27 gennaio 2012
Nell'acqua di Puglia annega l'inganno
Il Giorno della Memoria

21 gennaio 2012
Le "tasse occulte"

Monti rivolto agli italiani ha detto: “Vi tolgo le tasse occulte”.
Cacchio, ho pensato! … ma ora ci vuole l’applauso?
Sono un tipo difficile, però! Qualcuno direbbe un rompimaroni! Non mi accontento mai!
Subito prendo biro e carta e provo a fare due conti.
Da dove cominciamo?
Dalle banche? Dai servizi? Dai taxi? Dai giornalai? Dalle tariffe? Dai crediti delle imprese verso lo Stato? Dalle medicine? Dal provvedimento per lanciare le ferrovie di Montezemolo? Dai benzinai? (il costo del carburante è determinato da: accise per il 52%; costo del greggio per il 38%; lavorazione, trasporto, spese di distribuzione, aggio per i benzinai per il restante 10%, cioè circa 17 centesimi) Dai notai? Dalla scatola nera da montare sulla mia autovettura? Dall’abolizione delle tariffe minime e massime dei professionisti? Dalla separazione di Snam da Eni per la fornitura del gas? Dai giovani che mettono su una srl senza capitali di rischio? (con quali soldi?) Dal tentativo estorsivo verso chi ci fornisce 3 canali televisivi gratuiti?
Sono ancora con questa benedetta biro in mano e con il foglio ancora bianco.
MA DOVE CAZZO SONO QUESTE “TASSE OCCULTE” CHE MONTI MI HA TOLTO?
Le liberalizzazioni vanno anche bene. E’ importante stabilire per principio che si possano sciogliere quei vincoli che impediscono le iniziative dei privati e l’elasticità delle gestioni.
Si è aperta una breccia nel circuito chiuso della burocrazia e delle caste. Per ora, però, il profilo è rimasto molto basso. Sembrano più favori ad alcuni e vendette per altri. Ci vorrebbe sempre maggior coraggio e più equità.
Liberalizzazione vuol dire anche elasticizzare il mercato del lavoro e tagliare il fardello burocratico che mozza le gambe alle piccole imprese, tartassate e oberate da migliaia d’incombenze. La normativa (con le scadenze quasi sempre collegate ai pagamenti) cambia giorno per giorno, rendendo necessario un aggiornamento costante. Un impegno che per i piccoli imprenditori è impossibile da seguire, senza dover abbandonare il lavoro d’impresa. E, già in sofferenza per la crisi finanziaria, con la cassa a rosso per il calo della domanda e per la riduzione del fatturato, le piccole imprese devono anche sobbarcarsi i costi dei consulenti. Ma per queste cose non ci sono liberalizzazioni!?
E non ci sono liberalizzazioni per le aziende gestite dalla politica, soprattutto negli enti locali.
Monti ha tenuto ad informarci, però, che ora si passerà (ma Passera si scrive con l’accento sulla “a” o no?) alla terza fase … quella dei tagli!
Può apparir strano … ma l'opzione tagli resta per ultima. Come quelli che dicono sempre ... da domani!
Chissà perché?
Vito Schepisi
12 gennaio 2012
Volevano solo vivere insieme, onestamente e con dignità

La crisi, le difficoltà economiche, il taglio delle disponibilità finanziarie alle amministrazioni locali, l’enorme massa di richieste di assistenza, l’impegno non sempre costante delle istituzioni per il sociale, la sottrazione dei diritti e il senso d’ingiustizia che s’insinua nelle coscienze, la mancanza di lavoro, la difficoltà nell’assicurare i beni di sostentamento per la propria famiglia: sono queste le motivazioni più ricorrenti di disperazioni che sfociano nei gesti più drammatici, e spesso tristemente conclusivi.
Sono storie che in un’Italia presa dalla crisi dei mercati e dalle difficoltà delle famiglie, si ripetono con sempre maggiore frequenza. Sono episodi presenti nella cronaca quotidiana dei media, come accade per i delitti più efferati, come per tutti quegli episodi di disagio sociale e di disperazione ai quali non sarà mai possibile fare l’abitudine.
Destano inquietudine perché le vittime sono persone normali, come tutti, come i signori della porta accanto, come la gente che incontriamo ogni giorno per strada, nei negozi, al mercato a fare la spesa, alla fermata dell’autobus, seduti sulle panchine dei giardini pubblici. Anche per la cronaca ci sono le strisce di episodi che si susseguono, spesso simili, come se fossero collegati tra loro, o come se la stessa cronaca si attrezzi per autoalimentarsi e per garantire la sua continuità.
Ora gli operai sui tetti per difendere il posto di lavoro, ora i pacchi con materiale esplosivo a “Equitalia”, ora le buste contenenti proiettili o, come è capitato al Senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri , una busta contenente una siringa legata ad un libro di fumetti di “Lupo Alberto”.
Quanta stranezza c’è nella disperazione, quanta nell’orrore e quanta nella stupidità degli uomini! Disperazione? Fantasia? Orrore? Intimidazione? Violenza? Vendetta? Follia? Protesta? Stupidità? Un solo motivo? Tutti insieme? Oppure passioni e pregiudizi ideologici? Di vero c'è che esiste una società che non conosciamo fino in fondo e che scegliamo di non comprendere per debolezza, per pigrizia, per rassegnazione, qualche volta per incapacità, spesso per egoismo. Ne avvertiamo, però, la presenza e ci sorprende per le lezioni di vita che a volte ci dà.
Quando, infatti, i protagonisti oltrepassano la fase del modo sensazionale con cui ci fanno avvertire il loro disagio e, per un impulso della disperazione portano a compimento i drammi annunciati, ci sorprendiamo. A quel punto, però, è già dramma e tutti ne parliamo come di un fatto che addolora e colpisce. E, naturalmente, la responsabilità è sempre di altri.
E’ accaduto a Bari, ad esempio, per i coniugi Di Salvo, vittime della loro disperazione, ma anche di un sistema che non si è mostrato indifferente, ma in un modo, purtroppo, che è ancor peggiore dell’indifferenza. Accade quando anche le istituzioni, oltre ai tanti furbi che ci sono in Italia, s’impegnano a trovare soluzioni non lineari per risolvere le questioni. Il Signor De Salvo, però, chiedeva trasparenza e linearità. Non voleva togliere niente a nessuno.
Un epilogo annunciato con lucidità, come lucida e coerente è stata la vicenda che si è trascinata dal 2004 in poi, da quando il signor De Salvo, rappresentante di commercio, ha perso il suo lavoro e si è trovato in difficoltà economiche. Video, lettere, denunce, richieste di aiuto, e persino un passaggio televisivo sulle reti nazionali, per lanciare il suo appello disperato alla società, non hanno sortito che pacche sulle spalle ed impegni puntualmente disattesi. Il signor De Salvo non era un fannullone, né aveva disagi mentali, come qualcuno voleva far apparire, ma era un uomo lucido e capace, con buone capacità relazionali. Chiedeva di rendersi utile, non di vivere alle spalle della comunità.
Il Comune di Bari per quattro anni ha speso per lui e per la moglie 110 euro al giorno per la collocazione in una casa di accoglienza, dove hanno vissuto separati in due stanze diverse, a dispetto di una vita trascorsa sempre insieme, mano nella mano, nel bene e nel male. Due stanze umide, in un contesto degradato. Chiedevano, invece, di poter rinunciare a ciò che costava al Comune di Bari quasi 40 mila euro l’anno, in cambio di un lavoro da soli mille euro al mese.
Il dramma dei coniugi De Salvo è ricco di tanti episodi, c’è un carteggio di lettere ed esposti e di circostanze tutte puntualmente e pubblicamente denunciate. Persino con un esposto alla Procura della Repubblica di Bari nell’ottobre del 2007, una settimana dopo un servizio sulla Gazzetta del Mezzogiorno in cui venivano pubblicate le frasi (registrate) di un colloquio in cui al signor De Salvo era stata offerta “la disponibilità a «costruirgli» una pratica d’invalidità psichica falsa”, per accedere, da invalido, ad una graduatoria riservata. Il signor De Salvo, però, assieme alla moglie era “determinato a conservare la sua onestà e a non defraudare i veri disabili”. Non si sa che fine abbia fatto l’esposto. Magari alla Procura di Bari, in un clima di faide, sarà stato ritenuto secondario rispetto a ben altre questioni.
De Salvo e sua moglie, però, non ci sono più. Si sono suicidati dopo le Feste di Natale. In silenzio. In un Hotel della periferia di Bari, per non turbare il clima di gioia.
Vito Schepisi per l'Occidentale
27 dicembre 2011
Giorgio Bocca non c'è più

A funerale avvenuto, anche la pietà per la morte diventa cronaca. E quando muore un uomo che ha percorso la storia, lasciandone, comunque, marcata o meno, una traccia, anche il dissenso e la critica assumono le sembianze di un tributo da assolvere per ricordare la persona scomparsa.
E la storia si scrive su ciò che è stato di buono o di cattivo, di nobile o meno. Si scrive sui sentimenti, sui lasciti, sulle sensazioni diffuse. Si scrive per chi poi resta e vuole capire.
Con Bocca è scomparso un giornalista comodo.
E’ morto un uomo che in fondo serviva a tutti. Serviva agli amici e ai nemici.
Agli uni, agli amici, è servito come l’esempio di un giudizio autorevole, simile ad una condanna da reiterare fino alla noia, in particolare se tipizzata su un singolo individuo. Una pronuncia che cade greve, senza appelli.
In quel mondo che, formato nel fascismo, è maturato nell’ideologia successiva dell’antifascismo, infatti, non esiste un processo di appello, e la condanna è emessa senza che sia persino legittima la difesa. Ed è come se da quel giudizio si debba trarre tutta la sintesi complessiva del merito della stessa esistenza del giudicando.
Passa per il tratto storico di un giudizio che, irrorato al di fuori di un vero tribunale, per le personalità più discusse, diventa un peso da portare a vita. Un giudizio che finisce con l’essere più mortificante di quello espresso dopo un processo penale che, come si sa, oggi, passa per essere sempre meno attendibile. Celebrato in quei luoghi dove non si fa più Giustizia.
Agli altri, ai nemici, serve come esempio negativo di un metodo che non riesce a rilasciare con una pacata ragione l’idea di una scelta diversa. Come è per il pregiudizio che si rivela allorquando viene meno sia la forza di comprendere che il coraggio dell’autoironia e del confronto critico.
La storia è come uno stagno.
Qui si fermano le acque limacciose che la retorica trasforma in flussi di eroismo e di viltà. Ed è lo stesso stagno che ribalta il riflesso della storia, mutandone appena il soggetto osservatore.
Ma, in uno stagno, la risultante che compone le forze che si muovono è nulla: tutto resta così ineffabilmente fermo.
Nelle acque stagnanti si riflettono, invece, le immagini dei profili rugosi, per sopraggiunta vecchiaia, di tutte le giustificazioni di comodo che chi prevale antepone alla storia che vuol raccontare. E tra le immagini sono compresi i riflessi di quei carri su cui salgono sempre nuovi vincitori ad ogni giro di ruota.
Bocca è stato un maestro di ipocrisia. Ha fatto del pregiudizio, maturato nell’astiosità preconcetta, il principio immanente del suo modo di rappresentare le circostanze presenti, come rappresentazione salvifica nel giustificare gli episodi e i comportamenti del passato.
Non irriverente, piuttosto maleducato, iroso, offensivo, ingiusto, quasi violento. Mai misurato.
E’ morto un antifascista che non è mai stato contro l’arroganza, l’ingiustizia, il sopruso.
E’ morto un partigiano che era stato fascista e che ha continuato ad essere reazionario, elitario, superbo.
E’ morto Giorgio Bocca che ha continuato a fare il partigiano scambiando per oppressione anche il confronto delle idee, la critica, la verità storica, la discussione, le scelte contrarie, la libertà di tutti, come quella dei meridionali che godevano, ingiustamente a suo vedere, della libertà di esistere e di pensare.
Vito Schepisi
14 dicembre 2011
In Puglia si allarga lo spread tra le chiacchiere e i fatti

11 dicembre 2011
Shut down Minzolini

Ancora una volta la "presunta giustizia" interviene per rimuovere chi è sgradito. In questo caso un Direttore di testata che in Rai non ha accettato compromessi e "veline" di gruppi e partiti.
La magistratura, da tempo, gli ronzava intorno. Sin dai tempi della convocazione del giornalista, per sentirlo, come persona informata sui fatti, sulle truffe sulle carte di credito a Trani.
Quell’inchiesta, in cui Minzolini era del tutto estraneo, è anche servita a giustificare le intercettazioni telefoniche sul premier Berlusconi (un membro del Parlamento, per giunta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la legge italiana, non può essere intercettato) che discuteva al telefono con un consigliere dell'Agcom.
Uno sfogo, contenente la denuncia dell'uso improprio della Rai contro una parte politica, è stato trasformato dal PM di Trani in un'ipotesi di reato. Già questo sarebbe “lunare”, incredibile e grave, ma se fosse servito per formulare ipotesi di reato inesistenti e comunque, come si è visto, fuori della competenza del magistrato tranese, anche questa questione non potrebbe che destare inquietudine sull’agibilità politica e sulla libertà di esporre in privato le proprie ragioni su questioni che appartengono al dibattito politico in Italia.
C'è sempre una trama?
C’è sempre un teorema diabolico in tutto?
Sono le domande che in tanti si pongono. Non arrivano risposte, però, né si vedono prese di responsabilità delle Istituzioni. Nessuna via di uscita.
Ma l’Italia è destinata a essere un Paese governato dai poteri giudiziari?
Il protagonismo giudiziario s’è sparso a macchia d’olio: è diventato infettivo come la febbre gialla!
Il direttore del Tg1 è stato rinviato a giudizio per un uso "illecito" della carta di credito aziendale.
Tanto basterà per motivarne, nella riunione del 13 dicembre prossimo del C. di A. della Rai, l'allontanamento dalla Direzione del telegiornale.
Minzolini ha già interamente rimborsato l'importo all'azienda, senza neanche contestare la legittimità o meno dell'utilizzo totale o parziale delle somme spese.
E' un episodio inquietante. Lo è a prescindere dal torto o dalla ragione del Direttore Minzolini.
Come si farebbe, infatti, a rimuovere l’opinione di tanti che sia stato fatto ad arte?
Interviene, in questo momento politico, come la riprova dell'esistenza di una reazione massimalista e ideologica che utilizza tutti i mezzi per abbattere il "nemico".
La sinistra italiana, bisogna pur dirlo, non cambia mai. E' rimasta al sogno del regime. Come nel passato, non intende confrontarsi con il metodo della democrazia pluralista. Predilige e vuole solo militanti.
L’area della sinistra ideologica sa che solo discutere di soluzioni e metodi è partita persa per chi ha una formazione incentrata sul "centralismo democratico", sulla piramide del controllo e sul servilismo dei militanti.
Quest’area, in Italia, usando la lealtà e la ragione non potrà mai essere vincente.
La sinistra l’ha saputo da sempre, sin dai tempi del consociativismo e della concertazione, sin dai tempi della sua opposizione ipocrita e lottizzata quando era in piedi la Prima Repubblica.
Tutto ciò che riguarda l'informazione, come accadeva negli anni '70 e '80, per questa cultura, o è fazione schierata da una precisa parte politica o è da abbattere.
Allora c'erano i gruppi terroristi che sparavano, i famosi “compagni che sbagliano”, ora che c'é la magistratura che fa per loro il lavoro “sporco”?
Come si fa a vincere questa convinzione che si radica?
E come la sfiducia di tantissimi pensieri liberi?
Nella magistratura, nel giornalismo, in politica, nella società, chi non si schiera contro i suoi "nemici" per la sinistra è già un "nemico".
Tutto questo non è concepibile in democrazia.
E' vergognoso che si arrivi a tanto!
Vito Schepisi
01 dicembre 2011
L'Italia autocratica
22 novembre 2011
L'ICI sulla prima casa è macelleria sociale

16 novembre 2011
La ragione degli avvoltoi

Il 16 novembre, con Monti che incontra il Presidente della Repubblica, scioglie la riserva e presenta la lista dei ministri, si consumerà una delle pagine più controverse della Repubblica Italiana.
Si aveva la convinzione che la nostra Costituzione fosse oramai consunta e inadeguata. Si pensava che nella sua parte seconda, dopo esser stati sanciti, nella prima, i principi fondamentali di un Paese libero e democratico, sebbene con tutte le incrostazioni retoriche che contiene, la Carta Costituzionale dovesse essere rivisitata per assegnare al popolo, prima che ai partiti, la sua sovranità, ed alla democrazia, attraverso l’esercizio della politica e la inviolabile volontà del popolo, prima che ai servizi ed alle funzioni dello Stato, la priorità legislativa e l’autorevolezza della sua rappresentatività.
Si pensava che anche all’Italia, passata l’emergenza del dopo guerra e quella della reciproca diffidenza, che l’aveva vista dividersi in due differenti strategie di sviluppo, fosse data la possibilità di dotarsi di un governo autorevole per determinazione e capacità d’intervento, in un quadro di alternanza delle volontà e dei sentimenti popolari.
Si osserva, invece, che anche questa volta non è stato così. E’ stato assegnato quasi d’imperio, con la giustificazione dei mercati in tensione, per iniziativa della Presidenza della Repubblica, un Presidente del Consiglio, fatto senatore a vita con scelta unilaterale, repentina, inutile, oltre che stridente con i presupposti del rigore economico e della riduzione della spesa.
La politica è consenso e proposta. La politica è discussione sui provvedimenti che servono ad amministrare il Paese e a rendere servizi e condizioni di vita confortevoli ai suoi cittadini. La politica non è, invece, lotta alle persone e potere di veto. Non è diffamazione, non è offesa, né contrapposizione pregiudiziale. Non può essere volgarità e violenza. Nessun fine può giustificare un mezzo rozzo e intollerante. Ma è ciò che si è visto in Italia in questi ultimi tre anni.
Gli elettori vanno rispettati sempre. Perché sono la sostanza della democrazia. Nessuno può dire, senza ricadere nell’assolutismo massimalista, che le scelte del popolo siano stupide e inaccettabili e ritenerle così non valide, come, appunto, è avvenuto in Italia. Nessuno può assumersi la responsabilità civile di disfare ciò che nelle urne è stato messo insieme. Nessuno in democrazia dovrebbe avere il diritto di delegittimare la libertà di scegliere.
Devono essere i sentimenti dei cittadini a prevalere, non quelli dei funamboli della politica e dei trasformisti. E la politica era, e deve continuare ad essere, non altro che la sintesi e la razionalizzazione di questi sentimenti da trasformare in contenuti di governo.
La sintesi dei sentimenti popolari non la può fare assolutissimamente il Presidente della Repubblica che non è espressione del popolo, e pertanto non legittimato ad interpretarne la volontà, ma solo un nominato dal Parlamento attraverso il consueto gioco dei partiti. La figura in Costituzione del Presidente della repubblica è quella del “notaio” che certifichi l’esistente e la volontà del Parlamento. E’ quest’ultimo, infatti, che l’ha nominato. Tra le sue prerogative c’è quella di sciogliere uno o i due rami del Parlamento, quando nelle Camere viene meno una convergente volontà politica e quando gli intenti programmatici non siano condivisi da una costituita maggioranza. Tra le sue prerogative non c’è quella di sostituirsi al popolo e di scegliere, in sua vece, l’indirizzo politico.
Non si pensava assolutissimamente che la Costituzione potesse essere ancora una volta violentata, dopo l’esperienza del 1995, con il maneggio di Scalfaro, il peggior Presidente della Repubblica che l’Italia abbia avuto.
Non si pensava che si potesse togliere ai suoi costituiti, cioè ai cittadini, attraverso l’espressione elettorale, la prerogativa di compiere le scelte per il governo del Paese.
Nella sostanza, e a prescindere dal merito, si lamenta l’inopportunità di un processo autoritario che sostanzialmente attribuisce un discutibile premio di ragione a chi inganna gli elettori. Sembra che si sia premiata l’azione di chi ha costantemente lavorato per il proprio interesse politico o personale, ma prevalentemente contro il Paese.
Non si sa se il Governo Monti risolverà i problemi italiani, soprattutto sul versante della fiducia dei mercati, della riduzione della spesa, dello sviluppo industriale, dell’occupazione, della crescita economica e della riduzione del debito. E’ l’augurio che gli facciamo nell’interesse di tutti.
Questo Governo, però, nasce con un debito nei confronti di tutti gli italiani: un debito di legittimità e di chiarezza. La ragione degli avvoltoi non può coincidere con la ragione dei cittadini.
Gli italiani moderati sapranno ancora una volta capire e mantenere la fiducia nelle Istituzioni, come hanno sempre fatto. Lo faranno nella convinzione che la prepotenza dalla sua non abbia alcuna ragione e che, alla prima occasione, possa essere ancora una volta respinta.
Vito Schepisi
04 novembre 2011
Clima da Marcia su Roma

C’è troppa confusione di offerta. C’è un’inflazione di soggetti che prospettano il bene del Paese, pensando soprattutto agli interessi propri. Ne fanno le spese il confronto sereno, la democrazia, il rispetto delle persone, la dignità della propria autonomia di pensiero e l’onestà intellettuale. E, con tutto questo, ne fanno anche le spese, purtroppo, la semplificazione e la trasparenza politica, assieme alle prospettive per il benessere delle generazioni future.
Ciò che è ‘troppo’ finisce per diventare invisibile. Così, come per l’aria che si respira, anche la sensazione di libertà appare invisibile, tanto da lasciare pensare che la libertà sia una fonte inesauribile da cui poter sempre attingere.
Tutto questo si chiama abitudine, come lo è il ridondare dei luoghi comuni in cui spesso si rifugiano l’ignoranza e la mancanza di autonomia di giudizio. Con l’abitudine anche all’orrore e alla strumentalizzazione delle passioni si assottiglia, però, lo spessore etico di un’intera società e si disperde, assieme al ricordo, anche la funzione educatrice della storia.
Non si può fare l’abitudine alle aggressioni, alla faziosità e alla violenza, senza doverne poi pagare le conseguenze.
La civiltà si sviluppa, invece, facendo tesoro delle esperienze fatte nelle passate stagioni politiche. Le nuove classi dirigenti, a prescindere dalle scelte e dai programmi proposti, dovrebbero prendere atto della storia del proprio popolo, e di quella articolata nell’insieme più largo delle esperienze sociali vissute ai quattro angoli della terra.
Dallo studio delle realtà, in cui siano emerse le sofferenze e le strisce di difficoltà sociali, lasciate poi in eredità alle nuove generazioni, la classe politica contemporanea, nell’interesse generale, dovrebbe trarre le giuste motivazioni per mettere in guardia i giovani dalle contrapposizioni più aspre, per impedire che si ripetano quegli episodi di barbarie in cui la ferocia di pochi finisce con alimentare la follia collettiva.
La violenza non è mai circoscrivibile nell’episodio brutale di una circostanza, ma ha dietro di se un retroterra di condizioni e d’istigazioni a comportamenti che indirettamente la sollecitano. Nasce dall’assimilazione dei toni e dall’offerta di bersagli già preparati. In un’era mediatica i bersagli della violenza assumono lineamenti ancor più precisi quando, tutte insieme, l’informazione, la giustizia e la politica si concentrano a indicare il nemico del popolo, ovvero un colpevole per definizione. E’ il metodo tipico delle dittature in cui si usa criminalizzare l’avversario politico.
E’ grottesco osservare come, in uno sguardo d’insieme, oggi, si mescolino le esperienze e le abitudini persino con gli “status symbol” di una generazione. La noia si trasforma nella ricerca di sensazioni forti. Gli ingredienti sono quelli di sempre: dall’alcol alla droga, dal sesso alla violenza. In un contesto di sballi, tra menù di papatine fritte e di panini all’hamburger, si discutono le strategie delle manifestazioni, si accordano gli slogan delle marce e s’individuano i bersagli della protesta.
Tra un sorso di coca cola e gli stereotipi dell’abitudine si premedita, così, la violenza. Un noioso ripetitivo corollario di certezze acquisite senza conoscere, non certo la reazione a un bisogno avvertito, né la sensazione di situazioni di sofferenza sociale, fanno da cornice al crescere di una nuova ragione di sentirsi protagonisti e di battersi contro qualcosa o qualcuno.
Non ci sono analisi sulle responsabilità, di solito più articolate e complesse di quanto non appaiano, ma solo la ricerca di un pretesto per scaricare sul presente le colpe di generazioni politiche e di scelte sociali passate. Una furbizia indecente che ha spregiudicati mandanti. In Italia, non tutte le follie hanno fatto i conti con le sentenze della storia. E’ del tutto incompiuto un processo plurale che serva a evitare nuove catastrofi. C’è chi si è sottratto in passato e che vuole ancora sottrarsi al giudizio della storia.
Manca un processo di analisi che serva a smascherare i falsi e gli ipocriti e a comprendere le responsabilità del presente. E’ mancato un giudizio politico sugli steccati ideologici che rischiano tuttora di fomentare una guerra civile. Ce ne sarebbe di materia per essere indignati. Non si può, però, continuare a intervenire a piedi uniti sulle gambe della storia, senza vedersi estrarre il cartellino rosso e l’espulsione dal campo di gioco. E’ un gioco codardo di chi sa e tace e di chi trova più conveniente chiudere gli occhi e seguire, negli agi e con il proprio tornaconto, il corso delle cose.
Oggi, ad esempio, è di moda individuare in Berlusconi la ragione di un malessere complessivo del Paese. Nessuno, però, sa darne una motivazione precisa. A parte l’aggressione giudiziaria di chi lo vorrebbe colpevole di tutto - non riferibile, però, alla sua conduzione del Governo - di quale misfatto politico sarebbe colpevole il Premier?
Oggi l’attenzione è rivolta contro l’Uomo di Arcore, ieri è toccato a Bettino Craxi, ancor prima a Forlani e Andreotti. Domani a chi capiterà?
E’ come se ci fosse una regia che faccia partire all’unisono tutta una serie di comportamenti: lo stesso metodo della criminalità organizzata. Come fa la mafia, quando attiva tutti i suoi referenti palesi e occulti per “mascarare” chi dà loro fastidio, per farlo apparire sporco, brutto e cattivo. Per isolarlo e fargli perdere credito. Per colpirlo!
Ci sono oggi tutti i sintomi di un attacco al buon senso e alla stessa democrazia. La sensazione della “mascarata” si fa sempre più estesa e profonda. E’ un attacco scellerato che danneggia il Paese e che si avvale, com’é capitato altre volte, anche della presenza di chi tradisce.
Si avverte un clima antidemocratico, illiberale, autoritario alimentato dai nuovi “fascisti” che sono pronti a una nuova “Marcia su Roma”.
Vito Schepisi
08 ottobre 2011
L'ipocrisia corre sul filo della tragedia

04 ottobre 2011
La Giustizia. Sempre la Giustizia!

30 settembre 2011
Pregiudizi e servitù
