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05 novembre 2008

Ora tutti a posare il cappello sulla sedia di Obama



Il mio cappello è nel guardaroba dell’ingresso di casa mia e niente mi potrà spingere a portarlo altrove. Questo ho pensato questa mattina alle prime notizie della corsa dei politici e dei giornalisti italiani alla notizia della larga vittoria di Barack Obama alle Presidenziali degli USA.
Era da tempo che mi andavo convincendo della probabile vittoria dei democratici negli USA, ben prima che il fenomeno Obama emergesse. La consideravo naturale ed anche auspicabile per l’affermazione dell’alternanza in una democrazia compiuta come quella degli Stati Uniti. L’era Bush si è compiuta dopo l’11 settembre e dopo le guerre in Afghanistan ed in Iraq. Le guerre non portano consensi elettorali ed, anche se le motivazioni possono essere forti, alla lunga risultano sempre impopolari.
Mi sono chiesto, pertanto, quale delle affermazioni può essere quella più vicina alla realtà tra le due seguenti: “io ho tifato per Obama” ovvero l’altra “no! Tu hai tifato per McCain”. Ed ho stabilito che le due affermazioni sono tutte e due sostanzialmente sbagliate. Non ho tifato per nessuno, infatti. Sapevo che le maggiori chances erano per Obama e mi ha irritato la campagna di McCain che mi è sembrata nostalgica e senza richiami al nuovo ed ai tempi mutati.
E’ mancato nel programma dei repubblicani il riferimento alle riforme, soprattutto in campo economico ed in quello sociale, per stabilizzare la potenza americana in un mondo che cambia e che necessita di nuovi contenuti e soprattutto di attenzione verso le fasce più deboli. Ho pensato che, in questa lunga campagna elettorale americana, ai repubblicani siano mancati i riferimenti alle garanzie, ai giovani, alle regole di un liberismo economico e finanziario che si è modificato in peggio, come abbiamo visto per la recente crisi delle banche americane.
Non serve allo sviluppo ed all’economia un liberismo senza regole e senza crescita produttiva che attraverso le leve finanziarie finisce con l’essere solo un espediente per creare ricchezza fittizia a beneficio di pochi ed a spese della povera gente che, invece, alla fine vede azzerare i propri risparmi.
In qualche momento ho persino pensato che la vittoria di Obama potesse essere salutare. Ho pensato che il nuovo Presidente, sostenuto dal consenso opportunista e conformista, se non codino e strumentale - come quello di Walter Veltroni - della sinistra europea, e dalla non inimicizia degli ambienti islamico-palestinesi, potesse risolvere una volta per tutte sia le frizioni con il fondamentalismo islamico, con i venti di guerra dell’Iran, sia la pace in Palestina con la formula delle due terre e dei due popoli. Ho pensato che il multilateralismo del democratico Obama, da non confondere con quello di D’Alema, che invece è sembrato molto unilaterale, potesse convincere i signori della guerra dell’est e del medio oriente a ricercare la via del negoziato riconoscendo il rispetto dei diritti di tutti.
Ci sono missioni militari che impiegano uomini, mezzi e risorse che potrebbero essere invece utilizzate per gli interventi legati all’ambiente, al clima, alle acque, alla fame nel mondo. Necessitano gli investimenti da destinare alle nuove fonti energetiche. C’è persino un flusso migratorio che muta le radici dei popoli, genera scontri di civiltà, fomenta la xenofobia ed il razzismo, imbriglia le economie e la politica. I popoli ed i paesi devono essere aiutati a risolvere i loro problemi sul proprio territorio e per farlo occorrono politiche di cooperazione e di stabilità. Il mondo di oggi non può infatti permettersi diatribe e conflitti se non pregiudicando il suo sviluppo e la sua capacità di diffondere interventi di sicurezza sociale.
E’ su questi pensieri che mi sono convinto che McCain non sarebbe stato il candidato ideale per gli USA. Non posso non dire, però, che la vittoria di Obama mi infastidisce per la carica di strumentalizzazione che il provincialismo italiano vuole innescare su questa vittoria.
Gli elettori statunitensi hanno scelto per il rinnovamento e le riforme, hanno scelto per la politica che il centrodestra in Italia va sostenendo in antitesi alla politica sclerotica e conservatrice del PD.
Il popolo americano, dopo le elezioni, è unito nel sostenere le politiche del suo Presidente, il Partito Repubblicano per bocca del senatore McCain si è detto disposto a collaborare nell’interesse degli States e del suo Presidente.
Possibile che nessuno senta lo stridore della propria coerenza con la realtà dei modi di una educazione alla democrazia, che invece non riesce ad assimilare, esultando per la nuova leadership degli USA?
Vito Schepisi su l'Occidentale

24 giugno 2008

La deludente Assemblea del PD


Ma i componenti la Direzione Nazionale del PD si contano o si pesano?
Se il valore è rappresentato dal numero, si potrebbe dire che fuori non ne sia rimasto nessuno. Quelli che ci sono, però, non sono adeguati per proporsi alla guida del Paese. Se invece si pesano il risultato è quello che conosciamo: a parte i portatori di tessere, ed i capi locali e nazionali di DS e Margherita, c’è ben poco d’altro!
Anche l’illustre ed “ingrato” ideatore di questo nuovo partito ne fa parte, in quanto membro di diritto assieme a coloro che hanno rivestito incarichi di presidenza di Consiglio, Camera e Senato. Non ne fanno parte, però, gli ex presidenti della repubblica. Strano! L’hanno detto a Scalfaro? Che sollievo per tanti, però!
Una direzione di partito? Sembra più un assemblea legislativa!
Le direzioni politiche si è abituati a pensarle più ridotte e più essenziali. E’ numerosa quanto una camera legislativa di alcuni paesi con una rappresentanza parlamentare meno pletorica di quella italiana. L’Assemblea Nazionale di questo pachiderma politico, infatti, ha eletto ben 120 membri della sua direzione, ma quanto è a sua volta ancor più pletorica questa assemblea? Tanto valeva cooptarsi per intero!
A questi 120 componenti eletti si aggiungono venti personalità nominate dal segretario, cioè da Veltroni, 5 nominati dall’organizzazione giovanile, non ancora costituita, ed ancora una nutrita pattuglia di membri di diritto in quanto presidenti di commissioni, vice presidenti delle assemblee parlamentari italiane ed europee, capi e vice capigruppo nel parlamento italiano ed europeo, persino presidenti e relatori delle commissioni costituenti il PD.
Dispiace un po’ per le “veline” rimaste fuori!
L’osservazione che nasce spontanea è che anche la volontà dell’assemblea conta poco perché, se esprimesse una maggioranza di membri eletti in direzione, questa maggioranza può essere facilmente ribaltata dai componenti cooptati.
E che dire del segretario che nomina ben 20 componenti la direzione? E se gli venisse il complesso di Caligola?
Ciò che per di più convince ancor meno è che il PD, a detta dei suoi fondatori, doveva essere un partito che nasceva dalla base della sinistra democratica. Non una somma di diverse e preesistenti macchine partitiche organizzate, ma una spontanea iniziativa dei sedicenti progressisti e riformatori italiani che si proponevano di mettere da conto le vecchie gabbie di un tempo e di aprirsi al confronto di una politica di ampio respiro, vicina ai problemi del Paese, alle sue esigenze, al ripristino della legalità.
Doveva essere un movimento politico proteso verso il recupero mediato di alcuni valori da inserire in una società multietnica, multiculturale e per larghi tratti persino eticamente diversa.
Si proponevano, insomma, di far sviluppare dal basso le espressioni di una democrazia laica, partecipata, aperta, progressista, rispettosa dei sentimenti popolari ed attenta a non emarginare le diverse tensioni religiose. Si è finito invece col consentire che su poltrone e seggiole fossero depositati i cappelli dei soliti mestieranti.
Tutte chiacchiere e manfrine sostengono in molti, e tra questi anche un consistente numero di italiani che hanno creduto in questo progetto. Le solite finzioni di coloro che dinanzi alla crisi propositiva della sinistra, incapace di indicare nuovi modelli sociali di riferimento, si inventano accattivanti contenitori, sostengono invece coloro che da tempo pongono l’attenzione sulle contraddizioni che emergono e che si sono manifestate sin dalla nascita del nuovo soggetto politico. Dai passi finora compiuti è evidente che a questi ultimi non si possa proprio dar torto.
Il passo falso più clamoroso è stato compiuto alla vigilia dell’ultima tornata elettorale, quando tra i socialisti di Boselli ed i giustizialisti di Di Pietro, i “democratici” del PD hanno scelto questi ultimi.
E’ come se i democratici nel ’22, tra Mussolini e Turati, avessero scelto Mussolini. E’ tutto dire!
Il PD sembra lo spazio del possibile dove, per caratteristica identitaria prevale la confusione totale. Ancora oggi, a distanza di circa 8 mesi dalla sua nascita, sono ancora in tanti a non aver compreso su quali ispirazioni trae le sue fondamenta e dove vuole arrivare, oltre che alla conquista del potere.
Fossero, però, solo i numeri pletorici di una direzione i problemi! Le contraddizioni che preoccupano sono soprattutto quelle politiche. Nel PD coesistono una miriade di correnti e di feudi personali assieme a strategie politiche differenti. Tante per cui emerge spontanea la richiesta di sapere da dove traggano le risorse economiche per reggerne l’organizzazione.
Quello dei finanziamenti alla frammentazione politica resta un percorso della trasparenza da esplorare ancora. Finanziamento pubblico? Finanziamento alla stampa politica? E’ un mondo da rivisitare, perché c’è anche chi non gradisce sapere che una parte degli euro che il fisco preleva finisca per finanziare, ad esempio, “italianieuropei” di D’Alema o i valori immobiliari di Di Pietro.
Sui quotidiani, tra le lettere dei cittadini che protestano, si legge di tutto, come ad esempio se sia possibile sottrarre dal pagamento del canone rai una percentuale corrispondente al costo delle trasmissioni di Santoro. Anche con i finanziamenti ai partiti si dovrebbe fare come con l’otto per mille. Potrebbe essere una soluzione! Forse solo così, per guadagnarsi le firme nell’apposito spazio, la politica si troverebbero costretta a rispettare la volontà degli elettori!
Vito Schepisi