19 ottobre 2006

Giorgio Bocca dal fascismo nero all'(anti)fascismo rosso


Giampaolo Pansa
Giornalista, scrittore, editorialista della
"La repubblica".
Autore della trilogia sulla lotta antifascista con i libri pubblicati: "Il sangue dei vinti" , "sconosciuto 1945" ed ultimo "La grande bugia"
Giorgio Bocca vorrebbe una legge che impedisca di scrivere contro la resistenza. In riferimento al libro di Giamapaolo Pansa “La grande bugia” afferma che non sia tollerabile che democratici si schierino a fianco di Pansa. Se la prende con tutti Bocca, anche con coloro che confessano i misfatti sui fascisti da parte dei partigiani, ed anche contro coloro che ammettono che i partigiani non fossero tutti eroi immacolati e che le loro gesta, spesso, sono precipitate in bestialità superiori a quelle del fascismo.
Giorgio Bocca ha origini fasciste ed anche razziali, non perdona a Pansa l’averglielo fatto notare. Nel 1940 Bocca sottoscrive anche il “Manifesto in difesa della razza italiana” e nel 1942 attribuisce le responsabilità dell’andamento disastroso della guerra alla congiura ebraica. Non ha abbandonato la sua animosità faziosa neanche nel dopoguerra, sempre ferocemente impegnato a seguire gli animi più accesi di una contrapposizione spesso apparentemente irrazionale ma spesso ben valutata, come quando lavorò per Fininvest e Berlusconi, salvo essergli acerrimo nemico a lavoro ultimato. I suoi libri saturi di odio e portatori di ferme e gridate convinzioni vendono copie, non mancando un pubblico che si esalta al richiamo della ferocia.
Il nostro passa all’antifascismo nel 1943, dopo l’8 settembre. Rincomincia da zero ed aderisce al fotofinish a Giustizia e Libertà. A posteriori bisogna dire che nel suo interesse non poteva fare scelta più assennata. “Che razza di democrazia è questa, dove ci sono dei democratici che prendono le parti di Pansa?” Il riferimento di Bocca è al coro di solidarietà ricevuto da politici di destra e di sinistra e persino dal Presidente della Repubblica per la gazarra organizzata da un gruppo di giovani di sinistra in occasione della presentazione a reggio Emilia del suo ultimo libro. Bocca contesta che si possa avere idee differenti, contesta i fatti provati e storicamente documentati di una resistenza dal doppio volto. Uno pieno di ideali ed in lotta per la libertà e l’altro bieco, asservito, fatto di odio e di rancore maturato nelle cellule dei pregiudizi marxisti. In verità ci sarebbe ancora un altro aspetto della lotta partigiana fatto da delinquenti comuni e da banditismo organizzato ma è l’aspetto storicamente meno evidente ed in effetti meno importante.
Un percorso nella storia d’Italia quello di Bocca, un percorso indecente su di una realtà che fa trovare milioni di antifascisti in sostituzione di milioni di ex fascisti, la storia di un trasformismo infido, viscido, opportunista: fatto di furbizie e convenienze. Una storia che fa ritenere che al fascismo del ventennio negli anni si è andato sostituendo una sorta di antifascismo che in molti casi non è altro che fascismo rosso.
Vito Schepisi

18 ottobre 2006

Velo islamico/ Il pensiero debole di Prodi



E' davvero misero il nostro presidente del Consiglio Prodi. In Inghilterra non è riuscito a giustificare la sua contrarietà all'uso islamico di coprirsi il volto che in nome del buon senso, l'ultimo rifugio della morale e dell'intelletto prima di arrendersi alla povertà di spirito. Non gli è venuta in mente nessuna ragione più eclatante, nessun moto d'animo più nobile. Non ha fatto nessun riferimento ai valori della sinistra, nessuno a quelli del cattolicesimo liberale. Si è dimenticato di tutto. E forse non ci ha mai creduto fino in fondo. Come tutto il resto della sinistra. Che ha voluto giocare con le proprie idee fino a smarrirle.
E adesso fa i conti con il pensiero debole di cui ha voluto nutrirsi ridotta all'ombra di sé stessa. Orfana di un apparato etico e intellettuale con cui giustificarsi. Il gioco gli è sfuggito di mano e il prezzo da pagare è alto: l'assenza di un'identità. Nel confronto con il pensiero forte islamico, e davanti a qualsiasi integralismo, non ha nessuna chance di vincere. Ma soprattutto uccide la passione che c'è dentro di noi. In nome del buonsenso non si ergono barricate, non si scende in strada, non si soffre. In nome del buonsenso non si regalano sogni alle donne del mondo. Non si dà loro gli strumenti per emanciparsi. Che se ne fa una donna dell'Islam poi del buonsenso occidentale. Che se ne fa contro un iman, contro i suoi mariti e i suoi fratelli. Come può ergere il suo volto con fierezza e dire no. No a tutto, proprio a tutto. In nome del buonsenso occidentale i suoi occhi non brilleranno di audacia e di coraggio. In nome del buonsenso occidentale nessuno si commuoverà alle sue parole. In nome del buonsenso occidentale non sarà in grado di spiegare nulla. Ne di opporsi a nulla. Contro la razionalità islamica si ritroverà senza armi. Bestia in gabbia costretta alla propria esistenza senza neanche avere gli strumenti intellettuali per spiegare l'ingiustizia che sente dentro di sé e raccontarla ai suoi carcerieri.
E invece la grandezza del pensiero occidentale, e ancor più di quello di sinistra, sta proprio in questo: aver dato voce razionale alla rabbia interiore. Averla trasformato in energia attraverso la parola e aver fatto della parola lo strumento con cui cambiare il mondo. Prodi ha cancellato in un solo colpo tutta la nostra eredità culturale. Tutta la tensione creativa del logo occidentale. Ha cancellato le tracce dello sforzo intellettuale e dialettico che ci ha consentito di costruire un mondo migliore - perché quello occidentale è un mondo migliore di tutti gli altri. Prodi non si è accorto che il buonsenso di cui nutre la sua ideologia e al quale si è appellato ha avuto bisogno di secoli per maturare. Per arrivare là dove nessuna altra civiltà è giunta: giustificare la totale libertà delle donne a scegliere come condurre la propria esistenza. Prodi si è dimenticato di chi è e da dove viene. E così facendo ha tradito tutte le donne del mondo.

Da "Affari Italiani" 18 ottobre 2006
Alessandro Luigi Perna

Fiducia per battere la sfiducia

Si affaccia lo spettro del voto di fiducia sulla legge finanziaria. Prodi, incapace di essere uomo di equilibrio della sua maggioranza, pensa così di blindare i contenuti della legge. Non è una novità, anche in passato con maggioranze numericamente più forti, sulla finanziaria si è dovuto far ricorso alla conta parlamentare sulla permanenza del Governo e sulla verifica della maggioranza che lo sostiene. Questa volta, però, è diverso. Non si tratta di cancellare migliaia di emendamenti che ne ritardano l’approvazione e di ostruzionismi che infilano mazze di ferro tra le ruote degli ingranaggi parlamentari. Questa volta si blinda la finanziaria per poca fiducia nella finanziaria stessa.
E’ una fiducia contro la sfiducia.
Ad una opposizione compatta nel criticarne i contenuti, si è aggiunta in modo trasversale una maggioranza che su alcuni aspetti è fortemente critica. Sono sorti tavoli composti da parlamentari di forze politiche di maggioranza e di opposizione che non fanno mistero di voler far ricorso ad emendamenti opportuni a correggerne il tiro. Il “tavolo dei volenterosi”, come hanno voluto definirsi, può far rendere prevalente la tesi dell’opposizione.
Non si tratta, come per il passato, di una fiducia contro i franchi tiratori che votavano emendamenti utili a focalizzare gli interessi dei loro collegi elettorali, o emergenti dalla pressione delle lobby attive nel Paese. In verità anche queste si sono fatte sentire, e nel caso dei magistrati l’hanno avuta vinta. In un clima di generale austerità e di generale rigore negli impegni di spesa di tutti, viene meno quello dei magistrati che invece si possono aumentare gli stipendi, già lauti e spropositati rispetto al loro impegno, viste le sorti della giustizia nel Paese.
Non si tratta, quindi,di bloccare emendamenti che possano snaturare la portata della finanziaria: si tratta di timore di uno scivolone grande al Senato, in particolare, ma con problemi anche alla Camera.
Questa indecente legge finanziaria, sostenuta a spada tratta solo dal Governo e dalla Cgil, mentre Cisl e Uil si mantengono defilati, con contro tutti i settori produttivi, dalla Confindustra, ai commercianti, agli artigiani; con contro tutti i liberi professionisti, con contro una gran parte di opinione pubblica, con distinguo della Banca d’Italia e forti critiche della Corte dei Conti, con dubbi della Commissione europea, questa legge finanziaria si sottrarrà dal confronto in Parlamento.
Una legge instabile nei contenuti e nelle finalità, un provvedimento elastico che giorno per giorno si allarga nelle proporzioni, e che in un giorno solo s’ingrossa del 15%, per ben 5.300 milioni di Euro in più. Un decreto economico che avrebbe bisogno di condivisione e di confronto, si sottrae alla discussione. Una scena già vista, sin troppo vista. Al Senato in particolare l’attività del Parlamento è diventata superflua. Prodi, se non fosse stato per i suggerimenti del Presidente della Repubblica, non avrebbe neanche riferito sulla questione Telecom e sul piano Rovati.
Questa maggioranza debole per l'opposizione di almeno il 50% degli italiani , oltre alla pretesa di occupare lo Stato, pretende anche di governarlo senza confronto.
Il tasso di democrazia in Italia è in sensibile discesa e la democrazia stessa è in serio pericolo.

Vito Schepisi

16 ottobre 2006

Regina Silenziosa







Vive la natura,
come luce attraverso le foglie,
nella penombra
di un bosco
che a volte
l’autunno
colora di un giallo spento.
Vive sola
Aspettando il tramonto,
col suo respiro affannoso
in silenzio
nel suo canto perpetuo
e con il vento
e le ombre
a farle l’inchino.

Erica Di Febo

14 ottobre 2006

Tornate a casa


Gli italiani vi faranno grazia dal pagarla la tassa per il vostro indecente percorso fuori dalla strada dello sviluppo, purchè ritorniate in fretta alle vostre case.
Quando andrete via non fate come al solito: lasciate l'arredo dei sanitari e non distribuite l'argenteria ai vostri amici. Fate come se i luoghi pubblici che occupate siano sacri come casa vostra.

13 ottobre 2006

Pluralismo?


Sembra che questa volta vogliano fare sul serio. Spaventati dalla vittoria elettorale del centrodestra del 2001 dopo i disastri dei tre governi di quella legislatura, la sinistra vuole chiudere la partita con l’opposizione. Nel mentre, poco prima della finanziaria, si parlava di una nuova legge sul conflitto di interessi in cui Berlusconi dovesse addirittura essere ineleggibile, ecco arrivare un disegno di legge severo nella misura e determinato nella pena.
Anche l’ex magistrato di mani pulite Di Pietro, noto per la sua rozza durezza, ci ha messo del suo: le frequenze della rete espropriata saranno gestite a metà tra l’autority e lo stato. E' da leggere come una destinazione incontrovertibile della linea editoriale delle frequenze espropriate. Come per Telecom, anche in questa circostanza l’indirizzo è chiaro: condurre nella disponibilità dell’esecutivo l’operazione.
Chi saranno i favoriti? Sicuramente i soliti noti. Ma non finiscono qui i regali agli amici, in quanto l’operazione ne ha anche per la carta stampata in gran parte amica. Il tetto del 45% delle risorse rivenienti dalle entrate pubblicitarie, previsto dal ddl, favorirà le entrate pubblicitarie dei mezzi di informazione stampati. Rcs e l’editrice l’Espresso, grosse realtà editoriali, i cui riferimenti editoriali sono ben noti, ne trarranno grossi vantaggi. Il patron del gruppo l’Espresso Carlo De Benedetti ha anche la proprietà di Rete A. Che sia destinatario prossimo di un grosso regalo?
La sensibile riduzione pubblicitaria, invece, per Mediaset che non pretende il pagamento di un canore, non potrà non ripercuotersi sui bilanci dell’azienda e di conseguenza sulla qualità dei programmi e sull’occupazione.
Anche i soggetti rilevatori dell’Auditel cambiano. Non più i partecipanti alla diffusione dei programmi, quindi i soggetti interessati a valutare i reali indici di ascolto ma una società esterna. Si immagina già come formata e come potenzialmente utilizzata.
Tutto questo, udite, nel nome del pluralismo.
Vito Schepisi

11 ottobre 2006

IRAN: punizione ad un piccolo ladro

Scene agghiaccianti




























C' è conflitto di civiltà? Non ci può essere conflitto tra civiltà ed inciviltà!

10 ottobre 2006

I sogni inconfessati di Fassino


Siamo al paradosso! Anni di feroce protesta contro la falsa omologazione dell’informazione durante il governo Berlusconi. Sono passate presidenze Annunziata e Petruccioli e Vigilanze Rai a presidenza di sinistra. Gli osservatori delle presenze in TV hanno registrato presenze sempre privilegiate per la sinistra in confronto al centrodestra. Una rete televisiva monopolizzata fino alla faziosità dalla sinistra e le altre, più equilibrate negli spazi, ma sempre pronte a non smentire l’utilizzo privato del mezzo pubblico del periodo di Zaccaria. Trasmissioni costruite per intrappolare gli avversari politici con conduttori pronti a togliere la parola e far partire filmati costruiti alla bisogna. Arte, quella della manipolazione, oramai tanto riconosciuta alle pratiche disinformatrici della sinistra, la cui scuola è ben nota.
Ecco Fassino, invece, a “Porta a Porta” perdere le staffe contro Vespa che ha mandato in onda un filmato delle proteste dei sindaci contro la finanziaria. “E’ fazioso iniziare in questo modo” quasi che le proteste dei sindaci fossero argomento provenienti da un mondo diverso: da lunatici! Non si è fermato lì Fassino ed ha aggiunto “si poteva iniziare in un altro modo, ad esempio dicendo che questa è una Finanziaria per far ripartire il Paese”.
Questa indicazione la dice lunga su cosa Fassino intende per trasmissione politicamente corretta. Per essere tale deve essere cassa di risonanza dell’azione di Governo, solo però quando governa la sinistra.
E’ un modo vergognoso di concepire l'informazione pubblica!
E' opportuno ripetere che, se l’avesse fatto Berlusconi, ci sarebbero state manifestazioni di piazza, scioperi Rai, interrogazioni parlamentari, proteste dell’ordine dei giornalisti e dichiarazioni di fuoco contro la libertà di stampa?
Alcuni avrebbero persino richiesto l’intervento del Presidente della Repubblica contro l’attentato alla libertà di opinione. Il giornalista rimproverato avrebbe ribadito la sua completa autonomia ed il richiamo alla deontologia professionale, contro il tentativo “squadrista” e la minaccia al libero svolgimento della professione. Si sarebbe insomma compiuto il rito che tutti siamo stati soliti osservare nei 5 anni del passato governo.
Non so se Vespa farà come Santoro o Biagi o altri professionisti “colpiti nell’onore". Ho il sospetto che è proprio ciò che Fassino ed altri vorrebbero. Vespa è scomodo perché non allineato e non manovrabile. E’ un vecchio ed autorevole giornalista democristiano che ha saputo nel tempo mantenere dritta la rotta della sua convinzione politica. Se il suo modo d’esser giornalista sia utile o simpatico a certi settori politici lo è, non per servilismo ma per la sua convinzione dell'essere il suo il metodo più giusto di fare pubblica informazione. Svolge, infatti, da sempre il suo mestiere con meticolosa e puntuale imparzialità. Lascia, come dovrebbe fare ogni giornalista di un servizio pubblico, parlare i protagonisti della politica pur non tralasciando gli stimoli al dibattito ed al confronto.
Non sto a difendere le tesi di coloro che agli effetti positivi di questa finanziaria non ci credono, anche perché la tesi di una finanziaria per lo sviluppo è insostenibile. E’ un’altra bugia, come quella del “non sapevo niente” di Prodi nella questione Telecom.
Fassino la pensi come vuole, e sappiamo anche quanto spesso è in malafede. Pretendere però che il Paese si stenda alla voglia di vendetta di questa maggioranza, ci allontana dal metodo democratico. Supponendo che niente avvenga per caso, almeno a certi livelli, prepariamoci alle vere epurazioni ed anche alla censura.
Fassino dopo una banca vuol diventare padrone anche della Rai e forse persino di tutta l’informazione. E’ questo il suo sogno inconfessato.

Vito Schepisi

07 ottobre 2006

Il Partito Democratico



A corto di argomenti politici, sommersa dai fischi di una Italia delusa, la maggioranza si avvolge nel fumo di un progetto di ingegneria elettorale che serva a mischiare le carte, a ripulire i post comunisti dalle incrostazioni massimaliste ed a liberarsi di Romano Prodi. Fosse per l’ultimo proposito l’Italia forse ci starebbe ma è una finzione, un modo per sollevare polveroni e coprire le vergogne di una maggioranza divisa e senza identità. Anche Prodi, che sa bene che il Partito Democratico lo coprirebbe di naftalina, finge di crederci per avere un luogo dove nascondere la sua impresentabile faccia.
La stragrande maggioranza degli italiani lo ritiene, infatti, un bugiardo ed un imbroglione.
Il Partito democratico è una finzione storica prima che politica. L’idea di creare un partito unico della sinistra riformista si scontra contro tre realtà nello stesso tempo. La prima è che la sinistra che lo promuove è per molti versi conservatrice. L’incontrario della definizione che a questo nuovo soggetto politico si vuole dare. La seconda è che le anime che lo animerebbero sono in antitesi storica. La terza realtà è che questo partito sarebbe una sintesi di almeno tre, se non quattro, correnti di pensiero espresse in Europa. Se così fosse nella Comunità, dove liberali, popolari e socialisti rappresentano la stragrande maggioranza, non ci sarebbe confronto ma pensiero unico. I nostri parlamentari dell'Unione andrebbero a rappresentare un’Italia onnicomprensiva in cui le diverse visioni della società si semplificano, per svuotamento ideale, per unificarsi. L’anima popolare dovrebbe rinunciare ad un po’ della sua visione etica e solidale per abbracciare un po’ della visione liberale ed illuministica della società. Quest’ultima liberale dovrebbe accettare quella di natura dirigistica e un po’ statalista che, a sua volta, rinuncia ad un po’ della visione a stadi organizzati, e con percorsi programmati, e condividere scelte di mercato aperto, di rischio imprenditoriale ed anche di populismo moderato,il tutto accompagnato dal sentimento etico. Che pastrocchio! Un partito di cattolici popolari, uniti a liberali o sedicenti tali di sinistra ed ai socialisti scaglionati a più livelli, dai quelli riformisti e moderati ai post comunisti, ai neo comunisti ed anche ai comunisti alternativi. In verità non è di questa confusione che l’Italia ha necessità! L’Italia, al contrario, avrebbe bisogno di due schieramenti moderati che riflettano due visioni laiche del percorso politico. Da una parte spinte di scelte di libertà e di mercato, con le garanzie proporzionate allo sviluppo e, dall’altra, spinte di scelte di solidarietà e con lo sviluppo proporzionato alle garanzie. E’ così semplice!
Vito Schepisi

05 ottobre 2006

Caro Marco Pannella


Questa mattina ho ricevuto una mail da Marco Pannella con la quale mi informava delle difficoltà, in seno alla RnP, per la coabitazione con lo SDI. Gli ho risposto come segue:
"Caro Marco,Ti invito ad uscire da questa maggioranza e da questo governo. Penso sia la contraddizione di tutta la tua vita. Una scelta, se me lo consenti, scellerata. La tua immagine e quella dei radicali viene vista a fianco della parte più ostile al liberalismo radicale: il cattocomunismo. Siete serviti solo a raccogliere voti contro la cdl. Vi usano solo nelle grandi occasioni come paravento. Avete perso la vostra identità. Nel Paese è come se non ci fosse più il vecchio partito radicale. Tollerate che la politica economica e finanziaria del governo sia determinata da Visco, con Padoa Schioppa a far da paravento. Tollerate la politica estera equivicina, in senso unilaterale, di D'Alema. Avallate con la vostra presenza le bugie di Prodi su Telecom, dove ben sapete si voleva perseguire la restaurazione (similIRI) della politica dirigistica del'economia. L'occupazione delle poltrone, l'intolleranza verso l'opposizione, le bugie quotidiane sulla politica economica, le false promesse. Vorrei ricordarti che Prodi è impresentabile ed insostenibile per ragioni che conosci più di me. E' la negazione delle nostre e delle tue battaglie.Ti chiedo una spinta d'orgoglio e di coraggio. Riscatta la tua storia, sfodera il tuo orgoglio, fai ammenda del tuo errore.Ti saluto con cordialità. Vito "

03 ottobre 2006

Voglia di stupida vendetta


Le proteste di piazza sono politicamente pericolose se a richiederle sono dal centrodestra, mentre sono legittime quando la sinistra le utilizza come clava politica contro il centrodestra. Sembra sia questo il significato dell’avvertimento di Prodi. La piazza ha un significato di forte monito e di valutazione degli umori su temi di grande portata. In passato è stata invocata per gli aspetti più disparati e gli scioperi generali su temi politici sono stati usati per pressione politica e per fomentare un sentimento comune di odio e contrapposizione tra schieramenti. Questa volta, invece, viene richiesta per far sentire la voce del popolo su di un tema che certamente gli appartiene: la pressione fiscale e la sensazione di una politica vessatoria verso gente operosa. E' la piazza che si muove per affermare il principio dell’uguaglianza dei diritti e contro le discriminazioni sociali. La piazza a cui si fa ricorso perché non si mortifichi lo sviluppo per andar dietro a politiche punitive e penalizzanti. Quanto c’è di più democratico e popolare, quanto affermare il diritto di protestare quando si è colpiti in maniera pesante da un governo che ha assunto, non solo l’aspetto di una squadraccia punitiva contro una parte del popolo che non l’ha votato, ma anche quello di capovolgere i valori e la vocazione etica e culturale del Paese? Il manifesto di Rifondazione comunista sui muri delle città italiane “anche i ricchi piangano” è forse la sintesi più appropriata per comprendere lo spirito di questa finanziaria. Ci sono già tante ragioni per piangere, e sembra davvero assurdo che la legge fondamentale del governo debba servire a far piangere qualcuno e non a creare i presupposti dello sviluppo nella sicurezza. La minaccia di Prodi è da respingere con decisione: è la minaccia di un bugiardo recidivo. Le sue menzogne e falsità ci portano verso la dissoluzione dei valori di società compatta e laboriosa. Si ode già nell’aria voglia di fuga. Si ritiene il Paese già incamminato verso una fase di declino e di disfatta.
Non ho mai ritenuto la piazza luogo idoneo per parlare di politica. Ho ritenuto sempre che quella gridata sia la negazione stessa della politica. Essa non rappresenta gli italiani nella loro interezza ma solo la parte più arrabbiata e chi grida non ha sempre ragione: spesso è il contrario. Ho sempre creduto che la dialettica politica si debba svolgere in Parlamento, in quanto questo sintesi di un potere rappresentativo demandato dal popolo. Continuo a pensarla così e sono tuttora contrario al ricorso alla piazza. Il percorso di questo governo, però, non induce a confidare nella capacità del Parlamento di garantire il rispetto delle regole fondamentali di garanzia. Il ricorso sistematico alla fiducia al Senato, ne sta svilendo la funzione. Il voto obbligato in Parlamento, unito all’unico collante di questa maggioranza che è l’antiberlusconismo, rende più incerta la ratio delle scelte, tant’è che il ricatto di rifondazione comunista, che rappresenta il 7% degli italiani, in questa finanziaria ha prevalso sulla logica. Al grido di “anche i ricchi piangano” si sono accodati tutti. Scenderò in piazza anch’io, se sarà necessario, a difendere la nostra Italia dalle menzogne e dalla schiacciasassi autoritaria di una voglia di stupida vendetta.
Vito Schepisi

02 ottobre 2006

Il conto lo paga il contribuente


Non è credibile Romano Prodi quando afferma che sia una finanziaria coraggiosa e di grande portata. Non è coraggiosa perché non ha affondato il bisturi sul tumore che frena la crescita ed assorbe le risorse. E’ lungi dall’essere di grande portata perché produce futuri disastri sul lato dei conti pubblici. La ripresa produttiva del sistema Europa, spinta dal rialzo USA, come si sa, è prevista di breve durata. Allineare il Paese alle esigenze di contenimento dei margini di incremento del disavanzo di cassa, in situazioni di crescita limitata o di PIL pari a zero, scenario previsto per il prossimo futuro, richiede un intervento deciso sul fronte della spesa. Questa finanziaria, invece, ha uno sguardo sul presente ed ignora il futuro. Lo scopo è far cassa subito per consentire nuove spese. Nessun intervento, infatti, è previsto sul fronte delle uscite, anzi, con l’aumento dei fondi da destinare al pubblico impiego si è fatta una scelta precisa, nel verso dell'aumento della spesa corrente, che è poi la scelta di sempre della sinistra. La macchina burocratica dello Stato, ossatura del consenso del centrosinistra, incassa nuovi stanziamenti per i rinnovi dei contratti. Viene perseguita la linea del mantenimento e non quella della razionalizzazione. Il progetto del centrodestra di ridare efficienza alla pubblica amministrazione, con l’informatizzazione e lo snellimento delle pratiche burocratiche, registra un passo indietro. Epifani esprime soddisfazione, dopo aver minacciato il ricorso alla piazza. Bertinotti diffonde la sensazione che questa sia la manovra finanziaria alternativa, come per anni durante il Governo Belusconi è andato ripetendo. “Piangano i ricchi” è lo slogan sui muri delle città. Purtroppo sarà l’Italia a dover versare lacrime amare: quell’Italia operosa fatta di tante piccole imprese e di tante piccole famiglie di operai, impiegati, piccoli imprenditori. Si sta distruggendo economicamente quella parte del Paese che non vota a sinistra. Anche il risparmio cambia la sua vocazione: da virtuosa capacità di costituire fonte di sicurezza per la famiglia, diviene, come sempre inteso dall’immaginario comunista, fonte di rendita parassita. Le famiglie, che spesso si formano sul risparmio dei genitori parsimoniosi, avranno sempre più difficoltà a formarsi. Il comunismo che nel mondo è fallito per la sua inadeguatezza dottrinale, in Italia, grazie a Prodi, riprende quota.
Dopo l’occupazione di tutte le “Istituzioni” del Paese, dopo la conquista dei media e l’occupazione di tutte le reti della RAI, i propositi di rendere ineleggibile Berlusconi e l’avvio del tentativo di far tacere le sue televisioni, la vendetta si abbatte sulle famiglie. Quelle da cui Berlusconi ed il centrodestra hanno tratto gran parte di quel consenso che è forte del 50% degli italiani. I poteri forti spingono all’omogeneizzazione di ogni cosa perché tutto sia “politicamente corretto” e nessuno disturbi il "manovratore".
Come si faccia a dire che questo non sia il governo delle tasse è davvero da mendaci! Sono previsti aumenti del gettito fiscale per oltre 18 miliardi di Euro, nonostante il Governo, parli di 13 miliardi e senza che, come nella precedente legislatura, sia previsto un aumento della base contributiva. Un aumento dovuto ad una serie di balzelli su ogni cosa e questo solo per la gestione Stato. Non finirà, però, solo con le tasse nazionali. Gli aumenti degli estimi catastali comporteranno anche incrementi nelle imposte comunali per gli immobili (ICI) e sono previsti aumenti anche per le addizionali. Un aumento considerevole delle entrate che in sostanza andrà a finanziare la spesa pubblica in buona parte parassitaria. Si sta instaurando quella “lotta di classe” che è poi lotta al buonsenso. Assieme alla rinascita dei miti sociali del comunismo si imbalzama il nostro sistema produttivo, si secolarizzano i poteri delle grandi famiglie che, lungi dal favorire la crescita con investimenti ed innovazione, si fondono, si inglobano, si incorporizzano, si impegnano in scalate finanziarie. Orfani dell’assistenzialismo di stato si industriano alla ricerca di acquisizioni attraverso i sistemi più disparati dell’ingegneria finanziaria. Flussi di cifre da capogiro che passano attraverso partecipazioni di società non capitalizzate. Tutto è sulla carta e poi il conto lo paga il contribuente: a piè di lista.
Vito Schepisi

30 settembre 2006

La Finanziaria della disfatta


"E' una decisione fondamentale per il futuro dell'economia italiana. Avremo un Paese più giusto e solidale".
Sono state queste le parole del Presidente del Consiglio Prodi. Quante volte le abbiamo sentite ripetere dal 1996 al 2001, periodo in cui Prodi e poi D’alema ed ancora Amato ci hanno riempiti di tasse? Non penso che ci sia italiano in buona fede che non ne avverta lo spessore ipocrita e non si aspetti, all’incontrario, un Paese ancora più ingiusto e sempre meno solidale. L’impressione di una grande menzogna è talmente nelle cose da sembrare quasi scolastico il metodo analitico della dimostrazione. La menzogna è anche duplice perché le promesse elettorali di Prodi sono venute clamorosamente meno. Qualcuno ricorda la sua accusa a Tremonti d’essere un “delinquente politico”? Cosa aveva affermato Tremonti? In sostanza tre cose. La prima che la vittoria di Prodi avrebbe comportato un aumento della pressione fiscale. La seconda che le vittime di Prodi sarebbero stati i ceti medi ed i lavoratori autonomi. La Terza che attraverso l’aumento delle aliquote di prelievo sulle rendite si andava a colpire quella parte virtuosa del Paese che risparmiava. Chi era allora il “delinquente politico”, Tremonti o chi voleva nascondere al Paese i suoi propositi?
Prodi, inoltre, aveva promesso la riduzione di 5 punti del cuneo fiscale come primo atto del suo Governo, addirittura nei primi 100 giorni. A coloro che gli facevano notare l’alto costo della operazione, si ipotizzava un costo di 10 miliardi di euro (secondo molti in difetto di stima), il nostro si impegnava in televisione, nel confronto con Berlusconi, a realizzare quanto proposto. Tutto falso se è vero che si prevede solo una parte del taglio nel 2007, e solo per la grande industria: una riduzione "selettiva" è stato detto. Eppure la sua pareva una certezza inderogabile! Doveva interessare tutti: impresa e lavoratori! Va bene che gli italiani sanno quanto possa contare la parola di Prodi, ma in Ungheria, sulle menzogne elettorali del candidato eletto della sinistra, è nata una sommossa popolare.
La ciliegina sulla torta è offerta dal fatto che mentre Berlusconi, sempre nel confronto televisivo con Prodi, si impegnava alla eliminazione dell’ICI sulla prima casa, la finanziaria appena varata ne prevede sostanzialmente l’aumento.
Quante volte abbiamo sentito parlare di macelleria sociale durante il governo di centrodestra? Eppure mai ha tagliato alcunché alle persone indigenti. Ha rialzato, invece, i minimi di pensione e ridotto il prelievo fiscale attraverso la correzione delle aliquote irpef. Quelle aliquote che ora passano dal 23% al 27% sui redditi fino a 28 mila Euro, con la furbizia che il 23% nella situazione attuale è fino a 26mila euro, mentre con la proposta del governo il 27% sarebbe fino a 28 mila Euro, tale da rendere furbescamente incomparabili le tabelle delle aliquote anche se, agli occhi di chi voglia vedere, appare sostanzialmente svantaggiosa la nuova misura. Così per l’aliquota, che nella proposta del governo è del 38%, nella fascia che va da 28mila a 55mila euro, contro l’esistente di 33% fino a 33.500 Euro e 39% fino a 100mila Euro. Serve essere tanto intelligenti per scoprire l’imbroglio? Che dire ancora del proposito di mettere le mani sul Tfr?
Le misure proposte con la finanziaria, generalmente, rispondono a ragioni demagogiche, tanto da far dire che siano state accolte tutte le posizione di Rifondazione Comunista. Si vorrebbe dar a vedere che le categorie meno abbienti dovrebbero trarne grande vantaggio ma sostanzialmente non è così. Se si dovesse fare un calcolo tra entrate ed uscite, secondo i flussi medi di costi, anche le fasce sociali più povere non ne trarranno grande vantaggio e nei casi in cui si vericassero situazioni migliori, ci rimetterebbero per un impoverimento più generale del Paese. Gli aumenti che queste misure genereranno nel costo dei beni di consumo, e soprattutto affitti e servizi professionali. eroderanno ancora di più la capacità di spesa. Questa è una finanziaria che stronca ogni idea di sviluppo e che prefigura una crisi di dispersione delle risorse, oltre che della fiducia.
Il ticket sugli interventi di pronto soccorso è poi una vera beffa al buonsenso. E’ un attentato alla salute dei cittadini. Questi in presenza di un malore, si guarderanno bene dal farsi visitare cautelativamente da una struttura di pronto soccorso, nel timore di non essere ricoverati e quindi di dover pagare il ticket. E’ assurdo!
Si sente già dire che al Senato Prodi porrà l’ennesima questione di fiducia. Stanno già circolando le sue parole di sempre: "Se il governo non ce la fa, io vado a casa. Ma sono convinto che non ci vado da solo". Che vada da solo o in compagnia è però bene che a casa ci vada. E quanto prima!
Vito Schepisi

28 settembre 2006

Risiko Finanziario



L’eventuale crisi di Governo è solo marginale rispetto ai giochi che sono alla base di questo Risiko finanziario. La conquista degli spazi non avviene sul fronte politico ma su quello del controllo dei poteri. Questi ultimi poi assegnano i ruoli in chiave politica. L'abbiamo visto nella scorsa legislatura, con Confindustria armata a demolire lentamente ma costantemente la credibilità del Governo. Erano i poteri finanziari che muovevano le fila. Prodi muoveva le banche e queste muovevano l'impresa. La lezione di Agnelli aveva trovato terreno fertile in Montezemolo. Questi ne era permeato. Le politiche di destra le può fare solo la sinistra, sosteneva il compianto grande vecchio dell'industria italiana. E Luca Cordero di Montezemolo ci ha creduto. All'industria è stato promesso il taglio di 5 punti del cuneo fiscale. Come abbiamo visto, però, non tutte le ciambelle vengono col buco: non sono ancora chiari infatti i tempi ed i modi, e neanche la misura dei tagli. Qualcuno in Confindustria incomincia a ripensarci. L'affare Telecom è un’altra mossa del Risiko, anche se è sfuggito di mano al controllo del dirigismo politico-finanziario. Già si preparano gli scenari nuovi ed i veti reciproci ci riporteranno, se Prodi non cade, ad una nuova mediazione tutta interna al centrosinistra. Il nostro Romano già guardava, col sostegno delle banche, al nuovo soggetto produttivo da inserire nella sfera del suo controllo. Doveva passare così, in modo quasi naturale, con l’affermazione di principio, che ha sempre grande presa nella pubblica opinione, di garantire il controllo italiano sull’azienda delle telecomunicazioni. Candidati a sostenere l'indebitamento Telecom, i contribuenti attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Il disegno particolareggiato, delineato con abilità dai suoi fidati consiglieri, prevedeva lo spezzatino telefonico. La mossa del clan Prodi avrebbe favorito nuovi fidati inserimenti nel controllo delle telecomunicazioni, allargando lo spazio di influenza ed il controllo di una rete che, come si è visto, può rendersi utile a cautelare la privacy del Presidente e dei suoi amici ed ad origliare in quella degli altri.
Ma come si diceva delle ciambelle a volte escono diverse e sono "tappate". In questi "affari" è impossibile muoversi come un pachiderma, come Prodi ha fatto. Ad ogni movimento maldestro, il nostro causa la caduta di una cristalliera coi suoi fragili oggetti di vetro. Tronchetti non ci sta a cedere alla mensa Prodi i suoi piatti di portata e disfa la tavola. Altro movimento di Prodi e si aggiunge danno a danno. Bofonchia un lamento per l’affronto ricevuto e si lascia andare in dichiarazioni incontrollate; denuncia il suo agnosticismo, e non ci crede nessuno, tanto meno nella sua maggioranza. Ed il resto è cronaca nota: dal “siamo matti” alle dimissioni del suo consigliere Rovati ed al tentativo di sottrarsi al confronto in Parlamento. Ora che il petardo è scoppiato ed il fumo si addensa ad offuscare ogni cosa, si affaccia la magistratura per osservare quello che tutti già avevano potuto vedere. Prodi forse nel polverone si salverà, ne uscirà indebolito ma si salverà. Non c’è interesse, ora, a farlo cadere. I giochi sono ancora in corso e la sua parte di “utile idiota” serve ancora. L’altro “cunctator” il console "Fabio MASSIMO Verrucoso" lo vuole ben cotto per mangiarselo in via definitiva. C’è già intanto chi lo vorrebbe sotto tutela, c’è, infatti, chi propone di affidargli una o più badanti per sorreggerlo nel suo cammino incerto, e nel suo percorso sempre maldestro. Il suo incedere ora è simile a quello del ciclista che pedala in salita e che fa oscillare la sua bicicletta a destra e poi a sinistra. Si solleva spesso sui pedali, per ritornare a risedersi sulla sella, ed avanza con affanno mentre il traguardo della fine della legislatura sembra sempre più lontano.
Vito Schepisi

23 settembre 2006

Salvate la democrazia



Come è possibile che Romano Prodi, politico senza leadership e senza partito, persona priva di immagine e di carisma, uomo senza qualità ma alla pressante ricerca del potere, sia (per la seconda volta) presidente del Consiglio per conto del centrosinistra che dovrebbe rappresentare la metà degli italiani? È un mistero su cui la politologia dovrà esercitarsi a lungo.Giampaolo Pansa pensa che Prodi goda di un ottimo «Fattore C», che significa quella parte del corpo che non è elegante nominare. A me pare piuttosto che le ragioni vadano cercate altrove. In prima istanza nel complesso che ha da sempre attanagliato i comunisti, e oggi condiziona i post-comunisti, di volersi servire di politici democristiani o ex per occultare il proprio volto che spaventa la parte moderata dell'elettorato. In seconda istanza nella volontà di strumentalizzare personaggi politicamente fragili, senza forza autonoma ed anche alquanto ricattabili per vicende passate. E di Prodi si possono ricordare i comportamenti spiritici nel caso Moro, i fondi neri Iri e gli intrecci economici personali.Ormai non c'è più alcuno che dubiti che la prova del premier è talmente avvilente da meritare un giudizio negativo anche da parte degli stessi partiti di maggioranza. Il governo non ha una guida politica ma si dedica solo all'affannosa mediazione tra spinte contrastanti che compromettono l'immagine del Paese. La débâcle di Prodi si va a tal punto aggravando che i leader più responsabili del centrosinistra sono sempre meno disposti a puntellarlo. Le gaffe si susseguono a ripetizione: Telecom, Rovati e il Parlamento; il Papa, le sue guardie e la protezione; la Cina, l'embargo sulle armi e i diritti umani; e il terrorismo, il nucleare e Ahmadinejad.Non c'è tuttavia da stupirsi che solo oggi D'Alema, Fassino e Rutelli si accorgano di avere a che fare con un vecchio Irisauro che utilizza i metodi del peggior clientelismo democristiano; e non meraviglia neppure che i poteri forti, che pure lo hanno appoggiato alle elezioni, si rendano conto che il Professore vuole battere la strada del dirigismo statale e dell'interventismo pubblico, l'opposto del potenziamento dei meccanismi del mercato e della concorrenza che soli potrebbero far uscire l'Italia dalla stagnazione. Si tratta delle conseguenze tipiche della strumentalizzazione.Infatti i post-comunisti, che hanno furbescamente scelto Prodi come mediocre archeologo della prima Repubblica democristiana, finiscono per essere vittime del contrappasso. Volevano un «utile idiota» debole, e si ritrovano un cultore del potere di clan, debole sì ma ostinato. Volevano un ambiguo navigante tra il Mediterraneo e l'Europa che aveva malamente presieduto a Bruxelles, e si ritrovano un intrigante interlocutore del fondamentalismo islamista e un propugnatore delle armi alla Cina. Volevano un docile paravento per i moderati, ed hanno a che fare con un poltronista di Palazzo Chigi che per resistere fa asse con il bertinottismo.Noi però guardiamo oltre il triste tramonto del premier preoccupandoci che la guida del Paese scivola sempre più in basso. A risollevarci non basta un decreto sulle intercettazioni telefoniche. Che vinca il centrosinistra o il centrodestra sulla base del voto popolare, riteniamo necessario che al governo vi sia sempre un leader politicamente legittimato e responsabilmente efficace. Prodi non è né l'uno né l'altro. È perciò tempo che i suoi se ne liberino nell'interesse della democrazia e dell'Italia.

Massimo Teodori da Il Giornale del 23 settembre 2006

Avvertimento ........?


"Se il governo non ce la fa, io vado a casa. Ma sono convinto che non ci vado da solo"
Romano Prodi: 22 settembre 2006

21 settembre 2006

Che figura da "Prodi"!


E’ un’immagine di fuga dinanzi alle responsabilità. E’ questa l’idea di un Presidente del Consiglio che si defila dal riferire al Senato sulla faccenda Telecom. Un voto quello di mercoledì a Palazzo Madama che ha il valore di un mandato a comparire per persona informata sui fatti. Disertare equivale a denunciare responsabilità e reticenze. Questo per ciò che riguarda la sostanza. La forma è ancora più grave. Il Parlamento delibera di ascoltare il rappresentante del Governo, nella persona del Presidente del Consiglio. Questi è direttamente coinvolto nella vicenda, a titolo personale, più che come Presidente del Consiglio e leader della maggioranza parlamentare. Il Capo dell’esecutivo, che trae la sua funzione dalla fiducia accordatagli dai due rami del Parlamento, Senato compreso, invece si defila. Un modo, una giustificazione che non trovano riscontri nelle aule parlamentari. Un Capo del Governo, direttamente e nominalmente invitato a riferire che si sottrae dal confronto con i rappresentanti del popolo, in un luogo simbolo della democrazia che è l’Aula parlamentare: è inaudito! La giustificazione è di dover riferire alla Camera dei Deputati il giorno 28 settembre. La data ottenuta per l'audizione alla Camera dei deputati su pressione del Presidente dell'Assemblea di Montecitorio Bertinotti. Dopo la finanziaria chiedeva, senza pudore, Prodi, dopo essersi in un primo tempo defilato ed aver detto dalla Cina, per le richieste di riferire alle Camere provenienti dall'Italia "ma siamo matti?" . Cosa significa dover riferire già alla Camera e quindi potersi sottrarre dal farlo al Senato? Perché il vecchio democristiano di lungo corso, discepolo di Andreatta, e già boiardo di stato prende tempo? A cosa mira? Vuole avere tempo di assestare il muro della sua maggioranza? Ha paura di scricchiolii pericolosi? Perché no al Senato? Teme la defezione di qualche senatore? Non ha avuto il tempo di organizzare la presenza massiccia dei senatori della maggioranza e di quelli a vita? Si deve prima informare sulla situazione di salute di questi ultimi e garantirsi la loro presenza? Si sente debole al Senato? Il venir meno nel conto del voto del senatore Di Gregorio è ritenuto esiziale per la sua risicata maggioranza? E’ ancora tale? Che figura da Prodi!

Vito Schepisi

20 settembre 2006

Prodi tra Telecom ed il Partito Democratico

Deve essere stata una brutta giornata ieri per il Presidente Prodi. Dopo aver dovuto far dimettere il suo fedele consigliere economico Rovati, eminenza grigia per le ricerca dei fondi per le sue campagne elettorali e abile nell'ingegneria economico-finanziaria della occupazione di pezzi di potere, si è trovato costretto a dover rimangiare il “siamo pazzi?” e si è dovuto impegnare a riferire in Parlamento della faccenda Telecom. Bertinotti lo ha incalzato non poco negandogli di prendere ulteriore tempo come il nostro chiedeva. La data è stata fissata per il 28 settembre prossimo mentre Il Professore vagheggiava una data dopo la finanziaria. Una sconfitta su tutti i fronti per Prodi ed alla sconfitta la beffa. Ha perso la gratifica ministeriale per il suo fidato Rovati; ha perso la possibilità di gestire attraverso la Cassa Depositi e Prestiti la società ex monopolista delle telecomunicazioni; ha visto rafforzarsi la componente DS della sua maggioranza attraverso la nomina di Rossi alla Presidenza del CdA di Telecom; ha perso la faccia politicamente per aver mentito agli italiani; è stato sconfessato dall’Europa e dalla sua maggioranza per l’apertura alla soppressione dell’embargo per la vendita delle armi alla Cina (embargo che riviene dall’indignazione del mondo dopo i fatti di Tien An Men); dulcis in fundo al Senato la maggioranza è stata battuta sul voto dell’ inversione dell’O. del G. richiesto dalla Cdl, per cui Prodi, domani giovedì 21 settembre, dovrà riferire in aula sulla questione Telecom.
Ieri Prodi a New York, per distogliere l’attenzione dai suoi modi goffi di trattare la questione del controllo dell’azienda telefonica italiana, ha dovuto parlare, forse anche per una patetica soddisfazione da offrire ai suoi compagni di cordata Fassino e Rutelli, del lancio quanto prima del Partito Democratico. Si sa che, creato questo, Prodi conterà meno che ora. Nei partiti le tessere contano più delle persone e delle storie degli uomini. Bisogna riconoscere che di Prodi tutto si può dire meno che sia un uomo di apparato e capace di controllare sezioni e tessere. Penso che abbia difficoltà anche nei rapporti umani. Non è uomo che ispira simpatia e per chi impara a conoscerlo tantomeno fiducia. Quello del partito Democratico è stato il filo conduttore della politica delle feste di partito. Prima di Prodi, infatti Rutelli ed ancor prima Fassino, per riempire un vuoto progettuale preoccupante e distogliere l’attenzione dalle menate estive dei ministri del buco, e poi del muro, e poi dell’indulto selvaggio si sono dovuti immergere nella progettualità del nuovo soggetto politico. Il Partito democratico che si vuole componete di una vasta area che comprenda istanze cattoliche socialiste e liberali e che si riconosca in un dialogo con le istanze della sinistra sindacale ed alternativa del Paese. In occasione delle feste di partito il tema tra una piadina e l’altra è echeggiato con grande interesse. Tutti , naturalmente, lo vogliono fatto su misura e come sempre accade, la coperta si mostra sempre troppo corta per coprire testa e piedi di tutti. Potrà Prodi cavalcare questa iniziativa per recuperare spazio nel centrosinistra? Quanto tempo ancora lo lasceranno in sella?
Vito Schepisi

18 settembre 2006

Il veterodirigismo di Prodi



Giorni fa discutendo di politica, come spesso accade, il mio interlocutore esauriti i suoi argomenti di confronto se ne uscì con l’ormai famosa domanda da marketing statunitense e riferendosi a Marcello Pera, si parlava di relativismo, mi chiese se avrei mai comprato un auto usata da questo signore. Questa è una domanda che al di fuori di una contestualizzazione mette in evidente difficoltà. La risposta richiesta è talmente banale da risultare (il si o il no) non esaustiva e stupida. M’apparve talmente fuori luogo da farmi reagire in modo diverso dal rispondere nei modi richiesti. Risposi al mio interlocutore che Pera non vendeva automobili e che mai mi sarei rivolto a lui per acquistarne una ed aggiunsi: è uomo di cultura e non venditore di strumenti di consumo e di piacere.
Tutto questo mi fa tornare in mente la faccenda Telecom. Romano Prodi all’indomani delle conclusioni del cda di Telecom, mostra grande disappunto per non esser stato preventivamente informato. Nelle conclusioni del consiglio di amministrazione si delineava un diverso assetto della società telefonica e si mettevano in evidenza situazioni di forte esposizione debitoria e di preoccupazioni per gli azionisti ed i piccoli risparmiatori. Tronchetti Provera, sostiene Prodi, non l’aveva chiamato. Le dichiarazioni di stupore e di irritazione del Professore fanno il giro delle redazioni dei giornali. Lo stupore di Tronchetti Provera, però, cresce di pari. Sui giornali si legge che il manager, presidente del cda Telecom, aveva incontrato il Presidente del Consiglio qualche giorno prima. Prodi, di contro, insiste nell’affermare di non saperne niente e di non essersi mai interessato delle faccende Telecom, benché ritenesse suo diritto sapere. Arriva prsino a minacciare l’esercizio della “golden share” per garantire la permanenza nei confini nazionali del controllo dell’ex monopolista italiano della telefonia. Tutto fuoco di paglia. Sparate ad alzo zero per offuscare l’immagine di una volontà dirigistica e assimilatrice del colosso delle telecomunicazioni. Un ultimo tentativo di ritornare pesantemente alle sue vecchie abitudini di controllo attraverso la leva finanziaria pubblica delle aziende di spessore nazionale.
Tronchetti Provera non ci sta a passare per uno sprovveduto a cui attribuire responsabilità di ogni tipo e tra queste anche quella di aver condotto Telecom allo sfascio. L’ex presidente Telecom rende noto un documento su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri, redatto da Angelo Rovati, consigliere economico e grande e fidato amico di Prodi, in cui venivano “dettate” a Tronchetti Provera le situazioni da delineare per Telecom . Nei propositi di palazzo Chigi era previsto l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal governo, con cui il controllo dell’azienda telefonica, di fatto, ritornava nelle mani pubbliche. All’inevitabile subbuglio che ne riviene, per essere stato smascherato l’indecente atteggiamento di Prodi che fino a qualche ora prima aveva dichiarato di non essere stato informato e di non essersi mai interessato delle faccende Telecom, emerge che il piano era stato redatto dal consigliere economico di Prodi, senza che questi ne fosse stato informato, quasi si trattasse di una esercitazione di “risico finanziario”. Angelo Rovati dichiara infatti che il documento su carta intestata della Presidenza del Consiglio era stato inoltrato alla Telecom per puro esercizio di attività “artigianale”.
Si è dimesso dal suo incarico alla Presidenza del Consiglio, Angelo Rovati, si è dimesso per attribuirsi le responsabilità politiche di Prodi. Si era dimesso anche Tronchetti Provera indicando in Guido Rossi il nuovo presidente. Torna prepotentemente il filo rosso che lega le faccende Telecom. Rovati nella sua lettera di dimissioni inoltrata a Prodi scrive che la sua iniziativa: “e' stata travisata per danneggiare te e il tuo governo” e, parlando di Tronchetti Provera afferma ancora:. “c'e' stato sicuramente un eccesso di fiducia nei confronti di una persona che non ha mantenuto l'impegno di fiducia e di riservatezza”. C’è molta irritazione nel clan col professore che invitato a riferire in Parlamento sbotta: “Ma siamo matti? Basta chiacchiere, ne abbiamo fatte sin troppe”. Un autogol dietro l’altro, un fallimento dietro l’altro ed ancora i post comunisti che dettano le regole del gioco imponendo, in contropiede, ancora un loro uomo e relegando Prodi ed i suoi consiglieri nell’angolo di un veterodirigismo di marca veterodemocristiana.
Comprereste voi una macchina usata da Prodi o dalla sua concessionaria?

Vito Schepisi

17 settembre 2006

Democrazie paurose

Stralci del discorso pronunciato da Oriana Fallaci il 30 novembre 2005 in occasione del premio "Annie Taylor Award" conferitole dal centro Sudi di Cultura Popolare di New York e destinato alle persone che dimostrano particolare coraggio.
da "il Giornale" di domenica 17 settembre 2006

Be': un premio intitolato a una donna che saltò sopra le Cascate del Niagara, e sopravvisse, è mille volte più prezioso e prestigioso ed etico di un Oscar o di un Nobel: fino a ieri gloriose onorificenze rese a persone di valore e oggi squallide parcelle concesse a devoti antiamericani e antioccidentali quindi filoislamici. Insomma a coloro che recitando la parte dei guru illuminati che definiscono Bush un assassino, Sharon un criminale–di-guerra, Castro un filantropo, e gli Stati Uniti «la potenza più feroce, più barbara, più spaventosa che il mondo abbia mai conosciuto». Infatti se mi assegnassero simili parcelle (graziaddio un'eventualità più remota del più remoto Buco Nero dell'Universo), querelerei subito le giurie per calunnia e diffamazione. Al contrario, accetto questo «Annie Taylor» con gratitudine e orgoglio. E pazienza se sopravvaluta troppo le mie virtù. Sì: specialmente come corrispondente di guerra, di salti ne ho fatti parecchi. In Vietnam, ad esempio, sono saltata spesso nelle trincee per evitare mitragliate e mortai. Altrettanto spesso sono saltata dagli elicotteri americani per raggiungere le zone di combattimento. In Bangladesh, anche da un elicottero russo per infilarmi dentro la battaglia di Dacca. Durante le mie interviste coi mascalzoni della Terra (i Khomeini, gli Arafat, i Gheddafi eccetera) non meno spesso sono saltata in donchisciotteschi litigi rischiando seriamente la mia incolumità. E una volta, nell'America Latina, mi sono buttata giù da una finestra per sfuggire agli sbirri che volevano arrestarmi. Però mai, mai, sono saltata sopra le Cascate del Niagara. Né mai lo farei. Troppo rischioso, troppo pericoloso. Ancor più pericoloso che scrivere la verità. Crediamo di vivere in vere democrazie, democrazie sincere e vivaci nonché governate dalla libertà di pensiero e di opinione. Invece viviamo in democrazie deboli e pigre, quindi dominate dal dispotismo e dalla paura. Paura di pensare e, pensando, di raggiungere conclusioni che non corrispondono a quelle dei lacchè al potere. Paura di parlare e, parlando, di dare un giudizio diverso dal giudizio subdolamente imposto da loro. Paura di non essere sufficientemente allineati, obbedienti, servili, e venire scomunicati attraverso l'esilio morale con cui le democrazie deboli e pigre ricattano il cittadino. Paura di essere liberi, insomma. Di prendere rischi, di avere coraggio. Nei regimi assolutisti o dittatoriali, scrive Tocqueville, il dispotismo colpisce il corpo. Lo colpisce mettendolo in catene o torturandolo o sopprimendolo in vari modi. Decapitazioni, impiccagioni, lapidazioni, fucilazioni, Inquisizioni eccetera. E così facendo risparmia l'anima che intatta si leva dalla carne straziata e trasforma la vittima in eroe. Nelle democrazie inanimate, invece, nei regimi inertemente democratici, il dispotismo risparmia il corpo e colpisce l'anima. Perché è l'anima che vuole mettere in catene. Torturare, sopprimere. Così alle sue vittime non dice mai ciò che dice nei regimi assolutisti o dittatoriali: «O la pensi come me o muori». Dice: «Scegli. Sei libero di non pensare o di pensare come la penso io. Se non la pensi come la penso io, non ti sopprimerò. Non toccherò il tuo corpo. Non confischerò le tue proprietà. Non violerò i tuoi diritti politici. Ti permetterò addirittura di votare. Ma non sarai mai votato. Non sarai mai eletto. Non sarai mai seguito e rispettato. Perché ricorrendo alle mie leggi sulla libertà di pensiero e di opinione, io sosterrò che sei impuro. Che sei bugiardo, dissoluto, peccatore, miserabile, malato di mente e farò di te un fuorilegge, un criminale. Ti condannerò alla Morte Civile, e la gente non ti ascolterà più. Peggio. Per non essere a sua volta puniti, quelli che la pensano come te ti diserteranno». La piaga si propaga anche attraverso i giornali, la Tv, la radio. Attraverso i media che per convenienza o viltà o stupidità sono in gran maggioranza islamofili e antioccidentali e antiamericani quanto i maestri, i professori, gli accademici che non dimenticano mai di attaccare Israele, leccare i piedi all'Islam.. Si propaga anche attraverso le canzoni e le chitarre e i concerti rock e i film, quella piaga. Attraverso uno show-business dove, come i vostri ottusi e presuntuosi e ultra-miliardari giullari di Hollywood, i nostri giullari sostengono il ruolo di buonisti sempre pronti a piangere per gli assassini. Mai per le loro vittime. Si propaga anche attraverso un sistema giudiziario che ha perduto ogni senso della Giustizia, ogni rispetto della giurisdizione. Voglio dire attraverso i tribunali dove, come i vostri magistrati, i nostri magistrati assolvono i terroristi con la stessa facilità con cui assolvono i pedofili. (O li condannano a pene irrisorie).E finalmente si propaga attraverso l'intimidazione della buona gente in buona fede. Voglio dire la gente che per ignoranza o paura subisce quel dispotismo e non comprende che col suo silenzio o la sua sottomissione aiuta il risorto nazi-fascismo a fiorire. Non a caso, quando denuncio queste cose, mi sento davvero come una Cassandra che parla al vento. O come uno dei dimenticati antifascisti che 70 e 80 anni fa mettevano i ciechi e i sordi in guardia contro una coppia chiamata Mussolini e Hitler. Ma i ciechi restavano ciechi, i sordi restavano sordi, ed entrambi finirono col portar sulla fronte ciò che ne L'Apocalisse chiamo il Marchio della Vergogna. Di conseguenza le mie vere medaglie sono gli insulti, le denigrazioni, gli abusi che ricevo dall'odierno maccartismo. Dall'odierna Caccia alle Streghe, dall'odierna Inquisizione. I miei trofei, i processi che in Europa subisco per reato di opinione. Un reato ormai travestito coi termini «vilipendio dell'Islam, razzismo o razzismo religioso, xenofobia, istigazione all'odio eccetera». Parentesi: può un codice penale processarmi per odio? Sì, io odio i Bin Laden. Odio gli Zarkawi. Odio i kamikaze e le bestie che ci tagliano la testa e ci fanno saltare in aria e martirizzano le loro donne. Odio i bastardi che insozzano le facciate delle chiese. Odio gli Ward Churchill, i Noam Chomsky, i Louis Farrakhan, i Michael Moore, i complici, i collaborazionisti, i traditori, che ci vendono al nemico. Li odio come odiavo Mussolini e Hitler e Stalin and Company. Li odio come ho sempre odiato ogni assalto alla Libertà, ogni martirio della Libertà. È un mio sacrosanto diritto. E se sbaglio, ditemi perché coloro che odiano me più di quanto io odi loro non sono processati col medesimo atto d'accusa. Voglio dire: ditemi perché questa faccenda dell'Istigazione all'Odio non tocca mai i professionisti dell'odio, i musulmani che sul concetto dell'odio hanno costruito la loro ideologia. La loro filosofia. La loro teologia. Ditemi perché questa faccenda non tocca mai i loro complici occidentali. Sono un'atea, sì. Un'atea-cristiana, come sempre chiarisco, ma un'atea. E Papa Ratzinger lo sa molto bene. Ne La Forza della Ragione uso un intero capitolo per spiegare l'apparente paradosso di tale autodefinizione. Ma sapete che cosa dice lui agli atei come me? Dice: «Ok. (L'ok è mio, ovvio). Allora velut si Deus daretur. Comportatevi come se Dio esistesse». Parole da cui desumo che nella comunità religiosa vi sono persone più aperte e più acute che in quella laica alla quale appartengo. Talmente aperte ed acute che non tentano nemmeno, non si sognano nemmeno, di salvarmi l'anima cioè di convertirmi. Uno dei motivi per cui sostengo che, vendendosi al teocratico Islam, il laicismo ha perso il treno. È mancato all'appuntamento più importante offertogli dalla storia e così facendo ha aperto un vuoto, una voragine che soltanto la spiritualità può riempire. Uno dei motivi, inoltre, per cui nella Chiesa d'oggi vedo un inatteso partner, un imprevisto alleato. In Ratzinger, e in chiunque accetti la mia per loro inquietante indipendenza di pensiero e di comportamento, un compagnon-de-route. Ammenoché anche la Chiesa manchi al suo appuntamento con la storia. Cosa che tuttavia non prevedo. Perché, forse per reazione alle ideologie materialistiche che hanno caratterizzato lo scorso secolo, il secolo dinanzi a noi mi sembra marcato da una inevitabile nostalgia anzi da un inevitabile bisogno di religiosità. E, come la religione, la religiosità finisce sempre col rivelarsi il veicolo più semplice (se non il più facile) per arrivare alla spiritualità. A rischio di sconfessare l'illimitato rispetto che gli americani vantano nei riguardi di tutte le religioni, devo anche chiarire ciò che segue. Come mai in un Paese dove l'85 per cento dei cittadini dicono di essere cristiani, così pochi si ribellano all'assurda offensiva che sta avvenendo contro il Natale? Come mai così pochi si oppongono alla demagogia dei radicals che vorrebbero abolire le vacanze di Natale, gli alberi di Natale, le canzoni di Natale, e le stesse espressioni Merry Christmas e che gioiscono come talebani perché in nome del laicismo un severo monumento a gloria dei Dieci Comandamenti viene rimosso da una piazza di Birmingham? E come mai anche qui pullulano le iniziative a favore della religione islamica? Come mai, per esempio, a Detroit (la Detroit ultra polacca e ultra cattolica dove le ordinanze municipali contro i rumori proibiscono il suono delle campane) la minoranza islamica ha ottenuto che i muezzin locali possano assordare il prossimo coi loro Allah-akbar dalle 6 del mattino alle 10 di sera? E Come mai il nefando professor Ward Churchill non è stato licenziato dall'Università del Colorado per i suoi elogi a Bin Laden e all'11 Settembre, ma il conduttore della Washington radio Michael Graham è stato licenziato per aver detto che dietro il terrorismo islamico v'è la religione islamica?
Oriana Fallaci

15 settembre 2006

Addio Oriana

E' morta una grande donna. In Italia penso la migliore del xx secolo. Ci lascia soli, senza il suo riferimento, senza la forza del suo grande amore per la vita e per la verità. Ci lascia, commossi per il suo grande coraggio e per l'amore per il mondo libero che l'ha sempre ispirata. E' morta una donna intrepida, verace, forte ...una donna vera. E' morta nella sua amata Firenze che ha difeso fino all'ultimo dalle orde incolte di un "pensiero alternativo" e senza senso. L'Oriana Fallaci, colta, intelligente, esplicita, spesso scomoda. La giornalista e la donna di cultura che ha sempre testimoniato con impulso e con determinazione l' idea forte del suo pensiero. Il pensiero ardito che si sviluppa nella storia e nelle tradizioni dei popoli e senza ipocrisie: quel mondo che con originalità e passione, con impeto e partecipazione, crudemente ma schiettamente ci ha raccontato nei suoi articoli e nei suoi libri. Il percorso della sua vita è una linea continua, travagliata, intensa, sempre sulla strada dell'anticonformismo e della sola sua voce, a volte isolata ma forte ed impetuosa, spesso travolgente. Quella sua voce suadente ma inequivocabile che le usciva dal cuore prima che dalla mente. Addio Oriana! Nel mio intimo ti ho amata anch'io!
Vito Schepisi

13 settembre 2006

Casini e follie dell'Udc

Di seguito riporto un mio commento sul post del 12 settembre sul Blog di Arturo Diagonale http://diaconale.blogspot.com/ dal titolo “Il caso UDC aperto e chiuso”
Ma per l’Udc non reggeva neanche la compagnia dei radicali di Pannella? E’ cambiato qualcosa?Cosa c’entra poi l’alleanza che va da Tabacci a Mussolini con l’accusa di impronta populista della Cdl e del suo leader? Diaconale Lei sa meglio di me che sono tutte chiacchiere! Sa anche che la politica è l’arte del possibile ed infatti spesso anche l’impossibile si è visto!
E’ evidente, ad esempio, che l’Udc ha sviluppato la sua strategia politica nel progetto di allargare la sua base elettorale e di perdere le politiche scorse. Speravano nella "debacle" di Berlusconi. Sono rimasti spiazzati non solo dalla tenuta ma anche dal sostanziale successo di F.I. Sono rimasti addirittura senza fiato per i risultati raggiunti e per la quasi vittoria di Berlusconi. Di contro il loro successo elettorale, dopo aver avuto la massima visibilità possibile con la Presidenza della Camera e con un ruolo di anima critica della maggioranza e partito frontiera della coalizione, è stato pur sempre modesto. Si è capito perché volevano il proporzionale! Intendevano smarcarsi e distinguersi. Sono sempre, però, il terzo partito della Cdl, con un quarto dei voti di FI e la metà di quelli di Alleanza Nazionale. Avevano gridato contro la deriva populista di Berlusconi e attendevano all’incasso i voti moderati e centristi. Hanno ricavato solo un modesto raccolto.
Non potendo più far fuori il Berlusconi perdente e senza più presa nell’elettorato, magari recuperato con paternalismo buonista, con promesse di incarichi di prestigio in futuri governi di centrodestra, si sono trovati nella necessità di mutare in corso d’opera il loro progetto politico. Venuta meno la loro convinzione che il Cavaliere si sarebbe fatto bonariamente da parte e, venuta anche meno la proposizione della loro strategia di logoramento del centro sinistra con il potenziale recupero dei voti centristi, è venuta anche meno la proposizione di Casini come uomo credibile alla candidatura da leader dello schieramento moderato.
Nelle elezioni delle cariche istituzionali del Paese, tra cui anche la Presidenza della Repubblica, già si sono mossi con spregiudicato opportunismo. I post - democristiani nella loro strategia erano convinti che l’incarico di alto profilo istituzionale già ricoperto da Casini, avrebbe messo in maggiore visibilità la candidatura a leader del loro uomo, rispetto a quella sempre sul tappeto e mai espressa di Fini. Dopo le ultime elezioni non più. L'Udc si era posta di traverso all'intera coalizione di centrodestra ed il loro obiettivo è stato mancato: Berlusconi è caduto in piedi. Il loro gioco si è rivelato perdente.
L’ottica si è spostata e, nella considerazione di una eventuale caduta del governo e di nuove elezioni, potrebbe riproporsi Berlusconi vincente e quindi ancora leader per 5 anni. Ovvero, se la legislatura dovesse durare fino al 2011 trovarsi ancora Berlusconi candidato alla presidenza del Consiglio.
Si presentano momenti difficili per il governo in carica. La navigazione è incerta e la nave Prodi rischia di incagliarsi ed anche di affondare. C’è la questione Libano con il "marinaretto" che si fa soffiare nelle vele da terroristi e paesi fomentatori di guerre: anche questa è una situazione di rischio per la tenuta del governo. Follini spinge e Casini vuole forzare i tempi. Il soccorso centrista a sostegno al governo per la finanziaria sarà sotterraneo ma sostanziale. I voti dei dissidenti della sinistra alternativa saranno sostituiti in modo più o meno palese da quelli della premiata ditta Casini. Anche per un'eventuale successiva caduta di Prodi si vanno sviluppando intese per l'allargamento della maggioranza.
Una strategia sciatta, di breve termine senza sguardo lungo, dettata dall’improvvisazione e dalla necessità di demolire l’immagine di un centrodestra incentrato sulla figura carismatica di Berlusconi.

Vito Schepisi

08 settembre 2006

11 SETTEMBRE 2001:la tragedia delle Twin Towers...ma anche il compleanno di una simpatica amica ERICA DI FEBO

La follia di uomini che hanno scelto di morire uccidendo per il trionfo di valori incomprensibili. Nel 2001 qualcuno ha detto ad un manipolo di fanatici che negli USA regnava l'impero del male e che in quelle terre, in quelle case, in quei luoghi la vita di tante persone "infedeli" al servizio di "satana" non meritava di continuare. Vite umana stroncate in modo spietato, senza che si rendessero conto del perchè, in un impatto con l'inferno umano così improvviso e crudele. Un impatto folle come tale, scellerato e feroce, è l'impatto dei due aerei contro le torri di Manhattan.
Oggi 11 settembre 2006, cinque anni dopo, distratti, i popoli del mondo si ubriacano di pensieri senza senso. La priorità della lotta al terrorismo si trascina stanca tra le diplomazie mondiali, alla ricerca del conio di formule mediatiche che distolgano le genti dai pensieri e dalle attenzioni. Le democrazie occidentali, ingrassate di benessere, si scatenano in una lotta di potere. Una guerra per la conquista di spazi nella società civile, con i quali esercitare controllo e potere. I fondamentalisti, nel frattempo, si armano e si servono di masse di pacifisti unilateralisti per ammonire i governanti, preoccupati solo ai voti di alternativi, disadattati, consumatori di oppio da papavero ed oppio ideologico.
Oggi 11 settembre è anche un bel giorno per i familiari e gli amici di Erica Di Febo: è il suo compleanno. Non vi dirò gli anni per due ragioni. La prima è che è tra le tante cose a me non note e la seconda, anche se posta la prima ragione è superfluo dirlo, è che ad una signora non si chiedono gli anni: una signora è sempre giovane!
AUGURI ERICA
Vito Schepisi

07 settembre 2006

Per quanto ancora si farà finta di non vedere?

Spesso ci si trova a doversi soffermare su alcune questioni che si pensa avranno nella storia un riferimento epocale. L'11 settembre? Cosa scriveranno tra qualche centinaia d'anni dell'11 settembre? Il mio non è un pensiero per evadere o per mitizzare il presente o per drammatizzare una data, ci mancherebbe anche questo: una generazione assorta ed inerme a pensare cosa penseranno domani! La mia è una chiave di lettura della nostra realtà per ottenere una verifica dei nostri modi ed anche del nostro cinismo. Se penso che dopo la commozione di molti ed anche la soddisfazione per fortuna di pochi, ma anche i visi e le dichiarazioni di circostanza di tanti altri ancora, tutto è tornato come prima. Si parla di imperialismo americano e si accusa Israele di eccessi. Quello che continuiamo a non ascoltare è la ferma ed inequivocabile condanna del terrorismo. Sono stato redarguito in un commento ad un precedente post da un mio iterlocutore che affermava che anche Israele ha fatto ricorso al terrorismo. Ipocrisia e disinformazione! Ho dovuto spiegare che durante la grande guerra gli insediamenti ebraici nei territori che poi saranno chiamati Israele, bersagliati sia dagli arabi che dalla barriera armata del governatorato britannico, che impediva agli ebrei che arrivavano per mare, a quei tempi perseguitati, di rifugiarsi nella loro "Terra Promessa", hanno fatto ricorso fino al 1940 ad azioni terroristiche. Erano ebrei, erano resistenti che ambivano a vivere tranquilli in quella che consideravano la loro terra, non era lo stato di Israele che ancora doveva nascere. L'Italia non ha condiviso la missione militare per la liberazione dell'Iraq. Certamente è stato giusto non condividere, per l'Afghanistan invece sull'onda dell'emozione per l'11 settembre, la risoluzione dell'ONU ci ha consentito di condividere. Quello che mi chiedo: l'Iraq si poteva evitare? Poteva Saddam Hussein consentire un diverso epilogo? Io direi di si. Ma tutto questo obbligando Saddam stesso a determinarlo. Se la comunità internazionale fosse stata compatta nella condanna e nella richiesta del rispetto dei diritti umani in quel paese, senza le furbizie di Chirac, interessato da affari sembra anche privati, senza l'antiamericanismo dell'ala sinistra dei socialisti di Schroeder, con l'ONU unanime in una risoluzione inappellabile in cui si fossero poste le condizioni per la sospensione delle ricerche per l'armamento atomico e si fosse imposta la destinazione al popolo delle risorse economiche rivenienti dalla vendita del petrolio, "food for fuel", magari senza i taglieggiamenti e le mafiosità dello stesso Kofi Annam, ebbene se tutto questo, come la comunità civile del mondo auspicava, senza i se e senza i ma, fosse avvenuto, pensate che ci sarebbe stato l'intervento armato americano in Iraq? Poteva la comunità internazionale, dopo gli esempi più cruenti della politica di Saddam voltare lo sguardo dall'altra parte? Per chi l'ha dimenticato Saddam ha "gassato" popolazioni intere ritenute colpevoli della resa all'avanzata delle forze internazionali nella prima guerra di Iraq, quando aveva invaso militarmente il Kuwait. Saddam ha "gassato" le popolazioni curde programmandone, al pari di Hitler per gli ebrei, lo sterminio. Saddam sottraeva al popolo le risorse di vita per perseguire gli scopi dell'armamento e delle ricchezze personali. Viveva tra gli sfarzi, insensibile al suo popolo che soffriva. Aveva due figli che si distinguevano per efferata crudeltà e che si trastullavano ad infliggere atroci torture, violentavano, sottomettevano e trucidavano giovani fanciulle dopo averle usate per giochi perversi. Uno di loro s'impadroniva della vita di giovani atleti che se perdenti eliminava o faceva eliminare senza pietà. In Bagdad c'era una torre di Babele solo per i loro trastulli e le loro manie. E se le forze alleate non fossero intervenute a liberare l'Italia e l'Europa dal nazifascismo e dalle follie di Hitler? Quando è giusta una guerra di liberazione e quando no? C'è un mondo, una cultura, una religione che vuole avanzare e permeare il mondo. C'è una religione che considera infedeli tutti gli altri e nell'accezione fondamentalista l'infedele è meritevole di morte, forse che qualcuno non se n'è accorto? Oriana Fallaci ha sfidato le intelligenze e gli intellettuali dell'intero universo per denunciarlo: dobbiamo continuare ad ignorarlo? L'Iran sta costruendo la bomba atomica e non fa mistero che appena pronta ne sperimenterà l'efficacia su Israele: dobbiamo ignorare anche questo? E dopo Israele a chi toccherà?
Vito Schepisi

06 settembre 2006

"La serietà al Governo"

Il muro che Prodi si accinge a tentare di superare non è quello di Padova (dalla stanza del buco al buco dietro il muro) ma quello della manovra finanziaria. All’orizzonte c’è la tenuta del governo sia nell’urto col fronte sindacato-sinistra radicale sia col fronte della grande impresa. Il sodalizio confindustriale pone i suoi titoli di credito all’incasso. Gli sono stati promessi 5 punti di cuneo fiscale da abbattere e c’è già da scommettere che se ci saranno andranno tutti a vantaggio del capitale, lasciando invariati il valore netto dei salari. I nostri industriali, anche se è vero che il costo del lavoro incide pesantemente sui conti economici aziendali, non amano investire nelle loro aziende. La nostra impresa spesso è interessata alle scalate finanziarie e magari all’acquisto di pezzi di aziende pubbliche a prezzi di realizzo. Prodi in campagna elettorale ha trovato il modo di guadagnare il sostegno di Confindustria percorrendo la loro vocazioni al sostegno pubblico. Nessuno dice che parte preponderante dei 30 miliardi di euro o, se prevarranno le forze della sinistra radicale, 27 miliardi serviranno al sostegno dell’impresa. Nessuno dice che i pensionati e le categorie più deboli non ne trarranno beneficio alcuno. Eppure, Berlusconi governando, sembrava che i pensionati e coloro che non riuscivano a mantenere le risorse economiche per nutrirsi nell’ultima settimana del mese fossero le priorità del governo della sinistra! Bisogna dire, però, che Prodi è uomo dalle tante risorse medianiche, sarebbe bene in proposito ricordare la seduta spiritica che individuò la località di Gradoli come luogo di detenzione di Aldo Moro. Il nostro è già riuscito a ridurre da 35 a 30 miliardi l’entità della manovra. Sta beneficiando degli effetti positivi della politica economica del governo Berlusconi che, facendo crescere la base imponibile attraverso l’aumento dell’occupazione e razionalizzando le aliquote, ha favorito l’incremento delle entrate fiscali. Riuscirà anche a trovare le risorse per mantenere l’equilibrio dei conti e mantenere gli impegni con la comunità europea? Già si sentono alzare gli scudi protettivi per parare i colpi della macelleria sociale. Niente aumento dei tagli sulla sanità, niente sulla scuola…per carità! La Moratti non era stata accusata di tagliare le risorse delle scuola, pur non avendolo fatto? Niente aumento dell’età pensionabile, in altalena tra notizie e smentite per poi sentir dire che va anche diminuita. Cosa rimane? Rimane il risparmiatore ed il proprietario di immobili, che poi è la stessa cosa, in gran parte dei casi è risparmio investito. Rimangono le patrimoniali su chi nella vita è stato prudente. Va punito chi è stato virtuoso a vantaggio di chi ha sperperato anche ciò che non possedeva. Ma questa non era la serietà al governo?
Vito Schepisi

22 agosto 2006

Equivicinanza e uomini di paglia

Non so se il ministro degli esteri D’Alema interpreti la linea politica della maggioranza di Governo sulla diaspora mediorientale. Certamente non interpreta il buon senso di coloro che considerano Israele un baluardo di democrazia nell’area mediorientale. Non interpreta, senza dubbio, il forte disagio del popolo italiano dinanzi al dilagare in modo sempre più arrogante della violenza, sia verbale che terroristica, di coloro che richiamandosi ai valori fondamentali della loro fede, mirano a sovvertire le conquiste civili acquisite da strati sempre più larghi di popolazione che si richiama ai valori occidentali. Tra l’essere partecipi di una fede che si rifaccia a valori etici di vita, che predichi il riscatto dello spirito in una vita non terrena, che richiami i popoli alla bontà, alla solidarietà ed al rispetto dei propri simili ed il voler imporre in modo imprescindibile i propri valori, tanto da tacciare i non partecipi d’infedeltà, e quindi meritevoli di soppressione fisica, ci passa un varco tanto enorme quanto tale, in aberrante deformazione etica, deve essere considerata la logica fondamentalista. Quando il nostro ministro degli esteri predica l’equivicinanza del nostro Paese alle parti in causa nell’area mediorientale, confondendo anche tra paesi e fazioni non riconosciute come entità di diritto, infligge alla nostra civiltà, alla nostra cultura ed alle nostre origini giudaico-cristiane un vulnus di portata storica. Quando per giunta il nostro Ministro degli Esteri, nei fatti, traduce l’equivicinanza in collateralismo con palestinesi e mondo islamico, senza se e senza ma, ed ancora con Hezbollah nella condanna di Israele, quasi quest’ultimo fosse responsabile di aggressione ingiustificata al Libano, questi infligge al nostro Paese una condanna internazionale di inaffidabilità e scarsa credibilità. L’Italia non è la Francia che ha la pretesa storica d’essere il centro dell’universo politico. In Francia la politica estera spesso è affidata alle scelte di collocazione autonoma, anche dall’Europa, che faccia emergere la sua unicità. Nella questione irachena, spesso, anche richiamandosi a spinte pacifiste, quando ben sappiamo quanto poco ispirate al pacifismo siano le politiche d’oltralpe, gli interessi economici della Francia, e dei suoi leaders, inducevano Saddam Hussein ad accrescere la sua arroganza, nella certezza di avere sulla sponda francese un baluardo capace di frenare l’intervento dell’ONU, come di fatto per largo tempo è stato. L’Italia è un Paese che non ha diritto di veto all’ONU, non gode nel mondo di credibilità diplomatica tale da poter giustificare politiche “creative”. L’Italia è un Paese che in altre avventure ha perso l’ultimo conflitto mondiale e che dopo la ricostruzione ed il recupero della sua capacità economica e produttiva, spinta dalle follie comuniste e sindacali, ha aperto alle politiche della spesa indiscriminata legando il Paese ad un debito pubblico di portata sudamericana. L’Italia, infine, è un Paese che ha fatto della sua instabilità di governo un marchio di origine pari al “made in Italy”. Solo la caduta del muro di Berlino ed il fallimento del comunismo hanno poi reso irreversibile la sua scelta europeista ed occidentale, fino ad allora resa anch’essa instabile per la presenza del più grosso partito comunista del mondo libero, partito in cui ha militato con ruolo di prima grandezza il nostro attuale Ministro degli Esteri. La pretesa di quest’ultimo di voler giocare un ruolo da protagonista tra Israele, Libano ed Hezbollah pone il nostro Paese ed i nostri militari dinanzi a rischi di incalcolabile portata. L’Italia che rifiuta la guerra, che si richiama all’art. 11 della nostra Costituzione; l’Italia che ha difficoltà a rifinanziare missioni di peacekeeping, intese come supporto alle politiche di ispirazione statunitense, si sbraca in uno dei luoghi tra i più pericolosi del mondo dove gli scenari di guerra sono vita quotidiana, dove caschi blu, addetti solo a funzioni di osservatori, ci hanno lasciato la vita a centinaia negli ultimi anni. Inviati dall’Onu per porsi al di là del confine nord di Israele, nel sud del Libano, a garantire i confini tra i due Paesi dalla presenza di guerriglieri e terroristi e per assistere al disarmo dei miliziani Hezbollah (Il Partito di Dio) gli osservatori della forza multinazionale ONU si sono spesso trovati tra i due fuochi e sono stati persino utilizzati come scudi per frenare la reazione di Israele ai raid terroristici dei miliziani Hezbollah. Quanto sia stata rispettata la risoluzione ONU 1559 del 2004 è ben noto anche se il nostro Ministro degli esteri, attento a dirsi equivicino, sembra ignorarlo tanto da considerare eccessiva la reazione israeliana agli atti di guerra Hezbollah ed al lancio quotidiano di centinaia di missili dai territori al sud del libano sui centri abitati israeliani. Quel territorio che, tra l'indifferenza di fatto degli osservatori dell’ONU veniva fortificato e ben armato da Siria ed Iran. Il nostro Ministro degli Esteri, inoltre, si guarda anche bene, sempre per la sua equivicinanza, dal deplorare i comportamenti di Iran e Siria, veri responsabili dell’escalation dell’ultimo conflitto ed ormai artefici di una guerra per interposta persona e su territorio di un altro stato. Non abbiamo sentito il nostro equivicino esprimersi neanche sulle dichiarazioni del leader iraniano sull’annientamento e la cancellazione dalla cartina geografica di Israele e neanche sulle dichiarazioni di Nasrallah leader del Partito di Dio che gli faceva da eco. Il nostro, invece, teneva a farsi riprendere mentre passeggiava molto “equivicino” circondato da leaders Hezbollah ed a braccetto con un loro esponente del parlamento libanese a Beirut, nella zona controllata da Hezbollah, tra le rovine dei palazzi bombardati da Israele.Al momento non sono chiare almeno due cose: oltre ai tremila soldati impegnati dall’Italia da dove verranno gli altri 12.000 richiesti? Posto poi che la risoluzione ONU 1559 non è stata dichiarata decaduta, anzi costituisce la premessa per la nuova risoluzione, chi avrà il compito di disarmare Hezbollah?
Sembra che il grande sforzo diplomatico di Prodi e di D’Alema non sortisca effetti di adesione alla forza multinazionale e che ancora si stia riaprendo la questione delle regole di ingaggio. Sembra che negli Usa qualcuno si stia chiedendo chi disarmerà Hezbollah. Negli Usa, infatti, sono certi che non potrà essere l’Italia ad imporre il disarmo, priva com’è della forza politica per poterlo fare. Anche l’idea di affidare il comando della missione all’Italia sembra che trovi più di un ragionevole ostacolo: nessuno sembra fidarsi di una politica estera “equivicina”. Prodi, da fantoccio di paglia qual è, si sta facendo trascinare su di un percorso molto tortuoso ed irto di pericoli e, se privo di obiettivi precisi e condivisi, pericolosamente senza ragionevole ritorno.
Vito Schepisi

03 agosto 2006

I Dittatori, in Italia, hanno accento emiliano


La sinistra sa già che se cade il Governo e si va a nuove elezioni le perde sonoramente. Non cadrà il Governo. Continueranno ad infliggere nuove vessazioni e mortificazioni al popolo italiano. Non ce ne libereremo facilmente. La Margherita sa anche che caduto "il provolone" i DS imporranno un loro candidato, come è anche giusto che sia, e.... sarebbe la loro fine e lo sanno bene. Che ragione ha di esistere una formazione politica, che in Europa è alternanza al gruppo socialista, mentre in Italia è a sostegno, lasciando il monopolio dell'opposizione ai rappresentanti italiani dei popolari europei? Un controsenso tutto italiano! Andranno avanti a colpi di fiducia e con la complicità dei vertici istituzionali. Andranno avanti minacciando la caduta del Governo e facendola balenare come la vittoria di Berlusconi. Andranno avanti a discapito del buonsenso e delle regole democratiche. Andranno avanti anche utilizzando gli organi dello Stato preposti all'ordine pubblico. Andranno avanti anche sospendendo le attività del Parlamento. Andranno avanti anche sospendendo le libertà fondamentali. Andranno avanti anche arrestando gli oppositori. Un dittatore sta morendo (Fidel Castro), politicamente è già morto, altri dittatori nascono. I dittatori hanno la faccia quadra, il cervello piatto, si ritengono "primi della classe", hanno spesso devianze sessuali tipo sadomasochismo: si eccitano nel procedere sul filo del rasoio. In Italia, poi, i dittatori hanno accento emiliano......

Vito Schepisi

02 agosto 2006

Facce da Prodi: ecco i dittatori!

Ci vuole una buona dose di faccia tosta: una faccia da Prodi! Affermare che si faccia ricorso al settimo voto di fiducia su un decreto anche così complesso ed articolato, attribuendo la responsabilità all’opposizione ed ad un presunto inesistente ostruzionismo, è proprio da Guinness dell’ipocrisia. Faccia tosta ed ipocrisia e vuoto assoluto di dignità: questo Governo è da relegare tra i peggiori del dopoguerra. Prodi blinda il provvedimento consapevole che una seconda lettura al Senato potrebbe essere fatale. Tutto qua…faccia quadra la finisca con le bugie. Questo figuro, retaggio della peggiore prima repubblica, definito in sede europea “inadeguato”, abbia il buon senso di farla finita col prendersi gioco degli italiani. Lacrime di coccodrillo e stucchevole bofonchiata richiesta di scuse per il nuovo ricorso alla fiducia. Questo decreto spacciato per “le liberalizzazioni” contiene come afferma Tremonti solo il 5% di provvedimenti cosiddetti liberali ed il 95% di introduzione di nuove vessazioni fiscali. Sottrarre al dibattito ed al confronto parlamentare un provvedimento di questo tipo significa imporre leggi e provvedimenti senza il controllo del Parlamento: significa dittatura. Il ministro dei rapporti col Parlamento, Chiti, ha giustificato la richiesta della fiducia per la presenza alla Camera di 600 emendamenti. Il provvedimento consta di oltre 40 articoli ed alcuni ben articolati e complessi per ben celare mannaie vessatorie. Non può quindi definirsi ostruzionistica la richiesta della opposizione di entrare nel merito dell’articolato e di proporre modifiche. Sull’indulto a Senato sono stati votati ben 1500 emendamenti. Ministro Chiti….ma mi faccia il favore! Neanche le preoccupate pressioni di Napolitano e le perplessità di Marini sono servite a far desistere questa maggioranza dall’assumere comportamenti arroganti e lesivi della democrazia. Quanto sembrano lontani i tempi in cui per ogni provvedimento proposto e discusso nel Parlamento (signori sedicenti democratici della sinistra ho detto nel PARLAMENTO) si ergevano le barricate e si serrava un dibattito fatto di insulti e trame dietrologiche! Vestali offese che chiedevano di vendicare il loro onore per l’insorgere di un regime. Quanti “buffoni” hanno recitato l’unico copione di cui sono capaci! Quante volte ho sentito pronunciare la parola “inaudito” da mestieranti della politica avvezzi ad ogni trama e consumati alla più bieca ed insulsa capacità di mescolare indecorosamente ogni carta! Ecco amici: questi sono i dittatori!
Vito Schepisi

01 agosto 2006

Caro Annan, dov’era l’Onu?*

Lettera che due genitori israeliani (Yossi Zur e Yon Kehrmann) hanno inviato a Kofi Annan, Segretario generale dele nazioni Unite ( da Il Giornale dell'uno agosto 2006)

Siamo due genitori che hanno perso i propri figli il 5 marzo 2003, nell'attacco terroristico suicida avvenuto su un autobus nella città di Haifa in Israele. A seguito delle sue recenti critiche su Israele, ci sentiamo in obbligo di scriverLe questa lettera. Con tutto il rispetto dovuto, Segretario Generale, Le chiediamo con quale diritto ritiene di poter criticare le azioni compiute da Israele di recente, in particolare tenendo in considerazione il fatto che l'attuale conflitto non è altro che una diretta conseguenza del tentativo fallito da parte delle Nazioni Unite di applicare la risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu? Nel 2000, Israele ha ritirato le proprie truppe fino ai confini internazionali rispettando le decisioni delle Nazioni Unite, al fine di vivere in pace. I soldati sotto il mandato delle Nazioni Unite, nella cosiddetta missione di pace, si sono installati nel sud del Libano per molti anni, fallendo miseramente nel tentativo di mantenere la pace nel territorio.Negli ultimi sei anni, dal 24 maggio 2000, i delegati dell'Onu hanno fatto ben poco per prevenire l'armamento dei gruppi militanti di Iran e Hezbollah in mezzo al resto della popolazione civile libanese, nascondendo le armi nelle proprie case, scuole e moschee. I terroristi legati a Hezbollah (perché è proprio quello che sono) hanno preso in ostaggio non solo il sud del Libano, ma l'intera popolazione libanese, per portare avanti i loro piani estremisti e continuare l'aggressione perpetrata contro Israele. Sembrerebbe, Segretario Generale, che Lei non sia al corrente dei fatti che hanno determinato i recenti eventi: la violazione del territorio israeliano da parte di Hezbollah e in particolare di quegli stessi confini che sono stati definiti e che dovrebbero essere sotto il controllo delle Nazioni Unite, secondo la risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza. Hezbollah ha attaccato le forze israeliane, che eseguivano semplici controlli di routine del confine all'interno dei territori israeliani, uccidendo 3 soldati dell'Esercito di Difesa d'Israele, ferendone 2 e sequestrando Eldad Regev, 26 anni, di Kiryat Motzkin e Ehud Goldwasser, 31 anni, di Nahariya.Ci permetta di chiederLe: perché le truppe in missione di pace dell'Onu sono fuori dei villaggi nel sud del Libano, invece di aiutare i civili a sfollare le aree a rischio dove opera Hezbollah? Perché l'Onu ha consentito all'Hezbollah di usare i civili libanesi come ostaggi nella guerra che l'Hezbollah sta conducendo nella speranza di distruggere lo Stato di Israele? Perché le truppe in missione di pace dell'Onu lasciano che i terroristi nascondano le proprie armi nelle case abitate da donne e bambini nel sud del Libano? Dov'erano le forze per la missione di pace nel 2000, quando tre soldati israeliani furono sequestrati dai territori di Israele e portati in Libano? I tre soldati rapiti, passarono davanti a una stazione Onu senza che ciò sollevasse alcuna reazione da parte delle Nazioni Unite e delle sue truppe in missione di pace. Perché ogni volta che sentiamo le sirene e scappiamo verso i nostri rifugi per proteggerci da uno dei 2.500 missili lanciati da Hezbollah, voi non fate qualcosa per assicurarvi che i gruppi iraniani che finanziano Hezbollah non si procurino armi nucleari? In questi tempi difficili, sembra sia facile incolpare il governo israeliano, basandosi unicamente sulle notizie che arrivano dal Libano. È proprio vero che le foto tratte da quelle scene ritraggono perfettamente la sofferenza subita attraverso quella coltre di fumo e fiamme. Anche a noi dispiace vedere persone innocenti che soffrono in Libano. Siamo straziati dai continui attacchi missilistici di Hezbollah dalle zone ad alta concentrazione di civili, che costringono i nostri gruppi di difesa a trovarsi in situazioni difficili a cui seguono dure conseguenze. Ma La preghiamo di capire che questi fatti e immagini pesanti da digerire non significano che la nostra sia una causa ingiusta. Le chiediamo, in qualità di Segretario Generale delle Nazioni Unite, di costruire le Sue critiche in base ai fatti e non in base a cosa c'è in gioco nell'arena internazionale. I fatti sono chiari e indiscutibili: Israele è stato attaccato, ancora una volta, sul proprio territorio, dai terroristi di Hezbollah, i cui sostenitori iraniani vogliono «cancellarci dalla mappa». Abbiamo il diritto come Stato di difenderci. Il nostro governo ha provato per anni a lasciar risolvere questi problemi all'Onu, ma dopo anni di insuccessi da parte delle Nazioni Unite, il nostro governo ha l'obbligo morale di agire per proteggerci.In qualità di genitori che hanno subito la tremenda perdita dei propri figli per mano dei terroristi, possiamo solo immaginare cosa stiano passando le famiglie dei soldati rapiti. Siamo sicuri che stanno soffrendo terribilmente e hanno molta paura per le vite dei propri figli, e penseranno che nessuna azione o reazione potrà essere mai abbastanza. Ci chiediamo quale sarebbe stata la Sua reazione se fossero stati i suoi di figli a essere stati rapiti dai terroristi. Invece di criticare Israele ogni qualvolta che cerca di proteggere i propri cittadini, forse le Nazioni Unite dovrebbero fare di più per far rispettare la legge e ristabilire l'ordine spianando la strada e diventando la forza leader nello smembramento e nel disarmo di Hezbollah. Allo stesso tempo speriamo che si renda conto che l'Iran è una minaccia non solo per Israele ma per il mondo intero. Il Presidente dell'Iran ha dichiarato «Non abbiate dubbi... se sarà fatta la volontà di Allah, l'Islam conquisterà cosa? Conquisterà le vette del mondo». E ha aggiunto: «Noi (l'Iran) dobbiamo prepararci a governare il mondo». Sappiamo che Israele è un bersaglio della collera iraniana e temiamo non sia l'ultimo. Se Nazioni Unite, Israele e il popolo libanese collaborassero e ognuno adempisse ai propri obblighi, potremmo ristabilire la pace, per sempre, nella nostra regione.

*Yossi Zur (padre di Asaf, quasi17 anni quando fu ucciso)
*Yon Kehrmann(padre di Tal,18 anni quando fu uccisa)