23 settembre 2012

La condanna politico-giudiziaria delle opinioni



Il Presidente Napolitano fa sapere che sta seguendo la questione del pericolo di arresto del Direttore del Giornale.
Sallusti rischia il carcere perché il suo giornale, al tempo il quotidiano Libero, con un corsivo a firma Dreyfus, aveva criticato duramente un giudice tutelare.
Questi con un suo provvedimento aveva, infatti, consentito il ricorso all'aborto per una bambina di tredici anni. Dopo l’intervento, la minore, scossa per il trauma subito, era stata ricoverata in clinica psichiatrica.
Il corsivista, che sembra non sia neanche Sallusti, aveva così scritto su Libero la frase incriminata: "se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.
I fatti sono del 2007 e siamo già alla pronuncia in Cassazione. Solo 5 anni, e sono stati esauriti tutti i tre gradi del processo penale, quando per un diritto del semplice cittadino passano decenni. Misteri della Giustizia italiana!
In primo grado, il Tribunale aveva condannato Sallusti a una sanzione di 5.000 Euro, non soddisfatti i PM di Milano, ricorrevano, però, in appello. E qua accade ciò che suscita perplessità, anzi sbigottimento.
In Appello, Sallusti passa dalla sanzione di 5.000 Euro ad una condanna a 14 mesi di carcere, senza condizionale “a causa - si legge nella sentenza - della sua pericolosità e perché se lasciato a piede libero potrebbe commettere altri reati”.

Questi sono in sintesi i fatti, e pensiamo che Sallusti, salvo rigurgiti di ulteriore follia, non andrà in carcere. Sarebbe un autogol della magistratura e la definitiva dimostrazione che in Italia i diritti fondamentali della persona sono compromessi e che l'autoritarismo giudiziario costituisce un grosso pericolo per l'agibilità del pensiero e dell'informazione. E sarebbe, ancora, l'accertamento definitivo della politicizzazione di una parte della magistratura e dell'aggressione politico-giudiziaria verso la stampa libera e non allineata.
Tutto pertanto si sgonfierà. Perché non conviene alla magistratura, alle istituzioni, alla politica. Lo speriamo vivamente per Sallusti.
Il Quirinale, le forze politiche, il Parlamento, la stampa con il sindacato e con l'Ordine si attribuiranno tutti insieme il merito. Invece sono tutti colpevoli in ugual misura. Tutti complici e responsabili della deriva autoritaria del Paese.
TUTTI IN ATTESA DI CONDANNA DELLA STORIA
Ma può finire così?
Nessuno dovrà spiegarci come mai il Tribunale di Milano ha emesso una condanna così grave, con l'aggravante di motivazioni così pesanti e così prive di tolleranza per il pluralismo delle opinioni e per la manifestazione delle idee?
Quale logica l’ha sospinta ad un provvedimento così grave e così manifestamente illiberale che, salvo qualche inghippo che la Cassazione dovrà trovare nella sentenza di Appello o salvo qualche provvedimento legislativo decretato all’ultimo momento, porterebbe in carcere un giornalista solo perché Direttore di una testata in cui un corsivista anonimo ha espresso un’opinione?
C’è una legge e la si deve applicare! Ammettiamo che sia così, e ammettiamo che in Italia tutte le leggi siano applicate, ma come si spiega la durezza della sentenza e come si spiega la negazione della condizionale e le sue motivazioni?
E' sufficiente, poi, che il Parlamento modifichi le leggi sulla libertà di stampa?
E se fosse un libero cittadino a manifestare idee diverse da quelle, invece, cantate nel coro del “politicamente corretto”?
Ciò che dovrebbe preoccupare tutti è la condanna politico-giudiziaria delle opinioni.
Vito Schepisi

17 settembre 2012

Rien ne va plus



La spesa pubblica è arrivata al 60% del Pil. Il Pil come sappiamo è l'intero fatturato italiano.
Per capirci meglio bisogna pensare che se in questo momento comprassimo un chilo di pane, pagando 3 euro, nello stesso momento, in termini teorici, ma con effetti pratici, lo Stato spenderebbe 1,80 Euro.
Vale a dire, ancora, che tutto ciò che si fattura in Italia, compresi i salari, trova una spesa corrispondente per 3 quinti di costi pubblici.
E parliamo sempre di costi primari, cioè non teniamo conto dei costi degli interessi sul debito che al momento s’attestano sugli 80 miliardi di euro l'anno.
Questo concetto deve essere chiaro, se si vuole capire cosa ci troveremo dinanzi dopo le elezioni politiche di primavera.
Il rapporto spesa pubblica/Pil è insostenibile e, infatti, l'Italia non riesce a bloccare la dinamica del debito sovrano.
Il debito per suo conto è insostenibile perché ci espone ai venti della speculazione. A giugno di quest'anno, nonostante la cura da cavallo di Monti, ha raggiunto il record di 1.972, 900 miliardi di euro. Non si può pensare di continuare così. Bisogna bloccarlo. Per bloccare il formarsi del nuovo debito sono note solo due strade: 1) abbassare le spese; 2) aumentare le entrate. Non se ne conoscono altre, tutt’al più la combinazione tra le due azioni. La terza, invece, sarebbe il fallimento.
Spero che tutto questo sia chiaro. E spero che sia chiaro che nonostante il recupero record del 2011 dell'evasione fiscale il debito sia aumentato ugualmente. Così si risponde in anticipo ai molti imbecilli che dicono di avere, beati loro, la soluzione in tasca.
Spiegare perché, a volte, se si spreme il contribuente e si contesta il sommerso, si finisce col contrarre le entrate fiscali, anziché aumentarle, può apparire complesso, ma non è così. Facciamo un esempio. Se una piccola impresa riuscisse a sopravvivere e a pagare i salari alle maestranze, lavorando nel sommerso - nel mezzogiorno ci sono migliaia di piccole imprese che lo fanno - creerebbe ricchezza e metterebbe in circolazione risorse per i consumi. Se chiudesse, invece, creerebbe disoccupazione e bisogno sociale, e sottrarrebbe risorse alla domanda.
Il saldo tra le due cose è positivo nella prima ipotesi ma negativo nella seconda. E' per questa ragione che l'alta pressione fiscale crea povertà al Paese e finisce col criminalizzare i piccoli lavoratori autonomi che dinanzi alla scelta tra sopravvivere o capitolare scelgono la prima.
Da questo ragionamento, per concretezza, proviamo a trarre delle conclusioni.
In primavera si vota. C'è chi è incazzato e a votare non ci andrà. C'è chi è anche lui incazzato e, per protesta, andrà a votare i comici che s’improvvisano politici - sarebbe come se, per curare un dente, si andasse dal ciabattino - c'è, invece, chi andrà a votare e farà le sue scelte.
Dico subito che sono contro la protesta sterile. Il voto è un diritto, ma anche un dovere. La democrazia si forma attraverso il consenso e, se la politica per alcuni è diventata un espediente per vivere bene alle spalle di altri, la colpa è anche di chi non sa fare le scelte.
Le scelte!
Destra, sinistra, centro, francamente, sono tutte sciocchezze. Gli imbecilli e le persone per bene ci sono dappertutto. Non c’è il partito degli onesti o quello dei disonesti. E spesso quelli che si dicono onesti si organizzano per il consenso in modo “mafioso”, ma questa sarebbe già un’altra storia! Le etichette sono arnesi della vecchia politica e servono per alimentare le polemiche, distraendo i cittadini dalle scelte da cui dipendono la nostra vita quotidiana e il futuro delle giovani generazioni: ciò che la partitocrazia, per il proprio vantaggio, sta distruggendo.
E’ da premettere che tutto si può dire, anche garantire un salario a tutti, dare una casa a chi non l'ha, ed anche far sposare Vendola con il suo amichetto. Le parole non costano!
La scelta fondamentale da fare, però, è tra il tagliare la spesa o aumentare le entrate (tasse), perché è necessario scegliere ciò che ci serve per essere liberi di realizzare ciò che vogliamo.
A tal fine, il quadro è più chiaro di quanto non si pensi. Possiamo dire che i due schieramenti, anche se divisi all’interno, sono perfettamente rappresentativi di queste due strade.
Quella, infatti, che si definisce sinistra, centrosinistra, movimenti di protesta o partito delle manette (Grillo e Di Pietro) prevalentemente va verso la strada dell’aumento delle entrate (le tasse), per sostenere la spesa.
Quella che si definisce destra, centrodestra e altri movimenti nascenti (Giannino e Montezemolo) punta invece a contenere la spesa e ridurre le tasse.
Quando si ragiona, si capisce cosa serve all’Italia, altrimenti, se si vota per istinto e pregiudizio, è un po’ come andare a puntare al casinò.
Fate il vostro gioco! Rien ne va plus!
Vito Schepisi

31 agosto 2012

“Rinascibari” è un’idea per Bari



Partire dalla realtà superando i sogni dei programmi ambiziosi che restano sulla carta - quando non sono solo castelli di sabbia che si sfaldano senza lasciar traccia - per recuperare risorse per la ripresa, per rilanciare i servizi e per dotare la Città di un assetto urbanistico efficiente.
Bari è una Città da far rivivere. Non è quella delle cronache degli ultimi anni. Non può vincere la rassegnazione nel considerare compromessi i valori tradizionali delle società civili, come la legalità, l’attenzione ai bisogni sociali, la sicurezza pubblica, l’igiene, la cultura, il futuro dei giovani. Non può essere la Città incapace di amministrare un prestigioso Teatro, come il Petruzzelli, senza lasciarsi coinvolgere  nelle politiche clientelari e negli sperperi.
C’è un gruppo di donne e uomini liberi che ci vogliono provare. Si sono incontrati con il passa parola. Si sono detti: “proviamoci, chiamiamoci Rinascibari”.
E “Rinascibari” sta diventando un’idea per Bari: vuole essere un metodo che rompa con il passato e con la consueta politica utile alle famiglie dei palazzinari che realizzano le fortune di pochi, assorbendo le risorse da utilizzare per le necessità di tutti.
A Bari c’è la sofferenza delle famiglie e delle imprese: le prime inquiete per le difficoltà quotidiane di vita, tra i costi e le tasse in aumento e la mancanza di prospettive per l’occupazione dei figli; le altre preoccupate dai fatturati in progressiva flessione, oltre che dalla burocrazia assillante e dagli insopportabili balzelli fiscali.
Le difficoltà del Paese inducono a pensare che non si potrà contare su trasferimenti di risorse statali, si potrà contare, invece, su quei progetti che includano la Città in programmi mirati di sviluppo strategico. Occorrono, però, idee e intelligenze perché si realizzino benefici strutturali che durino, invece di alimentare clientele e distribuire risorse agli amici.
Bari, con la sua prospettiva di Città Metropolitana, ha da spingere su proposte e su progetti di crescita e di integrazione, componendo tavoli di intesa sul territorio, con i Comuni della sua area, ed iniziative congiunte con le Istituzioni e la Regione. 
Nessuna opportunità di crescita e d’investimenti andrebbe tralasciata, ricordando che i posti di lavoro si creano, e soprattutto si mantengono, in un rapporto compatibile tra iniziativa e mercato e che le risorse sono opportunità per lo sviluppo e non solo soldi da spendere.
La dimensione di Città Metropolitana e di Città Regione deve spingere a ricercare le ragioni di un’attenzione più costante, perché, nell’acquisizione di una dimensione plurale di centro direzionale dell’intera Regione, il Capoluogo barese sia da traino nella strategia di espansione dei servizi e delle opportunità della Puglia e del Mezzogiorno.
Le risposte, di una Città come Bari, per rinascere, devono essere ricercate, ancora, nella riscoperta della sua antica vocazione commerciale e nella capacità di far sistema, per cogliere le opportunità di lavoro, puntando sul mantenimento e sulla creazione della rete d’imprese, e tra queste, soprattutto, quelle formate da giovani.
L’impresa, infatti, andrebbe vista come fonte di occupazione e di ricchezza di una comunità.
A Bari, invece, chiudono gli esercizi commerciali, sfiancati, oltre che dalla crisi, anche dalla concorrenza sleale di chi utilizza flussi finanziari diversi dai capitali propri o da quelli delle banche, perché denaro riciclato della criminalità organizzata. Non è tollerabile, però, che al commerciante onesto, sopravviva chi sfugge al fisco e chi ha lavoratori in nero.
Le Istituzioni, collaborando tra loro, devono impegnarsi per monitorare il mercato e i suoi fenomeni. La legalità, a beneficio dei cittadini onesti, deve essere la prima delle risorse da utilizzare, ma le regole, iniziando dalle imposizioni e dalla burocrazia comunale, devono anche garantire che ci sia spazio per l’impresa e per il lavoro, che si possa sopravvivere e che non ci siano vessazioni dannose e carichi burocratici asfissianti.

Senza un ambiente sano in cui far sviluppare l’iniziativa e l’impresa, dopo la tempesta economica che ha sconvolto i mercati, non può rilanciarsi una Città come Bari, così articolata e complessa, che vive di rapporti commerciali, d’intermediazione, di terziario, di studi, cultura e formazione.
Se lo sviluppo della Città è condizionato dalla sua capacità di fare impresa, però occorrono principalmente tre cose. Due sono quelle fondamentali come i capitali e il mercato, ma la terza, non meno importante, è poter contare su una burocrazia amica e su un sistema impositivo locale non vessatorio.
Il peso delle sanzioni delle amministrazioni locali, per far cassa, fanno parte di una mentalità feudale. L’esagerazione della fiscalità locale ricorda l’ingloriosa tassa sul macinato del 1870, con la differenza che, al rigore usato da Quintino Sella, per il pareggio del bilancio statale, si è sostituita la vessazione sulle attività produttive della Città, per trarre sempre maggiori risorse che finanzino la crescita della spesa.
Anche i vecchi mestieri artigianali, che fanno parte della tradizione della nostra terra, andrebbero ripresi e incentivati nella consapevolezza che, oltre a poter essere utili fonti i reddito, dovrebbero essere indirizzati al recupero delle arti e dei mestieri della nostra cultura popolare.
Bari deve ritrovare la sua tradizionale borghesia: quella che, con passione, spingeva e portava nelle piazze e nei luoghi della cultura e del confronto la vocazione dei baresi a essere protagonisti della vita cittadina. La Città deve recuperare lo spazio che compete alla popolazione civile, perché è l’ora di reagire e di reclamare il diritto di poter partecipare alle scelte. Troppo protagonismo individuale, infatti, mortifica la democrazia, il pluralismo e le coscienze.
I rapporti clientelari e la ricerca di un posto fisso nella pubblica amministrazione, come l’economia assistita e la parcellizzazione delle professioni, sono oramai retaggio di abitudini passate. Le giovani generazioni a Bari, come altrove, ne stanno, infatti, subendo tutti gli effetti negativi. Subisce, però, anche la Città che vede emigrare, in cerca di lavoro e di fortuna, i suoi giovani migliori: è una perdita che Bari non può più assolutamente permettersi.
Il dovere di una nuova classe dirigente, oggi, pertanto, non può che essere quello di recuperare la fiducia dei giovani e di ricercare con loro le nuove opportunità per sbocchi lavorativi e per la stabilizzazione delle nuove famiglie. La sfiducia verso la politica, infatti, deve trovare il suo esito in un rapporto di lealtà soprattutto con le giovani generazioni. La democrazia senza la politica non è più tale: una ragione di più, pertanto, perché la politica diventi finalmente cultura del vivere con e tra la gente, e si trasformi in rapporto leale di intenti con le popolazioni.
Dopo alcune settimane di riflessione, un gruppo di amici di area moderata e liberale, un po' pensatori, un po' sognatori, ma anche ben determinati, ha pensato di dar vita ad un movimento di opinione, senza pretesa di trasformarlo in partito, né di appiattirsi sulle derive qualunquiste e della incomunicabilità della politica.
L’idea è di stimolare energie nuove, ma anche di risvegliare quelle che cedono alla rassegnazione. L’idea è di tornare a pensare alla politica come unico e indispensabile strumento per organizzare una comunità civile. Lo scopo è di far sviluppare un confronto sereno con la gente, di comprenderne le inquietudini, senza pretendere di avere le soluzioni per tutto, ma con l’umiltà di impegnarsi a ricercarle insieme con tanti. E’ tempo, infatti, di porre fine al paternalismo e alla presunzione. L'arroganza, infatti, è lo strumento dell'esercizio del potere, non la carta d'identità della responsabilità amministrativa.
Gli amici di Rinascibari sono disposti a dialogare con tutti, senza distinzioni e pregiudizi, ma sono anche così determinati a respingere ingerenze, furbizie, strumentalizzazioni, fughe in avanti, trapezisti della politica, personalismi e fomentatori di veleni.
Vito Schepisi    su l'Occidentale

28 agosto 2012

Bersani e la Voce


- BERSANI: Grillo si deve dimettere! 
- LA VOCE: ma Grillo non è niente, da cosa si deve dimettere? 
- BERSANI: non è niente? Ma come … è fassissta! 
- LA VOCE: sai con quanti fassissti veri sei andato a braccetto? Soltanto nella foto di Vasto ce ne sono tre. 
- BERSANI: allora è Casini che si deve dimettere! 
- LA VOCE: ma anche Casini non è niente. E' solo un fantoccio che si presta a compiacere alcuni poteri. 
- BERSANI: si deve dimettere dal niente, allora! Oh cazzo qualcuno si deve dimettere! A Berlusconi non posso più dirlo. Si è già dimesso! 
- LA VOCE: Ma come prima lo carichi e poi lo scarichi? Come un pacco! Si stava trascinando assieme anche Fini! Son tre voti (lui, Bocchino e la Tulliani) ma meglio di niente! 
- BERSANI: ma Vendola mi vuole scaricare. Non lo hai letto? Per colpa di Casini. Nichi è geloso! Se restano fuori, e contro di me, Vendola, Grillo e Di Pietro, sarò io a dovermi dimettere! 
- LA VOCE: ma Di Pietro non è fassissta? 
- BERSANI: non tutti i giorni! I giorni pari sembra un comunista! 
Lo prendo i giorni pari ed i giorni dispari gli dico che deve dimettersi, poi dico a Mario e Giorgio di fissare la data delle elezioni in un giorno pari. 
Sono o non sono un nipotino di Togliatti io? So' furbo! 
- LA VOCE: … bisbigliando tra se … ma dove li prendono? 
- BERSANI: un attimo vedo la stampa laggiù ... ora rilascio alcuni miei pensieri. 
- LA STAMPA: On. Bersani ha dato del fascista a Grillo, si sta levando una polemica che rischia di mandare a gambe levate tutta la sinistra (per pudore, i giornalisti si astengono dal dire ... se cade la sinistra noi leccaculi di professione che facciamo?). Persino Di Pietro prova a gettare acqua sul fuoco. Ma che c’azzecca? Che succede? 
- BERSANI: “Toni del genere non vanno mai usati e c'è anche una discriminante: se vuoi seppellirmi vivo vienimelo a dire e vediamo se me lo dici". 
- LA VOCE: con un bisbiglio ... oh santiddio!!! ... ma che sta a dì? 
Madonna mia! Questo è più fuori di Vendola! 
- LA STAMPA: Segretario si rende conto che questa sua dichiarazione ha i toni della sfida e che finirà per alimentare le polemiche? 
- BERSANI: "Non dò del fassissta a nessuno, inutile che facciano tutto questo chiasso e questi insulti perchè so benissimo che il partito nazionale fascista non c'è più, che siamo in altri tempi, non c'è bisogno che me lo dicano". 
- LA VOCE (che nel frattempo si era allontanata): …ma dove c… li prendono?
Son tutti uguali, prima Veltroni, poi sto pettinatore di bambole. 
Son tutti maniaci! Nel PD i segretari sembrano fatti con lo stampino! 


Vito Schepisi

02 agosto 2012

L'asse Vendola-Bersani



Se Bersani e Vendola scelgono: 
- di procedere con l'aumento della pressione fiscale e con quello della spesa pubblica, come se in Italia e nel mondo non fosse successo niente, e come se l'Italia non rischi di trovarsi al collasso; - se scelgono di mantenere rigido il mercato del lavoro e di concentrarsi su immigrazione ed omosessuali, come se tutto questo garantisca lavoro e sicurezza agli italiani; - se scelgono la demagogia, la fumosità, e persino di sostenere la spesa per omosessuali e immigrati, invece che per i bisogni delle donne, degli anziani, dei malati, dei bambini, delle famiglie (basterebbe farsi un giro in Puglia per capire);
- se scelgono la follia di ricominciare come prima e peggio di prima, ribaltando i valori del merito, dell'efficienza, dell'economicità, delle compatibilità;
- se scelgono il declino del Paese, seguirli sarebbe una follia.
E' necessario, invece, lavorare perché si riaffacci l'idea liberale di affrancare gli italiani dall'invadenza della partitocrazia e dell'ipocrisia.
L'Italia ha bisogno di un movimento che ricomponga sulla scena politica le scelte per le riforme, per la rivoluzione liberale contro le caste ed i poteri della burocrazia, per la trasparenza e la semplificazione della Pubblica Amministrazione, per la Legalità e la Giustizia di tutti, per rilanciare gli investimenti e lo sviluppo, per il lavoro e per i giovani, per l'integrazione del suo territorio.
L'Italia ha, infatti, bisogno d’investimenti, di sviluppo e lavoro, non di fumosità e di tasse per finanziare i costi degli abusi, degli sprechi, delle furbizie, dei fannulloni e della partitocrazia.
L'Italia non ha, invece, bisogno di immergersi in un confronto di generi, né di modificare il concetto di famiglia, né di distribuire privilegi economici, né di incoraggiare l'ostentazione di vizi e volgarità, né di diventare una Nazione senza una sua identità e senza una sua cultura e senza il patrimonio delle sue tradizioni millenarie.
L'Italia è si Terra di accoglienza, ma non Terra di conquiste e di mutazioni etnico-politiche della sua origine.

Vito Schepisi


24 luglio 2012

L'Italia va a gambe all'aria

Per mandare a gambe all’aria l’Italia, stiamo anche pagando chi ci prova. 
Avevamo già Fini, Casini e Bersani per fare il lavoro sporco, presi come sono dagli intrighi e dalle vendette, e avevamo anche Di Pietro e Vendola, il meglio della sciocchezza fatta sistema tra vera ignoranza e finta poesia. 
Tra i sicari della Nazione questi signori, principi dell’avventura politica, avevano già acquisito un buon punteggio. Dove, fino ad ora, hanno messo mano e bocca, hanno già prodotto il loro buon quoziente di guai. Rappresentano già, ciascuno per proprio conto, la parte più ambigua, e spesso più mortificante, della politica intesa come mestiere. 
Transfughi, voltagabbana, deliranti, imbonitori, moralisti, forcaioli, ambiziosi, intolleranti, ambigui, velleitari, ignoranti, trasformisti e poeti. 
Mancavano solo i navigatori, se avessero cooptato il comandante della Costa Concordia, drammaticamente naufragata in piena area radical-chic, sulle coste dell’isola del Giglio, sarebbero stati al gran completo. 
Il Presidente Napolitano non si fidava di questi signori neanche come titolari dell’impresa di demolizioni “sfasciamo l’Italia”? 
Temeva che lasciandoli fare avrebbero fatto fallire anche questa impresa? 
O temeva che avrebbero sparso per il Paese tutti i residui dello sfascio e tutto il pattume prodotto, infastidendo le delicate narici dei “politicamente corretti”? 
Per il Presidente Napolitano, forse, Monti ha più stile europeo e appare più cinico e freddo?
Una spiegazione deve esserci se il Presidente della Repubblica, già erede di un’ideologia politica e di un partito falliti, senza rivolgersi direttamente alla manovalanza già a sua disposizione, ha scelto il bocconiano per affossare l’Italia. 
O forse ancora temeva che anche i demolitori di lungo corso sarebbero subito entrati a loro volta in conflitto con la casta giudiziaria, a lungo ed irresponsabilmente coltivata? 
Chi tira le fila, oramai, non si accontenta più di scegliere chi può e chi non può governare in Italia. Dopo aver mandato in avanscoperta i primi emissari, e dopo aver percepito l’indifferenza del popolo alla dittatura giudiziaria, finanziaria, monetaria, lobbistica, affaristica, la casta vorrebbe scendere in campo con le sue truppe e gestire in proprio anche la funzione esecutiva e trasformare il Parlamento in un luogo di uomini timorosi, ricattati e ridotti a maschere ubbidienti dell’ipocrisia democratica. 
Per mandare a gambe all’aria l’Italia ci siamo rivolti a chi aveva già occupato lo spazio delle banche, della finanza e della burocrazia. L’aveva già occupato per traghettare il Paese nella confusione più totale, discostandolo da tutti i principi più logici dell’impresa, del mercato, dei diritti, delle libertà, dei doveri, delle garanzie e della stessa democrazia. 
L’Italia è l’unico paese europeo in cui il metodo consolidato dell’equilibrio tra i diversi interessi economici e sociali non esiste: tutto è sbilanciato. Ed è l’unico Paese europeo in cui la volontà del popolo non conta un cavolo. Non ha mai contato un beneamato cavolo di niente. Il palazzo ha sempre fatto e disfatto a suo piacimento. Ed è per questo che siamo nei guai! 
E’ anche l’unico Paese nel mondo occidentale in cui la funzione esecutiva può essere condizionata da quella legislativa e giudiziaria, oltre che da tutti i poteri istituzionali. 
Vincere le elezioni in Italia non serve a niente, se non si hanno dalla propria parte i magistrati ed i vertici istituzionali, e se non si ha nessuno strumento perché il rapporto parlamento-elettori sia corretto. Basterebbe, ad esempio, solo la sfiducia costruttiva, come in Germania, per evitare che il Parlamento si trasformi, come invece accade troppo spesso, in un “mercato delle vacche”. 
L’interprete principale di questo intrigo ci lascia una disgustosa impressione. Ma anche ciò che è successo rilascia agli italiani un cattivo insegnamento, come l’idea che contino più la violenza (che non è soltanto quella fisica), la vendetta, l’intrigo, la viltà e l’inganno, che non la democrazia ed il rispetto del popolo e delle espressioni della loro volontà. 
Per mandare a gambe all’area l’Italia stiamo anche pagando con l’incarico oneroso più anacronistico, quello di senatore a vita in un Parlamento forte già di un migliaio di deputati e senatori. 
Anche questo è un sintomo di una vita pubblica vissuta al di sopra delle nostre possibilità.
Vito Schepisi 

21 luglio 2012

Il Governo in confusione



L’impressione che si ha è che il governo sia in confusione. 
Nei giorni scorsi nella compagine governativa è emersa la proposta di sopprimere gli aiuti alle imprese, per destinare quei fondi alla riduzione del cuneo fiscale. La questione è stata accantonata perché il Governo pensa che i tagli debbano, invece, servire per evitare l’aumento dell’IVA. 
Gli aiuti di Stato alle imprese, però, sono stati cancellati. Sono fuori dal “Regolamento” europeo e sono sanzionati. Ciò che è ancora consentito è il sostegno alle PMI per gli investimenti in tecnologie e formazione. Pensare agli sgravi fiscali e rinunciare a ricerca, formazione e innovazione non mi sembra una soluzione equilibrata per favorire lo sviluppo.
Ciò non toglie, però, che la pressione fiscale sia insostenibile. Nessun Paese può pensare alla crescita, con un carico fiscale di questo tipo; mentre nessuna attività produttiva può pensare di svilupparsi contando sui consumi delle famiglie gravate da un eccessivo prelievo fiscale. 
Eppure la pressione fiscale deve allentarsi. 
Eppure il debito pubblico deve essere fermato. 
Eppure gli investimenti sono necessari. 
Eppure l’occupazione è una spina nel fianco per la pace sociale. 
Eppure il divario nord-sud, soprattutto per i servizi, deve essere colmato. 
Eppure la crescita è un requisito essenziale per un sistema economico di libero mercato. Sono troppi gli “eppure”, ma anche troppa è la “fantasia” improduttiva del governo, dei partiti e delle parti sociali. 
Se un calcolo è sbagliato l’ingegnere non ci mette una pezza per mettere in sicurezza un edificio, perché sa che quel palazzo prima o poi cederà. La “fantasia” in certe cose serve a poco. Ci vuole saggezza, responsabilità e consapevolezza. L’edificio Italia ha moltissimi difetti di costruzione. La riprova ne è che sta cedendo. 
E’ strutturato male, ad esempio. Ad iniziare dall’organizzazione complessiva dello Stato. Concepito più per impedire al popolo di contare qualcosa, piuttosto che alla democrazia di prevalere imbrigliandola, per giunta, nella burocrazia ancora più oscurantista e feudale. Quale fantasia allora? 
Torniamo a sviluppo-fisco-lavoro. La questione non è soltanto nel reperire risorse per ridurre la pressione fiscale, per altro terapia necessaria, ma anche sollecitare gli investimenti nel “made in Italy”. 
Il mercato del lavoro deve essere liberalizzato, garantendo solo regole certe e giustizia, cautelando i lavoratori dagli abusi, non dalle strategie produttive. 
La riforma Fornero lascia, invece, le cose come stavano, anzi irrita ancor più chi nelle liberalizzazioni aveva sperato: non in quella delle farmacie e dei tassisti, vero falso problema e fumo negli occhi di stampo bersaniano. 
Questo Monti che si “coccola” e scimmiotta Bersani è inguardabile! 
Cosa c’entra lui (Monti) con le cooperative ed il loro sistema di sostituirsi alle libere attività produttive e commerciali, scontando misure fiscali agevolate? 
Questo Stato, però, così mal strutturato costa tantissimo. 
Solo la sanità subisce costi (per corruzione, inefficienze, disorganizzazione e sprechi) pari a 39 miliardi di euro l’anno. Ma quanto ci costa ancora tutto l’apparato burocratico dello Stato? Quanti dirigenti e manager sono messi là solo per meriti “politici” o per fare gli interessi delle lobbies? Quanto ci costa il controllo e l’intercettazione sistematica di milioni di cittadini italiani, e quanto i controlli leciti e illeciti dei servizi? Quanto ci costano le consulenze in Italia? Quanto le società partecipate che nel passato (e nel presente?) hanno creato fondi neri per finanziare e sostenere i “padrini” politici? Quanto le megalomanie, le spese di rappresentanza, gli sprechi e i lussi dei pubblici amministratori e dei manager pubblici? Quanto ci costano le leggi fatte male che creano lunghe disquisizioni legali per la loro interpretazione e tante abilità tecniche per aggirarle? 
Mi sarebbe piaciuto per un mese prendere il posto di Enrico Bondi per tagliare (anche le mani e le gambe figurativamente) le carriere di tanti inutili personaggi. 
Penso che in Italia sia possibile da subito tagliare spese per 50 miliardi l’anno. Una tale cifra messa integralmente a disposizione per l’abbattimento del cuneo fiscale (ritorno al 20% dell’Iva, riduzione delle aliquote irpef, abolizione dell’IMU sulla prima casa, abbattimenti fiscali - 3 anni - alle nuove imprese, incentivazione a quelle costituite da giovani e da donne) sarebbe capace di far ripartire il sistema produttivo-commerciale dell’Italia. E poi, con calma, senza svendere, dismettere il patrimonio pubblico inutilizzato, per abbattere parte del debito pubblico. Il suo ammontare è, infatti, insostenibile. 
Il debito pubblico pari al 120% del PIL è, infatti, come una sindrome da mancanza di difese immunitarie: crea tempeste anche con un leggero soffio di vento. 
Vito Schepisi

10 luglio 2012

Lo sterminio delle idee e della libertà dei popoli


A volte ci capita di pensare che tutto sia ineludibile.
Non è vero!
Ci siamo cacciati in un guaio solo perché chi ci ha portati faceva parte del guaio.
Le cose cambiano a ritmo sempre più veloce, e si pensa che non ci si possa fermare.
Anche questo è falso! Bisogna solo capire cosa s’intende per fermarsi - Certo che la volontà di chi ha pensato che l'Europa fosse una civiltà da consolidare in un convergente intento socio-politico con vocazione economico-commerciale e con una complessiva visione strategica di aree d’influenza è andata delusa - Bisogna fermare l’equivoco!
La soluzione è nel capire che ci sono stati degli errori e che si è continuato a commetterli, ben sapendo che fossero errori. 
Nessuno poteva pensare che l’aumento congiunto di spesa pubblica e di debito sovrano potesse andare a vanti fino all’infinito.
I debiti si pagano!
E se non si pagano, c’è anche chi ne approfitta per speculare sul fallimento di chi non paga.

Gli speculatori finanziari colpiscono:
1) i governi deboli;
2) le politiche deboli.
I Governi incapaci, invece, dinanzi alle difficoltà, intervengono con le tasse a tamponare le falle, quando la soluzione, invece, sarebbe sviluppo e lavoro. Per tamponare le falle, invece, si taglia il superfluo e, fin dove è possibile, le spese.
Non è vero, ad esempio, che democrazia significhi mille centri direzionali, per le scelte e mille centri di spesa in più, soprattutto se producono immobilismo e se paralizzano le attività necessarie. 
La malattia di tutte le società libere è la burocrazia e l'Italia si è rivolta alla burocrazia per dar esito alle sue difficoltà (politiche).
Ora com’è possibile pensare che la burocrazia elida se stessa?
La convinzione di tanti è che questo treno su cui siamo saliti si fermi all'interno dei "campi", come succedeva per lo sterminio fisco degli ebrei e dei "diversi" ad opera dei nazisti. Questa volta lo sterminio non è degli uomini, ed in modo brutale, ma è delle idee e delle nostre libertà di popoli europei.
Questo Governo poteva giovarsi della sua ampliata forza parlamentare, non per tassare, né per stroncare i diritti dei giovani che si affacciano nel mondo del lavoro, ma per tagliare le spese, poteva farlo attraverso l'intervento di leggi anche di natura costituzionale.
Doveva, invece, provvedere a favorire gli investimenti italiani e stranieri attraverso la liberalizzazione del mercato del lavoro.
Non è stato fatto!
Questo Governo doveva andare in Europa, trovando alleanze - che ci sono - per battere i pugni sul tavolo e per gridare che non c'è spazio per i furbi e per gli eurocrati nell'Europa dei popoli.
Doveva invocare l'Europa libera delle donne e degli uomini, prima che quella dei banchieri.
Ma è capitato che questo Governo sia quello voluto dalla Merkel e da un furbo signore che ha obbedito agli ordini del suo vecchio partito di ex, post e neo comunisti per abbattere (a tutti i costi) chi da 18 anni ha impedito loro di assumere i pieni poteri in Italia.
Le complicità sono misteriose, ma ci sono state, dentro e fuori la vecchia maggioranza.
E' capitato ora che questo governo sia l'espressione delle banche, della finanza e dei burocrati, cioè di quell'apparato dominante che è contro l'Italia delle donne e degli uomini liberi.
E’ composto da quell'apparato che per egoismo, incapacità, cinismo e convenienza, con la complicità della politica lobbista e corrotta, e delle istituzioni compiacenti, ha già saccheggiato il Paese.
Vito Schepisi