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11 maggio 2009

Multietnico perchè?

Soffermarsi sulla differenza che c’è tra una società multiculturale ed una realtà multietnica può essere un esercizio di grande interesse, non soltanto per comprendere le ragioni per le quali sia sempre opportuno fare una scelta di civiltà, ma anche per scoprire i tentativi di confondere le vere dimensioni delle questioni e le strumentalizzazioni che se ne fanno.
La cultura è di per se un ventaglio di tante espressioni. Riflette la molteplicità delle sensazioni, i gusti e le diverse emozioni. La cultura è fantasia, storia, pensiero, arte e poesia e si diffonde attraverso la conoscenza, la formazione, i luoghi, le terre e la storia. E’ l’amore per la ragione, il narcisismo della ricerca di una traccia da lasciare alle generazioni future, è il riporto della riflessione sui modi del tempo, è il piacere di esprimersi, è la tracciabilità di un insieme di fatti, di circostanze, e di sentimenti degli uomini. La cultura è un moto perpetuo di opinioni, riflessioni, arricchimenti e ricerche, dove solo voler parlare d’orientamento univoco è di per se un ostacolo alla crescita ed alla comprensione.
Come fa una società civile, forgiata da esperienze di scienza, di religione, d’arte, pensiero e letteratura a non doversi, necessariamente, definire d’orientamento multiculturale? Come si farebbe a rifiutare il confronto solo per diverse provenienze, o solo per un modo diverso di sentire la propria spiritualità? E’ così ozioso usare il termine multiculturale come arma d’offesa o di divisione politica! Usarlo come motivo di discrimine non ha affatto senso!
Multiculturale è una parola che è usata spesso a sproposito e che serve solo a dar sostanza ad un vizio costante di ricercare motivazioni antropologiche di contrapposizione nel confronto delle opinioni. Un liberale, un socialista, un popolare vivono le stesse realtà quotidiane. Hanno avuto, spesso, gli stessi percorsi formativi e nascono anche dalle stesse famiglie. E’ l’identica presunzione della ventilata superiorità culturale della sinistra, laddove per cultura si fa la somma dei titoli di studio, dei premi letterari e dei ruoli ricoperti nelle caste.
Accade in Italia che siano poste queste differenze “antropologiche” nei giudizi sulle cose, come accade che dinanzi ad un delitto efferato se ne voglia trarre un motivo di discriminazione (clima razzista, nazista), ovvero lo si voglia comprendere in un atto provocato da una pretesa responsabilità altrui, come per una degradata condizione sociale e/o umana.
Ci sono modi nel confronto politico che emergono ripetutamente e che lasciano perplessi e sono sostanzialmente idioti.
Diverso, invece, è parlare di società multietnica. Ogni società occidentale oggi è in parte multietnica, perché in quasi tutti i Paesi dell’occidente esistono comunità provenienti da diverse parti del mondo. Il problema è nel significato che si vuole attribuire al termine o ancor più nell’implicazione di un ipotetico obiettivo diverso. Alcuni sottendono il proposito della trasformazione del modello sociale che è riferimento preciso di una cultura di provenienza. Niente più e niente meno, in sostanza, del disegno d’uomini come Ahdaminejad che si votano alla missione della trasformazione in caos della società occidentale infedele, corrotta e dominata da satana.
La trasformazione richiesta, in multietnica, se fa presupporre che sia necessario modificare gli usi e le tradizioni del Paese, è qualcosa di diverso dalla necessaria comprensione per gli usi e le tradizioni differenti di uomini che vengono da terre diverse. Nessuna volontà di assimilare o vietare, purché si stabilisca che le nostre città rimangano le stesse comunità urbane che si sono andate a formare nei secoli, e forse nei millenni, intorno a valori fondanti che ne hanno costituito il nucleo di origine.
Se per multietnico, invece, si voglia modificare l’insieme delle ragioni che uniscono le comunità urbane, allora sì che cambiano le cose. Per induzione è facile ritenere che nessuna comunità italiana sia disposta a modificare le fondamenta della sua civiltà e, sempre per induzione si pensa che neanche gli immigrati, che già hanno difficoltà ad integrarsi con i costumi e la nostra civiltà emancipata, ritengono possibile, qualora lo si imponesse, di dover modificare il proprio costume di vita ed il proprio modo di pensare. Non è peccaminoso immaginare di voler continuare a vivere in una società che resti integralmente italiana, in cui gli immigrati siano rispettati perchè rispettano i nostri valori e le nostre leggi.
Vito Schepisi

20 gennaio 2009

Nell'attesa di vedere all'opera Obama, salutiamo George Bush

Ci sono circostanze in cui ciò che appare è solo un’immagine virtuale e ciò che poi si materializza può essere solo un fantoccio di carta che si infiamma al primo fuoco, per poi disperdersi immediatamente non rilasciando né luce e né calore. Speriamo che non sia questa l’immagine successiva all’evento del giorno in cui il nuovo Presidente degli States si insedia alla Casa Bianca ed assume il ruolo di Leader della potenza economico-politico-militare più potente del mondo.
Per ora, nell’attesa di vederlo impegnato sulle questioni calde della Terra, salutiamo l’uscente Gorge Bush, un amico del nostro Paese.
Molti italiani l’hanno apprezzato per la sua sensibilità e per la sua fermezza e ci piace ricordare, a tal proposito, quella mostrata nel 2007 a Roma nel respingere i tentativi della diplomazia Prodi - D’Alema di assegnare a questa sua visita un basso profilo. Piace ricordarlo soprattutto per la sua indifferibile volontà, nonostante la visibile irritazione di Prodi, d’incontrare l’amico Silvio Berlusconi, minacciando altrimenti di disdettare la visita.
Bisognerebbe prendere atto che un Presidente degli Stati Uniti, fosse solo per la sterile logica statistica, non può essere esente dal commettere errori. E’ l’uomo più potente del mondo con i suoi amici ed i suoi nemici, con le sue simpatie ed antipatie, con i suoi programmi ed i suoi sogni, ma anche con i suoi grandi elettori, le sue lobbies, le sue contraddizioni, le sue debolezze.
E Bush Jr. di errori ne ha commessi tanti, ma non più di altri. Ha ridato, però, un’identità agli USA dopo l’11 settembre, con l’orgoglio maturato nella consapevolezza d’essere l’epicentro dell’odio di quel fondamentalismo odioso che vede nel paese americano la terra del “diavolo” e la centrale dei valori occidentali da cui emerge la cultura dell’uguaglianza e della libertà, o dei diritti fondamentali, come sostiene su “il legno storto” l’amico direttore Marco Cavallotti.
Esce di scena un grande Presidente, nonostante l’odio ideologico neo-comunista di quanti mettono persino in discussione la tragedia delle Twin Towers a New York e parteggiano per Hamas o Hezbollah e sostengono, come l’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, il diritto alla tecnologia atomica dell’Iran di Ahdaminejad.
Un grande Presidente che nelle difficoltà dei mercati, in quello del sistema economico americano, scosso dalla globalizzazione senza regole, nell’altalena del prezzo del greggio, tra le banche che deflagravano nella bolla della speculazione finanziaria, in piena crisi recessiva mondiale, ha saputo mantenere ferma la rotta, ricercando e trovando le misure più opportune per ridare nuovo impulso all’economia americana, e con esso coraggio e fiducia ai mercati del mondo.
Bush ha attraversato la storia in uno dei periodi più difficili per l’America e per l’intero modello occidentale. La guerra al terrorismo ha riacceso la tensione mondiale. Ma chi può dire oggi che, senza una presa d’atto coraggiosa dell’ardire spietato contro i sentimenti d’umanità propri della civiltà occidentale, le questioni del mondo avrebbero avuto un percorso di maggior sicurezza?
La storia, ma soprattutto gli eventi futuri potranno dare risposte più concrete ai dubbi ed alle preoccupazione di oggi. Resta, però, la convinzione che non si vince niente, neanche la pace, nell’inerzia e nella passiva rassegnazione ai soprusi. E’ come nelle strade delle nostre città in cui non hanno affatto ragione coloro che gridano di più o che occupano gli spazi che simboleggiano le nostre radici e le nostre tradizioni popolari. La tolleranza non può prescindere dalla dignità e dalla fermezza nel non consentire che siano offesi i sentimenti popolari, perché questi sono i valori del nostro comune sentire e le ragioni che uniscono la nostra comunità nazionale.
Arriva Obama, ma chi si aspetta che le questioni si risolvano, come se il nuovo presidente avesse la sua ricetta magica, incorre in più di un errore. Anche l’affermato approccio diverso ai problemi non è di per se una soluzione, ma soltanto un modo diverso di affrontarli. La questione economica e la recessione sono una realtà oggi e lo saranno per l’immediato futuro. La questione mediorientale registra solo una tregua di Israele, si pensa proprio in omaggio ad Obama, nella lotta tutta sua “singolare” contro il terrorismo palestinese che si intreccia con quello fondamentalista islamico, mentre l’Iran continua ancora a lavorare per realizzare la sua bomba atomica.
Auguri Mr. Obama!
Vito Schepisi