate sono proprio le sue.
A Napoli sorridono insieme poveri e ricchi, felici ed infelici, giovani e vecchi. A Napoli fortuna e malasorte sono le due facce di una stessa medaglia, ed invidia e rancore si fondono nell'ironia con naturale allegria. Tutto questo rende straordinaria ed unica al mondo questa città. Un bene dell'umanità da proteggere, difendere, persino consolidare.
Napoli è miseria e nobiltà, per rievocare Totò, ma ha la sventura di avere oggi la peggiore classe politica del dopoguerra, e ci sembra di vedere mutare anche il modo d’essere dei napoletani. Si è rotto quel filo sottile che ha segnato per anni i confini tra legalità ed illegalità. Oggi prevalgono gli interessi di parte, quelli del malaffare sulla difesa dei diritti primari. Prevale, ad esempio, come si è visto, il principio della valorizzazione dei suoli nella prossimità delle discariche, sugli interessi generali della salute di tutti.
La destrezza e la furbizia sono stati per anni “un'arte sottile” praticata persino con umanità. Anche i professionisti della patacca, che organizzavano con elegante maestria i pacchi ed i contropacchi, ci facevano sorridere.
Oggi invece i mariuoli ci preoccupano.
Nella società si è insediato il malanimo ed il malaffare. E’ cresciuta una classe politica cinica ed arrogante, sensibile solo alla lotta per il potere, che imprime il suo avallo allo scempio e all'abuso.
Napoli, purtroppo, è cambiata in peggio.
Sindaco Jervolino si dimetta, per favore, si tolga dai piedi!



Vito Schepisi

02 gennaio 2009

Un'autostrada aperta al dialogo

La questione morale ha aperto un’autostrada al confronto tra maggioranza ed opposizione: sarebbe solo sufficiente saperne imboccare la rampa di accesso.
Veltroni non ha più scusanti: deve rendersi conto che nessuna affermazione di diversità è oramai più credibile. Al contrario la questione morale investe proprio il PD, e si è moltiplicata persino per due, con gli ex comunisti e gli ex democristiani, per la somma delle storie personali degli archetipi del professionismo politico e per la somma delle rispettive ramificazioni di partito nel mondo della finanza e degli interessi economici.
Ciò che emerge oggi, completa il quadro che già era stato tracciato con le telefonate tra Consorte, Fassino, D’Alema e Latorre. Si consolidano quelle convinzioni che, nonostante le difficoltà create dal Csm alla d.ssa Forleo, hanno fatto pensare alla presenza di un intreccio imbarazzante tra affari, finanza, cooperative, DS e politica.
Gli episodi emersi nella gestione pubblica e gli intrecci di affari sono come fari accesi sui metodi e sulle pratiche di dubbia moralità che non è affatto possibile continuare ad ignorare. Ciò che emerge, fatte salve le verità giuridiche che saranno accertate e che andranno a sanzionare le eventuali responsabilità personali, non potrà dissolvere affatto la sensazione della facilità con cui, nelle pieghe delle procedure dell’attuale gestione amministrativa degli enti locali, vanno a formarsi inquietanti comitati di affari.
Servono le riforme. Chi le ostacola si rende complice del malaffare.
Il pericolo esiste a destra ed a sinistra ed anche, come si è visto, tra coloro che fanno della questione morale l’unico impegno politico. Non ammetterlo è già una colpa. E’una responsabilità troppo grossa che la politica non può assumersi senza doversene far carico.
Non c’era e non c’è nessuna diversità che attenga alle finalità del pensiero politico. Appare soprattutto evidente che non sia affatto una questione di scelte di governo o di diversa tensione politica sulle questioni sociali. L’etica dei comportamenti è una questione individuale che investe la coscienza delle persone, a volte deboli dinanzi all’opportunità di acquisire un vantaggio personale che spesso coincide con l’interesse politico-elettorale.
Non sono valse le leggi sul finanziamento pubblico, e neanche i tanti benefici economici del personale della politica. Dovevano servire a sopperire agli alti costi della funzione di rappresentanza popolare, ma vengono, invece, sempre più avvertiti come intollerabili privilegi. Nel mezzogiorno d’Italia, in particolare, le pratiche clientelari e la ricerca di visibilità politica, attraverso la creazione di reti di interessi economici e di riferimenti personali, non si è mai fermata.
La visibilità politica della periferia finora non s’incrociava con quella della magistratura: dal nord al sud, la giustizia sembrava interessata unicamente a dar la caccia a Berlusconi.
A Napoli, ad esempio, mentre la spazzatura sommergeva la città e drenava allo Stato una decina di miliardi di euro per un’emergenza che durava da oltre 10 anni, un’innocua intercettazione telefonica in cui il premier sollecitava un provino di un paio d’attricette ha motivato l’attenzione moralizzatrice della Procura.
Il Lodo Alfano sembra che abbia così tolto il giocattolo dalle mani della magistratura “berlusconocentrica”, e che abbia portato i PM ad interessarsi anche della gestione degli affari in quella periferia troppo spesso ignorata.
Mentre Burlone e Burletta, sostenuti dal seguito di satiri e guitti, per le presunte angherie alla legalità del solito Berlusconi, erano ancora intenti ad intonare i cori di dolore, come quelli dei riti della sofferenza pre-pasquale, la voce, ai cantori, gli si è fermata in gola.
La questione morale, però, può far aprire un’autostrada per il confronto tra maggioranza ed opposizione. Mancare a questo appuntamento su temi come la riforma istituzionale, quella della pubblica amministrazione, ovvero quella della giustizia, sarebbe un grave errore politico per il PD: è il Popolo Italiano con l’autorevolezza del Presidente Napolitano che lo richiede.
Veltroni può approfittare delle difficoltà di Di Pietro, proprio sulla questione morale, per smarcarsi dalla sua guardia soffocante, senza il timore di dover subire la deriva giustizialista del suo infedele alleato che, sulla questione, come si è visto, non ha proprio niente da insegnare a nessuno.

Vito Schepisi