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11 luglio 2008

Emergenza Giustizia

In Italia si discute di giustizia come se l’argomento fosse correlato ad una situazione, in corso, di normale gestione. Come se l’indignazione sui gravi episodi di malagiustizia, sui tempi biblici dei processi, sulle mole ed i costi delle intercettazioni, sui presunti assassini liberati per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva, sugli sconti di pena, sui pentiti e la reiterazione dei loro reati, sui benefici discrezionali concessi a carcerati di grave pericolosità sociale e se alcuni controversi provvedimenti di magistrati non fossero ragioni sufficienti per richiedere interventi incisivi.
Si ha la sensazione che la giustizia si risolva nella diffusione di conversazioni private in cui vengono coinvolte vittime penalmente innocenti per una sorta di abitudine grottesca di sbirciare nell’intimità degli italiani più noti. Come se la giustizia fosse un gossip continuo in cui si avvicendano pettegolezzi e notizie sensazionali. E questo modo un po’ becero ed un po’ pruriginoso sta assumendo toni e colori su cui si arroventa una lotta politica sul filo del diritto. E questo modo finisce pure col mettere a nudo una situazione della giustizia lontana dai basilari principi della civiltà giuridica e persino della libertà dei cittadini di essere, nei limiti dei comportamenti leciti, ciò che si vuole nel privato.
La giustizia italiana è spesso confusionaria, disorientata, disomogenea e discriminatoria. E con queste qualità, in questo settore così dirompente per la vita di uomini e famiglie, vengono persino meno i diritti e la dignità degli individui, ed i principi stessi della democrazia. Se la quantità e qualità della giustizia in Italia fosse paragonata all’efficienza produttiva e qualitativa di un’impresa il fallimento sarebbe già stato dichiarato da tempo.
Tutti hanno la sensazione che l’obbligatorietà dell’azione penale sia l’ipocrisia più grande di un Paese dove chi ha approfittato non ha mai pagato e dove la giustizia viene esercitata sulla più plateale discriminazione. Anche politica!
Chi non ha mai avvertito che questa Italia furba annovera impuniti di reati di ogni tipo, che il popolo italiano ha subito e paga con il suo enorme debito pubblico?
Questa magistratura che si è tenuta lontana dall’indagare sulle grandi fortune di spregiudicati finanzieri, mentre ora, in connivenza con la politica di una sinistra senza identità ed allo sbando, contigua alle caste ed agli spazi dei privilegi, si concentra per sferrare l’ormai rituale aggressione giudiziaria su coloro che non hanno la responsabilità dello scempio commesso. Sembra che prevalga il timore che il nuovo vento che si contrappone al sonnacchioso conservatorismo dei poteri forti possa demolire gli spazi corporativi di un Paese che, ad oltre sessanta anni dalla liberazione, non riesce ad emergere da un sistema ancora imbrigliato dall’egemonia illiberale e presuntuosa di un antifascismo di maniera.
Sembrerebbe così che ogni modifica richiesta rappresenti un pericolo per l’equilibrio stabilito. A guisa di battaglie per evitare di compromettere un virtuoso esercizio di un servizio, e per garantirne la giusta ed imparziale fruizione, nell’interesse dei cittadini ed in nome del popolo italiano, si grida all’allarme sociale per ogni tentativo di riformare questa giustizia così discussa e così evidentemente “ingiusta”.
Si supera persino la farsa con alcuni giornalisti, attori, scrittori, comici, intellettuali e politici che si ergono a difesa della legalità, cioè di quella “cosa” che in Italia non esiste. Non esiste soprattutto perchè chi la predica molto spesso sostiene che le leggi vanno interpretate, più che applicate, ed addirittura ignorate in nome di discutibili principi umani, politici ed ideologici. Si disputa sulla giustizia con furbi di ogni specie e tromboni rancorosi, residuati di un’ideologia fallimentare, accantonata e sepolta persino dalla classe dirigente del movimento politico che ne dovrebbe vantare la naturale eredità.
Ci sono ancora personaggi così integrati nel loro ruolo: come quei giapponesi combattenti dell’ultima guerra a cui non è mai stato detto che la guerra era finita e che con la guerra si era esaurito un periodo della storia.
Molti compagni si sono ormai imborghesiti ed ora la rivoluzione la fanno nei salotti buoni o tutt’al più con qualche frivolo girotondo. Ora tra farse e comparsate, tra incredibili libri trasudanti odio e livore, c’è chi si impegna solo a far ingrossare i propri conti bancari, perché in Italia c’è sempre chi è disposto persino a pagare per farsi plagiare.
Il proletariato piuttosto che soffrire la fame per la lotta alla crescita, come è stato nel passato, preferisce lo sviluppo ed i consumi. Piuttosto che l’abbattimento del capitalismo, preferisce la sua diffusione per accrescere la ricchezza. Più che lottare per abbattere il profitto chiede un giusto salario per sostenere i bisogni della famiglia.
Di contro si ha l’impressione che ci sia la volontà di fermare le riforme che i cittadini richiedono e che il “grande vecchio” si muova sempre per mantenere la situazione “quo ante” e cioè la confusione più ampia che serva a perpetuare il controllo delle cose.
Su tutti i provvedimenti si grida al complotto, alle leggi “ad personam”, al pericolo dell’involuzione democratica del Paese. Si fa leva su tutto ed in ogni luogo anche all’estero dove, a costo di ledere l’immagine dell’Italia, non si risparmiano colpi bassi e false suggestioni. Persino vergognosi e assurdi richiami alle leggi razziali.
Personaggi che hanno solidarizzato con i più pericolosi criminali della terra presumono ora di poter rilasciare lezioni sui diritti umani.
Se la giustizia è questa e se l’opposizione cavalca il giustizialismo di Di Pietro, per poi prendere le distanze solo dai suoi eccessi, non può non porsi la necessità di adottare una legge che ponga al riparo degli assalti giudiziari le istituzioni del Paese.
L’Italia ha bisogno di un Governo capace di fare le riforme e di rilanciare la coerenza democratica di una rappresentanza politica di governo che sappia interpretare le esigenze degli elettori.

Vito Schepisi

24 giugno 2008

La deludente Assemblea del PD


Ma i componenti la Direzione Nazionale del PD si contano o si pesano?
Se il valore è rappresentato dal numero, si potrebbe dire che fuori non ne sia rimasto nessuno. Quelli che ci sono, però, non sono adeguati per proporsi alla guida del Paese. Se invece si pesano il risultato è quello che conosciamo: a parte i portatori di tessere, ed i capi locali e nazionali di DS e Margherita, c’è ben poco d’altro!
Anche l’illustre ed “ingrato” ideatore di questo nuovo partito ne fa parte, in quanto membro di diritto assieme a coloro che hanno rivestito incarichi di presidenza di Consiglio, Camera e Senato. Non ne fanno parte, però, gli ex presidenti della repubblica. Strano! L’hanno detto a Scalfaro? Che sollievo per tanti, però!
Una direzione di partito? Sembra più un assemblea legislativa!
Le direzioni politiche si è abituati a pensarle più ridotte e più essenziali. E’ numerosa quanto una camera legislativa di alcuni paesi con una rappresentanza parlamentare meno pletorica di quella italiana. L’Assemblea Nazionale di questo pachiderma politico, infatti, ha eletto ben 120 membri della sua direzione, ma quanto è a sua volta ancor più pletorica questa assemblea? Tanto valeva cooptarsi per intero!
A questi 120 componenti eletti si aggiungono venti personalità nominate dal segretario, cioè da Veltroni, 5 nominati dall’organizzazione giovanile, non ancora costituita, ed ancora una nutrita pattuglia di membri di diritto in quanto presidenti di commissioni, vice presidenti delle assemblee parlamentari italiane ed europee, capi e vice capigruppo nel parlamento italiano ed europeo, persino presidenti e relatori delle commissioni costituenti il PD.
Dispiace un po’ per le “veline” rimaste fuori!
L’osservazione che nasce spontanea è che anche la volontà dell’assemblea conta poco perché, se esprimesse una maggioranza di membri eletti in direzione, questa maggioranza può essere facilmente ribaltata dai componenti cooptati.
E che dire del segretario che nomina ben 20 componenti la direzione? E se gli venisse il complesso di Caligola?
Ciò che per di più convince ancor meno è che il PD, a detta dei suoi fondatori, doveva essere un partito che nasceva dalla base della sinistra democratica. Non una somma di diverse e preesistenti macchine partitiche organizzate, ma una spontanea iniziativa dei sedicenti progressisti e riformatori italiani che si proponevano di mettere da conto le vecchie gabbie di un tempo e di aprirsi al confronto di una politica di ampio respiro, vicina ai problemi del Paese, alle sue esigenze, al ripristino della legalità.
Doveva essere un movimento politico proteso verso il recupero mediato di alcuni valori da inserire in una società multietnica, multiculturale e per larghi tratti persino eticamente diversa.
Si proponevano, insomma, di far sviluppare dal basso le espressioni di una democrazia laica, partecipata, aperta, progressista, rispettosa dei sentimenti popolari ed attenta a non emarginare le diverse tensioni religiose. Si è finito invece col consentire che su poltrone e seggiole fossero depositati i cappelli dei soliti mestieranti.
Tutte chiacchiere e manfrine sostengono in molti, e tra questi anche un consistente numero di italiani che hanno creduto in questo progetto. Le solite finzioni di coloro che dinanzi alla crisi propositiva della sinistra, incapace di indicare nuovi modelli sociali di riferimento, si inventano accattivanti contenitori, sostengono invece coloro che da tempo pongono l’attenzione sulle contraddizioni che emergono e che si sono manifestate sin dalla nascita del nuovo soggetto politico. Dai passi finora compiuti è evidente che a questi ultimi non si possa proprio dar torto.
Il passo falso più clamoroso è stato compiuto alla vigilia dell’ultima tornata elettorale, quando tra i socialisti di Boselli ed i giustizialisti di Di Pietro, i “democratici” del PD hanno scelto questi ultimi.
E’ come se i democratici nel ’22, tra Mussolini e Turati, avessero scelto Mussolini. E’ tutto dire!
Il PD sembra lo spazio del possibile dove, per caratteristica identitaria prevale la confusione totale. Ancora oggi, a distanza di circa 8 mesi dalla sua nascita, sono ancora in tanti a non aver compreso su quali ispirazioni trae le sue fondamenta e dove vuole arrivare, oltre che alla conquista del potere.
Fossero, però, solo i numeri pletorici di una direzione i problemi! Le contraddizioni che preoccupano sono soprattutto quelle politiche. Nel PD coesistono una miriade di correnti e di feudi personali assieme a strategie politiche differenti. Tante per cui emerge spontanea la richiesta di sapere da dove traggano le risorse economiche per reggerne l’organizzazione.
Quello dei finanziamenti alla frammentazione politica resta un percorso della trasparenza da esplorare ancora. Finanziamento pubblico? Finanziamento alla stampa politica? E’ un mondo da rivisitare, perché c’è anche chi non gradisce sapere che una parte degli euro che il fisco preleva finisca per finanziare, ad esempio, “italianieuropei” di D’Alema o i valori immobiliari di Di Pietro.
Sui quotidiani, tra le lettere dei cittadini che protestano, si legge di tutto, come ad esempio se sia possibile sottrarre dal pagamento del canone rai una percentuale corrispondente al costo delle trasmissioni di Santoro. Anche con i finanziamenti ai partiti si dovrebbe fare come con l’otto per mille. Potrebbe essere una soluzione! Forse solo così, per guadagnarsi le firme nell’apposito spazio, la politica si troverebbero costretta a rispettare la volontà degli elettori!
Vito Schepisi