
21 giugno 2011
La sinistra è in confusione

09 giugno 2011
Non votare è una legittima scelta

08 giugno 2011
Il grande imbroglio

17 maggio 2011
Il Centrodestra recuperi la sua unità

30 aprile 2011
Vendola, il PD. la Puglia, il Paese

28 aprile 2011
C'è più di uno che aspetta Godot

26 aprile 2011
Se questa è Giustizia

09 aprile 2011

Non c’è sempre la necessità di riesumare Darwin per comprendere le origini di una nuova specie.
I Fintulliani, per gli amici FLIt (come il vecchio moschicida), sono soggetti che appartengono a una nuova corrente di pensiero “neo-tolemaica”. Si adoperano al raggiungimento di un’impresa controrivoluzionaria e anticopernicana, altrimenti detta antiberlusconiana, radicata sull’egocentrismo immobiliare. E se Di Pietro pone i “valori” al centro del proprio pensiero, i fintulliani pongono i “fini”. Sia gli uni, che gli altri, però, sottendono alla modifica antropologica dell’homo erectus, che identificano nell’esuberanza genitale di Berlusconi. Puntano a percorsi diversi, cercano di infilarsi in spazi diversi: finiranno persino col chiedere in sposa Niki Vendola.
P.S.: Un grazie a Luigi Anastasio della "Giggino Productions" che ha montato la foto dei trionfanti condottieri della nuova genia ... osannati dalla specie dei "politicamente corretti".
05 aprile 2011
Il sottosistema di potere della sanità pugliese (II^ parte)

Una svolta di serietà nell’attività giudiziaria della Procura di Bari sulla questione Sanità, è arrivata con l’arrivo del nuovo procuratore di Bari. Spenti i fumogeni Tarantini e D’Addario e uscito dalla scena anche Berlusconi, che con la sanità pugliese non aveva evidentemente niente a che fare, la procura di Bari ipotizzava, per la sanità regionale, l’esistenza di una “cupola” di malaffare, gravata da pericolose infiltrazioni della malavita organizzata. In una conferenza stampa il Capo della Procura, Antonio Laudati, accennava ad ipotesi di concorso di più soggetti politici della Giunta regionale che sottendevano alla gestione di questa “cupola”, con lo scopo di controllare il territorio servendosi delle nomine e degli appalti nella sanità, per allargare il loro consenso elettorale.
All’assessore Fiore che negava l’esistenza di una “cupola mafiosa”, e che interpretava i fatti accaduti come singoli “fenomeni distorsivi” ed estranei ad “un unico disegno criminoso”, sempre il Procuratore capo di Bari replicava: “La sanità pugliese e' stata gestita da un sistema criminale che ha controllato gli appalti, le nomine dei primari e gli accreditamenti delle strutture sanitarie da parte della Regione Puglia”.
Nel frattempo, il Vice di Vendola, il dalemiano di ferro Frisullo, veniva arrestato, sommerso da accuse di tangenti pagate in danaro e in natura. A suo carico emergevano meschini casi di ricatti sessuali a danno di giovani mamme bisognose e poi donnine, consulenze, sperperi e uno sfacelo morale indicibile, con la Regione trasformata in un postribolo. Vendola solo a quel punto si precipitava a sostituire ben 5 assessori, facendosene persino vanto. Ma lui, il poeta, non dava mostra di sentire su di se alcuna responsabilità politica guardandosi bene dal dimettersi. Di quali garanzie allora parlava, se neanche dinanzi a tanto degrado mostrava di avvertire la gravità di quanto era accaduto?
Le ipotesi di reato si sono così allargate ad altri protagonisti, sono emersi i contenuti di alcune intercettazioni che coinvolgevano direttamente il governatore pugliese. In Regione c’era fermento per le candidature alla presidenza, in vista delle elezioni. Il centrodestra pugliese era spaccato. L’Udc era ostile al centrodestra, con Casini che giocava a spaccare sostenendo la Poli Bortone. Anche nella sinistra era in corso un braccio di ferro. Il PD, fiutando la vittoria, grazie alle divisioni degli avversari, voleva liberarsi di Vendola, indisponibile, però, a fare un passo indietro. In questo clima il governatore, soprattutto a beneficio del clamore mediatico, scriveva una lettera al pm Di Geronimo rivendicando il suo status di politico “puro”. Una lettera che dava più l’idea dell’intimidazione che non quella del sereno chiarimento delle sue responsabilità, scritta con arroganza, con toni piccati e con odiosi riferimenti personali al magistrato.
Vendola, però, non è Berlusconi. Il politicamente corretto vuole che a lui tutto sia concesso, anche di provare a intimidire un magistrato. L’uomo con l’orecchino esce così vittorioso persino dal procedimento a tutela del magistrato aperto dal Csm e, dopo aver stravinto le primarie, soprattutto contro D’Alema e Bersani, prima che contro il suo contendente Boccia, esce vittorioso anche nella competizione regionale, grazie ad un favorevole vento di maestrale mediatico che gli spazza via ogni nuvola, e grazie soprattutto alla divisione dei suoi avversari. Vince in Puglia, mentre la sinistra perde in tutta l’Italia. E nasce così un eroe.
Il resto della vicenda è contenuto nella richiesta della magistratura barese di arresto per Tedesco, nel frattempo entrato in Senato come primo dei non eletti, dopo che il PD pugliese, sostenuto da influenti leader nazionali, ha voluto, guarda caso, far candidare ed eleggere al Parlamento Europeo l’ex Ministro De Castro, già senatore eletto in Puglia. La richiesta di arresto è arrivata dopo due anni dalle sue dimissioni da assessore. E’ arrivata in contemporanea, benché i due procedimenti fossero separati e i magistrati (pm e gip) diversi, all’archiviazione delle ipotesi di reato a carico di Vendola. Una disposizione che ha lasciato più di un dubbio e che è giunta dopo 11 mesi di gestazione. Altri dubbi sono sorti dalla constatazione che, in due anni, nessun magistrato abbia mai avvertito la necessità di ascoltare Tedesco. L’ex assessore è stato interrogato solo dopo l’archiviazione delle ipotesi di reato contro Vendola. Eppure Tedesco aveva sempre sostenuto di aver sempre informato Vendola di tutto e che, pertanto, in caso dell’esistenza di un reato, il governatore ne sarebbe stato partecipe.
L’autorizzazione all’arresto è ora al vaglio della Giunta per le immunità del Senato che è in procinto di dare il suo parere per poi passare il tutto all’esame dell’Aula. Difficilmente, però, la richiesta d’arresto sarà accolta, da ciò che si presume dalle posizioni sin qui espresse. Il gruppo Pdl, maggioritario in Senato, si è già dichiarato contrario: “Alla nostra coscienza ripugna - è scritto nel documento del Pdl - solo il pensiero di poter autorizzare la limitazione delle libertà personali per calcolo politico. Ciò non può esimerci però dal denunziare come dalla lettura degli atti emerga lo spaccato di un sistema sanitario pugliese profondamente distorto, praticamente marcio di fronte al quale i referenti politici, uomini e partiti della maggioranza di sinistra e in primis colui che tutti li rappresenta, il Presidente della Regione Vendola, continuano a far finta di niente”. Basterà ora qualche assenza e qualche voto favorevole del PD per respingere la richiesta di arresto. Tedesco sarà salvato dalla coerenza dei suoi avversari politici, mentre gli sarà più difficile ottenere la solidarietà del suo partito.
In democrazia, però, non si possono avere dubbi sulla giustizia e non si può temere che le leggi e i provvedimenti giudiziari non siano uguali per tutti. Se capitasse, se ci fosse il pericolo di una giustizia con due pesi e due misure, dovremmo incominciare a temere per la democrazia. Non si possono selezionare i colpevoli e non sono ammissibili i capri espiatori, come non si può sottrarre al giudizio politico dei cittadini chi non è capace di garantire la gestione corretta della cosa pubblica. Non si possono coprire gli incapaci, e non si può tutelare chi si ritrae dall’assunzione delle proprie responsabilità.
Vito Schepisi
04 aprile 2011
Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^parte)
29 marzo 2011
Lezioni di politica in IV elementare

25 marzo 2011
Profughi e clandestini
In Italia è sempre molto più difficile. Tutto è in armonia con l’incomprensibile abitudine di flagellarci da soli. Non esiste un normale e sereno confronto politico sulle scelte. Nel bene e nel male, per ogni questione si alzano i toni, come se tutto fosse così grave e pregiudiziale o addirittura epocale. Le cose più futili sono caricate di eccessiva tensione, fino ai toni allarmistici. Al contrario, si mostra distacco e indifferenza per le scelte e gli approfondimenti di maggior rilevanza.
Più emergono problemi e più subentra, anziché l’ingegno, la furbizia di mettere in difficoltà l’avversario politico. Persino il Parlamento si trasforma in una piazza per comizi. I discorsi diventano accorati e i toni esasperati. Invece che discutere sulle opportunità delle scelte, si prova a toccare le corde emotive del pubblico, come in una stucchevole campagna elettorale. La democrazia del confronto lascia il posto alla scena, ma le questioni, se non risolte, riemergono e, se gravi, ipotecano il futuro di tutti.
La questione libica, ad esempio, va oltre le scelte e le contese politiche tra maggioranza e opposizione. L’Italia è nel gruppo delle nazioni “volenterose” interessate alla pacificazione dell’area. L’intervento in difesa della popolazione civile è stato stabilito dall’ONU con la risoluzione 1973 ed, eccetto pochi contrari e alcuni deboli distinguo, e qualche calcolo, non ci sarebbe, nel Paese e nel Parlamento, nessuna radicale frattura politica, anche se appare tutto il contrario.
L’attenzione italiana è particolare perché in quest’area geografica subentrano interessi nazionali precisi. L’Italia intende rispettare alla lettera le motivazioni dell’intervento, ma non può sottacere le particolari implicanze che ne danno un significato più ampio. La Libia è a poche miglia marine dalle coste italiane e con lo stato nordafricano sono in atto accordi economici e contratti di fornitura di gas e di petrolio. Sono, inoltre, in corso programmi di lavoro e non ultima la definizione di un contenzioso che risale ai tempi in cui la Libia era una colonia italiana.
Il Nord Africa, inoltre, sta attraversando un periodo di profonde tensioni. Alle turbolenze religiose per la presenza di movimenti fondamentalisti si sono aggiunti moti di protesta e capovolgimenti politici. Su tutta l’area mediterranea dell’Africa, la popolazione si è sollevata per rivendicare diritti e per protestare contro le loro precarie condizioni di vita. Non c’è lavoro e non c’è cibo e c’è rabbia e disperazione. Prima la Tunisia, poi L’Egitto si sono liberati dei dittatori al governo. Ora ci prova la Libia. Altre tensioni covano in Iran, in Siria, nel Bahrein. L’esito dei capovolgimenti è incerto, ma è certo che le questioni non potranno essere facilmente risolte. Le incertezze origineranno consistenti flussi migratori, l’ONU stima in 250 mila i possibili migranti, e l’Italia è paese di frontiera verso l’Europa, ed è la porta d’ingresso verso ciò che appare come il benessere occidentale.
E’ una questione importante. Si tratta di esseri umani che vedono nella fuga dalle loro terre di origine una speranza di vita, ma l’immigrazione, se non è gestita, se non trova la comunità internazionale pronta a farsene carico, può diventare un inferno per tutti. Sarebbe opportuno agire nei luoghi dove trae origine per frenarla, naturalmente con la collaborazione dei nuovi governi.
Sono stati lanciati, e da tempo, segnali di questo tipo verso la Comunità Europea, è stata chiesta collaborazione e strategie condivise, senza ottenere, fino ad oggi, risposte concrete. L’Italia dovrebbe ritrovarsi tutta unita per fronteggiare quella che si rivela come una seria emergenza nazionale. Ma non è così. Un’attenzione di segno contrario, infatti, proviene proprio dalle opposizioni che sfruttano anche questa tragedia umanitaria per creare difficoltà al Governo e per logorare l’immagine dell’Italia sulla scena europea e internazionale. E’ un film che purtroppo abbiamo già visto.
Le avvisaglie ci sono anche in questa nuova emergenza. C’è troppa retorica e dietro si nascondono due obiettivi: la visibilità e creare difficoltà al governo. Ascoltando alcuni politici è come se le emergenze non siano tali, cioè emergenze, e come se le stesse si possano gestire nella normalità. E’ il caso, ad esempio, del Cara di Bari, dove da subito Vendola, dopo aver fatto al tavolo delle regioni il paladino dei diseredati, ha denunciato disagi organizzativi nell’espletamento delle pratiche di accoglienza, inviando alla stampa, prima che al ministro Maroni, la sua accorata lettera dai toni umani.
A nessuno dovrebbe essere consentito di far lo sciacallo sulla pelle degli uomini, e sarebbe auspicabile che anche questo rientrasse nelle scelte umanitarie che si fanno, più che le prolissità verbali di alcuni. Quando si tratta di personale politico “in carriera”, chi sfrutta queste tragedie per arricchirsi di visibilità non è moralmente diverso da chi lo fa, ad esempio, saccheggiando le case dei terremotati. La Puglia, che è fatta di persone serie e concrete, è stanca di un Masaniello in formato poetico.
Il problema che si sta ponendo all’Italia richiederà grande responsabilità e molta prudenza. E’ bene non contare più di tanto sulla disponibilità degli altri paesi europei, abili a trarre giudizi morali sugli altri, ma abili anche a sfilarsi nel momento di assumersi responsabilità ed oneri.
L’Italia non può chiudere la porta in faccia a chi scappa dalla guerra o dalle persecuzioni politiche, ma non può neanche farsi carico della massa di chi abbandona il proprio paese per insediarsi nel nostro, senza un lavoro, senza una dimora, all’avventura e senza una prospettiva sicura.
Tra i flussi dei migranti si prevedono infiltrazioni di evasi dalle carceri dei paesi in rivolta, si prevedono ingressi di terroristi e di manovalanza criminale, basti pensare che un terzo della popolazione carceraria italiana è composta da extracomunitari. Non è una novità che la malavita italiana si serva dei clandestini per infoltire l’esercito del crimine.
E’ il tempo delle scelte e sarebbe auspicabile farle insieme, tutti uniti come italiani. Il nostro è un popolo che è disposto a collaborare, ad aiutare, a comprendere, ma non sempre a subire. L’Italia ha già le sue difficoltà, ha le sue emergenze, ha un sud non ancora integrato nel processo unitario del Paese - dopo 150 anni dall’Unità d’Italia - ha già sul suo territorio, tra regolari e clandestini, la presenza di immigrati pari al 10% dell’intera popolazione italiana. Ora ha il dovere, per solidarietà e per responsabilità umana, di dar asilo a chi fugge dalla paura, ma non alle masse di migranti in cerca di avventura. E’ una scelta da fare, meglio se insieme a tutti gli italiani. Profughi si, ma clandestini no.
Vito Schepisi
08 marzo 2011
Vendola sta distruggendo la Puglia

01 marzo 2011
Un sistema di regole che valga per tutti

L’idea che la Giustizia possa essere asservita a una fazione politica è già notizia che desterebbe inquietudine in chi pensa che il primo valore della democrazia sia quello, per lo Stato e per le sue articolazioni, di un modo indistinto di elargire diritti e di richiedere doveri ai cittadini.
Abbiamo la sensazione di trovarci invece in un Paese in cui accadono cose strane. Ci sono pericolosi mafiosi che sono scarcerati perché ci si dimentica di depositare le motivazioni delle sentenze, pericolosi assassini assolti pur con la consapevolezza dei loro delitti, teppisti che assaltano le forze dell’ordine e che, presi, sono subito rimessi in libertà - Come se avessero solo partecipato a una fiction televisiva - pur avendo lasciato sul campo poliziotti feriti e azioni vandaliche per milioni di euro. Ci sono indagini e intercettazioni telefoniche su traffici internazionali e su spaccio di droga che sono stati bloccati - per mancanza di uomini e di mezzi economici - da quella stessa procura che per un anno non ha risparmiato un euro per seguire, indagare, intercettare chi anche per sbaglio varcava le soglie delle residenze private, ad Arcore o altrove, del Premier Berlusconi. Ci sono, inoltre, anche pericolosi terroristi internazionali che i magistrati lasciano indisturbati di progettare attentati o di predicare odio religioso, antisemita e antioccidentale sul territorio italiano. Le Procure italiane da Napoli a Milano e da Palermo a Trani mostrano però un accanimento che non ha uguali contro un solo uomo, che è poi lo stesso che ha ricevuto le preferenze degli elettori italiani.
Per la Giustizia ogni caso è a se stante. Un garantista non dovrebbe mai chiedere l’applicazione di valutazioni massive, ma spingere perché siano percepiti ed interpretati, caso per caso, i pesi, le implicanze, le responsabilità, la volontà e la natura dei crimini.
Perché sia esercitata in nome e per conto del popolo, gli operatori della Giustizia dovrebbero assicurare alcuni principi di trasparenza e di legalità. In democrazia il popolo deve pretendere che le imputazioni siano chiare, che le ipotesi di reato non siano formulate su teoremi ideologici o che risentano di inimicizie personali o di diversi sentimenti politici, ovvero che non vi siano atti di benevolenza per comunanza o affinità di pensiero.
Se, ad esempio, prendessimo in considerazione i due casi recenti che hanno interessato i protagonisti di due contrapposte fazioni politiche, si potrebbero rilevare almeno due contraddizioni. Una riguarda la mancanza di una trasparente azione giudiziaria, con regole uguali che valgano sempre e per tutti. L’altra l’azione dell’informazione e degli approfondimenti mediatici.
Si è avuta l’impressione d’essere dinanzi a due casi in cui i teoremi ideologici e l’inimicizia per un caso e di contro la comunanza e l’affinità di pensiero per l’altra, emergono. La Giustizia, invece, non può che avere una stessa bilancia.
"Spero che si possa creare un clima diverso, non strumentale – è scritto in un’intervista su Libero con il Sen. Gaetano Quagliariello - Non è
possibile che il ruolo della politica sia rispettato solo per la coscienza di alcuni magistrati: serve un sistema di regole che valga per tutti". Certo che se a Milano l’ipotesi di concussione è applicata senza un concusso, e a Bari per le pressioni sulle nomine non è ipotizzato un reato di concussione, potremmo consumare le lettere della tastiera senza uscire da questo pantano. La sanità pugliese è stata ridotta a un campo di battaglia per la conquista del voto. Controllo del territorio finalizzato al rafforzamento di partiti e fazioni, scrive il magistrato che ha chiesto l’arresto del senatore Tedesco, mentre l’altro magistrato, invece, archiviava la pratica Vendola. Intorno alla sanità pugliese si sono giocate partite e interessi diversi, fino ad ipotizzare che di per se l’assessorato alla Sanità costituisse un sottosistema per la gestione del potere. Un Presidente di Regione chiede al proprio assessore di modificare la legge per favorire la nomina di un suo segnalato ed è tutto normale, mentre in una vicina procura, quella pugliese di Trani, si voleva imputare il reato di concussione a Berlusconi per un suo sfogo telefonico contro Santoro.
In questa vicenda pugliese l’unica cosa apprezzabile è che non sia stata sceneggiata una fiction televisiva, come è accaduto invece con la questione di Ruby ad Annozero, ma senza poi chiederci il perché dei due pesi e delle due misure anche dell’informazione.
La democrazia, però, muore dinanzi all’incapacità di avere un equanime e serio sistema di regole. C’è il rischio che il popolo veda la Magistratura come uno strumento politico e, se ne comprende l’orrore, ne rimanga interdetto ed incominci a non credere più nella Giustizia e nella legalità. Il senatore Quagliariello ha così ragione nel chiedere un “sistema di regole che valga per tutti”.
Vito Schepisi