13 febbraio 2007

Violenza!



Se un’organizzazione di tutela e sviluppo delle relazioni sociali si fosse fatta sorprendere ripetutamente in situazioni di accoglienza e formazione di azioni eversive contro lo Stato e contro gli attori del confronto democratico del Paese, sarei tra quelli che chiederebbe di indagare approfonditamente sui metodi di conduzione e di organizzazione dell’associazione, qualsiasi sia il suo colore politico.
Ove, ancora, fossero evidenti metodi di disinformazione e di istigazione a forme eversive e di contrasto violento allo sviluppo di una normale dialettica democratica, ne chiederei lo scioglimento.
Chiederei persino l’incriminazione per associazione sovversiva di stampo fascista, di coloro che si fossero resi responsabili di istigazione alla violenza ed alla sovversione delle istituzioni democratiche.
Ebbene dopo il delitto Biagi ci saremmo aspettati che all’interno della CGIL qualche riflessione fosse stata fatta, che il richiamo alla vigilanza, che è temine loro consueto quando si parla di casa d’altri, potesse avere concreto significato nel controllo al suo interno della finalizzazione democratica del movimento.
Abituati come siamo a sentirci dare o meno patenti di democraticità dalla CGIL e dalla sinistra in genere e di sentire parlare di legittimità a governare, ci verrebbe da chiedere se si possa discutere sulla legittimità di un sindacato sempre distintosi per esasperazione in chiave politica delle lotte e dei diritti dei lavoratori.
Perché allora all’interno della CGIL non si è vigilato?
Perché il sindacato trasforma ed esaspera in chiave politica ogni rivendicazione contrattuale o di diritto dei lavoratori?
Non può non sfuggire che il giuslavorista ucciso dalle BR, consulente del ministero del Lavoro, impegnato ad approfondire, con il leghista Maroni, ministro del Governo Berlusconi, le tematiche dell’ingresso dei giovani nel mondo dell’impiego e le normative relative alla mobilità ed alla riforma dei rapporti di lavoro, sia stato assassinato dalle Brigate Rosse in conseguenza di una feroce campagna di disinformazione, di criminalizzazione e di accuse di tradimento alla causa dei lavoratori.
Questa campagna vedeva la CGIL e Cofferati, allora leader del sindacato, tra i più agguerriti accusatori di Biagi.
Non ci meraviglia neanche oggi sapere che tra gli obiettivi, oltre Berlusconi, Mediaset, Libero, bersagli simbolo dell’odio comunista, c’era anche il giuslavorista Ichino, già sindacalista della CGIL e deputato dell’ex pci e da sempre vicino agli ambienti di sinistra.
I suoi recenti interventi, gli articoli ed in particolare il suo ultimo libro “I nullafacenti” sul mondo del lavoro e le sue tesi relative al licenziamento dei fannulloni, non devono essere piaciute a quella parte sindacale che ritiene il lavoro un diritto, il salario una certezza e l’impegno nel lavoro un elemento di scarsa importanza.
Ichino ha recentemente affermato che il mondo del lavoro sia saturo di fannulloni e di sacche di privilegi e di ozi a spese di chi lavora.
Anche le sue osservazioni sulla riduzione del ventaglio di garanzie che premia i comportamenti poco virtuosi a discapito del costo del lavoro e dei salari di coloro che sono più onesti, devono essere state viste in modo rabbioso.
Non deve esser stata mandata giù neanche la sua uscita sul licenziamento dei dipendenti pubblici improduttivi per ridurre la spesa pubblica.
C’ è una parte del mondo sindacale, come c’è una parte della politica, che è fucina della violenza e dell’intolleranza.
In questa sacca si annida un focolaio di rancore e di odio che sfocia in trame eversive.
Gli artefici della strategia dell’odio e dell’intolleranza non solo sono arrivati in parlamento ma anche nell’aria di governo.
Ne condizionano e ne determinano le scelte.
Ritengono di doverci essere a pieno titolo per aver dato il loro contributo alla campagna di odio e di disinformazione alimentata contro il precedente governo.
Mantengono in piedi una maggioranza che trova linfa vitale solo nella consapevolezza di perseguire la durata della gestione del potere.
Non è forse è giunto il momento per le forze democratiche del Paese di prendere decisamente le distanze da tutte le formazioni politiche che fomentano l’odio, adottano incivili forme di protesta ed offrono coperture politiche alla violenza ed all’intolleranza?
Vito Schepisi

09 febbraio 2007

Foibe

tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi e il silenzio dei morti...


Il 10 febbraio del 1947 a Parigi viene firmato il “Diktat”.
Così è stato definito il trattato in 90 articoli che sancisce per l’Italia ed i cittadini della Dalmazia e dell’Istria l’inizio di una nuova storia fatta di drammi umani, di ingiustizie, di privazioni e di umiliazioni.
Ed il 10 febbraio è la “Giornata del Ricordo”.
Il ricordo dei martiri delle foibe e dell’esodo dei 350.000 italiani, giuliani, istriani e dalmati.
Una tragedia inflitta a cittadini colpevoli di sentirsi italiani.
Tra i tanti episodi di squallore politico e di indecente cinismo basti ricordare, oltre alle foibe, ed a Porzus, anche la vile doppiezza comunista.
Il 6 novembre 1946 in una intervista all’Unità, Togliatti, rendendosi portavoce del maresciallo Tito, compagno comunista, meschinamente propone la cessione di Gorizia alla Jugoslavia contro il rilascio all’Italia di Trieste.
La nostra Trieste a quel tempo era oggetto di aggressioni e soprusi delle truppe di Tito con la complicità dei comunisti italiani.
Anche l’esodo dei profughi registrò atti di odioso cinismo politico.
I profughi istriani, come si può facilmente immaginare, lasciavano le loro terre ed i loro averi per sfuggire dal comunismo e dalla privazione della loro dignità di cittadini liberi.
Trovavano in Italia, indifferenza ed a volte odio ed ostacoli.
Ad un treno di profughi, ad esempio, diretto a La Spezia, fu impedita la sosta a Bologna, per un pasto caldo e per assistenza, per la minaccia dei comunisti bolognesi di scioperare contro la sosta di quel treno.
Un atteggiamento di spietata inumanità che può trovare pari riscontro solo nei metodi nazisti.
Le foibe sono delle cavità carsiche molto diffuse nella zona di Trieste, nell’Istria e nella Dalmazia.
La profondità di queste fessure a forma di imbuto rovesciato è varia e raggiunge anche i 200 metri.
Il metodo usato dai criminali comunisti slavi consisteva in molti casi nel legare con filo di ferro gli italiani del luogo, già torturati e privati di ogni loro avere, e di porli al limite della buca per poi sparare al primo della fila che cadendo trascinava con se nella foiba tutti gli altri.
Gli altri naturalmente erano ancora vivi.
Solo a leggerle e raccontarle certe cose viene la pelle d’oca!
Tutto questo avveniva anche con la complicità dei comunisti italiani.
I compagni italiani pronti a condannare ogni cosa, e soprattutto la violenza degli altri, ma sempre ciechi e muti dinanzi alla spietata condotta dei crimini del comunismo.
Il partito comunista che nel tempo cambia nome e (dice) riferimenti ma che non ha mai sollevato neppure un debole grido contro questa atroce infamia.
Per anni hanno insabbiato ogni cosa, hanno nascosto, deriso, ingiuriato quanti osavano ricordare.
I processi si sono tradotti in farse oscene con magistrati che si preoccupavano solo di nascondere, sminuire ed insabbiare.
Non si conosce il numero dei morti gettati nelle foibe, ma parlare di oltre 10.000 può essere una base di partenza.
Da fonti diverse si presume che di certo non siano stati di meno.
La polizia politica e l’esercito di Tito dal 1943 al 1945, ed anche oltre fino al trattato di Parigi del 47, e forse oltre ancora, operarono una vera pulizia etnica, un genocidio che comprendeva anche donne e bambini e spesso per il solo fatto di essere italiani.
Tristemente nota è la Foiba di Bassovizza una frazione del Comune di Trieste, ora monumento nazionale.
La Foiba era una vecchia miniera in disuso profonda 228 metri prima del 1945.
Non si conosce il numero delle persone gettate nella fossa ma circola una tesi secondo cui dopo il 1945 i metri erano diventati 198.
Ben 30 metri in meno che si dice siano stati colmati da resti di corpi umani.
Con le foibe non si può non ricordare la strage di Porzus del febbraio del 1945.
Un gruppo di circa 25 partigiani non comunisti della brigata Osoppo trucidati dalla brigata Garibaldi e dai Gap comunisti, in intesa con i comunisti di Tito.
Ne è stato tratto un film nel 1997, con la regia di Renzo Martinelli, prodotto dalla Rai, un film onesto, documentato e forse per questo mai messo in visione.

"La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita".
Vito Schepisi

07 febbraio 2007

Uniti nella confusione



Diciamolo subito!
Perché sia chiaro e non ci si nasconda dietro indecenti distinguo di orgoglio e di sovranità.
Diciamo subito che ciò che ci obbliga ad essere presenti a Kabul non è questione di multilateralismo o di unilateralismo.
C’ è un alleanza a cui l’Italia aderisce: la Nato.
Andar via dall’Afghanistan equivarrebbe a denunciarne il trattato, comporterebbe una diversa strategia politica internazionale e la conseguente fuoriuscita dall’Alleanza.
Già l’equivicinanza di D’alema è una formula azzardata, al limite della diplomazia, servita a mascherare vicinanze sospette ma non a sancirle.
Le posizioni assunte nell’aria mediorientale ne sono una testimonianza inequivocabile.
La formula dalemiana serviva ad avvalorare la discontinuità richiesta dalla sinistra alternativa alla politica estera del precedente governo, ad incrinare la solidità delle alleanze tradizionali del Paese: l’Italia amica degli USA e di Israele.
Per la sinistra radicale la guerra fredda non è finita e la spinta verso il neutralismo, che è poi l’anticamera della politica antiamericana, non si è mai attenuata.
Alle frange estreme si è sempre accostata buona parte della sinistra ex pci e frange del cattolicesimo sociale di ispirazione illiberale: il mix di Prodi e D’alema.
La lettera degli ambasciatori in Italia di sei Paesi (Usa, Gran Bretagna, Olanda, Australia, Canadà, Romania) impegnati assieme all’Italia a Kabul non ha niente di “irrituale” e rappresenta un invito al rispetto degli impegni sottoscritti ed un monito al contributo che i paesi civili devono tributare alla lotta per la libertà, la democrazia e la convivenza civile.
L’Italia insieme a circa altri 30 paesi del mondo è lì per il ripristino delle condizioni di vita civile di una popolazione vessata prima dalla occupazione e repressione comunista sovietica e poi dal fondamentalismo islamico dei talebani.
Senza dimenticare che dall'Afghanistan, e su ispirazione di Bin Laden, è partito l’attacco alle Torri gemelle di New York e che da quel paese è partito l’attacco al mondo civile attraverso azioni di terrorismo internazionale.
Dal regime fondamentalista instaurato in Afghanistan, divenuto un inferno per i diritti dei popoli, i talebani, sostenuti dai proventi della commercializzazione sui mercati criminali occidentali della produzione di oppio e con il sostegno politico ed economico di Bin Laden, esportavano i più rigidi principi islamici.
Sollecitavano nei paesi arabi ed a prevalenza musulmana la formazione di regimi ispirati dalla più rigida interpretazione della legge coranica.
L’aver dovuto scrivere quella lettera ha rappresentato per i paesi sottoscrittori il giusto contributo al dibattito ed alla discussione politica tra i cittadini italiani nel momento in cui la politica estera italiana rischiava di subire un mutamento di rotta.
L’onestà di un popolo e di un Paese consiste anche nel rendere partecipi i cittadini e gli alleati del mutamento di una linea politica e delle ispirazioni di un governo che va a mutare i suoi riferimenti internazionali.
Significa richiedere chiarezza e lealtà.
Altro che “interferenze inopportune” come sostiene D’Alema!
I governi di 5 paesi rappresentati dagli ambasciatori firmatari, motivati dall’accusa di “irritualità” di D’Alema, hanno ribadito la legittimità e l’opportunità del contenuto della lettera.
Solo la Romania si è sfilata attribuendo l’iniziativa al suo ambasciatore.
L’Olanda dinanzi alla doppiezza italiana ha pure precisato che l’iniziativa era stata preannunciata e che il Governo ne era a conoscenza: smentendo Prodi, D’Alema e Parisi che affermavano, come al solito, di non saperne niente.
Per Prodi è la terza bugia pubblica da quando è Capo del Governo ed è la terza volta che viene smentito, senza che ne tragga le conseguenze e se ne assuma le responsabilità.
Naturalmente dal vertice di maggioranza convocato d’urgenza per la crisi latente del Governo è emersa solo compattezza e solidità della maggioranza, “unita nel sostegno alla politica estera e di difesa del Governo”.
E dire che Prodi prima del vertice abbia denunciato “un avvitamento pericolosissimo del dibattito interno” naturalmente della sua maggioranza.
Uniti si ma solo per occupare il Paese!
Vito Schepisi

04 febbraio 2007

Rapidità di pensiero



L’organo di informazione vicino a Romano Prodi non poteva lasciare che la stampa si occupasse della signora Berlusconi e dei suoi rapporti con il marito, senza che fosse posta un’alternativa alla curiosità della gente.
Sarà per questo che il Corriere della Sera nel suo inserto “Io Donna” si è occupato del sacrificio politico della Signora Flavia Franzoni, moglie del presidente del consiglio Prodi.
Costei si dice innamorata della politica ma è costretta a rinunciarci perchè consapevole che l’impegno in questa attività richieda decisione rapide:
“Non sono veloce a decidere, lì invece bisogna andare in fretta”.
Ricordo una dichiarazione rilasciata da Sircana, portavoce di Prodi, in cui questi spiegava alla stampa che il Professore aveva difficoltà nei rapporti con i media in quanto abituato a “dispiegare” i suoi concetti.
Il pensiero di Prodi necessitava di uno spazio di tempo più largo per essere esposto, e questo spazio non poteva circoscriversi ad un tempo al di sotto dei 20 minuti.
Mi ha così colpito questo profondo concetto del portavoce del Presidente del Consiglio e ricordo che subito ebbi un flash di pensiero, il mio non “dispiegato”, di appena un attimo in cui ho pensato che il pensiero fosse circoscrivibile in spazi di tempo.
A parte le mie difficoltà a comprendere il pensiero temporizzato, fui colto da una riflessione spontanea.
Pensai al pensiero a cottimo, ad esempio, come se fosse la costruzione di una manufatto da richiedere uno spazio quantificato di tempo in cui comprendere ogni cosa: materiale, mano d’opera, costi fissi, ingegno, uso della parola, ammortamenti e quant’altro.
Sircana descriveva il suo datore di lavoro come un imprenditore della parola: un venditore di parole.
Subito un’altra idea!
Pesando le parole, le incomprensioni, le gaffes, le reazioni, l’intolleranza, le ispirazioni, le pause, i toni, la gestualità, le bugie:
un venditore di chiacchiere.
Un’idea così ben riposta da incrociarsi con quella che già avevo formulato nell’esperienza trascorsa nell'osservazione del personaggio.
Leggendo il pensiero della signora Prodi, però, mi convinco che, similmente alla famiglia Berlusconi, anche nella famiglia Prodi ci siano motivi di incomprensioni e forse anche di comunicazione.
Le difficoltà, infatti, della signora Prodi non sono avvertite da suo marito che avrebbe, secondo i suoi collaboratori, necessità di tempi lunghi per “dispiegare” il suo pensiero.
Di questa sua necessità noi ce ne eravamo già accorti.
Possibile che la moglie non se ne sia accorta?
E la signora Franzoni, consapevole che per far politica sia necessario essere svegli e rapidi, perché non lo dice al marito consigliandogli di lasciar perdere?
Vito Schepisi

02 febbraio 2007

Economia e politica estera

Sono due i pilastri su cui si costruisce una credibile azione di governo.
Economia e Politica Estera.
Su questi poggia l’architrave che rende credibile il solido supporto.
Dall'entrata attraverso questa porta passa la gestione di un Paese.
Se viene a mancare uno dei due pilastri l’architrave si incrina e rischia di crollare, travolgendo coloro che passano sotto.
L’economia di un Paese è un meccanismo complesso nelle sue articolazioni ma anche di una semplicità estrema.
Niente di diverso dai principi della gestione finanziaria di un buon padre di famiglia.
Questi ha introiti periodici ma ha anche spese periodiche e la necessità di provvedere alle esigenze quotidiane.
Distribuisce il proprio reddito a seconda delle occorrenze, tenendo presente la necessità di far rientrare la spesa corrente all’interno della sua capacità di reddito e la spesa straordinaria (ad esempio, acquisto di una casa o di una automobile o di altro bene di consumo da poter dilazionare in uno spazio di tempo più ampio) attraverso la potenzialità residua delle possibili economie.
In caso di difficoltà il buon padre di famiglia, cosciente di non potersi aumentare autonomamente le entrate, a meno di azioni delittuose, non assume debiti e stabilisce politiche di rigore.
Uno Stato virtuoso dovrebbe fare altrettanto.
Ma un Governo se è presieduto da Prodi non la pensa così.
Ha aumentato la spesa corrente, speso risorse non disponibili, bloccato gli investimenti produttivi, assunto mezzi, strumenti e uomini per soddisfare i piaceri della sua corte, prelevato i risparmi dei lavoratori, allargato il suo debito, coltivato ed intensificato privilegi e favori.
Per finanziare tutto questo, ha inasprito il prelievo fiscale alle famiglie ed alla piccola e media impresa, tassato il risparmio, scoraggiato gli investimenti.
Ha lesionato, cioè, uno dei pilastri su cui poggia l’architrave che ci consente di avere sviluppo economico, occupazione, politiche sociali e ricchezza.
L’Economist, il famoso quotidiano economico inglese che ai tempi di Berlusconi, quando muoveva critiche al suo Governo, era la “Bibbia” dell’economia, qualche giorno fa nella sua edizione settimanale a cura del suo ufficio studi, parlando delle difficoltà della politica italiana, affermava:
«Come risultato dell’instabilità politica, sono improbabili importanti riforme economiche. La debolezza dei conti pubblici resta un altro problema, e le misure di consolidamento da parte del governo, man mano che verranno approvate, avranno come risultato quello di appesantire la pressione fiscale piuttosto che tagliare la spesa, deprimendo i consumi privati».
Anche il Wall Street Journal, altro quotidiano pilastro dell’analisi economica mondiale, non è tenero con Prodi.
Soffermanodosi sulla politica economica italiana ed anche sulle cosiddette liberalizzazioni, nell’edizione del primo febbraio, si esprimeva in questi termini:
“Tutto il potere ai soviet? Sembra questa la via seguita dal governo per realizzare le sue cosiddette riforme a favore del libero mercato”
ed ancora:
“ L’unico mercato che il governo sta aprendo è quello del favore politico, che le imprese devono conquistare se vogliono lavorare in questo paese.”
Lesioni quindi, gravi lesioni al pilastro dell’economia.
Se consideriamo che sulla politica estera, in seno alla maggioranza, ci sono così tante crepe da farsi votare dall’opposizione un Ordine del Giorno che approva l’azione del governo sull’allargamento della base americana di Vicenza, e con la maggioranza che vota contro, vuol dire che l’architrave non regge proprio più.
Abbia allora Prodi la dignità di dimettersi.

Vito Schepisi

29 gennaio 2007

Libertà d’informazione e di impresa



Tutto è cominciato questo autunno.
Il governo già arrancava di proprio.
Le liberalizzazioni di Bersani già facevano sorridere per inconsistenza e contraddizioni il Paese.
I ministri della repubblica si esercitavano in raffiche di dichiarazioni strampalate e spesso divergenti: la stanza del buco, il muro all’italiana , la regolarizzazione di tutti gli extracomunitari ed il diritto di voto dopo cinque anni.
E l’Italia intera si interrogava ancora sull’indulto di Mastella.
Le dichiarazioni d’allarme sui conti di Prodi, Visco e Padoa Schioppa facevano di contrasto a tanta politica allegra.
Il cittadino inconsapevole ed ancora credulone si domandava: come mai questi ministri fossero così attenti all’effimero, se l'Italia era nel disastro?
Qualcuno ricordava Pecoraro Scanio al funerale delle vittime dei militari italiani in Iraq e se ne faceva una ragione.
Se anche dovesse crollasse il mondo, i ministri italiani si mostrano sempre tanto distaccati dalla questione.
I dati della Corte dei Conti, però, smentivano il governo.
Le entrate a fine a giugno erano in forte crescita.
L’economia cresceva.
La finanziaria Tremonti-Berlusconi si dimostrava sufficiente a riportare il deficit nei limiti dei parametri di Maastricht.
In questo contesto la finanziaria di Prodi, con il commento del partito di Bertinotti: “anche i ricchi piangano”.
I soliti rifandaroli con la classica doppiezza comunista: solo un attimo di attenzione, infatti, e poi sembra che a piangere debbano essere proprio tutti.
Una finanziaria gravosa nel peso, punitiva verso chi produce, vessatoria, incerta, mutevole.
Una finanziaria che è stata subito definita dagli osservatori nazionali ed internazionali frenante per lo sviluppo e orientata al declino.
Banca d’Italia, Corte dei Conti, e società di rating che provvedono a declassare la fiducia finanziaria nel Paese ed anche sindacati e Confindustria, in un primo tempo più tiepidi, lanciano grida d’allarme.
Il centrodestra minaccia barricate in Parlamento, e annuncia un’opposizione senza sconti.
Al Senato la maggioranza paventa le difficoltà.
In questo contesto il ddl Gentiloni.
Non si vuole ora entrare nel merito delle singole norme.
Solo una appare subito sconvolgente e senza senso, illiberale e totalitaria, dirigistica e assurda.
L’opinione dei tanti portava a credere che quella del Governo fosse una forma di “persuasione” lanciata per moderare l’opposizione sulla finanziaria.
Alle minacce di Prodi e compagni ci eravamo anche abituati.
I falsi ed i bugiardi ricorrono sempre alla minaccia.
Anche i commenti dei giornali vicini al Governo, seppure non apertamente, sostenevano l’impressione della minaccia di ritorsioni per indebolire l'urto in Parlamento.
Invece no!
E nonostante l’opposizione tenace ma corretta della minoranza parlamentare sulla finanziaria, il ddl Gentiloni si riaffaccia in Parlamento senza modifiche ed anche senza contegno.
La materia non è di facile comprensione, e so anche che se parlo di tetto massimo del 45% della raccolta pubblicitaria, alcuni esprimerebbero anche soddisfazione, ritenendo che possa servire a porre un limite all’interruzione di film e fictions.
Non è così invece.
Una tv commerciale, senza il canone come la Rai, ha come introito preponderante, se non unico, i ricavi pubblicitari.
Parlare di 45% di tetto massimo significa "inventarsi” il 55% di introiti diversi, significa in sostanza chiudere l’azienda o quasi.
Poniamo il caso, ad esempio, che ad una industria di pelati si dica che la vendita dei derivati del pomodoro non possa superare il 45% del fatturato.
Cosa dovrebbe vendere l’azienda di trasformazione del pomodoro per realizzare il restante 55% del fatturato ?
Lavatrici? Automobili? Computer?
Ebbene è questo che ha detto ieri Catricalà, presidente dell’Antitrust. Parlando del ddl Gentiloni, il Presidente dell'Authority ha, infatti, sostenuto essere “illiberale il tetto sulla raccolta pubblicitaria, così si impedirebbe all’azienda di crescere”.
Per essere questo un Governo che spaccia per liberalizzazioni l’apertura di una sala da barba, e la chiusura di pompe di benzina a conduzione familiare, è certo una grossa delusione.

Vito Schepisi

27 gennaio 2007

Dove eravamo?


Li ho rivisti ieri sera, in bianco e nero, anime tragiche, tragici volti stupiti, adunati come gregge sperduto, chiuso tra cani pastori con sembianze d'uomo.
Latrati incomprensibili davano tremito nascosto alle loro membra, al loro il cuore; la loro anima immobile di terrore, i loro pensieri mortificati da abusi su corpi e anime.
Era sempre inverno in quegli anni, anche in primavera e in autunno e in estate.
Dov'eravamo noi, allora?
Conducevamo quei treni, tragici forzieri d'umano carico, o li aspettavamo tra la neve, quei convogli?
Li ho rivisti ieri sera, in bianco e nero, e un attimo eterno di disperazione mi ha investita.
Disarmata e impotente ho sparso inutili lacrime nel guardarli, e ho chiesto un inutile perdono alla vita, per me e per tutti coloro che, allora, calpestarono esistenze innocenti con gli occhi dell'anima bendati.
* * *
Ringrazio sentitamente una mia cara e sensibile amica, autrice delle parole. Parole che ho condiviso e chiesto di rendermele disponibili.

Giornata della memoria




"Fatti non foste a viver come bruti...."

















Per non dimenticare....Mai!








Art 1, co.1, della Legge 20 luglio 2000, n. 211:

“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.


* * *



Spero che la memoria dell'Olocausto sia sempe tenuta viva dagli uomini, e specialmente quando i pochi sopravvissuti a quell'orrore non ci saranno più a testimoniare ciò che il negazionismo vorrebbe negare.
Spero che ricordare il Male del passato sia anche di monito per non dimenticare il Male del presente.
Spero che venga considerato nemico della civiltà e dell'umanità chiunque non riconosca il diritto dello Stato di Israele ad esistere o proclami di volerlo distruggere.
Ed infine, in questa "Giornata della memoria", il mio pensiero e la mia preghiera vanno a tutte le vittime degli universi concentrazionari e della follia dei totalitarismi.



Dike Vendicatrice


http://blog.libero.it/vendicatrice/


Ringrazio l'amica Dike per aver messo a mia disposizione la sua riflessione sull'Olocausto.




26 gennaio 2007

Reati d’opinione



Come se qualcuno avesse la coda di paglia!
Un disegno di legge che imbavaglia i neonazisti.
Prevede, infatti, la reclusione fino a tre anni per chi diffonde idee sulla superiorità razziale” e 4 anni per chi fa “apologia e istigazione dei crimini contro l’umanità” o “inciti o commetta atti discriminatori”.
E’ questo il disegno di legge approvato all’unanimità su proposta di Mastella al Consiglio dei Ministri.
Anche D’alema e Prodi l’hanno approvato.
Anche i ministri di rifondazione comunista, i comunisti italiani ed i verdi.
Un’altra ipocrita buffonata!
Nessuno, però, prevede sanzioni per quei governanti che incontrano Ahmadinejad e che asseriscono il diritto dell’Iran al nucleare o coloro che vanno a braccetto con gli Hezbollah.
Penso che a tanti sfugga l’attuale crisi dei rapporti italo-francesi per il Libano.
Il Governo italiano vorrebbe coinvolgere la Siria per la pacificazione del Libano e la mediazione tra Siniora e Hezbollah.
Ma è proprio la Siria che arma il partito del leader religioso Nasrallah, il Partito di Dio, e che fomenta la rivolta contro Siniora.
E’ questo paese che si è reso responsabile degli omicidi dei leader libanesi che predicavano l’autonomia del Libano dalla stessa Siria.
Se si pensa che nel programma di Hezbollah è prevista la cancellazione dello stato di Israele!
La stessa logica di Prodi che voleva l’Iran a mediare tra Israele ed Hezbollah nel recente conflitto nel Libano.
Anche Ahmadinejad ha nel suo programma la cancellazione dello stato di Israele.
Sembra che il Governo italiano sia proteso ad offrire il cerino ai piromani pur di incendiare lo stato ebraico.
Il contrasto con la Francia è proprio per la convinzione francese che la Siria è bene che stia nei suoi territori, tanto più che è stata una risoluzione dell’Onu a costringerla nell’aprile del 2005 a rimuovere il suo esercito dal territorio libanese, dopo l’assassinio del leader libanese Al Hariri ed i sospetti sui mandanti siriani.
Ed ora è come se il nostro Governo avesse la coda di paglia e voglia dimostrarsi inflessibile contro i neonazisti.
Nessuna sanzione, però, per coloro che bruciano le bandiere di stati stranieri, o che inneggiano alla distruzione di Israele, per non parlare delle 10, 100, 1000 Nassiria.
Nessuno ha detto a costoro che la civiltà si difende con i buoni esempi di lealtà, dignità e coraggio e non con il proibizionismo.
I buoni esempi di governo e la tolleranza sono molto più efficaci di ogni legge per la moralizzazione oltre che dei costumi anche degli animi.
Io sono contrario a proibire il pensiero anche quando è un pensiero infame e deprecabile.
In un paese democratico e liberale sono le azioni riprovevoli e disgustose che devono essere sanzionate.
Il reato di opinione è un cattivo esempio e una volta introdotto apre la strada alla mentalità repressiva.
Chi non può porsi la domanda cosa sarà proibito domani?
Massimo Teodori ha ricordato che il reato di opinione è stato introdotto in Italia negli anni ’30 dal codice Rocco.
Nessun reato, invece, per i negazionisti e per coloro che predicano la soppressione dello stato di Israele, anche in questa circostanza si ha idea di un compromesso: è una vergogna!
Domani 27 gennaio è la giornata della memoria.
La memoria dell’Olocausto e dei milioni di morti dell’odio nazista.
Lasciamo perdere questa gente meschina che ci governa e meditiamo senza invocare vendette.
Meditiamo sulla libertà dei popoli e sulla libertà degli uomini.
Meditiamo sul diritto di ciascuno di riconoscersi nelle proprie tradizioni e di essere rispettato per la storia di cui è testimone.
Meditiamo per la libertà di coscienza e contro ogni discriminazione.
Meditiamo per la tolleranza e per il diritto di tutti a sentirsi cittadini del mondo.
Meditiamo sul rispetto che dobbiamo sempre verso coloro che credono in un Dio, sia pure diverso dal nostro.
Meditiamo sulla violenza e sulla ferocia degli uomini.
Meditiamo sulle diversità di razza, di colore, di cultura e accettiamole come contributo all’arricchimento ed alla crescita dell’umanità.
Meditiamo, infine, sul rispetto che ogni cittadino del mondo deve avere per la storia, la cultura e le tradizioni dei popoli che li ospitano.
I valori di ciascuno sono i valori di tutti come quelli di tutti devono essere i valori di ciascuno.
Nel mondo, tra uomini, sempre si ha e si riceve e non è la quantità che conta ma l’umiltà di ciascuno.

Vito Schepisi

24 gennaio 2007

Urge fare chiarezza



Sembra che la stampa di Londra in questi giorni sia impegnata a riportare quanto è emerso sia dalle rilevazioni di Mitrokin, sull’attività del Kgb in Italia, che quanto hanno testimoniato, in vita, alcuni esponenti del kgb russo rifugiatisi in occidente.
In vita perché, guarda caso, aver parlato dell’Italia, dell’attività del Kgb nel nostro Paese e delle complicità ed affiliazioni al servizio segreto sovietico, è stato letale.
L’ultimo caso, quello di Litvinenko, ha fatto emergere una sostanza radioattiva, causa del suo decesso, che in molti in Italia non conoscevano: il Polonio 210.
Sostanza dagli effetti letali in uso a Cuba dove molti oppositori del comunismo sono stati eliminati rimanendone contaminati.
Sembra una scuola che si afferma!
Non a caso durante la guerra fredda tra i blocchi USA-URSS, Cuba rappresentava l’avamposto comunista al servizio di Mosca.
Ma torniamo alla stampa inglese.
L’ITV principale rete privata della Gran Bretagna, diretta concorrente della famosa BBC, ha messo in onda un’intervista a Litvinenko, come si è detto ucciso di recente a Londra in modo orribile, contaminato dal Polonio 210.
Nell’intervista l’ex spia russa dichiarava senza mezzi termini :
“Romano Prodi era un uomo del KGB”
ed affermava che il medesimo era considerato
“il collegamento per effettuare operazioni in Italia”.
Nel corso del servizio si rivela sempre per bocca di Litvineko che le operazioni effettuate dal KGB in Italia con l’aiuto di Prodi erano naturalmente “sporche”.
Il nostro attuale presidente del consiglio, però, non poteva definirsi spia sovietica, cioè “un agente russo” - sosteneva l’ex spia - ma “un nostro uomo”, come s’usava nel gergo del KGB.
Alle rivelazioni della rete ITV, qualche ora dopo faceva seguito un programma dedicato al giornalismo d’inchiesta della prestigiosa BBC, in cui venivano confermate le notizie della rete privata e annunciato d’esser loro venuti in possesso di un documento segreto, nella disponibilità del governo italiano, in cui Romano Prodi viene ritenuto
“un amico del KGB”.
C’è ragione per esser veramente increduli e preoccupati: è un’inquietudine che ci lascerebbe davvero senza parole e che ci auguriamo sia solo mal riposta.
Se fosse vero non si saprebbe quali possano o dovrebbero essere le conseguenze.
Un capo del governo, che sappiamo ostaggio della sinistra più radicale, che è stato confidente del KGB, considerato un loro uomo e di cui i famigerati servizi segreti sovietici si servivano per realizzare affari sporchi nel nostro Paese.
Il tutto durante i tempi del regime sovietico, quando era in atto tra occidente e mondo comunista una vera guerra fredda.
Nella casistica del caso, per usare il termine adeguato: un traditore.
L’ITV ha inoltre diffuso la notizia che in tutti i modi hanno cercato di mettersi in contatto con Prodi ed il suo staff per ottenere un suo commento o anche una sua difesa, una smentita: niente!
Il nostro sfuggiva ad ogni tentativo di contatto ed il suo staff si negava e assumeva posizioni dilatorie e sfuggenti.
Neanche una dichiarazione, niente di niente, neanche un “no comment”. All’ITV è sembrato un modo per ignorare la notizia.
La notizia? In Italia non esiste neanche!
In Italia dove ogni colpo di tosse di Berlusconi era motivo per palate di fango, la notizia della BBC e dell’ITV era degna solo di modesti trafiletti senza evidenza, in pagine interne, come fosse la solita bufala che si riporta più per “gossip” politico che per inquietante notizia.
BBC ed ITV, se solo si fosse trattato di altri, e sappiamo chi, sarebbero state citate come fonti autorevoli e famose per indipendenza e per l’abilità della conduzione del giornalismo d’inchiesta.
Prodi, però, fa notizia solo se rende “felici” gli italiani…
ed abbiamo visto come!

Vito Schepisi

21 gennaio 2007

Magistrati e separazione delle carriere




Se il Presidente della Repubblica aveva lanciato un appello di pacificazione e raccomandato la ricerca di “proposte condivise che tutelino l'autonomia e l'indipendenza della magistratura” la risposta di Mastella va da tutt’altra direzione.
E’ quanto è avvenuto ad un convegno a Milano, organizzato dall’Unione delle Camere Penali.
E dire che la traccia del convegno era:
“Giudice e pubblico ministero.
Due soggetti diversi nel processo, nell’ordinamento, nella Costituzione».
Un traccia che prefigurava l’esigenza di garantire l’autonomia e la responsabilità delle parti in un processo penale.
Solo la riflessione su quanto sia abnorme una situazione che vede contigue la parte giudicante e la parte inquirente in un procedimento penale, dovrebbe far gridare allo scandalo.
Non è una questione politica, non c’entra a questo punto la necessità di supportare uno schieramento.
Il grido d’allarme si vuole che sia trasversale.
Un sistema così non può che dar l’impressione di una forma di gestione autoritaria della giustizia.
E’ certamente un retaggio corporativo.
E’ come se in un processo civile un avvocato di parte appartenga allo stesso ruolo del giudice.
Come se l’uno e l’altro abbiano gli stessi organi di autogoverno e che partecipino insieme ad eleggerli, che abbiano la stessa associazione di categoria e che in essa concorrano insieme a nominarne i vertici.
Quanti dubbi verrebbero alla controparte, soccombente nella causa, che non ci siano state anche silenti connivenze e quanti sul sospetto che non abbia influito lo spirito di corpo?
E’ davvero impressionante sentire il ministro Mastella che dice: “nel mio programma non è prevista la separazione delle carriere”.
E’ impressionante perché, se una evidente questione di emergenza ponga alla ribalta una situazione altrimenti insostenibile, non possiamo immaginare che un Ministro della Repubblica si rifaccia ad un programma.
Verrebbe da chiederci ma questi ministri chi sono e cosa rappresentano?
E’ la stessa domanda, anche se diversa nei termini, che si è posto il Procuratore della Repubblica di Larino (CB) Nicola Magrone:
«una questione che non può avere risposte perché non inserita nel programma: ma quale programma? E soprattutto, il programma di chi?».
Un ministro che annuncia con candore disarmante che non può esserci perché non la vuole l’Associazione Nazionale Magistrati, che è l’organo corporativo di rappresentanza sindacale dei magistrati, ci lascia molto perplessi.
Si ha l’impressione che il Governo possa essere condizionato da un gruppo di cittadini vincitori di un concorso.
La stessa cosa di un associazione tranvieri che stabilisca nella città il percorso dei mezzi pubblici, o di una associazione dei medici che stabilisca quali patologie curare o una di ingegneri che decida su quali spazi costruire le case o di geometri che voglia introdurre un nuovo metodo di misura che sostituisca il metro.
Tutto questo a noi non sembrerebbe eccessivo?
E perché non lo dovrebbe essere la pretesa dei magistrati di regolare l’esercizio della giustizia che, è bene ricordarlo, la Costituzione vuole che sia esercitata in nome del popolo?
Il Presidente delle Camere Penali a Milano replica al Ministro e dice: “Il Governo segue le indicazioni dell’Anm, che è portatrice di una cultura autoritaria della giustizia».
Un’affermazione grave e inquietante.
Emerge l’impressione del consolidarsi di un regime in cui i poteri forti, e l’organo di gestione della Magistratura lo è, si arroccano a difesa di privilegi e potere, condizionando anche attraverso la gestione della giustizia l’esercizio del libero pensiero e della legalità nel Paese.

Vito Schepisi

19 gennaio 2007

Bugie irritanti



Le bugie irritano sempre, ma quelle profferite di continuo dal Presidente del Consiglio irritano ancora di più.
La sua maniera di dirle non si limita solo all’abitudine di non essere mai chiaro o di essere sempre torbido nelle sue enunciazioni.
Sarebbe un modo di essere, tipico da sempre di una certa sinistra democristiana.
Al torbido torpore di una comunicazione spesso capziosa, insinuante e untuosa di Prodi ci siamo quasi abituati.
Anche se è un’abitudine sconfortante!
Irrita l’offesa che si estrinseca dalle fondamenta delle sue bugie.
Nel caso di Vicenza, da supino esecutore delle linee dettate dalla sinistra alternativa, giustifica il suo assenso, quasi fosse un atto di mera politica urbanistica e territoriale e non un fatto politico.
Il suo non opporsi spacciato come responsabilità di un paese e di un governo nell’onorare un impegno preso dal Governo precedente, quello di Berlusconi per intenderci.
Il nostro responsabile politico delle scelte governative “non si oppone” all’ampliamento della base americana di Vicenza e fa intendere anche che la questione gli sia caduta tra capo e collo senza che ne sapesse nulla.
Denuncia la fantomatica esistenza di un accordo tenuto segreto da USA e Berlusconi.
Un'intesa arrogante, in forma riservata, in spregio al dovere di informare l'opinione pubblica.
Mantenuta persino nascosta ai cittadini del vicentino, interessati per vari ragioni alle politiche territoriali conseguenti all’allargamento di quella base.
Per intenderci poco ci manca alla denuncia della plutocrazia ed al complotto giudaico-massonico denunciato da Mussolini.
Il povero Presidente del Consiglio, però, è smentito da tutti: amici e nemici.
Persino il suo fido omino della difesa, più volte impegnato a rispondere ad interpellanze parlamentari sulla questione, lo smentisce e si fa dignitosamente assertore delle consegne ricevute dal suo predecessore.
Il ministro Parisi non poteva fare altrimenti.
Nello scorso autunno, in risposta ad alcune interpellanze, il Ministro della Difesa in persona rispondeva nel dettaglio della richiesta USA.
E dalle risposte Parisi affermava la piena consapevolezza del governo sulla richiesta USA, nell’ambito della riorganizzazione delle risorse, dell’allargamento della base vicentina e dell’utilizzo dell’area civile dell’aeroporto “Dal Molin di Vicenza”.
Anche la pubblica opinione, per essere stata questa impegnata a sostenere o ribattere le manifestazioni ormai rituali della sinistra alternativa dinanzi alla base, non può che confermare l'ennesima bugia del Presidente del Consiglio.
Da Sofia invece Prodi affermava che il Governo non ne era stato informato.
Accusava di fatto Berlusconi d'aver mancato di correttezza nei confronti del popolo italiano e d'averlo coinvolto inconsapevolmente in una scelta politico-militare di quella portata.
Un Capo del Governo, Prodi, che non ha memoria o che ci fa fessi?
Sia nell’un che nell’altro caso, ci sarebbe da considerare che sarebbe opportuno che lasciasse ad altri responsabilità che sono al di sopra sia delle sue capacità, che della sua limitata dignità.
Quest'uomo è una vergogna per il Paese.


Vito Schepisi

13 gennaio 2007

Tutti insieme appassionatamente



Penso che per un cittadino, contribuente puntuale e osservante di ogni regola civile, sia lecito chiedersi se le spese della manifestazione regale di Caserta siano un giusto prezzo da pagare, per dover dar modo al nostro Presidente del Consiglio di apparire su tutte le testate giornalistiche di televisioni e carta stampata per due giorni interi.In fin dei conti di questo si è trattato!
Cosa poteva non farsi e dirsi nei luoghi istituzionali deputati e senza inutile dispendio di risorse economiche e di tempo?Un inutile conclave e già il termine evoca tristezza.
La nostra conoscenza dei “Conclave” si fermava all’uso di nominare un nuovo Pontefice.
Non me ne voglia il Papa ma questo accade ad ogni morte di papa e negli ultimi lustri, a parte un’unica dolorosa circostanza, i papi sono durati abbastanza a lungo.Abbiamo saputo tutto già dall’inizio.
Ciò che di solito si sa alla fine, e cioè le conclusioni del conclave stesso, è stato riferito prima in una conferenza stampa di Prodi .
Un’insolita routine motivata dalla solita provocazione di Pannella che, in diretta tenendo il cellulare acceso, diffondeva per radio radicale il discorso del neo re borbone.
Abbiamo così saputo che a quel vertice non si sarebbe discusso di nulla e che serviva solo a guardarsi negli occhi tutti insieme.
Ministri e sottosegretari, capi partito e capi corrente, teste d’uovo e strateghi della politica, tutti insieme appassionatamente a guardarsi negli occhi e comunicare, dagli ambienti fastosi della reggia borbonica, di sentirsi i più bravi ed i più belli.Tutte le questioni sul tappeto sono state tutte rinviate.
A chi volesse chiedere di cosa si è parlato non rimane che rispondere con solo due vocaboli: di nulla.
Mi ricorda, per ironia della sorte, un commento di Prodi alla vigilia di un Congresso di F.I., prima del 2001, quando ad un’intervista di un giornalista definì “del nulla” un Congresso d Forza Italia: il partito che poi vinse le elezioni.Le conclusioni del conclave?
Tutto in un “bignami” delle 276 pagine del programma dell’Unione, sintetizzato in 10 punti guida di cui alcuni esilaranti, come se avessero scoperto l’acqua calda.
Tutti buoni propositi, senza che nessun tema in discussione nel Paese fosse stato focalizzato ed avviato a conclusione.
Una buffonata pazzesca!
Di rilievo il commento del segretario di Rifondazione Comunista Franco Giordano:
"Li abbiamo fermati. Partita chiusa."
Forse che avevano ragione gli automobilisti di Caserta che fuori della Reggia, imbottigliati nel traffico da un esercito tra poliziotti, giornalisti e curiosi, gridavano “Tornate a casa, Buffoni!”?
Se Boselli, a conclusione dei lavori, si è lasciato andare ad una dichiarazione di delusione:
“non c’è stato un briciolo di coraggio per affrontare i nodi che vanno sciolti. Si è imboccata solo la strada del rinvio.”
dobbiamo osservare che anche in questa occasione si è persa un’occasione per darci la parvenza della “serietà al Governo” che Prodi ed il centrosinistra spacciavano come allucinogeno in campagna elettorale.
Vito Schepisi

09 gennaio 2007

la Riforma Elettorale



Parlare di riforma elettorale senza correre dietro alle formule magiche.
Sembra la traccia di una tavolarotonda ma è invece un riferimento alla confusione presente nel Paese.
A risultati elettorali già acquisiti, quella del sistema elettorale è stato il proposito di riforma che ha avuto il puntuale e continuo richiamo sia nella maggioranza che nella opposizione.
Tutti oramai si sono accorti che il vecchio sistema, quello del maggioritario con il 25% di proporzionale corretto dallo scorporo, riformato dall’attuale legge nella scorsa legislatura, è stato modificato in peggio.
E l’opinione sul fallimento delle ultime modifiche sembra sia generalmente condivisa.
Anche coloro che hanno voluta questa riforma si defilano e cercano di confondersi con i critici.
Casini e Follini, ispiratori dell’attuale legge, e che per ottenerla hanno esercitato pressioni al limite della rottura nella passata legislatura, non si azzardano a cavalcarla.
L’elettorato la considera una pessima legge e con una consistente connotazione partitocratrica.
Ho già detto in altre occasioni, abituato come sono a dare nomi e definizioni per ogni cosa, che i due post democristiani dell’Udc hanno ottenuto ciò che si proponevano: far perdere le elezioni alla Cdl; assicurarsi con il proporzionale un numero di parlamentari utili a mantenere visibilità; smarcarsi da Berlusconi.
La loro strategia, però, non è stata vincente su tutto il fronte.
Grazie alla tenuta di Forza Italia, e della Cdl che ha “rischiato” addirittura la vittoria, non hanno ottenuto il pieno risultato che si proponevano.
Non hanno ottenuto la sconfitta di Berlusconi ed i numeri per poter essere l’Udc alternativa alla sinistra più radicale.
Se Prodi resta condizionato ai ricatti della sinistra estrema è perché non può porla in alternativa al centro di Casini e Follini.
Questi rimangono anche con le mani legate, non potendo passare dalla parte della maggioranza: verrebbe meno il progetto politico d’apparire come riferimento della centralità, in alternativa alla destra ed alla sinistra.
Il duo, perciò, mantiene il ruolo di opposizione ma col distinguo dalla Cdl.
Da questa realtà complessiva è partito il balletto delle ipotesi.
Il Presidente della Repubblica nel suo discorso di fine d’anno ha lanciato un sensibile monito, sia alla maggioranza che all’opposizione, a dialogare sulle riforme istituzionali, chiedendo iniziative in modo condiviso per la modernizzazione e la modifica del sistema elettorale.
In questo scontro di interessate incomprensioni è, inoltre, in corso la richiesta di una referendum per la modifica della attuale legge elettorale.
Ce n’è tanta di materia per riempire le pagine politiche dei giornali e non mancano editoriali ed interviste, oltre che proposte più o meno interessate.
In verità di interessante molto poco da una parte e dall’altra.
Molta tattica più che visioni strategiche; molte schermaglie all’interno dei poli e nessuna proposta veramente organica e chiara su cui confrontarsi.
Metodo tedesco proporzionale con sbarramento, metodo francese a doppio turno, metodo simile al sistema elettorale regionale e tra questi metodi ciascuno con la sua correzione personalizzata e confacente agli interessi della propria parte politica.
Opinionisti e politici si spostano con estrema disinvoltura a rimorchio di una o l’altra tesi ed alcuni in contrapposizione con le precedenti tesi e con le affermazioni di principio di sempre, altri in contrapposizioni con la logica e la Costituzione.
Gli uni e gli altri, comunque, animati dall’unico principio di portare acqua al proprio mulino.
Le proposte che emergono, in sostanza, non hanno nessun fondamento di serietà.
Quando Mariotto Segni introdusse, attraverso il referendum, il maggioritario nel Paese, pose la prima pietra su cui costruire la semplificazione del quadro politico e su cui porre la parola fine all’uso di utilizzare i partiti quali fonti di condizionamento e di ricatto.
In particolare si intendeva togliere ai piccoli partiti, non voce e testimonianza di istanze minoritarie, ma il potere di interdizione sulle linee politiche ed i programmi delle forze di più ampio consenso popolare.
Si intendeva, cioè, predisporre le coalizione ed i loro programmi per privilegiare la governabilità.
Pensare con alchimie diverse di modificare nuovamente lo strumento elettorale per riporlo nelle mani e nelle astuzie dei piccoli partiti (Mastela, Casini, Di Pietro, Bertinotti o Diliberto per intenderci) è pura follia.
Non penso sia opportuno immaginare aperture che mettano in gioco la spinta a coalizzarsi all’interno di un collocazione politica o che impediscano all’elettorato di scegliere, nel confronto tra i programmi proposti, la coalizione ovvero il leader ed il programma stesso proposto.
Pensare soluzioni proporzionali o che privilegino la frantumazione e la transumanza politica, per mettere in difficoltà l’una o l’altra coalizione, sarebbe semplice follia.
Il referendum proposto, fino ad ora in modo trasversale, e da cui si stanno defilando alcuni sostenitori (per ordine dall’alto?) offre una buona immagine bipolare.
Prevede, infatti, il premio di maggioranza al partito che ottiene la maggioranza relativa ed induce, per questo motivo, a formare coalizioni più ampie sulla scia, ad esempio, del Partito Democratico o Del Partito delle Libertà.
Non erano questi i propositi di Prodi e Berlusconi e dei partiti (rispettivamente DS e Margherita da una parte e Forza Italia e AN dall’altra) portanti della loro leadership?
O erano solo specchietti per le allodole?
O per gli allocchi?
Nessuno si è mai chiesto quanti soldi risparmierebbe il Paese con la semplificazione della politica?
Si potrebbero ridurre sia i gruppi parlamentari (e tutte le relative spese) che il numero dei parlamentari.
Si potrebbero ridurre il numero dei ministeri e dei sottosegretari ed anche presidenze e commissioni (non occorrerebbe più dar spazio e visibilità a tutti i piccoli partiti).
Potrebbero ridursi i giornali di partito, finanziati pubblicamente, ed i costi della politica e poi ancora le clientele e le feste di partito, i cui costi in definitiva paghiamo sempre noi.
O non è così?

Vito Schepisi

02 gennaio 2007

I (de)meriti del Presidente del Consiglio


Se ci fosse stato qualche dubbio sulle abitudini del nostro Presidente del Consiglio di essere un diffusore di parole senza senso e di raccontare spesso bugie, la riprova la si è avuta con il suo discorso di fine anno, a finanziaria approvata.

Prodi si è impadronito di una ripresa economica che è fatto contestualizzato nell’economia mondiale, si è impadronito persino dei risultati di introiti fiscali ottenuti con i provvedimenti del suo antagonista politico Berlusconi.

Con l’enfasi che gli conosciamo, sebbene contorto nel linguaggio, bofonchioso nell’espressione e buffo nella mimica, ha sostenuto di aver rilanciato l’economia.

Non si vede, però, con quali provvedimenti posto che la sua prima finanziaria che è poi la legge a cui si fa riferimento per l’attuazione di un programma di investimenti, priorità, risorse e fonti di finanziamento su cui si poggiano i fattori dell’economia, è appena stata varata ed i suoi effetti sono tutti proiettati nel 2007.

Qualcuno avrebbe dovuto ricordargli che la sua gestione faceva riferimento alla vituperata legge finanziaria di Tremonti- Berlusconi che, per coloro che non lo ricordano, era per lo stesso Prodi ed i suoi alleati, la finanziaria del tracollo del Paese.

Il maggior gettito fiscale è il risultato di diverse iniziative ed effetto del maggior allargamento della base impositiva.

E’ cresciuto il numero delle imprese, è cresciuta l’occupazione, sono state recuperate fasce di evasione.

Anche i condoni, per quanto antipatici ed ingiusti, hanno favorito l’emergere di redditività prima non conosciute.

Gli evasori totali che decidono di pagare per scampare il pericolo di essere scovati e per vedersi condonare parte del dovuto poi finiscono col regolarizzare la propria posizione fiscale.

Il condono è immorale, è ingiusto ed antipatico come si è detto, ma è anche pragmatico e realistico.

A volte serve a sfoltire il contenzioso fiscale ed a recuperare somme altrimenti definitivamente perdute anche per la lentezza della macchina giudiziaria e per la scure rappresentata dalla prescrizione.

Anche l’aumento della produzione industriale che Prodi si è attribuita è dovuta alla ripresa dei mercati, all’aumento della domanda ed alla più larga capacità di offerta produttiva del Paese, fenomeni che si sono accompagnati alla ripresa dei mercati internazionali.

Non si possono ignorare, infatti, gli effetti negativi sulle economie dei paesi industrializzati conseguenti agli attentati alle Twin Towers di New York dell’undici settembre del 2001.

Gli effetti positivi attribuitisi da Prodi sono stati ottenuti con la Riforma Biagi, che la sinistra vorrebbe cancellare; con la riduzione delle aliquote fiscali, che Prodi ha nuovamente inasprito; con l’aumento dell’età pensionabile, che la sinistra alternativa oggi vorrebbe nuovamente riportare a limiti non presenti in nessun paese della Comunità Europea.

Gli effetti della finanziaria Prodi si vedranno nell’anno appena iniziato e tutti gli osservatòri, tra cui anche le società di rating che hanno recentemente declassato l’Italia, non esprimono pareri confortanti.

Altra bugia di Prodi è l’affermare che l’anno in corso sarà quello della ripresa.

E’ un falso nei principi didattici dell’economia.

Questa si sviluppa in presenza di facilità di investimenti, di riduzione della pressione fiscale, di disponibilità delle risorse, di minori costi produttivi, di elasticità e mobilità delle risorse umane.

Esattamente tutto il contrario di ciò che Prodi propone con la sua legge finanziaria.

Vito Schepisi

24 dicembre 2006

Qualcosa è cambiato!

Sul Giornale del 23 dicembre ho letto l'Appunto di Filippo Facci che mi piace riportare. E' un chiaro esempio della "miseria" della informazione in Italia. Quest'anno sembra che un colpo di spugna abbia cancellato ogni problema. C'è Prodi e la sinistra al Governo e la parola d'ordine è partita. Solo felicità, i problemi sono finiti. Oggi va tutto bene, nonostante tutto, nonostante la finanziaria, gli effetti dell'indulto ed il senso di confusione e di precarietà tra la gente, i lavoratori, l'impresa, le famiglie, i risparmiatori, i giovani.
Ecco il testo di Filippo Facci dal titolo "Qulacosa è cambiato":


"Dove sono le barricate?
Dove sono i morti per strada, gli assalti agli alimentari, le interviste del Tg3 al ceto medio affamato e al commerciante disperato?
Dov'è il rapporto Eurispes numero tremila?
Dov'è il clima ansiogeno di Ballarò coi servizi sui pensionati che dormono sulle panchine?
Eppure è un Natale anche peggiore di quello che l’anno scorso registrò un inferno mediatico, un albero di Natale costa 27 euro anziché 25, una ghirlanda 3 euro anziché 2, palle colorate più 5 per cento, bambole più 8 per cento, borse griffate più 9, weekend in Italia più 4,5, settimana bianca più 2,6: dov'è il Corriere?
Dove sono le inchieste di Dario di Vico?
Il Codacons dice che i consumi calano del 5 per cento e che l'80 per cento delle tredicesime se ne va in assicurazioni e bollette e rate di mutui, la Confcommercio dice che cala anche il consumo di salmone e caviale e champagne (meno 6) per non parlare delle vacanze esotiche: schiere di famiglie impoverite migrano verso il Mar Rosso e abbandonano i Caraibi e l'Oceano Indiano, già il ponte di Ognissanti aveva registrato un 27 per cento di presenze in meno, dove sono i giornali?
Dov'è l'inchiesta sui bambini che alla quarta settimana non hanno più latte né panettone da intingervi?
Dov'è il Tg3 che l'anno scorso rilanciò il «Natale senza regali» nei giorni 12, 19, 22, 23, 25 e 26 dicembre?
Dov'è, dove siete?
È cambiato qualcosa?
Che cosa?"

Filippo Facci
Il Giornale 23 dicembre 2006

21 dicembre 2006

Grido di Libertà


"Signor Presidente, lei si vanta di aver dato al nostro paese una libertà della quale non ha mai goduto, mentre l'unica libertà che ancora non ci è stata tolta è quella di respirare e camminare, per il resto non abbiamo mai vissuto in una situazione peggiore per quanto concerne le libertà individuali e collettive.
Probabilmente non condividiamo il significato della parola libertà.
In una società libera gli studenti non sono cacciati dalle università in quanto dissidenti, non sono pestati regolarmente dai suoi sostenitori perché contrari al suo governo, non si vedono negare il diritto a organizzarsi in associazioni o a pubblicare riviste.
Lei ci ha accusato di essere agenti di potenze straniere, se riuscirà a dimostrare questa sua accusa ci autoimpiccheremo per aver tradito il nostro paese.
Quelle grida che lei ha ascoltato lunedì, non erano voci individuali, era la voce di un popolo che chiede libertà, democrazia e giustizia.

Impari ad ascoltarla."


Lettera scritta dagli studenti dell'Università di Teheran al Presidente Ahmanidenejad - Teheran dicembre 2006

20 dicembre 2006

Il Girasole e la Luna



Il Girasole e la Luna
di Erica Di Febo

Casa editrice "Prometheus" di Milano
41 poesie scritte tra il 2003 ed il 2005
volume di 50 pagine - Collana "Le Camene"
costo € 7,00

Prefazione del poeta Alessandro Villa, fondatore del Centro Giovani e Poesia di Triuggio(MI)





“Non esiste gioia che nasconda a se stessa
il proprio dolore…”


Io sono girasole e luna,
tu sei ombra che nasconde.
Parlami del buio,
quando luce,
lieve,
apparirà.
Ti racconterò come,
sorpresa d’estate e sollievo d’inverno,
la fine e il principio,
conosco.


“Non esiste forza che nasconda a se stessa le proprie debolezze.”
*
Erica Di Febo
Pagina 49 poesia conclusiva da cui prende il nome il volume

16 dicembre 2006

Una fiducia indecente


Si dovrebbe riflettere sul fatto che in un’Italia retta da una democrazia rappresentativa, divisa perfettamente in due alle ultime elezioni, i senatori a vita invece siano divisi solo in una parte politica.
C’è qualcosa che non funziona in questo meccanismo.
Il buon senso vorrebbe che questi uomini illustri rappresentassero il Paese, ne fossero la coscienza critica e propositiva, ne incarnassero l’ingegno e l’impegno.
Ma il Paese è schierato al cento per cento solo da una parte?
E’ mai questo il Paese del pensiero unico?
Se un osservatore asettico dovesse guardare verso il voto espresso nei reiterati appelli alla fiducia, nonché nelle elezioni delle cariche istituzionali e delle commissioni permanenti del Senato della Repubblica otterrebbe un’idea distorta del sentimento popolare.
Sarebbe portato ad osservare che in Italia prevale una coscienza solidale, un comune sentire, una cultura monolitica, un’espressione non da democrazia liberale ma da democrazia popolare.
Quelle forme che molti governanti di oggi, anni fa, applicate nei paesi dell'est europeo, spacciavano per miti della democrazia, della civiltà e della felicità sociale e che, invece, si sono rivelati come sacche di miseria e di ingiustizia, oltre che di violenza e repressione del pensiero.
Uno Stato che sceglie e decide servendosi di un manipolo di parlamentari, insediati per nomina o per diritto, anche su questioni prettamente tecniche e squisitamente politiche come una finanziaria.
Il Laticlavio a vita era stato pensato, invece, dai costituenti come un’opportunità per il Paese e per il Parlamento.
Una facoltà di potersi dotare di fonti di conoscenza ed esperienza da adoperare nella formazione delle leggi.
L’opportunità di servirsi di uomini, scelti tra il popolo, per aver rappresentato degnamente il Paese nelle arti, nelle scienze e dell'azione civile, scelti per essere nobili esempi di dirittura etica sui grandi temi del pluralismo e della tolleranza e garanti credibili nella indifferibile scelta dei valori della democrazia e dell’identità nazionale del popolo.
Ed Invece?
Invece vengono indecentemente utilizzati come massa votante, per invertire una maggioranza voluta dal popolo, per modificare gli assetti stabiliti dalle consultazioni elettorali dove il popolo sovrano ha espresso le sue scelte politiche e parlamentari.
Prestarsi a questo gioco non solo è umiliante per chi si presta ma anche indecente per coloro che fanno uso di questa “massa manovra”, utilizzata in chiaro spregio sia dello spirito costituente che della volontà popolare.
Non può sfuggire agli uni (senatori a vita) ed agli altri (partiti della maggioranza) che c’è una parte dell’ Italia che è maggioranza nel Paese che non sente più proprio questo Governo, c’è un’Italia quasi intera che non sente adeguata questa manovra finanziaria.
Una grossa fetta dell’Italia che considera immorale il comportamento di uomini, non investiti da mandato popolare, che mantengono in vita una maggioranza ed un Governo che considerano il peggiore che ci sia mai stato.


Vito Schepisi

13 dicembre 2006

Il Nazifondamentalismo



Non so se sia ammissibile che un capo di stato possa asserire, come ha fatto Mahmud Ahmadinejad, chiudendo i lavori della conferenza internazionale sulla negazione dell’Olocausto
Israele scomparirà presto
e continuare a mantenere rapporti diplomatici con gran parte dei paesi del mondo, Italia compresa.
E’ da tempo ormai che vengono reiterate queste minacce, senza che la comunità internazionale provveda in alcun modo a chiarire che un proposito del genere non può rientrare in nessuna casistica delle controversie tra i popoli.
Eppure l’Iran mantiene regolari rapporti diplomatici con le cancellerie di tutto il mondo, o quasi.
Tra i paesi che il presidente iraniano ritiene vicini l’Italia è in primo piano.
Il nostro ministro degli esteri, infatti, ha già ritenuto ammissibile il proposito dell’Iran di fornirsi della tecnologia atomica, in dispregio ai trattati internazionali sulla non proliferazione degli armamenti nucleari.
Il Presidente del Consiglio Prodi, in precedenza, non solo ha incontrato, di ritorno dal suo viaggio in Cina, lo stesso Ahmadinejad a New York in sede Onu, unico leader occidentale a farlo, ma in precedenza aveva proposto la mediazione del leader iraniano per i focolai bellici accesi dagli attacchi degli Hezbollah libanesi sul territorio di Israele.
E’ il caso di dire che per Prodi consegnare non solo i fiammiferi, ma anche la benzina, nelle mani dei piromani sia azione corretta.
E’ inquietante non solo la reiterata minaccia del dittatore iraniano, ma anche la sfrontatezza di tenere a Teheran una conferenza internazionale con il turpe scopo di negare l’Olocausto.
La repressione degli ebrei, per i fondamentalisti radicali iraniani, non è mai esistita.
Tutto questo nonostante che, con il passar del tempo, emergano ancora testimonianze e documentazioni sull’antisemitismo che è stato non solo fenomeno nazista ma anche diffuso nei regimi popolari dei paesi comunisti dell’est europeo.
Lo storico austriaco Raul Hilberg, noto per la sua attività di ricercatore e storico dell'Olocausto, all’inizio di questa settimana a Berlino in coda ai lavori della conferenza su "L'Olocausto nella memoria transnazionale" ha dichiarato: "La realtà emersa dai miei studi è che gli ebrei deceduti a causa delle persecuzioni naziste sono stati circa 5 milioni e centomila. Due milioni e novecentomila sono morti nei lager, un milione e quattrocentomila trucidati in esecuzioni di massa, ottocentomila nei ghetti.
Questa cifra comprende anche i settemila ebrei italiani, deportati prevalentemente da Roma, Milano e Trieste
".
Ma lo stesso storico ha anche affermato, a proposito dell’Iran e delle teorie negazioniste del suo Presidente, che il suo antisemitismo sia strumentale e che serva a trovare seguaci nel mondo musulmano.
Se il dittatore iraniano, però, intendeva inviare un messaggio di forza e convinzione, per imporsi come leader arabo nella lotta ad Israele, c’è da osservare che il suo proposito sia stato reso molto meno credibile dalla contestazione ricevuta dagli studenti di Teheran che hanno gridato “morte al dittatore” e dato fuoco ai suoi ritratti dinanzi ai suoi occhi.
La contestazione ricevuta lo ha reso di certo meno credibile, nonostante la pronta repressione e la sparizione fisica dei contestatori.
La sua influenza ne esce indebolita, tanto più che riemerge tra i suoi oppositori il riferimento al fallimento della sua politica economica che aveva fatto presa sulle masse e decretato il suo successo politico.
Non per questo, però, Ahmadinejad appare meno determinato a procurarsi la tecnologia per la costruzione degli ordigni atomici ed a sfidare la comunità internazionale ancora impegnata a discutere sulle sanzioni da applicare.
E’ suggestiva la tesi di David Meghnagi, libico ed ebreo, professore di Psicologia dinamica all'Università' Roma.
Si fonda su due premesse, la prima storica:
Sebbene la storia del sionismo dimostri come questa tesi non sia corretta, e' un fatto che l'esistenza di Israele viene vissuta in Europa e nel mondo occidentale come un atto di riparazione successivo alla Shoah".
La seconda psicoanalitica che fa dire al professore:
"in quanto simbolo di riparazione, gli atti di Israele non sono valutati secondo criteri politici, bensì morali, che non si applicano agli altri stati".
E’ su queste due premesse, afferma Meghnagi che , i fondamentalisti islamici hanno capito che la distruzione di Israele passa dalla negazione della Shoah.
Secondo il professore libico, la negazione dell’Olocausto trae origine dalla convinzione di dover scardinare la resistenza del mondo occidentale all’annientamento dello stato di Israele.
L’arma atomica in preparazione diviene così una grossa minaccia alla sicurezza ed alla pace ed un pericolo per la deflagrazione di un terzo conflitto mondiale.

Vito Schepisi

06 dicembre 2006

La strategia sciatta dell'Udc










Che prospettiva ha Casini e la sua Udc di portare innanzi una sua autonoma proposta politica?
Quale possibilità di successo possa avere il suo progetto, e può da sola l’Udc proporsi come alternativa alla sinistra?
A questi interrogativi oggi occorre dare risposte credibili.
Se non vi sono risposte affermative la conclusione è soltanto una: d’essersi inoltrati i centristi verso un’avventura politica.
Nella valutazione non si può non tener conto dell'attività della UDC, iniziata con la segreteria Follini, e proseguita con Cesa e Casini, che aveva ed ha come scopo ultimo quello di far scendere Berlusconi dalla sella.
Quando il vecchio segretario, ora leader del “partito di mezzo”, chiedeva un segno di discontinuità non era altro che un invito a sostituire Berlusconi con Casini.
Accompagnata al nominalismo della richiesta non vi era nessuna scelta programmatica, se non quella di un ritorno al proporzionale per favorire la strategia di condizionamento, garantendosi il mantenimento degli spazi di rappresentanza.
I centristi di Casini sono rimasti spiazzati non solo dalla tenuta ma anche dal sostanziale successo di F.I.
Sono rimasti addirittura senza fiato per i risultati raggiunti e per la quasi vittoria di Berlusconi.
Il loro successo elettorale, dopo aver avuto la massima visibilità possibile con la Presidenza della Camera e con un ruolo di distinzione nella maggioranza e partito frontiera della coalizione, è stato modesto.
Il proporzionale serviva a smarcarsi e distinguersi.
Sono sempre, però, il terzo partito della Cdl, con un quarto dei voti di FI e la metà di quelli di Alleanza Nazionale.
Avevano gridato contro la deriva populista di Berlusconi e attendevano all’incasso i voti moderati e centristi ma hanno ricavato solo un modesto raccolto.
Casini è cresciuto con la Cdl ed ha rappresentato un riferimento per l’elettorato cattolico moderato, grazie alla visibilità che la Cdl ha voluto offrirgli.
L’analogo partito nello schieramento di sinistra, l’Udeur di Mastella, supera a mala pena l’1% (uno percento) dell’elettorato.
Follini uscito dall’Udc qualche mese fa per fondare il suo “partito di mezzo” non se lo fila più nessuno.
Dai sondaggi risulta che i partiti della cdl ( Forza Italia, Lega ed Alleanza Nazionale) crescono rispetto ai risultati delle politiche del 9 e 10 aprile, mentre quello di Casini cala, almeno dell’uno per cento.
Finita la bolgia della visibilità per aver distinto la propria azione dalla Cdl, Casini e l’Udc non potranno che veder perdere costantemente i loro riferimenti elettorali.
L’Italia, e lo si è visto a Roma con la manifestazione del 2 dicembre, è bipolare, ha ormai acquisito lo spirito della scelta di campo.
La mossa dell’Udc non ha prospettive visibili ed è destinata a rivolgersi contro.
Se non dovesse trovare sbocchi diversi l’Udc vedrebbe ridursi anche la compagine parlamentare, ed anche i dirigenti centrali e locali finirebbero per abbandonare in massa il partito, non ritenendo perseguibile l’avventura del duo Cesa-Casini.
L’unico collante che sembra legare ancora la compattezza è la prospettiva del recupero di una funzione governativa in funzione dello spostamento dell’asse politico della maggioranza. Un’ipotesi, però, che sembra difficile se non impossibile.
Non hanno i numeri per sostituire tutti insieme Rifondazione Comunista, Verdi ed i comunisti di Diliberto, ed offrire il loro appoggio senza contropartite politiche significherebbe disperdere la loro funzione e ridurre ulteriormente la loro credibilità.
La strategia più probabile di un’aggregazione sul centro dei cattolici di destra e di sinistra, oltre ad essere velleitaria e di difficile realizzazione vedrebbe rispolverare la politica dei due forni di craxiana memoria.
Ma se il biporalismo ha una sua logica politica ed istituzionale, il partito di mezzo ne avrebbe solo una strumentale.
L’elettorato finirebbe per non apprezzarla.
L’aver, invece, rinunciato alla formazione del partito unico dei moderati o delle libertà è una grossa responsabilità dei centristi.
Rappresenta la rinuncia a voler lanciare la proposta politica del bipolarismo e di liberarsi delle scorie dei partiti di alternativa radicale sia di destra che di sinistra.
Se l’elettorato richiede la semplificazione della proposta politica, la risposta della Udc diviene una risposta divergente di frammentazione e di confusione.
Se dovesse passare il Partito Democratico della sinistra ed il centrodestra si dovesse ritrovare disunito e conflittuale, Casini si accollerebbe una pesante responsabilità politica nei confronti dell’elettorato e del Paese.
Disperderebbe la credibilità nel fornire risposte puntuali alla domanda di governabilità: un po’ quello che è successo nelle ultime elezioni quando si avvertiva già il rischio della divergenza e di due ben distinti processi di governabilità.
Ha sbagliato la Cdl nella scorsa legislatura a cedere all’imposizione di Follini e Casini sulla modifica del sistema elettorale.
Un sistema che alla luce dei fatti si è mostrato inadeguato e poco apprezzato dagli elettori, un sistema che ha fornito alla sinistra un’arma in più e che si è rilevato un bersaglio facile per la sua capacità di martellante propaganda.
Quella di Casini ho già avuto modo di definirla e lo confermo una strategia sciatta, di breve termine senza sguardo lungo, dettata dall’improvvisazione e dalla necessità di demolire l’immagine di un centrodestra incentrato sulla figura carismatica di Berlusconi.


Vito Schepisi

03 dicembre 2006

Una piazza mai vista


Non amo la piazza.

Non l'amo perchè è senza toni, manichea, integrata e dogmatica.

Afferma convinzioni: non discute e non si interroga, è sorda, monolitica, spesso usata.

Ho sempre scritto che la piazza non ha sempre ragione e l'affermo anche in questa occasione.

La piazza spesso tocca le corde più irrazionali del nostro modo d’essere.

Fa prevalere l'istinto alla ragione e suscita suggestioni che non sono sempre il giusto mezzo per far emergere i percorsi delle realizzazioni virtuose.

Non mi piace perchè è spesso costruita, trascinata, organizzata, elaborata, strumentalizzata.

La politica e le scelte vanno elaborate e meditate, vanno discusse e confrontate, vanno capite e condivise e la piazza può solo respingerle o acquisirle in modo acritico, senza riserve e senza convinzioni.

E' vero, però, che la piazza di ieri a Roma era fatta di gente pacifica, gli animi erano sereni, nessuna forzatura e strumentalizzazione ed i valori rievocati erano quelli del buon senso e della nostra identità.

Guardando la gente che sfilava ho spesso sentito l'orgoglio di questa Italia che esiste, che vive senza rumore, nelle attività quotidiane, nelle coscienze di donne e uomini comuni, che sente e non grida, che non si arma e non odia, che non distrugge e non urla, che si difende e non aggredisce.

L’Italia democratica, la vera Italia democratica.

L’Italia libera.


E' un Paese reale che non chiede per se, è una coscienza civile che guarda al futuro, che si preoccupa, che ha sentito in questa occasione di partecipare in massa, in tanti, tantissimi. Mai vista Piazza San Giovanni così gremita e... mai vista Piazza San Giovanni ...così gremita e senza le bandiere rosse ....così gremita e senza scene di isterismo...così gremita e senza slogan violenti...così gremita e senza odio

E' bella la nostra bandiera quando sventola fiera, quando nei suoi colori si rispecchiano i valori della nostra identità nazionale, quando dà l'idea della nostra libertà e della fierezza di un popolo laborioso, di un popolo che ha subito di tutto e che subisce ancora, di un popolo che mai si stanca di lottare.

E' bella la nostra bandiera conosciuta nel mondo come simbolo di esaltanti vittorie nell'arte, nella cultura, nella scienza, nello sport.

E' bella la nostra bandiera che esalta le capacità del Paese che ci fa conoscere per inventiva, genialità, bellezza, bontà.

E' bello il nostro tricolore nelle piazze gremite....è bella l'idea di libertà che diffonde.

E’ bella la piazza che si emoziona, la piazza che si carica che si dà coraggio e si muove per fare, per cercare, per diffondere.

Una piazza così, davvero non s’era mai vista.


Vito schepisi

01 dicembre 2006

Mitrokhin: l’Italia ha diritto di sapere



Ho idea che Paolo Guzzanti abbia messo le mani su qualcosa di grosso, forse più grande di lui per essere un giornalista intrepido e spumeggiante e non un sordido mestatore.
Il fuoco di sbarramento della sinistra, dopo l’eliminazione fisica di Alexsandr Litivinenko, è diventato massiccio ed organizzato.
La regia sembra ben preparata.
Politici, giornali e servizi si muovono di concerto per infangare, ridicolizzare e delegittimare.
Il solito gioco della disinformazione in cui il vero diviene falso.
Il falso, invece, ripetuto e congetturato, diviene verità.
Un nettare per le cattive coscienze dei tanti, assetati di odio per una parte politica, che è poi sempre la stessa.
Nessuno si scandalizza del fatto che le telefonate di Guzzanti, Senatore della Repubblica e Presidente delle Commissione Bicamerale Mitrokin, istituita con delibera del Parlamento e con i poteri della magistratura, siano state intercettate.
Fassino si permette, anche, di dire che la democrazia viene stravolta.
Lo stesso Fassino che chiese a Consorte, se, attraverso artifizi finanziari e storie di ambigui scambi, l’ex partito comunista, ora DS, potesse considerarsi padrone di una banca!
Fassino intercettato gridò allo scandalo, ora invece si accomoda sulla strumentalizzazione di telefonate private i cui testi contengono solo colorite descrizioni di uomini e scambi di opinioni e sensazioni senza nessuna fondata “notitia criminis”.
Prodi annuncia querele, si suppone contro Guzzanti.
Questi l’ha chiamato in causa, infatti, per la famosa seduta spiritica, i cui risvolti non si sono ancora mai conosciuti, in cui emerse la pista “Gradoli” ai tempi del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro.
I sospetti è che Prodi sapesse da altri settori ed il tacere sulle fonti ha, di fatto, reso impercorribile il tentativo di salvare la vita al Presidente della Democrazia Cristiana dell'epoca.
Guzzanti ha chiamato in causa Prodi anche per una frase pronunciata dall’ex agente del Kgb, avvelenato a Londra, in cui questi affermava d'aver saputo dal suo ex capo, generale Trofimov, che “Romano Prodi è il nostro uomo”, un uomo cioè vicino ai servizi segreti sovietici.
Perché Prodi non ha querelato prima?
Perchè non l'ha fatto quando Litvinenko era ancora in vita?
Questa notizia era nota da tempo e sembra che ci siano anche le registrazioni.
Il tutto riviene dall’ormai famoso dossier Mitrokhin.
Perché non si dice al popolo italiano quali siano stati i motivi che hanno spinto il governo Prodi dell’epoca a nascondere i nomi dei responsabili di intelligence con il Kgb, servizio segreto sovietico, di cui l’Italia in guerra fredda era in conflitto?
Quali i motivi che consigliarono a D’Alema, subentrato a Prodi alla presidenza del Consiglio, sebbene l’esistenza del dossier fosse diventato di dominio pubblico, grazie alla notizia pubblicata sul Times di Londra nel 1999, a tenere segreti i nomi degli informatori e delle spie italiane pagate da Mosca?
Gli italiani vogliono conoscere i nomi di questi signori e non le chiacchiere di Prodi e dei suoi uomini.
Chi non vuole che gli italiani si indignino per il comportamento dei 261 (politici, giornalisti, uomini influenti) italiani pagati da Mosca?
Altro che Betulla pagato pochi spiccioli dai servizi italiani.
Spioni e traditori del nostro Paese.
Che qualcuno occupi ancora posti di potere?
Vito schepisi