21 giugno 2011

La sinistra è in confusione

Tra D’Alema e Vendola i rapporti negli ultimi due anni sono stati molto tesi. C’è una pace armata tra i due, ma il colpo, da una parte e dall’altra, è sempre in canna. D’Alema vede in Vendola l’ostacolo alla sua leadership in Puglia. Già segretario regionale dirottato dal centralismo democratico del pci, D’alema sul territorio pugliese ci ha messo la bandierina sin dal 1994, ai tempi delle linguine alle cozze consumate a Gallipoli con Rocco Buttiglione, durante uno dei tanti salti della quaglia dei due. Il velista ora attribuisce al leader di Sinistra, Ecologia e Libertà la responsabilità di aver spento i riflettori sul suo laboratorio pugliese col quale si proponeva di sconvolgere gli equilibri della politica nazionale.
Vendola è un politico esibizionista. E’ uomo dagli effetti speciali, abile ad occupare il palcoscenico. La sua sfacciata smania di apparire e il suo linguaggio mordente e aggressivo gli valgono nell’immaginario collettivo l’accostamento al popolano Masaniello che, verso la metà del seicento, per i continui aumenti della gabelle, fino a rendere difficile la vita quotidiana, si mise a capo della rivolta degli stremati napoletani contro il dominio spagnolo.
In un passaggio economico-politico di difficoltà oggettiva, per una crisi di rilevanza internazionale che ha lasciato strascichi che si fanno sentire sulla produzione industriale e sulla crescita, e che in Italia incide sui giovani e sull’occupazione, Vendola si mostra più abile degli altri ad attrarre su di se i riflettori del palcoscenico politico, lasciando agli altri, e allo skipper coi baffi, solo la presenza nei titoli di coda.
Cavalcare la pantera del malcontento, del resto, è stata sempre l’arma vincente della sinistra. Vendola lo sa fare molto bene. L’ha fatto anche in Puglia nel 2005 con i tagli alla sanità. La sinistra riesce sempre a vendere molto bene la sua opposizione, ma quando le è capitato di andare al governo e di trovarsi a rispondere in proprio ha poi mostrato quando non sia oggettivamente facile fare le scelte, soprattutto quando i bisogni sono tanti e le risorse poche. Vendere illusioni è un’arte. Una volta, ad esempio, dicevano che ad est, oltre la cortina di ferro dei due blocchi, c’era il Paradiso. Le illusioni, però, sono un po’ come i sogni e finiscono sempre allo stesso modo: aprendo gli occhi.
D’Alema, invece, è un vendicativo, non è uomo che se le lascia passare, e quando gli montano i fumi dell’ira diventa come un fiume in piena e strabocca. E’ un risvolto del suo carattere che lo rende più umano, dissolvendo quel grigiore severo che spesso lo fa apparire come una macchina da calcolo. In un’intervista, infatti, ha appena sostenuto che Vendola sia inadatto a governare, mentre Bersani “ha più stile”.
Ma oltre al fastidio procurato da Vendola, sempre pronto a occupare la scena, trascurando, invece, la realtà pugliese in cui la confusione regna ancor più sovrana, se c’è qualcosa che fa andare in fibrillazione il PD è il farsi tirare la giacchetta dagli alleati. Bersani come D’Alema, sono uomini di apparato, sono cresciuti tra i protagonisti della vecchia guardia di quel Pci che non ha mai tollerato nemici a sinistra. E Vendola, diciamolo chiaro, è fastidioso. Il governatore pugliese è uno che si mette sempre alle costole, tallona e preme di continuo con quella sua richiesta, a ogni piè sospinto, delle primarie per scegliere, sin da ora, il candidato della sinistra alle prossime politiche. Ed è su questa sua petulanza che D’Alema nell’intervista con Luca Sofri ha sfoderato l’arma e fatto fuoco su Niki, definendolo inadatto.
Le elezioni, salvo le novità che fanno sognare Bersani, saranno nel 2013. Mancano due anni e non è stato ancora sciolto nessun nodo politico a sinistra. Si discute ancora, ad esempio, se debba stringersi o meno un accordo con il terzo polo, con Fini e Casini in particolare. E questi pongono condizioni e limiti. A conti fatti, se ci saranno gli uni, non dovrebbero esserci gli altri, ma il condizionale è d’obbligo. In Italia, tra i politici, sono un po’ tutti Buttiglione.
L’immagine del PD non è molto fluida, e non c’è grande concordia. Bersani e compagni fanno anche finta di ignorare che non è stato il PD a vincere le recenti amministrative, ma i candidati che si sono opposti ai loro uomini, a Napoli, come a Milano. Il PD ha perso terreno un po’ dappertutto e fa fatica a mantenere le soglie minime delle sue percentuali di consenso. Vincono più i candidati di rottura che quelli di una sinistra riformista e moderata. Per dirla con chiarezza, vince più la sinistra che il centrosinistra. E’ evidente che l’aver assecondato il partito della rottura e della chiusura al dialogo e alle riforme, non paga all’immagine di un partito che vorrebbe essere moderato e riformista. Alla fine gli elettori di sinistra hanno preferito gli originali ai cerchiobottisti.
Non è stata una bella scena quella offerta dal balbettante Bersani, accusato e rimproverato da Vendola di rincorrere la Lega per far cadere Berlusconi. Il segretario del PD è apparso impacciato e nervoso dinanzi allo spavaldo Masaniello del ventunesimo secolo che lo bacchettava come uno scolaro che non si era comportato bene e che non aveva svolto con diligenza i suoi compiti. Bersani dà spesso l’impressione di non sapere mai a chi santo votarsi e da qualche tempo si rende persino ridicolo con quella sua continua attività di svolgersi e rimboccarsi le maniche.
Anche Veltroni chiude a Vendola. La sinistra in verità è in confusione. Di Pietro è arrivato a proporre l’improponibile: ha riesumato Prodi come candidato della sinistra. Della serie non c’è due senza tre o, per chi la preferisce più truce, della serie … ritornano. Le opposizioni sono disunite su tutto: programmi, alleanze, pregiudiziali sugli uni e sugli altri, strategie, candidati. Resta solo il solito collante: quello dell’unione di tutti contro Berlusconi. Ma se tutti per uno può andar bene, la difficoltà è nel trovare quell’uno per tutti e, soprattutto, nello stabilire per cosa.
La scelta a sinistra sembra così sempre più un’avventura e il centrodestra, per recuperare spazio e fiducia, non avrebbe che da farlo capire agli elettori.
Vito Schepisi

09 giugno 2011

Non votare è una legittima scelta

Dopo il disastro di Fukushima la partita sulla scelta per il futuro produttivo del nostro Paese è diventata non più giocabile, tanta è la condizione di disparità tra le squadre. E’ come se in una partita di calcio l’arbitro espellesse d’un colpo la metà dei giocatori di una delle due squadre e, contemporaneamente, come se, dinanzi a precipitazioni alluvionali, tali da rendere impraticabile il campo, la partita non soltanto non fosse sospesa, ma vedesse l’arbitro e i guardalinee fare il tifo per una delle due squadre incitandola ad approfittare della superiorità numerica.
Ciascuno può trovare gli aggettivi che vuole, ma la sostanza è questa. E’ una gara truccata in cui non c’è competizione. C’è solo chi è impegnato a portare a termine una partita che è già compromessa per il risultato, per poter usare il risultato contro qualcuno, ovvero per sfruttarlo come un successo politico. E poco importa se sia usato anche contro il Paese e le future generazioni.
Il referendum in Italia è abrogativo. L’art. 75 della Costituzione prevede che sia usato per abrogare una legge. Ma la legge da abrogare non esiste più. E’ stata già abrogata e sostituita con un richiamo alla riflessione su tutte le possibili fonti di energia da utilizzare per il futuro. Per interpretazione della Cassazione ora si vuole abrogare anche la riflessione. Siamo ad un passo in cui ci sarà qualcuno che chiederà di abrogare persino il pensiero.
Gli italiani si lamentano dell’opacità delle nostre leggi, ma se la trasparenza è sconvolta per inseguire battaglie politiche, come si potrà mai far comprendere a tutti le ragioni degli impegni che si prendono? Come le motivazioni dei sacrifici, quando sono richiesti? Come il rispetto delle opinioni di chi la pensa diversamente o di chi fa altre scelte di vita? Come poter sostenere che il pluralismo sia un pilastro della democrazia? Come poter chiedere sempre e in ogni circostanza il massimo rispetto per le istituzioni e per chi le rappresenta?
E’ il caso di ricordare sommessamente anche al Presidente della Repubblica, ad esempio, che l’art.75 della Costituzione fa espresso riferimento al quorum da raggiungere per ritenere valido un referendum, tanto da lasciar supporre che sia validissima l’interpretazione di chi intende che sia una legittima scelta anche quella di non andare a votare. Sarebbe bene che oltre al Presidente Napolitano se lo ricordasse anche, benché faccia meno testo, conoscendone l’accentuato impegno politico di parte, il Presidente della Camera Fini.
L’autorevolezza del Paese e quella delle sue Istituzioni sono da salvaguardare, ma le perplessità, quando ci sono, non si possono sottacere. E’ legittimo, sempre con il dovuto rispetto dei ruoli, anche il richiamo a un’interpretazione diversa di autorevolezza e terzietà. C’è, infatti, chi in Italia resta perplesso e sgomento quando Istituzioni e funzioni dello Stato invadono altri campi e si schierano da una parte, come in tante circostanze è capitato di dover osservare.
Anche il non andare a votare è pertanto una scelta, e c’è chi intende farla propria dinanzi ai contorcimenti, agli imbrogli, alle mercificazioni, e all’uso improprio e furbesco di un istituto della democrazia. Il non voto può e deve risultare come una legittima protesta contro l’utilizzo delle istituzioni a guisa di ulteriore strumento di turbamento politico.
Dopo il disastro di Fukushima, Il Presidente degli USA Barack Obama, osannato in Italia come l’interprete più verace e pragmatico della più grande democrazia del mondo, ha detto: “nonostante ci sia bisogno di maggiore controllo, il nucleare fa parte del nostro futuro energetico”. In Italia, invece, non si può neanche riflettere, anzi giocando sulla paura, sull’onda dell’emozione dell’evento giapponese e, nonostante la volontà del governo di approfondire le questioni della sicurezza assieme ai partner europei, c’è un referendum che si è voluto far svolgere a tutti i costi, anche forzando l’interpretazione ed applicandolo alla legge che abrogava di già la legge su cui era stato richiesto.
L’iniziativa è stata di Di Pietro, abile manovratore delle sensazioni e degli effetti, benché politico mediocre e, per mancanza d’idee e di lungimiranza intellettuale, incapace di proporre un qualsiasi progetto politico. Una mano l’ha avuta dalla Cassazione, assieme, però, all’innesco di un nuovo corto circuito di legittimità. La cassazione, infatti, ha modificato il quesito del referendum, ma 3,2 milioni di cittadini italiani residenti all’estero hanno già votato, o non votato, con il vecchio quesito. Una matassa che sarà difficile sciogliere senza provocare nuove tensioni e polemiche.
Nel merito, però, è un’iniziativa che rischia di chiudere le porte del futuro. Senza energia non c’è produzione. Senza energia non ci sarà lavoro. L’Italia è tra i paesi più industrializzati del mondo e nessuno può pensare che potrà continuare a esserlo senza poter disporre di adeguati mezzi energetici. Il nostro Paese, attualmente, compra energia a caro prezzo: il petrolio ed il gas dai paesi arabi e dalla Russia e l’elettricità dalla Francia e dalla Germania. Queste ultime vendono all’Italia l’energia prodotta dalle centrali nucleari a ridosso dei nostri confini. L’energia di cui disponiamo la ricaviamo da impianti idroelettrici (il cui sviluppo è saturo), dagli impianti a carbone (altamente inquinanti), pochissimo dalle biomasse (la differenziata al sud è quasi inesistente) e poi dalle rinnovabili (vento e sole) in sviluppo (per quantità l’Italia è la seconda in Europa dopo la Germania), ma costose e di grosso impatto ambientale.
La domanda sorge spontanea: per quanti anni ancora l’Italia manterrà concorrenziale la sua industria? E dopo? Dopo faremo come gli albanesi e i nord africani … sui barconi in cerca di fortuna.
Vito Schepisi

08 giugno 2011

Il grande imbroglio

Il grande imbroglio di questo scorcio di vita politica italiana è nella disparità dell’informazione. Non ci sono nei media a grande diffusione nazionale, soprattutto negli spazi televisivi, gli approfondimenti completi e obiettivi. Non si diffondono informazioni e dati, ma solo spunti parziali di giudizio che inevitabilmente condizionano le scelte. L’informazione sui quesiti referendari ne è un esempio: una farsa senza senso perché si chiede di esprimersi su cose diverse da quelle che appaiono o che si vogliono far credere. Ma nessuno lo sa.
La faziosità e il tentativo di porre pregiudiziali politiche e ideologiche hanno buon gioco sul pluralismo sostanziale che non è solo la presenza di una voce discorde, accanto a quella che esprime un’altra opinione, ma è soprattutto nell’imparziale rappresentazione delle diverse soluzioni, o nella presenza o meno di proposte diverse, atteso che le opposizioni dovrebbero avere il buon senso di contrapporre anche soluzioni alternative, oltre che opporsi a quelle proposte dalle maggioranze.
Non può ritenersi, infatti, obiettivo e dignitoso un servizio pubblico che interpreti la democrazia solo come spazio di presenza di una parte e dell’altra, quando poi, persino con filmati sceneggiati densi di carica emotiva, e con l’enfatizzazione documentata di situazioni di parte, si spinge verso l’inevitabile giudizio negativo su alcuni e, invece, assolutorio su altri. Nella Tv pubblica è accaduto anche questo, con lo spazio informativo che si trasforma in un tribunale in cui non si cerca la ragione oggettiva, ma lo stato emotivo istantaneo di condanna o di assoluzione.
Accade su tutti i provvedimenti, a volte con atteggiamento diffamatorio, su tutte le scelte legislative e su qualsiasi modifica normativa. L’ipocrisia si taglia a fette. Tutti, ad esempio, oggi sono ad applaudire la riforma del federalismo fiscale. Tutti parlano della cedolare secca come di un provvedimento legislativo straordinario, attesa l’attitudine del Parlamento italiano a varar leggi che finiscono col complicare le cose. Durante la sua discussione, però, questa legge è stata osteggiata tenacemente da tutta la sinistra, sia in Parlamento e sia nei salotti televisivi.
In Italia, sulla stampa e in tv trovano spazio più i motivi del dissenso che non quelli per scelte di opportunità, di necessità o di cambiamento. E’ la ragione per la quale le tante attese e invocate riforme non sono state mai varate, e per la quale ha avuto buon gioco la reazione delle caste che si servono della politica e dei mezzi d’informazione per allontanare lo spettro del cambiamento. Far cenno alle riforme e invocarle come l’espediente salvifico della nostra democrazia, rappresentandole come il cambiamento di marcia del Paese per accrescere i diritti e per creare maggiore efficienza, è diventato solo un modo nominale per attirare consensi. Ciascuno, poi, le vorrebbe fare a suo modo e, tra questi, molti le vorrebbero così inadatte a modificare abusi e privilegi, da farle apparire persino inutili.
Tutte le trasmissioni di approfondimento politico, economico e sociale poi ricadono solo e sempre un unico argomento, con le diverse varianti. Se si parla di politica in Italia, si finisce col parlare solo e sempre di Berlusconi. Ne viene che la fortuna e la perdita d’immagine del Premier è dovuta al centralismo delle sue questioni, politiche o personali che siano. E non ci sembra che la questione di un Paese tra i più industrializzati del mondo, per quanto sia stata importante la svolta politica impressa da Berlusconi, possa limitarsi solo al giudizio sulla sua persona o su ciò che fa e dice.
Sul futuro politico, alcune riflessioni le ha poste Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. L’editorialista si chiedeva se, con il Cavaliere, fosse destinato a tramontare anche il bipolarismo e cioè il metodo di scegliere prima delle elezioni un programma e una coalizione di governo, in modo tale da farsi giudicare, politici e partiti, col voto degli elettori su ciò che viene proposto e su ciò che è stato fatto.
Legata a questa scelta è pensabile che si possa aprire un’altra stagione d’instabilità nelle alleanze politiche ed è pensabile che, se cadesse il bipolarismo, possano emergere gli stessi fattori d’instabilità, già registrati nella prima repubblica, comprese le divisioni in correnti organizzate, con cui è facile ipotizzare anche costi di gestione e finanziamenti illeciti che, in termini più comprensibili, si tradurrebbero in maggiore corruzione ed in nuove cordate lobbistiche. Finanza, industria, media e magistratura avrebbero maggiori poteri di condizionamento e il cittadino sarebbe, come sempre, chiamato solo a pagare il conto della spesa, trovandosi a godere di minori diritti.
In questi termini si spiega il continuo e ossessivo tentativo della sinistra di demolire la leadership di Berlusconi. Senza il Leader del centrodestra è possibile ipotizzare le difficoltà di tenuta della coalizione moderata e, in tutti gli scenari, bipolari o proporzionali, a trarne vantaggio sarebbe solo il centrosinistra, disposto a tutto, pur di arrivare a mettere le mani sul Paese. La preoccupazione è che, quando l’ha fatto, ha solo svenduto risorse, aumentato le tasse e ridotti i diritti.
Panebianco ha ragione: “Il Pdl è nato con il bipolarismo e ne ha bisogno per continuare a esistere”. Per i moderati, pertanto, è necessario rilanciarlo e rafforzarlo, ed è necessario che gli altri protagonisti dell’area moderata facciano da subito le loro scelte. L’idea può essere quella di aprire a una maggioranza capace di varare le riforme e di cambiare in senso bipolare il Paese, anche con il varo di una legge elettorale che premi le ragioni dello stare insieme, che abbia un’ampia valenza maggioritaria e che serva, anche, a risolvere la domanda degli elettori di poter scegliere gli uomini che li dovranno rappresentare in Parlamento.
Vito Schepisi

17 maggio 2011

Il Centrodestra recuperi la sua unità

Un clima così surriscaldato per una tornata amministrativa non si era mai visto.
Non si capisce perché in questa circostanza si è voluto calcare la mano, caricando di eccessiva valenza politica il rinnovo di amministrazioni locali. E’ vero che in questo turno amministrativo erano impegnate quattro tra le città più rilevanti per densità di popolazione e per rilievo politico e sociale, ma si trattava pur sempre di rinnovo di amministrazioni locali.
C’è da pensare che molto sia dovuto alle novità attinenti alla nascita e agli spostamenti di forze politiche. La valutazione dell’incidenza di alcuni soggetti politici e le nuove collocazioni hanno alimentato, infatti, un più ampio interesse.
E’ stato lasciato spazio ad un tiro incrociato in un’area, quella di centrodestra, che, al netto di una sorta di guerra civile tra responsabili di partito e militanti, si rivela abbastanza comune. E’ stato così solo un buon gioco per i cecchini di entrambe le parti. E’ stato, inoltre, un errore caricare questa competizione di eccessiva tensione, elevandola al rango di test politico o addirittura di referendum sulla maggioranza e sull’azione di governo. A essere coinvolto, in definitiva, è stato pur sempre un campione parziale di elettorato, e i risultati emersi appaiono così differenti nelle diverse realtà e così ampiamente influenzati dalle questioni locali.
Soffermarsi, pertanto, sulla tenuta o meno delle formazioni minori, in particolare su quelle che hanno modificato i loro atteggiamenti, a volte alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, o presentandosi da soli, con lo scopo di far emergere il loro peso politico, è politicamente più importante che non farlo sulla conferma, o meno, di un sindaco PD a Torino e Bologna, o di un risultato sorprendente di Pisapia a Milano. Atteso che per sorprendere davvero il candidato di Vendola dovrà confermare il suo risultato al ballottaggio.
Si assiste invece all’esultanza trionfalistica del PD che, abituato a cantar vittoria anche quando perde, non può, a maggior ragione, non farlo quando il centrodestra non sfonda. Il PD che si appropria dei risultati della sinistra tutta e che cancella, al contrario, le sue sconfitte, come il risultato di Napoli dove subisce un doppio tracollo: uno di voti e l’altro con il suo candidato nettamente superato dall’ex PM De Magistris, candidato dall’Idv di Di Pietro.
Il PD, e questo è un fatto politico di assoluto rilievo, non riesce più ad imporsi non solo nelle primarie di coalizione, ma neanche alla prova del voto, nel confronto con la sinistra più estrema. Di fatto c’è che nella rossa Bologna, il candidato del Partito Democratico riesce a vincere a stento al primo turno contro il giovanissimo e sconosciuto candidato della Lega. E nel resto d’Italia molte amministrazioni già governate dalla sinistra hanno cambiato colore. Di concreto e rilevante, pertanto, per il partito di Bersani, ma con un candidato non suo, c’è solo il risultato di Milano, su cui il centrodestra qualche riflessione, da subito, dovrà pur farla.
Detto del PD e del Pdl che, per lo più, tra alterne vicende, tengono, ma non convincono, è più interessante soffermarsi su quelle formazioni che nelle precedenti competizioni amministrative facevano parte integrante della coalizione di centrodestra, come l’UDC di Casini, o che, come per il Fli, nascono dalla scissione dal Pdl di una frangia che fa riferimento al Presidente della Camera. E’ importante osservare se e come queste forze minori abbiano impedito il successo delle aree politiche di riferimento e se abbiano, addirittura, favorito le altre aree di aggregazione politica. E’ importante, inoltre, capire se Fini abbia fatto emergere un suo ruolo propulsivo, e tale da essere determinante, e se abbia riscosso un consenso elettorale sufficiente a cambiare gli scenari, ovvero se l’alleanza con Casini e Rutelli abbia riscosso un tale gradimento da riuscire a proporsi come alternativa per una nuova coalizione moderata o di centrodestra.
Non sembra, però, che tutto questo sia emerso in alcuna realtà, né al sud, né al nord e ancor meno al centro. Il ruolo del Fli è apparso dappertutto marginale, se non subalterno all’Udc di Casini. L’elettorato, in genere, non premia le frantumazioni mentre, invece, privilegia le convergenze omogenee, tanto più se queste si identificano con aree di efficace proposta politica e se c’è coesione nelle indicazioni dell’azione di governo e dell’amministrazione locale.
Non si può dire, pertanto, che Il terzo polo abbia raccolto i frutti della protesta che in questa tornata si è riversata sul centrodestra. Il movimentismo di Fini e Casini, in particolare, appare più come causa scatenante del disappunto dell’elettorato moderato che foriero di un travaso di consensi: più capace di far fallire un progetto politico che di proporne uno alternativo.
Anche alla Lega Nord non hanno giovato le recenti intemperanze all’interno della maggioranza. Il partito di Bossi è più credibile nella difesa delle prerogative dei territori del Nord d’Italia che non nelle bislacche forzature sulla politica estera. Non sono stati, infatti, convincenti i suoi ripiegamenti sulla questione libica, come non lo erano in politica estera le fughe in avanti rispetto alla linea tradizionale dell’Italia, interpretata dal Presidente del Consiglio con il consenso attivo del Presidente della Repubblica.
Ora tra due settimane i ballottaggi, e nel centrodestra è arrivato il momento di riporre le armi per consentire che l’area moderata ritrovi le motivazioni della sua unità.
Vito Schepisi

30 aprile 2011

Vendola, il PD. la Puglia, il Paese

Il futuro di Vendola si costruisce solo sulla disgregazione dell’idea originaria del PD.
Il partito di Bersani era nato per rappresentare una sinistra di stampo europeo, aperto al confronto con le componenti moderate, predisposto al gioco democratico della legittimazione dell’avversario politico, spogliato dalle incrostazioni ideologiche, pluralista e slegato dal classismo marxista, ma soprattutto interessato alle idee liberali del mercato e della competizione.
Nato con Veltroni, il PD ha assecondato il processo di abbattimento della partitocrazia e si è fatto sostenitore del confronto bipolare, come negli USA, tra due schieramenti. Il centrosinistra e il centrodestra, accettando i valori comuni della democrazia, e avvertendo l’esigenza dei cambiamenti condivisi dell’architettura rappresentativa, esecutiva e giurisdizionale degli ordinamenti dello Stato, si prestavano al gioco democratico della maggioranza e dell’opposizione. Due poli d’interesse politico che, ferma restando la continuità istituzionale e il comune sentimento democratico, erano destinati a distinguersi su temi come previdenza, scuola e università, giustizia, pubblico impiego, sicurezza e fisco, soltanto negli accenti, nelle priorità e nelle strategie di visioni di società compiute.
Da una parte si pensava a una società democratica in cui far prevalere le innovazioni dei costumi, gli spazi delle minoranze, le integrazioni globali, il pluralismo etnico e, assieme a tutto questo, l’uso allargato della spesa sociale. Dall’altra parte, invece, si pensava sempre a una società democratica in cui far prevalere i valori di origine della cultura occidentale, l’identità nazionale, un’integrazione programmata, il rispetto delle minoranze, ma senza gravare sui diritti delle maggioranze e, assieme a tutto questo, la riduzione della spesa sociale a vantaggio dello sviluppo e degli investimenti, minori vincoli burocratici, più libertà d’impresa e maggiore flessibilità del mondo del lavoro.
In verità questo quadro non è stato dissolto da Vendola. Ci aveva già pensato lo stesso Veltroni. Perse le elezioni, sotto la pressione di Di Pietro, l’americano del PD, dopo il voto e gli impegni presi, ha cambiato la strategia d’opposizione, trasformandola da costruttiva a pregiudiziale. Persino la legittimità del voto popolare è stata messa in discussione. La sinistra di Vendola, assieme a tutte le componenti della sinistra alternativa, era invece rimasta fuori del Parlamento, consolidando l’idea che l’Italia ed i suoi elettori avessero scelto la democrazia ed il confronto civile.
Questa premessa è utile per capire l’attacco, oramai quotidiano, di Vendola al PD. È un attacco rivolto al sistema stesso della democrazia liberale. Vednola un anno fa in Puglia ha salvato la sinistra dalla sensazione di una sconfitta totale. E ora vuole riscuoterne il premio. Un anno fa, uscito da 5 anni di governo regionale senza colore, è riuscito ad imporre le primarie al PD. Era arcisicuro di vincerle, dopo aver costruito per tutto il tempo del suo mandato le premesse per il suo nuovo successo. E ora vorrebbe imporre la sua linea al Paese.
Forte di una rete clientelare di consenso politico tessuta in tutta la regione, rilevata anche nelle inchieste della magistratura sulla Sanità, Vendola, giovandosi di una stampa locale non ostile, se non addirittura amica, puntando su alcuni temi a effetto, come l’acqua di tutti e no al nucleare, ha vinto su un centrodestra spaccato. Nichi è abile a volgere tutto a suo favore. Utilizza ottimamente la pubblicità istituzionale per promuovere la sua immagine. Ha potuto persino giovarsi delle inchieste della magistratura su aspetti di vita mondana che, incrociandosi con personaggi pugliesi, sulla stampa locale facevano passare in secondo piano le inchieste sulla sanità e i coinvolgimenti e gli arresti dei suoi collaboratori.
La stessa strategia vorrebbe metterla in campo per la corsa alla guida del Governo nazionale. La sua candidatura a sfidare Berlusconi nella corsa a Palazzo Chigi, e la richiesta di primarie per la scelta, è partita il 18 luglio del 2010 a Bari durante i lavori degli “Stati generali delle fabbriche di nichi". Vendola ha già deciso: o le primarie o la sua candidatura a prescindere. Nessuno può pensare che sarà lui a cambiare idea. Non esiste per Vendola il concetto di cambiare idea.
I tentativi del PD di metterlo in difficoltà non servono. E su un aspetto il Governatore ha ragione: il PD ha votato con lui il suo programma e le sue scelte e i tentativi di metterlo in difficoltà con le assenze sui banchi della maggioranza appaiono goffi e incoerenti. Le minacce di dimissioni pochi giorni fa sono state un altro suo colpo di teatro. Il Governatore è abile ai colpi di scena. E minacciare le dimissioni sul contrasto alla rimozione dei vecchi amministratori delle Asl, per sostituirli con giovani manager sarebbe stato per il PD pugliese un vero autogol.
Nichi sta logorando lentamente il PD e lo fa giorno per giorno, senza sosta. L’ultima stoccata è contenuta nell’intervista al “Fatto Quotidiano” di qualche giorno fa. Ci ricorda la sua battaglia dell’uomo “solo contro tutti” già usata in Puglia. Il suo avversario per ora non è Berlusconi ma Bersani, come non era il centrodestra in Puglia, lasciato maturare nel suo logoramento e nei veti incrociati tra l’autunno del 2009 e l’inverno del 2010, ma D’Alema ed il suo sistema di potere in terra pugliese.
Se perdesse anche questa battaglia, Il PD dovrà prendere definitivamente atto del fallimento del suo progetto di rappresentare il riferimento della sinistra in una democrazia compiuta.
Non resta che chiederci se sia possibile immaginare oggi una sinistra, in una Nazione europea, legata alla figura e alle politiche del sapore ideologico di Vendola.
Vito Schepisi

28 aprile 2011

C'è più di uno che aspetta Godot

Nichi Vendola potrà sbracciarsi quanto vuole, ma le elezioni in Italia si vincono al centro.
Il Governatore pugliese con il suo sogno di una notte di mezza estate, quando il caldo umido della Città del Levante rende inquieti, quell’illusione di poter diventare premier per somma d’incapacità dei suoi possibili alleati, lo dovrà presto abbandonare.
Nessuno sposerà Nichi Vendola e tanto meno lo farà l’elettorato italiano.
Questa volta le sue fabbriche, i laboratori e i cantieri resteranno chiusi. C’è stata la recessione ed anche la politica delle chiacchiere è andata in cassa integrazione.
Può agitarsi quanto vuole, ma Bersani tra la sinistra del gay pride e quella dei nuovi protagonisti che possano richiamare l’elettorato moderato, preferirà sempre questi ultimi. Figuriamoci se dopo aver sostenuto che i temi della Giustizia non sono quelli che interessano gli italiani, Bersani e il PD potranno farsi coinvolgere in discussioni su temi che interessano l’esibizionismo diverso e tutto l’orgoglio che si manifesta con lazzi, colori e performance di cattivo gusto.
E figuriamoci se agli italiani si potrà spiegare che il multiculturalismo significa aprire le frontiere a tutti e mettere in discussione cultura, tradizioni e identità nazionale, e se si potrà dir loro che le questioni dei matrimoni tra gay, ad esempio, sono tra quelle che non fanno dormire la notte.
La sinistra neo-comunista, quella rappresentata da Vendola, non perde l’abitudine di cucire i vestiti della storia sulle nuove misure dell’opportunismo. Sostenitrice una volta di Gheddafi e di tutto ciò che nel tempo ha rappresentato ostilità alla cultura e alla democrazia occidentale, questa sinistra alternativa ne è diventata ostile quando la politica del dialogo e delle aperture, nel reciproco interesse delle parti, ha saputo trovare le intese per la convivenza e la gestione geopolitica di un’area così strategica come quella del Mediterraneo. Ora è nuovamente marcia indietro compagni.
Gheddafi per Vendola poteva benissimo sterminare i suoi oppositori e la popolazione civile libica, in nome di un pacifismo che diviene molto difficile comprendere, ma che appare sempre più altro e non pacifismo quando si schiera contro la politica estera italiana che rispetta sia la risoluzione dell’ONU e sia gli accordi strategici nella Nato, intervenuta nel comando per sua iniziativa.
La politica estera di Vendola appare, però, minoritaria anche a sinistra. Con il leader di sinistra ecologia e libertà, l’Italia si troverebbe a dover cambiare la sua politica estera e le sue alleanze tradizionali, ma forse è più esatto pensare che il governatore pugliese resti legato ai vecchi schemi del calcolo e dell’opportunismo, per trarre vantaggio politico dalle difficoltà di uno Stato alle prese con i problemi energetici e coi flussi immigratori. Ci ricorda tanto la vecchia strategia del Pci.
La sinistra italiana, alla resa dei conti, nel suo complesso, e malgrado i distinguo, mostra sempre la sua immaturità democratica. Anche a Bersani che si appella all’ “oltre” , non gli è mai facile andare oltre le strumentalizzazioni contro il Governo. E’ apparsa, infatti, molto più di una sensazione quella di doverlo ritrovare sulle stesse posizioni di Vendola, se solo il Presidente Napolitano, sulla partecipazione italiana alle operazioni militari in Libia, chieste dagli alleati nell’ambito di una comune strategia militare, non avesse giocato di anticipo. Evocare l’orrore della guerra fa sempre un grande effetto: non piace a nessuno ed è gioco facile opporsi.
La disputa in atto, in sostanza, è tutta legata alle tattiche per togliersi di mezzo Berlusconi e la maggioranza. Il leader del PD sarebbe disposto a tutto, anche ad “allearsi col diavolo” per indebolire il centrodestra, e sa che una candidatura Vendola finirebbe, invece, per rafforzarlo. Bersani vorrebbe essere lui a sfidare il Cavaliere, ma nell’area PD non mancano le ipotesi di un altro “utile idiota”. Un uomo immagine che serva a tranquillizzare gli elettori e che giustifichi persino la convergenza del terzo polo. All’uopo si aprono laboratori e già sono pronte le strategie di avvicinamento per le prossime amministrative, in particolare al secondo turno. Per l’occasione a Latina è stata persino lanciata la figura del fascio-comunista.
Battere il centrodestra sarà la partita della vita per Fini e Casini, ma anche per Bersani che di “oltre” non riesce neanche a smuovere la percentuale del suo partito. La soglia del 25% è una barriera che gli è persino difficile difendere. Il problema del PD è solo uno, che poi era quello dei DS, prima, ora ereditato dal PD: è la necessità di trovarlo così idiota ma anche così utile da non pensare di diventare un team manager, come in formula uno.
Vendola si dovrà proprio rassegnare. Non è arrivato il suo turno, se mai arriverà. Anche le sue “narrazioni” troveranno, prima o poi, il loro giusto collocamento nel tritacarne delle mode. Il suo sogno di primarie e chiacchiere questa volta sarà difficile che si avveri. Il suo giro per l’Italia, il suo presenzialismo, il suo sensazionalismo, potrà sono solo far aumentare il suo peso politico.
I petardi scoppiettano, fanno fumo, ma poi si spengono. E’ sempre così e col tempo si disperde sia il fumo, che il suono. Per fortuna. Potrà correre da solo, o assieme a Di Pietro, forse avrà una buona affermazione e un ruolo in Parlamento, ma niente di più. Se vorrà, invece, far corpo unico contro Berlusconi, dovrà allearsi anche con Fini e Casini. Bersani di sicuro non lo prenderà in sposa.
Le primarie, questa volta, non potrà vincerle: le primarie nazionali, con il PD, si fanno solo quando si sa già chi le vince.
E’ inutile che anche lui Vendola aspetti Godot. Non viene!
Vito Schepisi

26 aprile 2011

Se questa è Giustizia

Tanti ricordano il caso Tortora, vittima della malagiustizia, chiedendosi come sia potuto accadere. Tortora era un uomo mite, sereno, un gran signore, di cultura liberale, educato, onesto. Accusato da un pentito di spacciare droga, senza un riscontro, senza una prova, da incensurato, lo arrestarono dinanzi ad una folla di fotoreporter, cineoperatori e giornalisti, miseramente avvertiti.Un orrore! Per dirla con le stesse parole di Enzo Tortora.
Da quel giorno iniziò il suo calvario. La sua è stata un’esperienza tremenda, assurda per come si è realizzata, e ancora oggi inaccettabile. Un provvedimento di custodia cautelare in carcere disposto da due giovani sostituti procuratori che, mentre nel dolore e nell’onta si spegneva lentamente una vita, iniziavano una brillante carriera.
Salvo poche eccezioni, tutta la stampa si ritrovò a infierire su Tortora, com’è accaduto anche per le vittime di “mani pulite”, perché l’orrore fa notizia e il male ha sempre un qualcosa di morboso. Tutti si ritrovarono intenti a soffermarsi, a torto, sull’ipocrisia della sua signorilità. E così Tortora fu ucciso due volte: dalla malagiustizia e dai tanti suoi colleghi distintisi per indifferenza e cinismo.
Enzo Tortora è stato un gran signore della Tv, forse il più educato e compito di ogni tempo, ma è bastato poco per affogarlo nel fango. E’, infatti, così flebile il confine che passa tra il tutto e il niente che spesso basta un capriccio, una negligenza, una perfidia per rimetterci gli affetti, gli amici, il rispetto sociale, il lavoro, il futuro, la vita. Capita se viene meno la misura delle cose, quando la giustizia diventa solo uno strumento di potere e se chi sbaglia non è chiamato a risponderne. Ma è un prezzo troppo alto e non è giusto per nessuno doverlo pagare.
Ci sono, poi, tante storie che meritano di essere raccontate. Se si parla di Tortora, è perché la sua storia di malagiustizia è arcinota, ma quanti “Enzo Tortora” sono esistiti in Italia? Quante vittime della giustizia che ci hanno rimesso tutto? Quanti si sono dovuti piegare? Quanti si sono ammalati? Quanto sono deceduti? Quanti si sono dovuti nascondere perché era diventato troppo pesante e insopportabile lo sguardo inquisitorio e l’umore forcaiolo della gente? Quanti hanno dovuto rinunciare al lavoro e alla carriera? Quanti sono stati abbandonati da tutti, mogli e figli compresi? Quanti sono impazziti? Quanti sono presi da incubi e non riescono a vivere la loro vita con la sufficiente serenità? Quanti si sono suicidati? Ma se già solo un caso è una viltà, tanti casi cos’è?
A Enzo Tortora è stato restituito l’onore, la vita, però, l’ha perduta lo stesso. La Storia parlerà di lui come vittima di un sistema sbagliato che nessuno, però, ha provveduto, ancora, a emendare, a correggere, a modificare. Si registrano storie simili, si sommano altre vittime, altri uomini che pagano prezzi insopportabili. Non c’è mai limite al sopruso e all’arroganza degli uomini. In Italia si dice che l’uomo che indossa una divisa diventi di colpo autoritario. E se indossa una toga?
Qualche giorno fa, mi hanno interessato a un’altra storia che ha un piccolo ma grande “difetto”: quello di essere capitata tra capo e collo a un uomo non famoso. Nel 2007, il 16 giugno, accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, nell’ambito dell’operazione “Nerone”, a seguito di alcune intercettazioni ambientali, registrate in una notte in cui era impegnato ad affiggere manifesti elettorali per le elezioni amministrative, a Civitavecchia, veniva arrestato e sottoposto al 41 bis, il trentanovenne incensurato Danilo Costanzi. Il 16 giugno era anche il giorno del suo compleanno e lo Stato quel giorno gli regalava un paio di manette e il carcere duro per 47 giorni, seguito da una settimana di “alta sicurezza”, poi i domiciliari e l’obbligo giornaliero di firma.
Solo dopo un anno Danilo Costanti è stato assolto in primo grado (Tribunale di Roma sentenza del 10 giugno 2008) perché “il fatto non sussiste”, mentre altre persone, arrestate nell’ambito della stessa operazione, sono state condannate a pene detentive. Ma il Costanzi, alla vicenda criminosa, era estraneo, com’è stato confermato in appello, quando l’opposizione del PM è stata giudicata inammissibile (sentenza della Corte di Appello di Roma del 23 luglio 2009).
Dal giorno dell’arresto a quello del proscioglimento la sua vita, però, cambiava, fino a diventare un inferno. Danilo Costanzi perdeva d’un colpo le aziende che conduceva, la compagna, cittadina slovacca, e i figli adottivi con lui già da 4 anni. Non li ha più rivisti. La compagna ha dovuto far ricorso a cure psichiatriche, poi persa la casa su cui, nella sua città in Slovacchia, era stato acceso un mutuo, le cui rate erano pagate con i proventi dell’attività del compagno, è passata all’assistenza dei servizi sociali.
Danilo Costanzi, preso da insonnia, ipertensione, con un metabolismo stravolto ora non riesce più a lavorare, non ha più la forza di farlo e di ricominciare tutto daccapo. La pratica di risarcimento per l’ingiusta detenzione è ancora in corso, ma sarà poca cosa. Si sta ora impegnando per fondare un’associazione di vittime dell’antimafia, “perché - dice - altri onesti cittadini come me non si trovino ad attraversare il mio stesso calvario”.
Da Enzo Tortora, in poi non è cambiato niente, anzi è cresciuta la discrezionalità dei magistrati, riuniti nell’associazione che li tutela, indisponibili a qualsiasi riforma, accentratori delle attività di polizia giudiziaria, e ostili a rivedere la questione della responsabilità civile.
Se questa è giustizia.
Vito Schepisi

09 aprile 2011


Non c’è sempre la necessità di riesumare Darwin per comprendere le origini di una nuova specie.

I Fintulliani, per gli amici FLIt (come il vecchio moschicida), sono soggetti che appartengono a una nuova corrente di pensiero “neo-tolemaica”. Si adoperano al raggiungimento di un’impresa controrivoluzionaria e anticopernicana, altrimenti detta antiberlusconiana, radicata sull’egocentrismo immobiliare. E se Di Pietro pone i “valori” al centro del proprio pensiero, i fintulliani pongono i “fini”. Sia gli uni, che gli altri, però, sottendono alla modifica antropologica dell’homo erectus, che identificano nell’esuberanza genitale di Berlusconi. Puntano a percorsi diversi, cercano di infilarsi in spazi diversi: finiranno persino col chiedere in sposa Niki Vendola.


P.S.: Un grazie a Luigi Anastasio della "Giggino Productions" che ha montato la foto dei trionfanti condottieri della nuova genia ... osannati dalla specie dei "politicamente corretti".

05 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese (II^ parte)


Una svolta di serietà nell’attività giudiziaria della Procura di Bari sulla questione Sanità, è arrivata con l’arrivo del nuovo procuratore di Bari. Spenti i fumogeni Tarantini e D’Addario e uscito dalla scena anche Berlusconi, che con la sanità pugliese non aveva evidentemente niente a che fare, la procura di Bari ipotizzava, per la sanità regionale, l’esistenza di una “cupola” di malaffare, gravata da pericolose infiltrazioni della malavita organizzata. In una conferenza stampa il Capo della Procura, Antonio Laudati, accennava ad ipotesi di concorso di più soggetti politici della Giunta regionale che sottendevano alla gestione di questa “cupola”, con lo scopo di controllare il territorio servendosi delle nomine e degli appalti nella sanità, per allargare il loro consenso elettorale.

All’assessore Fiore che negava l’esistenza di una “cupola mafiosa”, e che interpretava i fatti accaduti come singoli “fenomeni distorsivi” ed estranei ad “un unico disegno criminoso”, sempre il Procuratore capo di Bari replicava: “La sanità pugliese e' stata gestita da un sistema criminale che ha controllato gli appalti, le nomine dei primari e gli accreditamenti delle strutture sanitarie da parte della Regione Puglia”.

Nel frattempo, il Vice di Vendola, il dalemiano di ferro Frisullo, veniva arrestato, sommerso da accuse di tangenti pagate in danaro e in natura. A suo carico emergevano meschini casi di ricatti sessuali a danno di giovani mamme bisognose e poi donnine, consulenze, sperperi e uno sfacelo morale indicibile, con la Regione trasformata in un postribolo. Vendola solo a quel punto si precipitava a sostituire ben 5 assessori, facendosene persino vanto. Ma lui, il poeta, non dava mostra di sentire su di se alcuna responsabilità politica guardandosi bene dal dimettersi. Di quali garanzie allora parlava, se neanche dinanzi a tanto degrado mostrava di avvertire la gravità di quanto era accaduto?

Le ipotesi di reato si sono così allargate ad altri protagonisti, sono emersi i contenuti di alcune intercettazioni che coinvolgevano direttamente il governatore pugliese. In Regione c’era fermento per le candidature alla presidenza, in vista delle elezioni. Il centrodestra pugliese era spaccato. L’Udc era ostile al centrodestra, con Casini che giocava a spaccare sostenendo la Poli Bortone. Anche nella sinistra era in corso un braccio di ferro. Il PD, fiutando la vittoria, grazie alle divisioni degli avversari, voleva liberarsi di Vendola, indisponibile, però, a fare un passo indietro. In questo clima il governatore, soprattutto a beneficio del clamore mediatico, scriveva una lettera al pm Di Geronimo rivendicando il suo status di politico “puro”. Una lettera che dava più l’idea dell’intimidazione che non quella del sereno chiarimento delle sue responsabilità, scritta con arroganza, con toni piccati e con odiosi riferimenti personali al magistrato.

Vendola, però, non è Berlusconi. Il politicamente corretto vuole che a lui tutto sia concesso, anche di provare a intimidire un magistrato. L’uomo con l’orecchino esce così vittorioso persino dal procedimento a tutela del magistrato aperto dal Csm e, dopo aver stravinto le primarie, soprattutto contro D’Alema e Bersani, prima che contro il suo contendente Boccia, esce vittorioso anche nella competizione regionale, grazie ad un favorevole vento di maestrale mediatico che gli spazza via ogni nuvola, e grazie soprattutto alla divisione dei suoi avversari. Vince in Puglia, mentre la sinistra perde in tutta l’Italia. E nasce così un eroe.

Il resto della vicenda è contenuto nella richiesta della magistratura barese di arresto per Tedesco, nel frattempo entrato in Senato come primo dei non eletti, dopo che il PD pugliese, sostenuto da influenti leader nazionali, ha voluto, guarda caso, far candidare ed eleggere al Parlamento Europeo l’ex Ministro De Castro, già senatore eletto in Puglia. La richiesta di arresto è arrivata dopo due anni dalle sue dimissioni da assessore. E’ arrivata in contemporanea, benché i due procedimenti fossero separati e i magistrati (pm e gip) diversi, all’archiviazione delle ipotesi di reato a carico di Vendola. Una disposizione che ha lasciato più di un dubbio e che è giunta dopo 11 mesi di gestazione. Altri dubbi sono sorti dalla constatazione che, in due anni, nessun magistrato abbia mai avvertito la necessità di ascoltare Tedesco. L’ex assessore è stato interrogato solo dopo l’archiviazione delle ipotesi di reato contro Vendola. Eppure Tedesco aveva sempre sostenuto di aver sempre informato Vendola di tutto e che, pertanto, in caso dell’esistenza di un reato, il governatore ne sarebbe stato partecipe.

L’autorizzazione all’arresto è ora al vaglio della Giunta per le immunità del Senato che è in procinto di dare il suo parere per poi passare il tutto all’esame dell’Aula. Difficilmente, però, la richiesta d’arresto sarà accolta, da ciò che si presume dalle posizioni sin qui espresse. Il gruppo Pdl, maggioritario in Senato, si è già dichiarato contrario: “Alla nostra coscienza ripugna - è scritto nel documento del Pdl - solo il pensiero di poter autorizzare la limitazione delle libertà personali per calcolo politico. Ciò non può esimerci però dal denunziare come dalla lettura degli atti emerga lo spaccato di un sistema sanitario pugliese profondamente distorto, praticamente marcio di fronte al quale i referenti politici, uomini e partiti della maggioranza di sinistra e in primis colui che tutti li rappresenta, il Presidente della Regione Vendola, continuano a far finta di niente”. Basterà ora qualche assenza e qualche voto favorevole del PD per respingere la richiesta di arresto. Tedesco sarà salvato dalla coerenza dei suoi avversari politici, mentre gli sarà più difficile ottenere la solidarietà del suo partito.

In democrazia, però, non si possono avere dubbi sulla giustizia e non si può temere che le leggi e i provvedimenti giudiziari non siano uguali per tutti. Se capitasse, se ci fosse il pericolo di una giustizia con due pesi e due misure, dovremmo incominciare a temere per la democrazia. Non si possono selezionare i colpevoli e non sono ammissibili i capri espiatori, come non si può sottrarre al giudizio politico dei cittadini chi non è capace di garantire la gestione corretta della cosa pubblica. Non si possono coprire gli incapaci, e non si può tutelare chi si ritrae dall’assunzione delle proprie responsabilità.

Vito Schepisi

04 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^parte)


Nel 2009 era partita con l’ipotesi di associazione a delinquere. La Procura di Bari non aveva emesso ancora alcuna ordinanza, ma già nei primi giorni del febbraio del 2009 si conoscevano già i presunti imputati e le presunte imputazioni. Alla prima eco sui giornali locali, Alberto Tedesco, dopo un incontro con Vendola, motivandole con la volontà di non creare difficoltà alla Giunta, rassegnava le dimissioni da assessore e veniva prontamente sostituito da Tommaso Fiore. I filoni d’indagine si sono subito moltiplicati: emergeva Tarantini e le sue forniture di protesi. S’è parlato di scosse ed è arrivata la D’Addario. Era tanto forte la preoccupazione di un ciclone giudiziario che potesse coinvolgere il “sottosistema” di potere pugliese (la sanità pugliese gestisce circa il 75% delle risorse economiche della Regione) che ci è stato chi ha pensato di ricorrere a manovre dispersive. Serviva un qualcosa che distraesse l’attenzione da quello che poteva rivelarsi come uno degli scandali più cinici e deprimenti d’Italia. Appalti, rifiuti speciali, nomine clientelari, denaro, controllo politico del territorio, lotte di potere, spartizioni, sprechi, donnine, corruzione, spregiudicati avventurieri, droga. C’era di tutto e qualcuno ha ben pensato di innalzare barriere di fumo, per distogliere l’eccessiva attenzione. In Italia è facile. E’ sufficiente fare quel nome che è sempre sulla bocca di tutti e il gioco è presto fatto. La scossa è così partita, e col sospetto che sia nata addirittura in Procura. Un capitolo della serie: come trasformare un evento negativo in un vantaggio politico per la sinistra? Nel 2009, in primavera, c’erano le elezioni europee e un importante impegno elettorale amministrativo, e Berlusconi stava vincendo, una dopo l’altra, tutte le tornate elettorali. A Bari, ad esempio, il sindaco Michele Emiliano, segretario regionale PD, uomo di D’Alema e protagonista in Città di un vero vuoto amministrativo, rischiava la poltrona. Dall’inchiesta, come da un cilindro di un prestigiatore, la scossa si materializzava così in Silvio Berlusconi. Il Premier in Sardegna aveva conosciuto Giampaolo Tarantini, scaltro e funambolico fornitore di protesi sanitarie. Con l’imprenditore pugliese era stato mantenuto un rapporto di frequentazione di vita mondana, un rapporto che niente aveva a che fare con gli affari e con la sanità pugliese. L’imprenditore si accompagnava a giovani e attraenti ragazze, tra cui la D’Addario, escort di professione col “pallino” d’incastrare. Tanto è bastato per aprire un altro capitolo di gossip e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica. Tarantini e la D’Addario, accostati a Berlusconi, subito occupavano per settimane i titoli di testa su tutti i quotidiani. Un piccolo corruttore e fornitore di protesi sanitarie, con pochi milioni di fatturato annuo, e una escort, fornita di registratore tascabile, usati per oscurare l’inquietante scandalo della sanità pugliese: una cortina di fumo innalzata avanti ad un servizio da terzo mondo, con episodi di malasanità e con l’accumulo di due miliardi di debiti; un vero colpo da teatro per sceneggiare un diversivo e per nascondere una realtà agghiacciante sulla gestione del potere in Puglia. Il Sindaco di Bari Michele Emiliano, a quel tempo segretario regionale del PD, intercettato in una telefonata con Tedesco, aveva definito la sanità pugliese un “sottosistema” di potere per la gestione politica del territorio. Mazzette e sesso tra bisturi e garze. Clientele e voti tra analisi cliniche e nomine di primari. Patti scellerati del tipo: io ti nomino a capo di una Asl e tu mi organizzi una rete di clientele e di voti. Anche una parte della magistratura barese ha indugiato su questo filone d’indagine, fino al crearsi di fazioni all’interno della stessa procura. Solo con l’insediamento a Bari del nuovo procuratore capo, il diversivo Berlusconi veniva definitivamente abbandonato, per l’inesistenza di una qualsiasi ipotesi di reato, ma il danno era già stato fatto e l’effetto era già stato ottenuto. Alcuni giornali e conduttori tv sono andati in visibilio: non aspettavano altro. Santoro si scatenava in tv, invitava la D’Addario in trasmissione, facendola apparire come una povera vittima, quasi una rediviva Santa Maria Goretti. Il pettegolezzo aveva la meglio. Spuntavano il lettone di Putin, le foto dei bagni di Palazzo Grazioli, le registrazioni, le intercettazioni, i verbali e persino un fantomatico sistema a stantuffo atto a sostituire la naturale erezione. Il gossip è andato avanti per mesi e, per tutto questo tempo, la cattiva gestione della sanità pugliese, i reati di associazione a delinquere, di concussione, di corruzione e di turbativa d’asta passavano in cavalleria, mentre la D’Addario diventava una diva in tournée per l’Italia, persino autrice di un libro dal titolo felliniano: “Gradisca Presidente”. Nessuno che, invece, si fosse soffermato su alcune semplici riflessioni: 1) Tedesco era l’uomo meno adatto a quell’assessorato, le società dei suoi figli, infatti, fornivano protesi sanitarie, e la Regione era tra gli acquirenti quasi esclusivi, ma Vendola l’aveva voluto a quell’assessorato con ostinazione; 2) il Governatore pugliese sapeva benissimo tutto ciò che succedeva in Regione; 3) c’era stata una presa di posizione dell’Idv sull’evidente conflitto d’interessi e il Governatore aveva garantito per Tedesco.

Ma garantito cosa?

(continua)

Vito schepisi

29 marzo 2011

Lezioni di politica in IV elementare

In quarta elementare s’insegna a far di conto; s’insegna la grammatica, la geografia; s’introducono i primi elementi di conoscenza della storia nazionale; si parla dell’Unità d’Italia, ricorrendo i 150 anni; s’insegna ad esprimersi in modo finito, per preparare le giovani generazioni a dialogare con proprietà di linguaggio e con la costruzione corretta del pensiero. Ai giovani tutti, a quelli di quarta elementare compresi, non si deve mai insegnare, invece, a odiare qualcuno. Si chiami Berlusconi o con altro nome, che sia Presidente del Consiglio o Capo dell’opposizione, non s’insegna a odiare nessuno.
Alle elementari la preparazione di base è molto importante. I giovani, con la stessa velocità con cui apprendono le nozioni, acquisiscono anche abitudini espressive scorrette e tali da non saper riportare con frasi chiare e finite i loro concetti. Le lacune poi restano e provocano non pochi imbarazzi quando si va avanti con gli studi, quando si assume una responsabilità di lavoro, quando ci si deve rapportare con gli altri. Come sarebbe bello se la scuola insegnasse a tutti i giovani a parlare e scrivere correttamente!
Un insegnante deve avere molta pazienza e nutrire molto amore per i bambini e deve saper rispettare la loro innocenza, non deve provare per nessuna ragione a violentare il loro pensiero. Non si può, infatti, scambiare la libertà d’insegnamento con il subdolo indottrinamento di adolescenti, per di più impossibilitati, per la giovane età, a difendere il loro sacrosanto diritto a sviluppare nel tempo sia il proprio pensiero, che un più articolato spirito critico.
Si sostiene che gli adolescenti di oggi saranno i testimoni futuri della nostra civiltà. Tanto più, pertanto, sarà data loro la possibilità di acquisire i principi della tolleranza, tanto più sarà possibile formare, per il domani, uomini saggi e predisposti al sapere. Solo il pluralismo dei punti di vista, che è il primo valore della democrazia, può stimolare nelle giovani generazioni la curiosità d’incamminarsi verso il bene della conoscenza, il cui percorso non è mai facile e rapido. E le diverse articolazioni delle idee aiutano a comprendere che la soluzione delle cose non è mai un piatto, ben cotto e condito, già servito sulla tavola, come vorrebbe far pensare la maestra che trancia giudizi di merito e che indica ai bambini le sue scelte assolute.
La vita è sempre molto più difficile e complessa di quanto non appaia. Serve conoscere il più possibile di ciò che circonda l’uomo e il suo tempo per percorrere in modo più rapido il lungo tratto dell’impervio sentiero che porta al sapere, ma alla conoscenza ci si avvicina soltanto con la ragione, non utilizzando idee già preconfezionate, luoghi comuni e verità assolute.
E’ capitato che il Dirigente responsabile dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari, Dr. Giovanni Lacoppola, abbia dovuto scrivere una lettera ai Dirigenti delle scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado delle province di Bari e Barletta-Andria-Trani avente per oggetto “lezione di politica in classe”. Una lettera molto intelligente, saggia e civile con la quale il Dirigente si duole di non riuscire a “comprendere perché alle volte la scuola si trasformi facilmente ed improvvisamente in un luogo nel quale un docente possa impunemente tramutare una serena aula in un palco da comizio da cui scagliare focose invettive contro un leader politico”.
Gli insegnanti seri sono quelli capaci di educare una moltitudine d’individui e soprattutto formare quei giovani che, posti dinanzi alle scelte, invece di cercare le soluzioni nel proprio “bignami” ideologico, si impegnino nel cercare le soluzione possibili e che, per farlo, si adeguino anche a pensare. Accadeva già ai tempi di Socrate e Platone che i giovani fossero sollecitati a respingere il metodo del pregiudizio per coltivare invece il metodo della scelta critica, consapevole e razionale.
Le violenze sui minori non si esauriscono con gli atti tipici, come ad esempio con le percosse e le sevizie, o spegnendo il sorriso sui loro volti, o sottraendone l’innocente giovinezza, o tenendoli segregati, impedendo loro di giocare con i loro coetanei, oppure privandoli delle carezze dei genitori: è violenza anche impedire il libero formarsi del pensiero. E’ anche violento quel modo di inculcare, con la forza autoritaria, con il condizionamento psicologico, con i mezzi e gli strumenti educativi, un pensiero unico.
L’educazione dei giovani al pensiero unico è, infatti, il metodo usato dalle dittature per formare i quadri di partito e i sudditi del regime. In democrazia, invece, la scuola deve avere ha la funzione di predisporre i ragazzi ad arricchire il bagaglio delle proprie idee. Il pluralismo in una Nazione libera è un valore prioritario che deve consentire a tutti, agli studenti in maggior ragione, di allargare il ventaglio della conoscenza alle ipotesi e alle idee più diverse, e tali da consentire di fare nella vita le scelte che l’elaborazione del proprio pensiero può ritenere più giuste.
Se i giovani, invece, sin dall’infanzia, nella scuola, e cioè in uno dei tre pilastri del loro processo formativo (famiglia-scuola-società), non sono messi nelle condizioni di comprendere che nelle comunità si articolano diverse opinioni; se non si insegna loro che dal confronto delle diverse idee emerge il principio della democrazia, che è sempre scelta condivisa, gli stessi giovani non riusciranno mai a percepire le motivazioni che sono alla base dei loro diritti e dei loro doveri. Quando non si percepiscono le regole, però, accade che la civiltà regredisca a tutto vantaggio della barbarie.
Vito Schepisi

25 marzo 2011

Profughi e clandestini

In Italia è sempre molto più difficile. Tutto è in armonia con l’incomprensibile abitudine di flagellarci da soli. Non esiste un normale e sereno confronto politico sulle scelte. Nel bene e nel male, per ogni questione si alzano i toni, come se tutto fosse così grave e pregiudiziale o addirittura epocale. Le cose più futili sono caricate di eccessiva tensione, fino ai toni allarmistici. Al contrario, si mostra distacco e indifferenza per le scelte e gli approfondimenti di maggior rilevanza.

Più emergono problemi e più subentra, anziché l’ingegno, la furbizia di mettere in difficoltà l’avversario politico. Persino il Parlamento si trasforma in una piazza per comizi. I discorsi diventano accorati e i toni esasperati. Invece che discutere sulle opportunità delle scelte, si prova a toccare le corde emotive del pubblico, come in una stucchevole campagna elettorale. La democrazia del confronto lascia il posto alla scena, ma le questioni, se non risolte, riemergono e, se gravi, ipotecano il futuro di tutti.

La questione libica, ad esempio, va oltre le scelte e le contese politiche tra maggioranza e opposizione. L’Italia è nel gruppo delle nazioni “volenterose” interessate alla pacificazione dell’area. L’intervento in difesa della popolazione civile è stato stabilito dall’ONU con la risoluzione 1973 ed, eccetto pochi contrari e alcuni deboli distinguo, e qualche calcolo, non ci sarebbe, nel Paese e nel Parlamento, nessuna radicale frattura politica, anche se appare tutto il contrario.

L’attenzione italiana è particolare perché in quest’area geografica subentrano interessi nazionali precisi. L’Italia intende rispettare alla lettera le motivazioni dell’intervento, ma non può sottacere le particolari implicanze che ne danno un significato più ampio. La Libia è a poche miglia marine dalle coste italiane e con lo stato nordafricano sono in atto accordi economici e contratti di fornitura di gas e di petrolio. Sono, inoltre, in corso programmi di lavoro e non ultima la definizione di un contenzioso che risale ai tempi in cui la Libia era una colonia italiana.

Il Nord Africa, inoltre, sta attraversando un periodo di profonde tensioni. Alle turbolenze religiose per la presenza di movimenti fondamentalisti si sono aggiunti moti di protesta e capovolgimenti politici. Su tutta l’area mediterranea dell’Africa, la popolazione si è sollevata per rivendicare diritti e per protestare contro le loro precarie condizioni di vita. Non c’è lavoro e non c’è cibo e c’è rabbia e disperazione. Prima la Tunisia, poi L’Egitto si sono liberati dei dittatori al governo. Ora ci prova la Libia. Altre tensioni covano in Iran, in Siria, nel Bahrein. L’esito dei capovolgimenti è incerto, ma è certo che le questioni non potranno essere facilmente risolte. Le incertezze origineranno consistenti flussi migratori, l’ONU stima in 250 mila i possibili migranti, e l’Italia è paese di frontiera verso l’Europa, ed è la porta d’ingresso verso ciò che appare come il benessere occidentale.

E’ una questione importante. Si tratta di esseri umani che vedono nella fuga dalle loro terre di origine una speranza di vita, ma l’immigrazione, se non è gestita, se non trova la comunità internazionale pronta a farsene carico, può diventare un inferno per tutti. Sarebbe opportuno agire nei luoghi dove trae origine per frenarla, naturalmente con la collaborazione dei nuovi governi.

Sono stati lanciati, e da tempo, segnali di questo tipo verso la Comunità Europea, è stata chiesta collaborazione e strategie condivise, senza ottenere, fino ad oggi, risposte concrete. L’Italia dovrebbe ritrovarsi tutta unita per fronteggiare quella che si rivela come una seria emergenza nazionale. Ma non è così. Un’attenzione di segno contrario, infatti, proviene proprio dalle opposizioni che sfruttano anche questa tragedia umanitaria per creare difficoltà al Governo e per logorare l’immagine dell’Italia sulla scena europea e internazionale. E’ un film che purtroppo abbiamo già visto.

Le avvisaglie ci sono anche in questa nuova emergenza. C’è troppa retorica e dietro si nascondono due obiettivi: la visibilità e creare difficoltà al governo. Ascoltando alcuni politici è come se le emergenze non siano tali, cioè emergenze, e come se le stesse si possano gestire nella normalità. E’ il caso, ad esempio, del Cara di Bari, dove da subito Vendola, dopo aver fatto al tavolo delle regioni il paladino dei diseredati, ha denunciato disagi organizzativi nell’espletamento delle pratiche di accoglienza, inviando alla stampa, prima che al ministro Maroni, la sua accorata lettera dai toni umani.

A nessuno dovrebbe essere consentito di far lo sciacallo sulla pelle degli uomini, e sarebbe auspicabile che anche questo rientrasse nelle scelte umanitarie che si fanno, più che le prolissità verbali di alcuni. Quando si tratta di personale politico “in carriera”, chi sfrutta queste tragedie per arricchirsi di visibilità non è moralmente diverso da chi lo fa, ad esempio, saccheggiando le case dei terremotati. La Puglia, che è fatta di persone serie e concrete, è stanca di un Masaniello in formato poetico.

Il problema che si sta ponendo all’Italia richiederà grande responsabilità e molta prudenza. E’ bene non contare più di tanto sulla disponibilità degli altri paesi europei, abili a trarre giudizi morali sugli altri, ma abili anche a sfilarsi nel momento di assumersi responsabilità ed oneri.

L’Italia non può chiudere la porta in faccia a chi scappa dalla guerra o dalle persecuzioni politiche, ma non può neanche farsi carico della massa di chi abbandona il proprio paese per insediarsi nel nostro, senza un lavoro, senza una dimora, all’avventura e senza una prospettiva sicura.

Tra i flussi dei migranti si prevedono infiltrazioni di evasi dalle carceri dei paesi in rivolta, si prevedono ingressi di terroristi e di manovalanza criminale, basti pensare che un terzo della popolazione carceraria italiana è composta da extracomunitari. Non è una novità che la malavita italiana si serva dei clandestini per infoltire l’esercito del crimine.

E’ il tempo delle scelte e sarebbe auspicabile farle insieme, tutti uniti come italiani. Il nostro è un popolo che è disposto a collaborare, ad aiutare, a comprendere, ma non sempre a subire. L’Italia ha già le sue difficoltà, ha le sue emergenze, ha un sud non ancora integrato nel processo unitario del Paese - dopo 150 anni dall’Unità d’Italia - ha già sul suo territorio, tra regolari e clandestini, la presenza di immigrati pari al 10% dell’intera popolazione italiana. Ora ha il dovere, per solidarietà e per responsabilità umana, di dar asilo a chi fugge dalla paura, ma non alle masse di migranti in cerca di avventura. E’ una scelta da fare, meglio se insieme a tutti gli italiani. Profughi si, ma clandestini no.

Vito Schepisi

08 marzo 2011

Vendola sta distruggendo la Puglia

Nel 2010, la sconfitta della sinistra alle elezioni regionali è stata in parte contenuta dalla conferma di Vendola in Puglia. Quella del leader di Sinistra e Libertà è stata una vittoria annunciata, ma, complice una stampa amica, è stata ben giocata. È stato spacciato per trionfo un risultato inferiore alle attese: la sinistra di Vendola ha vinto con il 46% dei voti, contro il 44% del centrodestra.
Tra gli aspiranti governatori, si era candidata, alleata con l’Udc, la signora Adriana Poli Bortone, ex ministro del Governo Berlusconi e bandiera storica della destra nel Salento, che raccoglieva il 10% dei voti, sottratti tutti al centrodestra.
Vendola è così diventato un mito della sinistra italiana. E’ stato preso a simbolo della sinistra vincente, salvatore di quell’area politica che perdeva di botto il Piemonte, il Lazio, La Campania e la Calabria (un quinto degli elettori italiani).
Se la sinistra avesse lasciato sul campo anche la Puglia, sarebbe stata quasi cancellata dal sud. Dal Lazio e l’Abruzzo in giù, fuori dal centrodestra sarebbe rimasta solo la minuscola Lucania, mentre la presenza maggioritaria della sinistra sarebbe stata limitata solo alle regioni ‘rosse’, feudi, da sempre, prima degli ex comunisti ed oggi, con consensi minori, del Partito Democratico.
La “vittoria” in Puglia è servita al poeta di Terlizzi da catapulta per proiettarsi sulla scena politica nazionale. Non c’è stato giornale che non abbia concesso un’intervista, e non c’è stato programma di approfondimento in tv in cui non sia stata registrata una presenza, o telegiornale che non abbia raccolto una dichiarazione dell’uomo con l’orecchino. Non c’è stato episodio nazionale, di natura politica o sociale, in cui non ci sia stata la presenza o non sia stata raccolta una posizione assunta dal Governatore pugliese.
Invece che per le questioni, pur rilevanti della Puglia, Vendola si è interessato ad esprimersi sulla riforma universitaria, per il referendum alla Fiat, nel confronto sul moralismo e per l’individuazione di un candidato a premier per la sinistra.
Repubblica così lo invitava a togliersi l’orecchino e guidare le truppe degli indignati contro Berlusconi, possibilmente da Fini a Di Pietro. Quelli del gruppo di De Benedetti, di fatto vera dirigenza politica della sinistra, nella consapevolezza che le elezioni in Italia si vincono conquistando il centro moderato, e che in quest’area c’è un’idea dei brillantini alle orecchie degli uomini pari a quella di chi porta l’anello al naso, si sono persino preoccupati di consigliare al “poeta” di rifarsi il trucco.
Repubblica è il giornale dei poteri forti e della borghesia radical-chic italiana. E’ il giornale di riferimento di quelli con la “erre” moscia, di quelli … che le barche a vela, di chi presenzia alle sfilate di moda, insomma di quelli che si fanno scherno delle apparenze grossolane e volgari, ma che si ritrovano nel dare importanza più alle apparenze che alla ragione. E per Repubblica l’orecchino per un uomo non è molto fine, e neanche sufficientemente moderato e borghese.
Vendola, però, a quell’orecchino ci tiene. Gli attribuisce un significato profondo, quasi filosofico. Certamente per lui ha un significato rivoluzionario o reazionario, a seconda dei punti di vista. L’astro della sinistra risente, infatti, di un’inossidabile e vecchia contaminazione ideologica. La sua condizione di sudditanza di pensiero, bagaglio di una formazione tutto lotta e partito, resta ben ferma nella sua coscienza di combattente e nella sua perseveranza nel sentirsi un alfiere della rifondazione dell’ideologia comunista, come se lo sgretolarsi del cemento del Muro, nel 1989, non avesse anche sgretolato l’illusione, pur mitizzata, di un Paradiso che era invece un Inferno.
Vendola vive di simboli, di messaggi, di racconti, di episodi di vita, di parole e di fantasie. Vive tra le domande alle quali si risponde da solo. Non ha bisogno di confronto. La dialettica è già in lui. E’ inizio, principio, analisi e sintesi (poca e scadente) di tutto. E’ un retorico per natura. In lui si formano messe di parole che maneggia con maniacale animosità. Pervaso, esterna una struggente passione, come quei predicatori un po’ folli che parlano di fine del mondo e simili.
Dal suo pensiero escono idee tutte convergenti a riflettere i suoi imperativi categorici. Un piccolo dittatore, scadente, inutile, a volte ridicolo, sicuramente stucchevole. Scatena la sua fantasia che trasforma subito in sogno, come l “I have a dream”, di Martin Luther King, e poi da sogno l’idea si trasforma in obiettivo, ed il nostro incomincia a crederci. E da quel momento nessuno lo ferma più: si scatena e attacca chiunque gli si pari dinanzi, come se tutto ciò che non ricalchi il suo pensiero abbia parvenza di mostro. Un Don Chisciotte contro i mulini a vento. Così sta distruggendo la Puglia!
Non c’è direttiva europea, non ci sono patti di stabilità, non c’è principio costituzionale, non ci sono normative e leggi dello Stato che Vendola non abbia provato a forzare. Parte ora al grido dell’acqua bene di tutti, ora dalle energie che vengono dal sole e dal vento, ora per il lavoro, ora per l’immigrazione, ora ancora per le unioni di fatto in un crescendo di arroganti provocazioni che finiscono col mortificare il senso stesso della legalità. Persino, e di recente, mentre cresceva la diffidenza dei cittadini per la politica e i suoi consessi pletorici, la pretesa di allargare la maggioranza attraverso la “cooptazione” di 7 consiglieri trombati, e nonostante abbia fruito di 14 consiglieri in più ottenuti con il premio di maggioranza.
La sua Puglia diversa, e a suo avviso migliore, non è altro che la visione che ha di un Paese senza confini in cui ciascuno venga spogliato delle sue tradizioni e delle sue origini: spogliato del genere, delle abitudini, della cultura di riferimento ed anche della propria natura. Un mondo di diversi e di uguali nello stesso tempo. Un mondo confuso dove vorrebbe riposizionare la sua sinistra diversa.
Pensa per l’Italia a un governo “poetico” che dia sostanza alle sensazioni, come se fosse più importante sentire che essere. Come se fosse più importante immaginare che avere. La sua è una “narrazione” che si mostra profondamente diversa da un modello di società competitiva, e soprattutto poco incline alle chiacchiere, com’è oggi il mercato globale.
Dai discorsi di Vendola non si capisce mai molto: é tortuoso e barocco. Si comprende però che respinge ogni cultura di riferimento e si mostra infastidito da chi accenna al senso di appartenenza, come, ad esempio, alla civiltà occidentale, alla cultura europea, alle origini cristiane, alle tradizioni italiane, e se fossimo europei, africani o asiatici non farebbe alcuna differenza, neanche in termini di radici e di tradizioni.
Per Vendola si nasce tutti uguali, ma se questo è vero, in termini di diritti e di umanità, è altrettanto vero che sin dalla nascita si trasmettono messaggi spontanei di scelte di vita, di tradizioni, di abitudini e di sentimenti. Questa da sempre è la cultura dei popoli. La civiltà non è, infatti, che una conquista continua la cui eredità si tramanda di padre in figlio. Non è un mondo di uguali, il nostro, ma è invece un mondo d’individui, e perciò di diversi, e questa è una ricchezza, non una colpa.
Vendola alla pari dell’agente 007, James Bond, che lottava contro paranoici nemici che volevano distruggere il mondo, lotta contro 2010 anni di storia dopo la nascita di Cristo. Vorrebbe fermare il mondo perché il futuro è il suo nemico, senza accorgersi che i nemici della civiltà sono da ricercare tra chi vorrebbe trasformare il paese in una gabbia ideologica.
Vito Schepisi

01 marzo 2011

Un sistema di regole che valga per tutti


L’idea che la Giustizia possa essere asservita a una fazione politica è già notizia che desterebbe inquietudine in chi pensa che il primo valore della democrazia sia quello, per lo Stato e per le sue articolazioni, di un modo indistinto di elargire diritti e di richiedere doveri ai cittadini.

Abbiamo la sensazione di trovarci invece in un Paese in cui accadono cose strane. Ci sono pericolosi mafiosi che sono scarcerati perché ci si dimentica di depositare le motivazioni delle sentenze, pericolosi assassini assolti pur con la consapevolezza dei loro delitti, teppisti che assaltano le forze dell’ordine e che, presi, sono subito rimessi in libertà - Come se avessero solo partecipato a una fiction televisiva - pur avendo lasciato sul campo poliziotti feriti e azioni vandaliche per milioni di euro. Ci sono indagini e intercettazioni telefoniche su traffici internazionali e su spaccio di droga che sono stati bloccati - per mancanza di uomini e di mezzi economici - da quella stessa procura che per un anno non ha risparmiato un euro per seguire, indagare, intercettare chi anche per sbaglio varcava le soglie delle residenze private, ad Arcore o altrove, del Premier Berlusconi. Ci sono, inoltre, anche pericolosi terroristi internazionali che i magistrati lasciano indisturbati di progettare attentati o di predicare odio religioso, antisemita e antioccidentale sul territorio italiano. Le Procure italiane da Napoli a Milano e da Palermo a Trani mostrano però un accanimento che non ha uguali contro un solo uomo, che è poi lo stesso che ha ricevuto le preferenze degli elettori italiani.

Per la Giustizia ogni caso è a se stante. Un garantista non dovrebbe mai chiedere l’applicazione di valutazioni massive, ma spingere perché siano percepiti ed interpretati, caso per caso, i pesi, le implicanze, le responsabilità, la volontà e la natura dei crimini.

Perché sia esercitata in nome e per conto del popolo, gli operatori della Giustizia dovrebbero assicurare alcuni principi di trasparenza e di legalità. In democrazia il popolo deve pretendere che le imputazioni siano chiare, che le ipotesi di reato non siano formulate su teoremi ideologici o che risentano di inimicizie personali o di diversi sentimenti politici, ovvero che non vi siano atti di benevolenza per comunanza o affinità di pensiero.

Se, ad esempio, prendessimo in considerazione i due casi recenti che hanno interessato i protagonisti di due contrapposte fazioni politiche, si potrebbero rilevare almeno due contraddizioni. Una riguarda la mancanza di una trasparente azione giudiziaria, con regole uguali che valgano sempre e per tutti. L’altra l’azione dell’informazione e degli approfondimenti mediatici.

Si è avuta l’impressione d’essere dinanzi a due casi in cui i teoremi ideologici e l’inimicizia per un caso e di contro la comunanza e l’affinità di pensiero per l’altra, emergono. La Giustizia, invece, non può che avere una stessa bilancia.

"Spero che si possa creare un clima diverso, non strumentale – è scritto in un’intervista su Libero con il Sen. Gaetano Quagliariello - Non è
possibile che il ruolo della politica sia rispettato solo per la coscienza di alcuni magistrati: serve un sistema di regole che valga per tutti". Certo che se a Milano l’ipotesi di concussione è applicata senza un concusso, e a Bari per le pressioni sulle nomine non è ipotizzato un reato di concussione, potremmo consumare le lettere della tastiera senza uscire da questo pantano. La sanità pugliese è stata ridotta a un campo di battaglia per la conquista del voto. Controllo del territorio finalizzato al rafforzamento di partiti e fazioni, scrive il magistrato che ha chiesto l’arresto del senatore Tedesco, mentre l’altro magistrato, invece, archiviava la pratica Vendola. Intorno alla sanità pugliese si sono giocate partite e interessi diversi, fino ad ipotizzare che di per se l’assessorato alla Sanità costituisse un sottosistema per la gestione del potere. Un Presidente di Regione chiede al proprio assessore di modificare la legge per favorire la nomina di un suo segnalato ed è tutto normale, mentre in una vicina procura, quella pugliese di Trani, si voleva imputare il reato di concussione a Berlusconi per un suo sfogo telefonico contro Santoro.

In questa vicenda pugliese l’unica cosa apprezzabile è che non sia stata sceneggiata una fiction televisiva, come è accaduto invece con la questione di Ruby ad Annozero, ma senza poi chiederci il perché dei due pesi e delle due misure anche dell’informazione.

La democrazia, però, muore dinanzi all’incapacità di avere un equanime e serio sistema di regole. C’è il rischio che il popolo veda la Magistratura come uno strumento politico e, se ne comprende l’orrore, ne rimanga interdetto ed incominci a non credere più nella Giustizia e nella legalità. Il senatore Quagliariello ha così ragione nel chiedere un “sistema di regole che valga per tutti”.

Vito Schepisi